Alessio Torino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessio-torino/ un blog di approfondimento culturale Thu, 29 Oct 2020 10:33:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alessio Torino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessio-torino/ 32 32 Su una quercia che sapeva molte cose. “Al centro del mondo” di Alessio Torino https://minimaetmoralia.it/libri/quercia-sapeva-molte-cose-al-centro-del-mondo-alessio-torino/ https://minimaetmoralia.it/libri/quercia-sapeva-molte-cose-al-centro-del-mondo-alessio-torino/#respond Thu, 29 Oct 2020 10:33:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44442 È un tempo senza prospettive, immutabile come quello del mito, in cui la natura dell’individuo risulta inesorabilmente colpita da un destino di disgrazia e peccato quello che Alessio Torino compone con Al centro del mondo, uscito per Mondadori. Con una scrittura composita, la narrazione di una decadenza è inserita in uno scenario ampio ma osservata da chi si sente una parte anonima e insignificante di quel tutto. Grande tema esplorato tra gli altri anche dall’antropologo, scrittore e saggista Giulio Angioni, grande dimenticato del tardo Novecento letterario italiano, che con i suoi romanzi ha saputo raccontare con una sottile venatura malinconica la trasfigurazione del passato come esito di una corruzione inesorabile.

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È un tempo senza prospettive, immutabile come quello del mito, in cui la natura dell’individuo risulta inesorabilmente colpita da un destino di disgrazia e peccato quello che Alessio Torino compone con Al centro del mondo, uscito per Mondadori. Con una scrittura composita, la narrazione di una decadenza è inserita in uno scenario ampio ma osservata da chi si sente una parte anonima e insignificante di quel tutto. Grande tema esplorato tra gli altri anche dall’antropologo, scrittore e saggista Giulio Angioni, grande dimenticato del tardo Novecento letterario italiano, che con i suoi romanzi ha saputo raccontare con una sottile venatura malinconica la trasfigurazione del passato come esito di una corruzione inesorabile. Un equilibrio instabile tra vecchio e nuovo che delinea il fallimento epocale del far rivivere forzosamente il passato con un impudico rifacimento offerto al turista/cliente che finirà col divorarlo senza comprenderne l’origine.

Se quella raccapricciante miscela di ancestrale e moderno in Assandira (Sellerio) non poteva che risolversi con le fiamme, nella narrazione di Torino rivela il desiderio di sviluppare tale disegno di fallimento in relazione a un’indagine sul dolore.

Il suo protagonista Damiano Bacciardi vive in un piccolo borgo tra Urbino e Fossombrone, Villa la Croce. L’inquietudine perenne che lo sovrasta si lega al suicidio di un padre di cui rimane una quercia a rievocare un tormento oscuro. Delle cure fatte, solo le attenzioni della nonna Adele si rivelano utili a placare le sue crisi, quando la mente tende a capitolare.

Esisteva soltanto l’ombra che camminava con lui tenendogli compagnia. Damiano la seguiva con lo sguardo così a lungo da perdere l’equilibrio. Allora l’ombra finiva per terra con lui e ridevano insieme. Alla sua ombra piaceva molto ridere. Sembrava che ridesse anche quando si masturbava. La sua ombra avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui.

L’incedere della prosa segue il vagabondare errante del protagonista con un espediente narrativo che permette di addentrarsi in uno spazio a metà tra reale e immaginifico – varcando costantemente il confine della follia – e di assegnare contorni mitici a un luogo costellato da leggende e storie oscure. Inevitabile l’accostamento all’opera di Federigo Tozzi Il podere e alla vicenda drammatica che ha inizio nel momento in cui il protagonista prende possesso di un terreno ereditato dal padre. La contrapposizione tra Remigio e gli altri è amplificata dalla generale convinzione che egli sia privo di capacità e di autorità. Quell’inettitudine diventa simbolo del sacrificio a una sorte atroce e rimanda alla raffigurazione di una deriva materiale e morale che diventa il cardine anche di Tre croci.

Nel leggere le narrazioni di Torino si ha la percezione di un’idea di romanzo come luogo in cui la soggettività dell’autore fissa una robusta relazione con una società che diventa il primario oggetto di indagine attraverso esperimenti della prosa che rispondono a vigorosi e impellenti tentativi di raffigurare una realtà problematica.

La narrazione si intreccia a filo doppio a luoghi che delineano una quiete apparente in quella emblematica collocazione al centro del mondo di un antico borgo in cui non rimangono che le rovine di un mondo rurale. La percezione di vivere in un luogo incontaminato da brutture e nefandezze si rivelerà un doloroso abbaglio. Centrali nella narrazione personaggi quali la nonna Adele, nel modo di insegnare la cura con sguardo innocente – “La nonna con le sue rughe nette, il fermaglio dello stesso argento dei capelli, i tratti ancora visibili di una bella giovinezza, aveva detto la preghiera, cambiato l’acqua, lasciato i narcisi freschi” – ; il nonno con la grazia lenta della vecchiaia e i silenzi di chi sceglie di abbandonare le parole, come faceva tra i partigiani della Brigata Garibaldi; lo zio Vince, che nella sua brutalità rimane aggrappato strenuamente a un’idea di famiglia che si rivela onnicomprensiva; la vicina Anna, che conserva ancora qualcosa di autentico e disperato anche nell’invadenza. E una figura che si staglia nel resto, Teo, una sorta di profeta che irrompe a destare la quiete del borgo per perseguire la propria rivoluzione silenziosa secondo una personale idea di giustizia.

Sono gli elementi i veri protagonisti del romanzo, la pietra che rievoca l’infanzia, la terra, l’immagine di un volto che si distrugge, la paura, il vento che passa oltre le preghiere e soffia anche tra i mattoni forati dello stalletto dei maiali, gli alberi che celano drammi indicibili, il cielo coi suoi pezzi di cometa pronti a cadere.

Alla radice di queste suggestioni l’elemento cardine dell’intero romanzo, la riflessione sul rapporto tra la vita e la morte reso nella raffigurazione del male, incarnato dal Demonio, e dal bene, nella costante invocazione a Maria. In una prospettiva simile, dove tale dicotomia muove l’agire dei personaggi e innesca nel lettore interrogativi sul significato della vendetta, sul peso del male, sul ruolo della fede, sul modo di concepire un’idea alternativa di giustizia, il ruolo assunto dal destino si connette a una condanna che pare non contemplare alcuna forma di salvezza.

Era una bella notte stellata di fine aprile, quando la primavera ormai ha imposto la sua malattia che è la vita.

Tra gli elementi ricorrenti rispetto alle precedenti narrazioni – come Tetano, Urbino-Nebraska e Tina, Minimum fax – , la scelta di individuare la prospettiva di adolescenti non per dare forma a un romanzo generazionale ma per calarsi nella prospettiva di chi avanza nella vita ancora privo degli strumenti necessari per affrontarne le asperità.

Adesso era un airone dal gozzo appuntito che non sa dove mettere le zampe – stai attento, la terra è piena di tagliole.

Il racconto della relazione con gli elementi, con una natura ostile, la narrazione del senso della scoperta legato all’acqua e il rimando allegorico a creature animali e vegetali dalle fattezze umane delineano l’elaborazione di una separazione che contempla in senso più ampio il tema della perdita. Al pari dell’aspetto formale, ad assegnare originalità alla narrazione di Alessio Torino anche la scelta tematica: il modo di raccontare un paese dalla prospettiva di un alienato dalla società, ritenuto dai più un matto, che vive portando dentro il dolore per la perdita del padre e l’abbandono della madre, e il peso del giudizio altrui, la derisione di chi non ne comprende i desideri e i sogni, il fallimento e i rimpianti.

Si sentì vuoto e inutile come gli spaventapasseri su cui zio Vince o Baldeschi si divertivano a sfogare il proprio estro creativo, mettendo un secchio al posto della testa o un gilet catarifrangente per giubbetto.

Gli inserimenti narrativi, gli innesti poetici e i riferimenti velati alla letteratura dei classici e alla poesia contemporanea compongono un tempo sospeso fatto di “giorni che si ammassano gli uni agli altri e si schiacciano lentamente”. Una dimensione che pare cristallizzata in un eterno passato con immersioni oniriche. Aspetti che portano ad associare l’opera di Alessio Torino alle immagini di un passato rurale in via di disgregazione narrate da William Faulker, alle radici della violenza esplorate da Cormac McCarthy, al senso di non appartenenza e di esclusione dalla realtà delle opere di Federigo Tozzi, al lucido pessimismo sulla sorte del mondo di Paolo Volponi.

Una prosa che intende superare aspetti e valori fattuali, scompaginare i tratti naturalistici rintracciabili nell’ambientazione e assegnare un rilievo esclusivo alle allegorie, alle metafore e alle immagini soggettive che compongono i grovigli psichici dei suoi protagonisti.

Ora fumavano le querce, i noci, i prati stessi, e persino il filo spinato. Abitiamo al centro del modo, diceva il nonno. Eppure erano solo campi recintati dal filo spinato. Filo appuntito e arrugginito per racchiudere alberi, sassi, querce isolate battute dal vento.

Il dolore senza redenzione rivela uno degli interrogativi cruciali vissuti dal protagonista che si interroga sull’utilità della conoscenza intesa come coscienza del dolore. Condizione ribadita nel confronto tra l’individuo e una natura che rappresenta l’ostilità e l’indifferenza degli elementi all’azione umana. L’inutilità dell’umano si lega al sentimento dominante dell’intera narrazione, l’odio, che attraverso le vicende dei personaggi si declina come mezzo di difesa per alimentare la ricerca di un senso da dare all’esistenza.

Il cuore gli martellava dentro lo sterno. Si sentiva il rumore del battito anche da fuori? Sembrava inevitabile, da quanto colpiva. Ma nessuno aveva dato segno di accorgersene. Era di nuovo il suo cuore, indipendente da lui, l’animale sordo e scorticato a cui restava solo la paura.

Con Al centro del mondo Alessio Torino consegna un romanzo intriso di immagini in una terra evocativa tra la magia e il sogno con una prosa in grado di tratteggiare la meraviglia e l’orrore attraverso una struttura che guarda alla fiaba e al mito, tra continui interrogativi sul senso dell’esistere, sulla coesistenza della morte nella vita, sulla necessità di rintracciare una propria personale via verso la giustizia, sul mistero della fine.

Con gli ultimi rimasugli di coscienza guardò la propria ombra, che non era più l’ombra di Damiano Bacciardi, ma quella di una quercia, giovane, vecchia, forte come l’albero che aveva sorretto suo padre, una quercia che sapeva molte cose ma che non le avrebbe mai potute raccontare.

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Urbino, i libri e la mortadella https://minimaetmoralia.it/interventi/alessio-torino-urbino-libri-mortadella/ https://minimaetmoralia.it/interventi/alessio-torino-urbino-libri-mortadella/#comments Sat, 28 Feb 2015 16:29:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25489 Questo pezzo di Alessio Torino è uscito sull'ultimo numero de L'indice dei libri del mese che trovate in edicola e che vi invitiamo a leggere. Ringraziamo la testata e l'autore.

«Vendere i libri a Urbino è come vendere la mortadella». Questa curiosa sentenza risale a qualche anno fa ed era stata emessa da Catia della libreria Montefeltro, la libreria di fiducia di molti urbinati. Catia si riferiva a come, in una cittadina universitaria quale Urbino, il suo lavoro finisse fatalmente per assomigliare a quello di un addetto al banco salumi in un supermercato. Un cliente entrava, chiedeva i saggi di Letteratura Francesce II, pagava e lasciava il posto a quello dietro di lui nella fila con il vademecum aperto sull’esame di Statistica I. «Per cosa la faccio a fare la vetrina?» mi chiedeva Catia. La risposta non c’era. «Ma tanto la faccio lo stesso» aggiungeva.

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Piero_della_Francesca_Ideal_CityQuesto pezzo di Alessio Torino è uscito sull’ultimo numero de L’indice dei libri del mese che trovate in edicola e che vi invitiamo a leggere. Ringraziamo la testata e l’autore.

«Vendere i libri a Urbino è come vendere la mortadella». Questa curiosa sentenza risale a qualche anno fa ed era stata emessa da Catia della libreria Montefeltro, la libreria di fiducia di molti urbinati. Catia si riferiva a come, in una cittadina universitaria quale Urbino, il suo lavoro finisse fatalmente per assomigliare a quello di un addetto al banco salumi in un supermercato. Un cliente entrava, chiedeva i saggi di Letteratura Francesce II, pagava e lasciava il posto a quello dietro di lui nella fila con il vademecum aperto sull’esame di Statistica I. «Per cosa la faccio a fare la vetrina?» mi chiedeva Catia. La risposta non c’era. «Ma tanto la faccio lo stesso» aggiungeva.

Le cose sono andate avanti così fino a pochi anni fa, quando in questa cittadina di circa quindicimila abitanti e di circa altrettanti studenti erano aperte ben sette librerie. Sette è un numero che, in rapporto al numero di residenti, potrebbe far pensare all’età dell’oro del mercato librario. Invece, adesso che delle sette librerie ne sono rimaste soltanto tre, si scopre che l’oro nascondeva subito sotto il ferro. E per quella famosa mortadella si sente, per forza, un gran rimpianto.

È proprio la saggistica universitaria, a quanto dicono i diretti interessati, ad aver innescato la crisi. Agostina che, insieme a Michela, ha purtroppo dovuto sbaraccare la libreria Il Portico, me lo assicura con la certezza dei dati. I programmi sono meno folti di una volta, la bibliografia è ridotta all’osso e con i social c’è uno smercio pauroso di fotocopie e di appunti. Sull’argomento non c’è bisogno di interrogare i professori, loro sono i primi a lamentarsene. Per rispettare la fragile proporzione tra testi d’esame e le ore di studio previste dai CFU, nel decidere un programma devono muoversi con la stessa cautela di un artificiere. Inserisci nel form del vademecum un libro di troppo ed esploderà la protesta. La colpa sarebbe dunque del ministero, del tre-più-due che ha distrutto un sistema universitario dove almeno si riconosceva un qualche valore allo studio matto e disperatissimo. Tutti ci ricordiamo di quando il ministro, interrogato a suo tempo, ci raccontò che stavamo aggiornando il nostro sistema all’uso europeo. In ultima istanza, dunque, dovremmo dare la colpa all’Europa. Trasformarsi in capipopolo è facilissimo.

Poco prima di chiudere la Domus Libraria Luca ha avuto un pessimo segno quando si è visto riportare indietro le edizioni tascabili dei romanzi di Italo Calvino da una futura professoressa. «Aveva appena finito l’esame di italiano – mi ha detto Luca. – Sperava che glieli ricomprassi.» Anni fa, lui e la moglie Daniela avevano tentato anche la strada di una libreria alternativa. La Domus Libraria era ricavata da un’antica cantina, un grottino di mattoni dove c’era un ulteriore antro dedicato ai fumetti e alle case editrici indipendenti. «Bello sì, ma i fumetti non si vendono» mi aveva detto Luca, ancora non così sconsolato come di fronte all’oscar del Barone Rampante riportato indietro.

Ho sentito raccontare di un professore che prima del proprio esame pretendeva che venisse ostentato il suo libro (in programma). Il libro doveva essere vergine e il professore lo firmava nel frontespizio. Se il libro era usato, fotocopiato o prestato, cioè già autografato, allo studente veniva impedito di sostenere l’esame. Non so quanto fosse legale, ma nell’univerisità di un tempo nessuno fiatava. Oggi quel docente rischierebbe una vertenza. Però i librai lo farebbero santo. San Barone.

Un filo di allegria ci resta forse dal mercatino di libri usati che ogni mercoledì si tiene sotto i Portici. È un cordone di libri che dalla Piazza corre fino alla Rampa, spesso insieme al vento che ci si incanala. C’è qualcosa che rende simili tutti gli ambulanti. Sarà il loro modo di resistere, di ridere, di sentire freddo e di ridere comunque. Lì ho trovato la prima edizione italiana di Verdi colline d’Africa, per cinque euro, e grazie a quelle bancarelle sto ricostruendo il catalogo color cartone delle edizioni Theoria. Mi era giunta voce che qualche libraio ufficiale avesse mugugnato contro il mercatino. Un po’ come i commercianti della riviera romagnola contro gli ambulanti in spiaggia. Non credo che ci sia mugugno più sbagliato: la lettura porta solo altra lettura.

La Moderna di Valerio ha una posizione quasi utopica, trovandosi davanti a Palazzo Ducale. Non a caso gli espositori sulla strada sembrano quelli del bookshop di un museo, con il ritratto del Duca e della Duchessa un po’ dappertutto. Da un paio d’anni, mi dice Valerio, la libreria ha avviato una «piccola rivoluzione», smettendo di confidare sull’universitaria e puntando invece su altri settori, come il turismo d’arte, almeno nei mesi in cui il cielo urbinate lo concede.

A qualche metro di distanza incontro Giorgio Balestrieri, l’indiscusso decano dei librai di Urbino. Non è più un ragazzino, ma ha una tempra tenace. Compra il giornale al bar del Mulino, lo legge mentre fa la strada delle mura e alle otto e qualche minuto sta già sistemando i banchetti con i libri in offerta fuori della sua liberia. Supercoralli sfortunati al cinquanta per cento, meteore dell’editoria italiana con ancora lo strilletto che li destinava a stravolgere i canoni del romanzo e invece eccoli qua gettati nell’oblio. Balestrieri aveva due librerie. Una, grande e luminosa, nell’atrio di Lingue, La Goliardica, che era sempre piena di gente e gli urbinati di buona famiglia ci portavano i figli con la calda illusione animale che fossero tutti dei piccoli geni. A quel tempo la sua seconda libreria faceva in sostanza da magazzino, mentre ora è lo spazio in cui ha trasferito tutto. Gli chiedo come veda il futuro del libro. Parlando tra i denti mi risponde qualcosa che non capisco, poi fa un gesto con entrambe le mani per maledire tutto e tutti. Mi metto a passare in rassegna i Supercoralli decaduti, pensando che è pur sempre qualcosa, è pur sempre meglio questo banchetto che i coridandoli del macero. «Ci dovete pensare voi giovani» mi dice, rimettendo la testa inaspettatamente fuori.

Se a Urbino va in crisi il mercato librario, c’è da tremare, come infatti succede, su più vasta scala. Dentro questo giro di mura ci sono un Liceo artistico che si chiama ‘Scuola del libro’ – ci insegnano illustrazione, legatoria, fumetto… – c’è l’Istituto Superiore di Industrie Artistiche (ISIA), con la sua eletta schiera, l’Accademia di Belle Arti dove macchine tipografiche che si credevano estinte tornano a stampare libri d’arte e plaquette, l’Accademia Raffaello con sua missione di preservare la storia urbinate più illustre. E poi l’Università, di cui basti ricordare la biblioteca della Fondazione Carlo e Marise Bo, che è nata dal lascito di una collezione privata fra le più grandi di Europa. Più che una Città del libro, insomma, potrebbe essere una Fortezza del libro. E se vacilla una fortezza, figuriamoci tutto il resto.

Per fortuna la fortezza non è perfetta. Per fortuna, perché altrimenti, se lo fosse, significherebbe che nulla servirebbe per migliorare la situazione. Per quanto possa sembrare incredibile, alla fortezza manca un muro, e di quelli portanti. A Urbino non c’è una biblioteca di lettura, una normale biblioteca pubblica. Si passa dalle rare edizioni della Fondazione Bo al nulla, da tutto quello che è stato scritto sulla poesia greca al nulla. Si potrebbero continuare, ma il concetto rimarrebbe questo: dalla cima dell’Olimpo al baratro. Tanto c’è l’Università, si è sempre pensato, come se nel terreno della cultura le forze civiche non dovessero lasciare comunque un proprio segno. Non so se una biblioteca civica avrebbe salvato una delle quattro librerie dalla chiusura. Forse no, ma come insegna Catia che ha consigliato titoli e continuato a farsi la vetrina anche in periodi in cui sembrava che non ce ne fosse bisogno, la fiducia è l’unica strada e un segno collettivo di fiducia come una biblioteca pubblica credo sia arduo da trovare.

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Ricordando Paolo Volponi https://minimaetmoralia.it/letteratura/paolo-volponi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/paolo-volponi/#comments Sat, 08 Feb 2014 10:31:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18281 Il 6 febbraio 1924 nasceva a Urbino Paolo Volponi. Lo ricordiamo con un intervento di Alessio Torino, urbinate e autore del romanzo Urbino, Nebraska uscito per minimum fax a settembre 2013.

I due amici si ritrovarono a fianco appoggiati sul muro della loro città, umido e bagnato come sempre da novembre a marzo: lo stesso muro dell’estate, con i mattoni rotti, i canali di calcina, l’erba murella o la malva e più dispersi i capperi e la mentuccia.

Questa è la descrizione, tratta da La strada per Roma, del muro che sovrasta Piazza del Mercatale, il muro sopra le antiche Stalle Ducali, la cosiddetta Data, a pochi passi dal Teatro di Urbino.

È uno di quei brani che quando leggi i romanzi di Volponi ti spingono a fare un gesto ben preciso – chiudere il libro.

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Il 6 febbraio 1924 nasceva a Urbino Paolo Volponi. Lo ricordiamo con un intervento di Alessio Torino, urbinate e autore del romanzo Urbino, Nebraska uscito per minimum fax a settembre 2013. (Fonte immagine)

I due amici si ritrovarono a fianco appoggiati sul muro della loro città, umido e bagnato come sempre da novembre a marzo: lo stesso muro dell’estate, con i mattoni rotti, i canali di calcina, l’erba murella o la malva e più dispersi i capperi e la mentuccia.

Questa è la descrizione, tratta da La strada per Roma, del muro che sovrasta Piazza del Mercatale, il muro sopra le antiche Stalle Ducali, la cosiddetta Data, a pochi passi dal Teatro di Urbino.

È uno di quei brani che quando leggi i romanzi di Volponi ti spingono a fare un gesto ben preciso – chiudere il libro.

Chiudere il libro non per noia o per fatica, ma perché basta. In tre righe si crea lo stesso effetto che altri libri creano dopo pagine e pagine, magari alla fine. È un senso di completezza – basta così, potresti dire, sono a posto.

Si potrebbero trovare tanti aggettivi e superlativi per esaltare questa descrizione – evocativa, intensa e via dicendo –  ma ne sceglierei uno solo: vasta. Un altro scrittore, uno scrittore ‘normale’, forse si sarebbe limitato a scrivere I due amici si ritrovarono a fianco appoggiati sul muro della loro città. Oppure avrebbe aggiunto qualcosa sul tema del muro, umido e bagnato come sempre da novembre a marzo. Ma quello che succede dal passo successivo, da lo stesso muro dell’estate in poi, è impresa per pochi, insomma è il sentiero non battuto. Il discorso si allarga, si espande: lo stesso muro dell’estate, con i mattoni rotti, i canali di calcina, l’erba murella o la malva. Qua, non c’è solo immaginazione, ma anche conoscenza.

La mente che muove la scrittura non solo immagina quello stesso muro durante l’estate, ma sa che cosa sono i canali di calcina e che differenza c’è tra l’erba murella e la malva – per lo scrittore normale, foglioline indistinte che crescono sui mattoni delle mura. Alla fine della frase, poi, c’è quello che non saprei come definire se non, banalmente, colpo di genio: e più dispersi i capperi e la mentuccia. Prima erano gli occhi del muratore – i canali di calcina tra un mattone e l’altro – e del botanico – la malva – a vedere le cose, ora sono gli occhi di Petrarca: e più dispersi i capperi e la mentuccia. Dispersi è parola che qui diventa poetica grazie al nesso così ardito con i capperi e la mentuccia, nesso che lascia pieno il lettore e sgomento lo scrittore normale – capace, al massimo, di uno ‘sparsi’.

Altri modi per celebrare i novant’anni dalla nascita di Paolo Volponi ce ne sarebbero, ma per intuire la grandezza della sua scrittura, basta leggerne tre righe.

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I ragazzi del fiume che non porta al mare https://minimaetmoralia.it/libri/i-ragazzi-del-fiume-che-non-porta-al-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-ragazzi-del-fiume-che-non-porta-al-mare/#respond Tue, 06 Sep 2011 10:18:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5107 Pubblichiamo una bella recensione di Cesare Segre, uscita sul Corriere della Sera, del nuovo romanzo di Alessio Torino, Tetano.

di Cesare Segre

In un paese dell’Appennino, sulla linea della corriera Roma-Rimini, alcuni ragazzi costituiscono un gruppo molto unito, cui via via si avvicinano i più strani tipi che si possono incontrare al bar o in angoli selvaggi lontani dall’abitato. il gruppo s’inventa iniziative e imprese fine a se stesse:

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Pubblichiamo una bella recensione di Cesare Segre, uscita sul Corriere della Sera, del nuovo romanzo di Alessio Torino, Tetano.

di Cesare Segre

In un paese dell’Appennino, sulla linea della corriera Roma-Rimini, alcuni ragazzi costituiscono un gruppo molto unito, cui via via si avvicinano i più strani tipi che si possono incontrare al bar o in angoli selvaggi lontani dall’abitato. il gruppo s’inventa iniziative e imprese fine a se stesse: soprattutto la costruzione di una zattera, denominata Grande Troia, che regolarmente affonda non appena costruita, costringendoli ogni volta a un nuovo impegno per la ricerca di materiali più adatti, che vengono rubacchiati qua e là.

Nessuno pensa, o confessa, che comunque la zattera non può navigare verso i lontani orizzonti vagheggiati, perché il torrente su cui dovrebbe galleggiare s’immette in una diga. Conati di fuga e baratri di frustrazione. L’avventura va dunque cercata non in un irraggiungibile altrove, ma nel paese e nei boschi, che, come i ragazzi scoprono o credono di scoprire, sono battuti da individui temibili, che li inseguono e li minacciano per sabotare le loro iniziative.

Questo l’ambiente descritto da Alessio Torino nel romanzo Tetano. Torino, autore di Undici decimi (Italic-Pequod 2010), che vinse il Bagutta opera prima, è latinista a Urbino, e studioso di Plauto, da cui forse ha imparato il rigore linguistico. Ma qui dà anche prova di rigore costruttivo: il romanzo altema callidamente i tempi, così che i personaggi sono di solito raccontati come ragazzini, ma talora appaiono ormai diventati adulti, e con figli, e la storia si polarizza fra il personaggio soprannominato Tetano e il narratore.

La vicenda che fa da connettivo è la morte del padre di Tetano, straziato dal cancello elettrico della vetreria in cui lavora, centro e punto di riferimento del paese. Il trauma per il tragico episodio, oltre a procurare a Tetano una poco solenne dissenteria, gl’impedisce di accettare la morte del padre, e tutto il paese asseconda con pietose invenzioni il suo autoinganno.

Il narratore vorrebbe portare l’amico alla verità, ma al momento buono non osa. Tetano pare ormai incistato nel suo mondo fantastico, impegolato nelle storie e nelle superstizioni del paese, mentre il narratore pensa di avere ormai compiuto lo strappo, e abbandona alle ruspe di un’impresa stradale la casa dei nonni, ricettacolo di ricordi e di affetti. Poi le posizioni tornano a cambiare. Tetano eredita il posto del padre alla vetreria, e il narratore ha l’impressione d’essere rimasto lui l’unico Tetano. Ma i cimeli, i ricordi, come salvarli e perché? «E così poco quello che possiamo portare in salvo. E così danneggiato». Eppure questo poco tanto danneggiato costituisce un legame inscindibile e straziante con il paese dell’infanzia.

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Mattinata ventosa con ciliegio https://minimaetmoralia.it/fiction/mattinata-ventosa-con-ciliegio/ https://minimaetmoralia.it/fiction/mattinata-ventosa-con-ciliegio/#comments Wed, 15 Jun 2011 07:01:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4547 Mattinata ventosa con ciliegio
di Alessio Torino

Federico sentiva le voci dalla finestra aperta della cucina. Qualcuno che si stava lamentando per il rumore delle foglie. Lui aveva già attaccato la Playstation alla tele. Ancora non poteva accenderla – la Rai l’aveva salvato dal compito in classe, ma adesso doveva seguire l’intervista. Non sapeva se seguirla dalla finestra o se scendere di sotto.

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Pubblichiamo un racconto di Alessio Torino, autore del romanzo Tetano, già apparso il 25 Aprile scorso nel sito dell’agenzia letteraria grandi & associati.

Mattinata ventosa con ciliegio
di Alessio Torino

Federico sentiva le voci dalla finestra aperta della cucina. Qualcuno che si stava lamentando per il rumore delle foglie. Lui aveva già attaccato la Playstation alla tele. Ancora non poteva accenderla – la Rai l’aveva salvato dal compito in classe, ma adesso doveva seguire l’intervista. Non sapeva se seguirla dalla finestra o se scendere di sotto. Per ora se ne stava sul divano, di fronte alle tazzine dove la troupe aveva bevuto il caffè mentre lui si era rintanato in camera. 
«Signor Romagnoli, – disse una voce – quando è pronto noi si comincia». 
Avrebbe potuto restare seduto e ascoltare da lì. Ma vedeva il proprio riflesso sullo schermo spento. La gamba destra sulla coscia sinistra. I capelli tagliati da poco che, per qualche giorno, gli avrebbero fatto sembrare la testa quadrata. Guardarsi così gli ricordava quando aveva il mal di macchina –  forse era colpa dei granelli di polvere catturati dall’elettricità, con la luce radente erano bianchi e grossi. 
«Va bene». disse il nonno. 
Si alzò, si avvicinò alla finestra. Sotto il davanzale frusciava il ciliegio, attorniato da troppe persone. La madre con un vestito color pesca, mai visto prima, e riccioli più dorati del solito. La coppia di vicini anziani, i Biagini, con indosso maglioni di lana nonostante la bella giornata di inizio aprile. Poi un uomo dai capelli bianchi a spazzola che reggeva il microfono. Un ragazzo alto, indifferente al vento che lo spettinava, la camicia a maniche corte, che guardava il nonno da dietro l’occhio della telecamera. Una station-wagon verde bottiglia, impolverata dai tre chilometri di breccino dal bivio della Statale fin qui a Ca’ Virginia, la scritta R.A.I. quasi illeggibile sulla fiancata. 
Il nonno era seduto nella sua sedia di ferro, col bastone di traverso sulle ginocchia. Dava le spalle alla tenuta – la sedia era stata girata rispetto al solito, in modo che potessero inquadrare dall’orto fino al fosso e alla collina al di là della valle. Sua madre aveva insistito perché il nonno mettesse quei pantaloni nuovi, di principe di Galles – come aveva precisato – che gli facevano sembrare le gambe più magre. E adesso anche il mento sembrava più magro, più a punta. L’operatore ruotava la lente dello zoom. Sull’obiettivo si rifletteva la vigna. La vigna era tanto rigogliosa da nascondere i paletti – verde, con qualche macchia di ruggine, come gli occhi del nonno.
 «Quando sono tornato dalla guerra, casa nostra sembrava un mezzo rudere. Ma il peggio le bombe l’avevano fatto con la fornace Volponi. L’avrete vista, scendendo giù». 
«…» 
«È andata in malora. C’è rimasta solo la ciminiera. Ma tutti i mattoni delle case qui intorno li hanno cotti alla Volponi. Comunque io sono rimasto e ho rimesso a posto il tetto. Mio figlio è nato in quella camera là, quella al centro». 
«Be’, complimenti». disse il giornalista. 
«Il giorno stesso ho piantato il pino al cancello». 
«Bel posto qui, tranquillo, eh?» 
«Il ciliegio l’ho piantato invece quand’è nato mio nipote. Undici anni fa». 
«Quando si sente pronto cominciamo». 
Squillò il telefono. Gli occhi di tutti si spostarono verso la finestra. Federico si ritirò, corse a rispondere. 
«Ciao  ba’… sì, sono arrivati… puntuali… sotto il ciliegio… quando finiscono ti richiamo?» 
Federico rimase con la cornetta a mezzaria: Elezioni del cazzo! aveva detto il padre, e riattaccato. Gettò un’occhiata ai volantini arrivati per posta. Quello che aveva detto il padre, ieri, mentre nel tg sventolavano migliaia di bandiere azzurre, azzurre come quei volantini che recapitavano ogni giorno: intervistano i partigiani solo perché fra un mese si va a votare. Passò tra le sedie, attento a non urtarle, – ora il sole batteva sul tavolino, sopra la custodia di Resident Evil – si riaffacciò. 
«Che ne pensa dei giovani d’oggi?» 
«Mi fanno pensare a noi, a quando ci prendevano disarmati».
Il giornalista tossicchiò, sfogliò il blocchetto. 
«Torniamo al passato. Come ci si sente a uscire vivi da un campo di concentramento?» 
«Mi dispiace di non poter più mangiare le cipolle». 
«Cosa?» 
Il giornalista si voltò verso sua madre, l’operatore scostò la telecamera dall’occhio. 
«Mio suocero…» disse sua madre. 
A Federico diede fastidio che si fosse intromessa, doveva essere solo il nonno a parlare. Che lo lasciasse dire delle cipolle. E chissà, magari il nonno avrebbe raccontato anche del ciliegio. Adesso era fiorito, il ciliegio, di fiori così fitti da sembrare coperto di panna. Ma una volta il nonno gli aveva detto che se prendi un coltello e fai un taglio nella corteccia, comincia a uscire il vero ciliegio, da dentro, così piano che nessuno se ne accorge. E quei bitorzoli neri e contorti che poi nascono sul tronco, sono le sue cicatrici. Perché il ciliegio, aveva detto, è come un uomo. 
«Mio suocero sta raccontando di quando è uscito da Auschwitz, di quando ha toccato cibo per la prima volta dopo-» 
«Se non trovavo quella casa, – riprese il nonno – quella casa, l’ho già detto?, no, non ve l’ho detto, nella campagna, be’, quella casa, morivo di sicuro. Bella, la sala, un tavolone largo e i vassoi pieni di cipolle in umido…» 
«Una cosa per volta. Da capo». 
Il nonno spiegò al giornalista che una mattina, diversamente dal solito, nessun soldato tedesco aveva aperto la loro baracca. Erano passate ore, ma lui e gli altri trenta avevano continuato a guardare il chiavistello che non scorreva. Dall’esterno si sentiva invece un vociare, parole in tante lingue. Si erano decisi a forzare la porta. Nel campo si aggiravano i detenuti, sparsi, ognuno col proprio passo, talpe abbagliate dal sole. I Tedeschi non c’erano più. Le torrette agli angoli del perimetro spinato erano vuote. In cima alle altane penzolavano le mitragliatrici. I nazisti, in una notte, avevano abbandonato il campo, non restava una sola Kübelwagen.
«Essere liberi sembrava ancora più impossibile perché noi della diciannove aspettavamo da un giorno all’altro il trasferimento a Bergenbelzen…» 
Nella telecamera la spia rossa era di nuovo accesa. 
«I Tedeschi ci avevano scoperto nella baracca un apparecchio per prendere Radio Londra. La punizione era Bergenbelzen. A Bergenbelzen l’intero campo era organizzato intorno ai forni. Aspettavamo di essere caricati su un camion e di andare a morire, e invece ci svegliamo liberi, così liberi che potevamo metterci a ballare. Qualcuno dice che sarebbero arrivati i Russi, che era meglio rimanere. Io vado con chi pensa che potevano tornare i Tedeschi. Ma avevo paura di avvicinarmi all’uscita. Quando qualcuno voleva farla finita, si metteva a camminare verso quel cancello. Si incamminavano come scemi, facevano finta di non sentire la voce dall’altana, una, due volte, finché la terza era una raffica di mitra». 
«E com’è ritornato a casa?» 
«A piedi. Quella volta non avevo bisogno di questo…» colpì il bastone con le nocche. 
«In molti non ce l’hanno fatta, però». 
«È legno di albicocco. Il più duro che c’è. Sentite». 
«In molti non ce l’hanno fatta a tornare». 
Ecco, era adesso che sua madre sarebbe dovuta intervenire, zittire il giornalista e dirgli di ascoltare il nonno. Il nonno sapeva cose che gli altri non sapevano. Sapeva addirittura che i maiali capiscono quel che dicono gli uomini. Era per questo che, il giorno prima che venisse l’addetto del mattatoio, il maiale allevato dal nonno si metteva a  fare un verso lamentoso. Succedeva ogni anno. Il maiale piangeva perché aveva capito le parole che si erano scambiati il nonno e suo padre. E il nonno quella sera la passava ad accarezzare il maiale in mezzo agli occhi finché non si calmava. 
«Molti si sdraiavano su un prato e poi non ce la facevano a rialzarsi. Il sonno ne ha uccisi parecchi. Non sapevamo dov’eravamo, e poi la sete, bevevamo ai pozzi delle case ridotte in macerie. Ma più che il sonno e la sete… la fame. Nella marcia abbiamo preso a morsi di tutto. Fiori, bacche strane, girasoli. Un giorno pure le pannocchie secche, appese al sottotetto di un porcile, i maiali ovviamente erano già spariti. Finché non abbiamo trovato quella casa lì. Un sogno, in fondo a un campo d’orzo. Devo la vita a quella casa. Peccato però – accennò all’orto col bastone – peccato però per le cipolle…» 
«Si può sapere cos’è ’sta faccenda?!» il giornalista abbassò il microfono. 
«C’era un portico, con le poltroncine di vimini, ancora me le vedo, rivolte verso il giardino. Diamo una voce, non risponde nessuno. Entriamo. Un gran silenzio. Si fa il giro delle stanze. Erano due piani, tutti i pavimenti di marmo, pure le scale. I quadri alle pareti, sui mobili i candelabri con le candele, i divani puliti, le mensole con gli oggettini. Le finestre aperte, come per far cambiare l’aria, e le tende. E a piano terra c’era un salone. Nel mezzo una tavola lunga, con una tovaglia, bianca, Walter dice che è di seta, lui ha fatto il sarto. Sopra, vassoi d’argento riempiti di cipolle in umido. Restiamo lì a guardare. Aspettiamo. Avevamo paura. E se era un trucco dei Tedeschi? Nel campo sapevamo che facevano le torture ai cristiani, e vuoi vedere che ci avevano lasciato fuggire, che ci avevano fatto trovare questa casa e adesso erano nascosti a spiare come ci ingozzavamo? E poi perché solo cipolle? Con che diavolo le avevano condite? Magari ci avevano sparso un acido inodore…» 
«Ma alla fine era cibo vero, – disse il giornalista – cibo buono…» 
«Ah, buono sì». 
«E allora perché ‘peccato per le cipolle’?» 
«Mi dispiace perché da quella volta… e chi le può mangiare più? Un peccato. Qui da noi – accennò di nuovo all’orto – qui da noi c’è un terreno ottimo. E io le semino. Ma non per mangiarle, non io. Ne ho mangiate così tante, in quella casa, che oggi l’odore, anche solo l’odore, mi dà il voltastomaco. Più che un bacherozzo nel brodo. Giuro». 
Federico addocchiò il cestino sulla mensola. Spuntava una cipolla dal velo rossastro. Scherzava spesso col nonno, sapendo che gli facevano ribrezzo. Gliene avvicinava uno spicchio al naso, lui lo scansava schifito. 
«Le mie cipolle le mangiano quelli di casa…». 
«E volevo ancora chiederle, Signor Romagnoli, cosa pensa di questa società che avanza, votata solo al denaro?»
«Ma anche se non servissero a niente, anche se in casa mia nessuno le volesse, le seminerei uguale. Mi piacciono da vedere. Mi piace la forma che hanno, sono belle. Le avete mai guardate bene? Da vicino, dico». 
«…» 
«Io le guardo spesso». 
«…» 
«Se vuole, a lei e al suo amico, gliene regalo una cassetta. Ne ho diverse nel fondo». 
Il giornalista spense il microfono. L’operatore fece scivolare la telecamera dalla spalla. 
«L’intervista è finita, – disse il giornalista – Signor Romagnoli». Poi all’operatore: «Qualcosa c’ha pur detto». 
«Allora arrivederci». disse il nonno che si alzò dalla sedia, si aggiustò la coppola e si incamminò in direzione della vigna. Federico si ritrasse, aprì la custodia di Resident Evil. Il disco con lo zombi che allungava le mani gialle, dalla bocca gli usciva una verme grosso come un baco da seta. Lanciò il dvd sul divano e corse di sotto. Sua madre stava parlando col giornalista. L’operatore aveva appoggiato a terra una valigetta rigida, ci stava riponendo la telecamera via via che la smontava. 
«Ci spedite il servizio a casa, giusto?» 
«Sempre che non decidano di scartare tutto». 
«Come ‘scartare’…» 
«Signora, mi dica la verità. Lei cosa direbbe a sentire un’intervista dove c’è un vecchio che parla con amore delle sue cipolle? Abbiamo detto cipolle e non tulipani o rose. Insomma, di un racconto così, cosa penserebbe? Una casa intatta tra le bombe, una tavola imbandita in mezzo al niente…» 
«Ma è la verità!» 
«E allora?» 
Il giornalista si girò, tornava alla station-wagon. Salì dalla parte del volante e mise in moto. L’altro stava ancora sistemando la valigetta nel bagagliaio. 
«Eri qui?» disse sua madre voltantosi verso Federico. 
«Ha chiamato il babbo…»
Lei lo scansò per rientrare in casa. L’operatore sbattè il portabagagli e salì. Le ruote della station-wagon fecero saltare la ghiaia senza riguardo. Federico rimase a osservare la macchina che oltrepassava il pino, sobbalzando all’altezza del cancello. Andò sotto il ciliegio. Rigirò la sedia, si sedette. L’ombra dei rami galleggiava sull’erba. Toccò la grossa corda con cui il nonno aveva assicurato la sedia al tronco. Aveva avuto l’accortezza di mettere un pezzo di gomma tutto intorno, un vecchio copertone, per non fare del male al ciliegio. La corda era logora, dentro si vedeva il fil di ferro. Guardò verso la tenuta. Il vento portava l’odore del rosmarino, il cespuglio era coperto di piccoli fiori azzurro-blu. Il nonno era curvo su un filare. Li avrebbe controllati toccando quasi ogni foglia. Otto filari. Aveva ragione il giornalista, era un bel posto, tranquillo. Il cinguettìo era così forte che se ci facevi caso poteva sembrare un chiasso, cani che abbaiavano, non si capiva da dove. Le rondini scendevano in picchiata nella valle, risalivano come se rimbalzassero. Un bel posto, avevano detto il giornalista e l’operatore – però adesso stavano andando via. Anche i Biagini si stavano allontanando, loro a piedi. 
Guardò la finestra della cucina: sua madre col portatile all’orecchio. Gesticolava nervosa, le succedeva ogni volta che si agitava parlando al telefono. Lui prese un bel respiro e si mise a guardare di nuovo la tenuta. Così faceva il nonno. Il nonno sembrava sempre pacioso sotto il ciliegio. Anche se aveva quelle cose dentro – il rumore dei mitra, il risvegliarsi al mattino in una baracca, il filo spinato che ti rinchiudeva come una bestia. 
«Hanno detto che forse non la usano – disse la madre – Hanno detto che non ci si crede a uno che parla con amore delle sue cipolle». 
Strinse i pugni sui braccioli. La finestra, sua madre, l’orto, i vicini che tornavano a casa a piedi – li stava tenendo insieme con la stretta delle mani. La fiancata con la scritta R.A.I. ricomparve alla svolta in salita. 
«Trattare così un povero vecchio…» 
Si girò verso il nonno. Aveva sentito? O faceva finta di no? Chi stava sentendo tutto era l’albero alle sue spalle. Abbassò una mano per sfiorare il tronco. A una prima occhiata, sembrava una corteccia compatta, resistente come il bronzo a cui assomigliava nel colore. E invece era piena di piccole imperfezioni, bozzoli neri, escrescenze, in quei punti in cui la corteccia si era spaccata per qualche motivo. Il bronzo era soltanto una lamina sottile che fasciava il tronco come una benda. Il vero ciliegio, come sapeva il nonno, era dentro. Eppure, su in alto, sui rami candidi, sembrava un altro albero. Gli sarebbe piaciuto mangiare quei fiori che odoravano di miele e che toglievano il dolore. 
«Al telefono mi avevano detto che l’avrebbero mandata in onda il 25 aprile». 
Federico scattò in piedi. Fece tre passi in avanti, come per gridare alla madre di stare zitta, o al nonno che non era vero niente, o per urlare contro la macchina della Rai dove quei due stavano ridendo – ma sollevò la mano per schermarsi dalla luce. Era veramente piccolo, quell’altro 25 aprile, ma ricordava il nonno sul palco della piazza di Urbino, la medaglia che gli avevano appuntato sulla giacca come se fosse una spilla, il velluto degli stendardi, poi la marcia a piedi fino al Parco della Rimembranza, al passo con la banda, la corona di alloro che li precedeva tutti. 
Entrò nel fondo. Il nonno teneva le cipolle nelle cassette per la frutta accanto all’Ape. Erano sistemate in file ordinate. Ne prese una. Aveva un velo così compatto, odorava appena. 
«Fede!» sua madre, ancora dalla cucina. Significava che aveva finito la telefonata con suo padre e adesso voleva in qualche modo continuarla con lui, dire quanto avevano mancato di rispetto al nonno, dire altre cose sempre con quella voce. Spostò le cipolle nella cassetta finché sembrò che non ne mancasse nessuna. Dopo aver controllato che lei non fosse alla finestra, uscì di soppiatto. Corse svelto verso la strada. 
I Biagini erano già rientrati in casa. Attraverso l’edera del cancello vide la loro Mercedes, con lo stesso velo di polvere che si era steso sulla macchina della Rai. Continuò in salita, ma non sapeva dove andare, e si fermò davanti al numero civico di porcellana dipinta a mano, la villa del dentista. Il cancello scorrevole era aperto, la macchia blu della piscina e l’antenna parabolica, il loro silenzio che minacciava il nonno. Arrivò fino alle rovine della fornace Volponi. Era vero, di sicuro, quello che aveva detto il nonno: alla fornace Volponi avevano cotto i mattoni di ogni casa dei paraggi – ma adesso il tetto era crollato quasi per intero. Si vedevano le travi sbilenche e le pareti ancora in piedi erano infestate dall’erba murella. Rimaneva su la ciminiera che svettava sopra le macerie. 
«Fedeee!» 
Era salito abbastanza per vedere casa sua dall’alto. La storia di Ca’ Virginia, come la raccontava il nonno, era molto diversa da come la raccontava suo padre. Suo padre aveva quella frase – hai avuto un bel culo, te, Fede, a girare col triciclo intorno a una BMW – che cambiava tutto. Pensò di essere il nonno che tornava a piedi dalla guerra e vedeva, da lì, il buco sul tetto provocato dalla bomba. Non si metteva a frignare, ma si rimboccava le maniche e lo restaurava. Poco dopo gli saltava in testa l’idea di mettersi a costruire divani, di aprire una ditta dove all’inizio erano solo lui e il figlio, ma nel giro di un niente venti operai e furgoncini con la scritta ‘Romagnoli’. Adesso passava quasi l’intera giornata nell’orto. A curare delle cipolle che non gli piacevano, anzi, che lo facevano vomitare. Ma le seminava e annaffiava e conservava nelle cassette per loro, quelli di casa. 
Il rumore di una macchina – dovevano essere i due della Rai che tornavano indietro. Parcheggiavano, chiedevano scusa a sua madre, davano la mano al nonno e gli dicevano che il 25 aprile avrebbero trasmesso tutto quello che lui aveva detto sulle cipolle. Vide il Suv del dentista alzare un gran polverone. 
«Fedeee!» 
Doveva scappare dalla voce di sua madre. Non le avrebbe lasciato dire, non a lui, che il nonno era un povero vecchio. Entrò nel vialetto della fornace sbarrato da una catenella ridicola e da un cartello arrugginito di accesso vietato. Nella parte più alta della ciminiera c’era ancora il segno nero del fumo. Così doveva essersi immaginato Bergenbelzen, il nonno, quando aspettava il camion nella baracca 19 di Auschwitz. Costruzioni basse, una ciminiera nel mezzo.
La cipolla stava nella mano come una pallina da tennis, poteva tirarla verso i resti della fornace. Ma doveva morderla. Se non lo faceva, il nonno non sarebbe tornato dalla vigna. E Ca’ Virginia sarebbe crollata come la fornace Volponi. E il ciliegio si sarebbe spaccato, avrebbe versato per mille anni quanto la sua fragile corteccia teneva dentro, così fragile nonostante assomigliasse al bronzo. Schiacciò la cipolla col pollice. Si sprigionò l’odore acre. Affondò ancora il dito. Quello che non aveva urlato alla madre e alla macchina della Rai era in questa poltiglia. Chiuse gli occhi. L’avvicinò alla bocca e le diede un morso, pensando al nonno ad Auschwitz, il nonno che non sapeva, steso in quella baracca, di avere qualcuno che stava pensando a lui.

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