Alexander Shulgin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alexander-shulgin/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:00:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alexander Shulgin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alexander-shulgin/ 32 32 Ci si vede dopo ~ (Alexander “Sasha” Shulgin, 1925-2014) https://minimaetmoralia.it/scienza/ci-si-vede-dopo-alexander-sasha-shulgin-1925-2014/ https://minimaetmoralia.it/scienza/ci-si-vede-dopo-alexander-sasha-shulgin-1925-2014/#comments Wed, 04 Jun 2014 02:26:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21207 È morto Alexander Shulgin, e so che in questi giorni sarebbe meglio stare lontano dai giornali perché le imprecisioni, le semplificazioni e le pure e semplici sciocchezze si sprecheranno. La prima che leggo, e mi basta, è un'agenzia che lo definisce “inventore dell’ecstasy” – sarà sufficiente dire che l’MDMA, che ormai non chiamano “ecstasy” neanche i nonni, è stata inventata nel 1912, tredici anni prima della nascita del chimico di Berkeley. Se non altro, questo momento di esposizione al considerevole livello di ignoranza giornalistica riservata ai temi tabù – come è quello delle sostanze psicoattive in generale, e psichedeliche in particolare – sarà piuttosto breve, perché breve da sempre è il commiato concesso agli eroi della controcultura.

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È morto Alexander Shulgin, e so che in questi giorni sarebbe meglio stare lontano dai giornali perché le imprecisioni, le semplificazioni e le pure e semplici sciocchezze si sprecheranno. La prima che leggo, e mi basta, è un’agenzia che lo definisce “inventore dell’ecstasy” – sarà sufficiente dire che l’MDMA, che ormai non chiamano “ecstasy” neanche i nonni, è stata inventata nel 1912, tredici anni prima della nascita del chimico di Berkeley. Se non altro, questo momento di esposizione al considerevole livello di ignoranza giornalistica riservata ai temi tabù – come è quello delle sostanze psicoattive in generale, e psichedeliche in particolare – sarà piuttosto breve, perché breve da sempre è il commiato concesso agli eroi della controcultura.

Dico “eroe” non per esagerazioni di circostanza, ma per mera, fattuale descrizione di una figura a cui, quando tra dieci, venti o trent’anni la psichedelia verrà cavata fuori dall’insensato ambito “droghe” in cui è stata collocata, e resa a quello a essa pertinente – che lo si chiami  esplorazione spirituale, crescita personale, tecnologia conoscitiva o anche solo, semplicemente, farmacologia – verrà riconosciuto lo status non solo di genio della chimica, ma anche di eroico alfiere dei costumi di una nuova umanità.

Prima di affrontare la questione di tale status, è opportuno fare un minimo d’ordine, ribadendo anzitutto quanto sia superficiale l’associazione Shulgin-MDMA. Nella sua vita, Alexander Shulgin ha sintetizzato e sperimentato su di sé centinaia di molecole psicoattive (230 solo quelle “riuscite”), specialmente delle due famiglie psichedeliche maggiori, quella delle fenitilamine – che includono, oltre all’MDMA, anche la mescalina, il 2C-B e il 2C-I – e delle triptamine, dove troviamo, per citare solo le più note, il DMT, la psilocina e ovviamente l’LSD, lo psichedelico più noto e diffuso, rispetto al quale tutti gli altri vengono valutati e ponderati.
Il lavoro intorno a queste molecole è documentato nei due libri scritti da Shulgin e da sua moglie Ann: PIHKaL e TIHKaL, acronimi per “Phenitilamines I have known and loved” e “Tryptamines I have known and loved”, libri a un tempo famosi e famigerati, poiché, contenendo, oltre a sornioni report dei test d’uso, indicazioni per la sintesi di ognuna delle molecole descritte, sono stati per anni una scoperta piuttosto frequente in qualunque laboratorio clandestino di MDMA o di sostanze affini. Ed è rilevante dire che la diffusione di questi libri, resa possibile e tutelata dal primo emendamento della costituzione americana, è stata sempre un punto d’orgoglio dei coniugi Shulgin, ben consapevoli che prima o poi la cappa di oscurantismo attorno a queste sostanze, di cui infatti oggi si sta riconoscendo, una ricerca dopo l’altra, il cospicuo potenziale terapeutico, si sarebbe sollevata, e che dunque era essenziale preservarne il “know how”, non importava quanto la DEA li vessasse.1990061753

Se tutto questo, unito al fatto che la crescente popolarità dell’MDMA dagli anni ottanta in poi ha di fatto aperto la strada alla più ampia riscoperta degli psichedelici propriamente detti, rende Sasha Shulgin un eroe della cosiddetta “seconda rivoluzione psichedelica” attualmente in corso, è importante ricordare che egli è con ogni probabilità anche un eroe della prima, accanto a quelli più noti e celebrati, come Albert Hofmann, il chimico svizzero scopritore dell’LSD, il suo profeta Leary o i suoi molti alfieri più o meno celebri, da Huxley a Junger, da Lennon a Kesey, da Owsley Stanley a Stanley Kubrick. Se infatti il nome di Shulgin era sostanzialmente sconosciuto anche nello stesso underground psichedelico americano fino al 1991, anno della pubblicazione di PIHKaL, nel 2010, a una conferenza della MAPS, il chimico clandestino Nick Sand ha rivelato che quando nel 1966 l’LSD fu reso illegale in California, assieme ai suoi principali precursori, dal neoeletto governatore Ronald Reagan, la comunità hippie si trovò nell’impossibilità di produrlo col metodo fin lì noto, e fu allora che un “amico anonimo”, identificato da Sand come lo stesso Shulgin, fornì loro un nuovo processo di sintesi della dietilammide dell’acido lisergico, quello che diede vita al famoso LSD “Orange Sunshine”, vero e proprio motore di riserva della prima rivoluzione psichedelica, poiché solo grazie a esso l’acido poté continuare la sua scalata da curiosità per accademici, intellettuali e freak di professione a vero e proprio fenomeno di massa, culminata nel 1969, l’anno di Woodstock – per citare solo la manifestazione più nota e clamorosa.

Ma forse è ancora troppo presto perché la cultura di massa odierna arrivi al complesso discorso di Shulgin intorno agli psichedelici, e nei prossimi giorni ci toccherà solo  difenderci da una piccola tempesta di disinformazione intorno al “semplice” entactogeno MDMA, che egli si limitò a riscoprire e diffondere, ma a cui il suo nome è irrimediabilmente associato. Sarà allora il caso, per cominciare, di non parlarne evocando stanzoni di ragazzini armati di glowstick o linkando qualche vecchio pezzo acid house (anche se la tentazione verrebbe), ma ricordando da un lato dove la sostanza si colloca e cosa non fa, e dall’altro cosa potrebbe fare: ricordando, per cominciare, che dal 1972 fino alla sua messa al bando nel 1985 è stata ampiamente usata in analisi e nella terapia di coppia,  che dal 2004 è in uso per il trattamento dell’ansia dei malati di cancro, che dal 2009 è in corso una sua fruttuosa sperimentazione nella cura del disturbo da stress post-traumatico, dal 2013 se ne testano i risultati per la cura dell’acufene, e da quest’anno è in studio per la cura dell’ansia negli individui affetti da autismo e addirittura nel trattamento delle dipendenze. Cominciamo così. Perché si giunga poi a parlare in modo equilibrato e scevro da isterie di mescalina, psilocina, 2C-B, 2C-I e tutto il resto della sua farmacopea, ci vorrà ancora qualche anno (e molto allora ci sarà da dire), ma intanto, se oggi affermare che l’arrivo della nuova Eleusi non è questione di “se” ma di “quando” non è più (solo) una buffa farneticazione da mattinata al teknival (o al Boom Festival, secondo i gusti), lo dobbiamo anzitutto ad Alexander Shulgin.

 

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Psychedelic party https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/ https://minimaetmoralia.it/societa/psychedelic-party/#comments Sun, 13 Jan 2013 10:09:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12282 Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c'era la foto di una signorina che non aveva troppo l'aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono.

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Qualche giorno fa, passando da Roma Termini, ho colto con la coda dell’occhio qualcosa che ha richiesto attenzione immediata: una scritta “PSYCHEDELIC PARTY”, col tipico sfondo bianco-nero “optical” della vecchia scuola free tekno, occupava un enorme cartello appeso al soffitto della stazione. Purtroppo, ho scoperto qualche secondo dopo, mentre la osservavo a bocca aperta e notavo che in mezzo c’era la foto di una signorina che non aveva troppo l’aria della raver, era soltanto la réclame di una linea di cosmetici. La cosa, tuttavia, dà da pensare: quando avviene una simile appropriazione di immaginario da parte della pubblicità, vuol dire che tale immaginario è stato ritenuto fertile: che qualcosa di sotterraneo ha acquisito – o riacquisito – un significato mainstream. Siamo forse prossimi al ritorno sulla scena culturale e scientifica degli psichedelici? Le premesse ci sono. Per cominciare, c’è un dibattito sulla canapa fattosi affatto diverso: già dalla battaglia per la Proposition 19 californiana qualcosa era cambiato nel modo di parlare di tale sostanza, e adesso, con la legalizzazione in Washington e Colorado – certo, ci sono stati anche l’Uruguay e le depenalizzazioni di Portogallo, Croazia e Repubblica Ceca, ma sono ancora soltanto gli slittamenti culturali americani ad avere la forza di farsi globali in breve tempo – anche gli abituali megafoni del potere non sembrano più avere la forza di parlarne con la stessa sicumera di un tempo; che il proibizionismo, poi, sia stato un fallimento, è ormai un dato acquisito, al punto che lo fanno proprio anche Wall Street Journal e Economist. È dunque solo naturale se, sollevandosi il velo di esagerazioni sulla canapa, la cosa si espande alle sostanze che più con essa hanno in comune una quantità di cattiva stampa spropositata rispetto ai fatti. Inoltre, dopo quarantacinque anni di propaganda ostile, non solo girano nel circuito dei festival film “favorevoli” alla psichedelia come DMT: the Spirit Molecule di Mitch Shultz (2010), Dirty Pictures di Étienne Sauret (2010), Magic Trip, Ken Kesey’s Search for a Kool Place di Alex Gibney & Alison Ellwood (2011) e The Substance: Albert Hofmann’s LSD di Martin Witz (2011), ma tornano anche a presentarsi al grandissimo pubblico rappresentazioni di utilizzo di psichedelici non terroristiche. Ecco che nella quinta stagione di Mad Men, il buon Roger Sterling assume LSD a una serata casalinga (presente Timothy Leary, il ricercatore di Harvard divenuto profeta lisergico) e se la cava con qualche ora di buffi svarioni e un momento di confronto col suo “Don Draper interiore”; ecco Ashton Kutcher che svagella in un campo di grano, nei panni di uno Steve Jobs allegramente gonfio di acido, in una scena del film jOBS, che verrà presentato il prossimo 27 gennaio al Sundance; ecco Oliver Sacks, il neurologo più famoso tra i non neurologi, che lo scorso 12 novembre racconta al Telegraph le proprie esperienze psichedeliche e il ruolo che hanno avuto nei suoi studi; ecco il Guardian che fa propria una linea editoriale del tutto pro-psichedelici, sia sul piano culturale che su quello medico, con innumerevoli pezzi (alcuni esempi: 1. 2. 3. 4. 5.); ecco che il crescente turismo psichedelico nei luoghi dell’ayahuasca – la bevanda amazzonica a base di DMT, già cercata da Burroughs e Ginsberg – viene trattato da NYT e Washington Post in modo non problematico; ecco addirittura Oprah Winfrey che dedica un articolo del proprio magazine alla sperimentazione di MDMA nella cura del Disturbo post-traumatico da stress.
Le vere ragioni di questo cambiamento sono però diverse da quella necessità di contestazione radicale – al punto di cercare un punto di vista diverso su tutto – che portò alla prima rivoluzione psichedelica; sono più prosaiche e assieme più sottili: la chiave della faccenda – anche più del ritorno di interesse per le sostanze di sintesi originato, tra la metà degli anni ’90 e i primi anni zero, dal contemporaneo sviluppo, e successiva commistione, di club culture e rave culture – sta in Internet. Se già un sito come Erowid ha cambiato da solo – e nel modo più semplice: con la forza dei dati, non mediati da letture isteriche o moralistiche – il modo di fare informazione intorno alle sostanze psicoattive, oggi anche il più sprovveduto dei ragazzotti può ricavare dalla mera lettura di Wikipedia, pur con tutti i suoi limiti, più dati sugli psichedelici e la loro storia di quanti ne potessimo cavar fuori noi, da adolescenti, in mille scavi tra mercatini freak e librerie dell’usato: fino a qualche anno fa, infatti, chi avesse voluto trovare informazioni sul tema, al di fuori dell’isteria dei canali informativi tradizionali, doveva ricorrere a oscure pubblicazioni controculturali (che in Italia si riducevano, oltre alla rivista ALTROVE, ai due “millelire” editi da Stampa Alternativa, Viaggi acidi, dove Pino Corrias intervistava l’inventore dell’acido lisergico Albert Hofmann, e I miei incontri con Leary, Jünger, Vogt, Huxley, nel quale lo stesso Hofmann raccontava il suo rapporto con questi quattro appassionati della sua molecola, suggerendo a noi, ragazzini affamati di mitologie, che dietro la storia dell’LSD non ci fosse soltanto una manica di capelloni spostati). Qualcuno dirà: bene, brava la Rete, ma l’Italia di oggi è comunque peggiore e più arretrata di quella di quindici anni fa. E qui volevo arrivare: il bello di vivere in un paese culturalmente bloccato è che la libreria continua a essere il luogo dove si possono trovare i segni della contemporaneità: se, fatto salvo qualche slide dal Burning Man nella colonnina destra di Repubblica – spazio che assegna l’etichetta “ludico”, quando va bene, a ogni cosa ivi collocata – il piccolo rinascimento psichedelico in atto a livello globale sta passando per lo più inosservato sui nostri media, in libreria è diverso: ecco che proprio nell’anno appena trascorso, Fandango decide di aprire la propria collana “Vite”, dedicata alle biografie, con quella di Leary firmata da Robert Greenfield: una scelta forte, certo non ovvia per il pubblico italiano (ma il direttore di collana Edoardo Nesi non è insensibile all’argomento: aveva già avuto il merito di ricordare le origini psichedeliche del movimento di contestazione americano anni ’60 in un articolo del 4 settembre scorso, che aveva tuttavia il demerito di parlar bene del libro di Veltroni); ecco che i protagonisti di Nessuno è indispensabile, romanzo di Peppe Fiore da poco uscito per Einaudi e senz’altro tra i più significativi del 2012, trovano soltanto nella trascendenza acida la possibilità di una, pur grottesca, redenzione; ecco riaffacciarsi tra gli scaffali Matteo Guarnaccia, già autore del valido Psichedelica (Shake 2010), con l’assai lisergico almanacco Il Barbarossa, firmato assieme a Giancarlo “Elfo” Ascari, e appena uscito per Rizzoli: e gli almanacchi, si sa, prima di essere diari, sono sempre raccolte di presagi.

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