Alexis Tsipras Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alexis-tsipras/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alexis Tsipras Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alexis-tsipras/ 32 32 Wolfgang Streeck: l’Euro, un errore politico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/#comments Wed, 29 Jul 2015 15:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27968 Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

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Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

In Tempo guadagnato, un libro pubblicato nel 2013, lei accoglieva con favore l’emergere in Grecia di una forza politica di sinistra «che avrebbe potuto decidere di annullare unilateralmente il debito sovrano del proprio paese». A distanza di due anni quella forza di sinistra, Syriza, è al governo, ma il negoziato sugli “obblighi” è ancora in corso. Come giudica la contesa sul debito greco? 

Credo che si tratti di una battaglia tra il nord Europa, con la Germania in testa, e i paesi mediterranei. Quel che è stato presentato ai popoli europei come un processo di unificazione è in realtà un processo di consolidamento dell’egemonia dell’Europa del Nord e del capitalismo internazionale sui paesi mediterranei, affinché diventino parte integrante di una forma di capitalismo che implica il predominio dei sistemi finanziari e l’aggiustamento delle politiche di bilancio statali alle loro richieste. Lo scontro in ogni caso non è soltanto tra il Nord dell’Europa e i paesi mediterranei. Anche le società mediterranee appaiono divise – come dimostra il caso italiano – tra un settore che punta alla ‘modernizzazione’ e che include le elite e le classi medie che vogliono liberarsi dall’eredità ‘feudale’ e quella parte di società che teme – a ragione – che i propri interessi verranno sommersi in questo processo di modernizzazione e trasformazione globale. Nel caso della Grecia, la spaccatura è evidente anche all’interno di Syriza, dove ci sono due fazioni: la prima, rappresentata dal ministro delle Finanze Varoufakis (nel frattempo si è dimesso, ndr), è quella di chi ritiene che convenga restare nell’euro e ottenere dall’Europa quanti più sostegni e benefici possibili per modernizzare il paese. L’altra, incarnata dall’economista greco Costas Lapavitsas, docente a Londra, è quella di chi suggerisce invece di uscire dall’euro e di recuperare qualche forma di sovranità monetaria, perché sul lungo periodo l’euro imporrà una disciplina molto rigida e nessuna protezione per coloro che soffriranno i danni di questo rapido processo di ‘riforme’ e modernizzazione euro-capitalistica.

Con il referendum del 5 luglio, Tsipras ha reclamato i diritti della democrazia contro le imposizioni dell’economia, alzando il prezzo che i creditori devono pagare per evitare che la Grecia, paese debitore del Sud, abbandoni la partita. È una mossa azzeccata?

Sì. Il governo greco deve cercare di ottenere il più possibile dall’Unione economica e monetaria. Dopotutto, è stata proprio l’Unione monetaria a imporre alla Grecia cinque anni di austerità, senza la minima prospettiva di una ripresa futura. Il rischio, sul lungo termine, è che la Grecia non abbia comunque speranze all’interno dell’eurozona, nonostante le concessioni che riuscirà a strappare. È in corso un conflitto su chi pagherà il conto della Grecia, molto elevato sul lungo periodo. Ma tutto deriva da un’idea sbagliata: l’idea che un’economia di mercato comune conduca inevitabilmente alla convergenza della prosperità dei paesi che ne fanno parte. Piuttosto, è vero il contrario. All’interno dell’Unione europea, i paesi del Nord prosperano e prospereranno, mentre quelli del Sud soffrono. Ne deriva un’enorme pressione politica da parte del Sud per avere qualche forma di compensazione per la loro permanenza nell’euro. Credo che tale compensazione alla fine diverrà insostenibile, dal punto di vista economico ed elettorale. Non è un caso che nel Nord tutte le elezioni abbiano registrato una vittoria o una significativa affermazione dei partiti che si battono contro l’Unione europea.

Torniamo alle due ‘fazioni’ presenti anche all’interno di Syriza. Si direbbe che lei sostenga la seconda: in Tempo guadagnato definisce l’introduzione dell’Unione monetaria europea un grave «errore politico», simbolo di  un «progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato». Perché?

L’errore principale sta nell’aver imposto una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale, un regime monetario molto rigido a paesi e sistemi economici che non solo non ne traggono beneficio, ma ne soffrono. L’euro impedisce ai paesi del Sud di usare lo strumento ella  politica monetaria per bilanciare la loro relazione con il resto del mondo. Si tratta sostanzialmente della reintroduzione del Gold standard (il sistema di tassi di cambio fissi della valuta all’oro, ndr), così come esisteva prima della prima guerra mondiale. John Maynard Keynes aveva ragione quando negli anni Trenta del Novecento diceva che non si può usare il Gold standard in un’economia. Perché? Perché con il Gold standard un governo non ha strumenti per impedire che la popolazione si ritrovi nei guai a causa della bassa competitività. Non ci sono difese possibili. Le uniche sono quelle dell’abbassamento dei salari, della riduzione dei diritti, etc, tutte quelle misure che in Italia ha provato a introdurre Mario Monti. Le politiche economiche monetarie dell’Unione rispecchiano l’idea tedesca della stabilità monetaria. Imporre tali politiche a sistemi economici diversificati come quello italiano o francese è stata un’insensatezza.

Nel suo libro scrive che «l’abolizione delle monete nazionali e la loro sostituzione con una moneta unica facevano parte della logica propria della svolta liberista, che mirava a liberare l’economia e il mercato dagli interventi della politica», favorendo la «giustizia di mercato» contro la «giustizia sociale». Ci spiega meglio?

L’euro è stato ‘inventato’ negli anni Novanta, quando tra i paesi ricchi dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, c’era consenso sul fatto che l’appropriazione delle risorse economiche da parte dello Stato – in altre parole il processo democratico – fosse andato troppo oltre e andasse fermato. Come? Con le politiche dell’aggiustamento e del pareggio di bilancio. Ne seguì un periodo di consolidamento fiscale in tutta Europa, nel quale sia a Bruxelles sia al Fondo monetario internazionale era senso comune pensare che i governi dovessero puntare innanzitutto a quello. Il guaio è che, soprattutto se introdotto quando la capacità di tassare i ricchi è in declino, il pareggio di bilancio ha delle implicazioni negative: significa meno Stato, uno Stato più ‘snello’, e dunque privatizzazione dei servizi e della sicurezza sociale, e ciò a sua volta significa che gli effetti redistributivi dell’intervento pubblico (volti alla giustizia sociale) spariscono in favore della giustizia del mercato.

Lei contesta non solo l’attuale funzionamento dell’eurozona, ma l’equazione – data per scontata nel discorso pubblico – tra l’euro da una parte e l’Europa e l’europeismo dall’altra. Come replica alla cancelliera Angela Merkel, che continua a ripetere che «se l’euro fallisce, allora fallisce anche l’Europa»?

Per me l’Europa rappresenta una cultura millenaria, non ha niente a che fare con l’Unione monetaria. D’altronde l’Europa intesa anche come unione politica esiste da prima dell’Unione monetaria. L’equazione tra euro ed Europa è semplice ideologia. Ha la funzione di nascondere interessi molto prosaici. Lo dimostra il caso della Germania. Il settore esportazioni, trainante nell’economia tedesca, ha bisogno di un mercato dell’export che impedisca ai paesi importatori di svalutare la propria moneta come mezzo di protezione e difesa rispetto ai paesi esportatori. L’euro in Germania è un dogma perché è il cuore della politica economica ed estera. Angela Merkel è una donna molto intelligente, ma non nutre alcun sentimento particolare verso l’Europa. In fondo sa anche lei che l’equazione tra euro ed Europa è una sciocchezza.

Rimane il fatto che l’idea che esista una corrispondenza tra la moneta-euro e il progetto politico europeo rimane ben radicata. Anche tra i partiti di sinistra, perfino tra quelli che contestano l’Europa dell’austerity. Da dove nasce quest’idea?

Forse per capirne qualcosa di più possiamo fare un passo indietro. Alla nascita dell’Unione monetaria, che per ironia della storia fu ‘inventata’ da un francese, non da un tedesco. I francesi hanno sempre sofferto il fatto che per tutto il dopoguerra abbiano dovuto svalutare la moneta, contro quella tedesca. Ciò contraddiceva lo spirito della grandeur nazionale. In più, a partire dagli anni Ottanta, tutte le banche centrali europee seguivano le politiche interstatali della Bundesbank, la banca centrale tedesca. I francesi pensarono dunque di puntare a due obiettivi diversi, che si sarebbero dimostrati incompatibili: europeizzare la Bundesbank, in modo da poterne condizionarne la politica monetaria e introdurvi politiche economiche ‘francesi’, e allo stesso tempo usare la Banca centrale europea per imporre maggiore disciplina all’interno dell’economia francese. Jacques Delors, allora ministro francese dell’Economia e delle Finanze, all’inizio degli anni Ottanta fu spedito dal presidente Mitterand in Europa per favorire questo radicale mutamento della politica francese, che mirava a una moneta stabile e all’internazionalizzazione dell’economia. Lo stesso proposito che in Italia avevano Monti e i bocconiani, che insieme agli economisti liberali francesi pensavano in qualche modo di tornare al presidente Luigi Einaudi, un ordoliberale di stampo tedesco, importando dalla Germania una certa idea di stabilità economica che portasse all’indebolimento delle forze sindacali e dei partiti di sinistra. In Italia e in Francia c’era anche chi pensava che in questo modo si potesse imprimere alle politiche economiche europee una direzione ‘mediterranea’. Fu uno sbaglio. Quando oggi gli italiani – sbagliando – vedono in Mario Draghi l’eroe che introduce elementi non liberisti nella politica monetaria europea contro la cattiva Merkel dimostrano che la battaglia su cosa significhi l’unione monetaria è ancora in corso.

Contrariamente a quanti difendono l’euro a tutti i costi, indipendentemente dai risultati che ha prodotto o meno fino a oggi e da quelli che ci si aspetta in futuro, lei non nasconde la sua idea di «rinunciare all’euro nella veste di moneta unica», e ha proposto una sorta di Bretton Woods europea. Di cosa si tratta?

Oggi di fronte a noi abbiamo due opzioni: aggravare l’errore dell’euro, oppure favorire il ritorno in Europa a un sistema ordinato di tassi di cambi fissi, ma aggiustabili in modo flessibile, che sappia riconoscere e apprezzare le differenze tra le società europee. Nel mondo già si è fatta esperienza della combinazione di due diverse politiche monetarie, con una moneta ‘centrale’, di riferimento e di ancoraggio, associata a monete nazionali ad essa legate. L’essenza di Bretton Woods era proprio questa. Nel dopoguerra e fino agli anni Settanta, questo sistema ha permesso a paesi come l’Italia e la Francia di fare delle concessioni interne, soprattutto ai partiti comunisti e ai sindacati, in termini di concessioni salariali e generose politiche sociali, e di correggere il generale orientamento economico volto soltanto a una maggiore competitività, aggiustando l’inflazione o il deficit.  È un esempio di come si possano gestire sistemi politici diversificati e allo stesso tempo far parte di un’economia internazionale. Non è un caso che molte persone stiano ragionando su questa possibilità. Lo fanno, insieme tra loro, l’economista greco Lavapitsas e l’ex ministro delle Finanze tedesche Oskar Lafontaine.

Nel suo libro sottolinea che ciò non significa che l’euro dovrebbe essere abolito. Nel caso della Grecia, cosa comporterebbe?

L’adesione della Grecia all’Unione monetaria europea non funziona. Non può reggere. Va trovata una via d’uscita. Se la Grecia intende recuperare almeno una parte del controllo democratico sulla sua economia e cessare di essere un distretto della Germania, alla fine dovrà uscire dall’euro. Una soluzione potrebbe essere quella di  reintrodurre la moneta nazionale in parallelo all’euro. Se i salari pubblici versati dallo Stato e altre forme di pagamento fossero diciamo per il 70% in euro e per il 30% nella moneta locale, nel mercato ci sarebbero meccanismi di aggiustamento tra le due monete. Non sarebbe un passaggio del tutto inedito. Forse, è l’unica maniera per evitare la bancarotta del paese.

Eppure nel dibattito pubblico sembra che le uniche due soluzioni, tra loro opposte, siano più austerity o default…

È vero. Anche sul fronte greco non se ne parla molto, perché si vuole ottenere quanto più possibile dall’Europa. Condivido questa strategia: a volere la Grecia nell’eurozona sono stati soprattutto la Germania e la Francia. E allora che ne paghino il conto. Conoscevano i problemi greci, il clientelismo, la corruzione, eppure l’hanno ammessa. Perché? Perché alla fine degli anni Novanta la Grecia, che non riusciva ad attingere al mercato del capitale privato, dipendeva dai trasferimenti di Bruxelles tramite i programmi di aggiustamento. Ma era un periodo nel quale i maggiori paesi europei stavano consolidando il proprio budget, mentre alti paesi – pensiamo ai Balcani – reclamavano nuovi finanziamenti. Annettendo la Grecia all’eurozona, Francia e Germania hanno pensato che i greci potessero prendere in prestito il denaro anziché riceverlo sotto forma di sussidi. Così la Commissione europea e alcuni governi hanno fatto intendere ai mercati finanziari che il debito greco fosse in qualche modo un debito europeo. Nel 2009 invece, a causa della situazione economica generale, i tedeschi hanno cominciato a dire che il debito greco era soltanto greco. I problemi veri sono cominciati allora.

Vuol dire che il governo greco ha tutte le ragioni per tenere alto il livello dello scontro con la Troika?

Qui in Germania è diffusa la percezione che i greci siano i ‘cattivi ragazzi’, perché pretendono troppo. Al contrario, dovrebbero chiedere di più. Hanno diritto a farlo. I vari Schröder, Monti, Chirac, i leader europei del periodo in cui si è affermata questa particolare concezione dell’Unione monetaria e della politica economica comune, potrebbero essere chiamati in tribunale: devono rispondere di aver mentito ai propri ‘clienti’ sulla validità e sulla solidità dei prestiti che stavano erogando, o sui quali ‘garantivano’. Quanto ai greci, nel momento in cui hanno accettato i prestiti  avevano ragione di credere che li stavano ricevendo come ricompensa per la disponibilità ad accettare il Gold standard in economia, una cosa ridicola sin da allora, ridicola almeno quanto la dollarizzazione dell’economia argentina. Gli europei distribuivano il veleno al governo greco. E il governo greco a quel tempo era abbastanza corrotto da distribuirlo al proprio popolo.

Secondo la sua analisi, il fatto che per i paesi debitori sia sempre giusto e doveroso ripagare i propri debiti «è un mito che serve a costruire il mito della moralità dei mercati finanziari globali». La sovranità di uno Stato si esercita anche decidendo di non pagare i debiti?

Storicamente, ci sono stati molti governi che hanno negoziato con i creditori un alleggerimento o una ristrutturazione del debito, o che si sono semplicemente rifiutati di pagare. Non c’è nulla di morale in questo. Dipende dai casi. Senza contare che se un debitore finisce in bancarotta, in parte è anche colpa dei creditori, che non sono stati abbastanza vigili. Le banche fanno operazioni di controllo del rischio: gestiscono un portfolio di prestiti distribuito in modo tale che la percentuale minoritaria di debitori insolventi non pregiudichi il profitto totale. Da una banca ci si aspetterebbe questa forma di responsabilità. Se una banca decide di comprare titoli di stato greci, lo fa perché ritiene che dietro al rischio ci sia una forma di assicurazione politica che quei crediti verranno comunque rimborsati. Per questo, possiamo criticare i creditori quanto i debitori.

È molto diffusa l’opinione che la crisi finanziaria e fiscale degli Stati europei mediterranei, e non solo, vada ricondotta al fatto che la popolazione abbia prelevato per sé, a causa di un eccesso di democrazia, troppe risorse dai fondi pubblici. Lei sostiene invece che la causa dell’indebitamento pubblico vada ricercata non «nelle spese elevate, bensì nelle basse entrate dovute a un’economia e a una società fondate sul principio dell’individualismo della proprietà privata». Ci spiega meglio?

Su questo, il punto di vista va rovesciato. I governi devono sempre trovare un equilibrio tra le richieste dei cittadini e quelle dei ‘creditori’, ma per farlo devono essere in grado di tassare l’economia. Se trovano resistenza alla tassazione, ecco che si crea un deficit. Negli anni 70 la spesa sociale è cresciuta molto, specie per i benefit legati alla disoccupazione. Quell’aumento non dipendeva però dall’eccesso di benefit e di tutele sociali, ma dall’incapacità del sistema di creare e mantenere posti di lavoro. Intendo dire che i governi sono tenuti a compensare i danni causati da un’economia capitalistica che si evolve velocemente a scapito della struttura sociale e della sua tenuta. In Italia si criticano sempre le baby-pensioni. É una cosa stupida. Non è questa la causa della crisi fiscale dello Stato. Le vere spese sono quelle che lo Stato effettua per garantire le precondizioni affinché i mercati possano operare, oltre a quelle con cui compensa i danni dell’economia liberista. Stiamo sperimentando un problema sistemico: i costi per il mantenimento dell’economia capitalistica eccedono i benefici che ne ricaviamo. La natura sociale della produzione e la natura capitalistica delle relazioni di proprietà collidono. Dietro la crisi fiscale c’è questo.

 C’è una scuola di pensiero – riconducibile a Jürgen Habermas, con cui lei ha polemizzato all’uscita del suo libro – che dice: ‘è vero, esiste un deficit democratico in Europa, ma si può colmare politicamente, attraverso un processo di democratizzazione che culmini in una vera Costituzione europea’. Lei è molto scettico su questa possibilità. Perché?

Perché non si può elaborare alcune teoria istituzionale democratica senza tener conto della politica economica. Habermas ragiona in termini di diritto internazionale, di teorie istituzionali, ma se non teniamo conto dei fattori sistemici sottostanti, se non consideriamo le ragioni per cui la produzione capitalistica schiaccia il pubblico, qualsiasi invenzione istituzionale non risolverà nulla. Occorre riconoscere seriamente il problema attuale: il modo di produzione capitalistico è in guerra con la democrazia e con le società democratiche. Tutto ciò è evidente nel Mediterraneo: la disoccupazione giovanile lascerà tracce importanti, nella testa dei giovani e nella loro capacità di accumulare reddito. Pretendere che non sia importante è insensato. Davvero non riesco a capacitarmi di come un uomo così intelligente ancora creda che la democrazia europea possa essere una sorta di democrazia giacobina, in cui ciascuno vota per un partito, esiste un parlamento centrale rappresentativo di tutti ma non esistono i mercati, la finanza internazionale, gli egoismi nazionali. Nessuno ha idea di chi scriverà una eventuale Costituzione europea sovranazionale, e tantomeno di come potrebbe passare nei parlamenti nazionali, dove sono fortissimi i partiti contrari all’integrazione europea. Al contrario di quel che pensa Habermas, molti paesi vogliono stare in Europa non perché mirino a una Costituzione unica e democratica, ma per proteggere la propria nazionalità. Pensare alla Costituzione europea mi pare irrealistico. Soprattutto oggi, quando abbiamo problemi ben più importanti da risolvere. E molto in fretta.

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Atene, i giorni del referendum https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/atene-i-giorni-del-referendum/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/atene-i-giorni-del-referendum/#respond Wed, 22 Jul 2015 05:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27887 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

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oxi

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

Bisogna andare indietro al 4 maggio del 1941, festa di Mezza Pentecoste, quando suo nonno Ilias, dopo la messa, uscì dal villaggio dell’antica Corinto con due dei cinque figli, a piedi nudi per mettere assieme il raccolto di fave. Arrivati ai campi di Skoutela, lavorarono per qualche ora e quando furono pronti a ripartire con le provviste per un anno intero vennero bloccati da due soldati nazisti che requisirono violentemente ogni cosa. Dell’episodio Dimitris non sapeva nulla fino a oggi. Fino a che non gli è stato raccontato che le due bambine, ormai due anziane signore, girano da giorni per le case del vicinato raccontando questa e altre storie, assicurandosi che tutti votino NO. Cristiane e tradizionalmente lontane da qualsiasi sinistra, Giorgia, 85 anni, e Koula, 83, sono adesso orgogliosamente dalla parte di Tsipras per difendere il loro Paese.

La storia della famiglia Theodoropoulos è simile a quella che in infinite versioni diverse, reduplicandosi come un mito antico, ho ascoltato girando per Atene, prima e dopo un referendum storico. A Varkiza, zona residenziale ricca sul mare, un gruppo di amici conservatori per una vita e ora tutti quanti votanti NO e tutti quanti fieri di un leader come Tsipras, hanno voluto raccontarmi le loro varianti. Giannis, ottantenne ex sub, ha scandito bene le parole: “Ho visto morire uomini, donne e bambini con i miei occhi, durante l’occupazione. E adesso rivedo qualcosa di simile: esseri umani uccisi con altre armi, le armi dell’economia, che spingono al suicidio o lasciano morire chi è senza copertura sanitaria. Tutto questo deve finire”. Stelios, mediatore marittimo, ha aggiunto: “Ciò che i tedeschi non riuscirono a fare con la guerra ora cercano di realizzarlo attraverso l’occupazione economica del paese. Ma noi sappiamo difenderci”. Nikos, ex pilota, si è infiammato: “La testardaggine di Schaeuble, la sua durezza, la sua intolleranza nascono da un complesso di inferiorità tipicamente nazista. Un complesso che egli non può che rimuovere, proprio come i tedeschi rimuovono la loro storia. Fino a farci la lezione e pretendere di dettar legge. Ma io sono nato libero e voglio morire libero”.

È la storia con la S maiuscola quel che viene fuori di continuo, in questi giorni in cui Atene è il centro del mondo, e una marea di giornalisti, attivisti, studiosi, analisti di ogni Paese si è riversata attorno all’Acropoli a seguire l’evoluzione finale di una crisi che racconta meglio di qualunque altra vicenda le sorti del vecchio continente. E infatti quel che i greci rivendicano, oggi, è soprattutto il loro senso della storia, accusando quelli che sono percepiti come i maggiori oppositori, i tedeschi, di non averne affatto. “I tedeschi non capiscono assolutamente nulla e mai” mi ha detto Maria, una cinquantacinquenne di Exarhia “perché non vogliono ricordare il passato”.

Non ricordano gli orrori di cui furono responsabili durante l’occupazione, non ricordano il debito che a loro fu tagliato nel 1953, non ricordano gli affari che hanno fatto in una Grecia incancrenita dalla corruzione negli ultimi vent’anni, non ricordano quel accadde in Germania quando il debito li soffocò spingendo al potere Adolf Hitler. Più di una persona mi ha spiegato come questo deficit di memoria storica sottragga ai tedeschi la capacità di giudicare correttamente quel che sta accadendo, rendendoli propensi a imporre regole del tutto ideali che non hanno nulla a che fare con la realtà e finendo per non riuscire a prevedere ciò che è più prevedibile.

Tra gli esiti più prevedibili, per esempio, nonostante quello che è stato ribattezzato “terrorismo mediatico”, c’era soprattutto il NO grande e massiccio con cui oltre il sessanta per cento dei votanti ha sconcertato le attese europee. Ma bastava studiare un po’ di storia – mi dicono. In questo caso, bastava risalire a una vicenda stranota in patria. Quel che accadde alle quattro del mattino del 28 ottobre 1940, quando l’ambasciatore italiano a Atene, Emanuele Grazzi, recapitò a Ioannis Metaxas, primo ministro divenuto in breve dittatore, l’ultimatum con cui Mussolini pretendeva il passaggio in terra greca delle forze dell’Asse. Tre ore di tempo erano concesse per la risposta, ma Ioannis Metaxas non attese. Lesse attentamente e, secondo la vulgata ormai dominante, rispose semplicemente “Ochi”, ossia “No”. In realtà, pare che le cose siano andate diversamente e che la risposta di Metaxas, nel francese delle relazioni diplomatiche, sia stata: “Alors c’est la guerre”. Quel che importa comunque fu ciò che seguì, ossia la reazione militare greca durissima, l’esercito italiano respinto, e l’altro celebre detto “Spezzeremo le reni alla Grecia” (con cui Mussolini tentò di ostentare ottimismo) trasformato nel simbolo di una grottesca inconsistente tracotanza. La forza greca, dunque, il coraggio, la predisposizione a resistere, la disponibilità a morire pur di resistere. Tanto che quell’ “Ochi” di Metaxas, vero o presunto, è dal 1946 festa nazionale: “To megalo Ochi” “Il grande NO”. Ventotto Ottobre. Data che incornicia la targa di molte strade greche.

Ma basta dire un “no” forte e chiaro per andare avanti? Gli analisti si domandano oggi se sia sufficiente, se non sia riduttivo e disperato chiudere le porte e rifiutare gli ultimatum, quando questi ultimatum potrebbero salvare un popolo da prospettive ancora più tragiche. La risposta sta probabilmente nelle parole di un tassista con cui ho parlato la domenica del voto guidando lungo la strada che costeggia le grandi mura del Pireo, costruite da Temistocle per collegare Atene al porto e fare di essa una città marinara, aperta al mondo e alle tradizioni lontane.
Elettore di destra, Kostas a gennaio aveva votato ANEL (il piccolo partito nazionalista poi entrato in coalizione con Syriza) e alle prossime elezioni voterà Tsipras. “Ci vuole forza e coraggio a dire no”, mi ha spiegato, “Non fa piacere dire no. Però quando si rifiuta qualcosa, si apre la porta a qualcos’altro. E per me, peggio di così non può andare”. In questo caso, forse, per capire la portata del “grande Ochi” di cui mi parlava il tassista, più che la storia possono i costumi. Basta guardare e riguardare il gesto con cui i greci accompagnano il loro “no”. Nulla di simile a una scrollata di spalle o al ciondolar della testa a cui siamo abituati. La testa, invece, si alza verso l’alto, gli occhi si chiudono, le labbra si arricciano. C’è del dolore nel dire no, insomma. Perché dire no è più difficile che dire sì. E non è un caso che in greco, diversamente dalla maggioranza delle lingue, il no sia bisillabico. Due giorni dopo il referendum, Nikos, trentacinquenne, mi ha detto: “Ieri ho pensato per la prima volta che il nostro NO potrebbe davvero portarci fuori dall’euro e per un po’ di tempo ho avuto paura. Poi mi sono detto: ma quale paura? Andiamo avanti lungo la strada che abbiamo scelto. Era necessario opporsi, era necessario chiudere questo periodo”.

Scrisse Albert Camus: “Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì”.

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Gli unici tedeschi che stanno con i greci https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-unici-tedeschi-che-stanno-con-i-greci/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-unici-tedeschi-che-stanno-con-i-greci/#comments Wed, 17 Jun 2015 05:30:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27358 Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l'unilateralità dell'informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

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Riexinger

Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

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“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l’unilateralità dell’informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

Nella storia di questo partito socialista democratico che ondeggia attorno al dieci percento dei consensi, una forza tanto importante quanto sottovalutata all’estero, si specchia, rifrangendosi in una sintesi perfetta, tutta la storia politica tedesca fra Novecento e primo scorcio del nuovo millennio. Non è una storia semplice, dunque, eppure riusciamo a vederla riassunta addirittura nelle pietre di questo edificio, la Karl Liebknecht Haus. Fu qui, infatti, che nel 1926 prese sede il KPD, il Partito Comunista tedesco, intitolando quella che era nata come una fattoria alla memoria dell’avvocato che nel 1914 aveva fondato, assieme a Rosa Luxemburg, la Lega di Spartaco (movimento rivoluzionario socialista) e cinque anni dopo il Partito Comunista, poco prima di essere torturato e ucciso. Nel 1933 sul palazzo fu issata la bandiera incisa dalla svastica, il nome di Liebknecht fu sostituito da quello di Horst Wessel (attivista nazista assassinato) e in queste stanze occupate dalla polizia, si susseguirono detenzioni e torture di ebrei e avversari politici fino a quando il dipartimento per le finanze dello stato prussiano rese il Palazzo solo apparentemente più accettabile. Nel 1948, semidistrutto, l’edificio tornò a onorare la memoria di Liebknecht, accogliendo l’Istituto marxista leninista fino al 1990. È allora, caduto il muro, che questa ex fattoria inizia a raccontare definitivamente la storia della Linke. Il PDS, Partito del Socialismo Democratico, erede della SED, partito unico della Repubblica Democratica Tedesca, sostituisce l’Istituto marxista leninista e comincia il suo percorso di maturazione. Nel 2005 il PDS si prepara ad accogliere l’abbraccio di un altro partito nato in quegli anni nella nuova grande Germania unita. Sindacalisti e politici (tra cui Oskar Lafontaine), delusi dalla svolta liberista con cui Schroeder sta trasformando la SPD (il partito socialdemocratico), hanno infatti creato la WASG, Partito della Giustizia Sociale, che nel 2007 assieme ai cugini dell’est va a formare Die Linke.

“Oggi il partito deve affrontare i pregiudizi di una società profondamente anticomunista che in parte vede ancora in noi gli eredi della DDR” spiega Bernd Riexinger “C’è molta demagogia, ovvio. Siamo il partito del socialismo democratico mica un monopartito da socialismo reale. Tuttavia, è politicamente conveniente inserire l’avversario in una zona d’ombra dove cresce la paura dell’elettore. Qualcosa però sta cambiando. Le ultime elezioni regionali in cui è stato per la prima volta eletto un Presidente del nostro partito, Bodo Ramelow, in Turingia, hanno dato un segno: è possibile cominciare a immaginare una situazione di normalità politica in cui Die Linke sia accettata dalle coscienze di tutti i tedeschi”. Il caso della Turingia è notevole. Ramelow è stato eletto con il supporto del voto socialdemocratico e verde. Un’alleanza che a livello locale è molto più semplice che su scala nazionale. “Ma noi non ci precludiamo la possibilità di un’ alleanza con la SPD. Ci sono molti problemi aperti – è evidente. La precondizione necessaria per noi è che essi abbandonino le politiche neoliberiste. Diversamente, nessun punto di vista comune sarebbe immaginabile”. La possibilità di un cambiamento interno non è dietro l’angolo e Riexinger lo sa bene. L’epoca della Merkel non accenna a finire: “La propaganda governativa finora ha lasciato poco spazio agli oppositori. Da una parte essa ha a che fare con l’orgoglio nazionale, dall’altra con la paura. Mi spiego. Sono stati molto abili nel far credere ai tedeschi che qui da noi tutto va bene e che le colpe e i problemi si annidano soltanto nei Paesi più deboli economicamente. È infatti molto semplice e altrettanto convincente dire: rispetto a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, noi stiamo bene. A questo senso di orgoglio si contrappone la paura che tutto ciò possa finire, e questa fine si fa coincidere con la paventata fine del lungo periodo di potere di Angela Merkel. Cosa succederebbe senza di lei? – ci si domanda. La polarizzazione così diventa fortissima. Ma sotto la superficie le cose stanno cambiando. C’è una progressiva presa di coscienza. Le crepe di questo gioco di potere e di propaganda iniziano a mostrarsi”.

In Europa, dopo la vittoria di Syriza, queste crepe sembra siano state riassorbite in uno scontro frontale in cui sia i governi che la stampa hanno lasciato soli i greci. Le accuse politiche a Varoufakis si sono mescolate a una campagna mediatica di delegittimazione senza precedenti. “C’è un deficit di competenza nell’analisi macroeconomica che unisce tutti i Paesi. Si fonda sull’idea che il modello tedesco possa funzionare anche altrove. Eppure chiunque, anche un inesperto, può rendersi conto che si tratta di un controsenso. L’economia tedesca è fondata sull’esportazione ed è evidente che non possono esportare tutti. Ma c’è un’altra questione: Merkel e Schäuble coltivano solo gli interessi nazionali. E guardano all’Unione Europea soltanto per la competitività del mercato e non per lo sviluppo sociale. Per questo, ripeto che dovremmo tutti sostenere la Grecia nelle trattative aperte dopo la vittoria della sinistra. L’austerità non ha portato a nulla e se lo spazio di azione dei greci è talmente stretto che un governo democraticamente eletto non può proporre la ricetta che vuole, significa che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Dobbiamo tutti contribuire a cambiare la natura dell’Unione Europea, altrimenti finirà con una guerra intestina dagli esiti imprevedibili”.

Per Riexinger, uno dei primi passi necessari da compiere è una presa di coscienza legata alla capacità di scardinare alcune questioni date ormai per scontate, certezze che nessuno più mette in discussione. “Per esempio l’idea che i soldi alla Grecia servano a salvare i greci e invece sono soldi che vanno alle banche. Oppure l’idea che la crisi greca coincida con il fallimento del Paese, dello Stato, laddove si tratta di una crisi finanziaria”. Analogo il discorso per la questione ucraina. Dove sono all’opera evidentemente “interessi geopolitici e militari”. Non è strano dunque che, mentre si discute di quanto gli europei dovrebbero pagare alla Grecia, si passi sotto silenzio quanto gli europei stanno pagando per l’Ucraina. “Ma un’Europa pacifica esiste solo con la Russia. Senza, invece, sarà completamente impossibile. Dunque è necessario normalizzare le relazioni con Putin, perché quel che sta succedendo può rientrare negli interessi degli Stati Uniti ma non certo di noi europei”. Quanto all’Italia? A parlar di noi, Riexinger si illumina. Sorride. Apre le braccia. “Quando ero giovane vi invidiavo. Venivo spesso. Avevate quello straordinario partito che era il PCI. Poi la frammentazione, i dissidi interni hanno sbriciolato un grande patrimonio. Credo che ci sia davvero bisogno di un partito di sinistra vitale che restituisca speranza e motivazioni, che sappia unire e non dividere. Io sono fiducioso. Conosco le vostre risorse”.

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I greci contro l’economia dell’espulsione: intervista a Saskia Sassen https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-saskia-sassen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-saskia-sassen/#comments Thu, 21 May 2015 07:49:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26919 Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine) Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E […]

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saskiasassen

Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E può rappresentare una svolta per tutta l’eurozona, nonostante le difficoltà che incontrerà il nuovo governo di Atene. Perché il voto “dà voce a quanti sono stati espulsi dall’economia e dalla società greca”. E perché segnala la necessità di cambiare rotta: dall’economia predatoria fondata sull’espulsione a una vera economia distributiva, che punti all’inclusione.

A ridosso della vittoria di Syriza, abbiamo intervistato la più autorevole studiosa dei processi di globalizzazione per farci raccontare, attraverso il caso esemplare della Grecia, le tesi fondamentali del suo ultimo libro, Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (Harvard University Press 2014, in corso di traduzione per il Mulino). Un testo meditato a lungo, costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione” dalla lenta decomposizione dell’economia politica del ventesimo secolo. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, del contratto sociale, dell’economia, della biosfera. Per l’autrice di Città globali sta proprio qui, nel passaggio dal dentro al fuori, dall’inclusione all’espulsione, il segno di una transizione profonda, che per ora riguarda una minoranza (seppur cospicua) della popolazione e del globo, ma che è già sistemica, e che per questo può già essere temuta come un processo di graduale, lenta ma inesorabile generalizzazione di condizioni estreme. Come dimostra il caso della Grecia.

Professoressa Sassen, come giudica la vittoria di Syriza nelle elezioni greche?

Sono d’accordo con chi la interpreta come ‘la rivolta greca’ contro l’austerity. Ma è una ribellione ponderata, perché nasce dalla profonda, esatta comprensione di quali siano gli elementi essenziali di un’economia politica. Da una parte c’è l’economia politica centrata sull’austerity, dall’altra quella proposta da Syriza. Quando – come succede in Grecia – gli impiegati statali vengono licenziati, gli ospedali chiusi, quando le piccole aziende che forniscono servizi al governo non vengono pagate, quando si permette che i bambini, le donne incinte, gli anziani finiscano per strada, ma nello stesso tempo si finanziano lautamente le grandi banche, non si tratta di economia, ma di decisioni di politica economica. E del peggior tipo possibile. Syriza si pone dinanzi al disastroso insieme di decisioni imposte al popolo greco e dice: ‘No, questa non è l’unica via soltanto perché il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea pensano che lo sia. Ci deve essere un’altra strada’. 

Subito dopo l’annuncio della vittoria di Syriza, di fronte ai suoi elettori Alexis Tsipras ha detto che «il popolo greco ha fatto la storia». Il risultato elettorale può rappresentare un vero punto di svolta per la Grecia e per l’eurozona, o l’entusiasmo della sinistra europea e di Tsipras è eccessivo?

Si tratta di una svolta effettiva. Non è un caso che così tante persone prestino attenzione a ciò che accade in Grecia e che sul fronte opposto, di fronte alle promesse di Tsipras di cambiare le cose, molte altre invochino già, quasi istericamente, le vecchie obiezioni sul come un’economia dovrebbe funzionare. Gli avvenimenti della Grecia rendono evidente una questione fondamentale: l’insieme di principi che guida gran parte delle nostre economie occidentali si è dimostrato fallimentare per settori sempre più ampi della popolazione, e ha concentrato il benessere in una porzione troppo circoscritta di settori economici e di famiglie.

La volontà politica di Tsipras, per il quale la troika e i suoi diktat «fanno parte del passato», sarà sufficiente a invertire questa tendenza, perlomeno in Grecia? Lei stessa ricorda spesso che oggi occorre fare i conti non solo con le oligarchie, con le elite predatorie, ma con vere e proprie «formazioni predatorie», ben più complesse…

La volontà politica non è sufficiente, ma è essenziale. In questo caso segnala che Syriza ha la chiara comprensione e la precisa volontà per iniziare ad affrontare la crisi greca con strumenti diversi. C’è bisogno di fare, nel vero senso della parola. Non si tratta soltanto di una decisione, ma di invertire il corso delle cose. Il governo precedente ha scelto di accettare un’opzione che gli era stata presentata come l’unica. Il nuovo governo ha di fronte una sfida enorme: archiviare l’economia predatoria che concentra il benessere nelle mani di pochissimi in favore di un’economia che sia realmente distributiva. Significa muoversi verso un’economia caratterizzata in modo prevalente da salari modesti e, allo stesso tempo, profitti modesti. Non sarà semplice, soprattutto perché questa via contraddice il dogma economico dominante che ha assunto forme estreme con l’avvio dell’era della deregolamentazione e della privatizzazione, negli anni Ottanta: il profitto a tutti i costi.

«Le elezioni greche aumenteranno l’incertezza in tutta Europa», ha affermato il primo ministro David Cameron, dando voce a una preoccupazione diffusa nell’establishment europeo. In che modo il successo di Syriza condizionerà il futuro dell’eurozona?

Quello greco potrebbe diventare un interessante esperimento naturale, dimostrando che un’economia dominata da settori economici con modesti margini di profitti e salari medi può funzionare, nonostante non soddisfi i criteri preferiti dal mondo delle corporation e da molti rappresentanti delle banche centrali, sebbene non da tutti: per esempio Mark Carney, governatore della Banca centrale inglese, non è convinto del modo in cui funzionano le nostre economie, incluse quelle che apparentemente stanno facendo bene, come quella del Regno Unito.

Tsipras ha ripetuto più volte, prima e dopo le elezioni, che è intenzionato a rinegoziare il debito della Grecia. É un passo necessario per recuperare la stabilità e la sovranità dell’economia greca, come ripete il leader di Syriza, o una violazione dei patti europei?

La richiesta di Tsipras non deve sorprendere. I debiti, specialmente quelli governativi, vengono spesso rinegoziati. É una pratica piuttosto comune. Forse la più grande e imponente rinegoziazione è stata quella attuata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale a partire dagli anni Novanta con il programma destinato a 46 paesi fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries, HIPC). Venne stabilito che quei paesi non potessero restituire il debito e i termini dei programmi di risanamento vennero radicalmente modificati. È il caso più emblematico di una prassi corrente. D’altronde lo stesso accordo stipulato con l’Unione europea dal primo ministro uscente della Grecia, Antonis Samaras, non è altro che una rinegoziazione del debito.

Nel suo ultimo libro, Expulsions, lei sottolinea l’uso politico della questione del debito, già usata in passato come «strumento di disciplina» verso i paesi del Sud del mondo. Ci spiega meglio?

Il debito è stato usato spesso come strumento disciplinante. E la sua formazione varia di caso in caso. Il debito dei paesi del ‘Sud globale’, cresciuto rapidamente negli anni Ottanta e Novanta, è stato in qualche modo il risultato della vendita aggressiva di prestiti da parte delle grandi banche, che avevano un surplus di denaro di cui sbarazzarsi. In quel periodo, le banche si occupavano soprattutto di vendere denaro, mentre le attuali banche finanziarizzate sono tutta un’altra storia, non fanno soldi con la vendita diretta di debito. Allora invece era così, a causa della gran quantità di dollari dell’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), scaturita dalla crisi del petrolio del 1973. Se i paesi esportatori avessero deciso di tenersi quel denaro, la storia sarebbe andata diversamente. Ma decisero di affidarli a quelle che allora venivano definite banche transnazionali, per ottenerne profitti. Da qui, la necessità di vendere una massa di denaro insolitamente ampia.

L’altro elemento centrale nella formazione del debito nel Sud è stato la spinta per la deregolamentazione e per la privatizzazione, che ha significato la distruzione di molte aziende di medie e piccole dimensioni. I governi locali si sono pesantemente indebitati per costruire le infrastrutture di cui avevano bisogno le grandi corporation, soprattutto straniere. Sono così finiti schiacciati dalle richieste del Fondo monetario internazionale e delle corporation. Attraverso il debito, è stata modellata l’economia politica del Sud del mondo ai fini della nuova governance globale, indebolendo i governi e rendendoli dipendenti dalle organizzazioni internazionali. Tra l’altro, proprio quei meccanismi di indebitamento introdotti negli anni Ottanta hanno provocato un deficit, una lacerazione nel tessuto della sovranità territoriale nazionale dei singoli stati, rendendo più facile, oggi, per imprese e aziende straniere operare un così ampio land-grabbing nel Sud globale.

Lei sostiene che oggi un simile meccanismo sarebbe in atto nell’eurozona, dove la leva del debito verrebbe impiegata per riorganizzare l’economia politica comunitaria…

È così. I programmi di austerità e di ‘risanamento’ del debito non mirano, come sentiamo dire, a massimizzare l’occupazione o la produzione, a favorire la ‘crescita’, ma a proteggere e allo stesso tempo a consolidare il nuovo tipo di economia che ho descritto in Expulsions: quella delle formazioni predatorie. Oggi attraverso il debito i governi europei vengono usati per rendere le economie di alcuni paesi – la Grecia, l’Italia, la Spagna – funzionali agli interessi delle corporation. Per imporre un ampio progetto di ristrutturazione che favorisca l’economia privatizzata delle corporation a spese del contratto sociale. Il che spesso significa anche la distruzione delle piccole attività economiche che hanno storicamente soddisfatto i bisogni della maggior parte della popolazione. Per questo in Expulsions scrivo che i programmi di aggiustamento strutturale del Sud globale sono diventati i programmi di austerity del Nord globale. In quel caso si trattava di sollecitare i governi a una condotta appropriata: ‘governi, imparate come si fa a essere moderni’, si diceva loro. Nel  caso attuale si enfatizza una sorta di etica protestante: l’austerità! I paesi del sud Europa non sono che banchi di prova. Per questo è tanto più salutare che qualcuno cominci a ribellarsi. A partire da Atene.

In Expulsions scrive che la crisi greca non rappresenta un’anomalia, ma al contrario incarna le caratteristiche strutturali dell’economia politica di tutta l’Unione europea, mostrando la logica sistemica di una nuova fase del capitalismo: la logica delle espulsioni. Ci spiega meglio?

La mia tesi è che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso siamo entrati in una nuova fase del capitalismo, la cui logica centrale è appunto quella delle espulsioni. Intendo dire che settori sempre più ampi della nostra economia e della nostra società assumono un’importanza progressivamente minore agli occhi di coloro che decidono le regole di cosa sia un’economia funzionante. E ne vengono espulsi. Se nel periodo keynesiano l’esistenza di classi medie numerose e delle classi operarie erano elementi centrali dell’economia, perché questa era fondata sulla produzione e sul consumo, oggi appaiono molto meno rilevanti, perché è la finanza, piuttosto che la produzione e il consumo, a produrre superprofitti. Non intendo dire che il sistema precedente fosse perfetto. Tutt’altro: era segnato da disuguaglianze, povertà, razzismo, ma era un sistema che ha ampliato la classe media per generazioni.

Soprattutto, a orientare l’economia era una logica di inclusione, volta a incorporare i marginalizzati e i poveri nel mainstream economico e politico, una logica che mirava a ridurre le tendenze sistemiche verso la disuguaglianza attraverso un regime economico fondato sulla produzione e sul consumo di massa, con sindacati forti in alcuni settori e con il sostegno governativo. Dalla fine degli anni Ottanta i presupposti egalitari e keynesiani alla base di quel sistema volto alla costruzione di una società imperfetta ma giusta sono progressivamente venuti meno, contestualmente all’affermazione di nuove, inedite modalità di estrazione del profitto. Oggi domina la logica opposta a quella keynesiana, quella dell’espulsione. Un’inversione radicale, che va contrastata.

Negli ultimi anni, molti economisti hanno puntato l’attenzione sulla crescente disuguaglianza per dimostrare il fallimento delle politiche neoliberiste. Lei invece, pur facendo ricorso a dati e statistiche che dimostrano le disuguaglianze strutturali delle nostre economie, suggerisce un’altra chiave di lettura, quella delle espulsioni. Perché? 

Perché credo che di fronte alla lenta decomposizione dell’economia politica del Ventesimo secolo e all’emergere di un nuovo paradigma alcune categorie rischino di nascondere più di quanto non rivelino. Non nego la validità delle teorie e delle categorie che si concentrano sulla disuguaglianza, ma mi sforzo di chiedermi se non ci sia anche dell’altro. Attraverso la nozione di ‘espulsioni’ siamo in grado di vedere quelle tendenze concettualmente sotterranee che ancora sfuggono alle categorie geopolitiche, economiche e sociali a cui siamo abituati. È come se, per capire le trasformazioni in corso, dovessimo essere aderenti al terreno, de-teorizzare ciò che abbiamo teorizzato finora. Combinare insieme ricerca empirica e ricodificazione concettuale. E servirci con prudenza delle categorie tradizionali. La categoria di ‘espulsione’ ci permette inoltre di capire che le espulsioni vengono create, fatte, messe a punto, attraverso una serie di strumenti che variano molto, e che sono usati da attori molto diversi. Come ricordava lei prima, non si tratta soltanto delle classiche elite predatorie, ma di vere e proprie ‘formazioni predatorie’: un complesso assemblaggio di elementi multipli, una combinazione di elite e di capacità sistemiche, con un ruolo prominente della finanza, dove per capacità sistemiche intendo un insieme di innovazioni tecniche, giuridiche, finanziarie, di mercato, alle quali si aggiungono le facilitazioni governative. In altri termini, credo che ricorrendo alla nozione di ‘espulsioni’ sia più facile rendere visibile ciò che è ancora perlopiù invisibile: il passaggio dal dentro al fuori, l’attraversamento del confine, il cambiamento nelle dinamiche fondamentali del nostro sistema economico, prima orientate a incorporare sempre più persone dentro il sistema, ora invece a spingerle fuori. È importante provare a cogliere questo momento di passaggio, prima che ci dimentichiamo che sia avvenuto.

Provo a spiegarmi con uno degli esempi che porto in Expulsions: c’è stato un periodo nel quale, osservandola a volo d’uccello, l’Inghilterra poteva apparire ancora come un paese con un’economia prevalentemente rurale, mentre nei fatti il capitalismo industriale già costituiva la logica dominante dell’economia politica, e le pecore sui campi alimentavano le attività delle fabbriche in città. Oggi l’economia politica del ventesimo secolo è in decomposizione. La polvere che ne deriva ci impedisce di vedere pienamente le nuove dinamiche, le logiche sistemiche già all’opera. Per questo siamo in ritardo, nell’analisi. E per questo dobbiamo sforzarci di vedere ciò che è ancora largamente sotterraneo, invisibile. La nozione di ‘espulsione’ ci aiuta a farlo.

Tra le logiche ancora sotterranee, perlopiù invisibili, analizzate in Expulsions c’è la ridefinizione de facto dello spazio economico causata dalle politiche di austerity e dalla logica dell’espulsione che ne è alla base. Ce ne parla meglio? 

Si tratta di una riduzione dello spazio economico che esclude dalle misurazioni standard le aziende, i nuclei famigliari, i luoghi considerati prima produttivi e poi espulsi dallo spazio economico ufficiale. L’esempio più evidente è quello dei disoccupati di lungo termine, che sono stati esclusi dalle statistiche sull’occupazione. In questo modo l’andamento dell’economia appare migliore di quanto non sia nella realtà e si attraggono più facilmente gli investimenti. In modo simile, nelle statistiche ufficiali non vengono più conteggiati coloro che perdono casa e che provano a sopravvivere passando parte del tempo in chiesa, parte dagli amici, parte dai parenti, finendo probabilmente per strada. Il linguaggio ordinario, le griglie analitiche a cui siamo abituati, il riferimento esclusivo alla ‘bassa crescita’ e alle percentuali di ‘alta disoccupazione’ sono insufficienti a descrivere questo processo, che elimina di fatto dal sistema gli elementi considerati problematici. Il linguaggio della ‘crisi’ in questo senso è inservibile, perché la maggior parte dei ‘perdenti’ della fase post-aggiustamento rimane invisibile alle statistiche ufficiali. È una forma di ‘pulizia economica’. Il voto greco contesta questa pulizia economica.

Ma a chi conviene presentare statistiche ufficiali depurate dagli “espulsi”?

Anch’io mi sono chiesta a chi convenga presentare una fotografia migliore della realtà, chi abbia interesse a far sparire i disoccupati di lungo corso, i senza-tetto, a rendere invisibili quanti hanno dovuto chiudere negozi e aziende: sono gli investitori. Coloro che siedono su una importante somma di capitale (e la proprietà di capitale è sempre più concentrata) e che vogliono farlo fruttare. Per loro, perdere un intero paese non è proficuo. Molto meglio ‘recuperare’ quel paese, presentandolo come un luogo dove – secondo i termini a loro congeniali –  ci sono ancora buone possibilità di investimento.

Significa che la vittoria di Syriza va letta anche come una rivendicazione da parte degli “esclusi”, un modo attraverso il quale i “nuovi invisibili” chiedono visibilità e riacquistano protagonismo politico?

L’affermazione di Syriza va in questa direzione, perché rappresenta e dà voce a un ampio settore degli esclusi, degli espulsi. Ma va inserita in una storia più ampia. Gli accordi che presiedono l’attuale funzionamento della politica economica greca ed europea continuano a distruggere ampie porzioni del tessuto economico e sociale (oltre che culturale). Secondo la prospettiva della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, dal punto di vista del mondo delle corporation, uno ‘spazio economico’ greco radicalmente ‘ridotto’ va bene, fintanto che garantisce gli investimenti. Syriza dà voce agli esclusi, è vero. Ma il progetto dell’Unione europea va in direzione contraria: punta a rafforzare, tra gli inclusi, coloro che sono forti. Questa è la differenza. Questa la battaglia che dovrà affrontare Tsipras.

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Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’europa (e l’italia): intervista a Luciana Castellina https://minimaetmoralia.it/interviste/mattarella-napolitano-tsipras-la-sinistra-leuropa-e-litalia-intervista-a-luciana-castellina/ https://minimaetmoralia.it/interviste/mattarella-napolitano-tsipras-la-sinistra-leuropa-e-litalia-intervista-a-luciana-castellina/#comments Mon, 02 Feb 2015 14:16:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25270 «Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell'omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall'eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall'unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull'esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un'élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d'interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l'ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell'analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (...) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

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«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?

«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell’iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c’è chi ha prefigurato nel rapporto con l’Europa un parallelo con l’evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.

«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt’altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?

«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c’è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all’Apocalisse».

«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell’attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un’egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l’equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D’altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l’URSS, quanto per l’idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos’è oggi il diritto al dissenso?

«Non sono mai andata d’accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all’elezione di Sergio Mattarella?

«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d’insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?

«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all’approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell’osservanza della legge ha tentato di tutelare l’interesse generale, per non assecondare l’ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell’archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?

«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d’incarnare l’essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell’organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall’aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.

«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall’inizio nell’elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all’autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l’idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt’oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?

«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell’Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell’alienazione, nell’ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt’al più portatori d’interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l’importanza della dialettica con il movimento. Fu un’altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?

«Il Pci passò da un’opposizione d’assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all’europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un’unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l’imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all’Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l’Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l’egida di Ludwig Erhard, ministro dell’economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po’ troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.

«Questo forse è stato il tratto migliore del ’68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un’esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un’idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell’umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l’affermazione della priorità dell’individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l’uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell’apprendistato sulla propria pelle dall’infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un’intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l’intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?

«All’inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell’assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un’ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.

«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l’attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell’esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall’agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?

«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d’apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all’interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l’epoca, stabilimento siderurgico.

«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C’era il problema della modernizzazione dell’Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d’archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l’Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?

«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All’inizio c’è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d’impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull’austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l’inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c’è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell’Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.

«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c’era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un’aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c’era il mondo intero».

L'articolo Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’europa (e l’italia): intervista a Luciana Castellina proviene da Minima et Moralia.

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Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/ https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/#comments Sun, 25 Jan 2015 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25140 Pubblichiamo l'intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L'intervista - l'unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio - è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

L'articolo Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro proviene da Minima et Moralia.

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0301_alexis-tsipras_1260Pubblichiamo l’intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L’intervista – l’unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio – è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

È probabile che, se quel giorno verrà, come tutti i sondaggi sembrano anticipare, gli altri ventisette leader (fra cui una sola unità – Tsipras lo ha sempre ripetuto – una sola su ventotto è rappresentata da Frau Merkel) non saranno impreparati. Quel che Syriza – il partito della sinistra radicale di cui Tsipras è presidente – chiede, del resto, è noto da tempo e gira principalmente attorno a due mosse: la cancellazione della maggior parte del debito greco, esattamente come si fece per la Germania prostrata dalla guerra con la Conferenza di Londra del 1953, e una “clausola di sviluppo” per pagare la restante parte non indebitandosi ulteriormente ma in relazione alle entrate prodotte dalla crescita economica del Paese. È difficile immaginare oggi come potrebbero andare quei negoziati. Una cosa è certa: Alexis Tsipras non ha limitato la portata delle sue richieste a quella che potrebbe sembrare la mossa più semplice e vantaggiosa per il proprio Paese che, sessant’anni dopo la Germania, è a sua volta prostrato da cinque anni di austerità che assomigliano a una guerra. La sua idea si inscrive in un progetto ben più ampio, in cui – ne è sicuro – rientra il destino dell’Europa tutta, della sua autonomia, della sua esistenza come idea fin dalle origini. Perché sarà in quel momento, in quegli incontri da cui i funzionari della Troika saranno tenuti lontani, che sarà possibile capire se l’Europa ha un futuro, se si vuole continuare con “l’estremismo dell’austerità” o si vuole costruire un’unione fondata sulla solidarietà, la democrazia, la coesione sociale. Tsipras sembra avere pochi dubbi. Come chi sente di avere in mano il suo stesso destino.

“La parola “crisi” in cinese ha due facce” dice e forse è fiero di non ricorrere all’etimologia greca antica del termine “Da una parte c’è il pericolo, dall’altra la possibilità, la speranza. Finora abbiamo vissuto la crisi come un pericolo. Direi che è arrivato, per tutti, il momento della speranza. Dico per tutti e intendo per tutti in Europa. Perché è chiaro che fino al 2012 si è guardato alla crisi come un fenomeno soprattutto greco, ma poi è diventato evidente che la questione riguardava l’Europa in generale. Ora, la teoria economica prevede tre modi per affrontare la crisi del debito pubblico. Il primo è l’austerità e dopo quattro anni possiamo constatare che la medicina ha peggiorato la malattia del paziente: avevamo un debito del 120 per cento sul PIL e oggi è cresciuto fino a sfiorare il 180 per cento. Sarebbe grottesco continuare su questa strada. Il secondo è il contrario del primo e prevede una politica di espansione, di aumento della spesa pubblica. Il terzo è il taglio del debito. Ossia quel che proponiamo noi, ma attenzione: i risultati non li vedrà solo la Grecia o solo l’Italia che ha un debito del 132 per cento del PIL ma di gran lunga maggiore quantitativamente rispetto al nostro. Dei risultati godrà tutta l’Europa. Da qui infatti partirà finalmente l’effetto contagio che si è sempre temuto, ma il contagio stavolta andrà inteso in termini positivi, il famoso effetto domino, certo, ma che non porta caduta, al contrario. Quello di cui c’è bisogno infatti è fiducia, sviluppo, un nuovo clima anche sui mercati”. Gli avversari politici di Tsipras liquidano le sue parole come ingenuità, illusioni, vaneggiamenti che porteranno soltanto disastro. Lui non si lascia scalfire dalle accuse e le giudica alla stregua di reazioni disordinate e quasi disperate. Da una parte perché percepisce la fiducia che si è creata attorno a lui anche da parte di un elettorato che tradizionalmente gli era avverso e che – dice – “ha provato sulla sua pelle le menzogne di chi li ha governati in questi anni”. Dall’altra perché sta ricevendo dall’estero un sostegno più ampio di quanto si prevedesse. Giornali per natura lontani come il Financial Times non sembrano avere nessuna paura di un suo prossimo governo. Economisti più tradizionalmente vicini, come Thomas Piketty, autore del bestseller Il capitale nel XXI secolo, approvano, chiedendosi dove sarebbe andata a finire la Germania se invece di vedere il suo debito tagliato dal 200 al 30 per cento del PIL nel 1953 fosse stata costretta alle politiche di austerità che pretende di imporre ora.

“La paura” ripete oggi Alexis Tsipras “non è più dalla nostra parte. Nel 2012, una campagna selvaggia di ricatto aveva spinto la maggioranza dei Greci a credere al fantasma del cosiddetto Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro. Merkel e gli altri leader che intervennero pesantemente nella nostra campagna elettorale volevano che diventasse premier Samaras, uno su cui potevano contare perché erano certi che non avrebbe ostacolato le loro politiche. La paura sparsa a arte fu un’arma letale. Oggi questa paura ha cambiato fronte: è passata dalla loro parte. Perché sanno che noi non ne abbiamo più. E sanno che il giorno dopo le elezioni, quando sarà evidente che la nostra vittoria non porta terremoti né scenari apocalittici, un’onda positiva si libererà sui mercati e il cambiamento avrà inizio. Di quel cambiamento hanno paura. Perché, come ho già detto, le cose sono destinate a trasformarsi in tutta Europa”.

In Grecia, se Tsipras riuscisse a vincere e a conquistare una maggioranza salda (l’ipotesi più difficile da prevedere perché la legge elettorale qui è un complicato gioco di numeri), i primi passi del suo governo sono stabiliti da un programma presentato a Salonicco ben prima che l’ipotesi di andare al voto diventasse concreta. È un programma d’impatto, teso innanzitutto a cercare di porre rimedio al dramma umanitario che la Grecia sta vivendo. Di questi giorni è la notizia che tre famiglie su dieci vivono sotto la soglia di povertà, dove si intendono famiglie da due a quattro membri con meno di diecimila euro all’anno (gli altri dati che certificano il dramma greco a fine pagina). Elettricità, casa, buoni pasto, assistenza medica, trasporto pubblico, riscaldamento per i più colpiti dalle misure di austerità sono fra i primi punti del programma (dettagliatamente riportato nei libri di Synghellakis e Deliolanes in uscita in questi giorni), un programma che si estende poi ai primi investimenti per il rilancio dell’economia e dell’occupazione e si chiude sulla riforma della politica.

“Quello di cui abbiamo bisogno è una vera e propria rinascita” spiega Tsipras “E soprattutto la ricostruzione di un ponte ormai in macerie che unisca i cittadini e il sistema politico. Perché, vede, la Troika ha imposto tante riforme ma nessuna ha cercato di colpire, per esempio, i grandi evasori fiscali o chi porta i soldi in Svizzera. La Troika non ha mai cercato di spezzare quello che io chiamo “il triangolo del peccato”, ossia quel circolo vizioso che in Grecia ha portato rovina: il potere politico (lo stesso da quarant’anni, i due partiti che si sono alternati al governo: i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Demokratia), i banchieri (sempre gli stessi anche dopo la bancarotta), i massmedia. Con i politici che davano soldi ai banchieri e i banchieri che li davano ai media i quali a loro volta offrivano supporto a politici e bancarottieri. Questo triangolo la Troika non ha mai voluto spezzarlo. Ma ci penseremo noi. Per avere meritocrazia, giustizia, diritti democratici per tutti. È evidente che questo non ci distinguerà in nessun modo da Paesi in cui prevalgono politiche liberiste. Ma è necessario che le condizioni del nostro Paese tornino in uno stato di normalità per avviare la ricostruzione dei diritti del lavoratore, calpestati in questi ultimi anni, una ricostruzione che porteremo avanti all’interno delle organizzazioni europee per i diritti del lavoro. La Grecia non diventerà un soviet, insomma”.

Di strada ne ha fatta, Alexis Tsipras, quarantenne ateniese, ingegnere, da quando sei anni fa divenne Presidente di quella che era nata come l’alleanza di molte sigle della sinistra radicale e che faticava a superare la soglia di sbarramento fissata dalla legge elettorale al tre per cento. Le stanze dove nel 2009 lo incontrai per il Venerdì erano disseminate di scatoloni zeppi di volantini. Giovani si aggiravano frenetici interrompendolo in ogni momento e lui con pazienza già mi spiegava come le socialdemocrazie europee si stessero dissolvendo nel liberismo, mentre le élites politiche avevano perso il polso della realtà, rinchiudendosi in una vita asettica lontana dalla strada. Nessuno però dentro Syriza avrebbe mai pensato che il governo potesse diventare una prospettiva realistica in così pochi anni. Certi di un eterno lavoro di opposizione, si divertivano a leggere sondaggi che assegnavano al loro giovanissimo leader un consenso già allora strabiliante. Poi venne la crisi e con essa le politiche di austerità, la troika, un “protettorato che non siamo in nessun modo disposti a sopportare”. Oggi quelle stanze sono cambiate, ma il partito è sempre immerso nel turbinio di migranti che popolano piazza Koumoundourou, anche detta Piazza Eleftherias, ossia della Libertà.

Di nazionalizzazioni non si parla più, qui, ma quello su cui Tsipras è irremovibile è che le privatizzazioni devono finire: “Certi beni, come l’acqua e l’energia devono restare nelle mani dello Stato, senonaltro per garantire la sicurezza e la difesa dei cittadini. Dell’Ente voluto dalla Troika per vendere beni statali invece posso dire soltanto che è servito a un esperimento neoliberale estremo ma che faremo fallire: privare completamente un Paese delle sue proprietà pubbliche”. La vendita di isole, spiagge, litorali incontaminati che ha sconvolto l’opinione pubblica, sarà interrotta. “Anche perché finora non ha portato soldi ma solo svendite, semplici cambi dei titoli delle proprietà: da pubbliche a private. Come per l’immensa area di Ellinikò (il vecchio aeroporto cittadino dismesso) la cui vendita è stata trattata per quattro volte meno del prezzo di mercato”.

Quanto a mantenersi in contatto con la società civile, Syriza non può cambiare. Non ci si può rinchiudere nelle stanze di partito. C’è una dimensione personale e spirituale che non si deve mai abbandonare. Tsipras è reticente a parlarne. Le polemiche della campagna elettorale greca hanno puntato spesso il dito sul suo ateismo, lui che non è sposato e ha due figli non battezzati di cui uno di secondo nome fa addirittura Ernesto… Ma non c’è molto da rispondere a polemiche del genere, secondo lui. I fatti parlano da sé. E i fatti raccontano che in questi giorni in giro per la Grecia, Tispras ogni sera torna nel suo semplice appartamento del quartiere popolare di Kypseli, dalla sua famiglia. Su religione e spiritualità non si specula. “Innanzitutto perché in questi tempi in cui assistiamo a un’escalation di volenza del fondamentalismo è necessario un sereno confronto fra forze politiche e esponenti religiosi. Eppoi perché io ho i miei principi e il mio modo di vivere la spiritualità ma non lo metto sul tavolo della propaganda politica”. Gli sarebbe facile. È stato uno dei primi politici a incontrare il Papa, ha visitato il Monte Athos dove per tre giorni si è adeguato alla vita monastica e conosce molto bene l’attivismo della Chiesa che in Grecia, in questi anni, ha contribuito in maniera speciale a erigere un argine contro il dramma umanitario. “In periodi di crisi così acuta, la sinistra e la Chiesa inevitabilmente si incontrano e cooperano per essere vicini a chi soffre e per strutturare la solidarietà. Con Papa Francesco abbiamo parlato proprio di questo”. Di più, Tsipras non vuole dire. Insisto: “Ho letto che dopo il vostro incontro il Papa ha commentato: “le sue parole sono una melodia di speranza”. Tsipras apre le mani e solleva le sopracciglia in un gesto tipicamente greco, poi ripete: “Prevaleva la paura nel 2012. Adesso c’è solo la speranza. La speranza vincerà la paura. I problemi saranno enormi e difficili da affrontare, inutile negarlo, i numeri lo dicono chiaramente. Ma cambierà l’atteggiamento psicologico in Grecia eppoi cambierà anche in Europa. E quello che pochi vogliono ricordarsi è che l’economia per metà è psicologia. Dunque anche l’economia riceverà i frutti salutari di questo straordinario cambio di atteggiamento”.

NOTA:

2010-2015: I numeri della Grecia dall’inizio degli “aiuti” della Troika:

-Il debito pubblico è passato dal 124% al 175% del PIL.
-Il PIL è sceso del 20%.
-La disoccupazione è passata dal 15 al 27% (tra i giovani è al 62%).
-240.000 piccole e medie imprese hanno chiuso (erano 745.677).
-I senzatetto di Atene erano circa 3000. Ora sono circa 35000.
-La spesa sanitaria è scesa del 25% (3 milioni – sui quasi 11 milioni di abitanti – sono privi di copertura sanitaria).
-330.000 sono le case senza elettricità.
-150.000 i giovani che hanno lasciato il paese.
-I suicidi sono cresciuti del 43%.

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Come conservare un’idea di utopia nelle depressive elezioni di domani. https://minimaetmoralia.it/politica/come-conservare-unidea-di-utopia-nelle-depressive-elezioni-di-domani/ https://minimaetmoralia.it/politica/come-conservare-unidea-di-utopia-nelle-depressive-elezioni-di-domani/#comments Sat, 24 May 2014 13:19:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20927 Domani si vota, io voterò Tsipras. Ieri si sono concluse le campagne elettorali; e andarsi oggi, con calma, a riascoltare i comizi finali, a leggere le dichiarazioni d'intento, e spulciare i programmi, è quello che farà forse una parte piccola di quell'immensa folla di tuttora indecisi. Viste in differita, le ultime fasi, le ultime piazze lasciano una sensazione, un'impressione sottocorticale di delusione. Al di là degli appelli alla speranza, all'emozione, alla rabbia buona, l'aria che si respira è quella di dismissione, di risentimento, di passioni tristi, di depressione di massa: un senso anticlimatico per cui sembra di assistere a un processo ineluttabile di crisi irreversibile. Il linguaggio politico è fatto di piccolo cabotaggio, frecciatine, riferimenti pop. Le battute finali di Renzi e Grillo (il derby che nessuno auspicava) sono tutte in minore, un dai! dai! dai! contro una cupio dissolvi.

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Domani si vota, io voterò Tsipras. Ieri si sono concluse le campagne elettorali; e andarsi oggi, con calma, a riascoltare i comizi finali, a leggere le dichiarazioni d’intento, e spulciare i programmi, è quello che farà forse una parte piccola di quell’immensa folla di tuttora indecisi. Viste in differita, le ultime fasi, le ultime piazze lasciano una sensazione, un’impressione sottocorticale di delusione. Al di là degli appelli alla speranza, all’emozione, alla rabbia buona, l’aria che si respira è quella di dismissione, di risentimento, di passioni tristi, di depressione di massa: un senso anticlimatico per cui sembra di assistere a un processo ineluttabile di crisi irreversibile. Il linguaggio politico è fatto di piccolo cabotaggio, frecciatine, riferimenti pop. Le battute finali di Renzi e Grillo (il derby che nessuno auspicava) sono tutte in minore, un dai! dai! dai! contro una cupio dissolvi. Il primo, viene da dire, avrebbe volentieri fatto a meno di quest’appuntamento elettorale: non è riuscito a trasformare il suo carisma da primarie in un valore aggiunto. Il comizio a Firenze è un comizio buono da sindaco uscente e da segretario di partito, non da quel futuro leader nazionale che vorrebbe essere. Il secondo è invece veramente la sintesi di un decennio di disastro post-prima Repubblica. Simbolo e frutto non dell’antipolitica, ma dell’antilogica: un mischione di riferimenti totalmente decontestualizzati, di sentimenti perversi, confusi, autocontradditori, che però hanno trovato una forma di aggregazione, lo zapping fatto voto, il disagio psichico (e lo dico senza giudizio negativo, ma ammirato dall’efficacia di questa strategia di propaganda) messo a valore, trasformato in collante identitario.

Il punto più estremo della serata di ieri a Piazza San Giovanni è stato sicuramente l’intervento di Roberto Casaleggio: vestito con un trench nero con le maniche troppo corte, il cappellino in testa sui capelli lunghi e ricci, la sua figura è indubitabilmente la sorpresa semantica della nuova politica. Un Quelo oscuro, un personaggio comicamente lynchiano, un profeta alla Steve Jobs virato HTML. Le sue parole, pronunciate con un tono adenoidale tra il dialettale e il robotico, vanno riportate per esteso:

Scusate l’emozione. Di solito parlo con al massimo dieci persone. E in questo momento non so quante ne ho davanti. Mi sono appuntato due tre cose, la memoria, spero di non dimenticarmele. Al massimo ho un foglietto in tasca, lo tirerò fuori, mi scuserete. Ricollegandomi a stasera mi ricordo che un giovane medico di Avellino, diciamo nei momenti più difficili che ci sono in questi casi, mi disse ‘Ci sono molti motivi per vivere’. Sicuramente uno dei motivi per vivere è essere qui stasera. Allora io non penso che un politico sia bravo o cattivo se sta a destra a sinistra, se sia stato del Partito Comunista o sia stato del Movimento Sociale. Io penso che in tutti i partiti ci siano delle brave persone e dei delinquenti. Sicuramente una persona che noi possiamo considerare, indipendentemente dalla sua appartenenza politica, una persona onesta è Enrico Berlinguer. Che fu uno dei pochi italiani a riempire questa piazza. Evidentemente quando ieri il cosiddetto premier ha detto a Beppe Grillo di sciacquarsi la bocca non sapeva che cosa stava dicendo. Io vi chiederei – perché la mia voce è una sola voce e io non sono abituato ad alzare i toni, non sono capace di gridare – chiederei a tutti voi di gridare Berlinguer, in modo che lo sentano fino a Palazzo Chigi. E a questo punto chiederei a loro di sciacquarsi la bocca. Berlinguer in una famosa intervista molto preveggente all’inizio degli anni ’80 lanciò la questione morale. Ecco la questione morale si sta riproponendo oggi in modo enorme rispetto ad allora. Però il Partito Comunista di allora aveva nel suo dna la questione morale, il Pd ha oggi nel suo dna la questione immorale. È questa la differenza… Poi vorrei chiedervi ancora una cosa di carattere evangelico. È la stessa cosa che disse Papa Giovanni molti anni fa, una sera che c’era la luna piena. Stasera purtroppo non c’è la luna piena, però perlomeno non ha piovuto. Però stasera quando tornerete a casa ci sarà qualcuno che non è voluto venire, che non crede che il Movimento possa cambiare l’italia, che pensa che Grillo gridi e basta, che noi facciamo proteste e non proposte… Quando tornate a casa a queste persone fate una carezza e ditegli Questa è la carezza del Movimento… E ditegli che il vostro futuro dipende anche da loro. Cercate di convincerli, non ci dovrebbe essere molta difficoltà a farlo. Però è un discorso che riguarda la nazione italiana. Noi rischiamo se non ce la facciamo questa volta di non farcela per decenni. Quindi non possono tirarsi indietro, non possono votare scheda bianca e soprattutto non possono votare quelli che hanno distrutto l’Italia. Tornate a casa e fate una carezza a nome del Movimento a queste persone. In alto i cuori, e che la forza sia con noi.

Casaleggio, dopo aver creato quel prodotto difettoso che è stato Di Pietro, si è accorto che poteva proporsi con un brand di maggiore vendibilità. Il Movimento Cinque Stelle è un prodotto politico altamente competitivo; in questo Casaleggio è un pubblicitario più aggiornato rispetto a Berlusconi. Il suo discorso, come l’intervento di Grillo da Vespa, mostrano non soltanto l’assoluta inconsistenza del loro progetto politico, ma la risibile capacità retorica. Eppure. All’improvviso mentre vediamo dimenarsi Fabrizio Moro sul palco, proviamo un senso di straniamento reale. È come se Chance di Oltre il giardino si fosse all’improvviso incazzato. Ma cosa stanno vendendo, allora, e come è possibile che ci riescano a piazzare il loro prodotto così facilmente? Non occorre ripescare McLuhan per capire che Casaleggio e Grillo stanno continuando a vendere, come prodotto, il feticcio della partecipazione. Stanno spacciando una specie di metadone invece di quella droga chiamata politica. Piazza San Giovanni + Berlinguer + Papa Giovanni usati come frammenti identitari in modo così volgarmente decontestualizzato danno proprio questo risultato: provocano la sensazione di fare parte di qualcosa. Il blog più visitato d’Italia!, con i suoi inutili commenti (che senso hanno 10000 commenti ad un post a cui nessuno risponde?), consente in ogni istante di provare questa sensazione di appartenenza, fondamentale per chi è un animale sociale come noi, ancor più in una dimensione contemporanea come la nostra dove le comunità – famiglie, parrocchie, luoghi di lavoro… – non sono ormai tali. Inoltre Grillo & Casaleggio hanno oggi un paio di armi in più rispetto a Berlusconi. 1) Il sincretismo che mette insieme MSI e PCI, papi e anticlericali, può essere molto più utile, in termini di marketing, dell’anticomunismo. Berlusconi aveva capito che c’era un vuoto creato dall’evaporazione di un’identità democristiana; oggi Casaleggio ha capito che c’è un vuoto creato dalla fine di tutti i paradigmi novecenteschi, quello critico, quello storicista, quello della democrazia pluralista… Uno vale uno, certo, ma soprattutto: tutto vale tutto. Il Movimento 5 Stelle nasce senza radici, “non è un partito, è un modo di pensare il mondo”, e mette in discussione la modernità ancora di più del berlusconismo: non soltanto Casaleggio ieri ha mostrato un momento di puro post-modernismo detournando Berlinguer e Papa Roncalli, ma anche Grillo ha avuto buon gioco a citare un brano Chaplin come se avesse trovato una chiave politica in un brano talmente evanescente da potersi leggere con significati anche antitetici. Casaleggio e Grillo hanno deciso di spostare il processo ermeneutico tutto sul ricevente, riservandosi la proprietà dell’emissario e del messaggio. Non importa quello che capisci, l’importante è che stai con noi. 2) La televisione si può spegnere. Il famoso spot degli esordi delle Reti Fininvest (“Corri a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta”) segnava, per dirla alla Sennett, il nostro declino dell’uomo pubblico, ma lasciava almeno libero il tempo non domestico. Se la televisione diventava, come avevano profetizzato Jerry Koszinski e Hal Ashby, il luogo principale del dibattito pubblico e quindi della verità, oggi quel luogo è sostituito dalla rete. E la rete, al contrario della televisione, è sempre accesa. Si parla di Grillo anche se Grillo non c’è. La rete può essere il luogo dell’immediatezza della reazione, e questo per un pubblicitario è la manna, più della possibilità di fare delle televendite. Così il Movimento Cinque Stelle si è pensato la politica dell’immediatezza, della mancanza di riflessione, del rifiuto dell’analisi. Se Peter Finch in Quinto potere e Adriano Celentano a Fantastico di qualche anno dopo gridavano: “Ora spegnete tutti la televisione!”, è chiaro che la retorica di Grillo – se ci si va a vedere i suoi spettacoli degli anni ’80 e ’90 su youtube – è riuscita a capitalizzare il godimento di questa interazione-feticcio. Ho spento la tv, e poi? Ho gridato “Sono incazzato nero” e poi? Ho urlato Berlinguer! Berlinguer! in Piazza San Giovanni e poi?

In un episodio della nona stagione dei Simpson, Spazzatura fra i titani, Homer si dà alla politica. Springfield ha un problema con i rifiuti. E soprattutto Homer in realtà si scoccia di portare la spazzatura fuori casa. Da lì decide di candidarsi contro il capo dei netturbini in sciopero e vince con lo slogan perfetto: “Non può farlo qualcun altro?”. Tutti votano Homer; a chi va di portare la spazzatura fuori casa? A chi va di occuparsi di rifiuti? Ci ripensavo l’altro giorno, leggendo le tragicomiche vicende del sindaco Pizzarotti a Parma, eletto dopo una campagna feroce contro l’inceneritore, che invece è entrato in funzione due mesi fa. L’idea alternativa alla gestione dei rifiuti tramite inceneritore per Pizzarotti era esportare i rifiuti in Olanda, dove sarebbero stati inceneriti. I bambini di Parma non dovevano essere esposti ai fumi tossici, i bambini olandesi sì. Perché non può farlo qualcun altro?

Ogni punto del programma di Grillo lascia sempre aperti questi interrogativi: togliamo l’Euro e poi? Come facciamo a garantire un reddito di cittadinanza? Cosa vuol dire più investimenti nell’agricoltura? Qualcuno ha lodato la performance di Bruno Vespa nel suo faccia a faccia con Beppe Grillo, ma se invece della diretta quel qualcuno si fosse visto il filmato di Porta a porta con acribia, avrebbe riconosciuto che Vespa non ha esercitato praticamente mai il suo ruolo di giornalista: non vaglia nessuno dei dati che dà Grillo, non lo incalza sulle sue contraddizioni, gli lascia cambiare discorso quando vuole, si finge al massimo piccato. Quello che Grillo ha detto, esaminato con un minimo di fact checking, si rivela ridicolo. Dati riferiti a cazzo, un’assoluta mancanza di chiarezza sulla realizzabilità dei sette punti del programma, etc… (Qui Michele Di Salvo fa un elenco minimo delle fumosità del programma grillino) Perché Vespa non si era preparato in maniera adeguata? Perché non c’erano delle grafiche elementari a inchiodare Grillo alle sue contraddizioni? Perché di fronte alle sue vaghezze, non gli sono state poste delle domande secche? Una per tutte: quella sull’immigrazione. Di fronte alla domanda nel merito di Vespa, Grillo è stato ancora più elusivo. Non gli poteva chiedere: lo vuoi abolire o no Dublino II? È chiaro, per me è straevidente, che quello dell’immigrazione è un nodo irrisolto – non solo per incompetenza in materia – del Movimento Cinque Stelle. Anche nel comizio di ieri di Piazza San Giovanni, Grillo si è rivolto alla folla presentandosi con forti accenti nazionalisti, inneggiando all’italianità (“sarà un popolo che deciderà la sua sovranità economica monetaria culturale”), e se c’è un aspetto che salta agli occhi per me nella composizione del Movimento Cinque Stelle è da una parte la mancanza di immigrati di prima o seconda generazione tra i suoi militanti o sostenitori (figuriamoci fra i candidati) e dall’altra l’impreparazione rispetto a un contesto europeo: quale collocazione nel Parlamento, quali sono le battaglie comuni che intendono fare con altri movimenti? (en passant, questo video del Fatto dimostra anche l’impreparazione linguistica).
Ogni volta che ho a che fare con Grillo, considero: ma davvero la possibilità di trasformazione sociale è diventata questo? Che cos’è successo che ha ridotto a questo gliommero di confusione e frustrazione il radicalismo, l’utopia? Perché il conflitto sociale, la lotta di classe, la voglia di emancipazione si è tramutata in questo neologismo appiccicaticcio, “la rabbia buona”?

Ma anche guardando con attenzione il comizio di Renzi ieri, notavo come la sua verve fosse spompata. I richiami alla bellezza (Brunelleschi e Dante, etc…) e alla onestà (l’antimafia, etc…) sono, anche questi, tanto vaghi da non risultare coinvolgenti. Così come le critiche all’ira e alla furbizia di Grillo, che esalta o sbeffeggia l’inno d’Italia a seconda di dove si trovi a fare il comizio, non affondano. Perché? Perché dall’altra parte c’è uno che lo chiama “l’ebetino”, certo, e anche perché il Renzi rottamatore faceva più presa del Renzi statista. La rottamazione è rottamata. Io a Roma avrei da votare, nel listino Pd, una serie non indifferenti di nomi da vecchia nomenklatura: perché dovrei appassionarmi ai discorsi di Renzi sull’edilizia scolastica?

Ma c’è un altro elemento per cui la retorica di Renzi risulta per me essere poco coinvolgente. E che per quanto io possa ritrovarmi in un sistema di valori comune a quello evocato da Renzi (talmente scontato che sarebbe difficile non riuscirci), non mi riconosco per nulla nella sua analisi della società. E qui anche, mi viene da dire, come potrei? Il PD ha buttato via con Renzi non solo l’acqua sporca delle burocrazie gerontocratiche, ma ha fatto un repulisti definitivo di quello che rimaneva – seppure come un’ombra – dell’analisi marxiana del mondo (il bambino, già). L’unico momento in cui parla di “giustizia sociale” (il resto è tanto coraggio, determinazione, futuro…) è quando evoca gli ottanta euro. L’unico momento in cui parla di immigrazione è quando richiama la piazza al senso dell’umanità. Le domande vere che Renzi si tira sono per me ineludibili: cos’è che continua a produrre questa sperequazione sociale, quest’Europa a due velocità, questa fortezza-Europa? È qui che Renzi risulta più fumoso. E si rivela come le risposte di Grillo (l’onestà) e di Renzi (l’umanità) siano delle prospettive sovrastutturali, incapaci di analizzare i dispositivi che producono corruzione e disuguaglianza, privilegi e mancanza di diritti elementari. Le critiche che destina alla finanza sono dei buffetti, le sue posizioni sull’austerity alla fine coincidono con quelle di Grillo e anche di Forza Italia. Persino Toti ha dichiarato che bisogna rivedere il Fiscal Compact. Ma anche qui, secondo quale analisi e secondo quale prospettiva?

In più, è vero che dal punto di vista performativo, l’aggressività di Grillo funziona e funzionerà sempre di più man mano che la crisi economica si approfondirà. Non so in quale Paese voi viviate, ma nel mio accade che le persone perdono il lavoro, la gente a 40 anni torna a vivere dai genitori, l’università e la scuola non hanno fondi, gli psicofarmaci si diffondono sempre più, molti fanno fatica a curarsi e i Compro Oro sono dappertutto. La distopia è qui. Si può contenere questa rabbia? Grillo si ascrive il merito di non aver fatto degenerare la disperazione nel consenso per formazioni tipo Alba Dorata. Per me è accaduto effettivamente il contrario. Grillo e Renzi hanno impedito e stanno impedendo la formazione di una sinistra internazionalista vera. Non di contenimento dell’austerity, ma di contrasto all’austerity. Non di revisione dei patti con la Libia sull’immigrazione, ma di reale accoglienza e scambio (chiudere domani i Cie, per dirne una). Non di piccoli interventi sui lavori pubblici, ma di un New Deal strutturale. Non di 80 euro, ma di profonda redistribuzione delle ricchezze. Il tentativo che ha fatto la lista  Tsipras in questa campagna elettorale è stato faticoso e alle volte goffo. Ma è chiaro che i temi che ha sollevato sono quelli di cui si discuterà in Europa per i prossimi 20 anni. Io, come dicevo voterò i candidati della loro lista. Lo faccio con la frustrazione di chi sa che nel tempo troverà ragione. Ripensavo a questi giorni a Genova 2001. Una delle battaglie minoritarie, di movimento, che erano simboliche al G8 di tredici anni fa era quella per la Tobin Tax: oggi chiunque in Europa sa cosa quanto le transazioni finanziarie abbiano creato questa crisi e l’economia speculativa abbia affossato l’economia reale invece di stimorarla. Quella contro una finanza impazzita che allora era una battaglia sul campo, con i suoi morti e i suoi feriti, oggi alle volte viene sostenuta anche da chi armava quella repressione. Così mentre domani andrò a votare, solo con l’inerzia del pessimismo della ragione, proverò a pensare che, nonostante gli orizzonti neri quanto i trench di Casaleggio, è possibile coltivare delle forme di utopia. Un’Europa dei popoli, e non dei populisti.

 

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