Alfano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfano/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Mar 2014 10:35:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alfano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfano/ 32 32 Siamo rovinati, ci piaceva di più lamentarci https://minimaetmoralia.it/societa/siamo-rovinati-ci-piaceva-di-piu-lamentarci/ https://minimaetmoralia.it/societa/siamo-rovinati-ci-piaceva-di-piu-lamentarci/#respond Thu, 27 Mar 2014 11:10:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19585 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

Il ministro? Ma che, sei matto?». B. è un grande amico mio, ha quarant'anni, è romano, sta facendo una rapida e meritata carriera nell'unica tecnostruttura rimasta in un Paese di tensostrutture, ci vediamo per un aperitivo a Monti proprio il giorno dopo il giuramento di Matteo Renzi, cioè 24 ore dopo l'arrivo dei Giovani al Potere, e cioè giovani mica tanto, i nostri coetanei insomma; evento comunque che ci angoscia molto, se ci mettiamo qualche bicchiere per ammetterlo sinceramente.

«Ma che, sei matto?», mi dice, perché per scherzo gli ho chiesto se lui, richiesto, lo farebbe, il ministro.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

«Il ministro? Ma che, sei matto?». B. è un grande amico mio, ha quarant’anni, è romano, sta facendo una rapida e meritata carriera nell’unica tecnostruttura rimasta in un Paese di tensostrutture, ci vediamo per un aperitivo a Monti proprio il giorno dopo il giuramento di Matteo Renzi, cioè 24 ore dopo l’arrivo dei Giovani al Potere, e cioè giovani mica tanto, i nostri coetanei insomma; evento comunque che ci angoscia molto, se ci mettiamo qualche bicchiere per ammetterlo sinceramente.

«Ma che, sei matto?», mi dice, perché per scherzo gli ho chiesto se lui, richiesto, lo farebbe, il ministro.

Io e B. da qualche giorno siamo in preda ad ansie nuovissime: io ho appena letto sul Sunday Times Magazine una guida per il maschio che si avvia ai quarant’anni – ne ho 39 – e dice che devi smettere di fumare, che devi smettere di bere, che la muscolatura si riduce di un 1 per cento l’anno così come il testosterone. B. invece ha appena finito un trasloco, ma soprattutto è stato appena promosso a dirigere un ufficio importante della sua tecnostruttura; questa cosa lo angoscia molto, si sente addosso una grande responsabilità, pur essendo molto preparato, e io penso e gli dico che sarebbe un ottimo ministro dell’Economia, «se fossimo in un Paese normale», che è il solito refrain che ci siamo detti mille volte. Solo che questa volta potrebbe capitargli sul serio. O meglio, potrebbe capitare a qualcuno della nostra generazione. E il salvifico “in un Paese normale” adesso ci fa paura. B. dice appunto «ma che, sei matto?». Il fatto è – ce ne rendiamo conto subito davanti a un prosecco scadente, rifiutando il piattino di aperitivi a pagamento ma chiedendo patatine e olive gratis (l’austerity ormai introiettata) – che l’arrivo dei giovani al potere, cioè della nostra generazione, e magari la trasformazione in un Paese normale, non ci piace per niente. Cioè, c’è modo e modo. E non è una cosa solo nostra.

Sono giorni di consultazioni, di squadre di Governo, si dice che molti (Oscar Farinetti di Eataly, Renzo Rosso di Diesel) abbiano rifiutato; io faccio una mia squadra di fantacalcio governativa: alla mia amica R., che è un’efficientissima organizzatrice e assistente, fino a qualche mese fa dicevo che sembra la poliziotta-coach cattiva che in Lunar Park la casa editrice mette alle costole di Bret Easton Ellis-narratore tossico; adesso le ho detto che la metterei agli Interni al posto di Alfano. Ad A., invece, che è un grande ufficio stampa e sa sempre tutto di tutti facendo finta di non sapere niente, gli darei certamente la delega ai Servizi, invece di Minniti. Loro non si divertono per niente, però. R. dice, seria: «Preferivo la coach cattiva di Bret Easton Ellis».

Insomma, siamo abbastanza ubriachi, a questo punto, per ammetterlo. Eravamo contenti di essere fuori dai giochi. C’era qualcosa di dolce nella decadenza, o almeno c’era fino a qualche giorno fa, qualche giorno prima del 22 febbraio. Ci si sentiva comunque ancora abbastanza giovani in un Paese di vecchi (a Roma ti dicono «ce sta questo ragazzo», nei negozi, fino a cinquant’anni), però era chiaro che il nostro tempo era passato. E che l’avevamo sfangata. Oltretutto, a me e a molti di noi (i migliori?) i giovani non erano mai piaciuti. Ci piacevano i vecchi, ci piacevano gli amici dei nostri genitori, ci piacevano i nostri nonni fichissimi. I nostri coetanei, essendo come noi – per la nota sindrome di Groucho Marx – ci sembravano indegni di essere frequentati.

E poi essere giovani quando eravamo giovani noi non era per niente fico: non avevamo internet, non avevamo gli iPhone e WhatsApp; non eravamo appetibili neanche come sbocco di marketing, figuriamoci a noi stessi. Adesso che finalmente eravamo invecchiati abbastanza, nel Paese dei grandi vecchi, avevamo stabilizzato i nostri baricentri interiori, progettavamo una terza età adolescenziale: proprio adesso arrivava il Governo Giovane al potere; e ci veniva chiesto di assumerci le nostre responsabilità. Col cavolo. Molti di noi piuttosto sarebbero scappati in montagna; nessuno si sarebbe preso la briga di guidare il Paese irredimibile e sfasciato coi diktat della cattiva Europa, oltretutto in tempi di viaggi al Quirinale in Smart e Panda e non in Thema e 164. Perché noi certi tempi gloriosi li avevamo vissuti, o almeno registrati: e ci piacevano le memorie di Claudio Martelli, con la villa sull’Appia Antica presa perché vicina all’aeroporto militare di Ciampino, per gli scapestrati voli di Stato, altro che spending review.

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Il grigio ventennio https://minimaetmoralia.it/politica/il-grigio-ventennio/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-grigio-ventennio/#respond Mon, 06 Jan 2014 12:59:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17283 Questo articolo è uscito sul numero 161 dello "Straniero", di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo.

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Questo articolo è uscito sul numero 161 dello “Straniero”, di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo. Il berlusconismo è stato un fenomeno culturale, e non solo politico, vasto e complesso che non si esaurisce nella figura di Berlusconi, ma che ha il suo cuore nel consenso trasversale che gli è stato tributato e che gli viene ancora tributato nonostante la condanna definitiva per frode fiscale. Da dove nasce questo consenso, oltre che dalla forza del Capo, dalla dissoluzione del precedente sistema politico e dall’agonia della sinistra? Innanzitutto dal fatto che lo stesso Capo è riuscito a cogliere, in un ventennio di abbarbicamento del paese in se stesso e di ulteriore frattura tra le sue parti, la pancia profonda di alcuni ceti, offrendo a suo modo una forma di “interesse generale”. C’è stato un capo e c’è stato un popolo. Ma come in tutti i movimenti che si fanno sistema c’è stata e c’è anche una corte, una fitta intelaiatura di cacicchi locali, semi-leader, capicorrente, ministri graziati e intellettuali tirati fuori dal nulla. Sono stati loro l’ossatura del berlusconismo fin dentro i giorni cupi della votazione in Parlamento.
Ora, nelle parole di Letta e dello stesso Alfano, sembra quasi che Berlusconi sia potuto esistere senza il berlusconismo. O che questo sia potuto scomparire con la (presunta e certo non definitiva) sconfitta del Capo, dando nuova vita ai suoi accoliti: Alfano in testa, accreditato dalla sera alla mattina come rappresentante di una moderna ed evoluta destra europea.
Senza traumi eccessivi, questo berlusconismo irrisolto (che pure ha ottenuto un notevole successo alle elezioni di febbraio) è stato inglobato di sana pianta nel governo delle larghe intese. Si dirà che il Partito democratico è stato costretto a tale soluzione dal successo clamoroso del Movimento 5 stelle, imbrigliato dalle scelte dell’autoritarismo grillino, e dal suo stesso suicidio durante i giorni funesti delle elezioni del Presidente della Repubblica, ultimato con il parricidio di Prodi. In un modo o nell’altro, questo amalgamarsi con ciò che è stato il sale del berlusconismo, con la sua componente apparentemente moderata, nel mentre si dice che il ventennio è finito, risulta ancora una volta tragicomicamente italiano.
Vengono in mente, ben al di là dell’analisi politica contingente, due libri dimenticati: L’orologio di Carlo Levi e L’Italia rinunzia? di Corrado Alvaro.
L’orologio racconta la fine del governo di Ferruccio Parri, nato dalla Resistenza, nel novembre del 1945. Tra i tanti motivi della sua crisi, il governo cadde (con il beneplacito degli stessi De Gasperi e Togliatti, come racconta Levi in un capitolo straordinario) sulla questione dell’epurazione della macchina dello Stato, del Palazzo, da coloro i quali erano stati collusi con il regime fascista. Il Partito d’azione avrebbe voluto una epurazione non punitiva o moralistica, ma che segnasse una cesura netta con il ventennio, e che non fosse rivolta solo al ceto politico (ciò che oggi si chiama “casta”), ma anche alle università, i giornali, la radio, l’economia, le banche, i ministeri, le vere oligarchie che avrebbero voluto continuare a guidare il paese… Parri (il cui volto, ricorda Levi, sembrava costruito col pallido colore dei morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati) uscì sconfitto sotto le spinte dei liberali e dei democristiani che andavano in altro senso, in un’Italia già segnata dallo spirito anti-antifascista dell’Uomo qualunque di Giannini. Il libro di Alvaro è ancora precedente, fu scritto nel 1944, quando l’Italia era stata liberata solo per metà. Eppure, nella metà già liberata, Alvaro notava amaramente come il continuismo italiano (il solito continuismo italiano) avesse preso il sopravvento su ogni possibilità di cesura con il ventennio.  Parla del Sud, Alvaro, ma in realtà parla dell’Italia intera quando scrive: “Chi ricorda la solidarietà, l’aiuto, il patriottismo, la giustizia che il popolo italiano aveva saputo manifestare nei mesi dell’abbandono, rimane stupito che oggi, a liberazione avvenuta, in questa parte d’Italia, l’ambiente si sia nuovamente avvelenato, e l’odore di cadavere che ammorbò l’Italia per tanti anni, salga da tutta la vecchia classe dirigente morta e non rimossa dal Comitato di Liberazione, e che marcisce sulle sue poltrone, nei suoi palazzi, marcisce in piedi, mentre parla, briga, discute, scrive.”
Ecco, alle spalle del Letta che rivendica la sua alleanza con Alfano, dicendo sorridente che il ventennio è finito e non ve n’è più traccia, s’alzano come fantasmi le parole di Levi e di Alvaro. È di questo estremo politicismo che il Pd sta morendo. Non è la fine politica di Berlusconi o del berlusconismo il tema politico più urgente, né quella di una stagione di contrapposizioni frontali altrimenti nota come bipolarismo, ma il ritorno sotto altre e nuove forme di quel solito continuismo italiano che ingloba senza emendare. A uscire vincitore è l’italico rimanere sempre in piedi, impassibile a ogni scossa o sconquasso, capace di mutare le maschere come se nulla fosse, perché tanto non c’è alcun passato e non c’è alcun giudizio storico. Solo un continuo presente, senza tragedia, e in fondo senza politica.

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Appunti sul Corteo 19 ottobre https://minimaetmoralia.it/societa/corteo-19-ottobre/ https://minimaetmoralia.it/societa/corteo-19-ottobre/#comments Mon, 21 Oct 2013 14:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15960 Alle 12.50

Tre ragazzini camminano lungo via Gallia. Avranno quindici anni, hanno l’aria dei bravi adolescenti, liceali, appena liceali. Uno di loro indossa una maglietta del Che; gli altri due gli vanno dietro. A piazza Tuscolo prendono per via Cerveteri, direzione piazza Re di Roma, anziché per Viale Magna Grecia. “Non vanno alla manifestazione, dunque”, mi dico.

Piazza San Giovanni

I partecipanti al Corteo 19 ottobre – Per il diritto all’abitare, dei migranti, No Tav, No Muos, Cobas – si ammassano sul pratone davanti alla Cattedrale di Roma e dintorni, con grande lentezza, e calma. Ci sono transenne e tanti nastri gialli “Polizia Municipale Roma Capitale”. Stand del Manifesto (due). Bancarella magliette “di lotta”. Alcune magliette di lotta: “ABBATTI IL BISCIONE”, “PARTIGIANI SEMPRE”, magliette con falce&martello, con il pugno. Da viale Carlo Felice arrivano – a scaglioni – frange del corteo. Sono quelli dell’Esc, sono quelli che vengono da San Lorenzo. Sotto la Coin si sente il trillo continuo delle trasmittenti.

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Alle 12.50

Tre ragazzini camminano lungo via Gallia. Avranno quindici anni, hanno l’aria dei bravi adolescenti, liceali, appena liceali. Uno di loro indossa una maglietta del Che; gli altri due gli vanno dietro. A piazza Tuscolo prendono per via Cerveteri, direzione piazza Re di Roma, anziché per Viale Magna Grecia. “Non vanno alla manifestazione, dunque”, mi dico.

Piazza San Giovanni

I partecipanti al Corteo 19 ottobre – Per il diritto all’abitare, dei migranti, No Tav, No Muos, Cobas – si ammassano sul pratone davanti alla Cattedrale di Roma e dintorni, con grande lentezza, e calma. Ci sono transenne e tanti nastri gialli “Polizia Municipale Roma Capitale”. Stand del Manifesto (due). Bancarella magliette “di lotta”. Alcune magliette di lotta: “ABBATTI IL BISCIONE”, “PARTIGIANI SEMPRE”, magliette con falce&martello, con il pugno. Da viale Carlo Felice arrivano – a scaglioni – frange del corteo. Sono quelli dell’Esc, sono quelli che vengono da San Lorenzo. Sotto la Coin si sente il trillo continuo delle trasmittenti.

“Presenzialista”

Si affaccia sul pratone Paolini, il disturbatore televisivo, accompagnato da quel ragazzo dall’età indefinibile, con la zazzera rossa, suo allievo. Lui, il rosso, si piazza dietro una telecamera Sky. Mette su una certa espressione facciale e la mantiene per tutta la durata del collegamento. “Questo è un lavoro, me pagano”. Chi? “Un’associazione. Non dico quale sennò ci vanno tutti”. Lascia un bigliettino da visita. “Ho un canale youtube. La gente fa confusione tra presenzialisti e disturbatori. Io sono presenzialista”. Il suo mentore viene circondato da alcuni manifestanti: gli intonano cori da stadio, lo sollevano, lo lanciano in aria.

Volantini

Abbondano i volantini di propaganda, come pure riviste e giornali di lotta, “Che fare?”, “Resistenza”, “Lotta comunista”. Un volantino a firma “Comitato Nazionale di Unità Marxista-Leninista” (indirizzo mail: teoriaeprassi@yahoo.it) dice “prepariamoci alla rivoluzione socialista per liberare il nostro paese e l’umanità intera dalla schiavitù e dallo sfruttamento padronali”. La Rete dei Comunisti propone “Usciamo dall’Unione Europea”. Ricevo in due momenti distinti da due ragazze diverse il volantino “19 ottobre: una prospettiva anarchica”. “Quello che vorremmo – dicono, firmandosi “anarchici”, in corsivo, così – è vivere in una società libera da sfruttamento e da gerarchie”. E poi il Sindacato Lavoratori in Lotta – per il Sindacato di Classe. Tutti i volantini identificano con sicurezza gli stessi obiettivi polemici: l’Europa, la Banca Centrale, l’Euro, il governo Letta-Alfano.

Dress code

L’amica giornalista non avvezza alle manifestazioni dell’ultrasinistra chiede se può tenere gli orecchini, se può riprendere con la videocamera.

“Come la vedi oggi?”

Naturalmente si parla degli scontri, della possibilità degli scontri. Ne parliamo quando incontro amici, conoscenti. In giornate come queste non si parla del tempo ma di quando succede quello che deve succedere. Non è una paranoia, le ultime due grandi manifestazioni “antagoniste” a Roma si sono concluse con blindati dei carabinieri in fiamme, battaglie campali, a Piazza del Popolo e a San Giovanni, vetrine spaccate, arresti, feriti. C’è la gara a individuare quelli che faranno casino. Dovrebbero vestire di nero e avere caschi e zainetti che contengono chissàcosa. Incontro Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale, gli autori dell’Aspra stagione, il libro sul cronista Carlo Rivolta. “Andrà tutto bene”.

Una considerazione

I manifestanti di oggi non hanno alcuna rappresentanza parlamentare e politica. Parlamentare di sicuro. Sel è un partito di sinistra moderata, non ci sono esponenti di spicco al corteo. Onestamente, poi, quelli che votano Partito democratico non hanno niente da spartire, o quasi, con migranti, precari, sfruttati. Questo è veramente il corteo degli Ultimi. Qui si raccolgono firme per la libertà di Ocalan. Si vedono Giorgio Cremaschi, l’ex leader Fiom, e poi Marco Ferrando e i trockijsti. Ma non rappresentano granché. Ne c’è una ragione logica per cui dovrebbe esserci il M5S, almeno stando alla loro, di logica (“Se durante le elezioni avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità avremmo ottenuto percentuali da prefisso telefonico”, firmato i Due Capi). Un tempo Rifondazione comunista riusciva a tenere dentro sinistra istituzionale, antagonisti di vario genere, trockijsti. Fino al 2006, più o meno. “Che fine ha fatto Vittorio Agnoletto?” – chiede un uomo, sulla quarantina, mentre accanto gli sfreccia un ragazzino con la maschera di Guy Fawkes.

Campioni

Da un palazzo di piazza San Giovanni in Laterano, quarto-quinto piano, alcuni ragazzi si affacciano e brandiscono bandiere della AS Roma. Ai lati del finestrone hanno piazzato la scritta “Roma Campione”.

Via XX Settembre

Non faccio in tempo a smaltire la sorpresa di rivedere il ragazzino con la maglietta del Che, assieme ai suoi due compagni, all’imbocco di via XX Settembre, che iniziano i boati delle bombe carta, i petardi. Le bottigliate. Non dura moltissimo. C’è quell’uomo sulla sedie a rotelle che viene sospinto dai finanzieri che caricano verso il portone del ministero dell’Economia. Le sirene mugghiano. Loro i finanzieri avanzano tamburellando sugli scudi i manganelli, noi si scappa, si scappa con la testa bassa perché volano le bottiglie e chissà che, e quell’uomo sulla sedie a rotelle si ritrova sospinto dai finanzieri come una palla può essere sospinta a riva da un’onda ostinata. Nelle strade di fronte via XX Settembre una decina di ragazzi sfasciano qualche sedia e rovesciano cassonetti. I ristoratori abbassano le serrande – già mezzo abbassate. Non dura moltissimo. Riusciamo ad arrivare a Porta Pia passando da Piazza Fiume. Altri cassonetti rovesciati, un paio prendono fuoco.

I cordoni

Durante tutto il corteo i manifestanti hanno protetto le proprie zone cingendosi come rettangoli umani, prendendosi sottobraccio. Ci sono ragazzini, bambini sui passeggini, soprattutto nello spezzone dove sfilano i migranti. La stragrande maggioranza dei manifestanti non voleva scontrarsi in nessun modo con nessuno. Si è capito quando siamo passati a pochi metri dalla sede di Casa Pound, loro in strada, con caschi e mazze, circondati dalla polizia, il corteo che prosegue: qualche coro antifascista.

Porta Pia, sera

I semafori continuano a funzionare. Passano da rosso, a giallo, a verde, mentre i manifestanti attrezzano le loro tende. Le luci blu intermittenti della polizia si riflettono su Porta Pia e sulle pareti del Ministero delle Infrastrutture. Un ragazzo tenta di arrampicarsi per sistemare una bandiera in cima alla statua del bersagliere. Desiste. Un elicottero continua a sorvolare, fino alle dieci, dieci e mezza, il faro bianco fende il blu della notte. Arriva un gruppo di attori.

Intorno alle 23

Lungo Corso d’Italia alcuni ragazzi giocano a pallone, in due gruppi. Uomini e donne di origine africana, latinoamericana, asiatica, si sono accampati a ridosso del cinema Europa. Un uomo dorme in una macchina con il finestrino completamente distrutto. Alcuni poliziotti tornano verso il presidio sotto il ministero con cinque-sei pizze nei cartoni. Il camion dei manifestanti ha smesso di pompare musica (reggae, Clash, i Cream. Perché i Cream?). Sono stati distribuiti piatti di pasta, si vende birra a due euro. Ragazzi e ragazze puliscono le strade con i bustoni neri dell’immondizia. La statua del bersagliere punta verso Porta Pia. Il portone massiccio sembra quasi aperto, filtra una lama di luce.

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Rimozione e pacificazione https://minimaetmoralia.it/interventi/rimozione-e-pacificazione/ https://minimaetmoralia.it/interventi/rimozione-e-pacificazione/#comments Tue, 23 Jul 2013 15:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15105 Pubblichiamo un editoriale di Massimo Recalcati uscito oggi su la Repubblica.

La recente condanna di Berlusconi e l’insostenibile leggerezza ancora più recente del ministro dell’Interno Alfano, entrambi impegnati a negare anziché assumere le proprie responsabilità, hanno definitivamente fatto scoppiare la bolla della “pacificazione”. Siamo chiari: la tesi che il governo delle larghe intese avrebbe inaugurato un nuovo tempo politico, quello, appunto, della cosiddetta pacificazione, che coincideva, tra le altre cose, con la riabilitazione di Berlusconi come statista ponderato, si fondava su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”. Ovvero l’esatto contrario di quel “principio di realtà” che era apparso carico di promesse sincere nel discorso inaugurale del presidente Letta alla Camera dei deputati.

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Pubblichiamo un editoriale di Massimo Recalcati uscito oggi su la Repubblica.

La recente condanna di Berlusconi e l’insostenibile leggerezza ancora più recente del ministro dell’Interno Alfano, entrambi impegnati a negare anziché assumere le proprie responsabilità, hanno definitivamente fatto scoppiare la bolla della “pacificazione”. Siamo chiari: la tesi che il governo delle larghe intese avrebbe inaugurato un nuovo tempo politico, quello, appunto, della cosiddetta pacificazione, che coincideva, tra le altre cose, con la riabilitazione di Berlusconi come statista ponderato, si fondava su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”. Ovvero l’esatto contrario di quel “principio di realtà” che era apparso carico di promesse sincere nel discorso inaugurale del presidente Letta alla Camera dei deputati.

Di cosa si tratta quando in psicoanalisi parliamo di “rimozione della realtà”? Accade esemplarmente nella psicosi. Prendiamo una storia clinica narrata da Freud: una madre colpita dalla tragedia della perdita prematura di una figlia la sostituisce con un pezzo di legno che avvolge in una coperta che tiene amorevolmente in braccio sussurrandogli tutte quelle parole dolci e affettuose che la figlia morta non potrà più sentire. Questa sostituzione implica la negazione delirante di una realtà troppo dolorosa per essere riconosciuta come tale. Il pezzo di legno cerca di supplire pietosamente al buco scavato dalla realtà dal trauma della morte prematura della bambina. Quella figlia così teneramente amata non esiste più, se n’è andata, è morta.

L’idea della pacificazione non assomiglia forse a questa sostituzione delirante? Essa non può aspirare ad alcuna dignità politica, non può essere la base di un nuovo patto politico, perché si fonda su una negazione delirante della realtà. Di quale realtà? La realtà della morte in Italia di una destra autenticamente liberale, capace di fare gli interessi generali del Paese anziché essere uno strumento al servizio di un uomo che avendo notevoli problemi con la giustizia da un ventennio utilizza la politica per difendere strenuamente i propri interessi personali.

Nell’esempio raccontato da Freud il delirio consiste nel rifiuto della realtà e nella sostituzione della realtà con qualcosa che non esiste. L’idea della pacificazione si fondava su un vero e proprio accecamento di questo genere: la figura di Berlusconi statista appare a tutti gli uomini ragionevoli, di destra come di sinistra, una affermazione delirante, cioè completamente scissa dalla realtà. All’indomani delle elezioni la sua forza rappresentativa si era oggettivamente assai ridotta e non si era esaurita irreversibilmente solo grazie alla scelta scellerata del Pd di non candidare Matteo Renzi. Eppure questo governo si è realizzato ancora alla sua ombra ed è ostaggio del suo capriccio.

L’idea della pacificazione vuole sostituire la dimensione politica del conflitto con la negazione delirante della realtà. La realtà è che in Italia destra e sinistra non possono governare insieme non perché, come ritiene un’altra forma di rimozione della realtà qual è il catarismo grillino, sono uguali ma perché sono profondamente diverse. Se su queste pagine ho frequentemente ricordato come il ruolo nobile e alto della politica consista nella sua capacità di comporre dialetticamente le diverse istanze di cui è fatta la vita della polis, mi pare altrettanto fondamentale oggi ricordare che in una democrazia non bisogna avere paura del conflitto perché il conflitto politico è il sale della democrazia. Soprattutto se la negazione del conflitto comporta l’idea di una falsa unità, di una convergenza solo apparente tra le opposizioni. Tra l’altro è proprio la possibilità che il conflitto politico trovi delle adeguate rappresentazioni democratiche e parlamentari ad essere la prevenzione più efficace ad ogni forma di violenza irrazionale.

Come la povera madre che anziché affrontare il dolore per la morte della propria figliola, la rimpiazza con un pezzo di legno, il governo Letta sembra insistere nel credere – sfidando davvero ogni principio di realtà – che sia possibile governare con una destra pronta ad occupare le sedi dei Tribunali e a far cadere il governo se il suo capo non verrà messo al riparo dall’azione della giustizia.

In psicoanalisi esiste una legge del funzionamento mentale che vale la pena oggi ricordare perché si presta a leggere anche i fenomeni della vita collettiva: quello che si vuole cancellare dalla memoria – nel nostro caso il ventennio berlusconiano – ritorna sempre nella realtà e ha spesso la forma dell’incubo. Per generare cambiamento autentico, nella vita individuale come in quella collettiva, è necessaria innanzitutto la memoria della nostra provenienza. Non è un caso che tutti i tiranni tendano a cancellare il rapporto con la memoria e a falsificare i libri di storia.

In 1984 il Grande Fratello orwelliano rende come prima cosa impossibile il pensiero storico perché sa che quel pensiero è sempre pensiero critico, pensiero che sa fare obiezione alla falsificazione. Come accade alla povera madre delirante raccontata da Freud si vorrebbe trasformare la bimba morta e perduta per sempre in una bimba viva e sorridente. Ma un pezzo di legno non fa una bambina, così come Berlusconi non fa uno statista. La pacificazione rischia allora di essere una pura falsificazione. È questo, in fondo, il suo peccato originale.

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Il web e l’arte della manutenzione della notizia https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/#comments Mon, 04 Mar 2013 10:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13310 Esce oggi l'ebook Il web e l'arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

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Esce oggi l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

Si consideri inoltre il peso sempre più grande che hanno nei giornali online i blog d’opinione, spesso tenuti da «dilettanti» capaci di attirare un largo pubblico o almeno nicchie consistenti di pubblico specializzato. Penso a figure come l’artista Franco Battiato sul Fatto Quotidiano, l’attivista Ilaria Cucchi sull’Huffington Post Italia o il politico Pippo  Civati sul Post; nessuno di essi è iscritto all’OdG, e soprattutto il fedele lettore li segue senza preoccuparsi della loro appartenenza a un ordine professionale, perché, in ambiti distinti e in relazione alle diverse storie personali e capacità, hanno qualcosa di interessante da dire.

Oggi persino le nobili figure dell’editorialista alla De Gregorio, del corsivista alla Gramellini e del cronista alla Bonini possono essere all’occasione impersonate da «quello che un tempo si chiamava lettore», per usare il conio del professore di giornalismo Jay Rosen, che nel 2006 così felicemente sintetizzava un «passaggio epocale». The people formerly known as the audience è ora a un solo clic di distanza dalla pubblicazione, rappresentata appunto dal tasto Pubblica di Blogger, Facebook e innumerevoli altri siti. Il post visto da cento persone e il commento numero cinquecentoventuno in calce a un articolo del Fatto Quotidiano sono altra cosa rispetto a un editoriale di Pierluigi Battista in prima pagina sul Corriere; ciò non toglie che un post visto da cento persone scritto da un cittadino di un piccolo centro possa contribuire utilmente al discorso pubblico di quella comunità e che un post inizialmente visto da cento persone possa, nel giro di una mattinata di condivisioni sui social network, ottenere visite non incomparabili con un articolo su Repubblica.it. «Quello che un tempo si chiamava lettore» ha a disposizione molteplici piattaforme di pubblicazione e condivisione dei propri contenuti/opinioni: i tempi della lettera al giornale, eventualmente pubblicabile dalla testata, come unico modo di far sentire la propria voce sono finiti per sempre.

La disintermediazione è al lavoro tanto per la «gente comune» quanto per i protagonisti della politica, come ben sa il nostro giornalismo parlamentare che con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi sta vivendo, in questa campagna elettorale di inizio 2013, il trauma dei politici direttamente attivi sui social network. In un passato non lontano il quotidiano riceveva un’agenzia sulle dichiarazioni del segretario di partito, assegnava eventualmente a un giornalista la riscrittura con adeguati contorni, sceglieva una foto d’archivio, stampava nella notte e dava la notizia al lettore il giorno dopo. In quel contesto il cittadino che avesse voluto commentare pubblicamente l’attualità politica non aveva altra opportunità se non la lettera al giornale o il discorso al bar. Senza un abbonamento all’Ansa, un archivio fotografico e una stamperia non si poteva fare tecnicamente nulla di meglio che ritagliare gli articoli e incollarli su di un cartellone. E se per caso il cittadino, ricevuta in eredità una stamperia, avesse deciso di fare comunque il suo giornale artigianale, sarebbe incorso nel reato di stampa clandestina, per violazione dell’obbligo di registrazione di una testata giornalistica presso il tribunale di propria competenza (nella registrazione va pure indicato il direttore responsabile, che deve essere iscritto all’OdG).

Nel 2013 chiunque può offrire al pubblico la propria pregiata opinione su Monti, Bersani e Grillo aprendo con due clic un blog su WordPress o un canale video su YouTube (secondo l’orientamento al momento prevalente, un blog d’informazione non è stampa clandestina [1]). E ora le notizie le forniscono direttamente i protagonisti, in tempo reale, pubbliche e gratis sui social media. Il 25 dicembre 2012 Mario Monti ha scelto Twitter e non l’Ansa o il Corriere per dire agli italiani che è finito il tempo dei lamenti e rendere più chiaro il suo impegno diretto per le prossime elezioni politiche. Il tweet è pubblico e chiunque può leggerlo, citarlo e commentarlo, inoltre è stato lanciato il 25 dicembre alle 23.31, orario troppo tardivo per comparire sui quotidiani del giorno dopo, che però non hanno bucato la notizia, non essendo in edicola il 26 dicembre.

Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini
Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini

Similmente nel marzo scorso Pier Ferdinando Casini, per dimostrare l’unità della maggioranza politica di cui faceva parte, postò su Twitter una foto che lo ritraeva in una riunione con Monti, Alfano, Bersani e il testo «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!» Dal punto di vista del cittadino appassionato di politica parrebbe quindi cominciare l’era dell’abbondanza e della trasparenza: i materiali grezzi sono disponibili liberamente e le barriere tecniche sono abbattute. E anche quelle di comunicazione sono in parte cadute o almeno mutate, perché su Twitter e Facebook possiamo in principio dialogare con i politici, fare domande, chiedere chiarimenti, insomma intervistarli proprio come fanno i giornalisti.

Per alcuni professionisti tutto ciò è un pericolo e un oltraggio, come racconta, nel contesto di una più ampia e opportuna riflessione, questo passo di Michele Smargiassi (da Fotocrazia, «blog d’autore» di Repubblica): “Dirsi come fa Alessandro Di Meo dell’Ansa, forse uno tra i fotografi professionali che assediavano Palazzo Chigi l’altra sera, che è «uno scatto che funziona, ma perché non chiamare noi, che seguiamo notte e giorno i politici?», è già avere la risposta: perché quello scatto funziona, e funziona proprio perché è un autoritratto del potere che si presenta in modo inconsueto, diverso dalle ingessature dei ritratti ufficiali. Questa fotografia «ufficiosa» che simula una familiarità da tag< di Facebook (tipo «Ragazzi guardate, siamo qui, a Palazzo Chigiiii! Con Monti! Wow!») è sicuramente un fatto nuovo nella comunicazione politica italiana. Ma questa fotografia è tutt’altro che innocente e spontanea, e lo capisce chiunque. Il potere rappresenta se stesso”.

Monti e Casini decidono di comunicare anche con Twitter e non solo con le agenzie, i giornali, le radio e le tv non per incoercibile entusiasmo verso le nuove tecnologie e i social media, ma perché è ormai un’esigenza politica l’«orientamento della conversazione» che si sviluppa su queste reti frequentatissime. Sempre più spesso professionisti e dilettanti dell’informazione politica si ritrovano quindi nella stessa situazione di partenza, insieme ai protagonisti: sui social media.

Ingenui, ma non per questo innocui, eccessi politici sono collegati a questa nuova condizione: molti attivisti del MoVimento 5 Stelle identificano tutti i mezzi d’informazione tradizionali (in testa tv, giornali e quotidiani online dei grandi gruppi editoriali) come «zombie asserviti al potere», strutturalmente incapaci di operare con correttezza, e ne proclamano la sostituzione da parte del libero, saggio e democratico «popolo del web», che Grillo rappresenterebbe pienamente. Il MoVimento 5 Stelle si è costruito intorno a un blog e ha puntato senza soste sulla contrapposizione netta, radicale e persino violenta tra internet sano e resto dell’informazione malata, tra democrazia della rete e regime (il dato sempre ripetuto è quello – realmente drammatico, sia chiaro – del 61° posto nella classifica sulla libertà di stampa 2012 di Reporters sans frontières, ora da aggiornare con la piccola risalita alla posizione 57 nel rapporto 2013, riferito agli avvenimenti dell’anno precedente). Già dal solo punto di vista tecnico ed economico, la convergenza dei media rende impossibile una tale rigidissima divisione; soprattutto, venendo al concreto della cosiddetta «controinformazione di internet», chi valuti con serenità vedrà come in troppi casi domini la tendenza al complottismo sfrenato e alla denuncia non adeguatamente sostenuta dai dati. E i social network, in testa Facebook, fanno da cassa di risonanza proprio alle sparate più grosse, poiché queste confermano i peggiori giudizi e pregiudizi, rispondendo a un sentimento diffuso nel paese di grande sfiducia, in primo luogo nei confronti della classe politica, e quindi di un’informazione considerata troppo contigua a interessi di parte. Questa «controinformazione del web» risulta così non di rado compromessa da letture parziali o scorrette dei materiali e vive del continuo rilancio sull’indignazione, trovandosi costretta a fornire notizie ogni volta più clamorosamente sdegnate e clamorosamente inaccurate; e si ritrova a imitare in peggio proprio la stampa tradizionale, tanto odiata per le sue campagne non disinteressate [2]. Perché, ancora una volta, la retorica urlata del nuovo, libero e rivoluzionario, della rete che si sviluppa dal basso non garantisce di per sé nulla.

È inoltre opportuno avere sempre una chiara idea dei numeri in gioco: la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013 con Silvio Berlusconi ospite di Michele Santoro e Marco Travaglio non è stata solo un enorme successo televisivo ma anche l’evento politico italiano più discusso di Twitter, che pure nel nostro paese inizia a essere usato come «secondo schermo». L’espressione identifica l’attività di chi guarda un programma televisivo e al tempo stesso lo commenta sul social network; come informa l’esperto Vincenzo Cosenza, di Blogmeter, 204.636 sono stati «i cinguettii lanciati, con un picco di 1.885 tweet al minuto» e 48.469 utenti unici. Mentre cinquantamila utenti twittavano su di una trasmissione vista da oltre otto milioni e mezzo di spettatori, la «secondarietà» di Twitter (e, in misura minore, di Facebook) e la continua «eccezionalità» della televisione nel nostro paese si dimostravano clamorosamente.

La partecipazione civica e politica sui social media può anche essere più direttamente attiva nel produrre informazione: lo studente che si ritrovi a seguire le fasi concitate di una manifestazione e le documenti su Twitter scrivendo brevi messaggi e caricando foto scattate col proprio smartphone copre la notizia e compie «atti casuali di giornalismo». L’espressione random acts of journalism è stata resa popolare da Andy Carvin in relazione all’esecuzione di Bin Laden: Sohaib Athar, @reallyvirtual, consulente IT residente ad Abbottabad, divenne infatti per caso il primo «reporter» a documentare e commentare l’intervento dei Navy Seals, poiché, trovandosi in loco, diede notizia su Twitter dell’azione militare, all’inizio non riconosciuta come tale, e si mise quindi a incrociare fonti e a cercare verifiche in pubblico sul social network. Il testimone dei fatti che aspetta diligentemente il giornalista professionista per riferire su quanto ha visto esiste ancora, ma sempre più cittadini, grazie a nuove piattaforme, testimoniano in prima persona; e talvolta svolgono pure quelle operazioni di ricerca e controllo che identifichiamo come tipiche del mestiere giornalistico. Anzi oggi la nuova condizione normale per eventi di grande impatto pubblico come catastrofi naturali e attentati è rappresentata dal giornalista professionista che diffonde le foto postate dai «presenti alla scena» su Twitter e dal telegiornale che include i video di YouReporter.it (piattaforma di condivisione video) nei propri servizi sull’alluvione [3].

Fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area. Naturalmente questa informazione può essere di bassa qualità quando, proprio come accade ai professionisti, le operazioni di ricerca, analisi e controllo non sono svolte con impegno da persone preparate, e può essere anche eticamente scorretta, quando, proprio come accade ai professionisti, ignora scientemente dati, evita di porre domande scomode, rifiuta di riconoscere gli errori commessi, ecc.

 

Continua sul web: ecco uno storify con numerosi materiali commentati nell’ebook, una board su Pinterest con immagini (serie e scanzonate) del giornalismo digitale, un set su SoundCloud con audio di presentazioni/discussioni. E ovviamente anche sulla pagina Facebook

 

[1] A maggio 2012 una sentenza della Corte di Cassazione assolve lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta dal reato di stampa clandestina per l’attività condotta su di un blog. Come spiega l’avvocato Fulvio Sarzana: «Il Supremo Collegio emette una sentenza molto attesa e pone così fine a cinque anni di dispute dottrinarie e “infuocati” dibattiti sulla natura dei blog giornalistici e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale [] i blog (anche giornalistici) non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina». Mario Tedeschini Lalli, un giornalista che sarà spesso citato in questo testo, aggiunge: «Per la Suprema corte nessun sito web è di per sé obbligato a registrarsi presso il Tribunale o presso il ROC [Registro degli Operatori di Comunicazione], a meno che non intenda usufruire degli aiuti pubblici all’editoria. Questo vuol dire che anche il Corriere della Sera o Repubblica potrebbero – volendo – non registrare le loro testate online. E se smettessero di pubblicare un’edizione stampata potrebbero sottrarsi completamente alla Legge del 1948».
Si deve però ricordare che, nonostante l’alto prestigio e il forte valore di indirizzo, la sentenza della Cassazione non impedisce in principio future valutazioni giurisprudenziali di segno opposto. Anche per questo continua a vedersi su moltissimi blog l’apotropaico messaggio: «Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001». La Legge Urbani del 2001 identifica il «prodotto editoriale» con «il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico». I blog sono quindi «prodotto editoriale»? In caso di risposta affermativa, ignorando la sentenza della Cassazione, potrebbero ricadere sotto la Legge sulla Stampa del 1948. Il blog aggiornato più volte al giorno mostra il disclaimer e non si riconosce come «prodotto editoriale», considerando essenziale nella definizione di «prodotto editoriale» una definita e regolare periodicità.
Se tutto ciò vi pare lambiccato e goffo, benvenuti per la prima volta nell’online italiano.

[2] Quanto detto nel testo non vuole ovviamente negare l’enorme contributo che tanti siti gestiti da volontari appassionati portano al discorso pubblico in Italia e nemmeno l’indecorosa crociata contro il MoVimento 5 Stelle condotta da non piccola parte dell’informazione italiana. Il limite estremo, anche in involontaria parodia, di questa scorretta campagna giornalistica lo si è probabilmente toccato il 21 novembre 2012, sull’onda dei casi Favia e Salsi che tanto hanno scosso i cinquestelle, quando in home page sul Giornale si accusava Beppe Grillo di non democraticità perché su Twitter aveva bloccato Flavia Vento, persona che da mesi guadagna su colonne di destra e blog titoli come «Flavia Vento stalker di Tom Cruise (e l’inglese maccheronico)» per i suoi messaggi, che con eufemismo potremmo definire molto sgrammaticati e invadenti, diretti a personaggi famosi. Raffaello Binelli sul Giornale crede o finge di credere che bloccare un utente su Twitter equivalga a una «fatwa» (le virgolette sono dell’autore e mostrano al peggior meglio un sempiterno malcostume giornalistico italiano: lanciare il sasso delle accuse enormi e ritirare subito la mano, o meglio fare con essa il segno delle virgolette) e si spinge persino a dire «con questo blocco Grillo dimostra di avere poco a cuore quella libertà della (e nella) Rete che da anni lo vede paladino indisturbato». Perché, evidentemente, libertà della (e nella) Rete equivale a dare corda a ogni personaggio minore della commediaccia italiana in cerca di visibilità.

[3] Clay Shirky nel suo libro del 2010, Cognitive Surplus, notava come fossero già quasi identiche le probabilità che un evento di portata mondiale avesse testimoni di un qualsiasi tipo e testimoni dotati di una video o fotocamera. Ricordo inoltre che almeno dal 2006 vi sono in Italia più cellulari che abitanti (e la quasi totalità dei telefonini in circolazione nel 2013 può scattare foto, se non anche girare brevi video).

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Ma può rinascere la sinistra? https://minimaetmoralia.it/politica/ma-puo-rinascere-la-sinistra/ https://minimaetmoralia.it/politica/ma-puo-rinascere-la-sinistra/#comments Thu, 18 Jun 2009 10:13:26 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=65 Poiché, come cita Leogrande, in politica non esistono spazi vuoti, chi questo spazio effettivamente non lo occupa, è perché si sostanzia di un vuoto strutturale e identitario. Un vuoto che nell’evidenza dei fatti non riesce più a colmarsi della semplice antitesi, come poteva essere inizialmente per la sinistra italiana, alla destra e al berlusconismo, ma […]

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Poiché, come cita Leogrande, in politica non esistono spazi vuoti, chi questo spazio effettivamente non lo occupa, è perché si sostanzia di un vuoto strutturale e identitario. Un vuoto che nell’evidenza dei fatti non riesce più a colmarsi della semplice antitesi, come poteva essere inizialmente per la sinistra italiana, alla destra e al berlusconismo, ma va esorcizzato con l’autonomia, concetto assai più complicato e tuttavia inaggirabile di fronte a questioni nevralgiche e fondanti della società (moralità) civile.

Forse non sopravviveremo al berlusconismo. E per una volta, per berlusconismo, non intendiamo una sorta di carattere antropologico degli italiani, un loro sentire e fare maggioritario, un’onda lunga della storia recente che informa la prassi privata e politica indipendentemente da chi effettivamente governa. No: questa volta intendiamo proprio il berlusconismo politico. Oggi, per la prima volta, l’Italia, e soprattutto quel che resta della sinistra italiana, corrono il forte rischio che Berlusconi non abbandoni per molti anni le stanze del potere. Che sia Palazzo Chigi o il Quirinale, che il neonato Pdl arrivi al 40%, al 45% o al 51%, che il peso della Lega sia o meno determinante per gli equilibri parlamentari, l’ipotesi che Berlusconi rimanga saldamente al comando è più che concreta. Allo stesso tempo, però, mai come oggi si ha la sensazione che a produrre questa situazione non sia stata la “rivoluzione berlusconiana” (forte, anche esteticamente, a metà anni novanta; tutto sommato abbastanza senescente oggi), non sia stato un particolare disegno autoritario (per quanto le intenzioni di svuotare delle loro funzioni e autonomia gli altri poteri, legislativo e giudiziario, ci siano tutte), non sia stata (ancora, almeno) l’involuzione sostanziale delle nostre istituzioni. È stato (soprattutto) il crollo disarmante delle opposizioni. La loro liquefazione politica, culturale, sociale. Il loro riprodurre in farsa un ruolo che invece nelle democrazie è nevralgico.

In politica, si dice, gli spazi vuoti non esistono. Ogni spazio, di consenso e di potere, all’occorrenza viene riempito. E oggi – per la prima volta dal 1994 – ci troviamo di fronte alle seria possibilità che Berlusconi abbia nelle mani un potere stabile e duraturo per abbandono del campo da parte degli avversari. Con il Pd che scende al 25% dei consensi e con i suoi leader che fanno ridere (se non altro, ridere) quando parlano di “vocazione maggioritaria”; con un’Italia dei valori speculare al berlusconismo, tanto avvezza a demonizzare il nemico quanto pronta a mutuarne le forme politiche; con una sinistra alternativa, radicale o libertaria, fuori dal Parlamento e pressoché scomparsa. Strappata, al suo interno, tra gruppuscoli avvitati in un folle identitarismo ideologico e altri (la sinistra vendoliana, i verdi, sinistra democratica) che rischiano di non superare il 4% dello sbarramento elettorale, rimanendo confinati in un impotente minoritarismo.

In questo contesto, le elezioni europee che si terranno il mese prossimo saranno un banco di prova decisivo. Presumibilmente sanciranno l’ulteriore trionfo del berlusconismo (nonostante le crisi mondiali, e le svolte obamiane in altre parti del globo) e l’ulteriore riduzione della rappresentanza politica del centrosinistra. Così, più che laboratorio politico, l’Italia diventerà un caso limite. Non siamo al regime strutturato. Siamo di fronte, piuttosto, a una ristrutturazione post-politica, in una società di per sé molto disgregata, che si basa su un pensiero reazionario di massa. E allora che fare?

Luigi Manconi ha scritto di recente un pamphlet di critica interna al Partito Democratico, formazione di cui fa parte: Un’anima per il Pd. La sinistra e le passioni tristi (Nutrimenti). La tesi di Manconi è che la principale causa della crisi del Partito democratico non è negli errori dei suoi leader (che pure ci sono), ma nell’assenza di identità, e di un dibattito interno sulle identità. L’assenza di una propria visione, non solo antitetica alla destra ma autonoma dalla destra, su questioni nevralgiche. “Esemplari in proposito”, scrive Manconi, “i comportamenti adottati dal Pd in relazione a due questioni cruciali: quella dell’immigrazione e quella del testamento biologico. Entrambe le questioni risultano controverse, suscitano tensioni, possono dividere: entrambe le questioni tuttavia sono capaci di determinare passione intellettuale e mobilitazione collettiva. Per questo avrebbero dovuto essere trattate in maniera totalmente diversa.” Manconi è consapevole che queste due questioni suscitano posizioni fortemente minoritarie. Tuttavia “un tema di minoranza può assumere, a determinate condizioni, la valenza ideale e politica di una grande questione di maggioranza.”

Siamo al solito punto: come superare lo stadio della testimonianza. Come fare in modo che battaglie di civiltà fondamentali (come possono essere, ad esempio, quella contro la criminalizzazione dei “clandestini” o per il diritto di voti ai migranti residenti) oggi fortemente minoritarie di fronte al pensiero reazionario di massa di cui si diceva prima possano ribaltare il dibattito politico?

A differenza di Manconi pensiamo, e più volte lo abbiamo scritto, che il Partito Democratico è già nato più che agonizzante. Che la trasversalità assoluta rispetto a questioni determinanti (alle due citate da Manconi va aggiunto sicuramente il lavoro) non è una ricchezza, e non può esserlo nemmeno potenzialmente, e che per avere un partito quanto meno più stabile politicamente sono necessarie (ancora) altre scissioni al centro e altre ricomposizioni a sinistra. Ma, poi, abbiamo più volte aggiunto, se questi processi di composizione e ricomposizione avvengono dall’alto (con incontri/scontri di piccole burocrazie) e perdono qualsiasi legame con la società, anche con le minoranze sociali e culturali che provano a non soccombere al pensiero reazionario di massa, non hanno alcun senso. E, come dimostrano le sconfitte elettorali, semplicemente non vengono riconosciuti come risolutivi.

Tuttavia sarebbe ipocrita eludere la questione di fondo posta dal pamphlet di Manconi, che ha a che fare con lo strapotere dell’ultimo berlusconismo. Insomma: come non morire berlusconiani? Dal momento che le vaste coalizioni uliviste e unioniste hanno fallito per due volte, l’unica soluzione – sostiene l’autore – è quella di un partito allargato (il Pd) che apra ancora di più le sue porte verso sinistra e discuta animatamente sulle questioni cruciali citate prima fino a raggiungere una sua identità. O si passa da qui, o l’involuzione della nostra democrazia, e delle nostre istituzioni, per assenza dell’opposizione, sarà certa. Il lento trapasso, finora accennato dalle decretazioni d’urgenza, dalla filosofia del pacchetto sicurezza, dalle proposte di legge in materia di lavoro, giungerà a compimento.

Certo, la speranza di Manconi (messa a confronto con gli avvenimenti recenti, con le batoste in Sardegna, il flop veltroniano e soriano, i sondaggi impietosi) è più che ottimistica. E francamente non riusciamo a condividerla, tanto quanto – francamente – non abbiamo altre soluzioni da contrapporre. Ma sulle due questioni, immigrazione e testamento biologico, il libro di Manconi dice alcune cose che dovrebbero suscitare a sinistra un ampio dibattito.

Ne accenniamo brevemente. Sul testamento biologico il Pd ha perso per “agnosticismo morale”. Non solo perché incapace di comporre al suo interno il conflitto tra laici e credenti. Il problema è più radicale: le culture politiche di ispirazione non religiosa, cioè la sinistra, non hanno mai elaborato un proprio autonomo pensiero morale sulle questioni eticamente rilevanti, perché hanno sempre pensato che il proprio raggio d’azione si riducesse alla sfera economico-sociale. Ma oggi la necessità di una nuova morale, cioè di un nuovo pensiero laico, autonomo, che dia risposte a problemi ed enigmi nuovissimi senza soccombere ai diktat delle chiese, è enorme.

Sull’immigrazione la questione si fa ancora più ingarbugliata. E Manconi fa bene a stabilire un nesso tra il successo del giustizialismo dipietrista (anche nella base del suo partito) e gli insuccessi di tutte le campagne tese a creare un reticolato di diritti e garanzie per i migranti. Alla manifestazione del 7 luglio 2008 in piazza Vittorio a Roma, contro la decisione del governo di prendere le impronte digitali ai bambini rom e sinti, c’erano poche persone e praticamente nessun leader del Pd. L’evento, per quanto importantissimo, non ha avuto alcuna copertura mediatica. Il giorno dopo, invece, a piazza Navona, lo show di Di Pietro e dei suoi sostenitori contro il “lodo Alfano” e il regime dello “psiconano”, di cui sono rimaste nella memoria soprattutto gli attacchi della Guzzanti contro la Carfagna, ha avuto ben altra attenzione e successo. Gli unici obiettivi polemici della manifestazione (sostanzialmente un happening televisivo) sono stati le vicende giudiziarie del premier e il suo potere personale. Pochissime parole, per giunta imprecise e strumentali, sono state spese a favore delle minoranze aggredite. Anche allora non c’erano i leader del Pd, è vero. Il punto però è che la base del Pd, materialmente o idealmente, era a piazza Navona e non a piazza Vittorio. Manconi definisce la manifestazione di piazza Navona e il discorso impolitico di Di Pietro come “amorale”. Non solo perché l’Italia dei valori si è mostrato più volte un partito reazionario, forcaiolo e manettaro sulle questioni migratorie: non un partito di sinistra, bensì una formazione pienamente in linea col ventre molle del paese. Di Pietro è “amorale” perché il suo anti-berlusconismo è del tutto dipendente dal berlusconismo. È una variante retorica, e solo apparentemente oppositiva, agli show berlusconiani. Ma è priva di qualsiasi autonomia politica e culturale. Se domani per puro caso Berlusconi non ci fosse più, l’Italia dei valori scomparirebbe, o sarebbe un partitino di destra accanto ad altri.
Il problema della sinistra, sulle questioni migratorie, è che appare stretta tra l’indifferenza del giustizialismo dipietrista, da una parte, e i pigri richiami al solidarismo cattolico, dall’altra. Il secondo almeno fa qualcosa. Eppure non è stato ancora elaborato, se non all’interno di alcune nicchie, un pensiero autonomo sui diritti di cittadinanza, sulle garanzie sul lavoro e contro le nuove schiavitù, sulla liberazione delle nostre leggi e norme dalle incrostazioni dello ius sanguinis o sul restringimento radicale (oggi evidente) dello ius soli.

Questa battaglia culturale prima ancora che politica, anche se di minoranza, va fatta subito, dice Manconi. E noi siamo pienamente d’accordo con lui. Va fatta in tutti i luoghi, grandi e piccoli, in cui c’è ancora un briciolo di sinistra. E va fatta anche sfidando il ventre molle del paese, il “cattivismo” di governo che si compiace di essere politicamente scorretto. Manconi è convinto che questa battaglia, in un giorno relativamente vicino, possa giungere alla vittoria anche all’interno del Partito Democratico.

Sarà… Purtroppo è stato proprio un sindaco del Pd, Orazio Ciliberti di Foggia, a voler istituire due linee di autobus separate con diverse fermate di arrivo e di partenza, una per i bianchi e una per i neri, da Borgo Mezzanone, una borgata agricola a dieci chilometri dal capoluogo dauno, ai bordi della quale sorge un centro d’accoglienza per richiedenti asilo, verso la città. Ha motivato la scelta con la necessità di dare una risposta al sovraffollamento dei mezzi e con le solite questioni di ordine pubblico: non c’era altro modo, pare, per far fronte agli attriti tra le comunità. Ma questo provvedimento di fatto è stato preso in una terra, in una contrada, in cui migliaia di braccianti africani ed est-europei, al pari delle centinaia che escono dal Cara, sono considerati e trattati peggio che le bestie, e sono vittime di un feroce sfruttamento lavorativo. L’azienda municipalizzata non ha deciso di potenziare un’unica linea per tutti, se n’è tenuta ben alla larga: ha deciso, al contrario, di creare due corse separate. È un precedente pericolosissimo. Ciliberti ha più volte ribadito che gli immigrati che vorranno salire sulla “linea dei bianchi” potranno farlo. Non sarà loro impedito. Ma quando qualcuno – un conducente, un controllore, un passeggero… – intimerà a una novella Rosa Parks di andarsi a prendere “l’autobus dei neri”, il sindaco Ciliberti avrà il coraggio di denunciarlo per discriminazione razziale, come sancito dalla legge Mancino?

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