Alfonso Berardinelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfonso-berardinelli/ un blog di approfondimento culturale Sun, 26 Mar 2017 03:15:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alfonso Berardinelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfonso-berardinelli/ 32 32 Matteo Marchesini e i saggi con personaggi https://minimaetmoralia.it/letteratura/matteo-marchesini-saggi-personaggi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/matteo-marchesini-saggi-personaggi/#respond Fri, 24 Mar 2017 13:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34004 (fonte immagine)

Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che utilizza l’analisi dei gusti socialmente più diffusi (ma esclusivi!) per elaborare diagnosi implacabili dei nostri vizi nazionali, insistendo su quelle nostre identità fragili e mai risolte che ci costringono spesso a cedere di fronte alla sirene del Midcult delineato da Dwight Macdonald.

Non è facile per il sottoscritto, in particolare, che si trova a condividere le prese di posizione dell’autore di False coscienze. Tre parabole degli anni zero, avendo alle spalle un percorso formativo simile, dominato dall’ingombrante e quasi autarchica presenza di Alfonso Berardinelli: non concretizzatasi de visu, nel caso di chi scrive, e perciò senza alcuna garanzia di essere riusciti a mettere a rendita gli insegnamenti del critico romano, perché il contesto e le nostre debolezze sono tali che nessuno potrà dirsi al riparo dalle sirene di cui sopra, che invitano al rifornimento di prodotti editoriali in grado di sanare le nostre ansie di accettazione e promozione sociale, di manufatti culturali che promettono troppo a lettori irrimediabilmente spaesati.

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Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che utilizza l’analisi dei gusti socialmente più diffusi (ma esclusivi!) per elaborare diagnosi implacabili dei nostri vizi nazionali, insistendo su quelle nostre identità fragili e mai risolte che ci costringono spesso a cedere di fronte alla sirene del Midcult delineato da Dwight Macdonald.

Non è facile per il sottoscritto, in particolare, che si trova a condividere le prese di posizione dell’autore di False coscienze. Tre parabole degli anni zero, avendo alle spalle un percorso formativo simile, dominato dall’ingombrante e quasi autarchica presenza di Alfonso Berardinelli: non concretizzatasi de visu, nel caso di chi scrive, e perciò senza alcuna garanzia di essere riusciti a mettere a rendita gli insegnamenti del critico romano, perché il contesto e le nostre debolezze sono tali che nessuno potrà dirsi al riparo dalle sirene di cui sopra, che invitano al rifornimento di prodotti editoriali in grado di sanare le nostre ansie di accettazione e promozione sociale, di manufatti culturali che promettono troppo a lettori irrimediabilmente spaesati.

Comunque, Marchesini è andato oltre, ha incorporato in un armamentario già imponente le stesse fonti francofortesi e fortiniane di Berardinelli, nonché le intuizioni sociologiche di un maestro obliquo come Cesare Garboli e la sensibilità testuale di Luigi Baldacci: del viareggino, “democratizzato” e ricondotto a perimetri di discutibilità razionale, ha accolto e strutturato l’analisi longitudinale del tartufismo italiano, compiuta a partire dalla rilettura del classico di Molière; dal fiorentino, poi, ha derivato una riequilibratura della bilancia novecentesca, con l’abbassamento di Gadda e la relativa ascensione di Cassola e Moravia. Anche una fugace ricognizione delle influenze che si sono stratificate nella prosa saggistica di Marchesini, insomma, sarebbe fallimentare, perché l’affinamento che esse hanno subito è stato esemplare, tanto da riuscire con difficoltà a riconoscerne le origini più lontane: c’era l’ambizione storica di Nicola Chiaromonte, l’understatement orwelliano, la satira amara di Piergiorgio Bellocchio e il senso comune anti-ideologico di Raffaele La Capria, fino alle riletture flaubertiane di Bouvard e Pécuchet e del bovarismo quale atteggiamento esistenziale e, purtroppo, culturale.

Ogni risorsa critica, però, era stata adoperata e vagliata nelle pagine del voluminoso Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, pubblicato da Quodlibet due anni fa; adesso, si tratta di affrontare un altro collaudo narrativo, quello del racconto, dopo avere brillantemente superato quello del romanzo nel 2013, con Atti mancati, per i tipi di Voland.

Dei racconti lunghi, nello specifico: False coscienze. Tre parabole degli anni zero esce da Bompiani e raccoglie un trio di narrazioni di ambiente bolognese piuttosto corpose, che ci calano nel clima intellettuale della città, mettendoci in contatto con le ambizioni artistiche, i conflitti emotivi e le delusioni dei suoi protagonisti. Il secondo, “Rapida ascesa di B. Lojacono”, espone un case study di ordinario, paradigmatico, insensato successo sociale e letterario e rimanda un vago sentore yiddish già a partire dal titolo, che potrebbe figurare in un’opera di Saul Bellow, di Philip Roth, o del nostro Alessandro Piperno, e dalla discendenza di uno dei suoi caratteri, “l’Ebreo”: di quella tradizione conserva anche la tendenza all’affabulazione statica, alla memoria, e sembra di altra data, rispetto agli altri due racconti. Nel primo, “Eröffnungsfeier”, si assisteva a una sorta di dilatato thriller domestico: una serata in mezzo ad amici che si trovano radunati per inaugurare la nuova casa del narratore e della propria compagna, trascorsa tra gli imbarazzi, le invidie e le esibizioni retoriche che regolano (e guastano) la vita sociale degli adulti. “La voce del coniglio”, infine, penetra nell’intimità della relazione sorda e legnosa che lega Pietro alla madre dal “tono piagnucoloso”.

Chi è più curioso andrà alla ricerca di antecedenti, seguirà tracce, in questo più che in altri casi, perché la scrittura che è in atto, il cui valore letterario sembra non temere confronti, non rimanda a quella di autori recenti e dibattuti: non è affettata né effettata, non ricorre a sdegnosi e pompieristici neoclassicismi, né si avvale della giocoleria giovanilistica, pur nell’impegno a rappresentare alcune scene di abituale spleen post-universitario; è densa, iper-riflessiva, auto-riflessiva, e percorsa da un’aggettivazione tempestiva ed effettuata con mano ferma, come da indole e necessità critica di ogni prosa di Marchesini.

Una riga dopo l’altra, prende forma una tensione, ma anche una tentazione: il nitore ambientale e relazionale rievoca i momenti moraviani più efficaci, o gli interni di Antonio Debenedetti, ma c’è un di più, adesso, che non viene dal maligno, bensì da un acume onestissimo e, tuttavia, tentatore.

Come in uno stop and go, l’analisi delle proprie mosse obbliga il possessore locale della coscienza, voce narrante o carattere in luce, a fermate continue, a tornare sui passi compiuti per sottoporli al vaglio della verifica esistenziale, del calcolo spietato delle ragioni e dei torti: se di coscienza marxianamente falsa si tratta, l’attribuzione epistemica che le grava addosso deriverà dai termini del confronto che impegna l’ideologia e la realtà, quando quest’ultima è oggetto dei dubbi del Dario narratore di “Eröffnungsfeier”, soggetta alla “volontà primordiale e ostinata di credere che quella che sto vivendo non sia mai la realtà vera, ma quasi un gioco offertomi sulla sua soglia da adulti invisibili, quasi un interminabile preludio o un’anticamera del mondo autentico la cui grazia e condanna sta nel non poter davvero ferire, né lasciarsi ferire irreparabilmente”.

I depositi di vis polemica e ratio critica che continuano a fermentare nei racconti di Marchesini si concretano in pura intelligenza, intelligenza centripeta che rimugina sul proprio farsi, nel gioco coatto degli scavalcamenti, delle antitesi spontanee e delle sintesi non definitive né definite, ma può uno spazio narrativo essere soffocato da un’auto-coscienza che opprime chi la possegga? Quello era ed è il rischio: che una prosa si elevi tanto da rarefarsi nell’intelligenza diffusa in queste pagine, come può capitare e capitava in certe prove narrative di quel discolo di Ruggero Guarini, tanto per fare un nome che sarà caro al nostro autore.

Chi legge non dovrà perciò rispondere agli stimoli di Marchesini con stimoli analoghi, controbattere con un commento alla base saggistica da cui traggono movimento queste storie: altrimenti, sarebbe un compito troppo agevole quello di manifestare il proprio consenso all’esauriente operazione di microfisica del potere culturale – stavolta, invece, il sintagma concettuale preso rapidamente in prestito farà sbuffare Marchesini… Non sia, cioè, che questi racconti vengano letti alla stregua di “saggi con personaggi”, ricalcando e modificando la nota definizione di “diario con personaggi” che Geno Pampaloni assegnò alla narrativa di Mario Soldati, e si eviti di svolgere proprio i temi che più invogliano: come i modelli dell’appropriazione e della trasmissione culturale incidono sui rapporti umani? In quali forme la percezione culturale di sé stessi pregiudica le nostre interazioni o addirittura le neutralizza? In che misura le mutazioni antropologiche che ci coinvolgono hanno una scaturigine culturale e determinano la scomparsa di un certo tipo di pubblico di lettori? (Il successo che incoronò uno scrittore “semplicemente” realista come Moravia sarebbe ripetibile?)

Questi e altri interrogativi critici devono essere valutati soltanto nella loro traduzione tecnica, in questi resoconti di ambizioni moravianamente sbagliate dei quali è difficile immaginare un’espansione, un’altra durata, quella romanzesca, forse in mancanza di Lucia, la ex fidanzata del Marco di Atti mancati, colei che faceva “capitare delle cose”, persino le cose mortali: più probabilmente, a causa del fatto che quella narrativa è anche una prova di liberazione, uno scrollarsi da qualcosa che c’era prima, e che un romanzo è quasi una ritorsione fisica, mentre tanto intelletto resta addosso a questi personaggi, come una coda che li segua e cancelli i loro passi per le strade di Bologna.

Non che quello narrativo sia un genere stupido, ma ha bisogno di una certa dose di vuoto, di “vera” incoscienza: queste coscienze colte nell’atto del proprio funzionamento da Marchesini, come da un Moravia che non sa fraintendersi, quasi invogliano a convocare un Moravia alla seconda che scruti di nascosto, magari travisi qualche passaggio, e ci riferisca, per non finire un po’ schiacciati dal narratore onnivoro, che anticipa e smangiucchia anche le testimonianze contrarie, come nel caso della madre, che posa le armi davanti all’irruenza dialettica di Pietro e sussurra: “Non so neanch’io (…) Di’ tu quello che vuoi dire”. Soffermarsi sulle tentazioni che la narrativa di Marchesini farebbe bene a respingere significa riconoscerne le possibilità, non misurabili e che sembrano distanziarla da quella di altri contemporanei, coetanei e non: estendersi su orizzonti più ampi vorrà dire per lo scrittore elaborare (coscienziosamente) il ruolo della tregua da concedere alle voci delle proprie sagome romanzesche – potrebbero prendere e andare al mare, per esempio, che dista appena un’ora, un’ora e mezza da Bologna…

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Quali maestri? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quali-maestri/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quali-maestri/#comments Tue, 10 Nov 2015 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29046 Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

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Questo pezzo è uscito sul numero di Linus attualmente in edicola.

La domanda nasce come un gioco davanti a una vecchia pubblicità (apparsa su linus nel maggio 1976): chi può spiegarci, oggi,  “perché siamo diventati come siamo”? Chi potremmo metterci al posto di quei tre (Elio Vittorini, Alberto Moravia, Eugenio Montale)? e conduce fatalmente a interrogarsi sull’endemico senso di inferiorità che attraversa il nostro paesaggio culturale. Osservare quegli illustri scrittori prima ancora che uno sforzo d’intelligenza storica, di critica letteraria o militanza culturale, ha tutta l’aria di un esperimento emotivo. Come ci sentiamo, come vogliamo sentirci rispetto al nostro tempo?

Delle tante accuse che ci rivolgono i nostri predecessori, una sembra particolarmente azzeccata: oggi c ’è molto più giudizio, acume, finezza di analisi, e sempre meno capacità di scelta, volontà di schierarsi. È innegabile. Si cerca, non si trova. Mancano gli appigli. Spesso ci si perde. Al limite si fa dell’ironia. Incapace di indicarne una definitiva, ho pensato ad alcune possibili soluzioni:

L’autocritica triste

Nel paese campione mondiale dell’autodenigrazione, gli ormai attempati decani della cultura si affacciano dalle terze pagine tuonando contro la decadenza delle patrie lettere. Al programmatico ottimismo renziano la vecchia guardia oppone un solido e simmetrico disincanto. Tra agosto e settembre scorsi si è avuto un campionario abbastanza esemplare: Pier Vincenzo Mengaldo, sulla Stampa, lamenta la “omogeneizzazione sociale” e quindi letteraria. Franco Cordelli, sul Fatto, sostiene che il pubblico degli scrittori non esiste più, essendo composto per lo più da altri scrittori o aspiranti tali. Una gigantesca orgia endogamica. Piergiorgio Giacché, nell’ultimo numero dello Straniero, recensendo un libro di Enzo Traverso dal titolo Che fine hanno fatto gli intellettuali? ribadisce: “Già perché intellettuali siamo diventati tutti, dopo la scolarizzazione di massa e l’industria culturale (…) siamo immersi in un sapere diffuso e confuso che ci appartiene anche senza il dovere di apprendere nulla, e però con il diritto di trasmettere tutto”. Se altri lettori di queste pagine dovessero riconoscersi nel ritratto sarebbe da considerare la possibilità di fare come quella volta il Time: al posto dei volti dei noti scrittori mettiamo tre specchietti e guardiamo in faccia il problema.

La reazione confusa

Poi c ’è Asor Rosa, che ripubblica un libro di molti anni fa con un nuovo saggio a mo’ di aggiornamento (che Alfonso Berardinelli, su Avvenire, definisce “sbrigativo e incongruo”), e quando ne parla sui giornali al posto dell’omogeneizzazione mengaldo-cordelliana si attiene a uno speculare e altrettanto vulgato “atomismo individualistico”: «non ci sono gruppi, tendenza, centri di elaborazione collettiva che integrino scrittori, critici, intellettuali». Di conseguenza non ci sono personalità di rilievo. La scoraggiante solitudine dell’intellettuale. Eppure siamo circondati da spazi collettivi, circoli, librerie-caffetterie, biblioteche. Sarà certamente un effetto di quella abnorme “democrazia culturale” di cui sopra. La società letteraria è morta (dicono), ma occasioni di confronto non mancano. Potrei citare per esperienza diretta numerose riunioni consumate a elaborare progetti culturali più o meno riusciti. Infine i blog, le riviste on line, un flusso quotidiano di riflessioni e dibattiti spesso più approfonditi e animati di quelli cartacei. Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura hanno cercato di mappare questa “galassia” su linus giungendo alla conclusione che si tratta di “un immenso casino”. A questo casino forse un giorno la storia riconoscerà una certa importanza. Quel che è certo è che Asor Rosa non lo bazzica.

L ’entusiasmo plebiscitario

Il numero estivo della rivista Orlando Esplorazioni conteneva i risultati di un sondaggio voluto da Paolo di Paolo e Giacomo Raccis e animato da preoccupazioni simili alle nostre. La domanda era: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?»: Si può essere più o meno d’accordo, ma il verdetto è stato unanime: Michele Mari, Walter Siti, Antonio Moresco (i risultati sono stati pubblicati qui). Indubbiamente dei “maestri”, ma nel senso in cui lo erano Montale, Moravia, Vittorini (eccetera)? Possiamo comunque accontentarci di un così bell’accordo intorno al canone futuro: il tempo e la selezione naturale (se esiste) ci diranno se abbiamo avuto ragione. Mari, Siti, Moresco, immaginiamoli insieme a sorseggiare un drink.

Il benaltrismo aggiornato

Indubbiamente la scrittura ha perso importanza sullo scacchiere delle arti e nel libero mercato dei prodotti culturali. Occuparsene, oggi,  è fare professione di inattualità. Altri sono i territori che contano, e i Grandi Maestri, se proprio vogliamo, andranno cercati lì. Chi dice meglio come siamo diventati: un uomo su una panchina di Sandro Veronesi o gli amici della De Filippi? Farinetti e il trionfo dell’universo food o un saggio di Recalcati sulla bulimia? Una pubblicità di Dolce & Gabbana o un’autofiction di W. Siti?

La riduzione del danno

Con le grandi narrazioni sono finiti i grandi narratori, ma non tutto è perduto. La letteratura è una creatura dotata di insospettabili facoltà adattive, capace di vivere lungamente nascosta negli anfratti più riposti di un mondo ostile. Spostarsi dal macro al micro. Ad esempio: se i grandi editori sono sempre più cinicamente “industriali” (e il gigante mondazzoliano non lascia sperare nulla di buono), forse dovremmo guardare ai piccoli. E se i letterati non sono più autorizzati a interpretare ruoli guida questo non significa che non si trovino ancora opere di alto livello. Siamo sicuri che per esempio Il tempo materiale di Giorgio Vasta, o Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani siano meno validi di Agostino di Moravia? La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro mi ha appassionato almeno quanto Conversazione in Sicilia. Se fosse nato trent’anni prima questo autore avrebbe forse fatto “progettazione culturale” come Vittorini. Invece è un incallito e geniale frequentatore di social network. A ogni modo il libro cè, e forse anche grazie ai social network.

Il fatalismo storico

L’Italia è un paese letterariamente stanco, semplicemente non ci sono più scrittori così bravi. Capita: esistono alti e bassi nella storia delle arti. Si può ragionare all’infinito sul perché. Sta di fatto che adesso bisogna rivolgersi altrove: Stati Uniti, Sudamerica, Asia, Sudafrica. Al posto di quei tre dovremmo allora mettere le foto di altrettanti autori stranieri, che ne so: Coetzee, DFW, Pamuk. A bilanciare il fatalismo storico potrebbe comunque essere utile accompagnare un pizzico di…

…Ottimismo della volontà

Non ci sono più grandi maestri? inventiamoceli. Non siamo disposti ad accettare passivamente la nostra “minorità” (come la chiama Daniele Giglioli in un recente saggio, tanto interessante quanto avvilente): qualcuno del calibro di Vittorini dovrà tornare prima o poi a illuminare coscienze e comitati editoriali. Prendiamo tre bambini: saranno i nostri Futuri Maestri. Mettiamoli nella fotografia, almeno uno di origine extraeuropea, per ragioni politiche o semplice realismo demografico. E cerchiamo di farli crescere nel modo migliore.

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Calvino e Pasolini, opposti maestri dello sguardo da fuori https://minimaetmoralia.it/letteratura/calvino-e-pasolini-opposti-maestri-dello-sguardo-da-fuori/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/calvino-e-pasolini-opposti-maestri-dello-sguardo-da-fuori/#comments Mon, 02 Nov 2015 14:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28926 Questo pezzo è uscito sul Foglio.

di Alfonso Berardinelli

Calvino? Un perfetto scrittore minore. Pasolini? Un grande scrittore mancato. Sui più influenti e discussi autori della seconda metà del Novecento, la cui ombra si allunga fino a oggi in un interminabile tramonto, non si finisce più di riflettere. Ammirarli e denigrarli possono e devono essere due facce di un’unica passione.

Calvino è pieno di limiti: la sua strategia è stata un astuto e prudente autolimitarsi. Pasolini è pieno di difetti: tutti i suoi libri
sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi quanto improvvisati. Calvino è sempre presente a se stesso. È un abile artigiano anche quando ha poco da dire. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe. Aguzza l’ingegno per non dire quello che pensa. Il suo io si contrae per non esporsi alle discussioni.

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calvino pasolini

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

di Alfonso Berardinelli

Calvino? Un perfetto scrittore minore. Pasolini? Un grande scrittore mancato. Sui più influenti e discussi autori della seconda metà del Novecento, la cui ombra si allunga fino a oggi in un interminabile tramonto, non si finisce più di riflettere. Ammirarli e denigrarli possono e devono essere due facce di un’unica passione.

Calvino è pieno di limiti: la sua strategia è stata un astuto e prudente autolimitarsi. Pasolini è pieno di difetti: tutti i suoi libri
sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi quanto improvvisati. Calvino è sempre presente a se stesso. È un abile artigiano anche quando ha poco da dire. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe. Aguzza l’ingegno per non dire quello che pensa. Il suo io si contrae per non esporsi alle discussioni.

Cerca di tenersi buono e stretto il suo lettore: gli fa immaginare problematiche complesse, ma se poi non le capisce non fa niente: intanto lo fa sorridere e lo rassicura. Anche il suo racconto della guerra partigiana, Il sentiero dei nidi di ragno, è una fiabesca avventura più infantile che adolescente. Gli adolescenti sono più sofferenti e problematici. Calvino nasconde le sofferenze. Non si commuove e non commuove mai. Per le emozioni ha una vera fobia.

Meglio essere leggeri che spaventare con l’impegno. È un misantropo come Il barone rampante che si ritira sugli alberi e come Palomar che guarda il mondo da un telescopio. Ma di fronte alle “problematiche” ponderose, preferisce fare il finto tonto o giocare con la geometria, pur di non sprecare inutilmente energie.

Pasolini ha un io smodato. Si mette sempre al centro della scena. Fronteggia la Storia del mondo confessando le sue angosce e le sue passioni inflessibili. Ama e accusa. Accusa chi non lo ama. Quando non ha più voglia di amare, la prima cosa che gli viene in mente è che un mondo da amare finisce: il suo mondo premoderno che forse era l’unico vero mondo reale. Pasolini prende per la gola i suoi lettori. Pretende di radiografare il loro cuore ipocrita e le loro buie viscere. Fa il Cristo e fa il Socrate.

Fa sentire in colpa il suo pubblico sacrificandosi come vittima della società. Anche quando scrive male, il sottinteso è che la verità va oltre lo stile: anzi lo distrugge. Dice sempre quello che pensa e non smette mai di pensare in pubblico. L’idea di stile lo ossessiona perché non ha pazienza per definirlo, lavorarlo, renderlo solido e durevole.

La sua strategia è una spericolata e teatrale scorciatoia: “lo stile sono io”, io sono la poesia qualunque cosa scriva, sono la poesia anche se non scrivo, anche se faccio film (“cinema di poesia”), se sono intervistato, se sono fotografato, se parlo in tv, se scrivo articoli (“giornalismo di poesia”).

In una famosa polemica di metà anni Sessanta sulle trasformazioni della lingua italiana, Pasolini difese “l’espressività letteraria” contro le minacce del linguaggio tecno-burocratico. Calvino gli rispose difendendo invece la concretezza e precisione linguistica, l’efficienza comunicativa dell’italiano “al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana”. Dunque Calvino, lo scrittore fantastico, era in realtà un oculato uomo pratico interessato a tenere in rapporto “common sense” e visione scentifica del mondo.

Mentre Pasolini, con il suo sperimentalismo realistico, i suoi reportage dalle periferie e dal Terzo Mondo, voleva esprimersi, passionalmente, ideologicamente. Il suo primo dato di esperienza è una visione estetica, erotica, autobiografica del mondo.

Dunque Calvino un perfetto scrittore minore e Pasolini un grande scrittore mancato? Da tempo mi sono affezionato a queste formule. I due autori hanno messo in circolazione per le generazioni successive due modelli letterari opposti, due idee di letteratura e di comportamento letterario. Calvino è piaciuto agli astuti e ai prudenti, ai laboriosi borghesi del nord, agli insegnanti gioviali che hanno paura di smuovere qualcosa di temibile negli alunni, agli studiosi di strutture formali e di cruciverba, a chi vuole solo elegantemente sorridere, ai critici cortigiani in carriera presso la Einaudi.

Pasolini appassiona chi vuole perdersi, chi ha l’isitinto di accusare, chi si sente accusato, chi piange sulle vittime, chi non capisce che la storia è lavoro, chi fiuta dovunque possibili lager, chi vede in ogni burocrate un nazista potenziale.

Calvino morto a sessantadue anni nel settembre 1985, Pasolini morto a cinquantatre anni nel novembre 1975, sono ancora fra noi. Si può scegliere fra l’uno o l’altro. Per quanto mi riguarda, per passionale prudenza, me li tengo tutti e due come opposti maestri dello “sguardo da fuori”.

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Contro Berardinelli quando dice che la poesia italiana è morta https://minimaetmoralia.it/poesia/contro-berardinelli-quando-dice-che-la-poesia-italiana-e-morta/ https://minimaetmoralia.it/poesia/contro-berardinelli-quando-dice-che-la-poesia-italiana-e-morta/#comments Thu, 16 Jul 2015 06:37:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27843 Qualche giorno fa sul Foglio Alfonso Berardinelli commentava la chiusura della storica collana di poesia Lo specchio affermando che in Italia c’è una crisi strutturale della poesia. Ospitiamo questo intervento di Gilda Policastro, ringraziando l’autrice. di Gilda Policastro Alfonso Berardinelli ha sempre pensato all’avanguardia come a un partito politico di maggioranza, con la forza di […]

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Qualche giorno fa sul Foglio Alfonso Berardinelli commentava la chiusura della storica collana di poesia Lo specchio affermando che in Italia c’è una crisi strutturale della poesia. Ospitiamo questo intervento di Gilda Policastro, ringraziando l’autrice.

di Gilda Policastro

Alfonso Berardinelli ha sempre pensato all’avanguardia come a un partito politico di maggioranza, con la forza di imporre una sorta di anticanone e il destino di non riuscire a reggere la contraddizione tra la presa di potere e l’ambizione rivoluzionaria: pena la rinuncia a uno dei due, il potere (ossia la diffusione, la circolazione) o la rivoluzione (il rinnovamento, il sabotaggio del noto e del vieto). L’altra cosa che Berardinelli non ha mai compreso è la gratuità dell’operazione neoavanguardista, ma soprattutto dei suoi derivati o postumi, dal Gruppo 93 alle aree di ricerca attuali, anzi, in qualche modo l’autocondanna programmatica alla minoranza. Quella tra leggibilità (l’orientamento verso le masse di lettori) e illeggibilità (la presunta esclusiva attenzione ai pochi iniziati) è una questione che Manganelli si pose già alla fine degli anni Sessanta, quando nell’articolo La letteratura come mafia spiegò come la leggibilità andasse intesa quale «lievemente patologica mancanza di ironia». E, soprattutto, come quella programmatica affidabilità coltivata dagli scrittori tradizionali non fosse altro che rinuncia ad averci nuovi lettori, ma soprattutto a partorire nuove opere: «quei libri faticosi, sbagliati, in cui si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita». Neoavanguardia, Novissimi: nel nome, già, qualcosa che non c’era, e da allora in poi sì, almeno negli auspici del «racket degli illeggibili», ancora con Manganelli. Sapere bene come scrivere male, ad esempio, col noto paradosso stavolta sanguinetiano. Ma, al contrario, riprendere a scrivere nel deprecato (sempre dal racket, s’intende) poetese, per Alfonso Berardinelli sarebbe ancora utile o possibile o necessario? E lo sa Berardinelli che chi ha venti o trent’anni si forma su Sereni o Caproni non meno che su Pagliarani e Balestrini, finanche nei corsi universitari? Sa che quando pensa all’avanguardia come a un partito politico dell’arte non dice nulla a chi scrive poesia oggi, perché chi scrive poesia oggi (o ne pratica, con assunto ancora una volta sanguinetiano) si forma su tutte le arti, non solo sulla rima cuore-amore? Detto questo, chiuda lo Specchio, sì, e anche la Bianca (pure se non si vede come questo c’azzecchi con le avanguardie, dal momento che non è indubbiamente quella, con qualche vistosa eccezione, la strada per cui sono passate e meno che mai passano oggidì): è proprio guardando alle ultime generazioni e alle nuove scritture che si capisce come per nessuno dei poeti attuali possano più rappresentare un riferimento. Si leggono libri pubblicati da collane fuori mercato o di nicchia, ma, soprattutto, si legge poesia nella rete: è lì che si travalicano gli angusti confini delle letterine nostrane, perché il grande merito dell’avanguardia, mentore Arbasino, è stato quello di aver riaperto le frontiere, obbligando gli scrittori a confrontarsi con quanto succedeva fuori. Fuori d’Italia, e fuori dal recinto protetto dei generi: la miglior collana letteraria dell’ultimo decennio si chiama Fuoriformato, la ospitava Le Lettere (oggi ha traslocato presso L’Orma) e ha pubblicato Vittorio Reta, Patrizia Vicinelli, Gabriele Frasca, Luigi Di Ruscio. Poeti. Prosatori. Autori di testi irregolari, non codificabili secondo i criteri tradizionali (racket di “nuovi” illeggibili?) Ma poi non ha resistito alla mancanza di distribuzione, mentre in libreria continua a sbancare una narrativa di consumo e di genere che non ha alcuna rilevanza letteraria e meno che mai linguistica: «che sia lingua e non penna», commendava il saggio sul Trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia, mentre se apro Maurizio de Giovanni, campione di vendite, trovo il trattamento di materiali del tipo seguente: «Livia sorseggia il caffè, come cercando le parole giuste. Falco assaporò invece il profumo che emanava da lei, un’essenza selvatica e pungente». Questo è sapere male come scrivere bene (sed male) e la poesia, caro Berardinelli, serve, abbiamo detto, esattamente al contrario: forse se i grandi editori, invece di chiudere collane, si accorgessero di questo, passeremmo dagli eterni funerali di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo a un revival di nuove, immedicabili nascite.

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Valerio Magrelli: dal silenzio del poeta al sangue amaro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/#comments Mon, 25 May 2015 16:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24762 Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

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Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

“Ammirevole è la vita delle cose”, recita un verso; gli oggetti, però, si nascondono, sembrano parlare per enigmi. Siamo in presenza di una poesia che attinge alla filosofia e alla scienza. Alla base ci sono gli studi di Berkeley (filosofo empirista del ‘700), c’è la sua teoria della visione, ma c’è anche la poesia francese, la lezione di Valery e la poetica degli oggetti di Ponge. Gran parte delle poesie nascono alla metà degli anni ’70, anni drammaticamente rumorosi, segnati da manifestazioni e scontri di piazza. Il poeta, tuttavia, si chiude al mondo, preferisce il silenzio e la scrittura, in una sorta di estraneità nei confronti del presente, quasi a voler prendere le distanze dalla sua generazione, come indica chiaramente la poesia che recita: “Preferisco venire dal silenzio/per parlare. Preparare la parola/con cura, perché arrivi alla sua sponda/scivolando sommessa come una barca.”

Il secondo volume, Nature e venature (Mondadori, 1986, premio Viareggio), è sicuramente quello che consacra Magrelli e che segna, a mio parere, il punto più alto della sua poetica. Ancora una volta il titolo è all’insegna dell’ambiguità e del gioco di parole, perché dentro il termine venature è racchiuso anche il primo, nature. Come spiega l’autore stesso: “Volevo che il vocabolo venatura (di solito associato a un universo decorativo, grazioso, composto) rivelasse al suo interno una parola come natura, che per me ha sempre avuto un senso oscuro e geologico. Come dentro a venatura si cela una parola inquietante e traumatica, così questi testi, dietro a un’apparente compostezza, avrebbero dovuto far intravedere la presenza del disordine sottostante.” E infatti, la realtà appare corrosa, scalfita, abrasa, rigata, screziata, logorata, scheggiata; domina una poetica degli oggetti che è figlia della poesia di Eliot e di Montale.

Spesso essi sono immersi in uno spazio in cui le presenze umane mancano, dove prevale, piuttosto, lo spazio della casa abitato dagli oggetti domestici, oppure lo spazio condominiale, come in una delle poesie della sezione In giro: “Non sono di nessuno/le terrazze condominiali./Vi si lasciano i panni/ad asciugare,/i panni del deserto./Sono altopiani vasti,/vasti e disabitati,/abbandonati ad un’infanzia aerea.” Qui l’inappartenenza e l’anonimato sono suggeriti dall’impiego del costrutto negativo (non sono di nessuno), dal si impersonale, dal prefisso privativo (disabitati), dai lessemi: lasciano, deserto, abbandonati. Sempre di più gli oggetti assumono vita propria, tuttavia senza sfociare nell’onirico, ma sempre osservati e descritti da uno sguardo vigile e razionale. Siamo nell’orbita di quella sliricizzazione che caratterizza la prima raccolta e che ora si fa più evidente, con poesie che sembrano ricordano le nature morte di Morandi o le piazze metafisiche di De Chirico.

Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992, premio Montale) segna una svolta nella sua poesia, sia per la presenza di poesie in prosa o vere e proprie prose, come Terra nera oppure Moore bianco, testo dedicato alle sculture di Henry Moore, sia per la comparsa dell’elemento comico, che sarà molto più marcato nella raccolta successiva; inoltre, accanto alle prose compaiono pagine diaristiche. Il senso dominante non è più la vista, o non solo essa, ma l’udito, il ronzio del mondo; d’altronde il termine “tiptologia” si riferisce sia ai colpi alle pareti che i carcerati si scambiano per comunicare tra di loro, sia al battere sul tavolo durante una seduta spiritica per richiamare le anime dell’aldilà.

Le poesie non indicano certezze, piuttosto sollevano dubbi, ribaltano la tranquilla abitudine percettiva delle cose, fanno intuire l’esistenza di un mondo inatteso. Il poeta non si sottrae alla sfida con la contemporaneità, senza tuttavia cedere il passo al non senso, ma procede con decisione dialettica, toccando con punte d’ironia e sarcasmo anche una prosa saggistica che si accende e si illumina sotto spinte filosofiche e civili, come per attrito tra generi più o meno tradizionali.

Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, 1999) conferma la svolta rappresentata dalla precedente raccolta e si presenta come un poemetto eroicomico che racconta l’antimateria poetica dei giornali, percorso da una forte tensione etica, definita da qualcuno pariniana. Vi si può scorgere il rapporto di amore-odio che lega il letterato ai mezzi di comunicazione, con poesie che hanno la forma dell’aforisma o dell’epigramma, come ad esempio: La legge morale dentro di me/l’antenna parabolica sopra di me. Il cielo stellato è stato sostituito dal piccolo schermo, come recita il titolo della poesia, il piccolo schermo s’intromette tra noi e la natura, tra noi e la nostra percezione del mondo. Ecco che il giornale diventa il luogo attraverso il quale raccontare le trasformazioni che l’uomo subisce oggi; il giornale, però, con la sua pretesa di raccontare oggettivamente il mondo, richiede delle postille, delle didascalie, appunto.

Tuttavia Magrelli non ha mai uno sguardo da moralista, perché, come scrive Alfonso Berardinelli, il suo è uno sguardo antropologico, uno sguardo allo specchio che include il poeta stesso, dove egli è il primo ad essere parte in causa. Il critico Franco Nasi ha definito questa raccolta un epicedio, cioè un componimento in morte di qualcosa. A morire è forse il giornale come fonte di cultura e di informazione. Se nelle precedenti raccolte era evidente l’isolamento dell’io poetico, la sua estraneità nei confronti della storia, con questa raccolta, come Magrelli stesso ha dichiarato, si passa da Eliot e dai poeti metafisici a Brecht, alla poesia civile, sia pure innervata di ironia. Un’ironia che è figlia del dadaismo, cui Magrelli si sente molto legato, avendovi dedicato un libro (Profilo del Dada, Laterza, 2006), e dal quale probabilmente discende il riuso delle parole vuote della quotidianità e del giornale per risemantizzarle, caricandole di significati nuovi.

L’ironia sfocia nel grottesco nella poesia Ecce Video, contenuta nella sezione Altre poesie nel volume che raccoglie la produzione poetica di Magrelli fino al 1992 (Poesie 1980-1992 e altre poesie, Einaudi, 1996). Ecce Video si compone di due parti, due sonetti di endecasillabi in rima, uno dei quali composto da monosillabi della lingua inglese (“goal, quiz, clip, news, spot, film, blob, flash, scoop, E.T.”), a sottolineare la fagocitazione dell’italiano da parte della lingua anglosassone, tema che ritornerà in una poesia della raccolta successiva, significativamente intitolata La lingua antropofaga. I due sonetti affrontano il rapporto fra vita reale e vita virtuale trasmessa attraverso il televisore, definito sfera di cristallo del presente. Fondamentale per capire il testo è la citazione in esergo, dove le iniziali dell’uomo trovato morto davanti al televisore acceso, dopo nove mesi dal decesso, E. H, richiamano nella mente del poeta l’Ecce Homo di cui narra Giovanni nel suo Vangelo. Magrelli, però, si domanda se il morto sia l’uomo o il televisore, in una sorta di scambio tra soggetto e oggetto, e difatti, nella terza strofa, la “carogna divorata dagli insetti” non è l’uomo ma il televisore che “frinisce e brilla breve/senza più palinsesti e albaparietti.”

Interrogarsi sui mezzi di comunicazione, giornali e televisione, significa interrogarsi sul rapporto che abbiamo con la realtà, ma soprattutto interrogarsi sulla lingua usata da tali media, una lingua sempre più corrosa dall’uso automatico che se ne fa e in cui le parole sono svuotate del loro significato; ne deriva una lingua sempre più afasica e sempre meno condivisa. Se è la lingua a creare una comunità, a mettere in comunicazione con gli altri, ora l’invasione di “creature biforcate e logo-immuni, invulnerabili alla verità”, strappa il poeta al suo sogno più caro: quello di “una lingua condivisa”, proprio perché comunicare significa “comunicarsi nella comunione di una parola comune.” Cito dalla poesia Addio alla lingua che chiude la penultima raccolta, Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006), tutta costruita sulla contrapposizione di coppie concettuali dialettiche: pubblico e privato, bene e male, guerra e pace, vita e morte. Con questo volume Magrelli indaga i disturbi che si insinuano in tali meccanismi binari fino al punto di incepparli. Da una parte abbiamo lo spazio pubblico che espone il soggetto al contatto coi suoi simili e lo coinvolge nelle dinamiche collettive, dall’altra lo spazio privato della casa, della memoria, dell’io.

La poesia che apre il volume s’intitola La guace, neologismo che nasce dalla mescolanza di guerra e pace, dove alla porta di Giano che restava aperta durante le guerre, in attesa del ritorno dei combattenti, si è sostituita la porta di Duchamp, cioè un gesto dada che non significa nulla, una porta che non apre e non chiude, oppure resta sempre chiusa e sempre aperta; come per dire che lo stato di guerra è permanente. La contemporaneità è dominata dalla macchina che fa largo uso del sistema binario: il computer; macchina con la quale il poeta si confronta volentieri, come nella poesia Si riparano personal (computer), attraverso gli strumenti poetici della grande tradizione letteraria, in questo caso una sestina di settenari, componimento dalla struttura molto complessa, inventato dal provenzale Arnaut Daniel e introdotto in Italia da Dante: ogni strofa è formata da sei parole-rima che si ripetono sempre uguali e ogni strofa inizia con l’ultima parola della strofa precedente (secondo un ordine chiamato di retrogradazione a croce).

Nel raccontare la contemporaneità, Magrelli non dimentica le tragedie del presente, ed ecco che nella poesia Su un’aria del turco in Italia compaiono i clandestini annegati; mentre in un’altra poesia ci sono “colonne di profughi che avanzano ciechi, perduti nella notte della loro identità.” Il male, tuttavia, non è solo all’esterno, nel mondo, esso può insinuarsi anche nelle sfere più protette e familiari dell’esistenza umana: che accidenti è successo, ci si domanda nella poesia Famiglia del poeta, se perfino dentro casa, nel reame della volontà buona, il nostro stesso volerci bene certe volte scotta?

Il confronto e direi il conflitto con la contemporaneità è centrale nell’ultima raccolta, Il sangue amaro (Einaudi, 2014) già a partire dalla sezione conclusiva che dà il titolo al libro intero. Come ha scritto Gabriele Pedullà, l’ispirazione poetica nasce sempre più spesso dall’inspirazione di un’aria avvelenata, l’aria del nostro tempo. Il sangue amaro è un volume piuttosto articolato, diviso in 12 sezioni, comprendente tre poemetti e poesie occasionali, poesie civili, dediche ad amici, artisti, poeti, come nella sezione di apertura, Coppie di nomi propri, dove compare un omaggio a un grande poeta, Edoardo Sanguineti, morto nel 2010 e per il quale non ci sono stati funerali di Stato.

I versi della poesia, però, formano un acrostico: Mike Bongiorno, definito pastore della merce, per il quale, invece, nel Tele-Stato, ci sono stati funerali di Stato. Il rapporto conflittuale col presente investe anche la sfera religiosa, accade nella sezione intitolata Otto volte Natale, otto poesie sul tema del Natale e della nascita; la festività cristiana, però, non viene celebrata semmai stigmatizzata. Qui compare un tema lucreziano/leopardiano: il dolore del vivere che comincia proprio con la nascita, fino al punto di scrivere che il vero sacrificio di Cristo non si consuma sul Golgota ma nella mangiatoia, cioè non è la crocefissione ma la nascita.

Il tema del male di vivere prosegue nella sezione successiva, dal titolo kirkegaardiano di Timore e tremore; qui Magrelli giunge a dire che mettere al mondo dei figli significa trasmettere un’infezione, come si legge nella poesia Il traditore: “Ho infettato i miei figli trasmettendogli vita./Per tollerarla l’ho disseminata/alimentando ciò da cui fuggivo.” E tuttavia, dare vita, costruire una rete di legami affettivi – ancora una volta in chiave leopardiana – è l’unico modo per evitare il suicidio, perché morendo si perderebbero proprio gli affetti, come il poeta dichiara in un’altra poesia, Cerbero.

Se al suo esordio il giovane Magrelli preferiva il silenzio della parola poetica alle manifestazioni politiche e agli scontri di piazza, ora è un altro rumore a dominare il presente, a impedire un rapporto pacifico col mondo: la volgarità, la petulante invadenza dei vicini, la musica ad alto volume nei negozi e nei locali pubblici, le risse in televisione; persino dall’asciugacapelli giungono voci, i suoni indistinti di una folla che fugge e che poi diventano urla, minacce, spari: alimentando il sangue amaro. Il poeta prova ad invocare: Rumore, fa’ silenzio, come avviene nella poesia omonima, ma la realtà schiaccia il soggetto, alimenta l’odio, la rabbia, la frustrazione che si trasformano in sangue amaro. Allora non resta che tentare la via del raccoglimento, fare i conti con la propria debolezza, compagna inseparabile della vita, motore e insieme orrore dell’esistenza, corpo e anima, entrambi feriti e frantumati. E proprio Raccoglimento è il titolo di un sonetto di Baudelaire al quale Magrelli ha dedicato un saggio (Nero sonetto solubile, Laterza, 2010), uno dei frutti più originali del suo lavoro di studioso e critico letterario.

Come mai questo sonetto gode di una tale vitalità e ritorna, sotto forma ci citazione intertestuale o di riscrittura, in dieci autori della letteratura francese, da Valéry a Michaux, da Cèline a Prévost, da Colette a Nabokov, da Beckett a Queneau, da Perec a Houellebecq? Perché, prima di essere uccisa dal compagno (il cantante del gruppo rock Noir Désir), l’attrice Marie Trintignant invia alla madre un sms con l’inizio di questo sonetto? Dopo tanto interrogarsi, dopo tanto ricercare tra le parole degli altri – scrittori, poeti, critici letterari – ci dà la sua personale versione di Raccoglimento.

Magrelli è al contempo poeta e studioso, traduttore e critico letterario, e la sua poesia si alimenta di tutte queste attività, in uno scambio continuo e fecondo; perciò essere poeta non significa soltanto comporre versi, ma interrogarsi sui segreti e sulle dinamiche di tale attività, condurre il lettore dentro il proprio laboratorio, mentre l’autore costruisce il testo, sceglie le parole, riflette sul suo ruolo. “O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,/per qualche esperimento concepite,/che tuttavia non so”, recita, infatti, un altro testo de Il sangue amaro. Insomma, nel fare poesia, Magrelli fa anche metapoesia, e oltre che con le contraddizioni e le ferite della quotidianità, fa i conti col mestiere del poeta.

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Roma. Quattro modi di morire in prosa: Alfonso Berardinelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-quattro-modi-di-morire-in-prosa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-quattro-modi-di-morire-in-prosa/#comments Mon, 17 Feb 2014 11:40:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18564 "Roma Capitale / Sei ripugnante / Non ti sopporto più", canta Pierpaolo Capovilla nell'ultimo album del Teatro degli Orrori. Più Roma fa orrore, più appare interessante. Più è disprezzata, più il suo magnetismo trionfa su chi volta lo sguardo dall'altra parte. Una sponda al Parlamento, l'altra al Vaticano. E poi il cinema, la Rai, le periferie, i tassisti, l'editoria indipendente, i giornalisti, i palazzinari, il Seicento e il Novecento, e più lontano i pascoli tagliati da immaginarie linee della metropolitana. Un pezzo al giorno, proviamo a raccontare Roma in quattro atti. Ce ne vorrebbero molti di più e l'esercizio di comprensione sarebbe comunque inutile. Per questo è interessante. Magari diventa un appuntamento fisso di questo blog. Esito incerto, come il passaggio di certi autobus.

Iniziamo con un pezzo di Alfonso Berardinelli uscito sul Foglio. (Immagine: La grande bellezza di Paolo Sorrentino)

Odio Roma e la Dolce Vita

di Alfonso Berardinelli

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

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grandebellezza “Roma Capitale / Sei ripugnante / Non ti sopporto più”, canta Pierpaolo Capovilla nell’ultimo album del Teatro degli Orrori. Più Roma fa orrore, più appare interessante. Più è disprezzata, più il suo magnetismo trionfa su chi volta lo sguardo dall’altra parte. Una sponda al Parlamento, l’altra al Vaticano. E poi il cinema, la Rai, le periferie, i tassisti, l’editoria indipendente, i giornalisti, i palazzinari, il Seicento e il Novecento, e più lontano i pascoli tagliati da immaginarie linee della metropolitana. Un pezzo al giorno, proviamo a raccontare Roma in quattro atti. Ce ne vorrebbero molti di più e l’esercizio di comprensione sarebbe comunque inutile. Per questo è interessante. Magari diventa un appuntamento fisso di questo blog. Esito incerto, come il passaggio di certi autobus.

Iniziamo con un pezzo di Alfonso Berardinelli uscito sul Foglio. (Immagine: La grande bellezza di Paolo Sorrentino)

Odio Roma e la Dolce Vita

di Alfonso Berardinelli

Che cos’è Roma? Ci sono nato, da genitori nati a Roma, e sono cresciuto a Testaccio. Ma non ho mai capito cos’era questa città. Non mi è mai piaciuta, l’ho sempre rifiutata, da bambino mi sembrava che avesse un odore di sacrestia e di latrina. Ho studiato dai Salesiani fino a tredici anni, la vita personale dei preti mi incuriosiva, mi chiedevo in che cosa credevano loro, in che cosa dovevamo credere noi, se nella messa del mattino o nei film western e nei tornei di calcio con cui ci tenevano occupati di pomeriggio. Perfino con un gigante letterario come Gioachino Belli ho difficoltà. Mi piace leggerlo a voce alta a qualcuno, ma dopo la lettura mi sento letterariamente euforico e moralmente abbattuto. Posso essere fiero del fatto che Roma abbia prodotto un attore come Ettore Petrolini, ma sento che la sua comicità, la sua nausea di sé, è una scorante malattia che nessuno ha mai eliminato dall’aria di Roma. Perciò sopporto male i fanatici della bellezza di Roma, soprattutto se non sono romani. Li considero esteti e guardoni, ciechi alla tristezza, alla metafisica barbarie, al “delirio d’immobilità” che la città trasmette a chi ci nasce. Roma è un mito e un problema? O è semplicemente un luogo meraviglioso e irresistibile?

In un lungo editoriale sull’ultimo numero della Lettura, Sandro Veronesi affronta e attualizza l’argomento con le migliori intenzioni, mettendoci dentro anche la non-romanità politica esibita da Matteo Renzi. Per smontare i pregiudizi (“a Roma non si lavora”, “Roma prima o poi corrompe tutti”) Veronesi esorta a mettere insieme le due facce della città eterna e capitale d’Italia: lo scenario storico-estetico e l’energia delle periferie. Non smetto di rimuginare sugli innumerevoli perché del mio non-amore (non ho amato, ahimè, neppure mia madre: troppo pathos materno) ma resto anche incapace di affrontare l’ingarbugliata vastità del tema. Approfitto perciò di chiunque dica la sua su Roma per poterlo approvare, contraddire e commentare. È la ragione per cui ho recensito su questo giornale sia “Habemus papam” di Moretti che “La grande bellezza” di Sorrentino, due film opposti e forse complementari, ispirati dal desiderio di “far vedere” qualcosa che di solito non si vede: San Pietro, il Vaticano, i cardinali in conclave (Moretti), le ville, le fontane, le terrazze, i Lungotevere, la dolce vita (Sorrentino).

Due visioni molto selettive, parziali e deformanti, che tuttavia mettono in primo piano, in forma visionaria, qualcosa che c’è, o aleggia, o dorme nell’inconscio dei romani e dei non romani approdati a Roma. La proposta di Veronesi, fra letteratura e cinema, è sensata, ma solo in apparenza. Il suo invito conclusivo (“vediamola, questa città”) sembra indicare la soluzione, invece indica il problema. Vedere Roma come unità è impossibile. Quell’unità o totalità c’è e non c’è. Nessuno l’ha mai pensata. Rimane comunque una pluralità che non trova un ordine e sfugge alla coscienza. Chiunque passi non distrattamente da una zona all’altra di Roma, sente che si smarrisce, per un attimo “perde i sensi” e si ritrova in luoghi reciprocamente incompatibili, come un sonnambulo. La compresenza dei due massimi precedenti storici, la Roma imperiale e il papato, allude simbolicamente e fisicamente a dimensioni trascendenti contraddittorie: Cesare e Dio, la spada e la croce, il potere politico e l’autorità religiosa, la terra e il cielo (il cielo di Roma è una liberazione: libera da Roma chi lo guarda).

Il popolo di Roma, di cui si ritrovano al presente poche tracce, non crede, non ha creduto a nessuna delle due trascendenze. Non è un popolo religioso e neppure civile. Il potere imperiale è morto da due millenni e da allora sembra che per i romani non sia successo niente. Le teste di pietra degli imperatori, a guardarle bene, somigliano ancora oggi a quelle dei macellai e dei proprietari di ristoranti. Il potere dello stato nazionale e dei ministeri (“voi non sapete che cos’è un ministero. Nessuno lo sa”, avvertiva Carlo Levi nel 1950) è un potere kafkiano, proprio così: Orson Welles usò il vecchio Palazzo di giustizia, chiamato “Palazzaccio” dai romani, nel suo film sul “Processo” con Tony Perkins.

Il cristianesimo ha trovato a Roma il suo habitat politico, ma lo spirito sembra volato via, lo si ritrova nel silenzio di qualche piccola chiesa nascosta. La cupola di Bramante e Michelangelo o il colonnato di Bernini glorificano la chiesa, non aiutano molto a pensare a vita e morte del profeta di Nazaret. Roma si sottrae alle definizioni che procedono per luoghi comuni, eppure tutti i luoghi comuni su Roma aiutano a capire qualcosa di vero, se portati alle loro più lontane deduzioni senza dimenticare che c’è anche altro, c’è sempre altro. I romani indubbiamente lavorano, ma impiegano troppo tempo per arrivare sul posto di lavoro, e la città, in genere, non incoraggia a pensare che il lavoro che si fa giunga a buon fine e sia apprezzato.

“Chi ha visto Roma non potrà più essere infelice”, ha scritto Goethe. Ma solo qualche decennio dopo un altro poeta, Leopardi, a Roma non trovò che disagi, delusioni e infelicità. Rileggo qualche riga famosa del suo epistolario: “La letteratura romana è così misera, vile, stolta, nulla, ch’io mi pento d’averla veduta e vederla, perché questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura…”. E quattro giorni dopo: “Pare che questi fottuti Romani che si son fatti e palazzi e strade e chiese e piazze sulla misura delle abitazioni de’ giganti, vogliono anche farsi i divertimenti a proporzione, cioè giganteschi, quasi che la natura umana, per coglionesca che sia, possa reggere…”. Due settimane più tardi conclude: “Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma”.

Per chi non ne avesse abbastanza, aggiungo quello che scrisse Giuseppe Prezzolini facendo nel 1970 un bilancio di Roma capitale: “Cento anni d’incompetenza, di trascuranza, di cupidigia, d’affarismo (…) promesse non mantenute, spese rovinose, costruzioni assurde e fatiscenti, distruzioni ignobili, bilanci truccati, corruzione permanente (…). Con rassegnazione dobbiamo abituarci a considerarla come un errore di gioventù”. Scriverò mai un libro o un saggio su Roma? Vorrei, ma non ci credo. Anche in questo sono un fottuto romano, due volte fottuto perché non è neppure riuscito a godersi né vita dolce né grande bellezza. Nego che Roma sia bella? No, ma certo (come dice Patrizia Cavalli) è brutta ad altezza uomo, quando ci si cammina dentro e non la si guarda dall’alto. Bella o no, se Roma fosse una donna direi che non è il mio tipo. Le cose più belle di Roma sono nella luce delle grandi ville, o nascoste nel semibuio delle pinacoteche e delle chiese. Poi c’è il cielo, divino in tutti i sensi, monoteista e politeista, a piacere. Solo che non è davvero il suo cielo. Roma non lo merita.

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Simone Weil è il più grande filosofo del Novecento https://minimaetmoralia.it/ritratti/simone-weil/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/simone-weil/#comments Mon, 03 Feb 2014 16:08:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18126 Il 3 febbraio del 1909 nasceva a Parigi Simone Weil. Pubblichiamo un articolo di Alfonso Berardinelli apparso sul Foglio e vi invitiamo a leggere un pezzo di Nicola Lagioia uscito su Orwell e su minima&moralia nel 2012.

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

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Il 3 febbraio del 1909 nasceva a Parigi Simone Weil. Pubblichiamo un articolo di Alfonso Berardinelli apparso sul Foglio e vi invitiamo a leggere un pezzo di Nicola Lagioia uscito su Orwell e su minima&moralia nel 2012.

di Alfonso Berardinelli

Qualche mese fa un giovane critico letterario, piuttosto polemico con le mie opinioni sia politiche che culturali (secondo lui indecifrabili, se non aberranti), mi ha chiesto in conclusione qual è, secondo me, il maggiore filosofo del Novecento. Non ho dovuto riflettere molto per rispondere: Simone Weil. Questa risposta, pur essendo accolta come un’ulteriore provocazione, sembrava anche offrire finalmente un chiarimento: perché certo Simone Weil la si sente nominare, ma non si sa mai come prenderla, non rimanda alle culture dominanti nel Novecento o le respinge, tiene insieme, non per moderatismo, ma per radicalismo, politica e religione, etica e gnoseologia: e quindi, soprattutto, non viene letta, esige molto dal lettore e disturba in particolare gli intellettuali e la loro categoria oggi prevalente, quella degli universitari. La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

Stranamente, faziosamente, accusano la Weil di non professionalità filosofica coloro che non battono ciglio davanti a Nietzsche, conformisticamente lo ritengono, in questi anni, un filosofo “epocale” (esagerando), salvo mettere fra parentesi il punto centrale e la punta contundente di tutto il pensiero di Nietzsche: il suo proposito di pensare filosoficamente fuori della filosofia tradizionale, delle sue problematiche e del suo linguaggio. Perché disturba, perché “non frutta” Simone Weil? La risposta è che non viene da Hegel né rimanda a Nietzsche (dichiarò di non sopportarlo); fa totalmente a meno di Freud anche quando parla di psicologia, di passioni e di desideri; non tiene conto né del “Tractatus” di Wittgenstein né di “Essere e tempo” di Heidegger; non ha niente a che fare né con il Surrealismo né con altre avanguardie. Le sue riflessioni politiche non escludono l’esperienza religiosa, il suo impegno politico non esclude, anzi implica, un’idea della mente umana che abbia la capacità di trascendere i dati immediati dell’esperienza. Il suo ateismo intellettuale non nega la possibilità di concepire Dio, se davvero se ne è capaci, cioè se si è in grado di vivere, di convivere con una certezza religiosa in un mondo costruito sull’assenza di Dio e la cancellazione del sacro.

Il pensiero della Weil si muove tra Platone e Marx, fra cultura greca (e in parte orientale) e un cristianesimo che a volte affascina i cristiani, li chiama in causa con la figura di Cristo e con il simbolo della Croce, ma in definitiva è giudicato un cristianesimo inaccettabile perché troppo “personale”. Dato che rifiuta la Chiesa, deve pur essere un cristianesimo che ha qualcosa che non va. Si sospetta che pecchi di superbia intellettuale o di un eccesso di umiltà malintesa. Se poi aggiungessi altre cose che credo, e cioè che la Weil è anche il maggiore, o migliore, o più onesto teologo del Novecento, un teologo esistenziale e anti-dottrinale; che è uno dei più grandi saggisti allo stato puro, cioè senza specializzazioni disciplinari, come pochissimi altri (penso a Karl Kraus); ed è, con Orwell, uno dei pochi e veramente utili scrittori politici – allora la provocazione sembrerebbe intollerabile. Anche perché, mettendo insieme e sommando tutte queste cose, risulterebbe scandalosa la perdurante distrazione con cui viene trattato dagli intellettuali l’insieme dei suoi scritti.

Intendiamoci, il fatto che la Weil resti un autore per pochi, se non è un bene, soprattutto non è un male. Anzi è del tutto naturale: è una delle poche cose naturali ed equilibrate che accadono in quella fiera delle falsificazioni e delle sproporzioni che è la nostra cultura. Ci sono autori di valore ingiustamente ignorati, alcuni di grande successo ma scadenti, altri giustamente famosi ma in realtà non letti. La Weil, almeno, sembra ancora essere letta solo da chi è disposto a capirla, e questa credo che sia la prima cosa che un autore dovrebbe augurarsi. Ho detto che la Weil è un grande saggista: questo significa che non è facile, forse è impossibile riassumere il suo pensiero, non separabile dalla forma di scrittura che di volta in volta lo esprime. Non riesco a pensare a nessun altro saggista che, come lei, abbia avuto una così divorante passione di farsi capire, una vera fobia di risultare ambigua, di essere fraintesa. Potrei dire, senza enfasi, che scrivere per lei era una forma della preghiera, nel senso che scriveva come in presenza del giudizio di Dio. E questo lo si sente, ovviamente, nei suoi scritti più religiosi, ma anche quando scrive articoli sull’ascesa del nazismo in Germania e sul fallimento della politica operaia dei partiti socialdemocratico e comunista. Per usare una formula weiliana, non si tratta di “dire la verità”, che non è un oggetto definibile e preesistente al discorso, ma di parlare e scrivere “in spirito di verità”, cioè avendo la verità come scopo.

Detto questo, più che riassumere, farò un breve elenco di temi, illustrato con qualche citazione. Al primo posto metterei proprio il tema della verità. Tema morale, intellettuale, politico, religioso. Verità, per la Weil, vuol dire anzitutto incarnare nella vita il bisogno di verità, che non è limitato al pensiero e alla parola. Nella “Prima radice” leggiamo: “Il bisogno di verità è il più sacro di tutti. Eppure non se ne parla mai. La lettura fa spavento, quando ci si sia resi conto della quantità e dell’enormità di menzogne materiali, diffuse senza vergogna anche nei libri degli autori più amati. E così leggiamo come se si bevesse acqua di un pozzo sospetto”. Il giornalismo in queste pagine diventa l’argomento centrale, e la conclusione attiene già alla politica: “Non è possibile soddisfare l’esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità”.

Fondamentale per quegli anni e decenni (1920-1940), nonché per l’intero secolo e per il culto in generale della Storia, è la critica che la Weil rivolge a Marx e al marxismo, alle idee di rivoluzione e di progresso, alla socialdemocrazia e ai partiti comunisti della Terza Internazionale, dipendenti da Mosca. Tutto il lungo saggio “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione” (scritto nel 1934) è dedicato a questo. Scelgo poche righe: “Del ‘socialismo scientifico’ si è fatto un dogma, esattamente come è avvenuto per tutti i risultati conseguiti dalla scienza moderna (…). Marx supponeva, senza peraltro provarlo, che ogni specie di lotta per il potere sparirà il giorno in cui il socialismo verrà realizzato in tutti i paesi industrializzati; l’unica sventura è che, come aveva riconosciuto Marx stesso, la rivoluzione non si può fare contemporaneamente dappertutto; e quando la si fa in un paese, essa non sopprime, anzi accentua la necessità per questo paese di sfruttare e opprimere le masse lavoratrici, perché teme di essere più debole delle altre nazioni. Di questo la storia della rivoluzione russa costituisce un’illustrazione dolorosa (…) la totale subordinazione dell’operaio all’impresa e a coloro che la dirigono poggia sulla struttura della fabbrica e non sul regime della proprietà (…) ‘la degradante divisione del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale’ [Marx] è il fondamento stesso della nostra cultura, che è una cultura di specialisti (…) Lo stesso ‘socialismo scientifico’ è rimasto monopolio di alcuni e gli ‘intellettuali’ purtroppo hanno nel movimento operaio gli stessi privilegi che nella società borghese”. Aggiungo una postilla: “Ma altre forme della macchina utensile hanno prodotto, soprattutto prima della guerra, forse il tipo più bello di lavoratore cosciente che sia apparso nella storia, cioè l’operaio qualificato”.

Nel 1937 in un articolo “Sulle contraddizioni del marxismo” la Weil parla di un “inconsapevole conformismo” di Marx di fronte alle “superstizioni più infondate della sua epoca, cioè il culto della produzione, il culto della grande industria, la credenza cieca nel progresso”. E aggiunge che il movimento operaio dovrebbe “attingere, non dico delle dottrine, ma una fonte di ispirazione in ciò che Marx e i marxisti hanno combattuto e così follemente disprezzato: Proudhon, le forme di organizzazione operaia del 1848, la tradizione sindacale rivoluzionaria, lo spirito anarchico” (“Incontri libertari”, a cura di Maurizio Zani, Eléuthera). In un articolo del 1933 sul “Riformismo tedesco” leggiamo: “Si può affermare che in Germania l’organizzazione operaia ha dato nell’ambito della legalità capitalista la migliore espressione di sé. I risultati non sono disprezzabili”. Ma “in questo modo gli operai si sono incatenati all’apparato dello Stato”. E quindi le cose cambiano, i vantaggi conquistati vengono meno “se la borghesia tedesca fa ricorso al fascismo” per superare la sua crisi. Mentre “la politica del partito comunista tedesco (…) consiste in una propaganda puramente verbale; si predica la rivoluzione a della gente che non chiede se questa è desiderabile, bensì se è possibile”.

Infine, il testo che riassume la riflessione politica e morale della Weil è “La prima radice” (dicembre 1942-aprile 1943), la cui prima parte è intitolata “Le esigenze dell’anima”. Invece che di diritti si parla di “obblighi” o doveri nei confronti dell’essere umano. Mi limito a ricordare l’elenco di questi “bisogni vitali” da rispettare: l’ordine, la libertà, l’ubbidienza, la responsabilità, l’uguaglianza, la gerarchia, l’onore, la punizione, la libertà di opinione, la sicurezza, il rischio, la proprietà privata, la proprietà collettiva, la verità. Si capisce bene quanto poco fondata, se non in qualche caso disonesta, sia stata, a sinistra e a destra, la scelta di distinguere e separare una Weil politica, marxista e rivoluzionaria da una Weil moralista, religiosa, mistica e cristiana, per valorizzare un aspetto e liquidare l’altro.

Bisogna ripetere invece che nel pensiero weiliano sono stati sottoposti a una critica serrata, propriamente razionalistica e antidogmatica, tanto il marxismo che il cristianesimo, in quanto edifici dottrinali adottati e sostenuti da organizzazioni partitiche o ecclesiastiche tenute insieme da un corpo di chierici o di politici professionali. In saggi relativamente brevi ma fondamentali come “La persona e il sacro” (1942-43) e “Nota sulla soppressione dei partiti politici” (1943, entrambi in “Écrits de Londres”, Gallimard) è chiaro che la separazione tra morale, politica e ispirazione religiosa è impossibile, sarebbe un vero abuso interpretativo. Proviamo a leggere: “C’è nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia fino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini commessi, sofferti e osservati, qualcosa che si aspetta invincibilmente che gli si faccia del bene e non del male. E’ questo, prima di tutto, ciò che è sacro in ogni essere umano” (“La persona e il sacro”). Affermazioni come questa non si potrebbero assegnare a nessuna sfera delimitata e separata: siamo nella psicologia, nell’etica, nella religione o nella politica? Qui tutto è connesso, ed è a queste pietre angolari del pensiero che Simone Weil si rivolge per fondare i suoi ragionamenti.

Dall’inizio degli anni Ottanta, con l’edizione Adelphi dei “Quaderni”, quattro volumi a cura di Giancarlo Gaeta usciti fra il 1982 e il 1993, si è periodicamente riproposta una lettura di Simone Weil attraverso convegni, antologie, monografie: se ne sono occupati Gabriella Fiori (autrice di una biografia uscita da Garzanti nel 1981), Domenico Canciani, Roberto Esposito (nel volume “Categorie dell’impolitico”, il Mulino 1988), Adriano Marchetti, Guglielmo Forni, Pier Cesare Bori (presenti in uno dei quaderni mensili di “Testimonianze”, intitolato “Le passioni di Simone Weil. Politica, cultura, religione”, 1994). Va notato comunque che il pensiero weiliano non è mai entrato davvero nel dibattito filosofico e politico, né in Italia né in altri paesi, come invece autori molto più astratti, equivoci e sfuggenti, per esempio gli studiatissimi e citatissimi Martin Heidegger e Carl Schmitt. La sinistra ha di gran lunga preferito autori come questi, compromessi più o meno direttamente con il nazismo, a Simone Weil, che avrebbe permesso di riflettere a fondo sull’intera vicenda della sinistra europea in un’ottica diversa rispetto a quella che oscilla ossessivamente fra confuse riproposte rivoluzionarie, speranze progressiste e riscoperte del pensiero liberale. Parlo della sinistra. Ma neppure la destra ha mai osato servirsi seriamente della riflessione della Weil nel suo insieme, che evidentemente non attira chi abbia intenzione di servirsene in funzione propagandistica.

In tutto il periodo in cui si formò e agì una Nuova Sinistra a livello internazionale, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta, della Weil non si parlò. Fu quella, credo, forse la più grave fra le occasioni mancate. La Nuova Sinistra di allora non aveva più come punto di riferimento l’Unione Sovietica, cosa avvenuta anche dopo il 1945 e fino allo scontro che oppose Sartre e Camus in seguito alla pubblicazione dell’“Homme revolté”. Ma la Nuova Sinistra nacque anzitutto come riscoperta del vero Marx “scientifico” e antihegeliano e del marxismo rivoluzionario degli anni Venti: Lukács di “Storia e coscienza di classe” e Karl Korsch di “Marxismo e filosofia”. La critica all’Unione Sovietica lasciò intatto l’impianto marxista e anzi lo rilanciò e lo radicalizzò, mettendo da parte anche revisioni e integrazioni preziose come quelle di Gramsci e dei Francofortesi. Per anni dominò l’idea di un’attualità e urgenza della rivoluzione: questo sembrò il primo imperativo e fece nascere rapidamente un’ortodossia neoleninista che dimenticò di chiedersi se un’ipotesi rivoluzionaria fosse possibile e realistica in Europa, negli Stati Uniti e perfino in America Latina. Sembravano innominabili gli scrittori politici degli anni Trenta, le cui esperienze cruciali erano state la grande crisi del Ventinove, i fascismi, la guerra civile spagnola e lo stalinismo. La Nuova Sinistra nacque ignorando di proposito che c’era, doveva esserci un rapporto fra critica allo stalinismo e critica al marxismo.

Franco Fortini, che pure aveva scoperto presto Simone Weil, ed ebbe il merito di tradurre per le edizioni di Comunità testi tutt’altro che marginali come “L’ombra e la grazia” (nel 1951), “La condizione operaia” (1952) e “La prima radice” (1954), non propose però apertamente il pensiero della Weil come correttivo o antidoto a quel “ritorno a Marx” su cui si fondava la ricerca di “Quaderni rossi”. Un po’ come i giovani nichilisti russi dell’Ottocento guardarono con sufficienza o disprezzo il gran signore cosmopolita e liberal-socialista Aleksandr Herzen, così i giovani marxisti antiumanisti o nichilisti degli anni Sessanta italiani potevano ridere di Orwell e della Weil. Nessuno vide allora quanta lucidità teorica e competenza politica c’era nel saggio “Oppressione e libertà” che genialmente Simone Weil scrisse a venticinque anni.

Fu così che le traduzioni di Fortini si interruppero troppo presto, non diedero luogo a nuove traduzioni, né tantomeno a una considerazione approfondita del già tradotto. “La prima radice” era uscita senza un’introduzione del traduttore ed è negativamente significativo che in uno dei due libri di saggi più importanti di Fortini, “Verifica dei poteri”, uscito nel 1965, il nome della Weil non compaia mai. Si pensò in quegli anni che tutte le esperienze degli anni Venti fossero riproponibili e tutte le esperienze degli anni Trenta fossero definitivamente superate. Venne isolata, per esempio da Elémire Zolla, la Weil mistica e lo stesso Calasso, più tardi, editore benemerito di Nietzsche, vide nella Weil piuttosto un pensatore metafisico, e non sociale e politico, rendendo poco comprensibile la sua intera vicenda umana.

Grande lettrice della Weil, soprattutto dei “Quaderni”, fu Elsa Morante. Disse che quella lettura aveva cambiato la sua vita. E in effetti provocò una svolta nella sua opera. Chi legge i saggi di “Pro o contro la bomba atomica”, i poemi del “Mondo salvato dai ragazzini” e il romanzo “La Storia” può avvertire e rintracciare dovunque la presenza della Weil, pensiero e persona, che viene definita “l’intelligenza della santità”. Ma per dire in proposito qualcosa di più c’è bisogno di interpretazioni critiche, perché la Morante su quell’esperienza di lettura non ha scritto nulla. Per quanto ne so, il solo studio che affronti il problema è di Concetta D’Angeli: “La pietà di Omero: Elsa Morante e Simone Weil davanti alla storia” (in “Leggere Elsa Morante”, Carocci 2003). Si trova qui un’interpretazione della formula morantiana “l’intelligenza della santità”, da intendersi come intelligenza del mondo che può venire solo da una santità risolta soprattutto in capacità di capire, in intelletto.

Torniamo con questo alla verità, vocazione centrale della Weil. In una lettera da Marsiglia del 15 maggio 1942 a padre Perrin, che è un vero e proprio saggio sintetico di autobiografia interiore, la Weil scrisse tra l’altro alcuni passi che possiamo leggere come epigrafi definitive per tutta la sua opera: “Dopo mesi di tenebre interiori, ebbi d’improvviso e per sempre la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo d’attenzione per raggiungerla: in questo modo diventa egli pure un genio, anche se per mancanza di talento non può apparire tale esteriormente (…) Il concetto di verità comprendeva per me anche la bellezza, la virtù e ogni sorta di bene”. E ancora: “La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, senza nulla dominare. Dovunque essa usurpa un comando, si verifica un eccesso di individualismo. Dovunque si senta a disagio, c’è una collettività oppressiva” (in “Attesa di Dio”, Rusconi 1972).

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 marzo https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-marzo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-marzo/#respond Fri, 22 Mar 2013 18:29:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13724 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Eugenio Montale.)

Lunedì 18 marzo:

 “Sulla difficoltà di leggere”, intervento di Giorgio Agamben contenuto nella raccolta di saggi Leggere è un rischio, di Alfonso Berardinelli, edizioni Nottetempo, 2012

 “Fanaticamente Europeista”. Javier Cercas presenta il suo nuovo libro Le leggi della frontiera, intervista a cura di Simona Maggiorelli, rivista Left

Ascolta il podcast dell'intera puntata - Il brano di oggi è Scherzo (Symphony no. 3, terzo movimento di Johannes Brahms) nell’esecuzione dello Steve Kuhn Trio, dall’album del 2008 Baubles, Bangles and Beads

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Eugenio Montale.)

Lunedì 18 marzo:

 “Sulla difficoltà di leggere”, intervento di Giorgio Agamben contenuto nella raccolta di saggi Leggere è un rischio, di Alfonso Berardinelli, edizioni Nottetempo, 2012

 “Fanaticamente Europeista”. Javier Cercas presenta il suo nuovo libro Le leggi della frontiera, intervista a cura di Simona Maggiorelli, rivista Left

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Scherzo (Symphony no. 3, terzo movimento di Johannes Brahms) nell’esecuzione dello Steve Kuhn Trio, dall’album del 2008 Baubles, Bangles and Beads

Martedì 19 marzo:

 “Il tassista pop art che raccoglie le voci di New York”. Articolo di Massimo Vincenzi, la Repubblica, p. 32

 “Magnus: Unknow”. Articolo di Mauro Baldrati, Carmilla rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è I Want to die easy When I die, un brano tradizionale arrangiato da Paul Neufeld, dall’album del 2003 Walk Together

 

Mercoledì 20 marzo:

 “La scomparsa di Edipo”. Articolo di Luciana Sica, la Repubblica, p. 37

 “E’ ancora possibile la poesia”, intervento di Eugenio Montale in occasione del conferimento del premio Nobel. Nobelprize.org

Ascolta il podcast dell’intera puntata –  Il brano di oggi  è Jacob’s Ladder, tratto dall’album Scratch, eseguito da Kenny Barron al pianoforte, Dave Holland al basso, Daniel Humair alla batteria

 

Giovedì 21 marzo:

 “La poesia 2.0 in cerca di pubblico”. Articolo di Mario Baudino, La Stampa

 “Finanziamento pubblico”. Perché monta la protesta contro i costi della politica. Articolo di Sebastiano Messina, la Repubblica, p. 42

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Vista, eseguito dal Mani Padme Trio

 

Venerdì 22 marzo:

 “Quando le tecniche di cattura della realtà cedono il passo alla realtà”. Articolo di Alfonso Berardinelli, Il Foglio, p. 2

 “La corsa è finita”. Addio a Mennea, straordinario campione ‘normale’. Articolo di Eugenio Raimondi, Avvenire, p. 29

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Crisp Day, eseguito e composto da Herbie Nichols, dall’album The Prophetic, Vol. 2

 

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Seminario sui luoghi comuni https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-sui-luoghi-comuni-2/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-sui-luoghi-comuni-2/#comments Tue, 09 Mar 2010 09:35:44 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1921 9. La realtà nonostante l’autore In un saggio contenuto ne Il Romanzo di Franco Moretti, intitolato «L’incontro con la realtà», Alfonso Berardinelli sostiene in maniera molto efficace che il romanzo è il racconto della distanza fra ciò che i personaggi ritengono sia la realtà, e la realtà stessa. «Il cuore della narrazione romanzesca sono esattamente […]

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9. La realtà nonostante l’autore

In un saggio contenuto ne Il Romanzo di Franco Moretti, intitolato «L’incontro con la realtà», Alfonso Berardinelli sostiene in maniera molto efficace che il romanzo è il racconto della distanza fra ciò che i personaggi ritengono sia la realtà, e la realtà stessa. «Il cuore della narrazione romanzesca sono esattamente le peripezie del rapporto fra ciò che gli esseri umani inventano o credono e ciò che in realtà accade nella loro vita».

L’aspetto più affascinante di questa definizione è che in qualche modo costringe a concludere che il romanzo sia un genere difettoso in partenza: l’autore infatti ha per forza un’idea sua e limitata della realtà, quindi in teoria non è collocato troppo più in alto del protagonista. Ma il suo protagonista andrà limitato nella propria presunzione di sapere, andrà smascherato, e ai suoi pensieri andranno contrapposti con tecniche varie alcuni fatti da trattare come incontrovertibilmente reali, credibili. Il protagonista parte con alcune ipotesi sulla realtà e nel tentativo di verificarle scopre qualcosa.
Cosa deve fare dunque l’autore? Avere come personaggio principale una versione datata di se stesso, in modo da raccontare quant’è che non capiva delle cose rispetto a quanto ne capisce ora che ne scrive, e far finta che questa nuova e più consapevole versione di se stesso produca una visione delle cose più reale di quella del suo personaggio? Deve dunque creare un gioco di prospettiva per cui una maggiore comprensione della realtà si impone, approssimando in eccesso, come La Realtà?
Non pare una soluzione a prova di bomba. Eppure, secondo me, possiamo applicare a questa idea di Berardinelli la massima di Churchill sulla democrazia: è il regime peggiore, a eccezione di tutti gli altri.
Infatti, se dopo aver creduto per un attimo all’idea per cui il romanzo per darci un senso di verità deve raccontare lo scarto tra come un personaggio se la racconta e come stanno «veramente» le cose, noi rifiutiamo quell’idea perché impossibile da realizzare, ci ritroviamo in mano uno strumento espressivo incontrollabile e reso odioso dalla propria falsità: senza scarto fra ideale e reale che uso faremo dei fatti? Li piegheremo alla nostra presunta volontà onnipotente?
Ora: che le arti visive siano incontrollabili e scatenate ci può anche stare, perché più aumentano la nostra capacità immaginativa meglio è. Ma la prosa si fa con le parole e le parole sembrano sempre portare con sé un bisogno di responsabilità, un qualcosa di terra terra che non ammette eccessivi voli pindarici. O meglio: anche nelle situazioni più assurde, ogni personaggio deve avere una sua logica interna che ci faccia dire Ecce homo (il che per esempio non avviene in Contro il giorno di Pynchon, che mi fa morire di rabbia per quanto un apparato di visioni e nozioni strepitoso si renda quasi inutile perché i personaggi sono, come ha detto un critico americano, stick figures, ossia quei pupazzetti fatti con cinque linee per arti e busto, e un cerchietto al posto della testa.)
Esempio: mi trovo al ristorante; un amico, arrivato in ritardo, si siede accanto a me e comincia a disegnare una serie di schizzi sulla sua giornata in cui un omino salta da un ponte, atterra in piedi, poi viene rapito da un UFO parcheggiato nel cielo sopra un centro commerciale, poi disegna l’UFO che lo accompagna al lavoro superando il traffico sulla tangenziale e infine l’omino si ritrova in ufficio e vediamo un capo ufficio disegnato come un grosso insetto che con le sue ripugnanti zampette pelose consegna del lavoro da fare. Penultimo disegno: l’omino si tocca le tasche, ha la testolina rotonda che sprizza goccioline di sudore: accanto a lui c’è una moto, la sua, che non può avviare. Ultimo disegno: un autobus fermo fra due macchine.
Finita di disegnare la sua saga, finalmente mi dice: «Scusa per il ritardo». Io deduco che ha avuto una giornata difficile, lo perdono, intasco i suoi disegni perché mi hanno fatto ridere e li voglio conservare, rido ancora, gli offro da bere.
Se invece arriva in ritardo e sedendosi mi dice d’un fiato (come John Belushi a Carrie Fischer verso la fine di Blues Brothers): «Stamattina sono saltato da un ponte, sono atterrato nel parcheggio di un centro commerciale dove mi ha rapito un UFO che mi ha accompagnato al lavoro volando sulla tangenziale ma poi in ufficio il mio nuovo capo (una mantide religiosa) mi ha riempito di lavoro e alla fine non ci ho capito più niente e ho perso le chiavi della moto per cui sono venuto in autobus e c’era un traffico assurdo quindi scusa per il ritardo…», avrò probabilmente una reazione diversa.
Non so: le parole sono importanti. Qualcosa ci dice che sono in rapporto troppo diretto con il nostro uso più comune e quotidiano delle cose, e quindi, anche nei più ispirati voli dell’immaginazione, il linguaggio deve avere una grammatica fondata nella realtà. Ciò che rende credibile Philip Dick, per dirne una, è che i suoi personaggi sono vestiti male, stanchi, e lavorano per comprare a tutti i costi degli inutili status symbol (gli animali veri in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?).
Torniamo a Berardinelli e la realtà, e lo scarto fra ciò che pensa il protagonista e la realtà.
Nel brano di oggi, Moses Herzog, uno dei più riusciti alter ego di Saul Bellow, osserva la preparazione mattutina della sua amante. Da morbida creatura amata fra le lenzuola, con una meticolosa operazione di restauro da compiere ogni mattina tipo Sisifo, Madeleine si trasforma in donna moderna per andare al lavoro.
Herzog è sopraffatto da queste nuove donne che nel secondo dopoguerra costringono uomini all’antica come lui a stravolgere il proprio concetto dei rapporti fra i sessi. Si capisce che la sua parte più consistente vorrebbe che fosse più facile: è spaesato. Ecco come la giudica: «…diventava una donna di quarant’anni – una qualunque donna bianca, isterica, ipocondriaca, che si genufletteva nelle navate delle chiese. L’ampia falda sulla fronte ansiosa, la sua fanciullesca intensità, il suo timore, la sua caparbietà religiosa – che pietà tutto questo!»

Herzog è un uomo che ha molto da ridire, ha sempre da ridire, scrive lettere a tutti, dagli amici ai personaggi politici, lettere impossibili da spedire, lettere di protesta in cui cerca di imporre a chiunque la propria visione delle cose. La realtà però non si piega ai suoi voleri. La realtà ha delle leggi sue che Bellow si rifiuta di accettare, rimediando grandi batoste e facendo la figura dello scemo.
Ma ecco il problema berardinelliano: leggendo l’ottima biografia che gli ha dedicato James Atlas, mi sono fatto l’idea che il giudizio dello stesso Bellow sulle donne non è mai stato molto super partes, né particolarmente positivo. Bellow ha paura delle donne: da loro è spesso costretto in posizioni che non vorrebbe occupare. È stato sposato cinque volte.
Bellow, se deve rappresentare la realtà rispetto alla quale Herzog è in difetto di comprensione, non può contare su una propria comprensione tanto più illuminata. È in difetto quasi quanto il suo alter ego. E allora come fa a far trionfare la realtà sulle dittatoriali pretese di Moses Herzog? Come fa a darci un protagonista in grave affanno amoroso e contemporaneamente una descrizione credibile della fonte di quest’affanno?
Fa così: descrive minuziosamente il bagno e le operazioni di trucco e vestizione della sua amante Madeleine. Dalla lettura vi accorgerete di cosa intendo per minuziosamente. Immagino con quanta disperazione le abbia annotate, come alla ricerca di prove: è un’autentica istruttoria. Sembra ammettere: Questo è quello che fanno certe donne la mattina: di più non so.
L’empatia non è un trucchetto; sarà pure un balsamo, ma si ottiene a caro prezzo, altrimenti è fasulla. Bellow, poi, che non sembra uno scrittore-santo della schiatta degli Anton Čechov o dei David Foster Wallace, si fa in quattro per far emergere dalle sue pagine ritratti di donne il più tridimensionali e perspicui possibile nonostante la propria naturale incapacità di dargliela vinta: tiene duro il più possibile, non le esalta mai, quasi non vorrebbe che fossero libere di scorrazzare nei suoi romanzi con tutta la loro furia e potenza e complessità. Ma in cambio di questa sua durezza di comprendonio cerca almeno, e con tutte le forze, di dare ai suoi lettori un tale numero di informazioni, e con tale precisione, da indurci a scordare o mettere tra parentesi i suoi limiti come uomo, e i limiti umani dei suoi alter ego, perché possiamo goderci la scena.
E sempre, mi pare, ammette fra le righe di non riuscire a sconfiggerle, a superarle: ammette quindi che queste donne sono reali, queste donne sono La Realtà, ciò insomma da cui un uomo, e un personaggio, si ritrova sempre superato.

Da Herzog
di Saul Bellow

La mattina alle sette, come se anticipasse la sveglia d’un secondo, [Madeleine] si irrigidiva, e quando la sveglia suonava era già lì pronta ad esclamare, con rabbia soffocata: “Accidenti!” e a correre a gran passi verso il bagno.
In quella casa infissi e rifiniture erano antiquati. Erano stati appartamenti di lusso intorno al 1890. I rubinetti con la bocca larghissima lanciavano un getto violento di acqua fredda. Lei lasciava cadere la giacca del pigiama e rimaneva nuda fino alla vita: si lavava con un quadrato di spugna, purificandosi con vigore furente, e il viso, dai begli occhi azzurri, diventava rosso, i seni rosa. Zitto, scalzo, con il trench per vestaglia, Herzog entrava e si sedeva sul bordo della vasca, a guardarla.
Le mattonelle erano color ciliegia sbiadito, e il portaspazzolini, le mensole e il resto, di vecchio nichel cesellato. L’acqua veniva giù tempestosamente dai rubinetti, ed Herzog osservava Madeleine trasformarsi in una donna più adulta. Aveva un impiego alla Fordham, l’università cattolica, e il primo requisito, in mente sua, era apparire sobria e matura, una persona già da un pezzo in seno alla Chiesa. La sfrontata curiosità di lui, il fatto che dividesse familiarmente il bagno con lei, la sua nudità sotto il trench, la sua pallida faccia mattutina in quell’ambiente d’un lusso vittoriano decaduto – tutto questo la stizziva. Mentre faceva i suoi preparativi, non lo degnava di uno sguardo. Sopra reggiseno e sottoveste si metteva un pullover dal collo alto, e per proteggere le spalle del golf si metteva una mantellina di plastica. Così il trucco non avrebbe sporcato la lana. A questo punto cominciava ad applicare i suoi cosmetici – le bottiglie e le ciprie e polveri varie gremivano la mensola sopra il gabinetto. Qualsiasi cosa facesse, lo faceva con rapidità ed efficienza, senza esitazioni, ci si buttava a capofitto, ma con la sicurezza di un’esperta. Gli incisori, i pasticcieri, gli acrobati sui trapezi lavorano a quella maniera. Lui pensava che fosse troppo sbadata – che andasse troppo in fretta, s’aspettava sempre il ruzzolone, ma non succedeva mai. Prima si spalmava uno strato di crema sulle gote, massaggiando e facendola penetrare sulla pelle del naso diritto, del mento infantile e della morbida gola. Era certa roba grigia, d’un azzurro perla. La base. Con un asciugamano a mo’ di ventaglio se l’asciugava. E poi sopra si metteva il trucco. Lavorava con dei batuffoli di cotone, sotto l’attaccatura dei capelli, intorno agli occhi, sull’alto delle guance e sulla gola. Malgrado le soffici pieghe di carne femminile c’era già qualcosa di visibilmente dittatoriale in quella gola tesa. Non permetteva che Herzog le carezzasse il viso all’ingiù – faceva male ai muscoli. Seduto sul bordo dell’elegantissima vasca, senza smettere d’osservare, lui s’infilava i pantaloni, si metteva dentro la camicia. Lei non gli faceva caso; cercava, in qualche modo, di liberarsi di lui, ora che cominciava la sua esistenza diurna.
Si metteva una pallida cipria con il piumino, sempre alla stessa velocità da gara, alla disperata. Poi si girava in fretta ad esaminare il proprio lavoro – profilo destro, profilo sinistro – aggrappandosi allo specchio, con entrambe le mani, come se volesse sostenersi il petto senza però toccarlo. Della cipria era soddisfatta. Si metteva un pochino di vasellina sulle palpebre. Si tingeva le ciglia con un minuscolo spazzolino. Moses partecipava a tutto ciò, intensamente, silenziosamente. Sempre senza pause o esitazioni, si applicava un poco di nero all’angolo esterno di ciascun occhio, o ridisegnava la linea delle sopracciglia per renderla vivida e diritta. Poi prendeva un paio di forbicioni da sarto e se le metteva vicino alla frangetta. Sembrava che non avesse bisogno di prendere le misure; la propria immagine era già fissa nella sua volontà. Tagliava come se sparasse una pistolettata, ed Herzog provava urti di spavento, come colpito da un cortocircuito. La decisione di lei lo affascinava, e in quell’esserne affascinato scopriva il proprio infantilismo. Lui, uomo agile, seduto sul bordo di quella vecchia vasca pomposa con lo smalto tutto percorso da geroglifici simili a capigliature color del rabarbaro cotto, tutto assorto in quella trasformazione del volto di Madeleine. Prima si preparava la superficie delle labbra con della roba cerosa, poi se le dipingeva di un rosso opaco: così si metteva sulle spalle qualche altro anno. Quella bocca di cera era più o meno il tocco finale. Si inumidiva un dito sulla lingua, e si dava qualche altro colpetto conclusivo. Ecco, era a posto. Guardava con gravità, tenendo le sopracciglia ben distese, nello specchio, e pareva soddisfatta. Sì, ecco, andava proprio bene. S’infilava una lunga gonna pesante, di tweed, che le nascondeva le gambe. I tacchi alti le incurvavano leggermente le gambe. E adesso il cappello. Era grigio, a cupola bassa, tese larghe. E appena se lo calzava sulla bella testa lustra, diventava una donna di quarant’anni – una qualunque donna bianca, isterica, ipocondriaca, che si genufletteva nelle navate delle chiese. L’ampia falda sulla fronte ansiosa, la sua fanciullesca intensità, il suo timore, la sua caparbietà religiosa – che pietà tutto questo! […] Era inquieta – furiosa. Era lei che voleva che passasse lì la notte. Gli prendeva pure la mano, quasi con rancore, e se la metteva sul seno mentre si addormentava. Ma al mattino avrebbe voluto che lui sparisse. E lui non c’era abituato; era abituato ad essere il favorito. Ma si trovava a che fare con una nuova generazione femminile, questo andava dicendo a se stesso. Per lei era un seduttore paziente, paterno, sulla via d’incanutire (non ci poteva credere, lui!). Ma le parti erano state distribuite. Lei aveva il suo viso bianco da convertita e Herzog non poteva rifiutarsi di fare il ruolo che gli corrispondeva.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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