Alfredo Di Stefano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfredo-di-stefano/ un blog di approfondimento culturale Sun, 29 Mar 2026 10:42:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alfredo Di Stefano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfredo-di-stefano/ 32 32 La rivoluzione arancione di Johan Cruyff https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-arancione-di-johan-cruyff/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-arancione-di-johan-cruyff/#respond Fri, 07 Oct 2016 10:17:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32226 Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

Ma di Cruyff c’era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell’Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione. Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d’orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Perché, ha sempre ammesso Pep Guardiola, quel modo di giocare, dai ragazzini della cantera fino alla prima squadra, l’ha pensato, voluto e imposto il Cruyff allenatore.

Uno molto sicuro di sé, a volte anche troppo. Come quando buscò un pesantissimo 0-4 dall’incompleto Milan di Capello. A questa partita sono dedicate nove righe in 234 pagine. Voglia di dimenticare, di guardare sempre in avanti, la stessa voglia che lo porta a trascurare od occuparsi di sfuggita anche dei successi (i tre Palloni d’oro, ad esempio). Il libro è bello per almeno due terzi,  quando Cruyff racconta le sue famiglie, quella dignitosamente povera di Betondorf e quella formata sposando Danny Coster, figlia di Cor, uno dei maggiori commercianti di diamanti  in Olanda.

Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dellAjax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli da procuratore, segue i suoi affari. Nel ‘68 si presenta ai dirigenti dell’Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: “Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?”.

Qundo Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui,dice, il denaro è secondario. “Ovviamente i soldi contano , sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell’Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. E’ un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire ma bellissimo”. Il club in malo modo lo lasciò la prima volta perché voleva la fascia da capitano, ma anche Keizer la voleva.

Fu chiamato a votare l’intero spogliatoio, vinse Keizer e Cruyff partì per Barcellona. Di sfuggita, il Olanda pagava il 70% di tasse, meno della metà in Spagna. In Catalogna, anzi. Perché tra i meriti di Cruyff non c’è solo la manita (5-0) al Bernabeu, quand’era arrivato da poco, ma anche la convinta adesione all’indipendentismo catalano. Chiamò suo figlio Jordi, non Jorge. Allenò la nazionale catalana. Ma soprattutto, e questo vale per gli innamorati del pallone al di là delle bandiere, interpretò un calcio basato sulla velocità, sulla tecnica, sull’interscambiabilità. Un calcio quasi sacrilego per gli italiani, abituati alla specializzazione in un ruolo, e solo quello.

Un calcio quasi provocatorio per gli italiani abituati al ritiro pre e post partita, a volte entrambe le cose, tranne che con Scopigno (“A Cagliari si è in ritiro tutta la settimana”). Loro, in ritiro con mogli e fidanzate. Loro, a vederli fuori campo, capelli lunghi, basette come ussari, potevano sembrare un’allegra compagnia di squinternati appena usciti da un coffee shop. Vogliamo metterci anche un portiere con l’8 sulla schiena che giocava in posizione quasi da libero? Erano gli anni dei figli dei fiori, e quel calcio sembrava nato in una comune. Al potere non andava l’immaginazione ma un altro modo di giocare a calcio. Su tecnica e interscambiabilità Cruyff è d’accordo. Sulla velocità meno. “Non era un calcio dispendioso. Certo c’era da correre, ma era più importante correre bene che correre tanto”. Da qui, spiegazione di un gioco basato su una serie di triangoli. Da qui il tiki taka.

In quella squadra, ricorda Cruyff, c’era la fascia destra, tutta gente seria: Suurbier, Neeskens, Swart. Da loro ti potevi aspettare un lavoro ben fatto. Sulla sinistra c’erano Krol, Muhren e Keizer, chiamati dai compagni “Tuttifrutti”. Da loro ti potevi aspettare qualunque cosa. L’abilità innata di Cruyff stava nell’inserirsi di qua o di là, adattandosi alle caratteristiche, o anche al centro. Molti gol li ha realizzati in posizione da centravanti, pur non essendolo, pure avendo al Barça il 9 sulla schiena, ma solo perché il regolamento non permetteva il 14 . Pur di non rinunciare a quel numero, Cruyff infilava una 9 sopra una 14.

Nel libro, enormi meriti sono riconosciuti a Michels, assai meno a Kovacs. Il primo, parere di Cruyff, aveva fatto crescere l’Ajax dicendo: “Adesso voi fate come dico io”. Con il secondo (“Esprimetevi liberamente”) il vino prese ad andare in aceto, cominciarono le piccole gelosie, i mugugni di spogliatoio, insomma lo spegnersi del gruppo, l’inizio della fine. Meno interessante, ma     era giusto trattarne, la parte che riguarda l’incompatibilità e le rotture del dirigente Cruyff con altri dirigenti. Con un fil rouge nel racconto: la ragione era sempre di Cruyff. Parola di Crujiff e di Cruijff.

 

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Ritratto di George Best, artista del calcio https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/#comments Fri, 11 Dec 2015 07:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29338 George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un'eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l'ha combattuta sul campo con l'agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L'imperativo del suo Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all'oltraggio della morte. S'erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

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Sport, Football, pic: circa 1968, Manchester United's George Best scoring against Sheffield Wednesday (Photo by Bob Thomas/Getty Images)

(fonte immagine)

George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un’eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l’ha combattuta sul campo con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L’imperativo del Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all’oltraggio della morte. S’erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

«Quando si entra in questo gioco ci si resta per tutta la vita. La vita senza calcio è un vuoto che non può essere riempito da un sostituto qualsiasi. Nel calcio si muore in mille modi, e si muore in mille modi senza il calcio», ripeteva Sir Busby. Genio e sregolatezza? Un talento incompiuto? Best ha donato quel che poteva, come sapeva. Ha lasciato, a modo suo, il mondo un posto migliore, come gli ha scritto qualcuno in un biglietto d’addio.

In Best sembra di scorgere quello stato d’animo, la nostalgia, che lotta con la creatività. La velocità è anche fragilità. Appena quindicenne impiegò poche ore per reimbarcarsi sul mostro di ferro, l’Ulster Prince, che da Belfast l’aveva traghettato al destino di una vita, lo United. «Voglio tornare a casa». Non era questione d’alterigia, bensì un radicato senso di inadeguatezza. Lo capirono, come l’aveva capito Bob Bishop, dal 1960 osservatore capo della squadra britannica in Irlanda.

Il vescovo si accorgeva delle potenzialità dei ragazzini provenienti dai quartieri più disagiati di Belfast, che senza di lui il mare non l’avevano visto mai. Centosessanta centimetri di altezza per 47 chilogrammi come avrebbero potuto esprimere quel che Bishop aveva intravisto? Hugh “Bud” McFarlane, dal privilegiato punto d’osservazione della panchina del Cregagh, si sbracciava: «Lasciate perdere com’è e concentratevi su quello che fa». Stravedeva per Best, non glielo nascondeva. Come nelle migliori tradizioni venne scartato a causa della taglia al provino dal Glentoran. Il padre, Dickie Best, operaio ai cantieri navali non andava al campetto per paura di metterlo in soggezione. Ann, promessa dell’hockey poi operaia nelle fabbriche di sigarette e gelati, preparava il brodo col dado e gli spicchi d’arancia per lo spuntino dell’intervallo delle partite. La sola al mondo che sapeva qualcosa del cuore sproporzionato di George, della sua genuinità. Ann lo idolatrava, astemia fino ai quarantaquattro anni, anche lei sprofondò nell’alcolismo.

Nell’esistenza di Best la ricerca della fuga è una costante, quanto l’esigenza d’inventare. Mostrava l’audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò a quel mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile, indispensabile, la purezza della sua idea di calcio, che l’ossessionò fino al crollo nell’alcol. Best non dimenticava la classe operaia, dalla quale era emerso, ma lui era gli anni Sessanta, un’altra storia. La generazione postbellica. Best era ancora senza la pervasività della televisione. Era un movimento non ripetibile, non frazionabile. Potevi intuirlo solo nel tempo dello stadio, nello scatto di una fotografia, nello spazio che alimentano le parole. Nelle geometrie, nei dribbling, nelle accelerazioni, nei colpi di tacco, nei tiri dalla distanza e nei passaggi al volo di Best ribellione e originalità producevano innovazione, oltre lo status quo delle certezze maturate nel decennio precedente.

Per Best il calcio spiegato a un bambino era l’accuratezza nei passaggi, guardare il compagno libero; la corsa senza palla così importante nel calcio moderno, leggere gli spazi per buttarvisi dentro; infine il dribbling: «Il contatto con la palla è fondamentale, sentirla vicina, far dialogare entrambi i piedi». A tal proposito c’è una bellissima serie a fumetti, George Best on the Ball, in cui il campione risponde alle domande dell’età della scoperta del gioco.

Rudolf Nureyev avvicinò Best in un ristorante londinese e gli chiese un autografo, aggiungendo: «Lei è un artista». Condividevano fascino, talento, l’arte che evita lo sguardo della malattia. Ma soprattutto la dote ineludibile per un corpo in movimento artistico: l’equilibrio. Nel 1947 Dickie Best scattò in Donard Street una foto al figlio di quindici mesi di bianco vestito. Ciò che rende grande un giocatore è l’equilibrio. La testa di George è proprio dove dovrebbe essere, sopra la palla, la guarda. Il corpo è posizionato in modo perfetto, vicino al marciapiede la palla sotto controllo del sublime ambidestro che diventerà. Pare stesse caricando un tiro senza scomporsi.

Nella biografia George Best, l’immortale (66thand2nd, 493 pagine, 25 euro, traduzione a cura di Francesca Benocci e Roberto Serrai) Duncan Hamilton ha ragione quando scrive che la fotografia più bella ritrae il fuoriclasse voltato di spalle. Il numero sette bianco illumina la schiena, la maglia cade larga sui pantaloncini, ha i calzettoni abbassati. Nonostante la guardia feroce e i lividi provocati dai difensori raramente indossava i parastinchi. Il coraggio non gli faceva difetto. Come a dire: quando hai un talento non permettere a nessuno di privartene. In quel braccio destro alzato al cielo c’era la dolente timidezza di Best. L’esultanza non era mai eccessiva.

In quella fotografia aveva appena segnato al Benfica di Eusebio, nella Wembley vestita a festa per la finale di Coppa dei campioni, di cui s’era innamorato, quando i pantaloncini li indossava a Burren Way, sul cemento di Belfast. Aveva atteso i tempi supplementari per essere Best. Correva l’anno 1968 e Sir Matt Busby cercava giustizia. Dieci anni prima, il 6 febbraio 1958, nell’incidente tragico di Monaco era morto un po’ anche lui. Voleva la Coppa dei campioni che s’era fermata in semifinale. L’allora undicenne Best lesse sulle colonne del Belfast Telegraph: «Celebre squadra di calcio colpita da un disastro, l’aereo del Manchester United precipita in fiamme, i sopravvissuti in condizioni critiche lottano per la vita».

Ecco, Busby aveva puntato sul ragazzino per rimediare al dolore, per onorare la generazione dei Busby Babes cancellata dopo una notte promettente a Belgrado. A Monaco erano morti sette calciatori non le necessità della disciplina. A Busby gravemente ferito impartirono due volte l’estrema unzione. Ricostruire è stato il verbo del tecnico, figlio di emigranti lituani, che nel 1945 ripartì dall’Old Trafford bombardato e 15mila sterline di scoperto in banca per conquistare sette anni dopo il primo scudetto. Il tris d’assi Law-Charlton-Best non bastava. Per vincere nel calcio è necessario anche un portiere affidabile. Nell’estate del 1966 dal Chelsea per 55mila sterline era arrivato Alex Stepney. Da quel momento Best ebbe la certezza che nessuno sarebbe riuscito a fermarli.

Per quella finale Best prefigurò una tripletta personale. In realtà non incise fino al miracolo su Eusebio, col quale Stepney salvò lo United dalla capitolazione. In semifinale a Madrid ci aveva pensato il 36enne (7 gol in 566 partite) Bill Foulkes, su assistenza di Best, a risollevare la truppa a un passo dal baratro. Best si scosse. Rilancio di Stepney, deviazione di testa di Kidd e la palla è nei piedi del numero 7. Percorre i venticinque metri che lo separano dalla porta. Scarta Cruz. José Henrique si butta a sinistra, lui va a destra. Appoggia la palla in rete col sinistro. Il Manchester è stato il primo club d’oltre Manica a vincere la Coppa Campioni. A maggio di quell’anno dorato era stato nominato giocatore dell’anno. Best era un Maggio millenovecentosessantotto. A dicembre gli assegnarono il Pallone d’oro. A ventidue anni era già salito sul tetto del mondo. Poteva solo scenderne. Negli undici anni (1963-’74) trascorsi ai Red Devils ha disputato 470 partite, segnato 181 gol, ma di Wembley ce n’è stata solo una. Che cos’è poi la fama? A lungo, invano, ha ricercato la risposta. «George, quando le cose hanno cominciato ad andare male?» Gli ha chiesto un cameriere in una stanza d’albergo lussuriosa. La morte restituisce forse una misura delle grandezze.

C’è chi sottolinea criticamente che l’affetto, le forme di idolatria, per Best siano tanto rumore per poco. In fondo la sua stella ha incantato veramente solo per tre anni. Forse giova non scordare che poi il Manchester ha impiegato trent’anni per conquistare la seconda Coppa dei campioni.

Bobby Charlton, quando Best era ormai vicino alla morte, ricoverato in terapia intensiva, andò a trovarlo. Dopo il ’69 fra i due s’era rotto qualcosa. La fusione tra vecchia e nuova generazione allo United, come nella società, non funzionava più. L’eredità di Busby troppo pesante. Serviva il coraggio di una piena rottura generazionale, la piena espressione di nuove energie, che non avvenne. Già alla fine della stagione 1971-72, stufo del pessimo livello della squadra, Best vacillò all’idea di andarsene per avere la possibilità di vincere ancora qualcosa. Charlton si congedò dal club con tutti gli onori, mentre Best salutò l’Old Trafford, il teatro dei sogni, in piena solitudine. Nel 1974 Best appese al classico chiodo nello spogliatoio un paio di scarpini. Li aveva lasciati lì per ricordare a tutti la sua assenza. Charlton sussurrò al capezzale del compagno di squadra, all’amico, che la sua morte, quell’autodistruzione, era una vera stronzata.

Nessuno sa identificare il momento preciso in cui, dopo una sconfitta rimediata sul campo, Best iniziò a cercare sollievo nella bottiglia, però era certo che beveva a causa del calcio. Forse il 1970 rappresentò lo spartiacque. «La felicità e l’equilibrio di Best si fondavano sui risultati e lui aveva dato per scontato che allo United i successi sarebbero arrivati senza soluzione di continuità. Voleva anche che il pubblico lasciasse lo stadio parlando esclusivamente di qualcosa che lui, soltanto lui era in grado di fare. “Penserei di deludere il pubblico se non dessi spettacolo, sarei amareggiato con me stesso”», afferma il biografo. George Best will not be playing today, c’era scritto in uno striscione preparato dal Bournemouth. Non volevano truffare i propri tifosi, che affollavano gli spalti solo per gli ultimi lampi dell’immortale.

Il luminare Roger Williams, che curò a lungo Best, ha scritto in un biglietto alla famiglia: «In qualunque paese mi recassi mi ponevano sempre la stessa domanda: “Come sta George?” Dopo il trapianto del fegato ci sono state buone giornate, ma le tentazioni della vita l’hanno sopraffatto ancora. Si dice che i dottori non dovrebbero varcare il limite del coinvolgimento personale con il paziente. Non era semplice con George Best. “Hi prof”. “Hi George”. Cominciavamo così».

Fino a oggi Best è un calciatore senza epigoni. Le sue qualità tecniche non saranno mai dimenticate, ha scritto nel 2010 Edson Arantes do Nascimento. Pelé lo definì footbal-artist. A Best piaceva raccontare che di idolo, dal quale traeva ispirazione, ne aveva solo uno, Alfredo Di Stéfano. Ammirava la Saeta Rubia per la sua visione di gioco totale: «Riusciva a fare tutto ed essere dappertutto». I due, allevati dalla scuola chiamata strada, condividevano pure la solitudine di non aver mai preso parte alla fase finale di un Mondiale.

Alla Federcalcio argentina, quanto a Perón, non piacevano le rivendicazioni salariali per la categoria di Di Stéfano. Best intaccherà quei rapporti di forza. Nel 1963, da ultimo arrivato in prima squadra, guadagnava diciassette sterline a settimana. Quattro anni più tardi il reddito salì a cinquemila, perché aveva acquistato il potere contrattuale della pubblicità dei grandi marchi. Nel biennio 1967-’69 la retribuzione da calciatore non superava le 140 sterline settimanali. «George poteva vendere una scala a chiocciola a chi abitava in un monolocale», Ken Stanley sintetizzò così le potenzialità commerciali del gioiello che aveva intuito. Hamilton ricostruisce con pagine interessanti il ruolo e l’ascesa della figura, poi dilagante, del procuratore.

Per il Manchester, dopo il trionfo del ’68, Best anelava l’emulazione dell’epopea madridista delle cinque Coppa dei campioni (1955-’60). Busby come nel Real di Puskás voleva creare un modello, una “comprensione totale” tra i suoi giocatori. A Madrid pensarono a Best per compensare l’immaginario collettivo orfano della coppia Di Stéfano-Puskás. Poi esplose Johan Cruijff. Il calcio totale se l’erano preso gli olandesi. Best ne soffriva, pativa i numeri dell’altro talento. Non accettava di essere subordinato a Cruijff, che gli somigliava pure. Al Madame Tussauds decisero di sostituire la statua di Best con quella del nuovo Pallone d’oro. «Per un giocatore come George, lo stile dell’Ajax era una manna dal cielo. Avrebbe dovuto giocare per noi. Si sarebbe inserito alla perfezione», ammiccò Cruijff. Best è Manchester, è lo United. «La nostra storia gloriosa l’hanno fatta persone col carisma di Best. Ha arricchito le vite di chiunque l’abbia visto giocare», ha riconosciuto Charlton. George era la fantasia. Allora diede appuntamento a Cruijff qualche anno più tardi. Era il 1976, il mese d’ottobre. L’Irlanda del Nord opposta all’Olanda aspirava alla qualificazione al Mondiale. Il talento di Best resisteva ancora alla dissipazione. Danny Blanchflower lo convocò a distanza di tre anni dall’ultima volta e lui accettò senza esitazioni. Lo aveva preannunciato a Bill Elliot, cronista del Daily Express. Dopo cinque minuti dal fischio d’inizio Best si avvicina a Cruijff, doppia finta e gli fa passare la palla in mezzo alle gambe. Poi gli corre intorno, lo salta roteando il pugno destro in aria come nella notte perfetta di Wembley.

Best sognava un’Irlanda unita, liberata dall’odio settario. Unita sarebbe stata una Nazionale competitiva. In tredici anni indossò trentasette volte quella maglia, segnando nove reti. Numeri tutt’altro che esaltanti, ma quanto era elegante e luminoso con quel verde smeraldo addosso. Il 21 ottobre 1967 non se lo scorda nessuno. A Windsor Park architettò con una prestazione abbagliante la sconfitta della Scozia. Best tenne la palla solo per lui. Il controllo della palla era connaturato: nessuno gli ha insegnato come si gioca. Suo l’assist, un cross dopo una splendida triangolazione, per il gol vittoria di Clements. Unbelievable, unplayable, uncatchable, lo definì Sir Alex Ferguson. I titoli d’apertura se l’erano presi i Troubles: Barricades in the streets as shooting war breaks out in Belfast. Subito sotto sul Sunday News strideva una foto felice della famiglia Best al completo. Tutti festeggiarono il pareggio, due a due, ispirato dal ragazzino che aveva ali e una sete troppo grande per preservarsi.

Raccontano che a fine gara Best si sia sottratto all’eccitazione generale. Farfugliò a stento qualche parola, mentre il terzino sinistro Gemmell lo paragonò al vento, impossibile da catturare. Non funzionava neanche prenderlo a calci.

Best era dipendente dal sesso come dall’alcol. Chissà se divertendosi smodatamente non abbia anche amato un po’. Le folli sessioni alcoliche, le scopate, non hanno colmato quello che chiamava il “vuoto terribile”, la depressione. Georgie, il quinto Beatle, gli occhi azzurri, i soldi, il senso dell’umorismo: irresistibile. Narrava di essere andato a letto con almeno sette Miss Mondo. In realtà furono due, ma cosa importa. Cambiava versione di volta in volta, ed era divertente starlo a sentire, perché i migliori lasciano in eredità storie da tramandare. Conscio della propria benedizione, maledizione, in una pubblicità della Stylo invitava a mettersi nelle sue scarpe.

La prima superstar del calcio moderno da Manchester alle albe di Marbella, il re del gossip: «Beh, so quello che penseranno i tifosi. Quando me ne sarò andato dimenticheranno tutta la spazzatura e ricorderanno il calcio, semplice com’è. Fino a quando si ricorderanno del calcio e anche una sola persona mi considererà il migliore giocatore al mondo, avrò compiuto la mia impresa». Dennis Law disse di averlo scambiato per un cantante pop, che si apprestava a esibirsi sul palco. Poi però scattava, faceva i tackle ed era quel qualcosa che non si può insegnare o capire, ma solo godere.

In questa vicenda spicca una persona apparentemente laterale. Best la chiamava la signora F. Mary Fullaway veniva da una generazione di edoardiani della classe operaia. Giovane vedova, madre di due figli, lavoratrice instancabile, accudì in Aycliffe Avenue, grazie alla fiducia di Busby, un terzo figlio speciale pieno di insicurezze. Divenne una casa lontano da casa, perché aveva capito Best, ma soprattutto gli voleva bene. Il 14 settembre 1963 la signora Fullaway, Dickie e Ann Best seppero dalla radio che era giunto il tempo della scoperta, il gran giorno del ragazzino. Alla vigilia dello scontro al vertice tra Manchester e West Bromwich Albion all’Old Trafford s’era infortunato Moir, una distorsione al ginocchio. Busby ruppe gli indugi, scrisse Best sul foglio di carta intestata dello United. Era nell’undici titolare. La radio gracchiò che l’allenatore aveva compiuto un grande passo, convocando un ragazzo di Belfast, un ragazzo di nome George Best. La maglia numero 7 sulla stampella chiedeva di essere indossata.

Dieci anni fa sfilarono migliaia di persone a Belfast per il congedo. Una fotografia aerea del corteo funebre ha la pretesa di raccogliere l’amore che c’è. Anche nei corridoi delle prigioni di Robben Island, ricorda Desmond Tutu, nell’ora d’aria del sabato pomeriggio, i resistenti all’apartheid invocavano quel nome, George Best, che teneva su il morale, aspettando avidamente notizie sui risultati calcistici del weekend. Oggi ne cantano le gesta nel Teatro dei Sogni e nei pub. Sir Busby preferiva evocarne il genio. Sosteneva che non bisognava provare ad allenarlo. Il ragazzo è speciale come uno spirito nel cielo.

 

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La partita più bella di tutti i tempi secondo Gianni Brera https://minimaetmoralia.it/calcio/la-partita-piu-bella-di-tutti-i-tempi-secondo-gianni-brera/ https://minimaetmoralia.it/calcio/la-partita-piu-bella-di-tutti-i-tempi-secondo-gianni-brera/#comments Thu, 12 Jun 2014 09:06:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21432 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

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FIFA

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Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

Quando gli chiedevano quale fosse la partita più bella cui aveva assistito nella sua pluridecennale carriera di critico (non semplice cronista, sia chiaro), Brera rispondeva sempre allo stesso modo: Ungheria-Uruguay del 1954, semifinale di una delle più intense edizioni dei Mondiali, che aveva visto contrapposto lo squadrone magiaro, imbattuto da quattro anni, agli “splendidi uruguagi”. Brera chiamava sistematicamente gli uruguaiani “uruguagi”, traslitterando la pronuncia platense, e così li chiameremo in questo articolo, per riverenza nei confronti del Maestro oltre che per amore del calcio giocato nelle strade e nei campi di Montevideo.

Nel 1988, rispondendo a una lettrice che gli poneva la “solita” domanda, nella rubrica delle lettere ospitata da “Repubblica” ribadì il concetto: “L’Ungheria-Uruguay del ’54 rappresentò ai miei occhi il vertice tecnico-agonistico del gioco per me più bello del mondo.” E qui bisogna soppesare le parole. “Vertice tecnico-agonistico” vuol dire che quella partita non fu solo un fatto epico in sé, per l’intensità del gioco, per i grandi campioni che vi si affrontarono, per i capovolgimenti repentini dettati dal genio o dalla fortuna. Racchiudeva anche molto altro: una summa del gioco del calcio fino ad allora disputato e ancora da disputarsi.

Alla fine prevalsero gli ungheresi, per 4-2, ai tempi supplementari. Ma l’indomani Brera pubblicò sulla “Gazzetta dello sport” un elogio a nove colonne degli sconfitti. Perché proprio vedendoli giocare, e sfiorare in almeno due occasioni la vittoria, aveva potuto raggiungere “la piena maturità” circa le cose del fútbol. Tutto ciò che Brera ha scritto in seguito sul catenaccio e il contropiede, sul difensivismo o lo spirito profondo del calcio italiano, deriva in buona parte da quella partita e dalla riflessioni che lo assillarono nei giorni seguenti. Si potrebbe dire che il calcio italiano degli anni sessanta, settanta, ottanta – così profondamente influenzato, oltre che rivelato, dalla penna di Brera – derivi in buona parte dai rapporti diretti e indiretti con la sublime scuola uruguagia. Deriva da quella partita. Non semplicemente la Partita più bella di tutti i tempi, ma addirittura uno scontro tra mondi e culture differenti, tra due diversi modi di adattarsi alla Storia e ai suoi eventi.

Anni fa confidai a Massimo Raffaeli, forse il maggiore studioso di Brera, che avrei dato una mano per poter rivedere quella partita, per capire fino in fondo cosa il Maestro intendesse dire quando scrisse che gli uruguagi erano stato grandi perché “avevano difeso la sconfitta”. Così come la darei per vedere Charley Patton esibirsi dal vivo o Alfredo Binda in bicicletta.

Oggi è possibile vederne buona parte su Youtube. Almeno da questo punto di vista, l’infinita riproducibilità tecnica del web permette di consultare con relativa facilità eventi sportivi unici.

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Era il 30 giugno del 1954, sono passati sessant’anni. Le due squadre scesero in campo allo stadio Olympique de la Pontaise di Losanna poco prima delle 6 di pomeriggio.

Da una parte l’Ungheria, l’Aranycsapat, cioè la “Squadra d’oro”, una delle più grandi compagini di tutti i tempi, costituita sull’ossatura della Honved di Budapest, la squadra dell’esercito: un pugno di campioni (Bozsik, Czibor, Kocsis…) stretti intorno a un autentico fuoriclasse, Ferenc Puskas, che però non giocò per infortunio la fatidica partita.

L’Ungheria giocava una sorta di calcio totale ante litteram, modificando il Sistema allora in voga in una sorta di modulo tattico 3-2-3-2 che prevedeva l’avanzamento delle ali laterali per creare costantemente superiorità numerica. Formule tattiche a parte, è uno dei primi tentativi in cui i giocatori si muovono come un corpo unico, privilegiando il fraseggio ai lanci lunghi, e un gioco compatto in cui tutti fanno praticamente tutto. Nell’Ungheria di Puskas & co. vi sono tracce in seguito elaborate dall’Olanda di Cruijff, il Milan di Sacchi o il Barcellona di Guardiola.

Dopo aver vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1952, il momento di massimo splendore dell’Aranycsapat fu raggiunto il 25 novembre del 1953 a Wembley, quando sconfisse la nazionale inglese per 6-3 davanti a centomila spettatori. Anche questa partita è integralmente su Youtube: ad impressionare non è solo la bellezza estetica del calcio danubiano, o il fatto che la partita sarebbe tranquillamente potuta finire 14-3, ma una sorta di scissione temporale. Gli ungheresi sembrano davvero piombare dal futuro e inventare metro dopo metro, passaggio dopo passaggio, un calcio mai visto prima.

Nel 1956, due anni dopo i Mondiali elvetici, quella splendida squadra sarebbe stata travolta dall’invasione sovietica. Chi poté riparò all’estero. Le stelle si accasarono quasi tutte in Spagna, dividendosi tra Barcellona e Real Madrid. Ironia della sorte, il colonnello Puskas (oltre mille gol in carriera) avrebbe affiancato Alfredo Di Stefano nell’attacco atomico del Real tanto amato da Francisco Franco.

Di contro, quel pomeriggio, c’erano gli splendidi uruguagi campioni del mondo in carica, gli eroi del Maracanazo, cioè il più grande shock collettivo che la storia dello sport ricordi. Nel 1950 avevano vinto i Mondiali contro il Brasile al Maracanà di Rio davanti a duecentomila spettatori, una capienza mai raggiunta da nessuno stadio per una partita di calcio, né prima né in seguito.

Se c’era stata fino ad allora una scuola calcistica in grado di fondere fantasia ed estrema concretezza, non-gioco e improvvise fiammate,  innata sapienza tattica e contenimento dello sforzo, questa era proprio quella uruguagia. I brasiliani – come notò lo stesso Brera – avevano patito innanzitutto la propria inferiorità tattica, e per questo persero 2-1. Ma il Maracanazo (su cui ha scritto pagine rivelatrici Alex Bellos in Futebol. Lo stile di vita brasiliano) non nasceva all’improvviso. Lo stile platense era maturato già negli anni venti e trenta, quando un piccolo paese di poco più di due milioni di abitanti aveva vinto due olimpiadi di fila e il primo mondiale organizzato in casa, sconfiggendo in finale gli argentini. Fulcro della squadra nella disfida di Losanna era un altro campione assoluto: Juan Alberto Schiaffino, detto il Pepe. Colui che insieme a Ghiggia aveva ammutolito i duecentomila del Maracanà, e che proprio dopo la Coppa del ’54 sarebbe approdato al Milan. Da oriundo (era nipote di un macellaio genovese) avrebbe giocato anche 4 partite in maglia azzurra.

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Ciò che sorprende rivedendo Ungheria-Uruguay del 1954 è l’intensità di gioco. Soprattutto da parte ungherese, il ritmo è molto sostenuto, non tanto dissimile da una partita dei giorni nostri. L’Ungheria era arrivata all’incontro con i campioni del mondo in carica dopo aver battuto 9-0 la Corea del Sud, 8-3 la Germania Ovest, 4-2 il Brasile. L’Uruguay invece aveva perso per infortunio nei quarti di finale (4-2 all’Inghilterra) ben tre giocatori, tra cui il capitano Varela.

Per chi è avvezzo a leggere gli schemi del calcio, è evidente come ungheresi e uruguagi disegnino due distinte partiture. Sostanzialmente i primi attaccano e cercano di aprire nuovi spazi (cosa che facevano sempre, asfaltando ogni opposizione), mentre i secondi bloccano il giocano avversario e provano a ripartire in velocità.

All’inizio del secondo tempo l’Ungheria è già sul 2-0, risultato che stroncherebbe chiunque. Eppure succede qualcosa di strano: gli uruguagi, per usare la criptica espressione breriana, “difendono la sconfitta”. Detto in altri termini: non si buttano forsennatamente all’attacco, non mutano i propri schemi e il proprio gioco. Continuano ad aspettare le folate avversarie, benché il tempo stringa… ed è la scelta vincente. La partita sembra cambiare stile, e quando le maglie si allargano aumentano le tonalità platensi. I capovolgimenti si fanno improvvisi, ora si danza e si lotta alla latinoamericana. Grazie al contropiede, la Celeste riesce a pareggiare con una doppietta di Hohberg e, nei secondi finali, sfiora la clamorosa vittoria con Schiaffino.

Si va ai supplementari, e gli uruguagi – che hanno ormai capito come impallare il sistema danubiano – sfiorano nuovamente la vittoria, ma beccano un palo. Schiaffino si mangia un altro gol. La partita corre sul filo sottilissimo dell’equilibrio. Poi, complici due papere del portiere Maspoli, Kocsis segna due volte di testa portando l’Ungheria in finale.

Per tutti i supplementari gli uruguagi ormai esausti hanno continuato a “difendere la sconfitta”, non rinunciando al contropiede. In quell’atto estremo di eroismo davanti a una corazzata atleticamente superiore, Brera intravvide tutto quello che c’era da sapere sul calcio e sull’adattamento alle sue infinite formule e incastri. Ne scrisse a lungo, influenzando il nostro modo giocare e di guardare le partite. E, per quanto si possano preferire altri stili, è difficile negare che i maggiori successi del calcio italiano siano maturati giocando a quel modo, e cioè costruendo a partire dal binomio catenaccio&contropiede il proprio stare al mondo, fino ai mondiali  del 2006.

Per la cronaca, lo squadrone magiaro perse clamorosamente la successiva finale di Berna contro la Germania Ovest, precedentemente surclassata per 8-3. Andarono avanti per 2-0, ma poi si fecero rimontare e superare. Secondo alcuni, avevano esaurito gran parte delle proprie energie proprio nella semifinale con l’Uruguay. Secondo altri, i tedeschi s’erano imbottiti di farmaci (le voci sul doping, che iniziarono a girare allora, non si sono mai sopite). Secondo altri ancora, bisogna riconoscere a Fritz Walter (stella di quella squadra) ciò che è di Fritz Walter…

Nella scena finale di Il matrimonio di Maria Braun di Fassbinder è possibile riconoscere la radiocronaca della partita, proprio nel momento in cui la casa della protagonista salta in aria. Come se, nella coscienza collettiva del paese uscito dal nazismo, la guerra fosse finita davvero solo allora, con il triplice fischio dell’arbitro. Ma questa è un’altra storia.

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