Alfredo Gianolio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfredo-gianolio/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Jan 2016 11:43:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alfredo Gianolio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfredo-gianolio/ 32 32 Le vite sbobinate di Alfredo Gianolio https://minimaetmoralia.it/libri/le-vite-sbobinate-di-alfredo-gianolio/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-vite-sbobinate-di-alfredo-gianolio/#comments Wed, 13 Jan 2016 06:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29625 La sociolinguistica li chiama «semicolti». Sono coloro i quali pur essendo alfabetizzati hanno con la lingua madre un legame saldamente incerto, come se l’esperienza linguistica fosse soprattutto inghippo, trappola, materia fragile sulla quale è pericoloso avventurarsi. Eppure il semicolto, pur riconoscendo che la lingua madre è anche matrigna, non retrocede ma si inoltra nello spazio vacillante della frase.

Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio (Quodlibet) può essere letto come documento storico, sociale, antropologico. A imporsi su ognuna di queste prospettive, e a compendiarle, è l’ottica linguistica: la consapevolezza di trovarsi davanti a un repertorio di voci sbriciolate ed epiche, fertilissime e inconseguenti. Voci «semicolte» che rimandano a corpi, i corpi alle persone, le persone a storie individuali direttamente connesse alla Storia (o meglio dalla Storia spesso stravolte, divelte, tagliate in due).

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La sociolinguistica li chiama «semicolti». Sono coloro i quali pur essendo alfabetizzati hanno con la lingua madre un legame saldamente incerto, come se l’esperienza linguistica fosse soprattutto inghippo, trappola, materia fragile sulla quale è pericoloso avventurarsi. Eppure il semicolto, pur riconoscendo che la lingua madre è anche matrigna, non retrocede ma si inoltra nello spazio vacillante della frase.

Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolio (Quodlibet) può essere letto come documento storico, sociale, antropologico. A imporsi su ognuna di queste prospettive, e a compendiarle, è l’ottica linguistica: la consapevolezza di trovarsi davanti a un repertorio di voci sbriciolate ed epiche, fertilissime e inconseguenti. Voci «semicolte» che rimandano a corpi, i corpi alle persone, le persone a storie individuali direttamente connesse alla Storia (o meglio dalla Storia spesso stravolte, divelte, tagliate in due).

Nel raccogliere su nastro, a cominciare dai primi anni ’70 dietro sollecitazione di Cesare Zavattini, il racconto orale delle esistenze dei pittori naïf vissuti o viventi intorno al Po, Gianolio è partito dalla convinzione che «tutti al fondo della loro coscienza sono naïf, perfino i direttori di banca». Il naïf come nucleo naturale seppellito sotto la coltre di cliché e convenzioni cui normalmente ci affidiamo implica che «le narrazioni orali superino qualitativamente la creatività letteraria, rendendola superflua e di livello inferiore». Un’affermazione drastica che ci è utile dare per buona. Perché se il letterale prevale sul letterario, al punto di farne ornamento, allora viene di colpo messa in crisi un’intera idea di letteratura.

Torna in mente quando Natalia Ginzburg nella prefazione a La spartenza di Tommaso Bordonaro (oggi finalmente ripubblicato da Navarra Editore) paragonò la lingua dell’operaio siciliano emigrato negli Stati Uniti a «un sentiero di montagna che sale e scende in mezzo alle pietre». La letteralità è una cosa che se ne sta lì e non fa altro che dire se stessa. Nelle scritture dei semicolti le parole sono utensili. Se il cucchiaio serve a mangiare il brodo, i chiodi e il martello ad appendere un quadro, le frasi sono cose che servono soltanto a dire le cose. A far esistere, come nel caso di Terra matta di Vincenzo Rabito (apparso per Einaudi nel 2007), una vita «maletratata e molto travagliata e molto desprezata». Oppure servono a implorare, come in uno dei documenti raccolti da Cesare Lombroso in Palimsesti del carcere, un residuo di compassione: «Io sono debole perché sempre piangere per mia passione sordomuta, e anche grande miserabile carcere», scrive una ladra tre volte recidiva al procuratore del Re nella Torino del secondo 800.

Le conseguenze di una lingua come questa sono spesso icasticamente straordinarie. Tra le nastrobiografie di Gianolio troviamo Laura Bertozzi che descrive la sua ricerca dell’uomo giusto: «Conobbi poi il cancelliere Cardarello, un bel giovane che mi aveva fatto la corte, ma aveva un dente cariato e, quando si è giovani, si bada a tutto e io ero molto sensibile e per quel dente cariato non l’ho voluto anche se era molto bello», mentre Emilde Vacondio, classe 1927, racconta di suo padre durante la Grande Guerra: «Aveva visto girare le mosche da un cadavere all’altro, e le lucertole e gli scarafaggi che passavano da un cranio all’altro». Nella voce di Albino Menozzi, originario della provincia di Reggio Emilia – «Sono nato a Gualtieri da una famiglia che facevano gli ortolani» – a risaltare è la percezione del tempo: «E dopo sono andato in Africa come lavoratore; e dopo è scoppiata la guerra e gli inglesi mi hanno fatto prigioniero»; in Bruno Rovesti la concitazione raggiunge un punto di non ritorno: «E dopo poi dopo sono andato» – e riusciamo a sentire la gara tra il pensiero e il fiato, tra il ricordo e la bocca, il bisogno di dire tutto quello che va detto.

L’inventario umano di Vite sbobinate ci mette a disposizione due ulteriori ritratti. Il primo è quello del Po. Compagno o nemico, paura o affetto, è ispiratore nonché soggetto dei quadri («Faccio il Po perché l’acqua è stata la mia vita», racconta Dino Daolio). Il secondo ritratto è quello del figlio più selvatico del fiume, Antonio Ligabue. «È sempre vissuto da miserabile», ricorda ancora Menozzi. «Negli inverni strepitosi nei boschi c’era un freddo che si spaccavano persino gli argini e lui andava in un casotto dove mangiava i gatti, mangiava i cani».

Davanti a queste voci non può bastarci sorridere delle ingenuità espressive, delle forme storte e contorte, dell’andatura sghemba del pensiero. Limitarsi a ciò vorrebbe dire avere sfiorato solo la corteccia, il mero epifenomeno. Da queste autobiografie orali deduciamo che le nostre esistenze sono fondate, come molte tra le frasi che usiamo per raccontarle, su un sistema di inossidabili anacoluti: una progettazione sempre scombiccherata dove un’ipotesi di percorso (e di discorso) cede a vantaggio di un’altra che presto si rivela a sua volta proditoria e velleitaria e si sgretola sostituita da un’altra ancora. Deduciamo cioè che le nostre vite restano sempre, nonostante ogni nostro tentativo, letteralmente semicolte.

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Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/#respond Wed, 23 Dec 2015 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29490 (fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

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In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

Se E.M. Forster avesse avuto modo di soccorrerlo, il suo suggerimento sarebbe stato essenziale: raccontare una storia è «only connect». Nient’altro che connettere. Una formula – la ritroviamo non solo in Casa Howard ma anche al centro del monumento dedicato allo scrittore inglese nella chiesa di Saint Nicholas a Stevenage – che sintetizza quanto Forster svilupperà nel 1927 in Aspetti del romanzo, uno di quei libri in cui un narratore, modificando per un momento la propria postura, non racconta ma si mette a ragionare sul suo lavoro. Non necessariamente con strumenti critici rigorosi, semmai in quella particolare attitudine, al contempo acuta e rarefatta, propria di chi con un determinato tema, in questo caso la scrittura, intrattiene un rapporto agonistico.

La medesima attitudine che riconosciamo in Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura di Edoardo Albinati (Fandango), un libro in cui lo scrittore romano raccoglie le riflessioni sulla scrittura maturate (anzi, per usare un’espressione cara allo stesso Albinati, «messe a frutto») negli anni di insegnamento a Rebibbia.

Centrali, nel suo ragionamento, sono due parole. Materia, che ricorrendo a partire dal sottotitolo chiarisce la natura fisica della scrittura, la sua qualità di fatto concreto e contraddittorio, una sostanza discontinua e incoerente di cui Albinati esplora il riverbero con una precisione che fa pensare a quella meditazione sullo scrivere che Adorno concentra nelle quattro pagine che aprono la seconda parte di Minima moralia. La seconda parola è dissipazione: «L’atto creativo è stimolato dalla distruzione di un immenso lavoro preparatorio buona parte del quale viene svolto in maniera automatica e pressoché inconsapevole nell’ascolto quotidiano», scrive Albinati. Ciò che diventerà scrittura è l’effetto di un’ininterrotta silenziosa arsione di alternative, ipotesi differenti se non contrastanti, un processo di negoziazione interiore durante il quale chi scrive non liquida l’alone che circonda ogni termine ma lo riconosce come ciò di cui prendersi cura. La pagina che il lettore si ritrova tra le mani è l’eco di quel processo, una forma necessaria alla condivisione eppure incommensurabile al lavorio invisibile della negoziazione interna.

Quando Albinati parla del rogo come «figura del testo» viene in mente un’intuizione di Antonio Franchini che nel ’96, in Quando vi ucciderete, maestro?, unendo nella medesima riflessione letteratura e combattimento descriveva le ostea leukà: così come del corpo del guerriero bruciato sulla pira resta percepibile, tra le fiamme, solo un biancheggiare d’ossa, allo stesso modo nella nostra memoria le parole di una narrazione poco a poco si dissolvono, la maggior parte delle scene sparisce e resistono soltanto alcuni microscopici particolari. La combustione, dunque, come misura non solo dell’origine ma anche dell’esito del testo.

In Scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti con esercizi svolti (Corraini Edizioni, illustrazioni di Yocci) Paolo Nori prende spunto dalla sua esperienza didattica e in sei lezioni ondivaghe racconta la scrittura lontano da qualsiasi tentazione prescrittiva. Collegando tra loro Šklovskij, le autobiografie orali raccolte da Alfredo Gianolio in Vite sbobinate e i precetti di Bukowski, Nori chiarisce che per scrivere occorrono straniamento (che rallentando il riconoscimento permette di passare dal déjà vu al jamais vu), semicolti (nel senso del tenere viva la percezione di ciò che accade quando nel parlato si allenta «la sorveglianza sintattica e grammaticale sulle cose che diciamo») e poi una sedia. Nonché – e qui Nori condivide con Albinati il medesimo bisogno di tangibilità – occorre «usare le parole sentendo il peso e il materiale di cui sono fatte, scrivere come se si prendesse in mano la penna per la prima volta».

Sentire la scrittura come corpo, dunque, se non come organismo. «Io penso alle mie frasi come a piccoli organismi neri, maculati gialli o rosso vivo, tondeggianti, dotati di tentacoli: delle specie di ofiure» scriveva nel ’97 Giulio Mozzi in Parole private dette in pubblico, un altro libro fondamentale per riflettere su quella specifica declinazione del linguaggio che è la narrazione.

Scrivere di scrittura – che si tratti di una riflessione intenzionale oppure, come per la Lettera di Lord Chandos di von Hofmannsthal o per LTI, i taccuini di Victor Klemperer sulla lingua del Terzo Reich, di libri che non nascono con un obiettivo didattico – è nella sua manifestazione migliore un discorso mai normativo, raramente del tutto logico e compiuto, semmai un avventurarsi rabdomantico che procede per collaudi empirici, un dire facendo e un fare dicendo. Una specie di rêverie. Se ciò che Albinati e Nori (e prima di loro Franchini, Mozzi e altri ancora) hanno scritto insegna è perché i loro libri procedono senza l’obbligo di un’utilità immediata e misurabile: perché divagano concentrati, si permettono la fantasticazione, capovolgono prospettive, sciolgono i nessi dati. Perché sentono sempre che la lingua è materia in azione. Sperpero naturale, dialogo fitto con l’errore, smarrimento strategicamente indotto.

Resiste come unica certezza (ma sono possibili obiezioni anche su questo) la risposta che Wisława Szymborska diede a una lettrice nella sua posta letteraria: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole grammaticali. Se ne serva con più coraggio, Signora – bastano per tutti!»

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Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/#respond Sat, 07 Jun 2014 14:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21289 a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro.

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

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a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro. (Fonte immagine)

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

Mario Scardova (padre di Roberto, giornalista per molti anni della RAI) aveva in sé ben equilibrate le doti della fermezza e dell’equilibrio, poste al servizio dei braccianti che, lungo il Po e il Cavo Fiuma, lottavano strenuamente per poter strappare giornate di lavoro ai proprietari terrieri. Fu Mario Scardova a presentarmi a Cesare Zavattini, che aveva un appartamento sovrastante un bar recante il suo nome su un’elegante insegna, della quale – lui che era così riservato – si compiaceva perché gli ricordava l’impegno profuso dai suoi genitori proprio in quel bar, oltre che in un’osteria e in un forno. Nell’incontro che ebbi in quell’occasione la poesia e l’arte non c’entravano per nulla. Si trattava di scrivere una lettera raccomandata per una piccola e rara questione legale. Zavattini amava stare lontano dai tribunali. Ammise di aver interrotto all’Università di Parma gli studi di giurisprudenza non sentendosi di fare l’avvocato per non dire delle bugie.

Mi aveva raccontato Renato Bolondi, allora sindaco di Luzzara, che Zavattini non aveva il cuore in pace finché non avesse recuperato i mobili che erano appartenuti alla sua famiglia, mobili che erano andati dispersi dopo varie vicissitudini. Bolondi lo portò con la sua Cinquecento da ogni parte. Chiedevano a tutti, sbirciavano dalle finestre, allungavano il collo negli androni. Le speranze erano ormai svanite quando Cesare finalmente riconobbe, nella bottega di un artigiano, le spalliere del letto matrimoniale dei suoi genitori, letto dove lui era nato. Dietro le spesse lenti dei suoi occhiali si vedevano luccicare alcune lacrime. In segno di gratitudine disse a Bolondi: “Se vado nella luna, il primo che saluto sei tu!”.

I rapporti con Luzzara, specialmente all’inizio, non furono per lui facili. Lo consideravano una “testa matta” in quanto, come diceva il suo barbiere-poeta Guido Sereni, i luzzaresi erano convinti che si potesse fare fortuna soltanto col commercio del formaggio grana e dei suini. Avendo voluto seguire altre strade, ritenute impraticabili, era considerato un “figliol prodigo”.

Zavattini, per riconciliarsi definitivamente con Luzzara ebbe un’idea geniale. Bandì il concorso “Luzzara che ride”. La miglior storiella sarebbe stata premiata. La commissione giudicatrice era formata da grossi nomi: Orio Vergani, Raffaele Carrieri, Arturo Tofanelli, Guido Aristarco e Gianfranco Fusco. Furono esaminate ben 800 storielle. Ricordo che il cinema Gardinazzi era stipatissimo quando il primo ottobre 1956 Alberto Sordi lesse, dopo la proiezione del film neorealista “Il tetto”, le storielle prescelte.

Mi ero sentito fortunato perché avevo fatto parte di una ristretta schiera di amici luzzaresi di Zavattini che lo accoglievano quando giungeva da Roma. Gli incontri erano spesso conviviali e gastronomici. La conversazione non era circoscritta a questioni specialistiche, anche perché Zavattini non voleva fare della cultura un campo privilegiato per eletti, ma anzi intendeva che venisse il più possibile allargata, in quanto, come proclamò nel suo film “La veritàà”, la cultura di pochi aveva fallito.

Zavattini costruiva i suoi valori, letterari, poetici e pittorici, sull’eguaglianza, come condizione di partenza che non doveva essere negata ad alcuno, senza ammettere privilegi di scuola o di natura economica e sociale. Non sopportava le gerarchie, le rendite intellettuali precostituite. Ebbe anche lo scrupolo di non privilegiare Luzzara, tanto che, quando Paul Strand gli propose un libro di immagini e parole su un paese, avrebbe voluto chiudere gli occhi e indicare con un dito una località a caso sulla carta geografica.

Entrai nell’orbita culturale di Zavattini quasi inconsapevolmente, collaborando alle sue innumerevoli iniziative, non tutte condotte a termine, per essere sovrabbondanti e non sempre comprese.

“Un paese vuole conoscersi”, manifestazione progettata per Luzzara, fu realizzata a Sant’Alberto di Romagna. Una sorta di autocoscienza della popolazione locale che doveva estrarre dalle proprie case documenti, fotografie, dipinti, lettere e ogni altro elemento attraverso il quale ricostruire le vicende e i problemi economici e sociali dei loro luoghi in una visione dal basso. Ne scrissi su l’Unità del 18 aprile 1976.

Un’altra idea di Zavattini, già in dirittura di arrivo in quanto approvata dall’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, non fu realizzata per un divieto pervenuto dall’alto, dal Comitato burocratico di controllo. Non ritenne che, avendo carattere culturale, rientrasse “tra le finalità istituzionali della Provincia”. Si trattava del “Libro delle cento parole che fanno e disfanno il mondo”, libro che doveva entrare in ogni casa. La spiegazione del significato di ogni parola era affidata a note personalità. Ne cito alcune: Alberto Asor Rosa, Ignazio Butitta, Renzo Renzi, Franco Ferrarotti, Renato Barilli, Carlo Bernardini, Guido Aristarco, Nanni Scolari, Goffredo Parise, Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Rossana Rossanda, Natalino Sapegno, Valentina Fortichiari, Emma Bonino, Alberto Arbasino, Rolando Cavandoli, Giorgio Bocca, Italo Calvino…

Io, una sorta di segretario, corrispondevo con Zavattini. Partecipai ad alcune riunioni presiedute dall’assessore prof. Giorgio Cagnolati. Il libro delle cento parole stava per essere varato, ma vi fu uno stop proveniente dall’alto. A nulla valse che fosse l’occasione per celebrare degnamente l’ottantesimo compleanno del grande Cesare.

Il mio rapporto con Zavattini fu molto intenso, starei per dire simbiotico, quando lo seguii nel mondo dei pittori naif, facendo anche parte, dal 1979, della Giuria del Premio nazionale che si celebrava a Luzzara alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno. Zavattini attribuiva alla nebbia un effetto magico e sembrava che essa, per i pericoli che rappresentava, anziché respingere, con il suo fascino attraeva molti visitatori, che giungevano anche da lontano. Una notte vi accompagnai da Reggio sulla mia Renault 5 lo scrittore, membro della giuria, Raffaele Crovi, arrivato in treno da Milano.

L’apprezzamento dei naif nasceva in Zavattini dal suo egualitarismo. Lo aveva dichiarato a Bruno Rovesti di Gualtieri in una sua trasmissione alla RAI: “Ti voglio dire che i naif sono degni di partecipare alle più grandi manifestazioni artistiche ufficiali, come la Biennale e la Quadriennale. Deve finire questa discriminazione che fa del naifismo uno specie di ghetto… Ci sono però tra i naif dei pittori che non valgono niente, ci sono gli imitatori che tra i cattivi pittori sono i peggio che si possono immaginare, ma quelli che creano, che hanno un loro mondo, un loro stile non sono da meno degli artisti celebrati nell’arte ufficiale”.

Entrai in presa diretta con i naif andando a registrare dalla loro viva voce le vicende della loro vita, le così dette “nastrobiografie”, che pubblicai sul “Bollettino dei naif”, l’organo del Premio Nazionale e del Museo di Luzzara del quale ero redattore. Un periodico trimestrale che uscì negli anni Settanta-Ottanta, molto umile e semplice, tirato a ciclostile. Non disdegnò di apporvi la sua firma, in qualità di direttore responsabile, lo stesso Cesare Zavattini, che, secondo il suo stile, non badava a formalità.

Dopo circa vent’anni Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi disse che quelle “nastrobiografie” potevano interessare l’“Almanacco delle prose Il Semplice”, la rivista Feltrinelli formato libro, la cui redazione si teneva a Modena, con la partecipazione, tra i vari provenienti da diverse parti d’Italia, di Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni. Le “nastrobiografie”, ampliate, sono così risuscitate. Richiamate in vita per la terza volta, sono state pubblicate, quali “Vite sbobinate”, da “Incontri Editrice” di Sassuolo. Accresciute, sono risuscitate per la quarta volta, e si spera l’ultima, nell’ottobre del 2013 per un miracolo di “Quodlibet – Compagnia Extra”. Sembra che sopravvivano nel fuoco come le salamandre.

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