Allen Iverson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/allen-iverson/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:05:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Allen Iverson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/allen-iverson/ 32 32 Selma è tutti i giorni. L’elogio alla disobbedienza di Allen Iverson https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/#comments Fri, 15 May 2015 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26872 Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l'allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l'esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s'asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall'affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito.

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Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l’allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l’esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s’asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall’affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito. Al college Dean Berry gli illustrò le possibilità del crossover, una finta ad alto coefficiente di spettacolarità, che sembra offrire la palla alla difesa. La rapidità di esecuzione e il ritmo imposto da Iverson però è difficile da contrastare. L’elasticità delle caviglie di Jordan pagò dazio alla creatività della matricola. I Sixers cedettero ai Bulls con un superfluo 108-104, ma rimase impresso quel gesto, quel crossover che indicò una svolta generazionale.

Ann Iverson sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Abitare in via Jordan Drive dunque non fu una pura casualità. Un clan familiare di tredici persone stipate in due stanze: tante donne, pochi uomini, spesso alle prese con il carcere. A fine mese i conti non tornavano mai: le bollette o la spesa alimentare? Dagli angoli delle strade di Newport News risuonò presto il nome di un giocatore di football minuto, mai scalfito dalle botte, prodigio di velocità che non ha alcuna paura. All’età di otto anni scatta come un ossesso, come a dirci che una volta nato non puoi nasconderti. Ann sostiene di non essere stata penetrata. L’immacolata concezione di un figlio predestinato nella più complessa delle adolescenze. Lei e Allen Broughton avevano quindici anni, e per quel che è dato constatare s’amarono. Erano entrambi playmaker con le caratteristiche che avrebbero esaltato il primogenito.

La ricerca della paternità è una costante dell’esistenza di Allen. Spike Lee in He got game restituisce tracce biografiche degli Iverson. Una scena in particolare ricorda il rapporto con il padre acquisito Michael Freeman, più volte incriminato per spaccio di droga, motore della sopravvivenza economica in un’area colpita dalla deindustrializzazione e dagli effetti collaterali della Reaganomics. Al playground di Anderson Park trascorsero giornate sull’asfalto in forsennati uno contro uno. A dieci anni Allen comprese quanto la pallacanestro possa essere una questione di libertà, un’espressione artistica con la quale comunicare al mondo la propria essenza. E poi pronunciò la promessa in un colloquio dietro le sbarre: «Indosserò la canotta dei Sixers, la squadra del tuo idolo Julius Erving. Guadagnerò per occuparmi di tutti voi».

Come dentro a un romanzo di Toni Morrison, Allen costringe a non scordare il lato scomodo di una storia negata. Non dismette la propria negritudine. Non resterà mai orfano della propria identità. Il sorriso costruito, il linguaggio, l’acconciatura e l’abbigliamento di Michael Jordan erano ben più rassicuranti; riuscivano a far dimenticare la pelle nera alla middle class americana. Al diciottenne Kobe Bryant i nonni fecero studiare le conferenze stampa di MJ e i Robinson. Quando Iverson ottenne il riconoscimento di miglior esordiente dell’anno, l’Nba non diffuse le immagini della premiazione. All’organizzazione non piacquero la bandana bianca, i jeans larghi e soprattutto quella maglietta nera, dove fece stampare la lista delle vie più malfamate della propria periferia, Bad News Hood Check. La sua esistenza non perde l’autenticità quando il portafogli è gonfio.

Il denaro non è un valore, lo si può solo spendere per chiarire loro quanto sia ridicola la linea di confine che traccia. Lo spiegò a Lee, che lo voleva nel ruolo di protagonista in He got game: «Perdonami, ma non posso. È la prima estate con qualche soldo in tasca. Voglio divertirmi e devo fare qualcosa per Newport “Bad Newz”, where a lot of shit happens». E così scritturarono Ray Allen, l’acerrimo rivale di college. Iverson non si conforma, gli altri devono accostarsi alla sua cultura. Impone il punto di vista oscurato del ghetto, perché come ha scritto Teju Cole nel più puntuale intervento sull’anniversario della marcia: «Selma è uno specchio spaventoso dell’America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell’aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Iverson capì che aveva qualcosa di prezioso da preservare, quando in una sola estate vide morire otto amici in seguito a sparatorie. Lo ripeté a tutti che un giorno sarebbe approdato in Nba o Nfl. In lui rivediamo tratti dell’amore disperato per la vita di Gabourey Sidibe nella pellicola Precious. «Non sono uno svantaggiato. Non mi interessa l’assistenza. Vado alla mensa solo insieme a te», l’orgoglio brucia davanti all’insegna School’s Underprivileged Meals Program. Dennis Kozlowski, a lungo capo allenatore della squadra di football della Bethel High School, era preoccupato dalla denutrizione di quel talento imprendibile da salvaguardare, che al basket preferiva il football. Gli comprò divise e vestiti eleganti, che mai indossò: «Coach, li hanno rubati i fidanzati di mia madre». Il 7 giugno 1975 all’Hampton General Hospital, dalla culla sporsero due braccia lunghissime e Ann decise: pochi dubbi, sarà la pallacanestro a salvarci, urlò. Nient’altro che una questione di redenzione. But my hand was made strong/By the ‘and of the Almighty/We forward in this generation/ Triumphantly.

Larry Brown e Iverson s’incontrarono per la prima volta nella palestra dell’Università del Kansas. Durante un allenamento l’allora coach di college prese informazioni sul più esile e tosto in campo. Non scarseggiavano le controindicazioni e gli interrogativi: quali prospettive per un ragazzo che a fatica avrebbe superato il metro e ottanta centimetri di altezza e i settanta chilogrammi di peso? Sarà mai allenabile uno con quel passato? Un bel giocatore da playground, nulla più, dissero. Nell’estate del 1992 qualcuno iniziò a ricredersi. Nel corso della Boo Williams Summer League Iverson salì in cattedra a livello nazionale. «Uscito per raggiunto limite di penalità ho sperato che la partita non finisse al supplementare. Avrei odiato starmene seduto», chiosò. La giovane guardia della Bethel High School venne eletta miglior giocatore della manifestazione e ottenne lo stesso riconoscimento in altri eventi di rilievo. «Nel Paese non esiste un pari età di questa qualità. È fantastico», ammise Williams. «Sapevo di valere queste parole. Mi dicevano di guardare a Mike Evans. No, no, no, io posso raggiungere Mike. Mike Jordan», aggiunJerry Stackhousese AI. Nell’altra selezione finalista spiccò , un altro talento con cui ebbe una complessa convivenza tecnica nei futuri Sixers.

Il 31 luglio David Teel sul Daily Press offrì un resoconto lucido di un’estate di fede assoluta: «Quattro mesi fa abbiamo fatto una figuraccia nel sottovalutare Iverson nelle graduatorie nazionali. È il miglior prospetto dell’ultimo decennio, almeno. Incredibile la sua rapidità. Rende semplici le cose difficili. Fa tutto ciò che il ruolo richiede: un difensore di rottura che sopperisce alla taglia con l’anticipo, implacabile in contropiede e va marcato dai tre punti, salta in modo impressionante. Dovrebbe limitare il trash talking. È incline alla provocazione e ciò potrebbe far riflettere molti coach del college». In difesa, in post basso, minimizza gli svantaggi con la connaturata aggressività sulla palla. I video delle partite di quell’epoca catturano l’istantanea di un’energia vitale e disordinata. L’unico disagio sul campo è la canotta che veste sempre larga. Il numero tre attirò immediatamente la folla. Tawanna è lì senza sapere cosa sarà. A Bethel, dopo aver trascinato al titolo sia la squadra di football sia quella di basket, optò per la palla a spicchi.

L’impegno di sottrarre dai guai Iverson accomunò gli allenatori che l’hanno amato. Kozlowski fu il più esplicito, dopo essere stato allertato dalla polizia. Allen apparve in un video in cui acquistava una dose di sostanza stupefacente per la complessa Ann. «La prossima volta, qualora necessario, manda un tuo amico. Tu hai un sogno da tutelare», scongiurò Koz. Correva il San Valentino 1993, quando tutto sembrò andare in pezzi. «Piccolo negro», provocò il gigante bianco Steve Forrest, già noto alle autorità per possesso di cocaina. Allen pare che non oltrepassò l’invettiva verbale. Per la compagnia invece il passo verso la rissa fu breve. In qualche minuto la sala da bowling perse i propri connotati, divelta con numerosi feriti. Le telecamere non ripresero alcuna azione violenta di AI.

I testimoni del tempo lo definiscono il caso più vorticoso dall’assassinio di Martin Luther King. Con lo spettro dello scontro razziale il clima si avvelenò a Hampton e Newport News, non caratterizzate da uno squilibrio demografico fra neri e bianchi. La comitiva di Forrest proveniva da un distretto benestante e politicamente potente. Cinque giorni dopo essere stato nominato nell’All-American team delle high-school Iverson venne arrestato con cinque capi d’imputazione. Appena rilasciato in attesa del giudizio realizzò 42 punti contro la malcapitata Ferguson. La sorte del gioiello era nella sentenza del giudice Nelson Overton. Il 12 luglio ’93 emise una condanna durissima: cinque anni di reclusione. Stay strong, mormorò Ann. Iniziò a muoversi il reverendo Jesse Jackson. I muri adornati di graffiti: Free Iverson. È stato un detenuto modello. Sveglia alle cinque per fare il pane, poi due ore per tirare a un canestro scassato. Spike Lee gli recapitò i testi di Malcom X, Jordan e Bill Cosby contribuirono alle spese per farlo accedere al programma scolastico della privata Richard Milburn.

L’intrigo si sbrogliò nello studio degli avvocati Woodward e Shuttleworth, inseriti a un alto livello politico. L’attività lobbistica con il governatore della Virginia Doug Wilder produsse gli effetti sperati. Il primo governatore afroamericano negli Stati Uniti si convinse della sussistenza di numerosi dubbi e di un pregiudizio razziale che aveva condizionato il verdetto. La colpevolezza è tutt’altro che evidente, tanto da concedere un atto di clemenza: «Merita l’opportunità di non interrompere la sua formazione». La tutor Sue Lambiotte, personaggio centrale in un periodo delicatissimo, si sentiva morire all’idea che un ragazzo con tale energia mentale e talento artistico vedesse sfumare gli anni migliori in cella come troppi coetanei afroamericani. Nell’anno di studio one-to-one, senza sport, stimolò la sua coscienza critica, ponendo lo sguardo oltre la pallacanestro.

Chi scommetterà sul suo avvenire professionistico con questo fardello? Si domandava Ann. Il messaggio a John Thompson è stato diretto: «Aiuta mio figlio». Il coach, che d’abitudine ha allestito le proprie squadre attorno al pivot, mostrò curiosità per lo stile libero di Iverson, quale possibile centro di gravità della sua Georgetown. La valutazione del rappresentante accademico della prestigiosa università di Washington rese raggiante Lambiotte: «Abbiamo fra le mani un diamante grezzo». L’accesso al college era cosa fatta. Ascoltiamo il commentatore della prima partita Ncaa, trasmessa in diretta televisiva, bacchettare Iverson sulla gestione del ritmo. Neanche il tempo di concludere il concetto, che Allen scagliò nella retina due splendide triple di puro istinto, fuori schema. È sempre all’attacco. Thompson gli diede carta bianca, insegnando però l’arte della pazienza. «Pensate alla sua infanzia. L’ultima cosa di cui necessita è una sovrastruttura, nonostante sia recettivo in allenamento. Ha bisogno di volare. Georgetown correrà per una ragione: Iverson». Fra i due s’instaurò un rapporto paterno destinato a durare oltre il biennio universitario. Intanto, non ancora ventenne, Tawanna mise al mondo la primogenita Tiaura.

Per capire qualcosa di Iverson può essere utile guardare la conferenza stampa d’addio. Il nodo stretto in gola si percepisce in ogni dichiarazione. «Il momento più emozionante della mia carriera è stato la scelta al Draft. La mia non è la terra dell’abbondanza. Avere un’opportunità è tutto». Due anni al college, poi l’uomo di casa avrebbe risolto tutto col primo contratto Nba. Lo anticipò a Freeman in uno dei vari colloqui in carcere. Thompson non aveva perplessità sull’impatto culturale del ragazzino sul gioco al livello superiore. Semmai temeva per le ore lontane dal parquet. Per una volta le tessere del mosaico apparirono in armonia. Ai Sixers si era insediata una nuova proprietà. Pat Croce, figlio della working class arricchitosi intuendo il business del benessere, da fisioterapista dei vip aveva costruito una costellazione di palestre a Philadelphia.

Fra le sue mani passarono i muscoli di Charles Barkley e Julius Erving. Vendette tutto per il 10% della società e salì sul ponte di comando. Nel 1996 le alternative al Draft, appuntamento annuale in cui le squadre possono selezionare atleti perlopiù provenienti dal college, erano sovrabbondanti: fra gli altri si dichiararono eleggibili Steve Nash, Stephon Marbury, Marcus Camby, Ray Allen e Kobe Bryant (tredicesima scelta…). Croce volle però l’altro, quello capace di accendere l’immaginario collettivo della città della Dichiarazione d’Indipendenza. Il risultato dei test psicologici, ai quali Iverson fu sottoposto, è sintetizzabile nelle parole della leggenda Mike Krzyzewski: «Difficile scovarne uno così competitivo. Ha il cuore di un leone».

A Rutherford, nel New Jersey, in una notte di fine giugno il plenipotenziario dirigente dell’Nba David Stern pronunciò la frase: «With the first pick in the 1996 Nba Draft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson from Georgetown University». Tre anni di contratto, nove milioni di dollari, baci e abbracci con Ann, Tiaura, per poi andare dietro le quinte dai membri della propria indissolubile comitiva Cru Thick. Il giocatore più basso a diventare la prima scelta ciondolò fino al podio con il cappellino dei Sixers in testa. «I don’t wanna be Michael Jordan, I don’t wanna be Magic, I don’t wanna be Bird or Isaiah. I don’t wanna be any of those guys. When my career is over, I want to look in the mirror and say I did it my way». Con l’era Jordan al tramonto il sistema necessitava di un’altra icona. La serata del Draft al tavolo degli Iverson c’era un solo bianco, che applaudì compassato con un bacio sulla guancia ad Ann. David Falk, deus ex machina dell’industria jordaniana, divenne l’agente, immaginando un altro impero commerciale. Il rapporto culminò con un licenziamento in tronco. A Falk non piacciono i tatuaggi e le treccine da galeotto di Iverson. Anticorporate guy, lo definì. Tentò invano di piazzare il prodotto: niente sponsorizzazioni da McDonald’s, Coca-Cola, Gatorade e affini, che invece sposarono il precedente assistito. Reebok con una sponsorizzazione da 50 milioni di dollari si riposizionò sul mercato delle calzature sportive, all’epoca da 7 miliardi di dollari, controllato al 40% dalla Nike. Un mese dopo la firma della partnership gli investitori riacquistarono fiducia nella multinazionale, che grazie a Iverson intercettò su scala globale il costume della generazione suburbana sedotta dal linguaggio dell’hip-hop. Incise pure un disco rap, parzialmente censurato, col nome d’arte Jewelz.

«Pensa di essere Dio. Non rispetta nessuno, è egoista. Pensa che il campo sia la sua strada, il suo playground, e che possa fare e dire ciò che vuole», sbraitò Rodman. Lui inscalfibile conquistò il titolo di matricola dell’anno. Sceglie di comunicare col mondo anche mediante i tatuaggi con cui disegnò il corpo. Nessuno mai come lui da matricola: cinque gare consecutive sopra i 40 punti. Le sue giocate bizzarre, eccentriche, avventurose, che i commentatori della notte del Draft catalogarono quali debolezze del suo bagaglio, fanno tuttora impazzire l’America. The emotion of his game is a talent. Ai biografi la guardia del corpo narra di non averlo mai visto martoriarsi con infinite sedute di tiro. Il lavoro era cerebrale. Per dirla con Isaiah Thomas, che un po’ gli assomigliava: «L’aspetto più interessante del gioco è l’opportunità di esibire la propria creatività». I media s’accapigliarono sulla rottura col modello Jordan. L’equilibrio fra l’asfalto di Newport, terra natale anche di Ella Fitzgerald, e i valori della middle class da ossequiare è complesso.

Philly non era una squadra vincente (22 successi in 82 gare). Al secondo anno Croce rincorse un guru della panchina. Pitino pretese solo Boston. Jackson non lasciò Jordan. E infine bussò alla porta di Larry Brown, passionale e umorale quanto la stella con cui avrebbe dovuto convivere. Un maestro della vecchia scuola, che ha considerato a lungo Iverson un atleta straordinario, non un cestista. «Allen è una guardia. Non ha la mentalità del regista. Sembriamo un gruppo assemblato per una lega estiva in onda su Mtv. Non ci comportiamo da squadra», Brown, playmaker educato con la disciplina ferrea di Frank McGuire a North Carolina, lava in pubblico i panni sporchi. Dopo le nottate nei club, al casinò o in feste albeggianti, a ogni allenamento saltato, Croce deve ricomporre una frattura culturale e tecnica. Quest’ultima si rimarginò innanzitutto con la cessione di Stackhouse e l’arrivo di Ratliff e Mckie. Per l’altra ci volle più tempo. Sgravato dai compiti di regista, col supporto di Eric Snow, imperversò: ha chiuso la carriera con quattro titoli da miglior marcatore a 26.7 punti di media (722 partite, 28.879 minuti, 27.6 punti di media eguagliando record Sixers detenuto da Chamberlain). A Philadelphia hanno vinto campionati con Chamberlain ed Erving, ma il coraggio e l’onestà di Iverson sono entrate sottopelle. Il primo marzo 2014 la cerimonia per il ritiro della sua canotta è stata da brividi: «Ti amo Philadelphia per avermi accettato e per aver abbracciato i miei errori dai quali ho imparato. Anche alla fine dei miei giorni Philly resterà la mia casa».

Questa la premessa del conflitto con Brown: «Crede di potermi trattare come fosse un secondino bianco e io il carcerato». Un pensiero insopportabile per un liberale progressista qual è il coach di Brooklyn. Iverson sognò la sua sostituzione con Thompson da Georgetown. Dall’incomunicabilità è nata un’amicizia profonda, che commuove. Due solitudini che trovarono pace. In fondo ad accomunarli c’è la precoce assenza paterna. Impararono a fidarsi l’uno dell’altro. Larry stima Allen perché in campo non ha mai alzato bandiera bianca. Lui maturò senza snaturarsi. «Oggi in aeroporto mi riconoscono come l’allenatore di Iverson. Durante i 48 minuti lottava su ogni possesso. L’ho amato per questo. Nelle difficoltà non ha mai abbandonato i propri compagni, dando tutto per la vittoria. A volte non lo faceva nel modo giusto. Ma non ci sarà più nessuno come lui: the greatest competitor». È così, lui danza anche sul dolore: «Spesso non ho interpretato la sua idea di pallacanestro, tuttavia ha intuito e colto il mio amore per il gioco. The greatest coach to me, in my heart».

Riassumere in una partita la carriera Nba di Iverson non è una scorciatoia comoda. Dopo cocenti eliminazioni dai playoff per mano degli Indiana Pacers di Reggie Miller, nel 2000 i Sixers assecondarono le esigenze del proprio allenatore. Iverson lo seguiva. Avevano un’anima difensiva e fondamentali di squadra. Inaugurarono la stagione con dieci vittorie consecutive. Anche stavolta però le tensioni non mancarono. Trentasette punti di Nowitzki, l’angelo biondo di Dallas, rischiarono di far saltare il banco. Brown minacciò le dimissioni dopo un confronto pesante nello spogliatoio. L’ennesima mediazione di Croce ricucì lo strappo. I Sixers archiviarono al primo posto la stagione regolare (56 vittorie, 26 sconfitte) e ricevettero tutti gli allori: Iverson miglior giocatore dell’anno, Brown coach of the year, Mckie miglior sesto uomo e Mutombo defensive player of the year. In una notte playoff meravigliosa contro i Raptors di Vince Carter segnò 54 punti. Gli chiesero da dove avesse tratto l’energia: «Dalla povertà, dalla vita». In finale di conference con la schiena a pezzi, disobbedendo ai medici, castigò i Bucks di Ray Allen con il suo show on the stage: 46 punti in gara 6, 44 in quella senza ritorno per ottenere il traguardo intermedio.
Poi arrivò la partita.

I Lakers, che non perdevano da sessantasette giorni, rappresentavano l’ultimo ostacolo frapposto al titolo. Tutti pronosticarono un avverso 4-0. In gara uno allo Staples Center di Los Angeles andò in scena la personale resistenza di Iverson, perché là dentro c’era la sua terra promessa. L’avvio appare il preludio alla cavalcata losangelina. Fox è tarantolato. Il leader dei Sixers non trova la giusta distanza (0/6 al tiro), poi infila 38 punti in 29 minuti per un vantaggio insperato, 70-58. Guarda negli occhi il parterre dei ricchi, sorride e applaude. Le staffette difensive di Phil Jackson non funzionano. La leggenda s’aggrappa alla montagna Shaquille O’Neal (41 punti, 19 rimbalzi) per la rimonta. Tyronn Lue approfitta del fisiologico appannamento di Iverson (3 punti in 15′), sistematicamente raddoppiato. Si restringe lo spazio del volo, ma gli scudieri Mckie e Snow lo sorreggono. Col quinto fallo di Mutombo e il pareggio di Bryant è un giorno da rifare, 92-92. Il tempo è supplementare. È buio pesto, 92-99, quando Raja Bell inventa il piede perno di Dio.

È il momento del vogliamo tutto per Iverson (35.6 punti di media nelle cinque serate finali). Ottima apertura della transizione sul lato che concretizza con un viaggio in lunetta. Un pugno tenue sul cuore celebra una tripla in contropiede. Infine dall’angolo più stretto: partenza incrociata, passo indietro con palleggio in mezzo alle gambe e tiro in sospensione; Lue è giù per terra come i Lakers, 107-101 dts. Il composto ed elegante Larry Brown non ci sta più dentro ai confini dell’area tecnica. Gli altri si laureano campioni, ma di questa storia si ricorda soltanto la prima virgola.

Al Tribeca ha riscosso consensi un bel documentario biografico, Iverson, che è stato trasmesso in prime time da Showtime Sports, perché il personaggio parla ancora dei sogni e delle paure americane. Dall’apice del 2001 la discesa è stata abbastanza repentina. Uccisero il più caro degli amici della Cru Thick al culmine di una lite banale a Newport; la costante degli infortuni da cui rimbalzava; i problemi con la giustizia mediatizzata; l’abuso di alcool; il divorzio da Tawanna; la dissipazione del patrimonio economico. Il passo d’addio ufficiale alla pallacanestro lo raffigura come una tragedia. Oggi però fuori splende un bel sole e in qualche playground, in una qualunque periferia del mondo, c’è qualcuno che prova a far volare con la sua canotta la propria risposta alla domanda di senso più alta.

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L’America dei Maravich: non è facile essere Pistol Pete https://minimaetmoralia.it/sport/lamerica-dei-maravich/ https://minimaetmoralia.it/sport/lamerica-dei-maravich/#comments Tue, 13 Jan 2015 15:47:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24923 Sugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l'infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all'alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l'affrontò nell'esibizione di lusso Jugoslavia - Boston Celtics (torneo targato McDonald's, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich».

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Maravich Louisiana State UniversitySugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l’infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all’alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l’affrontò nell’esibizione di lusso Jugoslavia – Boston Celtics (torneo targato McDonald’s, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich». Il Muro di Berlino doveva ancora crollare, portando con sé la disgregazione balcanica. Era quasi estate a Zagabria. Le individualità della generazione d’oro dell’ultima Jugo, forgiata da Dušan Ivković, divennero corpo e anima della squadra campione d’Europa, e poi mondiale. Lo showtime non era una prerogativa americana. Vlade Divac, Dino Radja e Dražen Petrović lo illustrarono al mondo.

L’altra sponda dell’Atlantico non era mai stata così vicina. «È lunga la strada da Belgrado a Hollywood. L’America è la terra delle opportunità anche per questo pivot jugoslavo», disse il giornalista Craig Sager, qualche settimana dopo la consacrazione continentale a proposito dell’approdo di Divac ai Lakers. Agli albori del Novecento Vajo Maravich e Sarah Radulovich coprirono invece, come milioni di altri europei, la medesima distanza per la sopravvivenza. Partirono dal villaggio serbo di Drežnica direzione Pennsylvania, dove la vorace industria dell’acciaio e le miniere richiedevano masse di lavoratori instancabili.

Abitarono in una baracca ad Aliquippa, sobborgo industriale di Pittsburgh, che dalla collina s’affacciava sull’acciaieria. Il cielo, color arancio, dipinto dalle polveri sbuffate dalle ciminiere. Vajo non ancora quarantenne morì sulla via del loro progresso, vittima di un terribile incidente in fabbrica. A causa di un’epidemia influenzale devastante, dei dieci figli dati alla luce ne sopravvisse uno. Chiamarono Press l’energico Petar Maravich: un visionario, fra i padri rivoluzionari della meraviglia ideata da James Naismith. Non ne voleva sapere di suonare il banjo. Sbarcava il lunario come strillone: «Pittsburgh Press, Pittsburgh Press!», urlava. Convinse il presbitero ortodosso ad appendere un canestro sull’albero antistante la chiesa di riferimento dell’enclave di migranti. Fu nient’altro che il prologo della storia di una passione infantile, che si trasformò in emancipazione.

Il basket gli avrebbe consentito l’accesso altrimenti precluso al college. La guerra, servendo da aviatore l’esercito americano sullo scenario del Pacifico, gli sottrasse però gli anni della vigoria fisica. S’aprì un varco da maestro – allenatore innovativo. Teorizzò il moderno sistema di scouting dei cestisti con una pubblicazione scientifica sul tema. Il suo staff per il reclutamento contava già su uno psicologo e sul dietologo. «La componente decisiva del talento è il desiderio. Sono l’uomo del contropiede. Mi aspetto che Clemson mostri una pallacanestro interessante, capace di attirare la gente», spiegò. Quelle idee si sarebbero dovute incarnare nel figlio maschio, Pete Maravich.

Il 22 giugno 1947, in una stanza del Jewickley Valley Hospital, la giovane moglie Helena, sulla quale torneremo più avanti, partorì un essere speciale, che per tutta l’esistenza ricercò la felicità. «Milioni di persone s’interrogano sul senso profondo di un obiettivo. Sono fra loro. Con i trofei, i soldi e la fama non ho mai trovato la pace con la mia essenza». Un po’ come quella volta a Houston quando, dopo aver messo a referto 35 punti all’intervallo, Pete mandò in subbuglio tutti con la minaccia di non rientrare sul parquet. «Che cosa sto facendo qui?», arringò sovente davanti alle ipocrisie del gran carrozzone che lo stressava. È l’amata Jackie a riportarlo con i piedi sulla terra. Jackie che a notte fonda lo recuperava nei bar, dove con il fratello Ronnie scolavano bottiglie fino all’ultima goccia. Uno per distrarre l’ombra dei vuoti, l’altro, un reduce, per esteriorizzare l’orrore del Vietnam.

Dopo un dissidio in culla (lui voleva la trombetta, il padre gli diede un pallone) le due vite corsero in parallelo con frizioni fisiologiche per quell’ossessione. In età prescolare gli fece respirare l’aria dello spogliatoio e della palestra, dove palleggiare e dribblare ostacoli per giornate intere. La fantasia caratterizzò il metodo di allenamento dell’anticonformista Press. Il quaderno Homework Basketball conteneva quarantaquattro esercizi, quarantaquattro figure da creare con l’arancia in mano: ogni particella del talento di Pete andava coltivata con un’estenuante applicazione quotidiana.

Al più vincente dei coach della vecchia scuola, e non solo, non piacevano le invenzioni del ragazzino. «Qualunque fra i miei giocatori si azzarda a pensare un passaggio dietro la schiena, o immagini di schiacciare, si accomoda in panchina. Non intendo vedere quella roba», ammoniva John Wooden. «Lo sai, insegnandogli queste stravaganze, lo rovinerai. Sono principi contrari alla disciplina», così Wooden criticava l’ambizione dell’amico Press, verso cui però nutriva stima sincera. «Aspetta e vedrai. Sarà un professionista milionario», la risposta. Qualche anno dopo Red Auerbach sentenzierà: «Molti atleti sovvertono le leggi della gravità. Pete ruppe quelle della fisica».

L’America della segregazione razziale non contagiò Press, che mai deviò dai propri obiettivi. Negli anni Cinquanta, quando allenò all’High school (Aliquippa, Baldwin) la maggioranza degli atleti a cui impartire i fondamentali aveva la pelle nera. Li preferiva, poiché interpretavano l’utopia di una pallacanestro intensa che abbandonava la staticità. Il 28 agosto 1963 il reverendo King pronunciò la frase I have a dream. Giù, al Sud, nel 1966 si accese un bagliore di luce alla prestigiosa università di Vanderbilt. Immatricolarono Perry Wallace: il primo cestista afroamericano nella Southeastern Conference. Sfidò l’ostilità nei ginnasi del profondo sud per un trattamento egualitario nel campus, fino all’elezione quale studente più rappresentativo.

Al Civil Rights Act del 1964, l’NCAA reagì con la messa al bando delle schiacciate. Un tentativo vano di arginare il fiume in piena: l’epoca della modestia atletica di Bill Bradley della bianca Princeton era al tramonto. L’ultimo canestro della carriera al college del pioniere Wallace fu proprio una schiacciata liberatoria. Nel 1966 coach Don Haskins con un quintetto di afroamericani trascinò Texas Western Miners al trionfo nella finale NCAA contro i quotati “Wildcats” di Kentucky. Imporranno la rotta: «Eravamo la miglior difesa opposta all’attacco più prolifico. E prevalemmo. Il successo contribuì a velocizzare i tempi dell’integrazione scolastica senza barriere. Ciò mi inorgoglisce», dice Haskins. Press, durante la presentazione alla stampa in veste di capo allenatore, annunciò la volontà di arruolare, per gettare le fondamenta del nuovo progetto di Louisiana State University, diversi prospetti senza badare alla pelle. A stretto giro giunse la smentita del rettore: «È stato evidentemente frainteso».

Louisiana State University vendeva non più di quaranta abbonamenti per la stagione dei canestri. L’intuizione di Jim Corbett, direttore della divisione sportiva universitaria, fu lungimirante. Press Maravich, che a Clemson pur di compiere un salto di qualità professionale accettò un ingaggio da 96 dollari al mese, era intenzionato a monetizzare l’esperienza a North Carolina State nell’ACC, dove raccolse il testimone dall’icona Everett Case. Ma soprattutto intendeva riunire la famiglia, allenando direttamente il figlio ormai maggiorenne. LSU, monopolizzata dalla passione per il football, aveva già pianificato la costruzione di una nuova arena. Corbett accontentò le richieste esose (quinquennale al doppio dell’ingaggio di NC) a una condizione: Pete, di cui si parlava già molto, sarebbe dovuto divenire il perno del progetto. All’esordio Pete portò gli abbonamenti a quota quattromila.

Nell’estate del 1966 i Maravich si stabilirono dunque a Baton Rouge. Dopo una stagione interlocutoria per questioni d’anagrafe, nel 1967-’68 Pete si presentò con 48 punti nella retina di Tampa. «Lasciatelo tirare», ripeteva Press. Nei tre anni a Louisiana State combinerà ciò che su un campo di basket non si era mai visto. Era veloce. Fosse mano destra o sinistra maneggiava con assoluta padronanza la palla. L’impatto più eclatante che si ricordi in questo sport. Fece registrare il tutto esaurito in qualunque campo, mille autografi a sera da evadere. Dalle sneakers ai floppy socks si distingueva nell’abbigliamento. Un pomeriggio sprovvisto dei calzettoni, che diverranno una moda, li rubò dall’armadietto del compagno Bob Sandorf. Erano ampi, tanto da mitigare l’aspetto di quei piedi così lunghi, e poi divennero un fattore psicologico.

Resiste il suo record di 3667 punti (44.2 la media a serata nel triennio LSU); 28 partite oltre i 50. Solo Oscar Robertson e Larry Bird segneranno almeno 900 punti in ciascuna delle tre annate NCAA. Curiosità: l’8% dei tiri sarebbero stati da 3 punti (l’arco non era stato delineato). Quando gli avversari frustrati passavano alle cattive maniere, come nella caccia all’uomo di Oregon State, lui era perfetto dalla lunetta: 30 su 31 nell’occasione. Il 21 febbraio 1970, contro Kentucky, lo showtime penetrò nell’immaginario collettivo grazie alla trasmissione televisiva.

Per capire qualcosa di Maravich forse dobbiamo partire dalla fine. Dall’autopsia effettuata in seguito all’infarto che lo uccise a Pasadena nel 1988, all’età di quaranta anni. Il dottor Joseph H. Choi rivelò che l’arteria sinistra di un cuore apparentemente sano non si era mai formata, per colpa di una rarissima malformazione congenita complessa da diagnosticare. Nel dna dei Maravich è inscritto il dolore, quanto la capacità di reazione. L’organismo di Pete rispose alla malformazione vascolare, costituendo dall’arteria coronarica destra dei circoli collaterali particolarmente resistenti per il nutrimento e l’ossigenazione dell’area. Una neoangiogenesi in grado di sostenere incredibilmente vent’anni di sforzo fisico al livello massimo. In due occasioni gli riscontrarono delle anomalie cardiache. Evitò ulteriori indagini strumentali: lui e il gioco erano indivisibili.

Non sappiamo quanta gioia animasse la rincorsa alla perfezione tecnica ed estetica del gesto. La pallacanestro era un atto di esistenza e resistenza: «Smettere è stato come disintossicarsi dall’eroina». Il manifesto politico del ragazzo era chiaro: osare per inventare ciò che l’establishment politico sportivo allora temeva. Gliela fecero pagare con un’ingenerosa esclusione dalla squadra olimpica. I puristi impazzivano fin dal riscaldamento, quando li scherniva con gli appunti dello showtime. L’altra politica, i palazzinari e le televisioni fiutarono l’affare della prima rock star in canotta e calzoncini. Il presidente Nixon, in piena crisi di consenso soprattutto fra i giovani, si sperticò in elogi per la Great Hope bianca. Il governatore della Louisiana John McKeithen si scoprì tifoso fervente. E le pratiche burocratiche per la costruzione di un impianto in grado di soddisfare la Maravich mania viaggiarono su corsie preferenziali.

«Nei quattro anni trascorsi all’Università della Georgia ho assistito a una partita. Non ne capisco nulla, ma se c’è un’opportunità, voglio quel Pete», disse il proprietario Tom Cousins al management degli Atlanta Hawks. Per l’immobiliarista l’auditorium municipale, classe 1906, era un reperto archeologico, quanto insoddisfacenti gli ottomila posti a sedere del Georgia Tech’s Alexander Memorial Coliseum. Acquistò la squadra con un cantiere pronto a brulicare. Alla Cousins Properties Inc. l’amministrazione cittadina assegnò l’appalto da diciassette milioni di dollari per un’arena da oltre sedicimila posti. Come per l’Assembly Center di LSU e l’immenso Superdome di New Orleans, dove ritroveremo l’autostrada politica McKeithen, a riempirli di tifosi ci avrebbe pensato la star.

Ad Atlanta, terza scelta nel Draft Nba 1970, spiegò a coach Richie Guerin che era qualcosa di più di un «good business». Guerin avrebbe voluto piuttosto un centro dominante, di quelli che non vendono i biglietti, ma vincono i campionati. Appena ventitreenne si avverò la profezia di Press. Pete firmò il contratto (quinquennale da 1.5 milioni di dollari complessivi) sportivo professionistico più ricco dell’epoca. Dai produttori di calzini a quelli di gelati se lo contesero per gli spot pubblicitari. Pete rappresentò un investimento a lungo e breve termine: nell’anno da rookie i ricavi della franchigia schizzarono del 50%. L’emittente ABC, che nel 1971 quadruplicò il valore dell’accordo (17 milioni di dollari) sui diritti di trasmissione dell’Nba, si fiondò sul giovane fenomeno con un assegno da 75mila dollari per l’esclusiva del debutto con gli Hawks. La crescita del movimento era ormai intrinsecamente dipendente dall’evento televisivo. Dal 1965 al 1970, mentre l’Aba indebitata affogava, le squadre Nba aumentarono da 9 a 17.

Alla Daniel High School i compagni di tre, quattro anni più grandi lo tenevano ai margini. Quando gli regalò due vittorie con altrettanti canestri allo scadere, cambiarono opinione. Agli Hawks la situazione si ripropose. Stavolta il problema era razziale: come inserirlo, con uno stile così fuori regime, negli equilibri di una squadra all black con due stelle già rodate? Assaggiò tanta panchina: «Senza la palla le mani si raffreddano». Archiviò comunque l’annata da debuttante con 23 punti di media, 33 nell’ultimo mese.

Quattro anni dopo fu oggetto di uno scambio con New Orleans, landa inospitale per lo sport business: pochi spettatori e non appetibile per il mercato televisivo. Lì anche Pistol Pete suonò il jazz. Tanto quanto Petrović il suo movimento era musicale. Come al college eseguì uno spartito sconosciuto ai più: il faro in formazioni prive dell’adeguato cast di supporto. «Datemi Jabbar o Baylor. Qua manca la materia umana per vincere. Mi ferisce stare dal lato scuro della storia», incalzò il front office Jazz. «Onestamente, ora, che cosa importa in quale squadra militi o se vinca o perda Maravich? Lui si esibisce. È la ventunesima franchigia dell’Nba», chiosò il giornalista Curry Kirkpatrick.

Lo definirono un talento perdente e individualista. Oppure Peter Pan. Pat Riley e Jerry Colangelo, personaggi tutt’oggi influenti, lo bocciarono senza appello. L’ex Lakers: «Lo considero la star più sopravvalutata. Qualsiasi guardia dell’Nba lo manderebbe a prendere con una limousine all’aeroporto per affrontare la sua difesa morbida». Il secondo: «L’eccentricità nella gestione della palla distrae i compagni. È un attentato all’unità della squadra». Ci vengono in soccorso le statistiche Nba del perdente: 15.948 punti (24.2 di media), miglior marcatore nel 1976-’77 (31.1 a uscita, i Knicks rammentano i 68 del 25 febbraio 1977), davanti a Michael Jordan e Allen Iverson nella percentuale di vittorie consegnate alla propria squadra mettendo nel cesto più di 40 punti.

«Julius Erving è il più creativo. Con lui tutto è semplice. Devo disegnare un piccolo arcobaleno, e lo intuisce». Erving contraccambia: «Pete? Genius». Agli Hawks dialogarono col linguaggio comune ai fuoriclasse solo qualche settimana per beghe contrattuali e pastoie burocratiche avverse. Con Doctor J avrebbe zittito le penne avvelenate? Ai Jazz diede in solitudine il secondo miglior record vittorie/sconfitte per una franchigia esordiente, sopportando il macigno della morte della madre. Helena Gavor si sparò in testa. Da anni il sorriso della bella cheerleader, figlia di operai serbi, che nella primavera del 1946 ad Aliquippa incontrò Press al Bill Green’s Nightclub per poi sposarlo, era sfumato nella depressione e nell’alcool.

Il nome Maravich di per sé nobilitava l’impresa del padrone dei New Orleans Sam Battistone, titolare di una catena di fast food. I tifosi ululavano “French fries, French fries” al Superdome. Qualora i Jazz avessero raggiunto i 100 punti, il tagliando d’ingresso si sarebbe tramutato in uno sconto valido per il burger king. Immaginiamo lo sguardo e il conflitto interiore del vegetariano e poi vegano Pete, che accusò l’industria alimentare statunitense di essere la principale causa di malattia della popolazione. Sul web si può leggere la copia del contratto siglato il 19 dicembre 1975 con la Pepsi-Cola (Gulf South Beverages, Inc). Diecimila dollari per associare quella capigliatura rassicurante, da Beatles, al soft drink. Poi non lo rinnovò: «Le bevande gassate e zuccherate sono dannose per i bambini».

Sports Illustrated, che il 4 marzo 1968 lo promosse in copertina (Lsu’s Pistol Pete – The Hottest shot), dieci anni dopo (4 dicembre 1978) intonò il de profundis: «Per coloro che misurano il trascorrere del tempo con le icone della cultura pop, è difficile realizzare che Pete Maravich, quello dei floppy socks, dei tiri e dei passaggi oltraggiosi, l’uomo dei record, della gioia, colui che ha reso il basket divertentissimo per molti di noi, ha ormai compiuto trent’anni. E non si diverte più». Un grave incidente al ginocchio destro, per uno con quel primo passo e con quei cambi direzione, fa la differenza. Come nei bilanci dei Jazz che per l’infortunio registrarono un calo drastico dell’affluenza di tifosi.

Red Auerbach, che il senso per la vittoria lo ebbe sempre ben presente, lo volle ai Celtics per la coppia da sogno con l’astro nascente Larry Bird. Il 22 gennaio 1980 Pete ammise: «Da dieci anni provavo ad arrivare qui». Coach Fitch in quintetto gli preferì però Chris Ford. Maravich non può partire dalla panchina. Dopo i playoff le scarpette rimasero nello spogliatoio. Rinunciò all’agognato titolo e si congedò laconicamente dalla compagnia per telefono: «Ho tirato una volta di troppo a canestro, Red». Ritiratosi dall’agonismo si affidò alla fede, svelando a Jackie di aver udito la voce di Gesù Cristo: «Sii forte e innalza il tuo cuore». Numerose biografie (la prima addirittura stampata nel 1969) si sono soffermate sulla depressione, tradita dagli occhi, e sull’abuso di alcool. In campo, la sua patria vera, era il sole e obbediva a un istinto vitale. Lontano da esso spesso prevalse il buio. Dall’High School all’Nba l’amarono per la sfrontata coerenza di essere con il proprio stile la voce contro, dentro al sistema.

Press, stroncato dal cancro, non riuscì per poche settimane ad assistere all’ingresso del figlio nella Basketball Hall of Fame. Correva l’anno 1987. “Sweet-Lou” Hudson, a chi vinceva i campionati, sussurrava: «Tranquillo, non sarai mai abbastanza bravo quanto me». Da star designata degli Hawks convisse con lo scomodo ragazzo prodigio. Poi nella vita, oltre al jump shot, è riuscito anche in altro: nel 1993 è il primo afroamericano eletto nello Stato di Utah. Attingendo alla propria profonda umanità, forse è lui ad aver trovato le parole giuste: «Non è mai sembrato facile essere Pete Maravich».

Dedicato a Piero Santonastaso e a Joe Ryan.

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