Amanullah Khan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amanullah-khan/ un blog di approfondimento culturale Sat, 12 Jul 2014 19:14:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Amanullah Khan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amanullah-khan/ 32 32 Fare cultura in Afghanistan https://minimaetmoralia.it/reportage/fare-cultura-in-afghanistan/ https://minimaetmoralia.it/reportage/fare-cultura-in-afghanistan/#respond Sun, 13 Jul 2014 12:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22134 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (La foto è di Giuliano Battiston)

Kabul. “Poesia, musica, graffiti, cinema, teatro, qui a Kabul puoi trovare di tutto, basta saper cercare”. Volto plastico e cinematografico, il fisico asciutto nascosto dall’immancabile completo a righe, Timur Hakimyar non ha dubbi: Kabul è una città che “produce cultura, oltre che politica e corruzione”. Hakimyar è il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante associazioni nate su impulso della comunità internazionale dopo che i barbuti talebani sono stati rimossi dal potere, manu militari. Basta frequentare con una certa assiduità la decadente villa che ospita la fondazione culturale di cui è direttore per dare ragione ad Hakimyar, attore, regista, già portavoce dell’associazione nazionale degli artisti afghani. Un giorno capita di incontrare il regista Siddiq Barmak, autore di Osama e di Opium war; il giorno successivo nell’ampio giardino della villa passeggia Partaw Naderi, il più importante poeta in lingua farsi di tutto il paese; nel fine settimana i ragazzi del Parwaz Puppet Theater, un gruppo fondato nel 2009, allestiscono un nuovo spettacolo di marionette, mentre a pochi passi da qui, al centro culturale francese, si susseguono proiezioni cinematografiche e mostre fotografiche in attesa del “grande evento”: il Sound Central Asia’s Modern Musica Festival, il festival musicale adorato dai ragazzini che scimmiottano i loro coetanei occidentali.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (La foto è di Giuliano Battiston)

Kabul. “Poesia, musica, graffiti, cinema, teatro, qui a Kabul puoi trovare di tutto, basta saper cercare”. Volto plastico e cinematografico, il fisico asciutto nascosto dall’immancabile completo a righe, Timur Hakimyar non ha dubbi: Kabul è una città che “produce cultura, oltre che politica e corruzione”. Hakimyar è il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante associazioni nate su impulso della comunità internazionale dopo che i barbuti talebani sono stati rimossi dal potere, manu militari. Basta frequentare con una certa assiduità la decadente villa che ospita la fondazione culturale di cui è direttore per dare ragione ad Hakimyar, attore, regista, già portavoce dell’associazione nazionale degli artisti afghani. Un giorno capita di incontrare il regista Siddiq Barmak, autore di Osama e di Opium war; il giorno successivo nell’ampio giardino della villa passeggia Partaw Naderi, il più importante poeta in lingua farsi di tutto il paese; nel fine settimana i ragazzi del Parwaz Puppet Theater, un gruppo fondato nel 2009, allestiscono un nuovo spettacolo di marionette, mentre a pochi passi da qui, al centro culturale francese, si susseguono proiezioni cinematografiche e mostre fotografiche in attesa del “grande evento”: il Sound Central Asia’s Modern Musica Festival, il festival musicale adorato dai ragazzini che scimmiottano i loro coetanei occidentali.

Hakimyar ha ragione: Kabul è una città che produce cultura. Ma rimane la capitale, dove è più facile trovare i finanziamenti degli stranieri, che elargiscono soldi anche per normalizzare l’occupazione militare con le attività culturali. Nelle zone periferiche, escluse dalla fitta rete di legami politici e finanziari costruiti in questi anni nella capitale, la situazione è più complicata. “Questa è l’unica tipografia di tutta la città”, racconta Qotbuddin Kohi, giornalista e attivista sociale di Maimana, capoluogo della provincia nordoccidentale di Faryab, al confine con il Turkmenistan. “Il nostro problema sono i soldi. Nel 2005 insieme ad altri colleghi ho fondato il giornale Saday-e-Mellat (La voce della nazione), ma fatichiamo a coprirne i costi. Comunque non ci scoraggiamo: per noi è importante promuovere la cultura soprattutto tra i più giovani”. Qotbuddin Kohi lamenta il disinteresse del governo per il settore culturale, oltre che la tendenza della comunità internazionale a finanziare soltanto “scuole, ospedali, progetti concreti, come se la cultura non fosse altrettanto necessaria”. Nonostante le difficoltà di vivere in un posto di frontiera “dove circola molta droga e tanti terroristi ma pochi libri”, Qotbuddin Kohi continuerà a scrivere “e a stampare libri, con i pochi mezzi a disposizione”.

Più scoraggiato sembra Kazem Amini, scrittore poliglotta, autore di raccolte di poesie e di un’interessante storia di Maimana. L’ho incontrato la prima volta quattro anni fa, quando aveva da poco fondato un settimanale culturale e la Zahiruddin Faryabi Cultural Association, “nata con l’intento di fare della cultura uno strumento di riconciliazione e di pace”. Quando l’ho rivisto, pochi mesi fa, aveva gettato la spugna: “sono venuti più volte a minacciarmi. Con i miei articoli ho denunciato le attività illegali di alcuni comandanti locali, che sottraggono le terre ai contadini con la forza. L’ultima volta hanno sparato sul portone di casa. Il settimanale per ora è chiuso, io mi limito a scrivere poesie”.

“Qui a Mazar-e-Sharif non abbiamo alcun problema. Al contrario, il nostro gruppo di lettura cresce di mese in mese”, racconta con entusiasmo Zamir Saar, fondatore della Khoshal Baba Library e lettore di lingua e letteratura pashto all’università di Balkh, nell’omonima provincia settentrionale, a due passi dall’Uzbekistan. Ospitata in un edificio a poche centinaia di metri dal celebre santuario di Hazrat Ali, la biblioteca raccoglie migliaia di libri ed è dedicata a Khoshal Khan Kattak (detto Khoshal Baba), poeta e stratega militare vissuto nel 17esimo secolo, tra i primi a invocare l’unità delle tribù pashtun contro l’impero Moghul. “La biblioteca è diventata un punto di riferimento per tutti i poeti in lingua pashto della provincia. Ogni venerdì organizziamo un incontro in cui si recitano poesie e ci si confronta”, spiega Zamir Saar. A moderare gli incontri spesso è Barialai Jalalzai, giovane poeta e redattore di Parkha, trimestrale culturale “che ospita scritti brevi, racconti e poesie”.

I ragazzi della Khoshal Baba Library si dicono convinti dell’importanza di recuperare la tradizione letteraria in lingua pashto, una delle due lingue nazionali afghane, ma non vogliono sentir parlare di discriminazioni etniche: “La poesia è un genere letterario che va praticato nella propria lingua madre. Per questo ospitiamo solo poesie in pashto. Ciò non toglie che ci interessiamo anche alla poesia in lingua farsi. L’Afghanistan è un’unica, grande nazione, composta da tribù e comunità diverse. Sono i politici a strumentalizzare le divisioni tra le comunità. La realtà è che abbiamo bisogno gli uni degli altri”, aggiunge Jalalzai.

“Certo che conosco i ragazzi della Khoshal Baba Library. Ogni tanto ci incontriamo e discutiamo di letteratura”, conferma Sadeq Hossian, un bell’uomo sulla cinquantina che all’Università di Balkh insegna Letteratura farsi, “non solo quella prodotta in Afghanistan, ma anche in Iran e Tajikistan”. Ai suoi studenti prova a “spiegare cosa abbia rappresentato la poesia negli ultimi secoli, il rapporto dei poeti con la società in cui vivevano”. Sadeq Hossian sostiene che oggi nel suo paese la poesia goda di un diffuso riconoscimento, che sia apprezzata e praticata anche nelle zone rurali, e che gran parte del merito vada attribuito a Mahmoud Tarzi, giornalista, poeta e ministro degli Esteri durante il regno di Amanullah Khan, agli inizi del Novecento. “La fondazione nel 1911 del giornale Seraj-al-Akhbar ha completamente modificato il panorama giornalistico e poetico afghano”, spiega il professor Hossian. “Prima di allora i poeti lavoravano al ‘chiuso’, in una dimensione privata, scrivevano prevalentemente per re o regine, per i notabili. Da allora, invece, la poesia si è diffusa tra la gente comune. Tarzi ha introdotto la modernità nel nostro panorama culturale”.

Sadeq Hossian si dice soddisfatto dell’attuale panorama. “Ci sono molti problemi, certo, ma soprattutto qui a Mazar c’è un vero revival della poesia, grazie ai tanti giovani che fondano riviste e circoli letterari, viaggiano all’estero, vengono tradotti”. Tra questi c’è la giovane Farkonda Rajabi, studentessa di letteratura, editor del sito Balkh Times, scrittrice e fondatrice a Mazar-e-Sharif della casa di cultura Partau, “uno spazio per le donne, dove possano sentirsi libere di esprimersi liberamente, senza timore di essere giudicate dagli uomini”, racconta Farkhonda all’interno di un giardino di Mazar riservato alle donne. “La poesia è un elemento fondamentale della nostra vita, tra le mie amiche non ce n’è una che non scriva. Pare che oggi tutti vogliano fare gli scrittori”, aggiunge sorridendo.

Strano ma vero, anche i barbuti Talebani coltivano la passione per la poesia. Lo dimostra un libro recente curato dagli studiosi Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn: Poetry of the Taliban. Introdotto da una puntuale prefazione di Faisal Devij, studioso dell’islamismo politico all’Università di Oxford, il libro include una serie di poesie scritte, recitate o cantate dai “turbanti neri”, dagli anni Novanta del secolo scorso fino al 2008. Ne esce un quadro sorprendente, un prezioso manuale estetico-politico del movimento degli studenti coranici, fatto di vicende quotidiane e di grandi avvenimenti, di raffinatezze poetiche e di tragiche brutalità. “Avranno pure scritto delle poesie, ma quando al governo c’erano loro non potevano riunirci liberamente”, spiega il professor Hossian, tra i fondatori della Balkh Writers Association: “sotto il regime talebano eravamo costretti a nasconderci, oggi recitiamo le nostre poesie in pubblico. Le sembra poco?”, chiede Hossian prima di tornare in classe dai suoi studenti.

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A lezione di satira dentro il ministero https://minimaetmoralia.it/societa/a-lezione-di-satira-dentro-il-ministero/ https://minimaetmoralia.it/societa/a-lezione-di-satira-dentro-il-ministero/#respond Mon, 10 Dec 2012 15:51:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11935 Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Nella foto: una scena della pièce tratta da Firdousi andata in scena al Teatro nazionale di Kabul; scatto di Giuliano Battiston.)

Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell'Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all'ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Nella foto: una scena della pièce tratta da Firdousi andata in scena al Teatro nazionale di Kabul; scatto di Giuliano Battiston.)

Da queste parti, i paradossi diventano plausibili, assumono sembianze verosimili, si fanno realtà. Prendiamo quanto è accaduto qualche giorno fa qui a Kabul, nella capitale di un paese a sovranità limitata e sotto occupazione militare. Appena arrivato in città sono andato a salutare Timur Hakimyar, il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante organizzazioni (ma tra le più serie e oneste) nate su impulso e sostegno della comunità internazionale dopo il rovesciamento dell’Emirato islamico. Il suo ufficio si trova all’ingresso di Deh Afganan, un vivace quartiere popolare non lontano dal bazar principale e sulle cui stradine scoscese si avventurano ben pochi stranieri, tranne quelli diretti da lui, a via Joye Sheer («ruscello di latte»).

Un biglietto da visita

La Fondazione culturale che dirige occupa una villa dei primi anni del Novecento; ampia, labirintica e decadente, è una delle poche costruzioni ad aver resistito agli oltraggi della guerra e, almeno finora, agli assalti ancor più oltraggiosi della speculazione edilizia. Entrando nel suo ufficio, dalla cui finestra si vede il mastodontico e orrendo Jamuhriat, l’ospedale costruito dai cinesi, pomposamente inaugurato da Karzai nel 2011 e già con problemi di funzionalità, mi sono rassicurato: l’ho ritrovato lì, seduto alla sua scrivania di legno, lì dove lo avevo lasciato a settembre e dove l’ho conosciuto anni fa, con il suo immancabile completo gessato a righe, portato con eleganza sportiva ma appena un po’ più largo di quanto prescriverebbero i commessi milanesi di via Montenapoleone.

Ho ritrovato quel suo volto plastico e cinematografico, tanto simile al nostro Ninetto Davoli da essere diventato per lui – che può vantare anche un’esperienza di attore e regista – un divertente biglietto da visita da presentare agli amici italiani. Col passare degli anni ho imparato a conoscerlo e a stimarlo, ad apprezzare le tante iniziative promosse oppure organizzate dalla sua Fondazione, ma ancora oggi davanti a quest’uomo che perfino sotto il regime talebano ha lavorato in ambito culturale, che in quest’ambito è conosciuto da tutti e tutti conosce (registi, scrittori, musicisti e burocrati ministeriali), non posso non domandarmi quale sia la prossima. Molte delle cose curiose e interessanti realizzate in ambito culturale a Kabul in questi ultimi tempi si devono infatti proprio a lui. O perlomeno, anche a lui.

L’avanguardia dei turbanti

Qualche esempio. Lo scorso luglio, al Teatro nazionale di Kabul, un edificio austero e polveroso non lontano dal campo di calcio dove un tempo gli studenti coranici lapidavano donne e miscredenti, è stata ospitata una pièce di un regista tajiko, Merza Wattan Mer, un adattamento dallo Shahnameh di Firdusi, il poeta simbolo della cultura persiana (cultura ben più ampia di quella circoscrivibile ai soli confini dell’attuale Iran, non a caso la pièce si è tenuta in Afghanistan, e grazie a un regista del Tajikistan).

Recitazione e messa in scena non avrebbero entusiasmato chi segue i «nostri» Pathosformel, chi si emoziona per i Motus, chi si lascia sedurre dalle scelte addomesticanti di Ricci/Forte: probabilmente le avrebbero trovate convenzionali e didascaliche. Ma la scelta del regista era deliberata. E poi riuscire a mettere in scena Firdusi, scovare attori che per mesi si convincessero che ne valeva la pena in un posto come l’Afghanistan – in cui dopo trent’anni di guerra l’unica avanguardia veramente riconoscibile è quella dei «turbanti neri» e di chi maldestramente scimmiotta gli americani – non è affatto scontato. Ed è pregevole che sia successo. Se è successo, lo si deve anche a Timur Hakimyar e alla sua Fondazione, che per mesi hanno ospitato l’ottimo regista Merza Wattan Mer e favorito il suo non facile lavoro.

Formalismi brezhneviani

Pochi giorni prima di quella pièce, al liceo francese Esteqlal (un istituto voluto negli anni Venti del secolo scorso dal re modernizzatore e riformatore Amanullah Khan) una compagnia di giovani attori-ballerini afghani, Afsana, ha presentato il proprio spettacolo, Elevation, un misto di teatro-danza-circo ispirato alle poesie del grande poeta e mistico sufi Rumi (nato a Balkh, nell’omonima provincia settentrionale). Che un gruppo di ragazzi appena maggiorenni, uno dei quali amputato di una mano ma agile e disinvolto quanto e più gli altri, abbia deciso di occupare l’intera primavera e parte dell’estate nelle prove dello spettacolo, tutti i pomeriggi, solo per il piacere di farlo, non è affatto scontato. Ed è bello che sia successo. Se è successo, lo si deve innanzitutto al loro impegno e quello della coreografa francese Laurence Levasseur, che con la sua associazione, Lulistan, da alcuni anni costruisce percorsi artistici di pace in Asia centrale, ma lo si deve anche, di nuovo, al «nostro» Timur Hakimyar.

E sempre a lui – ecco il punto – si deve che qui a Kabul un paradosso abbia preso forma. Domenica 25 e lunedì 26 novembre si è tenuto infatti il primo seminario afghano sulla satira. Il lettore potrebbe immaginare che il paradosso sia questo: che di satira si parli proprio qui, in un paese ancora in guerra e che per molti di noi significa solo rigida ortodossia, ottuso moralismo, fondamentalismo religioso, lunghe e minacciose barbe nere. Il vero paradosso, invece, è che quel seminario si sia tenuto nelle mura del ministero dell’Informazione e della Cultura. Riuscite a immaginare qualcosa di più incongruo e paradossale della satira al ministero? Ci hanno insegnato che la satira non ha confini, vincoli né padroni, che con i padroni e il potere non può andare d’accordo; ci hanno detto che per la satira ministri e funzionari statali, re e regine, leader politici e grandi condottieri non sono altro che portaborse di un potere contingente ed effimero, destinato a naufragare contro gli eterni scogli del vero potere atemporale: quello della beffa, dell’ironia dissacrante e corrosiva, capace di demolire un intero mondo e, contestualmente, di costruirne un altro.

Satira e ministeri (che del potere sono custodi e depositari) non vanno proprio d’accordo, c’è poco da fare. Tanto più nel caso di un ministero afghano, capace di combinare un formalismo protocollare brezhneviano, un compiaciuto lassismo italico (più onesto del nostro, però, perché meno furbesco e furbescamente rivendicato) e l’affidamento quasi religioso alla necessità di un rigido ordinamento gerarchico, quale che sia e anche solo apparente, affinché le cose possano restare come sono (anche se ingiuste). Eppure è proprio all’interno del ministero dell’Informazione, in uno degli incroci più congestionati di Kabul, alle spalle del leggendario Hotel Spinzar, di fronte alla nuova moschea «saudita» inaugurata la scorsa estate dal presidente Karzai, che si è tenuto il primo seminario afghano sulla satira.

Il partito degli animali

Dietro le quinte c’era sempre lui, il nostro Timur Hakimyar, mentre a fare gli onori di casa c’era un uomo smagrito e basso dalla faccia simpatica, Jalal Noorani, scrittore, giornalista, drammaturgo, autore satirico e consulente del ministero dell’Informazione. Noorani è autore di molti libri, ma qui uno ci interessa, fresco fresco di stampa e presentato proprio in questa occasione: L’arte della satira, un corposo volume (in dari e pubblicato dalla casa editrice ministeriale) che parte da Orazio e Menippo per arrivare al Novecento di Bergson e Bachtin, passando ovviamente per quello che in Afghanistan viene considerato il vero pioniere della scrittura satirica, Mahmud Tarzi.

Con Noorani non ho avuto il tempo di parlare, ci siamo ripromessi che lo faremo presto, ma con alcuni dei quasi cento autori satirici e intellettuali invitati da diverse province del paese, sì. Tra questi, l’orwelliano Sayed Daoud Yaqoobi, volto scavato e occhi spiritati, che si è presentato, libro alla mano, come il capo del nuovo partito politico degli animali, «bestie come noi umani, ma molto meno stupide». Yaqoobi dice di aver letto e studiato Peter Brook in russo, è il responsabile del settimanale Aina-e-Roz, ha tenuto un discorso sul suo incontro con gli alieni e, quando gli ho fatto notare il paradosso della satira al ministero, non si è scomposto affatto. Anzi, ha rilanciato. Perché nel mondo ideale da cui vieni tu, giornalista europeo – ha replicato -, la satira sarà anche tanto nobile e pura da non stringere le mani ai burocrati ministeriali, ma è anche meno vera, perché meno rischiosa: «qui saltano le teste, o ci si ritrova con una pallottola in pancia» (che non se ne abbiano a male i vari Luttazzi e Guzzanti).

Per Abdul Qader Rahimi, un distinto cinquantenne dalla provincia di Herat che già conoscevo, la questione è ancora più semplice: «al ministero fa comodo dimostrare che nel paese ci sia libertà di stampa. E cosa c’è di meglio, per farlo, che appoggiare un’iniziativa come questa?». Anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul deve aver pensato qualcosa del genere: a sponsorizzare l’iniziativa, infatti, sono proprio gli americani, che in Afghanistan come altrove ai B-52 e ai micidiali droni accompagnano tutta una serie di iniziative culturali per conquistare i «cuori e le menti» della popolazione (ma in sala nei due giorni non si è visto neanche un funzionario dell’ambasciata, a cui basta – mi hanno spiegato – «ricevere delle foto, un video dell’evento e un rapporto scritto»).

Fumo e sniffate

Quando sale sul palco a presentare il suo racconto satirico, Abdul Qader Rahimi – che di mestiere fa il responsabile della sezione di Herat della Commissione indipendente dei diritti umani – conquista l’entusiasmo degli uditori. Alle spalle ha anni di allenamento e quattro libri satirici. L’ultimo ha come titolo Il ministero del fumo e della sniffata. Il primo lo ha pubblicato sotto il regime talebano.

All’epoca – mi ha raccontato – «il responsabile di Herat del dipartimento Informazione e Cultura dei Talebani mi ha fatto chiamare, chiedendomi spiegazioni per alcuni brani del libro. Sono riuscito a presentare le cose nel modo giusto, evitando il carcere, dove sono finiti in tanti altri». Rispetto ad allora, oggi la situazione è diversa, «certo, ma gli argomenti religiosi rimangono comunque un tabù». Quanto al resto, «la nostra vera libertà viene dall’ignoranza di chi è al potere: nessuno legge, nessuno si lamenta».

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