Amara Lakhous Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amara-lakhous/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:22:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Amara Lakhous Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amara-lakhous/ 32 32 I confini? Sono stati innalzati per essere attraversati https://minimaetmoralia.it/interventi/i-confini-sono-stati-innalzati-per-essere-attraversati/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-confini-sono-stati-innalzati-per-essere-attraversati/#comments Wed, 18 Nov 2015 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29146 Questo intervento di Paola Caridi e Lucia Sorbera è uscito su Jadaliyya. Ringraziamo la testata e le autrici, che hanno tradotto il testo per minima&moralia (fonte immagine).

di Paola Caridi e Lucia Sorbera

Non più un paese, ma una cultura. Non più l’Arabia Saudita, bensì la letteratura araba. Non più un criterio geopolitico, ma uno geoculturale. La decisione presa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, lo scorso ottobre, rompe una tradizione consolidata negli anni: in ogni edizione, la più importante fiera del libro d’Italia (la seconda in Europa) sceglieva di concentrare l’attenzione su di un paese in particolare, in stretta collaborazione con le istituzioni, l’ambasciata, e laddove presente il ministero della cultura dello Stato indicato come ospite d’onore. La letteratura, dunque, veniva conchiusa nei limiti statuali, all’interno di confini ben delimitati.

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Questo intervento di Paola Caridi e Lucia Sorbera è uscito su Jadaliyya. Ringraziamo la testata e le autrici, che hanno tradotto il testo per minima&moralia (fonte immagine).

di Paola Caridi e Lucia Sorbera

Non più un paese, ma una cultura. Non più l’Arabia Saudita, bensì la letteratura araba. Non più un criterio geopolitico, ma uno geoculturale. La decisione presa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, lo scorso ottobre, rompe una tradizione consolidata negli anni: in ogni edizione, la più importante fiera del libro d’Italia (la seconda in Europa) sceglieva di concentrare l’attenzione su di un paese in particolare, in stretta collaborazione con le istituzioni, l’ambasciata, e laddove presente il ministero della cultura dello Stato indicato come ospite d’onore. La letteratura, dunque, veniva conchiusa nei limiti statuali, all’interno di confini ben delimitati.

6 ottobre 2015. A Sydney è scoccata la mezzanotte. Migliaia e migliaia di chilometri più a est, nell’entroterra agrigentino, a Sambuca di Sicilia, è invece pomeriggio. L’agenzia Ansa batte la notizia. “I vertici della Buchmesse, che nel 2016 non avrà un Paese ospite d’onore, hanno deciso così di passare da un criterio geopolitico ad un criterio geoculturale”. Il lancio d’agenzia rispecchia in gran parte la lettera aperta che noi, Lucia Sorbera a Sydney e Paola Caridi in Sicilia, avevamo scritto appena qualche giorno prima, il 30 settembre, e pubblicato sul blog di Paola, invisiblearabs.  Avevamo sfidato distanza e fuso orario, messo assieme le nostre idee grazie a uno sconfinamento virtuale, e nel giro di appena 48 ore eravamo riuscite a mobilitare circa duecento persone in tutto il mondo, dall’Italia all’Australia, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti e il Medio Oriente.

A sostenere con entusiasmo il nostro appello, in un tam tam rapidissimo, si era infatti formato un gruppo di persone diversificato al proprio interno, composto di studiosi, attivisti e intellettuali di generazioni differenti, dislocati in paesi differenti, più o meno legati al mondo arabo. E a loro si erano uniti – elemento forse più significativo degli altri – coloro che rappresentano il pubblico più appropriato per eventi culturali di questo tipo: gli amanti della letteratura e gli appassionati di cultura, le cui professioni non hanno niente a che vedere con i mestieri dell’editoria e della scrittura.

Qualche nota a pie’ di pagina

L’antefatto risale a qualche mese prima, a maggio. Proprio alla conclusione del Salone del Libro di Torino edizione 2015. Gli organizzatori del Salone svelano il nome del paese ospite dell’edizione successiva: l’Arabia Saudita, appunto. Paola commenta subito sul suo blog la notizia, non senza una punta di ironia: “La vera notizia saranno gli scaffali dello stand (presumibilmente imponente) dell’Arabia Saudita, il paese ospite del prossimo Salone del Libro, edizione 2016. E cioè: ci saranno libri, su quegli scaffali? E quali tipi di libri? La domanda non è peregrina, visto che in Arabia Saudita vige la censura, soprattutto sulle opere d’arte”. Il commento circola ampiamente sui social media. La sua voce, però, rimane isolata e non coinvolge né accademici né gli opinionisti che vanno per la maggiore sulla stampa generalista.

Arriva l’estate, e le tragedie lungo le coste del Mediterraneo si susseguono, come una lunga catena di perle rosse. La situazione in Medio Oriente, già precaria, si deteriora ogni giorno di più: in particolare, l’operazione militare sferrata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen si intensifica e, molto più a nord, la popolazione siriana è sottoposta  ad attacchi provenienti dalle differenti forze in campo. A quattro anni dalle prime manifestazioni di piazza democratiche di Daraa del marzo 2011 e dalla repressione brutale a opera del regime di Damasco guidato da Bashar el Assad,  la Siria è nel pieno di una guerra di tutti contro tutti, in cui le uniche vittime sono i civili. Daesh, il sedicente Stato Islamico continua a imperversare, mentre le operazioni militari in buona parte condotte da Stati  Uniti e Russia stanno inasprendo una guerra per procura che ha come obiettivo l’egemonia geopolitica nella regione. A Gerusalemme, nel frattempo, una nuova intifada sta muovendo i primi passi, mentre in Egitto i più importanti attivisti che avevano guidato la Rivoluzione di piazza Tahrir rimangono in carcere, in esilio, oppure “graziati” in nome di una “democrazia militare” (Acconcia, 2014).

In un contesto così complesso e tragico, le preoccupazioni espresse da politici e amministratori locali sull’invito all’Arabia Saudita come paese ospite del Salone, espresse soprattutto nello scorso settembre, non hanno sorpreso più di tanto. La decisione di revocare l’invito non sembra, però, essere collegata al ruolo più che discutibile rivestito da Ryadh nelle questioni politiche e militari regionali. La revoca resa pubblica in maniera ufficiosa il 26 settembre da due membri del consiglio di amministrazione della Fondazione che gestisce il Salone, il sindaco di Torino Piero Fassino e il governatore della regione Piemonte Sergio Chiamparino, è apparsa semmai come una reazione alle continue violazioni dei diritti umani da parte del regime di Ryadh. La miccia è stata, in sostanza, accesa dalla campagna che le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani hanno lanciato a sostegno di Ali Mohammed Baqir al Nimr, il giovane saudita condannato a morte quando era ancora minorenne, all’età di 17 anni, per aver partecipato a una dimostrazione durante la timida rivolta scoppiata anche in Arabia Saudita nel 2011.

Cosa fare? Cosa proporre dopo la revoca dell’invito all’Arabia Saudita? L’idea è arrivata così, semplice. “Perché non invitare come paese-ospite la Letteratura Araba? Non un paese, ma una patria”, abbiamo chiesto nel nostro appello. “L’unica patria degli scrittori arabi, insomma, che non è piegata alle censure del regime di turno, e alle pressioni politiche e securitarie più o meno forti contro i singoli artisti. In un tempo così difficile e duro, in cui i paesi arabi arrivano sui teleschermi e nei giornali solo per le crisi, le guerre, le nefandezze, e la loro umanità dolente, il Salone del Libro si porrebbe in questo modo all’avanguardia nella cultura europea. Di fronte all’orrore e agli stereotipi, si può rispondere solo con la conoscenza e l’accoglienza”.

Come studiose della regione araba, la nostra prima preoccupazione è stata infatti che il nostro atteggiamento critico verso il regime saudita, così come verso altri regimi in Medio Oriente, sulla questione dei diritti umani e della democrazia, non si traducesse in una nuova chiusura. Nel mortificare e mettere sotto silenzio le voci arabe indipendenti, brillanti e creative. Non volevamo che il nostro appello potesse essere usato come un’arma culturale contro gli arabi e contro le nuove generazioni di arabo-italiani. Questo appello – è bene chiarirlo – si schiera con eguale peso contro due atteggiamenti: è contro la diffusione di stereotipi razzisti che vengono fecondati da visioni orientaliste e neo-orientaliste del mondo arabo; allo stesso tempo, è anche contro il soffocamento in corso delle voci arabe progressiste e democratiche. Sono proprio queste voci ad essere state messe a tacere due volte: sono state mortificate dai regimi autoritari arabi, che fanno ricorso con sempre maggiore veemenza alla repressione; e sono messe a tacere dall’indifferenza dell’Occidente, un Occidente che trascura e dunque rende invisibili le società civili arabe (Caridi, 2007).

Non volevamo, in sostanza, che la revoca dell’invito all’Arabia Saudita come paese ospite potesse trasformarsi in una opportunità negativa. L’ennesima occasione per promuovere l’idea orientalista dell’”arabo”, il cliché ossessivo di un uomo violento in groppa a un cammello che brandisce una scimitarra, immagine per nulla archiviata che – anzi – Hollywood ha perpetuato per decenni nella sua filmografia (McAlister, 2001). Abbiamo sentito, dunque, la responsabilità di “dire la verità al potere”, come scriveva Edward Said nel 1994.

Questa responsabilità ce la siamo assunta noi due, come scrittrici e accademiche che hanno speso così tanti anni in Medio Oriente. Ci sentiamo però, in questo caso, due all’interno di una diaspora sempre più numerosa di intellettuali italiani. Non è di conseguenza così sorprendente che il nostro appello a trascendere i confini nazionali abbia dato la stura a una discussione sul modo in cui guardare agli spazi non-istituzionali dove la letteratura viene prodotta, letta, analizzata. Abbiamo invitato una comunità più ampia di lettori, scrittori, artisti e intellettuali a esprimere le loro idee sui legami profondi tra cultura e politica. Il nostro appello, in fondo, è stato un nuovo modo di immaginare gli eventi culturali e di costruire reali scambi culturali oltre l’ambito-nazione.

Letteratura oltre i confini

Lo spostamento da un criterio geopolitico a un criterio geoculturale è senza dubbio tempestivo. Così come riteniamo che per il Salone Internazionale di Torino sia opportuno cominciare con la “letteratura araba” come primo tema, o per meglio dire come primo “argomento non-nazionale” assurto al rango di ospite d’onore. Nel mondo degli studiosi, la capacità delle istituzioni nazionali di affrontare le sfide della contemporaneità – migrazioni, guerre, cambiamenti climatici, povertà – è una questione ampiamente dibattuta. Ed è una questione che ha implicazioni molto profonde sul modo in cui interpretiamo le relazioni tra nazione e produzione culturale. Più in generale, ha implicazioni molto profonde sullo stesso concetto di “nazione”. Attraverso il nostro appello, in sostanza, abbiamo affermato che mentre le nazioni hanno bisogno della letteratura, la letteratura travalica e trascende i confini nazionali.

Un esempio semplice, banale quasi: la letteratura italiana è esistita ben prima che lo Stato italiano nascesse e, al giorno d’oggi, c’è un numero consistente di autori non-nazionali che stanno contribuendo a una sua nuova fioritura. I migranti italiani e i loro discendenti hanno influenzato la letteratura mondiale. E ora, nell’Italia del ventunesimo secolo, è la nuova generazione di scrittori italiani – come quella di Igiaba Scego e Amara Lakhous, per citare alcuni nomi – che sta dando nuovo vigore alla cultura italiana, producendo anche nuove narrazioni storiche e nuove visioni della letteratura italiana e delle sue relazioni con il mondo. La letteratura trascende, dunque, il canone nazionale, e in un tempo nel quale i confini rappresentano il problema, più che la soluzione alle crisi sociali e politiche, è importante mettere in risalto proprio le visioni e le narrazioni della storia che sono non-canoniche.

L’idea di travalicare il canone nazionale è estremamente pertinente quando si parla di cultura araba, nella misura in cui la lingua araba e la letteratura araba sono una vera e propria patria per gli intellettuali della dissidenza, dell’esilio e della migrazione. Come ha ben espresso l’autrice libanese Hanan al Sheykh: “Quando lasci il tuo paese diventi un nomade. Non appartieni mai del tutto al paese che hai adottato. Io non appartengo a questo posto, e allo stesso tempo non appartengo al Libano, e quindi io appartengo sia a questo posto sia all’altro”. Hanan al Sheykh va ben oltre: gli scrittori, “quando decidono di lasciare il loro ambiente, la loro cultura e il loro paese, creano un nuovo paese per se stessi. Ed è un paese che è nella loro scrittura. Questa è la mia stessa condizione: il mio paese è la mia scrittura, e così si sta bene in qualsiasi posto. Mi devo ritenere molto fortunata della mia condizione. Posso vivere dovunque” (in Palabra de Mujer, di Silvia Ponzoda, 2004). Certo, il concetto della scrittura come paese non è un tratto specifico solo del mondo arabo. Come Edward Said ci ricorda, è anche parte dell’esperienza europea (Said, 1984). Lo è specialmente del pensiero di Theodor Adorno, che è permeato dall’idea che la scrittura sia la casa per gli esuli.

Esilio, assenza, perdita, appartenenza sono inerenti alla condizione umana, e sono stati esplorati dagli scrittori e dagli intellettuali arabi in discussioni pubbliche su temi collegati, come le riflessioni nelle quali si è tracciato il legame tra la migrazione (così come espressa nell’idea della “doppia assenza” formulata da Abdelmalek Sayyad, 1999) e l’esilio politico. La visione di Edward Said rompe la dialettica tra nazionalismo ed esilio, e suggerisce di concepire l’esilio non come un privilegio, ma come un’alternativa alle istituzioni di massa che dominano la vita moderna. Nel suo lavoro artistico, un’altra palestinese, l’artista Mona Hatoum sviluppa ulteriormente il concetto del “mondo intero come una terra straniera” e descrive la condizione mentale dell’esule come di qualcuno che è costantemente nella condizione di un senzatetto: “Mi sono divertita a entrare e uscire da una cultura all’altra”, ha detto Mona Hatoum in Measures of Distance (1988). Come da una casa all’altra alla quale si appartiene solo in parte, nella sua funzione e non nella sua iconicità.

L’idea di Said, del movimento come una forma di piacere intellettuale, continua a essere significativa nel dispiegamento delle rivolte del 2011. La scrittrice egiziano-canadese May Telmissany lega l’interpretazione di Said alla nozione metaforica di nomadismo elaborata da Deleuze e Guattari (Deleuze e Guattari, 1980), per descrivere le azioni e le forme di appartenenza pubblica degli intellettuali transnazionali. Nell’elaborazione di May Telmissany, i cittadini nomadi sono gli intellettuali che sfidano il potere assoluto della maggioranza e sono in costante movimento attraverso i confini. E se necessario, i cittadini nomadi sono capaci anche di porsi contro il loro stesso gruppo.

In un intervento pubblico all’università di Sydney nell’aprile del 2015, May Telmissany si è pronunciata a favore di una riformulazione delle relazioni tra i cittadini e lo Stato-nazione. Suggerendo nuove formule per le idee di diaspora, migrazione ed esilio, la scrittrice ha delineato il concetto di una cittadinanza nomade come forma di resistenza. Per quanto ci riguarda, consideriamo il nomadismo di May Telmissany e il suo richiamo a trascendere i confini riflessioni molto utili per comprendere sia la sfera culturale araba dei nostri giorni, sia i modi in cui entra in relazione con le sfide globali della contemporaneità.

Il nostro appello, che mira a superare i confini nazionali per comprendere la storia della letteratura, è partito dalla ricerca di un terreno comune o, per meglio dire, usando le parole di Ahdaf Soueif, di una “mezzaterra… come un luogo d’incontro spazioso, con ampi viali che arrivano al ricco entroterra delle tradizioni” (Soueif, 2004). È una ricerca che permea la letteratura araba e che fa comprendere meglio la condizione umana. L’elemento transnazionale travalica, in sostanza, il nazionale ed è il linguaggio del nostro tempo, se è vero che le persone affrontano ogni giorno le loro identità multiple e guardano al mondo in ogni momento da molteplici prospettive. E sono proprio queste intersezioni, questi punti d’incontro che vogliamo esplorare. Noi non consideriamo “il mondo arabo” come un monolite oppure come un’entità a-storica. Siamo, piuttosto, interessate alle trame, agli intrecci tra il mondo arabo e il resto del mondo, per comprendere il dispiegarsi della Storia. Anzi. Il nostro approccio implica un ripensamento della periodizzazione della storia. E alla base di questa riconsiderazione ci sono le contro-narrazioni sempre più frequenti, che ambiscono a superare altri confini, i confini tra le discipline.

La letteratura araba: a chi appartiene questa patria?

Superare i confini è un gesto ormai banale per le èlite neo-cosmopolite. La cronaca quotidiana, però, ci risveglia da questo abbaglio, mostrandoci che l’attraversamento dei confini continua a essere una sfida con la morte per i rifugiati politici ed economici. In un contesto nel quale la forbice della diseguaglianza è sempre più aperta, l’appello a trascendere i confini nazionali attraverso la letteratura e ad adottare i modelli di interpretazione degli intellettuali nomadi e transnazionali può apparire elitario e utopico. Non pensiamo che sia così. Stanno emergendo nuove figure che sono ormai diventate soggetti chiave della sfera culturale transnazionale, e le loro microstorie producono quotidianamente dei racconti, delle narrazioni alternative degli eventi storici. Questi cambiamenti in atto, dunque, ci impongono di rispondere in modo diverso  e più complesso a due domande: quali sono i confini che si possono superare attraverso la letteratura? E quali sono gli attori, i soggetti che possono superarli, oggi?

Sono domande determinanti: implicano una discussione approfondita sullo spostamento in atto, nel mondo arabo, della funzione della cultura e del ruolo dell’intellettuale. Nella sua ricerca, la studiosa egiziana Randa Abu Bakr ha analizzato il cambiamento in atto della figura dell’intellettuale da una concezione canonica – sia moderna sia postcoloniale – a una concezione non-tradizionale e non-convenzionale. Randa Abu Bakr sottolinea che la definizione tradizionale degli intellettuali,  in particolare di quelli impegnati, era profondamente legata all’esistenzialismo francese. Un legame fondato anche sull’impronta storico-cronologica di una concezione di questo genere, che si è sviluppata non a caso nel mondo arabo negli anni Quaranta e Cinquanta del XX secolo. La funzione tradizionale dell’intellettuale doveva essere quella di rendere consapevole il popolo ed educarlo (Jacquemond, 2002). Un ruolo che imbrigliava, peraltro, l’intellettuale in una condizione paradossale: un attore culturale che lottava per la decolonizzazione e che era, allo stesso tempo, parte del sistema educativo coloniale. Oltretutto, la gran parte degli intellettuali affermatisi negli anni Cinquanta e Sessanta facevano parte delle istituzioni statali. Erano contemporaneamente scribi e scrittori (Jacquemond, 2002), e con il tempo sono diventanti i rappresentanti di un sistema gerarchico e dell’egemonia dello Stato sulla cultura.

Il profondo cambiamento in atto negli anni più recenti, rispetto alla funzione classica dell’intellettuale arabo, è quello  colto  da Randa Abu Bakr. La generazione emergente di artisti, produttori di cultura, creativi, in sostanza la generazione divenuta visibile soprattutto dopo le rivolte del 2011, rappresenta una “nuova corrente di intellettuali” che mette in discussione proprio la concezione moderna e post-coloniale del ruolo dell’intellettuale (Abu Bakr, 2015). È una generazione certamente più coinvolta nelle fatiche, nelle lotte quotidiane delle diverse popolazioni. Utilizza un linguaggio più colloquiale, reale, lavora su un terreno culturale più egalitario, e soprattutto non esercita la propria funzione di artista e intellettuale all’interno dell’egemonia dello Stato.

Sono queste le figure che ci piacerebbe coinvolgere in una conversazione pubblica sulle sfide attuali che affronta la società civile non solo nel mondo arabo, ma sul piano globale. Crediamo che questa nuova corrente di intellettuali arabi, emergente sin dall’esperienza delle rivolte del 2011, si trovi in una posizione a suo modo privilegiata. Può, infatti, fornire visioni nuove e innovative sulle sfide che il mondo deve affrontare. Sappiamo, però, che sarebbe impossibile incontrare loro e interrogarci sulle loro chiavi di lettura se non fossimo disposte a trascendere i confini che le istituzioni statali impongono a entrambi. A loro e a noi.

“I nostri cuori sono più grandi dei confini”, ha detto recentemente il regista palestinese-italiano Khaled Soliman al Nassiry alla prima a Sydney, lo scorso ottobre, della docu-fiction Io sto con la sposa (di Del Grande, Agugliaro e Nassiry, uscito nel 2014). Le sue parole fanno parte di una conversazione in corso da tempo sulla necessità di “cambiare l’estetica della frontiera” (Del Grande, 2014). Si tratta di un processo culturale ampio che travalica i confini delle singole discipline, e ingloba, assieme alla letteratura, nuove riflessioni teoriche. Stiamo assistendo alla produzione di una nuova cultura, che è innovativa e che si pone allo stesso tempo nel filone post-coloniale e post- globalizzazione. L’arte e la cultura della generazione che è scaturita dalle rivolte del 2011 dovrebbero essere esibite in Italia e in Europa per poter assicurare una profonda comprensione del lungo processo storico in cui le stesse rivolte del 2011 sono inscritte. È in corso una rivoluzione, ed è in corso nella letteratura, nella grafica contemporanea, nella musica, nell’arte visiva, nelle espressioni multimediali. I legami e gli intrecci tra questi spazi artistici meritano sia l’attenzione degli studiosi sia quella di un pubblico più ampio.

La storia dell’umanità ci ha mostrato, ieri e oggi, che i confini sono stati innalzati per essere superati. La decisione di attraversarli spiegando la vela della “letteratura araba”, il rifugio di coloro che hanno scelto di non avere una patria, potrebbe porre il Salone del Libro di Torino alla testa di un modo nuovo di concepire gli eventi culturali.

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Lista delle citazioni

Abu Bakr Randa, “The Egyptian colloquial poet as popular intellectual. A Differentiated Manifestation of Committment”, in Friederike Pannewick and Georges Khalil together with Yvonne Albers (eds.), Commitment and Beyond. Reflections on/of the Political in Arabic Literature since the 1940s. Riechert Verlag Wiesbaden, 2015

Acconcia Giuseppe, Egitto democrazia militare, Exòrma, 2014

Caridi Paola, Arabi Invisibili, Feltrinelli, Milano, 2007

Del Grande Gabriele, Augugliaro Nicola, Al-Nassiry Khaled, Io sto con la sposa, Italia, 2014

Deleuze Gilles and Guattari Felix, A Thousand Plateaus, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1987

Hatoum Mona, Measures of distance, MOMA, NY, 1988

Jacquemond Richard, Entre Scribes et écrivains: le champ litteraire dans l’Egypte contemporaine, Sindbad, Paris, 2003

McAlister Melani, Epic Encounters: Culture, Media, and U.S. Interests, California University Press, Berkeley and Los Angeles, 2001

Ponzoda, Silvia, Palabra de Mujer, Women Make Movies, Spain/Egypt/Lebanon?Morocco, 2004

Said, Edward, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano 1995 (orig. 1994)

Sayad, Abdelmalek, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alla sofferenza dell’immigrato, Raffaello Cortina, Milano, 2002 (orig. 1999)

Sueif Ahdaf, Mezzaterra. Fragments from the Common Ground, Bloomsbory, London, 2004

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L’Italia che nega se stessa. Intervista ad Amara Lakhous https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-amara-lakhous/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-amara-lakhous/#comments Fri, 28 Nov 2014 10:41:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24507 «Guarda che cosa ti mostro». Il collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi, l'immigrazione è una questione di documenti, di numeri che identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo scrittore italianissimo d'Algeri si è trasferito a New York tre mesi fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei, dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende. Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia Europa dall'Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine, 16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia e giallo. Come nel precedente romanzo l'azione è ambientata a Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un fattaccio: un'adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario sostiene di essere stata violentata da due rom.

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(Fonte immagine)

«Guarda che cosa ti mostro». Il collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi, l’immigrazione è una questione di documenti, di numeri che identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo scrittore italianissimo d’Algeri si è trasferito a New York tre mesi fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei, dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende. Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia Europa dall’Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine, 16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia e giallo. Come nel precedente romanzo l’azione è ambientata a Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un fattaccio: un’adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario sostiene di essere stata violentata da due rom.

La denuncia scatena la rappresaglia di un comitato di quartiere, che assale il vicino campo rom al parco del Valentino. È tutto davvero come appare? Laganà, discostandosi dalla linea editoriale, interroga l’ipocrisia che sovente affligge il Belpaese. Il coraggio di Patrizia (o Drabarimos?), l’altro personaggio centrale, rievoca quello di Amedeo, che abbiamo ammirato in Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. La loro essenza dà voce a un’Italia possibile.

Lakhous, davanti agli studenti della Cornell University ha pronunciato una frase molto significativa: «Ogni emigrazione è una nascita, ogni nascita è un’emigrazione». Allora questa è la sua terza vita. Perché ha deciso di rinascere negli Stati Uniti?

Vivo di sfide, e considero questa americana come la più complessa che abbia mai affrontato. È un paese particolare. New York una città particolarissima, propriamente cosmopolita, che mi ha già conquistato. L’immigrazione per me è una risorsa letteraria. Il trasferimento non è una scelta esotica, programmata a tavolino, per individuare magari il luogo ideale per il prossimo romanzo. Per fortuna non funziona così. Le prime settimane newyorchesi sono volate via con un intenso e stimolante ciclo di lezioni universitarie.

L’immigrazione e la contaminazione linguistica resteranno il cuore del suo progetto letterario?

Sul dialogo fra lingue ho costruito la mia narrativa. La scrittura, e forse la mia stessa esistenza, sono il risultato del plurilinguismo. Ogni lingua è una patria priva di confini artificiali e permessi di soggiorno da rinnovare. Mi affascinano i mestieri del traduttore e del mediatore. Definirei la traduzione il viaggio da una riva all’altra, durante il quale ti arricchisci di idee, immagini e metafore. Probabilmente se non fossi nato berbero ad Algeri, ma in Cabilia, racconterei un’altra storia. Benedico l’emigrazione, perché simboleggia l’alternativa al mare chiuso. Ti spinge a riflettere sulla tua identità. La mia è un mosaico di tessere assemblate in contesti diversi. Direi che si tratta di una fusione a caldo fondata sul dono e sulla reciprocità.

Possiamo aspettarci un romanzo in inglese?

Lavoro a un testo sull’Algeria. Riprendo dunque l’arabo, ma certamente continuerò a scrivere in italiano. A breve verrà pubblicato in berbero Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. Sarebbe meraviglioso riuscire ad aggiungere l’inglese: è il mio sogno americano. Diverrei un musulmano inappuntabile: quattro lingue come se fossi sposato con altrettante mogli.

La lettura de La zingarata della verginella di via Ormea dà la sensazione della chiusura del ciclo inaugurato da Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio.

Non so se abbia esaurito o meno lo spazio creativo per ulteriori approfondimenti sul tema. Fui sollecitato da una piccola intuizione o meglio da una domanda: come può l’Italia disconoscere, così dissipando, la propria straordinaria esperienza migratoria? Ho studiato per esempio la presenza italiana in Romania, ancora meno nota di quella negli Stati Uniti. A fine Ottocento si spostarono in massa dal Veneto e dal Friuli le fasce più povere di lavoratori. Provocarono tensioni, perché erano accusati di accettare impieghi per poche lire rispetto alla paga abituale. Li soprannominarono i cinesi d’Europa. Ma anche quella interna scivola nell’oblio: chi ricorda le migrazioni dei minatori veneti e abruzzesi a Carbonia? E potrei proseguire. Perché da ciò non si trae consapevolezza, elaborando politiche di buon senso almeno sull’accoglienza?

Il suo primo incontro con i rom è stato reale o immaginato?

Da bambino vissi in una casa popolare, edificata vicino a un grande ospedale. Mia madre andava lì a piedi, partoriva e rientrava. Ultimo di nove figli, ho goduto di una libertà pazzesca. Per esercitare una forma di controllo i familiari ci inculcarono una leggenda paesana, bisbigliata dall’ospedale e destinata a imprimersi nel mio immaginario infantile. Una madre, in attesa di essere visitata, affidò il figlio a un’anziana, poiché aveva necessità del bagno. Una volta tornata non li ritrovò. Dissero che era una zingarata. Mediante l’immaginazione ho vissuto e rivissuto quella storia. Ho covato la paura per il rom, come succede a tanti. Nel destino comune del Mediterraneo, oltre alle speranze, ci legano le paure.

Lei si sottrae all’asfittica divisione tra buoni e cattivi. Piuttosto raffigura una condizione che descrive qualcosa di noi.

Ho deciso di affrontare l’argomento, perché credo sia uno dei razzismi più antichi e radicati. I rom: il sempiterno e perfetto capro espiatorio del diffuso malessere sociale. Si parla ancora di nomadi, quando a Torino ho incontrato sinti piemontesissimi stanziali dal medioevo. Al fondo di un pregiudizio plurisecolare permane un irrisolto sradicamento economico-culturale. La vita marginale nei campi, abusivi e non, incentiva la devianza. Lo sforzo per abbattere questo muro deve essere compiuto anche dalle nuove generazioni rom, a partire dall’integrazione scolastica. Ci indigniamo giustamente per l’odioso furto del portafogli, mentre reprimiamo la rabbia verso le banche, che indisturbate speculano o bruciano i risparmi delle persone oneste. Restituiamo la giusta misura alle cose. Ai criminali, siano essi rom o meno, dovrebbe pensare la legge, possibilmente senza prescrizioni, sanatorie e condoni.

Il giornalista Laganà è il personaggio filo conduttore della narrazione. Un Monteiro Rossi alla ricerca della riscossa del Pereira tabucchiano. Rappresenta l’eccezione che delinea una distorsione funzionale operata dai media?

In Algeria ho visto cadere assassinati amici e colleghi giornalisti. Anch’io ricevetti minacce e ho rischiato quella fine. Non dimentico le parole con le quali Said Mekbel, importante cronista algerino, descrisse il mestiere. Lo uccisero il 3 dicembre 1994. Proprio quel giorno su Le Matin aveva firmato questo articolo:

“Questo ladro che la notte rasenta i muri per rientrare a casa. Questo padre che raccomanda ai propri figli di non dire agli altri il mestiere che svolge. Questo cattivo cittadino che si attarda al palazzo di giustizia, aspettando di essere inquisito dai giudici. Questo individuo catturato in una retata nel quartiere e che il calcio di un fucile spinge in fondo al camion. Colui che la mattina esce di casa senza essere sicuro di farvi ritorno. Colui che la sera lascia la redazione senza essere sicuro di giungere a casa. Questo vagabondo che non sa più quale casa sia la più sicura. Questo testimone che spesso deve ingoiare ciò che sa. Questo cittadino nudo e disarmato. Quest’uomo che ha fatto il voto per non morire trucidato. Colui che con le proprie mani non sa fare altro che i propri piccoli scritti. Colui che spera contro tutto, perché possano sbocciare belle rose su un mucchio di letame. Lui è tutto questo ed è solamente un giornalista”.

Laganà con un tocco di rabbia e ironia tenta di disarticolare la gerarchia, che dispone il ciclo produttivo dell’informazione. Lo sguardo che propongo è evidentemente disilluso. Per avere una stampa matura, e di qualità, ritengo indispensabile essere cittadini esigenti. La vicenda è ancorata a un fatto avvenuto. Nel dicembre del 2011 un quotidiano nazionale titolò: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». La sedicenne poi confessò di aver inventato lo stupro. Nel frattempo giustizieri improvvisati avevano appiccato il fuoco nel campo rom torinese della Continassa. E mi colpì la rettifica giornalistica, Il titolo sbagliato:

“ (…) Ieri, nel titolo dell’articolo che raccontava lo «stupro» delle Vallette abbiamo scritto: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». Un titolo che non lasciava spazio ad altre possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi, a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi”.

Esiste l’Italia? E se sì, quale idea ne coltiviamo? Queste due domande ricorrono nelle sue opere. Si sofferma, come sottolineava in precedenza, sulla storia negata dell’emigrazione italiana.

L’immigrazione è una sfida bellissima, ma bisogna essere attrezzati per giocarla. L’Italia non lo è. Nei due anni trascorsi a Torino ho compreso quanto la questione meridionale sia ancora una ferita fresca. È necessario fare pace con la memoria e con la ricchezza incredibile delle diversità che contraddistinguono il Paese. Non credo sia una provocazione ammettere che gli italiani debbano ancora integrarsi fra di loro. Il fenomeno della balcanizzazione è un contagio pericoloso».

L’Italia è accogliente verso lo straniero?

Se l’emergenza costituisce l’unico principio proattivo, non dobbiamo stupirci che l’istituto dell’accoglienza qui assomigli alla gestione di una discarica di umanità sofferente. E in quartieri già privati di servizi e risorse culturali nessuno vuole le discariche vicino casa. Tutto grava sulle spalle degli operatori, spesso generosi. La strumentalizzazione politica è figlia di un deficit culturale storicizzato, che si traduce anzitutto nell’incapacità di comprendere e governare la complessità.

In Divorzio all’islamica a viale Marconi la sua penna ironica ci appassionò con le traversie dell’esule Garibaldi, imbarcatosi a Marsiglia sotto il falso nome di Joseph Pane e riparato a Tunisi per sfuggire alla condanna a morte per insurrezione emessa dal tribunale di Genova. Il povero è colui che la società ritiene insignificante, colui che non ha il diritto di avere diritti. Chi è invece il rifugiato?

È un essere umano, che attraversa una fase piuttosto delicata della propria vita. La paura è il sentimento che accompagna la fuga dalla persecuzione o dalla guerra. A metà degli anni Novanta ottenni lo status di rifugiato politico: conosco bene tale condizione d’animo. La vicenda di Garibaldi ci rammenta che la ruota gira. Domani potrebbe toccare a noi dover scappare, desiderando un approdo sicuro. La Siria, per anni terra di tregua per i profughi palestinesi, insegna.

Il modello del multiculturalismo, entrato nell’immaginario collettivo dagli anni Sessanta in Nord-America, scricchiola? Insomma il “Tutti differenti, tutti uguali” non è più una risposta soddisfacente sul piano etico e politico al fine della convivenza civile?

Dall’approccio multiculturalista non si fa retromarcia. È però vero che si frappongono molteplici ostacoli alla concretizzazione di un idealtipo. Farei una premessa, citando Norberto Bobbio a proposito di eguaglianza e libertà:

“(…) Nelle società storiche gli individui non sono mai tutti liberi né eguali fra loro. La società di liberi ed eguali è uno stato ideale o ipotetico, soltanto immaginato. La democrazia è, non tanto una società di liberi e di eguali, perché come ho detto questa è solo un ideale limite ma è una società regolata in modo che gli individui che la compongono sono più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza. In una situazione originaria, in cui tutti ignorano quale sarà la propria posizione nella società futura, l’unico ideale che può loro sorridere è quello di essere il più possibile liberi rispetto a chi detiene il potere e il più possibile eguali fra di loro”.

Presupponendo dunque due valori non negoziabili, quali la libertà e il rispetto della dignità umana, possiamo poi cercare un terreno fertile condiviso, andando oltre la semplice presa d’atto delle differenze. Solo dalla relazione interculturale, basata sul riconoscimento, sullo scambio e sul dono si evitano la relativizzazione e la dinamica dello scontro.

Le hanno già domandato qualcosa a proposito di Isis e Islam?

Stavolta cedo il turno, già nel post 11 settembre lo sforzo è stato enorme. Si propaga una fuorviante, plastica, generalizzazione. Sono stanco, non difenderò l’Islam dalla palesemente infondata appropriazione simbolica attuata dall’Isis. Ciò che mi appare più urgente è il ripensamento della laicità statuale. Uno Stato laico capace di valorizzare ciò che vi è di umano fra le diverse identità culturali. L’adesione di miliziani occidentali al totalitarismo di stampo fascista dell’Isis chiama in causa tutti. Entriamo nella sfera della politica, in un teatro dove il quadro, utile a molti, è assai opaco. Per dirla con le parole del generale prussiano Carl von Clausewitz siamo impantanati nella guerra che è la continuazione della politica con altri mezzi. L’eredità dei grandi imperi collassati non ha stabilito un nuovo ordine, bensì atomizzato i conflitti.

L’inchiesta sociale, condotta anche mediante splendide fotografie, di Pierre Bourdieu nell’Algeria della transizione anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è un’eredità preziosa. La periferia dell’impero sembra convergere sempre più verso un centro politicamente disarmato. Il colonialismo europeo è tuttora paradigmatico del nostro rapporto con l’altro?

Mio padre avvertì tutto il peso della colonizzazione, sollevato durante la lotta di liberazione dall’illusione di un futuro migliore. Il regime coloniale ridusse gli algerini a corpi senza diritti. Il prezzo stabilito dalla Francia dei diritti universalistici per la piena cittadinanza fu il ripudio dell’identità culturale musulmana. I coloni s’impossessarono dei terreni più fertili, terremotando gli equilibri della la società rurale. La teoria e la pratica capitalistica europea, imposte con brutalità, frantumarono il sistema dei valori arabi producendo l’alienazione del mondo contadino, trasformato in sottoproletariato e ammassato nelle crescenti bidonville urbane. La generazione di mio padre ha convissuto con il miraggio dell’indipendenza, portatrice di un plausibile cambiamento nei tradizionali rapporti di forza interni ed esterni. Occorreva affrancarsi dall’ingiustizia di cui il colonialismo è stato la massima espressione. Il francese se n’è apparentemente andato, ma l’oppressione è rimasta. L’emigrazione era percepita come un esilio momentaneo, al quale si era costretti.Oggi invece partire è il sogno più grande: la prospettiva dei giovani che abitano l’immaginario della globalizzazione.

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Letteratura condominiale https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-condominiale/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-condominiale/#comments Thu, 11 Jul 2013 08:52:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14968 Questo pezzo, lievemente rimaneggiato, è uscito sul manifesto. (Immagine: Chris Ware, Building Stories.)

di Graziano Dell'Anna

Ogni palazzo è un mondo. Una città in scala ridotta. Se ne erano già accorti alcuni autori dell’Ottocento, che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo, le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente al piano inferiore, il Raskol'nikov di Delitto e castigo (1866) non avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d’accetta. Allo stesso modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero poca ragion d’essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul, di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l’avanzata delle città verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo spazio letterario si contrae. Le distese d’erba diventano strati di moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta dei dirimpettai.

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Questo pezzo, lievemente rimaneggiato, è uscito sul manifesto. (Immagine: Chris Ware, Building Stories.)

di Graziano Dell’Anna

Ogni palazzo è un mondo. Una città in scala ridotta. Se ne erano già accorti alcuni autori dell’Ottocento, che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo, le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente al piano inferiore, il Raskol’nikov di Delitto e castigo (1866) non avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d’accetta. Allo stesso modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero poca ragion d’essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul, di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l’avanzata delle città verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo spazio letterario si contrae. Le distese d’erba diventano strati di moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta dei dirimpettai.

Ma se con Balzac, Dostoevskij e Zola il palazzo è ancora poco più che il nuovo habitat, il microcosmo sociale in cui i personaggi si aggirano in opere dall’impianto ottocentesco, nei decenni successivi la letteratura di palazzo ha uno scatto di reni evolutivo. Appartamenti e mezzanini rompono gli steccati della location realistica e iniziano a interagire più in profondità con trame e figure e col modo di raccontarli. La struttura del condominio si infiltra nelle gabbie narrative. Suggestiona e condiziona la forma romanzo, quando non diventa l’agente catalitico di poetiche moderniste o postmoderne.

Ecco allora Cornell Woolrich adattare le caratteristiche dei nuovi agglomerati urbani allo statuto del genere noir. Il paradigma indiziario inaugurato da Delitto e castigo è alla base del suo La finestra sul cortile (1942), dove i traffici del dirimpettaio spione, figura già presente in Zola e qui elevata a potenza dalla sua attività di fotoreporter, sono replicati nell’indagine sull’improvvisa scomparsa della moglie di una coppia di condòmini. Non a caso su It Had to Be Murderer, titolo originale del racconto, Alfred Hitchcock si avventerà con l’agilità predatoria di uno dei suoi uccelli per trarne l’ennesimo capolavoro filmico e inaugurare quel filone di cinematografia condominiale che passerà da L’inquilino del terzo piano di Polański e Delicatessen di Jeunet e Caro fino ai recenti Carnage dello stesso regista polacco e Nella casa di Ozon.

Il paradigma indiziario – l’inchiesta sul furto di gioielli ai danni della vedova Menegazzi e sull’omicidio della condomina Balducci nel «palazzo degli ori» – è invece in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) poco più che il pretesto, la molla romanzesca con cui Carlo Emilio Gadda dà slancio alla figura di Don Ciccio Ingravallo e a una baraonda narrativa di eventi e comparse. Ricerca investigativa, interazioni tra personaggi e lo stesso palazzo di via Merulana, prefigurato più di vent’anni prima dallo stabile milanese de L’incendio di via Keplero, sono per Gadda i fili indisciplinati dello gnommero, cioè il gomitolo, il caos barocco e inestricabile che secondo i canoni della sua poetica costituisce tanto la realtà quanto la lingua che la riedifica.

Al gomitolo gaddiano George Perec oppone il puzzle. Per lo scrittore francese al caos espressionista è da anteporre il razionalismo delle forme euclidee. Meglio dell’arruffio linguistico è il rigore dell’elenco. Ed è così che in Vita, istruzioni per l’uso (1978) l’impalcatura romanzesca è consegnata alle forme di un inventario di condominio. Le vicende dei protagonisti sono narrate circolarmente a partire dagli interni e arredi del palazzo al civico 11 di Rue Simon-Crubellier, un «biquadrato» di dieci stanze per piano distribuite su dieci piani per un totale di cento camere. L’incastro dei destini individuali ricalca le geometrie dell’architettura condominiale e del puzzle, correlativo oggettivo del condominio e del romanzo stesso, che il protagonista Bartlebooth si ostina a scomporre e ricomporre.

Negli stessi anni e nei successivi la narrativa di palazzo dà alcuni dei suoi frutti migliori impossessandosi del paradosso che fa da piedistallo a ogni moderno caseggiato: la sua contraddittoria e irriducibile combinazione di isolamento e anonimato da una parte e convivenza coatta dall’altra. Con una duttilità narrativa che finora solo l’ufficio burocratico aveva conosciuto, il condominio diventa il campo di ricognizione per scrittori intenti a esplorare le problematiche dell’alienazione contemporanea e dell’incerta esperienza del reale coi loro corollari tematici e stilistici: dalle picchiate negli strapiombi dell’inconscio alla miscela di familiare e ignoto che genera il perturbante, dalle possibilità di montaggio narrativo alla moltiplicazione e parcellizzazione dei punti di vista.

È così che Roland Topor, ne L’inquilino del terzo piano, titolo originale Le locataire chimérique (1964), trasforma gli attriti della vita di palazzo in un surreale dramma psicologico. Alla sostituzione di inquilini, col subentro di Trelskoski nell’appartamento della suicida Choule, corrisponde un ribaltamento sempre più schizofrenico tra il piano della realtà e quello psichico finché il precipitare degli eventi porta il protagonista, e il lettore con lui, a perdere il contatto col mondo reale e a non sapere più chi è chi. Un’atmosfera simile, greve di ostilità e paranoia, si respira in Condominio (1975) di James G. Ballard. Qui il blackout di un quarto d’ora manda in tilt la recita delle convenienze sociali e fa ripiombare il dottor Laing e tutta la media e alta borghesia che popola il grattacielo nelle tenebre dell’animalità. La visionarietà antropologica di Ballard, che ritroveremo anni dopo nella claustrofobica pièce condominiale Il dio del massacro (2006) di Yasmina Reza, sta lì a dirci che, scrostando con l’unghia la vernice tecnologica e borghese del palazzo moderno, rimaniamo i vecchi, eterni vicini di caverna.

E se in Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous la moltiplicazione delle finestre sul cortile dà l’assist all’esplosione polifonica dei narratori e al melting-pot dei personaggi con l’assunzione del condominio a specchio dell’attuale società multietnica, I malcontenti (2010) di Paolo Nori compie un’operazione di segno opposto. Il gomitolo gaddiano è qui assottigliato fino alla resa in filigrana. La storia di Giovanni e Nina affiora attraverso scorci, frasi orecchiate, reticenze e ipotesi con la frammentaria fugacità di una serie di incontri sul pianerottolo. In Un certo senso (2007) di Francesco Fagioli un guasto alle condutture – l’incidente domestico che, alla stregua del gesto violento,  fa saltare il tappo della quiete condominiale è già più che un topos letterario – dà il la a un eccentrico romanzo epistolare. Il formalismo e il gergo avvocatesco della lettera di protesta sono presto sgomitati via dal tono confessionale e da un vocabolario manierista. L’epistola a tema è scassinata dal flusso delle digressioni. E ancora una volta il Super Io del condominio non riesce a fare da coperchio alla pentola in ebollizione dell’Es individuale.

Ma chi tra gli altri autori condominiali ha osato di più in termini di eclettismo è senza dubbio il fumettista Chris Ware. Composto da quattordici elementi che variano per formato e dimensioni – dalla riproduzione del condominio in stile «gioco da tavolo» al diario, dal giornale alle vignette miniaturizzate – il multiforme grafic novel Buindilg Stories (2012) incorpora rigore euclideo e caos combinatorio, prospettive multiple, link narrativi. I protagonisti dei tre racconti che s’incrociano in un palazzo di Chicago sono una donna con una gamba amputata,  la vecchia padrona di casa smemorata e una coppia di giovani. La varietà compositiva dell’opera, che mima la struttura composita del condominio stesso, consente al lettore di decidere il come e il quando, stabilire le connessioni, scegliere a proprio arbitrio la porta d’ingresso e quella di uscita di una storia.

Che il palazzo della narrativa condominiale abbia raggiunto quella che Ballard definisce la “massa critica”, il momento in cui ogni spazio è abitato, la struttura è piena e ogni possibilità tematica e stilistica sia stata occupata? Poco probabile. Per cui non resta che sporgersi dalla finestra sul cortile o incollare un orecchio sulla porta della letteratura, nell’attesa che arrivi il prossimo inquilino.

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