Amartya Sen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amartya-sen/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Mar 2015 09:28:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Amartya Sen Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amartya-sen/ 32 32 Il diritto di avere diritti https://minimaetmoralia.it/estratti/stefano-rodota-il-diritto-di-avere-diritti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/stefano-rodota-il-diritto-di-avere-diritti/#comments Thu, 10 Oct 2013 06:15:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15761 Stefano Rodotà ha vinto la quinta edizione del Premio De Sanctis per la Saggistica con Il diritto di avere diritti (Laterza). Sarà premiato oggi a Roma alle 18 a Villa Doria Pamphili. Pubblichiamo un brano tratto dal prologo del libro ringraziando l'autore e la casa editrice.

di Stefano Rodotà

Diritti senza terra vagano nel mondo globale alla ricerca di un costituzionalismo anch’esso globale che offra loro ancoraggio e garanzia. Orfani di un territorio che dava loro radici e affidava alla sovranità nazionale la loro concreta tutela, sembrano ora dissolversi in un mondo senza confini dove sono all’opera poteri che appaiono non controllabili. Un tempo, al sovrano prepotente l’umile mugnaio di Sans-Souci poteva semplicemente ricordare i giudici che sedevano a Berlino. Ma, oggi, chi è il sovrano e dove sono i giudici? Dovremo altrimenti rassegnarci al fatto che, «non avendo alcun appello sulla terra che renda loro giustizia», troppi siano ormai destinati a essere «abbandonati all’unico rimedio che rimane in tali casi, cioè l’appello al cielo»?

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Stefano_Rodotà

Stefano Rodotà ha vinto la quinta edizione del Premio De Sanctis per la Saggistica con Il diritto di avere diritti (Laterza). Sarà premiato oggi a Roma alle 18 a Villa Doria Pamphili. Pubblichiamo un brano tratto dal prologo del libro ringraziando l’autore e la casa editrice.

di Stefano Rodotà

Diritti senza terra vagano nel mondo globale alla ricerca di un costituzionalismo anch’esso globale che offra loro ancoraggio e garanzia. Orfani di un territorio che dava loro radici e affidava alla sovranità nazionale la loro concreta tutela, sembrano ora dissolversi in un mondo senza confini dove sono all’opera poteri che appaiono non controllabili. Un tempo, al sovrano prepotente l’umile mugnaio di Sans-Souci poteva semplicemente ricordare i giudici che sedevano a Berlino. Ma, oggi, chi è il sovrano e dove sono i giudici? Dovremo altrimenti rassegnarci al fatto che, «non avendo alcun appello sulla terra che renda loro giustizia», troppi siano ormai destinati a essere «abbandonati all’unico rimedio che rimane in tali casi, cioè l’appello al cielo»?

Nello spazio globale i diritti si dilatano e scompaiono, si moltiplicano e si impoveriscono, offrono opportunità collettive e si rinserrano nell’ambito individuale, redistribuiscono poteri e subiscono soggezioni, soprattutto agli imperativi della sicurezza e alla prepotenza del mercato. Andamenti contraddittori, che sono il segno d’un tempo che non conosce tragitti lineari e vive di conflitti acutissimi.

Nelle diverse dimensioni istituzionali, che contribuiscono a comporre la galassia della globalizzazione, è tutto un incessante riscrivere il catalogo dei diritti. Si reinterpretano quelli già riconosciuti, se ne aggiungono di nuovi, si interviene negandoli tutti, senza che sia però possibile chiudersi nell’angustia delle storiche frontiere, perché la circolazione e il confronto tra i diversi modelli sono imposti, in primo luogo, dal prepotente emergere di comuni bisogni materiali, dalla comune influenza dell’innovazione scientifica e tecnologica, dalla violenza di una finanza senza regole, dunque da quell’intreccio di relazioni e dipendenze, da quella nuova distribuzione dei poteri, da quel continuo obbligo di fare i conti con gli altri, con tutti gli altri, che appunto chiamiamo globalizzazione.

È questo il mondo nuovo dei diritti. Un mondo non pacificato, ma ininterrottamente percorso da conflitti e contraddizioni, da negazioni spesso assai più forti dei riconoscimenti. Un mondo troppe volte e troppo spesso doloroso, segnato da sopraffazioni e abbandoni. E così «i diritti parlano», sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia, e uno strumento per combatterla. Registrarne minutamente le violazioni non autorizza conclusioni liquidatorie. Solo perché sappiamo che vi è un diritto violato possiamo denunciarne la violazione, svelare l’ipocrisia di chi lo proclama sulla carta e lo nega nei fatti, far coincidere la negazione con l’oppressione, agire perché alle parole corrispondano le realizzazioni.

Lo storico appello alla «lotta per il diritto» si declina, oggi, come lotta per «i diritti». E proprio il dilatarsi degli orizzonti spaziali e temporali, insieme alla percezione sempre più diffusa che la persona non può essere separata dai suoi diritti, scardina la cittadinanza come proiezione e custodia di una identità oppositiva, feroce, escludente, che separa e non unisce. La cittadinanza cambia natura, si presenta come l’insieme dei diritti che costituiscono il patrimonio d’ogni persona, quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, e così avvicina e non divide, offrendo anche all’eguaglianza una nuova, più ricca dimensione. È rivelatore questo mutamento di significato del riferimento alla cittadinanza, la cui connotazione «esclusiva» è ormai accompagnata, e spesso beneficamente offuscata, da una sua versione «inclusiva», appunto quella dei diritti di cittadinanza.

Questo mutare dell’idea di cittadinanza rende meno proponibile la tesi che vuole ogni discorso sui diritti solo come la coda lunga di una pretesa egemonica, irrimediabilmente colonialista, di un Occidente che vuole imporre i suoi valori a culture e tradizioni diverse, negandone ragioni e particolarità, continuando a praticare un imperialismo che si tinge con i colori della democrazia e invece legittima l’uso della forza.

Oggi dobbiamo guardare assai più in profondo, oltre le stesse ipotesi e ricerche di chi, come Amartya Sen, si è impegnato nel mostrare come esistano radici culturali comuni proprio intorno a valori fondativi dei diritti. Oggi assistiamo a pratiche comuni dei diritti. Le donne e gli uomini dei paesi dell’Africa mediterranea e del Vicino Oriente si mobilitano attraverso le reti sociali, occupano le piazze, si rivoltano proprio in nome di libertà e diritti, scardinano regimi politici oppressivi; lo studente iraniano o il monaco birmano, con il loro telefono cellulare, lanciano nell’universo di Internet le immagini della repressione di libere manifestazioni, anche rischiando feroci punizioni; i dissidenti cinesi, e non loro soltanto, chiedono l’anonimato in rete come garanzia della libertà politica; le donne africane sfidano le frustate in nome del diritto di decidere liberamente come vestirsi; i lavoratori asiatici rifiutano la logica patriarcale e gerarchica dell’organizzazione dell’impresa, rivendicano i diritti sindacali, scioperano; gli abitanti del pianeta Facebook si rivoltano quando si pretende di espropriarli del diritto di controllare i loro dati personali; luoghi in tutto il mondo vengono «occupati» per difendere diritti sociali. E si potrebbe continuare.

Tutti questi soggetti ignorano quello che, alla fine del Settecento, ebbe principio intorno alle due sponde del «Lago Atlantico», non sono succubi d’una qualche «tirannia dei valori», ma interpretano, ciascuno a suo modo, libertà e diritti nel tempo che viviamo. Qui non è all’opera la «ragione occidentale», ma qualcosa di più profondo, che ha le sue radici nella condizione umana. Una condizione storica, però, non una natura alla quale attingere l’essenza dei diritti. Perché, infatti, solo ora tanti dannati della terra li riconoscono, li invocano, li impugnano? Perché sono essi i protagonisti, i rabdomanti di un «diritto trovato per strada»?

Un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la stessa politica. E così, con l’azione quotidiana, soggetti diversi mettono in scena una ininterrotta dichiarazione di diritti, che trae la sua forza non da una qualche formalizzazione o da un riconoscimento dall’alto, ma dalla convinzione profonda di donne e uomini che solo così possono trovare riconoscimento e rispetto per la loro dignità e per la stessa loro umanità. Siamo di fronte a una inedita connessione tra l’astrazione dei diritti e la concretezza dei bisogni, che mette all’opera soggetti reali. Certo non i «soggetti storici» della grande trasformazione moderna, la borghesia e la classe operaia, ma una pluralità di soggetti ormai tra loro connessi da reti planetarie. Non un «general intellect», né una indeterminata moltitudine, ma una operosa molteplicità di donne e uomini che trovano, e soprattutto creano, occasioni politiche per non cedere alla passività e alla subordinazione.

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Inchiesta su “patrimonio” e “sussidiarietà”. Retoriche, politiche, usi pubblicitari https://minimaetmoralia.it/arte/inchiesta-patrimonio-sussidiarieta/ https://minimaetmoralia.it/arte/inchiesta-patrimonio-sussidiarieta/#comments Sun, 11 Nov 2012 10:50:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11167 Riprendiamo un articolo di Michele Dantini uscito su ROARS. (Immagine: Alessandro Magnasco, L'arresto dei briganti.)

di Michele Dantini

Il dibattito sulla trasformazione di Brera in Fondazione di diritto privato oppone storici dell’arte a storici dell’arte, responsabili della tutela a “decisori” e economisti. Con l’attribuzione alla Fondazione della duplice competenza su beni immobili e collezioni il governo è apparso consolidare la fuorviante distinzione tra “tutela” e “gestione” e svilire le funzioni pubbliche di custodia, pure previste dalla Costituzione. Esistono garanzie che gli obiettivi scientifici e didattici risultino vincolanti anche in futuro? Inoltre: è ammissibile che il problema della riqualificazione delle competenze pubbliche sia ancora una volta tralasciato? Un convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli ha da poco richiamato l’attenzione sull’emergenza in cui versano le professioni della tutela. Scavi archeologici e campagne di catalogazione sono affidate a giovani precari mentre crescono collaborazioni esterne con società prive di personale qualificato.

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Riprendiamo un articolo di Michele Dantini uscito su ROARS. (Immagine: Alessandro Magnasco, L’arresto dei briganti.)

di Michele Dantini

Il dibattito sulla trasformazione di Brera in Fondazione di diritto privato oppone storici dell’arte a storici dell’arte, responsabili della tutela a “decisori” e economisti. Con l’attribuzione alla Fondazione della duplice competenza su beni immobili e collezioni il governo è apparso consolidare la fuorviante distinzione tra “tutela” e “gestione” e svilire le funzioni pubbliche di custodia, pure previste dalla Costituzione. Esistono garanzie che gli obiettivi scientifici e didattici risultino vincolanti anche in futuro? Inoltre: è ammissibile che il problema della riqualificazione delle competenze pubbliche sia ancora una volta tralasciato? Un convegno organizzato dall’Associazione Bianchi Bandinelli ha da poco richiamato l’attenzione sull’emergenza in cui versano le professioni della tutela. Scavi archeologici e campagne di catalogazione sono affidate a giovani precari mentre crescono collaborazioni esterne con società prive di personale qualificato.

Si moltiplicano i manifesti per “sviluppo e cultura” ma lo Stato taglia le cattedre di storia dell’arte negli istituti tecnici e perfino in quelli turistici. A che pro, deve avere pensato il legislatore, insegnare chi fossero Veronese, Palladio o Valadier a futuri geometri, progettisti di servizi culturali per la Rete o guide? “Impresa innanzitutto”, stabiliscono gli esperti del Sole 24 Ore nel ripresentare il “Manifesto della cultura” in edicola. “La cultura ha bisogno di uno spirito imprenditoriale nuovo capace di superare vecchi steccati e vecchie ideologie”. Concordiamo. Ma la domanda è: innovazione, efficienza o “spirito imprenditoriale” coincidono necessariamente con “privato”? Potremmo supporre che non sia sempre così. Esiste un modello politico-istituzionale specificamente italiano, esemplificato dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e dall’Opificio delle Pietre Dure, che ha riscosso nei decenni il più ampio riconoscimento internazionale: un’agenzia tecnica centrale a finanziamento pubblico capace di porre in connessione ricerca, conservazione e didattica. Questo stesso modello oggi è in crisi perché sottofinanziato: per incuria o ostilità politico-ideologica, in altre parole, non per impasse interna.

Il Principe e il Leviatano

È utile, prima di prendere posizione, provarsi a chiarire dizionari, poste in gioco e presupposti ideologici di una querelle assai intricata, caratterizzata da ampie reticenze da parte istituzionale. I sostenitori del principio di sussidiarietà si rivolgono a società civile e “corpi intermedi”, cioè associazioni di cittadini, fondazioni, onlus etc. Questi, si afferma, devono potersi fare carico in primis dei compiti di conservazione del patrimonio. Il monopolio pubblico della tutela, stabilito dall’articolo 9 dellla Costituzione, è divenuto una forma degenerativa di welfare che produce cattiva gestione e “rendita politica”: nientemeno che la mutazione in chiave socialdemocratica del Leviatano di Hobbes. Da qui la necessità di concedere fiducia all’iniziativa “relazionale” e al “desiderio socializzante” di “benefattori” privati.

La mostra Ad Usum Fabricae, allestita al meeting CL di Rimini 2012 sulla base delle ricerche d’archivio di Marina Saltamacchia, ricostruiva la vicenda delle donazioni pro-Duomo di Milano in chiave di iniziativa sussidiaria (l’intera manifestazione era pressoché dedicato al tema “sussidiarietà”). I documenti mostrano che Gian Galeazzo Visconti partecipò per circa il 16% del costo totale: non di più. All’impresa contribuirono invece cittadini di ogni classe sociale e professione, donando in proporzione alle proprie possibilità. La storia preunitaria di regioni e città, questa la tesi degli organizzatori, prova quanto l’iniziativa comunitaria abbia contribuito a edificare cattedrali.

All’intreccio tra cultura della tutela e politica del “bene comune”, rivendicato da Settis, Montanari e altri, si oppone, da parte “neoguelfa”, che il “bene comune” non è esterno alla persona, al contrario: esso presuppone il senso di appartenenza e non coincide con alcunché di istituzionale. Né con il patrimonio né con l’ambiente o la Carta costituzionale e neppure con la nozione di “Nazione” e “Patria”. “Vivo e vitale nella cultura”, ha recentemente affermato l’attuale ministro per i Beni culturali “è quanto è cultura di popolo”. Difficile contestare l’afflato neorisorgimentale. Ma che cos’è “popolo” per un teorico delle élites?

Allo stesso meeting CL si è potuto ascoltare Ornaghi intrattenere il pubblico sul tema della “bellezza della politica” nel corso di un incontro che ci si attendeva dovesse essere dedicato alle politiche del patrimonio. L’intervento ha avuto caratteri teorici e certo non intendeva premiare nessuna tra le parti politiche in competizione. La scelta di ricollocare la politica in ambito (anche) estetico lasciava tuttavia sconcertati. Che cosa ha a che fare la “bellezza” con l’evocazione del Principe o la sua “auctoritas”? Arte e tutela non sembrano chiamate a consacrare gerarchie sociali tradizionali.

Le fondazioni bancarie, proclamate indipendenti dalla politica (ma non lo sono affatto!) e stimate più trasparenti di quanto non risultino essere dall’ex presidente della Compagnia delle Opere, Giorgio Vittadini, tra i tanti, sarebbero designate a partecipare ai “semimercati” assieme ai “benefattori” individuali. È indubbio che attorno al principio di sussidiarietà fervano oggi qualificate riflessioni politiche, economiche e giuridiche. Abbiamo presenti le proposte di Alberto Quadrio Curzio sulla differenza tra “beni economici” e “beni sociali”, utili a distinguere la posizione cattolico-liberale da quellatout court economicista. Ha tuttavia senso riporre così grandi aspettative nei “privati illuminati”, quasi spettasse a questi finanziare tutela e ricerca?

Pasquale Gagliardi, segretario generale della Fondazione Cini, obietta: “in Italia manca il mecenatismo classico perché è assente un adeguato sistema per la defiscalizzazione dell’investimento culturale. Negli Stati Uniti c’è la corsa per avere il proprio nome sulla targhetta sotto un quadro. Da noi c’è troppo familismo anche in questo. Si lasciano i beni agli eredi, raramente alla società. L’Italia è un paese di clientele, di salotti buoni, di imprese piccole e poco attente al sociale”. Consiglio assai prudente giunge dall’interno della classe imprenditoriale italiana. “Da noi non ci sono Bill Gates che fanno una fondazione benefica e ci mettono dentro 20 miliardi di dollari”, sibila Cesare Romiti in un’intervista-autobiografia apparsa da qualche mese. “Non ci sono tanti soldi, e a pensarci bene non ci sono nemmeno gli imprenditori alla Bill Gates”.

Non pretendiamo di affrontare un problema tanto complesso con una boutade, sia pure dell’ex amministratore delegato del gruppo FIAT. Colpisce tuttavia che, a fronte delle perplessità espresse da più parti sull’effettiva disponibilità di capitali privati, i sostenitori del principio di sussidiarietà non contemplino per lo più neppure per un attimo la possibilità di riqualificare le competenze pubbliche che si propongono in larga parte di liquidare. Quanto sacrifichiamo, nel discutere di patrimonio, a un eccesso di litigiosità pregiudiziale? La nomina di un filosofo del diritto alla presidenza del Consiglio per beni culturali, non di un archeologo o di uno storico dell’arte, conferma i timori che l’avversione ideologica, non la valutazione delle competenze, orienti le scelte dell’attuale ministro. I dilemmi della tutela sono da affrontare su piani concretamente storici e sociali: non esistono modelli validi a priori, in altre parole, bensì compatibilità specifiche, suggerite dal contesto nazionale.

Outlet Italia

Le aziende italiane che adottano strategie di comunicazione orientate all’arte e al patrimonio perseguono obiettivi di riconoscibilità internazionale: obiettivi del tutto legittimi, sia chiaro, ma disgiunti dal proposito civile e partecipativo che può orientare l’attività di un’istituzione pubblica. Il contesto globale ipercompetitivo rende fiorente il marketing delle identità culturali. Diego Della Valle sostiene i costi del restauro del Colosseo per difendere l’immagine complessiva del “brand” Italia: lo stato di abbandono dei monumenti o i recenti crolli in aree archeologiche non giovano alla buona reputazione del made in italy. Luca di Montezemolo adotta lo slogan “Italian Heritage” per lanciare le collezioni di scarpe Poltrona Frau. Si intesta così una tradizione culturale che le pedanti retoriche del mestiere connotano in modo assai povero e sommario. Giova alla collettività la riduzione del Grande Stile cinque-secentesco a artigianato di calzature? Possono davvero risultare vincenti, e quanto a lungo, aziende che all’innovazione tecnologica preferiscono la patina del Tempo?

Miuccia Prada condivide i timori di Della Valle. “Percepisco ancora nel pensiero di una certa sinistra e di certi intellettuali”, afferma la stilista, “una grande diffidenza verso la ricchezza… Molti intellettuali italiani hanno ragione a essere rigorosi, rifiutano ogni commistione commerciale per proteggere il nostro patrimonio, forse non amano i grandi numeri e temono il grande pubblico. Ma se si rifiuta di cavalcare questo tipo di modernità,… allora bisogna inventare un sistema di attrazione più intelligente e sofisticato”. Prada non intende essere arrogante e non denigra gli avversari. Le si deve anzi riconoscere di essersi prestata a rendere pubbliche le sue opinioni e di avere avviato un dialogo: non accade spesso. La polemica contro una determinata (e ben riconoscibile) comunità di storici dell’arte è tuttavia marcata. Colpisce che un’imprenditrice innovativa non colga il punto di vista altrui. Appare del tutto conseguente che persone che dedicano tempo e risorse alla ricerca credano alla sua importanza civile e si battano per politiche culturali non incentrate sull’esposizione-evento, invocata invece da Prada.

Ci chiediamo: perché non promuovere studi, pubblicazioni o progetti educativi invece che grandi mostre affidate a “curatori” di logora reputazione? L’intima connessione tra ricerca, museo e territorio che ha sin qui caratterizzato la cultura italiana della tutela gioverebbe non poco anche al contemporaneo. Dove sta scritto che l’arte, al pari della moda, debba necessariamente divulgare finzioni di grandiosità e indifferenza? La storia del modernismo italiano, sino ai primi anni Sessanta, è attraversata dalla convinzione che  i compiti civili dell’arte, per citare Cesare Brandi, “impegn[i]no la responsabilità morale dell’artista non meno che quella di qualsiasi altro uomo”. Suona severo, senza dubbio, ma non c’è motivo di ignorare che la cultura italiana, anche quella più celebre a livello internazionale, non ha sempre dovuto disprezzare la semplicità. In questione non è un’astratta “diffidenza verso la ricchezza”, ma la contestazione di pratiche culturali votate alla sua irriflessiva celebrazione. Costumi di responsabilità e cura sono forse meno inventivi? Siamo certi che una parte almeno del “mondo della ricchezza” di cui parla l’imprenditrice apprezzerebbe mutamenti di narrazione. Potremmo perfino riuscire a immaginare un mondo dove la moda attinge dall’arte nel rispetto della diversità di quest’ultima, anziché pretendere di imporle quei ruoli ancillari che spettano piuttosto alla pubblicità.

“Appartenenza”: come, a quali condizioni?

Stabilito che il vincolo affettivo tra collettività e memorie (o “patrimonio”) è presupposto prezioso quanto instabile di ogni efficace politica di tutela, vale la pena interrogarsi sulle condizioni storiche e sociali attraverso cui può concretamente prodursi qualcosa come il senso di comunità.

A differenza di una qualsiasi eredità familiare ben protetta, oggi l’”appartenenza” può e deve essere promossa di generazione in generazione e per così dire costruita da politiche educative lungimiranti. L’autoriproduzione delle élites tradizionali o delle cerchie detentrici del “buon gusto” in contesti cittadini premoderni non costituisce modello per le società democratiche, caratterizzate almeno in linea di principio da mobilità sociale. Servono istituzioni dedicate e processi di reclutamento fluidi e trasparenti. “La formazione dei quadri”, come scrive Settis, “è cosa di vitale importanza per il futuro del nostro patrimonio culturale”. Appunto. “I costi delle politiche economiche fallite”, aggiunge Amartya Sen, “vanno ben oltre le statistiche, pure importanti, della disoccupazione, del reddito reale e della povertà. L’idea stessa di unione, di un senso di appartenenza [nazionale e sovranazionale], è messa in pericolo da quanto accade in campo economico”.

La riduzione o cancellazione degli insegnamenti storico-artistici negli istituti di formazione secondaria o la mancata assegnazione di risorse utili a chiamare in ruolo soprintendenti giovani e qualificati sono particolarmente distruttive sotto il profilo della trasmissione (e dell’accoglimento) di un’eredità disciplinare condivisa. Persino a un autorevole commentatore di economia come Fabrizio Galimberti risulta indiscutibile che “l’Italia [sia] un paese che avrebbe bisogno (più di altri) di molta (e buona) spesa pubblica… per l’immenso patrimonio artistico da conservare”.

Quali concrete implicazioni educative può avere, in un contesto di crescente definanziamento della ricerca pubblica, l’applicazione del pricipio di sussidiarietà? È prevedibile che l’ingresso di fondazioni bancarie nei consigli di amministrazione dei musei si accompagni alla maggiore politicizzazione degli incarichi culturali. Questo comporta insidie per l’autonomia degli studi. Ci sta bene? La contesa sulla tutela ha implicazioni profonde sul piano sociale, e i modelli di Fondazione di cui disponiamo non sono tali da autorizzare illusioni. Solo talune università private con rilevanti protezioni politiche e ingenti coperture economiche potrebbero divenire soci fondatori e offrire migliori opportunità professionali ai loro studenti e ricercatori, risultando fatalmente più attrattive. Quale migliore habitat di formazione o ricerca, per uno storico dell’arte o un’archeologo, se non il museo? Dovremmo provvedere a garantire modelli educativi che prevedano la più stretta collaborazione tra enti pubblici di tutela e università accessibili al grande numero. Dovremmo incoraggiare i “capaci e meritevoli”. Ci accingiamo invece a favorire i pochi e abbienti.

 

Riferimenti bibliografici

Per l’appello contro la Fondazione Grande Brera cfr. Tomaso Montanari, Brera. Un trofeo per la Casta, in: Il Fatto, 25.8.2012; e ancora @http://quattrocentoquattro.com/2012/09/15/il-museo-e-un-luogo-di-produzione-del-sapere-intervista-a-tomaso-montanari/. Per una posizione terza sulla Fondazione cfr.Stefano Baia Curioni, Grande Brera, in: Il Giornale dell’Arte|Il Giornale delle Fondazionihttp://www.ilgiornaledellarte.com/fondazioni/articoli/2012/8/114162.html. L’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick oppone “partecipazione” a “appartenenza” in un intervento che apre a “imprenditoria sociale” e “terzo settore” (in:Terza via per i beni culturali, in: Il Sole 24Ore, 23.9.2012, 263, p. 32). Per un’esemplificazione sprovveduta e deteriore del punto di vista economicista cfr. invece Angelo Miglietta e Alberto Mingardi, Cultura migliore con l’aiuto dei privati, in: Corriere della Sera, 30.8.2012, p. 42. È strumentale intendere le competenze museografiche, storico-artistiche e del restauro in senso riduttivamente “tecnico” e proporsi di aprire ai “nuovi pubblici” attraverso la loro dismissione.  Occorrerebbe stabilire definitivamente che la trasmissione culturale non avviene per mera esposizione o contagio, ma presuppone percorsi educativi durevoli e articolati.

Le affermazioni di Pasquale Gagliardi sul mecenatismo italiano sono riportate nell’intervista di Pierluigi Panza, Una nuova alleanza salverà la cultura, in: Corriere della Sera, 31.8.2012, p. 43. Sul tema cfr. anche Andrea Carandini, Il nuovo dell’Italia è nel passato (2010), p. 91 et passim.

Sul tema del decentramento degli enti di tutela si sono recentemente espressi in modo assai negativo Ernesto Galli della Loggia, Il paesaggio preso a schiaffi, in: Corriere della Sera, 27.8.2012, pp. 1, 30; Antonio Paolucci, Il federalismo irresponsabile che devasta il nostro paesaggio, in: Corriere della Sera, 28.8.2012, p. 24.

Per un inquadramento complessivo della questione con particolare riferimento agli aspetti politici e storico-giuridici (preunitari e unitari) della questione cfr. Salvatore Settis, Italia S.p.A. (2002) e Paesaggio Cemento Costituzione (2010). Cfr. anche Luigi Piccioni, Un punto d’arrivo, un punto di partenza. Discutendo di «Paesaggio Costituzione cemento», in: Storica, xviii, 52, 2012, pp. 86-111.

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Martha Nussbaum. Tutti i capricci della filosofia https://minimaetmoralia.it/interviste/martha-nussbaum-tutti-i-capricci-della-filosofia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/martha-nussbaum-tutti-i-capricci-della-filosofia/#comments Fri, 31 Aug 2012 13:00:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9240 Pubblichiamo un'intervista di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», alla filosofa Martha Nussbaum

Una ventina di anni fa, mentre sognavo di realizzare una carriera accademica e passavo il giorno intero su brevi frasi di Platone, mi arrivò tra le mani un libro di cui si parlava fin dalla sua uscita americana. S’intitolava La fragilità del bene. Erano ottocento pagine in cui l’autrice newyorkese, Martha Nussbaum, rileggeva Platone, Aristotele, i tragici e i grandi temi etici del mondo classico. Mi entusiasmai. Io che soffrivo nell’estenuante lavoro filologico, mi trovavo finalmente di fronte a un lavoro di ampio respiro. “Così si deve fare”, dicevo al mio migliore amico, anche lui studioso e molto migliore di me, che scuoteva la testa e ripeteva “nulla di nuovo, nulla di nuovo”, sottoponendo a critica punto per punto le tesi del libro. Io ridevo e non gli davo ascolto. Del resto, di Martha Nussbaum si sparlava parecchio, come spesso capita nel mondo accademico di fronte a chi ha successo, e questa mi pareva la migliore conferma che quel mondo fosse, prima o poi, da abbandonare.

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Pubblichiamo un’intervista di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», alla filosofa Martha Nussbaum

Una ventina di anni fa, mentre sognavo di realizzare una carriera accademica e passavo il giorno intero su brevi frasi di Platone, mi arrivò tra le mani un libro di cui si parlava fin dalla sua uscita americana. S’intitolava La fragilità del bene. Erano ottocento pagine in cui l’autrice newyorkese, Martha Nussbaum, rileggeva Platone, Aristotele, i tragici e i grandi temi etici del mondo classico. Mi entusiasmai. Io che soffrivo nell’estenuante lavoro filologico, mi trovavo finalmente di fronte a un lavoro di ampio respiro. “Così si deve fare”, dicevo al mio migliore amico, anche lui studioso e molto migliore di me, che scuoteva la testa e ripeteva “nulla di nuovo, nulla di nuovo”, sottoponendo a critica punto per punto le tesi del libro. Io ridevo e non gli davo ascolto. Del resto, di Martha Nussbaum si sparlava parecchio, come spesso capita nel mondo accademico di fronte a chi ha successo, e questa mi pareva la migliore conferma che quel mondo fosse, prima o poi, da abbandonare.

Negli anni ho ripensato molte volte a quelle discussioni. Anche perché Martha Nussbaum, nel frattempo, ha abbandonato gli studi di filosofia antica e si è dedicata a questioni sempre più legate ai grandi temi contemporanei. E il suo successo è diventato addirittura travolgente. Sarebbe difficile anche solo elencare tutte le cariche, onorifiche o meno, che le sono state attribuite, come la molteplicità delle sue pubblicazioni. Temi dominanti: la giustizia globale, una particolare forma di femminismo, la centralità delle emozioni e l’importanza degli studi umanistici nella formazione dell’individuo. Sessantacinquenne, Martha Nussbaum è oggi una voce molto ascoltata dall’establishment, nonché un punto di riferimento per lettori, studiosi, critici da tutto il mondo.

Ero felicissimo, dunque, domenica scorsa, di poterla incontrare. Camminavo per una Roma deserta che bruciava a quaranta gradi, ripensavo al mio amico, oggi professore noto in tutto il mondo, e già mi preparavo a chiamarlo appena avessi terminato l’intervista. Ho attraversato i corridoi freschi dell’albergo lussuoso al centro dei Parioli e finalmente ero lì. Esile, elegante, Martha Nussbaum era seduta in poltrona di fronte a una macedonia e una Coca Cola. “Non ho voglia di parlare” ha esordito stringendomi la mano. Credevo che scherzasse. “Eppoi su cosa mi vorrebbe intervistare?” “Ho qui il suo ultimo libro” le ho detto, mostrandole Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil (Il Mulino). “Non è il mio ultimo libro” ha risposto. Le ho spiegato che si trattava però certamente dell’ultimo suo lavoro tradotto in Italia e che speravo volesse raccontare, a chi ancora non ha letto il libro, dove hanno portato i suoi studi, cominciati assieme ad Amartya Sen sul cosiddetto “approccio delle capacità”, ossia il rifiuto dell’imperante valutazione della ricchezza dei Paesi in base al Pil, in favore di un approccio che guarda alla dignità delle persone e alla realizzazione delle loro capacità. “Ne ho già parlato abbastanza” ha detto.

Per un attimo mi sono chiesto cosa fare, poi ci ha pensato lei a rompere il ghiaccio “Se vuole può venire fra tre ore alla mia conferenza per la Società Internazionale di Musicologia”. Poiché ricordavo di aver letto molti suoi commenti sull’importanza del mettersi nei panni degli altri, le ho raccontato che ero tornato apposta dal mare alle due, in quella domenica torrida, per parlare con lei. “Del resto possiamo anche chiacchierare degli antichi” ho provato “Amai molto il suo La fragilità del bene quando lavoravo all’università”. “Non parlo di ciò che ho scritto vent’anni fa”, ha mormorato. “Ma anche in questo libro” ho insistito “lei si rifà agli antichi. Qui c’è Aristotele, per esempio”. “Giusto un paragrafo” ha sbuffato.

Il nostro perfetto dialogo socratico – uno dei punti forti a cui spesso la Nussbaum si richiama (la necessità di ascoltarsi, domandare e rispondere) – è finito così. Le ho detto di parlar pure di ciò che voleva e lei ha deciso di raccontarmi l’argomento della sua lezione, ossia quel che apparirà in un libro la cui uscita è prevista nel 2013. “Nella mia carriera, ho affrontato principalmente due temi: l’importanza delle emozioni e la giustizia sociale. È venuto il momento di unire le due questioni. Il punto è questo: i cittadini devono sostenere la società giusta e, per farlo, devono interessarsene, dunque le loro emozioni devono essere mosse perché se ne interessino. Nel mio libro partirò da un vostro pensatore molto sottovalutato: Giuseppe Mazzini. È proprio Mazzini a sostenere che l’uomo è chiuso su se stesso, egoista e avido, dunque per stimolarlo a sostenere una società giusta vanno suscitate in lui emozioni di attaccamento patriottico. Ma come si fa? Storicamente, ossia la prima parte del mio libro, le risposte sono state molteplici, ma la più interessante credo sia quella di Stuart Mill che, criticando le soluzioni eccessivamente prescrittive di Auguste Comte, sostenne la necessità di creare un sistema educativo capace, attraverso l’arte e la letteratura, di estendere tra gli uomini un senso di solidarietà e compassione. Su questa linea avrebbe poi lavorato in senso pratico Rabindranath Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1931. Egli creò una scuola, tutta centrata su musica e danza, per formare individui in cui la solidarietà riuscisse a prevalere sull’individualismo. Scrisse duemila canzoni popolari che contengono un enorme spirito di generosità e altruismo, convinto che la musica è l’arma più forte, l’unica capace di attraversare lingue e culture. Dobbiamo lavorare in questa direzione. In parti del libro che ancora devo scrivere, cercherò di spiegare come, proprio attraverso la musica,  possiamo educare le nostre emozioni, rendere forte la compassione e superare il disgusto”.

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