Amazon Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amazon/ un blog di approfondimento culturale Fri, 02 Sep 2016 11:15:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Amazon Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amazon/ 32 32 George Orwell aveva torto – La risposta di Amazon https://minimaetmoralia.it/editoria/george-orwell-aveva-torto-la-risposta-di-amazon/ https://minimaetmoralia.it/editoria/george-orwell-aveva-torto-la-risposta-di-amazon/#comments Sun, 10 Aug 2014 15:26:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22752 Questa è la risposta di Amazon alla lettera pubblicata stamattina sul "New York Times". Ai lettori di minima&moralia il compito (se lo volete) di discutere su una controversia che offre più di un motivo di riflessione sul destino del mondo dei libri nel futuro prossimo.

Ecco la lettera di Amazon

Cari lettori,

appena prima della seconda guerra mondiale, ci fu un'invenzione radicale che scosse le fondamenta del mondo editoriale. Si tratta del libro tascabile. Questo accadde in un periodo in cui i biglietti per il cinema costavano 10 o 20 centesimi, e i libri costavano $ 2,50. Il nuovo libro in brossura costava 25 centesimi – dieci volte più conveniente. I lettori adottarono subito il libro in brossura e milioni di copie furono vendute nel solo primo anno della sua commercializzazione.

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Questa è la risposta di Amazon alla lettera pubblicata stamattina sul “New York Times”. Ai lettori di minima&moralia il compito (se lo volete) di discutere su una controversia che offre più di un motivo di riflessione sul destino del mondo dei libri nel futuro prossimo.

Ecco la lettera di Amazon

Cari lettori,

appena prima della seconda guerra mondiale, ci fu un’invenzione radicale che scosse le fondamenta del mondo editoriale. Si tratta del libro tascabile. Questo accadde in un periodo in cui i biglietti per il cinema costavano 10 o 20 centesimi, e i libri costavano $ 2,50. Il nuovo libro in brossura costava 25 centesimi – dieci volte più conveniente. I lettori adottarono subito il libro in brossura e milioni di copie furono vendute nel solo primo anno della sua commercializzazione.

Con un libro così poco costoso e con tante persone in grado di acquistare e leggere libri, si potrebbe pensare che l’establishment letterario del tempo avrebbe celebrato l’invenzione della brossura, giusto? Sbagliato. Quel mondo, al contrario, cercò di mettere i bastoni tra le ruote al nuovo arrivato. Erano convinti che i tascabili a basso costo avrebbero distrutto la cultura letteraria e danneggiato l’industria (per non parlare dei propri conti bancari). Molte librerie rifiutarono di prendere i nuovi libri economici, e gli editori dei libri in brossura dovettero usare metodi non convenzionali di distribuzione – luoghi come edicole e farmacie. Il famoso scrittore George Orwell venne pubblicamente allo scoperto e dichiarò: “gli editori dovrebbero unirsi contro di loro”. Sì, George Orwell stava suggerendo proprio questo.

Bene… la storia non si ripete, ma almeno fa rima (modo di dire da una frase di Mark Twain ndT)

Venendo a oggi, è il turno dell’e-book di affrontare l’ostilità dell’establishment letterario. Amazon e Hachette – un grande editore statunitense, parte di una concentrazione di media da 10 miliardi dollari – sono al centro di una controversia sugli e-book. Noi vogliamo una riduzione dei prezzi degli e-book. Hachette no. Molti e-book vengono venduti a 14,99 $ e anche a 19.99 $. È un prezzo ingiustificatamente elevato per un e-book. Con un e-book non c’è la stampa, non c’è bisogno di prevedere la tiratura, non ci sono rese, non costi di magazzino, non costi di trasporto, e non esiste un mercato secondario – gli e-book non possono essere rivenduti come libri usati. Gli e-book possono e devono costare di meno.

Forse, sintonizzandosi su delle vecchie suggestioni tanto care ai tempi di Orwell, Hachette si è illegalmente accordata con i suoi concorrenti per aumentare i prezzi degli e-book. Hanno insomma fatto cartello. E infatti fino ad ora questi editori hanno pagato 166 milioni di dollari in sole sanzioni. La concertazione tra concorrenti, volta ad aumentare i prezzi, non era solo illegale, ma era anche molto irrispettosa verso i lettori di Hachette.

Il fatto è che molti operatori storici del settore hanno preso per buona la posizione secondo cui i prezzi più bassi degli e-book potrebbero avere come conseguenza quella di “svalutare i libri” e insieme ad essi il “Mondo delle Arti e delle Lettere”. Si sbagliano. Proprio come i tascabili non distrussero la cultura del libro, pur essendo dieci volte più economici, non lo faranno gli e-book. Al contrario, i tascabili hanno finito per ringiovanire l’industria del libro e l’hanno resa più forte. Lo stesso accadrà con gli e-book.

Molti operatori del settore hanno una visione delle cose troppo limitata. Sono convinti ad esempio che i libri competano oggi solo con altri libri. In realtà, i libri competono oggi con i giochi per cellulari, televisioni, film, Facebook, blog, siti di notizie gratuite e altro ancora. Se vogliamo una cultura sana della lettura, dobbiamo lavorare duramente per essere sicuri che i libri siano competitivi contro questi altri tipi di supporti, e una grande parte di chi è convinto di ciò sta lavorando duramente per rendere i libri meno costosi.

Inoltre, il prezzo degli e-book è altamente elastico. Ciò significa che quando il prezzo scende, i clienti ne acquistano molti di più. Abbiamo quantificato l’elasticità dei prezzi degli e-book da misurazioni ripetute con molti titoli. Per ogni copia di un e-book venduto a 14,99 $, ne sarebbero state vendute 1,74 copie al prezzo di 9.99 $. Così, per esempio, se i clienti avessero acquistato 100.000 copie di un particolare e-book a 14,99 $, ne avrebbero acquistato 174.000 copie dello stesso e-book a 9,99 $. Il totale dei ricavi a 14,99 $ sarebbe 1.499 mila $. I ricavi totali a 9,99 $ sarebbero 1.738 mila $. La cosa importante da notare qui è che il prezzo più basso è buono per tutte le parti coinvolte: il cliente sta pagando il 33% in meno e l’autore sta ottenendo royalties il 16% più grandi, e il suo libro soprattutto viene letto da un pubblico che è del 74% più grande. La torta è semplicemente più grande per tutti.

Ma quando una cosa è stata fatta in un certo modo per lungo tempo, resistere al cambiamento può essere un istinto riflessivo, e gli interessi potenti dello status quo sono difficili da spostare. Non è mai stato nell’interesse di George Orwell sopprimere i libri tascabili – semplicemente, aveva torto.

E nonostante quello che alcuni vorrebbero far credere, gli autori non sono così uniti su questo tema. Quando la Authors Guild ha scritto sull’argomento, il titolo del pezzo era: “Amazon-Hachette, il Dibattito conta opinioni divergenti tra gli autori” (i commenti di questo post valgono una lettura). Una petizione avviata da un altro gruppo di autori rivolta a Hachette, dal titolo “smettete di combattere contro i prezzi bassi”, ha raccolto più di 7.600 firme. E ci sono una miriade di articoli e post, di autori e lettori, che ci sostengono nel nostro sforzo di mantenere i prezzi bassi per costruire una cultura sana della lettura. C’è una recente intervista dell’autore David Gaughran che vale la pena di leggere.

Ci rendiamo conto che gli scrittori, ragionevolmente, vogliano essere lasciati fuori di una controversia tra grandi imprese. Alcuni hanno suggerito che dovremmo “solo discutere”. Ci abbiamo provato. Hachette ci ha fatto tre mesi ostruzionismo e solo con riluttanza ha cominciato a riconoscere anche le nostre ragioni quando abbiamo preso le misure per ridurre le vendite dei loro titoli nel nostro store. Da allora Amazon ha fatto tre offerte distinte ad Hachette per tenere gli autori fuori dalla controversia. In primo luogo abbiamo suggerito che entrambi (Amazon e Hachette) congiuntamente diano tutti i diritti d’autore agli scrittori durante il periodo dell’intera controversia. Poi abbiamo suggerito che gli autori possano ricevere il 100% di tutte le vendite dei loro titoli fino a quando questa controversia non sia risolta. Poi abbiamo suggerito che ci piacerebbe ritornare a normali operazioni commerciali se Amazon e Hachette destinassero i ricavi della quota di mercato relativa agli scambi reciproci per la durata della controversia a un ente di beneficenza pro alfabetizzazione. Ma Hachette, e la sua società madre Lagardere, hanno rapidamente e ripetutamente respinto queste offerte anche se gli e-book rappresentano l’1% delle loro entrate, mentre potevano facilmente accettare di venirci incontro. Loro credono evidentemente di poter ottenere vantaggi lasciando i loro autori nel mezzo della controversia.

Non rinunceremo mai alla nostra lotta per portare gli e-book a prezzi ragionevoli. Siamo consapevoli che fare libri più convenienti è un bene per la cultura del libro. Vorremmo il vostro aiuto. Vi preghiamo di inviare una mail ad Hachette e di metterci in copia.

CEO Hachette, Michael Pietsch: Michael.Pietsch@hbgusa.com

Si prega di considerare questi punti:

– Ci siamo resi conto del vostro cartello illegale. Per cortesia, smettete di lavorare così duramente per far pagare troppo gli e-book. Gli e-book possono e devono essere meno costosi.

– Abbassare i prezzi degli e-book aiuterà – non danneggerà – la cultura della lettura, proprio come ha fatto con i tascabili.

– Smettete di usare i vostri autori come strumento persuasivo e accettate una delle offerte di Amazon per tenerli fuori dalla controversia.

– Soprattutto se sei tu stesso un autore: ricorda che gli autori non sono affatto uniti su questo tema.

Grazie per il vostro sostegno.

L’Amazon Books team

Traduzione per minima&moralia di Renata Lunedini

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Mondadori compra Anobii (party like it’s 2009) https://minimaetmoralia.it/editoria/mondadori-compra-aobii/ https://minimaetmoralia.it/editoria/mondadori-compra-aobii/#comments Tue, 11 Mar 2014 12:04:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14526 Un comunicato stampa Mondadori diffuso questa mattina annuncia: "Il Gruppo Mondadori ha acquisito da Anobii Ltd. il marchio e gli asset di Anobii, la piattaforma mondiale di social reading che vanta più di un milione di utenti nel mondo e la sua base più forte, con 300mila lettori, proprio in Italia."

Circa un anno fa pubblicai qui La triste storia del social reading in Italia – Parte 1 (aNobi), al quale mi permetto di rimandare per un'analisi un poco dettagliata su quel sito e le sue traversie; Mario Alemi, già Head of Business Intelligence di aNobii, commentò per primo così: "Se Amazon ha ora comprato Goodreads –mi ripeto– Feltrinelli o Mondadori potevano comprare Anobii. [...] Nessun editore italiano ha pensato che avere una milionata di lettori che esprimono il loro spassionato giudizio su libri vecchi e nuovi è una miniera d’oro.

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Un comunicato stampa Mondadori diffuso questa mattina annuncia: “Il Gruppo Mondadori ha acquisito da Anobii Ltd. il marchio e gli asset di Anobii, la piattaforma mondiale di social reading che vanta più di un milione di utenti nel mondo e la sua base più forte, con 300mila lettori, proprio in Italia.”

Circa un anno fa pubblicai qui La triste storia del social reading in Italia – Parte 1 (Anobii), al quale mi permetto di rimandare per un’analisi un poco dettagliata su quel sito e le sue traversie; Mario Alemi, già Head of Business Intelligence di Anobii, commentò per primo così: “Se Amazon ha ora comprato Goodreads –mi ripeto– Feltrinelli o Mondadori potevano comprare Anobii. […] Nessun editore italiano ha pensato che avere una milionata di lettori che esprimono il loro spassionato giudizio su libri vecchi e nuovi è una miniera d’oro. *Non* perché si possa vendere a questi lettori il libro del momento, ma per capire su che libri investire, quali nicchie di mercato sono rimaste insoddisfatte (chi vorrebbe vedere non solo Fabio Volo in libreria, per esempio), o come fare a svuotare magazzini inutilmente pieni con offerte speciali, et cetera. Speriamo, come dici, che (con anni di ritardo) qualche possibile acquirente italiano si svegli…”

Con un anno di ritardo sugli anni di ritardo Mondadori si è svegliata. Possiamo però far finta di essere nel 2009, quando Anobii esplode in Italia, e sull’acquisto scrivere: “si comincia a sperimentare, partendo ovviamente dalle potenzialità ‘social’ offerte dalla rete”; e insistere sulla “novità comunicativa non da poco dell’annuncio via Twitter” (qualche minuto prima del comunicato stampa). Mentre il punto critico sarebbe la “spietata concorrenza di ‘giganti’ come Twitter, Facebook e Instagram”. Questa analisi è per me scorretta: su Instagram e Pinterest posto tra le mille altre foto qualche copertina e sui social network generalisti Twitter e Facebook parlo di diecimila cose e pure di libri, ma un social network verticale, specializzato sui libri, come Goodreads mira a un pubblico specifico di lettori forti (e di autori) che cerca un altro tipo di esperienza. Su Goodreads ho la mia biblioteca “virtuale”, posso scrivere recensioni, entrare in gruppi di discussione tematici (ad es. su Stephen King), seguire le letture e l’attività dei miei amici, anzi posso seguire gli stessi scrittori iscritti al sito (ad es. Stephen King) e partecipare a molte altre iniziative, e tutto questo in un ambiente dedicato solo ai libri. Con Facebook e Twitter vi è molta più integrazione che competizione, anche nel banale senso tecnico del postare automaticamente su quei due social onnivori i contenuti del social specializzato.

Nell’ultimo anno ho ricevuto in email molte notifiche di nuovi amici su Goodreads, quasi sempre utenti di Anobii che, nonostante le perdite del grafo sociale e di altri dati nel trasloco digitale, hanno preferito spostarsi e ricreare in un nuovo luogo la comunità di partenza; Anobii aveva infatti raggiunto vette di inefficienza tali da esasperare il più paziente e fedele degli iscritti. Inoltre, come accennava Alemi, nell’ultimo anno Goodreads, il più grande sito di social reading al mondo, è stato integrato nell'”ecosistema” della lettura di Amazon Kindle, ha oggi oltre 25 milioni di utenti e continua ad espandersi.

L’acquisto di Mondadori, per una cifra imprecisata, è in ovvio clamoroso ritardo: il leader mondiale è entrato con tutto il suo peso e la sua efficienza in un mercato lasciato scoperto, mentre Anobii continuava nella sua decadenza e soprattutto spingeva alla migrazione (o semplicemente alla disaffezione) buona parte della comunità. Sono certo che, fuor di annunci ufficiali, in Mondadori siano per primi ben consapevoli che non sarà facile rinnovare la piattaforma, dal punto di vista tecnico molto obsoleta e mancante di troppe funzioni, e riconquistare gli iscritti. Perché, naturalmente, quello che si è comprato sono gli utenti italiani, anzi il ricordo degli utenti italiani nel momento di maggiore spinta verso l’alto (fine 2009-primi mesi del 2010), lettori forti che amano il libro di carta e non sono però troppo contrari al digitale (usano un sito di social networking per i libri). Lettori che fanno un sacco di lavoro per gli autori amati e danno un mare di informazioni su di sé.

In teoria il sistema “discussioni e consigli su Goodreads – acquisti col Kindle su Amazon” potrebbe essere replicato per “Anobii – Kobo – Mondadori” e chiaramente tutto quello che scriveva Alemi rimane vero. Le opportunità di monetizzazione dell’attività gratuita degli utenti ci sono ancora, in potenza, sia nella vendita diretta che indiretta (ad es. mettere a frutto i loro dati) e questa è la precondizione economica perché Anobii possa ritornare a essere, per la soddisfazione dei vecchi e nuovi iscritti, un luogo vivo dove discutere, scoprire, socializzare libri ed esperienze di lettura.

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Se questo è Amazon. Lavoratori ingranaggi della «megamacchina» https://minimaetmoralia.it/libri/jean-baptiste-malet-amazon/ https://minimaetmoralia.it/libri/jean-baptiste-malet-amazon/#respond Tue, 10 Dec 2013 10:32:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16954 Pubblichiamo un articolo di Cesare Buquicchio uscito sull'Unità.

di Cesare Buquicchio

In Amazon, com’è tradizione in America, si pensa ai lavoratori. Vengono organizzate delle tombole. In occasione della Festa della Musica, hanno pagato uno spuntino, hanno invitato dei gruppi e un piccolo circo. In Amazon sono veramente simpatici. Per Pasqua, hanno organizzato una caccia alle uova nel parcheggio. Ogni dipendente ha ricevuto una gallina di cioccolato...

Jean-Baptiste Malet ora indossa un giubbotto di pelle nera e una camicia color azzurro scuro. Qualche mese fa, invece, la sua divisa di ordinanza era un pile grigio con la scritta ricamata “Amazon” incorniciata dalla freccia che compone un sorriso. Si infervora il giovane giornalista francese di Le Monde Diplomatique raccontando i suoi tre mesi sotto mentite spoglie. Assunto durante il periodo natalizio come picker in un deposito logistico del colosso americano fondato da Jeff Bezos leader nella vendita on line di libri, articoli di elettronica e quant'altro. «Volevo fare un'inchiesta sulle condizioni di lavoro dentro Amazon. Ebbene, sono dure e stressanti come racconto nel mio libro. Ma sono perfettamente consapevole di come possano essere simili a quelle di tanti lavoratori in fabbriche tecnologicamente avanzate o in altri settori della logistica. Con mia stessa sorpresa, però, dalla mia esperienza è emerso altro. Ritengo di aver vissuto e lavorato per tre mesi in un avamposto dell'organizzazione sociale del XXI secolo».

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Pubblichiamo un articolo di Cesare Buquicchio uscito sull’Unità.

di Cesare Buquicchio

In Amazon, com’è tradizione in America, si pensa ai lavoratori. Vengono organizzate delle tombole. In occasione della Festa della Musica, hanno pagato uno spuntino, hanno invitato dei gruppi e un piccolo circo. In Amazon sono veramente simpatici. Per Pasqua, hanno organizzato una caccia alle uova nel parcheggio. Ogni dipendente ha ricevuto una gallina di cioccolato…

Jean-Baptiste Malet ora indossa un giubbotto di pelle nera e una camicia color azzurro scuro. Qualche mese fa, invece, la sua divisa di ordinanza era un pile grigio con la scritta ricamata “Amazon” incorniciata dalla freccia che compone un sorriso. Si infervora il giovane giornalista francese di Le Monde Diplomatique raccontando i suoi tre mesi sotto mentite spoglie. Assunto durante il periodo natalizio come picker in un deposito logistico del colosso americano fondato da Jeff Bezos leader nella vendita on line di libri, articoli di elettronica e quant’altro. «Volevo fare un’inchiesta sulle condizioni di lavoro dentro Amazon. Ebbene, sono dure e stressanti come racconto nel mio libro. Ma sono perfettamente consapevole di come possano essere simili a quelle di tanti lavoratori in fabbriche tecnologicamente avanzate o in altri settori della logistica. Con mia stessa sorpresa, però, dalla mia esperienza è emerso altro. Ritengo di aver vissuto e lavorato per tre mesi in un avamposto dell’organizzazione sociale del XXI secolo».

Scorrendo le pagine di “En Amazonie – Un infiltrato nel migliore dei mondi” (Kogoi Edizioni), il libro-reportage di Malet presentato per la prima volta in Italia venerdì pomeriggio alla Fiera nazionale della piccola e media editoria di Roma, la megamacchina emerge lentamente nella sua inesorabilità. Perché i ritmi di lavoro massacranti (120/130 articoli prelevati ogni ora), le pause pranzo “nette” di sei minuti, le perquisizioni personali ad ogni ingresso e uscita dal lavoro, la musica hard-rock per far aumentare la produttività, i preavvisi scritti di licenziamento se nemmeno la musica hard-rock ha fatto aumentare quella produttività, il freddo tenuto costante nei capannoni per tenere ‘reattivi’ i dipendenti, gli oltre venti chilometri percorsi in ogni turno, tutto questo e tutto il resto di quello che Malet ha provato sulla sua pelle, come migliaia di lavoratori in tutto il mondo, e ha poi raccontato nel suo libro, non basta a sciogliere il nodo nel quale siamo stretti, non basta a far scorgere la megamacchina.

Il nodo si riassume brutalmente così: il lavoro da una parte, la crisi dall’altra; mille e duecento euro nette al mese da una parte, nulla dall’altra; i circa mille assunti (in ogni impianto) con contratto a tempo indeterminato da una parte, nulla dall’altra. «In Germania ho conosciuto una donna di 53 anni, rimasta vedova e con i figli a cui badare. La pensione del marito non le bastava e quando ha avuto l’opportunità di lavorare da Amazon non se l’è lasciata scappare. Ma era durissima per lei resistere a quei ritmi, mettersi in competizione con ventenni scattanti che correvano da uno scaffale all’altro. Io – spiega Malet – non voglio che la gente rifiuti il lavoro di Amazon. Quello che spero è che si lotti con i sindacati e con le istituzioni per rendere quel lavoro più sostenibile e giusto».

Nel libro si racconta di «Fabien, assunto con contratto a tempo indeterminato. “Quando lavoravo nei cantieri, non potevo fare progetti, non potevo accontentare i miei figli, erano sempre lavori interinali, piccoli incarichi. Con questo lavoro a tempo indeterminato, ho potuto fare il mutuo per un appartamento” aggiunge modestamente. “Non critico la CGT (il sindacato ndr). Ora abbiamo un comitato aziendale e dei vantaggi che prima non avevamo. Ma, allo stesso tempo, non dimentico che mi pagano lo stipendio alla fine del mese».

Secondo Malet la megamacchina tratteggiata dall’economista e filosofo Serge Latouche molti anni fa come l’intreccio tra ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso si è materializzata nell’organizzazione sociale connaturata in Amazon. Il neopaternalismo che discende dal motto dell’azienda stampigliato su ogni magliettina “Work hard, have fun, make history (lavora sodo, divertiti e fai la storia)”, le serate aziendali al bowling, la cioccolata calda offerta dal clown all’uscita dal lavoro, l’entusiasmo forzato, le grida di gioia e gli applausi con cui viene accolto ogni nuovo assunto, i record di produttività da superare ogni giorno, la difficoltà che hanno tutti i dipendenti a mantenere una vita sociale al di fuori dello stabilimento, tutto converge verso una concezione ideologica del lavoro che riduce progressivamente ma inesorabilmente la dignità del lavoratore.

«È questa la grande novità – conclude Malet -. Non si tratta più di vendita di libri on line, del profitto di Amazon o dei milioni di tasse evase in Europa passando per Lussemburgo e per altri stratagemmi fiscali. Si tratta di un nuovo modello di società che si presenta come severa ma inevitabile, contraddittoria ma, in fondo, divertente». Non sappiamo se il pessimismo di Malet sia stato scalfito dal sapere che il suo libro è molto venduto soprattutto su Amazon. Lui sorride amaro: «Mossa astuta la loro… A me basta sapere che diversi clienti del sito hanno letto il mio libro e subito dopo mi hanno scritto “il suo è stato l’ultimo libro che ho comprato su Amazon, ho deciso che da oggi tornerò a fare acquisti nella mia libreria di quartiere”».

(Con la collaborazione di Maddalena Loy)

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La verità dietro il click https://minimaetmoralia.it/editoria/la-verita-dietro-il-click/ https://minimaetmoralia.it/editoria/la-verita-dietro-il-click/#comments Sun, 01 Dec 2013 13:34:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16757 Lunedì scorso sulla BBC è andato in onda questo documentario sulle condizioni lavorative in Amazon. Christian RaimoChristian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone […]

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Lunedì scorso sulla BBC è andato in onda questo documentario sulle condizioni lavorative in Amazon.

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La triste storia del social reading in Italia – Parte 1 (aNobii) https://minimaetmoralia.it/editoria/social-reading-italia-parte-1-anobii/ https://minimaetmoralia.it/editoria/social-reading-italia-parte-1-anobii/#comments Sun, 07 Apr 2013 10:43:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13864 Nel 2009-10 in Italia il sito di social reading aNobii esplode. Il termine è roboante ma non del tutto inadatto per descrivere la crescita fortissima e non facilmente prevedibile di questo "verticale" lanciato nel 2005 e sino allora di modesto successo: grazie al passaparola qualche decina di migliaia di utenti (secondo una stima prudente; affidabili fonti interne all'azienda stimavano in "ben, molto ben!, al di sopra di 70,000 al mese" i visitatori unici italiani nel 2011) si appassiona a un prodotto di nicchia e forma una vivace comunità culturale. In un paese come il nostro dove ogni giorno si levano motivatissimi lamenti sul declino della lettura era un segnale bellissimo (per me e per molti migliori di me, vedi però sotto i detrattori di queste "diavolerie digitali").

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Nel 2009-10 in Italia il sito di social reading aNobii esplode. Il termine è roboante ma non del tutto inadatto per descrivere la crescita fortissima e non facilmente prevedibile di questo “verticale” lanciato nel 2005 e sino allora di modesto successo: grazie al passaparola qualche decina di migliaia di utenti (secondo una stima prudente; affidabili fonti interne all’azienda stimavano in “ben, molto ben!, al di sopra di 70,000 al mese” i visitatori unici italiani nel 2011) si appassiona a un prodotto di nicchia e forma una vivace comunità culturale. In un paese come il nostro dove ogni giorno si levano motivatissimi lamenti sul declino della lettura era un segnale bellissimo (per me e per molti migliori di me, vedi però sotto i detrattori di queste “diavolerie digitali”).

La comunità italiana di aNobii era di gran lunga la più numerosa e quotidianamente molto attiva in tutte le sezioni, dai forum alle recensioni. Alcuni autori iniziavano addirittura a immaginare un rapporto 1/30 o 1/35 tra copie vendute e copie nelle “librerie virtuali” di un libro, e se il rapporto era probabilmente troppo ottimistico e sbilanciato verso scrittori attivi sui social network e con un seguito di lettori forti attivi proprio su aNobii, rimane vero che il social reading dimostrava pure un grande potenziale commerciale. Il rapporto numerico non era poi un semplice riflesso della realtà ma contribuiva a modificarla.

Faccio l’esempio più semplice: vedo che tre miei amici su aNobii hanno Personaggi precari di Vanni Santoni, compro il libro, ne parlo su aNobii, sugli altri social e nella “vita reale”, lo metto a mia volta nella “libreria virtuale” e il ciclo continua, passando parola. aNobii disintermediava, nella prima fase italiana degli ebook acquistati online, la raccomandazione del libraio (più che la recensione del critico) e la rendeva personale: ricevo consigli sui libri da persone che, nel social e\o nella “vita reale”, sono vicini e amici [1].

Il sito, non adeguatamente potenziato nelle risorse, diventò vittima del proprio successo e nell’autunno 2010 letteralmente crollò sotto i miti colpi (accessi) dei bibliofili anobiani [2]. Iniziò così un’emorragia di utenti a oggi non arrestata: alcuni passarono a concorrenti come Goodreads (che tratterò nella seconda parte di questa serie), altri si spostarono del tutto anche per le letture sui social generalisti come Twitter e Facebook, aggrappati a un #fridayreads e a un “Libri” tra gli interessi nel profilo. Altri resistettero, e resistono, su aNobii nonostante ogni disservizio e mancanza di aggiornamento: abbandonare quel sito di social reading non significa, per questi utenti forti, cambiare semplicemente il luogo dove si segnalano le proprie letture ma rinunciare all’attività propria e degli amici (il “grafo sociale”), al patrimonio accumulato negli anni di contatti, contenuti, esperienze.

A inizio marzo 2011 il fondatore da Greg Sung annunciò una svolta alla Amazon: aNobii era stato acquistato da una start-up inglese con l’obiettivo di “integrare” funzioni social e vendita di libri/ebook. L’allora CEO, l’italiano in Inghilterra Matteo Berlucchi, spiegava:

L’obiettivo è sempre quello di essere presenti nella fase che precede l’acquisto di un libro. Solo in questo modo possiamo competere con gli attuali online store che offrono condizioni economiche estremamente aggressive. È chiaro che la questione è: come faccio a creare valore, profittabilità. La risposta è molto semplice ed è diventare anche noi dei librai, dare la possibilità di acquistare il libro che hai scelto di leggere.

I primi effetti di questo aNobii 2.0 furono alcuni miglioramenti nella fruibilità del vecchio sito, dove peraltro nacquero gruppi come “Io non sono il commesso di Berlucchi“. Nel post di annuncio si legge:

Da “social network” a “social retailer” (commerciante sociale), questo è l’inquietante futuro che il neo amministratore delegato di Anobii, tal Matteo Berlucchi, sta preparando per il sito http://www.letteratura.rai.it/articoli/matteo-berlucchi… Anobii si è sviluppato in questo modo perché è uno spazio libero, dove le persone condividono opinioni, emozioni, ragionamenti, per il puro piacere/bisogno di farlo. Ognuno immette nel network il proprio sapere, crea relazioni, diffonde cultura solo perché gli altri possano liberamente fruirne, e per goderne lui stesso.

Ora è giustissimo ricordare che il massimo patrimonio di aNobii sono gli utenti (e nessuno nel management lo aveva mai negato), mentre è piuttosto paradossale leggere di “puro piacere/bisogno”, “spazio libero”, “fruizione libera” (dove libero è free, come in speech e come in beer) in un sito che non ha mai nascosto la propria natura di impresa privata e non ha mai offerto contenuti con licenza Creative Commons o altra formula volta a garantirne la libera diffusione e riproducibilità. La cultura e le esperienze fatte su aNobii erano quindi bene comune solo in senso ideale, nell’idealizzazione della piattaforma da parte dei miti anobiani.

Dal punto di vista economico la mossa degli investitori inglesi voleva esser un granellino di sabbia nell’ingranaggio di Amazon monopolista del mercato in UK. Mario Alemi, nel video segnalato alla nota 2, lamenta che nessun editore italiano abbia investito in aNobii, eppure la nostra comunità era di gran lunga la più numerosa e indicava una chiarissima possibilità di mercato (qui sto ovviamente dando per scontato che, in assenza di un finanziamento volontario, di pubblicità o altro meccanismo di monetizzazione degli utenti, un’evoluzione in senso direttamente commerciale fosse inevitabile). Ma a inizio 2011 gli ebook in Italia erano ancora trattati come una curiosità, forse perché, come insegna William Gibson, il futuro è già qui, ma non equamente distribuito, forse perché al famoso spirito imprenditoriale nell’editoria piace rischiare pochissimo e mantenere fermissime le posizioni.

A mio giudizio è stata un’occasione mancata per creare, quando sarebbe stato più opportuno e facile, almeno uno di quei “negozi alternativi [ad Amazon] su piattaforma tablet” che Stefano Quintarelli in una nota scritta nello stesso periodo riteneva necessari per riportare “una parte del gettito dal Lussemburgo in Italia[3]. Nel 2010-11 Amazon.it era ancora agli inizi: per recensioni e soprattutto discussioni, raccomandazioni e altre funzioni di social reading non offriva nulla di comparabile ad aNobii e nemmeno al suo sito americano, dove Gravity’s Rainbow ha 355 recensioni utenti e tra le più apprezzate spiccano una del 1997 e una del 1999. Amazon.com aveva del resto ben compreso l’importanza di queste nuove piattaforme di social reading: nel 2007 investe in Shelfari e nel 2008 lo acquista.

aNobii 2.0 non mantiene però le promesse, o meglio le mantiene troppo bene, e l’indirizzo beta.anobii.com ora serve di rimando per gli utenti inglesi a sainsburysebooks.co.uk, un sito per l’acquisto di ebook, con una forte enfasi sulla letteratura di genere e una componente di social reading non certo formidabile. Agli utenti fuori dall’UK si consiglia invece di usare il vecchio anobii.com e una gentile pagina di maggiori dettagli comunica un’ulteriore svolta societaria:

Nel giugno 2012 Sainsbury’s Supermarkets Ltd. ha acquistato quote di maggioranza della società Anobii. Sainsbury ha apprezzato beta.anobii.com come una buona piattaforma per vendere ebook a clienti nel Regno Unito. Di conseguenza, eBook di Sainsbury è un nuovo nome e marchio creato per beta.anobii.com di modo che vi sia una familiarità con un marchio di fiducia per i clienti del Regno Unito che vogliono scoprire, leggere e raccomandare libri on-line.
Che cosa significa questo per Anobii? Anobii continuerà ad esistere come un social network per gli amanti dei libri a www.anobii.com. Questo sito è disponibile in tutto il mondo e sarà gestito da un team dedicato di Anobii. [trad. mia]

Ovviamente Sainsbury’s Supermarkets Ltd. potrebbe cambiare idea domani su anobii.com e chiuderlo, senza dover domandare il permesso e senza dover rendere conto a nessuno. Inoltre trovo encomiabile, ma piuttosto strano, che si accolli i costi di un sito ormai molto vecchio (gli otto anni dal 2005 a oggi sono eoni per lo sviluppo web), esigente per banda e manutenzione e senza caratteristiche commerciali. Un osservatore esterno troverebbe non razionale questo comportamento economico, a meno di un prossimo recupero dell’investimento. A mio giudizio stanno cioè aspettando (ma non aspetteranno all’infinito…) acquirenti, italiani, non della piattaforma tecnologica che appunto è vetusta ma della comunità di utenti e dei loro contenuti, ancora molto pregiati.

aNobii in italiano ha infatti un grande patrimonio culturale di informazioni bibliografiche, recensioni, discussioni e un prezioso patrimonio sociale di contatti e relazioni . Gli utenti, con la loro passione e la loro lunga e costante attività (col loro lavoro) hanno reso il sito un centro aggiornato, ricco e vivo. Hanno lavorato gratis su di un sito privato che domani potrebbe risultare irraggiungibile, e proprio perché questi utenti fornitori di opera gratuita hanno un costo in termini di tecnici informatici, banda, server ecc. e devono quindi venire monetizzati a sufficienza con pubblicità o partnership commerciali o accesso a pagamento.

Nel dicembre 2012 sul Venerdì di Repubblica Nicla Vassallo scriveva un pezzo delizioso per assoluta mancanza di preparazione nell’analisi dei social media, disinformazione e, se posso permettermi, aggressiva malafede:

Si narra che gli aNobiiani si calino nel ruolo del bellimbusto letterato e «cucchino» esibendo numero di volumi: volumi letti, volumi non ancora iniziati, volumi in lettura, volumi in consultazione… Si classificano in maschi e femmine, dichiarando età e luogo di residenza: coordinate minimali, utili per rimorchiare nel mondo reale? E se leggono tutto  cover to cover, dove trovano il tempo per far dell’altro? Quale commistione intercorre tra il loro essere (lettori e recensori), il loro possedere (volumi), il loro apparire (su aNobii) e il moltiplicarsi di laboratori di scrittura pseudocreativa?

L’articolo è una summa di tutto il ridicolo involontario (“si narra”, really? ma allora meglio “mio cuggino mi ha detto“) dei nuovi apocalittici dei social media ed è il corrispettivo ideologico del ritardo sugli ebook e del mancato investimento italiano nel social reading, a cui solo ora, quando le vendite di tablet e smartphone dal largo schermo sono ormai tanto alte da non lasciar più dubbi, gli editori cercano di porre rimedio. Anzi il ritardo delle opinioni forti di Vassallo è maggiore di quello degli editori, tanto grande da farle considerare “salotto letterario online più cool” un sito in profondissima crisi, ormai allo sbando da oltre due anni. E questo, per gli amanti dei classici su struttura e sovrastruttura, è un conforto…

Ritorniamo seri in conclusione. Quasi un anno e mezzo fa scrivevo (e ora riscrivo ripetendomi all’infinito):

Da ultimo, come un disco rotto, ripeto ancora una volta che i dati generati e condivisi dagli utenti su aNobii e gli altri social network libreschi qui citati non sono bene comune; mi permetto quindi di invitare i tanti bravi recensori anobiani a prestare un poco del loro tempo e talento anche a quel “patrimonio dell’umanità” che è la Wikipedia italiana, dove le nostre belle lettere continuano purtroppo ad arrancare.

Perché, faccio uno solo tra i tanti esempi possibili, Walter Siti ha giusto qualche riga striminzita su Wikipedia e l’unica sua opera presente con pagina singola o minima descrizione è Troppi paradisi. Le schede di aNobii  Scuola di nudoUn dolore normaleIl contagioResistere non serve a niente sarebbero una base utilissima per un lavoro su Wikipedia forse meno piacevole di quello su aNobii ma certo duraturo e utile a tutti. Un’opera da intraprendere subito, considerato pure che domani aNobii italiano potrebbe cambiare ancora in peggio o, data l’aria che tira, direttamente scomparire. Un’opera e un lavoro che, con tutte le costrizioni wikipediane, sono più fondatamente “libere”, anzi liberanti, e bene comune.

[1] Sulla distinzione e implementazione piuttosto bizzarra di “amici” e “vicini” in aNobii mi permetto di rimandare a Tra 15 e 150. tipi di amicizia. Tipi di amicizia su social network. Sul rapporto 1/35 rinvio a un altro mio post e soprattutto a Librerie virtuali di aNobii e vendite reali di Mario Alemi, ex Head of Business Intelligence di aNobii.

[2] Per questo e altri temi vedi su YouTube l’intervento, molto interessante e franco, di Mario Alemi al 5° raduno nazionale di aNobii. Urbino 8 giugno 2012.
L’ex CEO di aNobii, l’italiano Matteo Berlucchi, a inizio 2012 scriveva in un post sul blog ufficiale dell’azienda: “Vecchio codice = un sacco di problemi. Il sito originale di Anobii è stato costruito nel 2006, lo stesso anno in cui Facebook è stato lanciato! Le tecnologie avanzano, il sito è stato messo a dura prova da un punto di vista tecnico e l’aumento del traffico ha determinato un rapido declino in termini di prestazioni” [trad. mia].

[3] Quintarelli segnalava anche il problema dell’iva italiana al 20% sugli ebook, ben 16 punti in più di quella sui libri cartacea. Oggi pare che il tema sia affrontato anche a livello istituzionale. Roberto Sambuco, Capo Dipartimento per le Comunicazioni e Ispettorati Territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico, in una recentissima intervista ha dichiarato: “Francamente lo [l’iva differenziata sugli ebook] trovo incredibilmente anacronistico e dannoso. È un tema europeo e non nazionale ma l’Iva va equiparata al più presto e in questo senso mi sto impegnando come digital champion italiano in sintonia con il Commissario europeo all’Agenda digitale Neelie Kroes”. Al netto delle facili ironie sul campione digitale, la notizia è molto positiva.

L'articolo La triste storia del social reading in Italia – Parte 1 (aNobii) proviene da Minima et Moralia.

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Per il corpo di mille cyber-balene, ahr https://minimaetmoralia.it/editoria/ebook-pirateria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/ebook-pirateria/#comments Thu, 21 Feb 2013 09:44:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13151 A dicembre è uscita la nuova edizione di Pazzi scatenati - Usi e abusi dell'editoria, stavolta per Tic, una minuscola casa editrice che pubblica un libro e mezzo l'anno e si finanzia vendendo parole magnetiche. O qualcosa del genere. Non mi trovo molto a mio agio a parlare del libro ma un paio di frasi sono nella condizione di doverle proprio mettere insieme. E sia: per me Pazzi scatenati è uno scritto sulla vanità, sull'illusione e sulle «odiose velleità» (per dirla con Marco Montanaro) che regolano tanta parte della filiera editoriale. Circostanze che hanno portato un'abbondante sezione della filiera medesima a prostrare una generazione di precari, dal canto loro correi di partecipare alla giostra – anche questi si sono illusi col sudore dei loro anni migliori di poter cambiare qualcosa. Non era vero, non era possibile, o almeno quasi mai. Ammesso che il libro un merito ce l'abbia è quello di parlare di queste cose con una certa levità.

minima&moralia mi offre l'onore di proporre qualche pagina dalla nuova edizione. Discorrendone un po' si è pensato di prendere uno stralcio da un capitolo sui nuovi media. In particolare nel brano qui sotto si parla degli scan ripper, una delle misconosciute figure che popolano il panorama della cometa che (forse) stravolgerà il mercato del libro che conosciamo oggi.

Nel business editoriale ci sono solo due attori ad avere il futuro garantito: i lettori e gli autori, a cui paghiamo il 70 per cento dei diritti. Tutti gli altri devono lavorare per assicurarsi un futuro. L’ecosistema che ruota intorno al libro dovrà adattarsi al nuovo e per farlo bisogna sforzarsi di creare valore aggiunto. Non si vince mai se si combatte contro il futuro: il futuro vince sempre.

Jeff Bezos

Il capo di Amazon, Jeff Bezos, ci mette in guardia: «Il futuro vince sempre». E una delle partite che il futuro propone al mercato del libro è quella della pirateria e delle nuove formule di fruizione artistica. Lo abbiamo visto con la musica, abitudini come quella del peer-to-peer, la pratica di scaricare file piratati su Internet, fanno presto ad attecchire. Un passo avanti si fa quando si riconosce che in realtà chi si scarica i file altri non è se non un cliente a cui è negato un servizio. Quale? La possibilità di scaricarsi film, musica, libri – non tanto senza pagare – ma in modo libero e senza avere ogni volta l’onere di dover spendere per un prodotto che ancora non conosce. Perché ormai ci siamo abituati a questa possibilità.

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A dicembre è uscita la nuova edizione di Pazzi scatenati – Usi e abusi dell’editoria, stavolta per Tic, una minuscola casa editrice che pubblica un libro e mezzo l’anno e si finanzia vendendo parole magnetiche. O qualcosa del genere. Non mi trovo molto a mio agio a parlare del libro ma un paio di frasi sono nella condizione di doverle proprio mettere insieme. E sia: per me Pazzi scatenati è uno scritto sulla vanità, sull’illusione e sulle «odiose velleità» (per dirla con Marco Montanaro) che regolano tanta parte della filiera editoriale. Circostanze che hanno portato un’abbondante sezione della filiera medesima a prostrare una generazione di precari, dal canto loro correi di partecipare alla giostra – anche questi si sono illusi col sudore dei loro anni migliori di poter cambiare qualcosa. Non era vero, non era possibile, o almeno quasi mai. Ammesso che il libro un merito ce l’abbia è quello di parlare di queste cose con una certa levità.

minima&moralia mi offre l’onore di proporre qualche pagina dalla nuova edizione. Discorrendone un po’ si è pensato di prendere uno stralcio da un capitolo sui nuovi media. In particolare nel brano qui sotto si parla degli scan ripper, una delle misconosciute figure che popolano il panorama della cometa che (forse) stravolgerà il mercato del libro che conosciamo oggi.

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Nel business editoriale ci sono solo due attori ad avere il futuro garantito: i lettori e gli autori, a cui paghiamo il 70 per cento dei diritti. Tutti gli altri devono lavorare per assicurarsi un futuro. L’ecosistema che ruota intorno al libro dovrà adattarsi al nuovo e per farlo bisogna sforzarsi di creare valore aggiunto. Non si vince mai se si combatte contro il futuro: il futuro vince sempre.

Jeff Bezos

Il capo di Amazon, Jeff Bezos, ci mette in guardia: «Il futuro vince sempre». E una delle partite che il futuro propone al mercato del libro è quella della pirateria e delle nuove formule di fruizione artistica. Lo abbiamo visto con la musica, abitudini come quella del peer-to-peer, la pratica di scaricare file piratati su Internet, fanno presto ad attecchire. Un passo avanti si fa quando si riconosce che in realtà chi si scarica i file altri non è se non un cliente a cui è negato un servizio. Quale? La possibilità di scaricarsi film, musica, libri – non tanto senza pagare – ma in modo libero e senza avere ogni volta l’onere di dover spendere per un prodotto che ancora non conosce. Perché ormai ci siamo abituati a questa possibilità.

Chi sarà in grado di accettare la scommessa della fruibilità – un sistema che per quanto combattuto da produttori, editori, tycoon è stato ormai assorbito dall’utenza media al punto che potrebbe essere riconosciuto come un segno dei tempi, un cambio di paradigma nel campo della ricezione artistica – potrebbe ritrovarsi per le mani le carte per vincerla. Chi invece si ostinerà ad arroccarsi sulle proprie posizioni, fissando il prezzo di un e-book a 11,99 euro, sarà seppellito dai tempi [Cfr Roberto Giacobbo, Aldilà, o in altre parole: rip].

«Perché mi devo comprare il disco di Tiziano Ferro rischiando 20 euro senza sapere se mi piace?» si domanda Andrea Belli, raffinato web designer. «Io voglio scaricarmelo, senza pagare. Ma non perché non voglio dare i soldi a Tiziano Ferro. Non voglio spendere 20 euro a prescindere da Tiziano Ferro; se invece mi chiedessero un euro per il suo disco – e io avessi un minimo di interesse – me lo scaricherei, è un euro, sticazzi. Come sta succedendo nelle applicazioni per iPhone. La gente ne scarica una marea, senza sapere se servono, gli piacciono perché costano 79 centesimi. C’è un download compulsivo di cose. Io mi scarico di tutto, ci stanno le applicazioni gratuite, le applicazioni gratuite infarcite di pubblicità (succede il più delle volte su Android). Esiste questa libertà di scaricarsi la roba senza un onere di prezzo. Ora, in America questa cosa succede già: paghi un abbonamento a un servizio, 10 o 12 euro al mese. Per esempio c’è Netflix[1]. In realtà ce ne sono vari, Netflix è il più famoso, è per i film. Per la musica la stessa Amazon ha un servizio di download per abbonamento».

Per quanto riguarda il mercato editoriale non c’è ancora niente di simile nemmeno negli Stati Uniti, però non è impossibile immaginare anche per i libri uno scenario di questo tipo. Del resto i file testuali favorirebbero il peer-to-peer migliore in assoluto: essendo file leggeri si potrebbe godere dell’intero servizio (tutto il libro) in una frazione di secondo (per musica, serie tv e cinema i tempi di download vanno da qualche minuto a qualche ora).

«Pagando un fee mensile, cioè una tassa sulla cultura, in America io ho la possibilità non tanto di avere quello che mi piace – perché per quello che mi piace ce li spendo dodici euro – ma di poter scaricare quello di cui non sono sicuro. La differenza è questa. Sto pagando un piccolo abbonamento per tutto ciò di cui non sono certo, che voglio provare.

«Se ci pensi è una tassa sulla cultura. Pago dodici euro al mese e posso accedere a tutto quello che voglio. Questi dodici euro tu li puoi chiamare abbonamento, ma effettivamente è una tassa. Per cui io ti do dodici euro per i film, dodici per la musica, dodici euro, un domani, per il mercato dell’editoria. Prima o poi sta cosa probabilmente diventerà statale. A un certo punto s’arriverà al fatto che tu avrai un account, ok? Avrai un account, sarà riconosciuto come legale quello – stiamo parlando quasi di fantascienza eh, però sarà più o meno così – non avrai numero di telefono, carta d’identità, carta di credito, non c’avrai un cazzo: avrai un account a cui tutto è riferito, e da quell’account potrai pagare una tassa per avere tutto quello che ti pare. Perché i mercati della musica, del cinema e dell’editoria saranno liberi, dal punto di vista privato. E considera che per quanto riguarda i film e le serie tv succederà presto. Nell’arco di un anno e mezzo ci sarà Netflix pure in Italia».

Al di là degli scenari più o meno futuribili appena vaticinati, bisogna riconoscere che l’occasione che si presenta al mercato editoriale è proprio questa: l’opportunità di sapersi avventurare in uno spazio vergine, di poterlo coltivare. Volendo lanciare un’ipotesi tra le infinite possibili si potrebbe dire che per un gruppo di editori medio-piccoli non sarebbe nemmeno troppo costoso tirare su una struttura del genere. Si tratterebbe di organizzare un sistema per cui pagando un abbonamento i lettori avrebbero diritto a scaricarsi in formato e-book tutti i libri che vogliono degli editori aderenti. Sarebbe controproducente? Non credo, piccole e medie case editrici sfruttando al meglio il meccanismo del rental potrebbero attrarre un pubblico che sinora non avevano. Tutta quella fascia di lettori che non se la sentiva di acquistare testi di editori sconosciuti, magari potendo fruirne liberamente e a costi contenuti, si accosterebbe a libri prima trascurati. E leggendoli si appassionerebbe. E appassionandosi finirebbe per volerli comprare – di carta.

«Io è una vita che non compro un disco, mi scarico tutto ovviamente. Però se qualcuno mi dicesse che con dodici euro al mese avrei accessibilità tranquilla a quello che scarico, a roba di qualità, senza il rischio di scaricarmi un porno o un cd compresso male… ma è sicuro che ce li metto dodici euro. Piano piano s’arriverà a quella cosa che t’ho detto dell’account. Facebook – che è un sistema rudimentale – è comunque un primo passo verso uno strumento che ti consente di fare tutto. Facebook è integrato già con tutto. Quando si fa un sito non si usano più i propri account, non si cercano i propri clienti: ci si rivolge a quelli di Facebook e di Google, che in qualche misura sono certificati da loro. Che poi non si sa mai eh, Internet è una cosa talmente arretrata che può succedere ancora di tutto. Stiamo all’età della pietra con Internet. Perché si vede che esiste. Il problema di Internet è che si vede che c’è. La tecnologia è fatta bene quando è invisibile. Col computer tu vedi ancora i file, ancora vedi la corrente. Un domani tu non vedrai più la corrente, vedrai la luce».

Andrea Belli ci ha fatto notare come chi scarichi illegalmente sia «un cliente a cui è stato negato un servizio», a me piace pensare che si tratti di una persona che sente la necessità di soddisfare un bisogno non ancora percepito. Ed è proprio per soddisfare questo bisogno che è nata la pirateria editoriale. L’affascinante regno sommerso degli scan ripper è l’ultimo scorcio di asteroide che mi concedo di indagare – la lente ce la fornisce ancora Luca Calcinai – e, dopo questo, che il masso ci colpisca pure, e vada come vada.

 

«La pirateria esiste da prima che gli editori iniziassero a pensare agli e-book. Chi legge molto, e ne ha scoperto le caratteristiche, ha subito apprezzato i vantaggi della lettura digitale. Personalmente ho iniziato “solo” nel 1999, e all’epoca l’offerta legale di libri che non fossero di pubblico dominio era praticamente assente. I lettori avevano fame di libri e gli editori non venivano incontro a queste esigenze. È nata così la pirateria editoriale, una pirateria ben diversa da quella di altri settori. Mentre nella musica, nei film e nei videogame i pirati si limitano a duplicare prodotti digitali già esistenti, in campo editoriale il pirata parte dal libro di carta, lo scannerizza da cima a fondo, lo passa all’ocr per estrarne il contenuto in forma testuale, lo rilegge per correggere i frequenti errori di scansione e rimuovere intestazioni e numeri di pagina, e lo reimpagina editandolo graficamente in modo che rispecchi quanto più possibile l’originale. A volte il pirata ha una propria linea grafica personale, e in tal caso edita da capo i contenuti perché rispecchino il suo stile. In passato si sono succeduti diversi gruppi che hanno organizzato i propri lavori in collane, ad esempio La biblioteca del brivido, una collana realizzata da un piccolo gruppo di scan ripper che si dedicava prevalentemente a thriller, horror, fantascienza e fantasy; oppure Bluebook che invece prediligeva narrativa e saggistica. Queste persone hanno cessato l’attività da tempo, ma altri gruppi si sono succeduti. Alcuni si sono dati anche una sorta di “etica” scannerizzando solo libri fuori catalogo (anche se ancora sotto diritti) o libri usciti da almeno un anno.

«Inoltre da qualche tempo si trovano per i canali del peer–to–peer anche libri prodotti nativamente in digitale dagli editori, libri che sono stati acquistati da qualcuno e da questo qualcuno liberati dalle protezioni e messi in circolazione, ma questo genere di copie (peraltro spesso già “disponibili” come scansioni da cartaceo) sono una minoranza».

Al settembre 2012, sono circa 36.000 i titoli presenti nei cataloghi legali, mentre è ragionevole stimare a circa 70.000 i titoli reperibili illegalmente. È evidente che la pirateria non si ferma con l’applicazione di drm ai libri digitali, perché comunque la fonte primaria a cui attingono gli scan ripper è la carta, e la carta non si può proteggere in alcun modo:

«I lettori che si sono avvicinati al mondo digitale hanno sempre attinto al catalogo degli scan ripper, è inutile negarlo, ma in genere hanno sempre premiato le vie legali quando si sono rese disponibili. Come è possibile quindi arginare il fenomeno della pirateria? I drm sono inutili e ora [in nota[2], N.d.A.] ti spiego il perché. Come mai gli editori insistano nell’adottare a tappeto questa falsa protezione, invece di implementare un watermark[3] (che al contrario è più difficile da rimuovere e più accettabile agli occhi dei lettori) è incomprensibile, per me come per molti lettori abituali di e-book. Ho chiesto ad alcuni editori tra i più solerti a implementare il drm perché insistessero, malgrado le indicazioni contrarie anche dell’aie. Le risposte si possono riassumere in “noi lo elimineremmo, ma gli autori lo esigono”. Ho chiesto ad alcuni autori, tra cui Carlo Martigli e Marco Buticchi, e mi è stato risposto che quelle cose le decidono gli editori…

«Insomma, se vogliamo rendere inutile la pirateria bisogna batterla sul suo terreno. Un esempio di successo, come dicevamo prima, sono gli store di Apple: musica e applicazioni sono reperibili in tempo reale a un prezzo irrisorio. Chi si rivolge al “lato oscuro” per procurarsi da leggere non lo fa solo perché si tratta di contenuti gratuiti. Il motivo principale è la facilità di reperimento».

 


[1] Negli Stati Uniti Netflix è stato il primo servizio di rental. È partito affittando tramite abbonamento mensile cinque film, che venivano inviati all’utente per posta. A restituzione avvenuta, l’abbonato poteva ordinarne altri cinque. Funzionava così da prima della rete, ed era molto popolare: a fronte di un abbonamento abbordabile (12 dollari al mese) il cliente godeva di una fruibilità continua. Non rischiava di spendere per un film che non gli piacesse, era continuamente nella condizione di riceverne di nuovi.

[2] «Un drm cripta i contenuti rendendoli illeggibili. Aprendo un file criptato ti troverai di fronte a un’accozzaglia di caratteri apparentemente casuali che nulla hanno a che vedere col file originario. Per decrittare questi contenuti c’è bisogno di una chiave che decodifichi il testo, un po’ come il procedimento descritto nello Scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe: a ogni lettera era associato un diverso simbolo e per decifrarlo serviva una tabella di corrispondenza. Ma come funziona in pratica? Facciamo l’esempio del drm Adobe, quello più diffuso sui file ePub e pdf; quello che crea più problemi. Innanzitutto un utente che desidera acquistare (e leggere!) libri protetti col drm Adobe deve scaricare un’applicazione che si chiama Adobe Digital Editions disponibile per Windows e per Mac O SX (ma non per Linux). Poi deve installarlo sul proprio computer. A questo punto ade chiede di “autorizzare” il computer. Se si acconsente, ade chiede una e-mail e una password e con queste crea la cosiddetta Adobe id (un account che viene generato dai server della Adobe) e genera la chiave di decrittazione personalizzata che risiederà sul computer stesso. Il computer è autorizzato, resta da sbloccare il dispositivo di lettura (mica leggerete un romanzo sullo schermo di un pc?). Colleghiamo l’e-reader, il tablet (o lo smartphone, se avete gli occhi buoni) al pc e nuovamente ade ci chiede se vogliamo autorizzare il dispositivo collegato. Ne possiamo autorizzare cinque. Tutto ciò va fatto prima di acquistare un qualsiasi libro protetto, e tutto ciò è quanto normalmente non viene fatto dall’utente ignaro di queste procedure. Siamo pronti ad acquistare il nostro libro preferito. Andiamo su uno degli store on-line, lo mettiamo nel carrello, scarichiamo un file. Quel file non è un ePub (o pdf), ma un file con estensione .acsm. Il lettore che non ha effettuato la prima parte ed è passato subito all’acquisto non sa che farsene. Non c’è verso di leggerlo e si imbufalisce. Chi invece ha fatto tutta la procedura precedente può accedere al file .acsm. Che non è altro che la descrizione di ciò che si è acquistato, e che viene inviato (tramite ade) al server Adobe che accederà al libro richiesto, lo cripterà con le credenziali dell’acquirente e lo scaricherà direttamente nel pc. Solo in quest’ultima fase riceviamo un file ePub (o pdf) contenente il libro vero e proprio, libro che può essere letto solo sul pc e sui dispositivi autorizzati».

[3] Con watermark si intende l’inserimento di informazioni personali relative all’acquirente visualizzabili direttamente all’interno dell’e-book acquistato. Il watermark non impedisce l’accesso al contenuto ma essendo solitamente posizionato nella zona del frontespizio è comunemente considerato un buon deterrente, difficilmente verrà infatti commercializzato un libro con su scritto “copia di Tizio”.

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