Amos Oz Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amos-oz/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Dec 2024 09:51:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Amos Oz Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amos-oz/ 32 32 Sei libri per il Natale 2024 https://minimaetmoralia.it/libri/sei-libri-per-il-natale-2024/ https://minimaetmoralia.it/libri/sei-libri-per-il-natale-2024/#respond Fri, 20 Dec 2024 09:51:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54622 Ne ho sentite tante, come che in Italia ci sono più scrittori che lettori, che a dirla tutta non lo so mica se era una battuta o se faceva parte di qualche statistica, di qualche sondaggio instagrammato, instagrammabile, anche perché a volte mi perdo, non so più quando è il caso di ridere, di provare […]

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Ne ho sentite tante, come che in Italia ci sono più scrittori che lettori, che a dirla tutta non lo so mica se era una battuta o se faceva parte di qualche statistica, di qualche sondaggio instagrammato, instagrammabile, anche perché a volte mi perdo, non so più quando è il caso di ridere, di provare un po’ di compassione, di credere a chi ti dice che il romanzo è morto, o comunque non è più quello di una volta, e allora tanto vale prendere qualcuno che fa stand-up comedy, sperando che abbia messo qualche storia da parte che si possa pubblicare. Ma in fondo che importa, noi siamo qui, come ogni anno, più o meno, ad appendere palle colorate e lucine intermittenti, che somigliano un po’ alle nostre vite, che ogni tanto ci lasciano sorridere, essere felici, chissà per quanto tempo. Non rimane che consigliare libri, sempre più libri, sentendoci, almeno per oggi, almeno per qualche minuto, davvero più liberi.

Sally Rooney, Intermezzo, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi

Nel terzo romanzo di Sally Rooney, Dove sei, mondo bello, che nella mia classifica privata dei suoi romanzi metto al primo posto insieme a questo, c’è un personaggio, che poi è il suo alter ego, che è una scrittrice, che a un certo punto rivela l’argomento principale dei suoi libri: le persone. Ecco, anche qui, come in ogni suo romanzo, si raccontano le persone. Ci sono due fratelli, Ivan e Peter, che attraversano rispettivamente i venti e i trent’anni, che entrando a contatto con le vite di Sylvia, Naomi, Margaret, e non fanno altro che cercare la vita “giusta”, la vita “vera”, la vita felice. Condividono il lutto per il loro padre, provano a rimettersi in sesto, muovendosi come fa Ivan quando gioca a scacchi, facendo attenzione ad ogni piccola mossa. Insieme a questo, per seguire le tracce di Rooney, dei suoi personaggi, delle sue storie, mi affiderei a Fuani Marino, al suo In Irlanda con Sally Rooney (pubblicato da Giulio Perrone).

Alessandro Piperno, Aria di famiglia, Mondadori

È il romanzo italiano più bello pubblicato quest’anno, così come Di chi è la colpa (il prequel) era il romanzo più bello del 2021. È la storia di un professore universitario che (un po’ come accade, in parte, in American Fiction) è costretto a rivedere i suoi piani, la sua vita, per via del perbenismo accademico, di quella che chiamano cancel culture, che colpisce lui e un minore (scherzo, eh, che non si sa mai) come Flaubert. E mentre la sua vita cambia, trova un nipote e deve fare i conti con quelli che rimangono alla fine della festa, butta giù quelli che vorrebbero correggere le opere del passato, quelli che mettono al mondo i figli per dare un senso alla propria vita, quelli che confondono la reputazione con la fama. Per usare una parola nuova e originale, un po’ come “empatia”, direi: CAPOLAVORO.

Jem Calder, Ricompense, traduzione di Isabella Pasqualetto, Einaudi

Questa raccolta di racconti la regalerei insieme a Intermezzo, giusto per dare un’idea di quello che succede oggi alla giovinezza, una giovinezza faticosa, precaria, senza confini. Anche qui si parla di relazioni, di persone che si avvicinano e si allontanano e poi si avvicinano di nuovo, che come avrebbe detto Nanni Moretti, ormai, sono ferite (cattive non so, incattivite, forse). E in una raccolta di racconti, ne basta uno come Scusa, sbaglio o ci conosciamo? per dire che sì, ne è valsa la pena. “Sopra di loro, le nuvole di mezzogiorno avevano il colore del Financial Times”. Due che si ritrovano, con noi che ci sentiamo come lui, rassicurati dal fatto di “continuare a esistere” accanto a lei. Commovente, davvero.

L. Stine, Il libro più spaventoso di sempre (Piccoli Brividi), traduzione di Beatrice Bellini, Mondadori

 Era doveroso un omaggio a una serie di libri che hanno fatto conoscere la paura ai bambini nati negli anni Ottanta e Novanta. A leggerli adesso, con gli occhi contaminati della vita adulta, fa un po’ impressione, è tutto molto esplicito, i personaggi, i dialoghi, l’ambientazione. Ma la magia, forse, sta proprio qui, in questa distanza spazio-temporale, che mostra brutalmente un mondo spiegato alla lavagna, neanche fossimo in un film di David O. Russell, in cui ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, per tenere incollati i lettori, in cui, però, ci si accorge di come un ragazzino tranquillo, timido, impaurito com’era Stine, possa diventare lo scrittore americano di horror più letto al mondo (dopo Stephen King).

Amos Oz, La storia comincia così, traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli

Un libro che parla di inizi, tipo Se una notte d’inverno un viaggiatore. Questo, però, non è un romanzo, e forse non lo era neanche quello. E che bello un libro che parla di inizi, di incipit, che comincia con questa frase: “Mio padre scriveva saggi”. E anche Amos Oz, adesso, li scrive, analizzando gli incipit di racconti come Il naso di Gogol’, Un medico di campagna di Kafka, Nessuno diceva niente di Carver, sapendo che la letteratura, per le parole, per la lingua, è una grande “bombola d’ossigeno”, e che in fondo “tutto riguarda la realtà”. Un corso di scrittura intensivo, magico, e insieme l’occasione per tornare a respirare l’aria buona dei classici.

Giuseppe Pastore, Kolossal Milan. Gli anni 2001-2009, 66THAND2ND

Come Nanni Moretti in Aprile, che per tutto il film non fa altro che dirci che proprio non se la sente di fare un documentario sulle elezioni politiche del 1994, e mentre ce lo dice, ce lo mostra, così Pastore, giornalista, podcaster, critico cinematografico, cronachista di punta (se non conoscete Cronache di spogliatoio, “continuiamo così, facciamoci del male”), non sappiamo bene se voglia raccontarci la storia del Milan attraverso la storia d’Italia o viceversa. Troviamo le grandi imprese del Milan di Ancelotti, insieme all’epoca d’oro di Berlusconi, all’omicidio di Carlo Giuliani, alla nascita di Sky, con riferimenti pop come Sabrina (la serie), il televideo, Zelig, Toy Story, Space Jam. Un piccolo grande viaggio in un passato recente che, come dice l’autore, a pensarci oggi, sembra lontanissimo, e c’è bisogno di una lingua ironica, leggera come quella di Pastore, della “giusta distanza”, come avrebbe detto Mazzacurati, per poterlo raccontare.

 

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La sinistra italiana e Israele https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/#comments Wed, 16 Mar 2016 13:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30292 Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

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rabinandarafat

Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Allorché il rabbino Moshe Sebbag gli ha risposto: “La nostra casa è la Francia”. Per giorni, a margine del dibattito sulla natura del terrorismo dello Stato islamico, sulla guerra globale in atto, sul diritto di satira di “Charlie” se ne apre un altro, solo apparentemente più ristretto, sul rapporto tra Israele e il mondo ebraico francese (e più in generale europeo). Dove corre il discrimine dell’identità e dell’appartenenza? Può il premier dello stato israeliano parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo? Quali sono oggi i tratti salienti della diaspora? Come vive questa il nuovo antisemitismo? Per la cronaca, proprio nel corso del 2015 il numero degli ebrei francesi che si sono trasferiti in Israele è nettamente aumentato…

Il secondo è più recente. A fine gennaio, negli stessi giorni in cui alla Statale di Milano viene conferita la laurea honoris causa a Amos Oz, in Israele il gruppo di estrema destra “Im Tirtzu” lancia una campagna contro David Grossman, Abraham Yehoshua e lo stesso Oz, definendoli “talpe nella cultura”, e accusandoli – in pieno stile maccartista – di essere dei traditori, per il solo fatto di essere storicamente vicini alla sinistra del paese, e continuare a credere nella soluzione dei “due stati”.

I due episodi, più o meno a un anno di distanza, evocano un cumulo di confusioni e sovrapposizioni, spesso reciproche. Chi oggi difende il progetto di Grande Israele portato avanti dal governo di Netanyahu, e da una destra spostata sempre più a destra, oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese), produce intenzionalmente una costante identificazione tra Israele, stato ebraico, mondo ebraico al di fuori del paese e adesione incondizionata alle politiche di questo governo. Chi viene meno all’ultima adesione, risale presto l’intera catena (data per oggettivamente logica) fino a essere associato alla categoria di traditore, se non addirittura a quella di antisemita.

Viceversa, rovesciando la stessa catena logica, ma in fondo sussumendola in toto nei propri ragionamenti, chi critica le politiche di questo governo, spesso arriva a sparare a zero non solo contro l’intero progetto dello Stato israeliano, ma contro gli “ebrei” in quanto tali. Nel mezzo di questa doppia rincorsa viene stritolata ogni considerazione che tenga conto delle differenze, delle pluralità, delle stratificazioni, e dell’esercizio del diritto di critica (o di tradimento) di ogni ideologia o contro-ideologia. Esattamente, cioè, la pasta di cui sono fatti i romanzi e i saggi di Amos Oz.

Da un’angolatura particolare ha guardato a tale universo di questioni e scissioni Roberto Delera, che a lungo ha lavorato a un libro stampato solo dopo la sua morte, con la prefazione di Gad Lerner e Luigi Manconi: L’asinello di Elisha. La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all’attentato a Rabin (edizione fuori commercio; per informazioni scrivere a betti.guetta@fastwebnet.it).

Delera non solo ricostruisce il rapporto spesso difficile tra Israele e la sinistra italiana, specie dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967 (riesamina le posizioni filo-israeliane del Psi e di Nenni, da sempre vicino all’esperienza dei kibbutzim; e quelle anti-israeliane del Pci, con la pressoché unica eccezione, tra gli alti dirigenti, di Umberto Terracini), ma analizza, nello specifico, il tormentato percorso degli “ebrei di sinistra” rispetto a tali questioni.

Il percorso, cioè, di coloro i quali (non pochi) per biografia, scelta, militanza, si sono trovati nell’intersezione fra i due mondi, nel momento in cui i due mondi si sono distanziati, ed è a tratti emerso – Delera non usa mezzi termini – un nuovo, strisciante antisemitismo di sinistra, che è passato dalla critica delle politiche adottate da Israele verso i palestinesi (del tutto legittima, e sovente sacrosanta) alla condanna dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura degli ebrei, tout court. Di questo si sono occupati anche Matteo Di Figlia in Israele e la sinistra (Donzelli) e Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra (Einaudi).

Spesso, scrive Delera con l’attenzione a tanti piccoli passaggi che gli deriva dall’aver militato nelle formazioni della nuova sinistra italiana, quegli “ebrei di sinistra” si sono trovati schiacciati tra chi – nel mondo ebraico – pretendeva una adesione incondizionata alle decisioni dei governi israeliani e a tutto il rosario di guerre che si sono susseguite nei decenni, proprio “perché ebrei”; e chi – nelle formazioni di sinistra, sia parlamentare, sia extraparlamentare – chiedeva loro non semplicemente di dissociarsi da quelle scelte, ma di operare una sorta di abiura radicale proprio “perché ebrei”. E questo indipendentemente dal fatto che quegli “ebrei di sinistra”, esattamente come gli “israeliani di sinistra”, abbiano criticato radicalmente l’uso della forza e delle armi quale risoluzione di ogni controversia.

La pietra di paragone di questo rovesciamento è la guerra semantica (a volte sommersa, a volte del tutto esplicita) intorno al termine “sionismo”, oggi spesso ridotto a sinonimo di “colonialismo” o “imperialismo”… Eppure, come dice David Bidussa citato da Delera: “Il sionismo è un movimento il cui lessico politico è omologo, o almeno contiguo, a quello della sinistra europea, di una sinistra di matrice libertaria e populista più che socialdemocratica. E per quanto all’interno del movimento sionista siano presenti aree politiche assimilabili alla destra nazionalista, ai liberali, ai movimenti politici confessionali, non sono queste aree a dare forma al discorso politico sionista. È la cultura politica della sinistra a dare forma al sionismo.”

Al di là dell’eredità di figure come Martin Buber o Gershom Scholem (oggi praticamente rimosse dal dibattito pubblico), la contiguità di cui parla Bidussa è evidente nelle biografie di molti. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i fratelli Sereni: Enzo, sionista socialista, dopo aver fatto aliyah in Palestina e aver fondato il kibbutz di Givat Brenner, tornò in Italia per partecipare alla Resistenza, fu catturato e torturato dai nazisti e morì a Dachau; Emilio fu invece militante comunista clandestino e ministro dei primi governi antifascisti. Emilio Sereni si era laureato alla Scuola superiore di agricoltura di Portici insieme all’amico Manlio Rossi-Doria, e Portici è un luogo chiave per comprendere l’intreccio tra socialismo, meridionalismo e sionismo negli anni venti e trenta del secolo scorso. In fondo, c’era una intuizione molto simile che spinse molti italiani ad andare al Sud e molti ebrei italiani ad andare in Palestina: fare della rivoluzione nelle campagne (sia nei rapporti di lavoro, sia nei rapporti tra lavoratori, sia nei modi di produzione) la leva per una trasformazione generale della società.

Quando, allora, il sionismo è stato interpretato come altro da sé, fino a essere travisato in un modo tale per cui l’antisionismo è giudicato da molti una forma di anti-imperialismo? Da dove nasce tale confusione? Sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? O sono responsabili anche coloro i quali – specie a sinistra – hanno accuratamente rimosso l’intreccio tra sionismo e socialismo nella storia di una costola importante della stessa sinistra europea (e mediorientale)?

Sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio, che si conclude evocando la figura di Yitzhak Rabin, forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi. Il suo assassinio, al termine di un comizio nel novembre del 1995, segna uno spartiacque decisivo nelle vicende mediorientali, e in quelle ovviamente interne al paese. È evidente che, in seguito, c’è stato un netto scivolamento verso posizioni sempre più conservatrici delle politiche dei governi che si sono succeduti, e che molti termini politici sono stati ridefiniti negli anni di Netanyahu.

Gli stessi spazi di elaborazione politica si sono ridotti. In questo, complici anche i diktat dei nuovi conflitti globali e l’avanzata dell’islamismo radicale (che ha fatto propri i canoni della predicazione antisemita), la solitudine degli ebrei di sinistra, in Italia e in Europa, si è accresciuta. Per certi versi, è speculare alle stesse accuse di tradimento di cui sono oggetto i più noti intellettuali progressisti israeliani.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il sentiero sembra farsi più stretto, e i motivi di confusione si infittiscono, è inevitabile tornare a far riferimento a quella complessa stratificazione di esperienze che stavano alla base dell’intreccio tra pensiero ebraico, movimenti d’emancipazione, dibattito intorno al sionismo, creazione di rapporti nuovi con gli arabi. Non resta che tener viva quella stessa fiammella che attraversa le pagine di Oz o di Grossman. Chi nega che tutto ciò esista o sia esistito, soprattutto da sinistra, rende il migliore dei servigi alla retorica di Netanyahu.

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I militanti jihadisti https://minimaetmoralia.it/interventi/i-militanti-jihadisti/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-militanti-jihadisti/#respond Sun, 01 Feb 2015 09:25:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25258 Questo articolo è apparso su Lo Straniero.

Come molti uomini e donne di ogni parte del globo a poche ore dalla strage anche a me è venuto di dire immediatamente, istintivamente: “Io sono Charlie”. Ma sono anche ebreo, vorrei aggiungere. Guardando le immagini in tv, ho pensato che uno degli slogan più belli del Maggio francese, subito dopo l’espulsione di Daniel Cohn Bendit dal paese, fu “Siamo tutti ebrei tedeschi”; e che nei giorni tremendi di inizio gennaio il radicalismo jihadista si è scagliato non solo contro gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, contro chi faceva gli ultimi acquisti in un market kosher prima del sabato, ma anche contro uno dei prodotti più irriverenti e libertari dell’onda lunga di quel medesimo Maggio: un giornale come “Charlie Hebdo”.

A uccidere gli uni e gli altri sono stati dei ventenni entrati nelle file del jihad islamico, di cui poco sappiamo e di cui ancor meno siamo stati disposti a capire qui in Italia, paese come sempre mediamente più provinciale, chiuso in se stesso, miope di altri, benché collocato al centro del Mediterraneo. Da tempo siamo indifferenti all’esplosione di quest’area, la nostra: non solo non comprendiamo cosa si agita in Siria o in Iraq, ma anche nelle teste di coloro i quali vanno a combattere in quei paesi e poi fanno ritorno in Europa.

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Questo articolo è apparso su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Come molti uomini e donne di ogni parte del globo a poche ore dalla strage anche a me è venuto di dire immediatamente, istintivamente: “Io sono Charlie”. Ma sono anche ebreo, vorrei aggiungere. Guardando le immagini in tv, ho pensato che uno degli slogan più belli del Maggio francese, subito dopo l’espulsione di Daniel Cohn Bendit dal paese, fu “Siamo tutti ebrei tedeschi”; e che nei giorni tremendi di inizio gennaio il radicalismo jihadista si è scagliato non solo contro gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, contro chi faceva gli ultimi acquisti in un market kosher prima del sabato, ma anche contro uno dei prodotti più irriverenti e libertari dell’onda lunga di quel medesimo Maggio: un giornale come “Charlie Hebdo”.

A uccidere gli uni e gli altri sono stati dei ventenni entrati nelle file del jihad islamico, di cui poco sappiamo e di cui ancor meno siamo stati disposti a capire qui in Italia, paese come sempre mediamente più provinciale, chiuso in se stesso, miope di altri, benché collocato al centro del Mediterraneo. Da tempo siamo indifferenti all’esplosione di quest’area, la nostra: non solo non comprendiamo cosa si agita in Siria o in Iraq, ma anche nelle teste di coloro i quali vanno a combattere in quei paesi e poi fanno ritorno in Europa.

Non è solo un problema di intelligence, si è come inceppata la comprensione del nostro presente. E di conseguenza la capacità di affrontarlo. Nel profluvio di parole spese dopo gli attentati, è evidente l’essere stati colti impreparati, tutti, di fronte alle cause profonde di un simile gesto, e a quanto ci dice della crisi europea in atto.

I terroristi islamisti sono degli assassini, ovviamente. Ma agiscono in base a un’adesione a un credo assoluto, che riempie un vuoto esistenziale e mentale. Un tempo questo vuoto era occupato dalla politica, anche nelle sue forme totalitarie e fanatiche più asfittiche e deleterie. Oggi è occupato dal radicalismo religioso. Abbiamo bisogno di leggere le biografie dei nuovi combattenti che vogliono portare la guerra nel cuore di quelle stesse città in cui spesso sono cresciuti, così come un tempo si è appreso qualcosa del brigatismo non solo attraverso il racconto delle sue azioni, ma soprattutto attraverso l’analisi dei suoi testi e delle vite di chi è finito nella vasta galassia dell’eversione.

Tuttavia è un’operazione complessa. Solo a mala pena riusciamo a ricostruire i lineamenti di un “album di famiglia” che non è certo il nostro, che non ci riguarda neppure nei suoi elementi basilari, ma che costituisce comunque lo sfondo delle scelte di centinaia di potenziali militanti. E qui ha ragione Amos Oz a separare l’islam in quanto religione dalla militanza fanatica, benché questa militanza fanatica (più o meno formalmente politica) ricrei i suoi dettami, e le sue parole d’ordine, a partire dalla rielaborazione di un guazzabuglio religioso.

È la loro cultura ferocemente reazionaria che spaventa, prima ancora delle loro azioni. La loro assenza di autocritica, il disprezzo della donna e di ogni forma di laicità, il maschilismo disperato ed esasperato, il voler distruggere in blocco gli ultimi due secoli di Storia come un prodotto monolitico del satana da abbattere. I valori dell’Occidente sono un’espressione pomposa e ambigua. Ma “Liberté, Égalité, Fraternité”, no. Quelle sono delle cose maledettamente concrete, e oggi ostaggio degli attacchi dei fanatici e reazionari di ogni credo e forma. Loro vogliono abbatterle, non raggiungerle laddove non sono realizzate (e sappiamo bene quanto il secondo e il terzo termine della triade siano oggi malmessi in Francia, in Italia, in Europa).

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

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Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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