Amy Hempel Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amy-hempel/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Feb 2020 10:43:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Amy Hempel Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/amy-hempel/ 32 32 Nessuno è come qualcun altro: quindici nuove ragioni per vivere nell’ultima antologia di Amy Hempel https://minimaetmoralia.it/libri/nessuno-qualcun-altro-quindici-nuove-ragioni-vivere-nellultima-antologia-amy-hempel/ https://minimaetmoralia.it/libri/nessuno-qualcun-altro-quindici-nuove-ragioni-vivere-nellultima-antologia-amy-hempel/#comments Wed, 19 Feb 2020 10:07:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42416 «Amo i racconti perché credo rappresentino il modo in cui viviamo», scriveva Andre Dubus nel 1978. E se non proprio il modo esatto in cui viviamo, il racconto traccia e illustra lo spazio intimo che abitiamo – quello dell’esistenza frantumata – in cui si svolgono i nostri piccoli dispiaceri quotidiani.

È ciò che succede anche in Nessuno è come qualcun altro di Amy Hempel, che segue un lungo silenzio editoriale (non italiano, poiché all’inizio del 2019 SEM aveva già pubblicato Ragioni per vivere, un’antologia che raccoglieva tutte le sue opere precedenti) dopo le ultime uscite straniere del 2008 e del 2010 con Quercus e Algonquin.

La forma racconto, mai come in America, genera da sempre visioni e rappresenta il luogo d’elezione in cui convergono e si fondono fiction e vita reale, dando vita al realismo magico del nostro ultra-danneggiato presente. Amy Hempel – allieva di Gordon Lish, l’editor che contribuì al successo, tra gli altri, di Raymond Carver, Richard Ford e Grace Paley –, scrittrice minimalista e minimale nella prosa ma sovrabbondante nell’intenzione emotiva, ha fatto della short story molto più di uno stile: ne ha introiettato la forma per restituirci un’impressione complessa ed emotiva della realtà, filtrata da un’empatia sempre tesa a rappresentare i più reconditi movimenti del cuore.

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«Amo i racconti perché credo rappresentino il modo in cui viviamo», scriveva Andre Dubus nel 1978. E se non proprio il modo esatto in cui viviamo, il racconto traccia e illustra lo spazio intimo che abitiamo – quello dell’esistenza frantumata – in cui si svolgono i nostri piccoli dispiaceri quotidiani.

È ciò che succede anche in Nessuno è come qualcun altro di Amy Hempel, che segue un lungo silenzio editoriale (non italiano, poiché all’inizio del 2019 SEM aveva già pubblicato Ragioni per vivere, un’antologia che raccoglieva tutte le sue opere precedenti) dopo le ultime uscite straniere del 2008 e del 2010 con Quercus e Algonquin.

La forma racconto, mai come in America, genera da sempre visioni e rappresenta il luogo d’elezione in cui convergono e si fondono fiction e vita reale, dando vita al realismo magico del nostro ultra-danneggiato presente. Amy Hempel – allieva di Gordon Lish, l’editor che contribuì al successo, tra gli altri, di Raymond Carver, Richard Ford e Grace Paley –, scrittrice minimalista e minimale nella prosa ma sovrabbondante nell’intenzione emotiva, ha fatto della short story molto più di uno stile: ne ha introiettato la forma per restituirci un’impressione complessa ed emotiva della realtà, filtrata da un’empatia sempre tesa a rappresentare i più reconditi movimenti del cuore.

Accostata a giovani scrittrici come Jenny Offill e Rachel Cusk (pubblicate, in Italia, da NN Editore e Einaudi), Hempel dà forma alle parole di Dubus dimostrando che la vita è già racconto – meglio ancora se breve, poiché in quella forma, nell’ingrandimento potenzialmente infinito di uno specifico frammento di una storia, c’è poesia sufficiente per generare un universo narrativo. La vita è letteraria, e questo fanno i racconti di Hempel: ne fotografano l’essenza con sensibile precisione, senza mai strafare («Fin dove può arrivare, una cosa come questa? Credo che possa arrivare dritta al cuore. Diamo quello che possiamo: il cuore non riesce a spingersi più in là».)

Hempel utilizza l’empatia come chiave d’accesso a uno spazio «condensato», a una dimensione in cui l’effetto finale è quasi sempre estremo: far ridere o piangere, senza mezze misure; e attraverso una moltitudine di frammenti, genera un universo doloroso e insieme salvifico. Tratteggia quest’universo, e ci indica il suo punto d’accesso spesso a partire dal legame con la natura e con gli animali («La purezza con cui i cani ti catturano il cuore», scriveva in un racconto intitolato Lo sportivo), e osserva i movimenti umani senza mai peccare di indulgenza o retorica.

Nessuno è come qualcun altro riverbera la scrittura limpida, estemporanea e levigata di Ragioni per vivere, in cui la forma brevissima e gradevolmente incompiuta della short story dona un effetto denso e complesso a quelle macroscopie.

Pervasi da un’intenzione romantica che non risulta mai falsa o compassionevole, questi racconti ci ricordano com’è «nuotare in un lago e imbattersi improvvisamente nell’abisso sotto ai nostri piedi, lasciandoci soli a orientarsi in profondità impreviste»[1]. I personaggi di Hempel sono «individui in temporaneo congedo dalle proprie vite, un congedo che minaccia di diventare permanente»[2], e il loro movimento sulla pagina è il risultato di una ricerca che tende a impossessarsi di una storia filtrandola attraverso uno sguardo mai invasivo.

Come ha raccontato in una bellissima intervista a Osservatorio Cattedrale[3], Hempel trasforma vissuto personale e sguardo esterno in una forma rimaneggiata di scrittura partecipativa: la storia si avvicina e si allontana dal realtà, introita elementi gradevolmente irreali (la mela che torna al proprio posto benché sia stata scagliata via di Greed) alle più comuni o atroci esperienze del vissuto universale (lutti, nostalgie, perfino aggressioni fisiche o la perdita di un figlio).

Le sue storie, popolate di agenti atmosferici e case stregate, di alberi che ha piantato qualcun altro e animali simbolici, selvaggi e totemici, non ci allontanano mai da ciò che conosciamo e dal mondo in cui viviamo; ci aiutano, se mai, a trovare della bellezza inattesa in un mondo compromesso, e ci portano dove non si tocca senza mai farci avvertire la benché minima solitudine.

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[1] https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2019/04/amy-hempel-sing-to-it/583231/

[2] Vedi link sopra.

[3] https://www.osservatoriocattedrale.com/interviste-1/2019/11/22/nessuno-come-qualcun-altro-intervista-a-amy-hempel

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“Nessuno è come qualcun altro”, epifanie e stupore nei racconti di Amy Hempel https://minimaetmoralia.it/libri/nessuno-e-come-qualcun-altro-amy-hempel/ https://minimaetmoralia.it/libri/nessuno-e-come-qualcun-altro-amy-hempel/#comments Tue, 17 Dec 2019 09:07:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41904 “Questa era seduzione. Questa era la storia che raccontò, fra tutte le storie da ragazzo di campagna che poteva raccontare.”

C’è un racconto nella nuova raccolta di Amy Hempel (Sem, 2019, traduzione di Silvia Pareschi) – gioiello in una lunga serie di piccoli gioielli – che è anche un manuale di scrittura in miniatura. Si intitola L’agnello orfano ed è lungo soltanto mezza pagina. Tutto il talento della scrittrice statunitense esplode in poche righe e regala al lettore un condensato di perle narrative, vertici impossibili da raggiungere e non imitabili. Nel testo si tengono insieme due livelli di storia, apparentemente distanti. Nel primo una voce racconta dell’azione di qualcuno che scuoia un agnello, gesti rapidi, secchi, violenti; nelle frasi successive la pelle dell’agnello viene legata al corpo dell’orfano, in modo che la pecora in lutto avverta l’odore e lasci che l’orfano si avvicini per poppare. Stacco. La voce fuori campo cambia registro, tono, tempo e luogo, solo con una frase: O almeno così disse.

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“Questa era seduzione. Questa era la storia che raccontò, fra tutte le storie da ragazzo di campagna che poteva raccontare.”

C’è un racconto nella nuova raccolta di Amy Hempel (Sem, 2019, traduzione di Silvia Pareschi) – gioiello in una lunga serie di piccoli gioielli  – che è anche un manuale di scrittura in miniatura. Si intitola L’agnello orfano ed è lungo soltanto mezza pagina. Tutto il talento della scrittrice statunitense esplode in poche righe e regala al lettore un condensato di perle narrative, vertici impossibili da raggiungere e non imitabili. Nel testo si tengono insieme due livelli di storia, apparentemente distanti. Nel primo una voce racconta dell’azione di qualcuno che scuoia un agnello, gesti rapidi, secchi, violenti; nelle frasi successive la pelle dell’agnello viene legata al corpo dell’orfano, in modo che la pecora in lutto avverta l’odore e lasci che l’orfano si avvicini per poppare. Stacco. La voce fuori campo cambia registro, tono, tempo e luogo, solo con una frase: O almeno così disse.

Improvvisamente e, per il lettore, per sempre entra nel racconto chi narra, nella seconda parte c’è in ballo qualcosa di grosso, c’è seduzione, c’è forse una storia d’amore, c’è un uomo che fa un mestiere duro, legato alla terra, al lavoro con gli animali, che ha scelto di descrivere l’azione in cui il gesto brutale salva comunque una vita. Così, in pochissime righe, Hempel, fa vedere due personaggi, senza nominarli, un passato e un presente, fa vedere due corpi che si uniscono, uno sull’altro, protezione e amore, quello che verrà.

“Ho pensato vediamo cosa succede la prossima volta. Abbiamo ancora tante mele.”

Amy Hempel in ogni storia che scrive non dimentica mai il punto, il posto in cui vuole condurre il lettore, non fa giri inutili, non tergiversa, non descrive se non serve, non usa mai lo stesso registro, non si fa legare dalla necessità di dover raccontare in prima persona, non sente l’obbligo di usare la terza. Lei va al punto in centinaia di modi diversi, lo vediamo con chiarezza in questa nuova raccolta, ma anche andando all’indietro nelle raccolte precedenti (Ragioni per vivere, tutti i racconti, Sem, trad. Silvia Pareschi). Sceglie la storia molto breve, brevissima, il racconto a più voci, il narratore esterno, i dialoghi, il monologo, tante voci, una voce. Il luogo a volte è solo evocato, altre è nominato. L’ambientazione è sempre funzionale allo stato d’animo dei personaggi. Questi ultimi non hanno bisogno di essere descritti minuziosamente. Se hanno un taglio di capelli corto è perché serve al fine della storia.

È il racconto che mostra i suoi protagonisti, è la scrittura di Amy Hempel che porta ogni lettore con mano, lo tiene anche quando lo disorienta. Non usa effetti speciali, speciale è il modo in cui le parole si susseguono, decisiva è la sintassi, fondamentale è il passo. Hempel è compassionevole e molto ironica – in questo è più vicina a Grace Paley che a Raymond Carver (nonostante sia stata allieva di Lish) –, non insegue la scrittura minimale, persegue l’arrendevolezza del lettore dinanzi alla bellezza, ha un talento naturale per far sì che la lacrima e la risata non stiano troppo distanti. Bisogna saper perdonare e perdonarsi, bisogna comprendere gli altri. Leggendo questi 15 racconti più volte ho pensato: Saunders è un lettore di Hempel, del resto lo è anche di Paley.

Le storie di Hempel sono tenere e inquietanti allo stesso tempo, cos’altro abbiamo da chiedere?

“Le bambole formano il vortice e oscurano la stanza con tutto ciò che è stato trascinato dentro quell’imbuto […] e le bambole sono intere o senza arti, senza occhi, oppure hanno gli occhi splancati e i capelli ritti in testa.”

In un altro racconto molto breve Il Tornado di Bambole di nuovo, Hempel, lavora su due piani, e mette in relazione un’installazione dell’artista Kim Holleman e la tavola calda in cui quattro ragazzi neri si sedettero ad ordinare nel 1960. La connessione non la vediamo subito, la intravediamo nella seconda parte, e l’autrice dell’opera (e il tipo di opera) lo sappiamo solo dalle note poste alla fine. Ciò che conta è il ritmo indiavolato con cui si muovono le bambole nella prima parte e il modo in cui ci viene rivelato che siano conservate da qualche parte, in un luogo che è stato anche qualcos’altro e allora sappiamo che anche la tavola calda è un’opera d’arte che non è stata creata da un’artista ma è stata presa così com’è e portata in un museo per i diritti civili. Amy Hempel di questo vuole parlare e ci dice che si paga il biglietto per vedere entrambe le opere, ma intanto ha fatto in tempo a scrivere una prima parte di racconto degna di Silvina Ocampo e una seconda parte col piglio di Faulkner. Ci riesce solo perché è Amy Hempel, straordinaria.

“A volte quando una persona ti chiede se uscire a prendere la posta ti ucciderebbe, la risposta è sì.”

Donne che hanno subito un trauma, donne in fuga, donne che si supportano, si prendono in giro, poi uomini che si intravedono, partecipano, sono causa ed effetto. Un giro di vento, un ritorno a casa, una macchina che da New York raggiunge la Florida. Un’anima sola che ricorda. Una donna e un attore francese, una zia suicida.

“Io so di aver avuto tutte le soprese che posso sopportare.”

In un altro racconto una donna fa la volontaria in un canile, si occupa dei cani destinati alla soppressione. Stabilisce un rapporto empatico con gli animali, salvarli o almeno provarci non è altro che tentare di salvare sé stessa. Ti aggrappi al guinzaglio di un cane, lo culli prima che lo uccidano, dentro quel legame, quel respiro passato, ti salvi. In questa storia, dal titolo Un rifugio con tutti i servizi, Hempel adotta una tecnica ancora diversa, la protagonista mentre narra non dice chi è cosa fa, dice quello che dicono o hanno detto gli altri. Ogni paragrafo comincia con “Ci conoscevano come” e poi andando avanti “Mi conoscevano come”, un coro esterno si occupa di costruire il personaggio e di montare la storia. La protagonista ce la riporta, ci dice chi è per quello che gli altri hanno visto o detto.

“A un certo punto, sembrerebbe, occorre smettere di affezionarsi, e smettere di cercare di proteggere ciò che altri sono decisi a distruggere.”

Per il racconto più lungo del libro possiamo usare, senza paura, la parola capolavoro, il titolo è Cloudland, la protagonista è una donna che di anno in anno, di luogo in luogo, di memoria in memoria, di incontro in incontro, ritorna sulla scelta compiuta da ragazza quando ha partorito in un posto dove qualcun altro sarebbe venuto ad adottare la sua bambina. Non può che ritornarci sopra, il tempo non cancella, gli eventi si ripresentano in vari modi, anche a distanza di anni e di molti chilometri. La donna fa un piccolo percorso all’indietro e intanto è alle prese con le faccende di tutti i giorni, in un posto nuovo che sta imparando a conoscere. Il dolore non la abbandona e non abbandona nessuno dei personaggi di Hempel. Torna indietro perché non può far altro che tornare, ma torna a metà, non si concretizza il ritorno perché c’è troppo in mezzo. Cosa è stata la clinica, dove è adesso la figlia, di cosa parla un libro, c’è speranza, c’è salvezza, la testa potrà riposare da qualche parte? E il cuore?

“Anche se immagino che molti di noi siano stati ingannati. Io sicuramente mi sono ingannata di tanto in tanto.”

Amy Hempel ha scritto un’altra raccolta indimenticabile, con uno stile inconfondibile – reso molto bene da Silvia Pareschi – , che non cede alla retorica, ma ci mostra per ciò che siamo. Tutti quanti portiamo addosso i segni di una ferita o di un trauma. Tutti quanti ci siamo salvati qualche volta di poco, altre volte non ci siamo riusciti. La scrittrice ci cura perché si prende la briga di metterci davanti agli occhi i limiti del nostro essere umani e, allo stesso tempo, ci mostra come ogni tanto riusciamo ad andare oltre e a sollevarci. Ci salviamo con un abbraccio, non rispondendo a una telefonata, facendone una, salendo in macchina, guardando una mela cadere, piangendo o amando. Nessuno è come qualcun altro, infine, è un libro fatto di epifanie e rivelazioni, pieno di pagine di puro stupore.

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Lucia Berlin, la donna che scriveva racconti https://minimaetmoralia.it/estratti/lucia-berlin-la-donna-che-scriveva-racconti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lucia-berlin-la-donna-che-scriveva-racconti/#comments Tue, 01 Mar 2016 13:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30148 di Lucia Brandoli Bousquet

Ho iniziato a leggere i racconti di Lucia Berlin, A Manual for Cleaning Women, in agosto, in esilio dalla civiltà sulla riviera romagnola, quando per una serie di ragioni non riuscivo né a mangiare o dormire, figuriamoci deglutire le pillole d’integratori con cui speravo di emanciparmi dal cibo e ricrearmi una vita ai lidi che fosse simile a quella nello spazio. Diciamo che a me hanno reso le notti più sopportabili, semplicemente perché mi hanno fatto dimenticare chi ero, nonostante Whatsapp, l’infinite-scroll e i vari deficit d’attenzione.

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di Lucia Brandoli Bousquet

Ho iniziato a leggere i racconti di Lucia Berlin, A Manual for Cleaning Women, in agosto, in esilio dalla civiltà sulla riviera romagnola, quando per una serie di ragioni non riuscivo né a mangiare o dormire, figuriamoci deglutire le pillole d’integratori con cui speravo di emanciparmi dal cibo e ricrearmi una vita ai lidi che fosse simile a quella nello spazio. Diciamo che a me hanno reso le notti più sopportabili, semplicemente perché mi hanno fatto dimenticare chi ero, nonostante Whatsapp, l’infinite-scroll e i vari deficit d’attenzione.

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Foto2 / La donna che scriveva racconti, edizione italiana.

A quanto pare non sono l’unica a cui è successo, stando a Lydia Davis (che insieme a Stephen Emerson ha curato questa raccolta postuma) e spero funzioni anche per voi, che tutti prendiate questo splendido libro tradotto da Federica Aceto appena uscito per Bollati Boringhieri con il titolo La donna che scriveva racconti. Vi farà dimenticare la to do list di domani e vi farà credere di essere a Oakland a fare le pulizie nella casa di fronte a quella dove vivevate, oppure di essere seduti da Angel, la lavanderia a gettoni sulla quindicesima strada, dove avete fatto amicizia con un indiano alcolizzato, davanti a voi la scritta, arancione fosforescente, “Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare”. Ecco, avrete a disposizione almeno quarantatré vite diverse, una per ogni racconto, sempre che non v’immedesimate anche nei personaggi minori. Quarantatré vite di vinti.

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Foto 3 / A Manual for Cleaning Women: Selected Stories, edizione americana.

Sì, questo è un incipit pieno di oggettistica e topografia personale – proprio come i racconti di Berlin, a pensarci bene – e serve a spiegarvi come mai ho deciso di parlare di questa autrice, io che per prima non sono particolarmente attratta dalle recensioni, che – dati alla mano – godono nel mondo del giornalismo la stessa fama che godono i racconti nel mondo dell’editoria. Tant’è che questa grande autrice, in vita, fu più o meno sconosciuta. Emerson dice che era seguita al massimo da un paio di centinaia di lettori affezionati – considerato che stiamo parlando degli Stati Uniti decisamente pochi.

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Lucia Berlin nasce nel 1936 a Juneau, Alaska, e cresce sballottata da un villaggio di minatori all’altro tra Idaho, Kentucky e Montana per seguire la carriera del padre, ingegnere minerario, finché nel 1941 non viene arruolato nell’esercito. A quel punto Lucia, insieme alla madre e alla sorella, raggiunge la famiglia materna a El Paso, Texas, dove avrà modo di conoscere il nonno, dentista e alcolizzato (sì, è la seconda volta che appare questo termine, segnatevelo perché è una parola chiave) che vi ricorderà molto il protagonista del racconto “Dottor H.A.Moyniahn”.

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Foto 4 / Lucia Berlin a Deer Lodge, Montana nel 1941.Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

Una volta che il padre torna dalla guerra, la famiglia si trasferisce a Santiago del Cile, dove Lucia tra uno yatch e una cena di gala diventa un’affascinante ereditiera e la madre un’alcolizzata con tendenze suicide. Ormai abituata a essere una nomade, anche da adulta Lucia continua a nutrire questa sua inquietudine geografica che la porta a vivere in Messico, Arizona, New Mexico, New York, Boulder (Colorado), e in una manciata di città della California. Non sempre in appartamenti, ma anche in roulotte (si sa, la scrittura non paga) e comuni hippy. Insomma, un trasloco ogni nove mesi – lettera di rescissione in più o in meno. Il tutto con quattro figli a carico, avuti da uno scultore e un jazzista, e tre matrimoni alle spalle esauriti prima dei trentadue anni.

Per allevare questi quattro figli, Lucia (che com’è specificato sul sito ufficiale si pronuncia Lu-see-a) faceva proprio la donna delle pulizie, ma anche la segretaria, l’infermiera, la centralinista e l’insegnante. A quanto pare negli anni ’60 non c’era nulla di particolarmente puro o coraggioso nello “scrivere e basta”. La scrittura di Berlin si nutre di vita. Con tutto quello che è stata, con tutti i posti in cui ha vissuto e le lingue che parlava Berlin avrebbe potuto riempire ben più di un libro e forse è proprio questo accatastarsi di esperienze e di vite parallele che l’ha fatta diventare una scrittrice di racconti.

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Foto5 / Lucia Berlin nel 1963. Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

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I racconti selezionati per questa raccolta sono stati scritti tra gli anni ’60 e ’80. Berlin ruba gli aneddoti della storia della sua famiglia e li trasforma in letteratura, senza i falsi pudori e i sofismi di tanti scrittori dell’epoca, che nascondevano la stessa attitudine dietro qualche presunta teoria di scrittura creativa. In questo modo Berlin crea un prototipo raffinato di auto-fiction. Tanto che Mark Berlin, uno dei figli, è arrivato a dire: “Our family stories and memories have been slowly reshaped, embellished and edited to the extent that I’m not sure what really happened all the time. Lucia said this didn’t matter: the story is the thing.”Frase che mi fatta pensare subito a “Zucchero”, il racconto autobiografico di un’altra scrittrice, A. S. Byatt. Dove la malattia del padre la costringe a ripercorrere il suo passato, ormai completamente travisato dai racconti della madre, sacerdotessa della tradizione orale della loro storia. Berlin opera una serie di micro-variazioni sull’aneddotica del reale e dichiara:“Somehow there must occur the most imperceptible alteration of reality. A transformation, not a distortion of the truth. The story itself becomes the truth, not just for the writer but for the reader.”

«All’inizio [mio padre] non faceva che chiedere di mia madre, dov’era, quando sarebbe venuta. Altre volte pensava che fosse già lì, le parlava, mi diceva di darle da mangiare per ogni boccone che mangiava lui. Io cercavo di temporeggiare. La mamma stava facendo i bagagli, stava per arrivare. Non appena fosse guarito saremmo andati a vivere tutti insieme in una grande casa a Berkeley. Lui annuiva, rassicurato, tranne un giorno, quando mi ha detto: ‘Stai raccontando un mucchio di bugie’. E poi è passato a un altro argomento».

da “Dolore fantasma”

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Per quanto riguarda il titolo italiano, La donna che scriveva racconti, evidentemente qualche addetto marketing deve aver pensato che fosse meglio così, che forse il pubblico femminile si sarebbe immedesimato di più. Ma quale pubblico? Temo che i lettori o le lettrici che si avvicineranno a questo libro a scatola chiusa, attratti dalla copertina, probabilmente non troveranno quello che si aspettano. La donna che scriveva racconti, infatti, scrive di aborti, molestie, dipendenze e suicidi, con un tono dimesso e brillante, simile a un sorriso fatto al vetro del finestrino sull’autobus che ti riporta a casa dopo una giornata di lavoro che non è il lavoro che sognavi di fare, e ne parla con un umorismo feroce e disperato, che cerca di addolcirti la cattiva notizia. Uno sforzo commovente. Berlin non evita di raccontare cose spiacevoli se sa che può riuscire a trasformale in qualcosa di almeno un po’ divertente.

Ed è anche questa passione per il racconto che la rende una grande narratrice: la capacità di parlare contemporaneamente di scarpe, libri, morte e gossip – come scrive Elizabeth Geoghegan in un bellissimo articolo in sua memoria uscito su The Paris Review. I suoi personaggi anche quando sono sicuri di aver indovinato la parola giusta nei cruciverba dopo poco scoprono che è sbagliata, anche se sono grati per la vita che conducono a volte hanno l’impulso irresistibile di buttare tutto nel cesso, simili a Berlin, che quando vince una borsa di studio della NEA (National Endowment for the Arts) la usa per un viaggio a Parigi in cui non scrive una sola riga – un po’ come lo sceneggiatore alcolizzato di Insieme a Parigi.

Purtroppo questo titolo cancella completamente il doppio senso dell’originale: che alla lettera può essere tradotto sia come “Manuale per donne delle pulizie”, che come “Manuale per pulire le donne”. La scelta dell’edizione italiana non fa semplicemente leva su quello strano essere mitologico della donna scrittrice, ma della donna scrittrice di racconti, ammiccando sul fatto che sì, Lucia Berlin era una scrittrice, ma era soprattutto una donna. Portiamo pazienza perché la donna Lucia ne ha viste tante e le sue sono piccole e acuminate storie di meravigliosi sommersi. A differenza di Carver – per citarne uno su tutti – la fluidità della sua narrazione non comporta la castrazione dei dettagli fuori luogo. Nei racconti di Berlin tutto è perfettamente organico e credibile, senza perdere il fascino di quei particolari che potrebbero sembrare di troppo, anche il genere di storia mutuata dalla realtà che quando la si racconta non sembra possibile, per lei lo è. Berlin ha la capacità, come tutti i grandi scrittori, di raccontare storie vere. E in questo passaggio del racconto “Punto di vista” ci lascia intravedere il suo metodo.

Molti scrittori usano sfondi e oggetti di scena presi dalla propria vita. Per esempio, la mia Henrietta ogni sera consuma la sua misera cena su una tovaglietta azzurra all’americana servendosi di finissime posate italiane in massiccio acciaio inossidabile. Un dettaglio strano, che potrebbe apparire incongruo con questa donna che ritaglia i coupon per la carta da cucina Brawny, ma è un dettaglio che cattura la curiosità del lettore. O almeno è quello che spero.

Non credo che nel racconto fornirò spiegazioni di sorta. Io stessa mangio con quelle eleganti posate. L’hanno scorso ho ordinato un set da tavola per sei dal catalogo natalizio del Museo di Arte Moderna. Costosissimo, cento dollari, ma sembrava valerli tutti. Io ho sei piatti e sei sedie. Magari mi capiterà di dare una cena, pensavo. Alla fine ho scoperto che erano cento dollari per sei pezzi in tutto. Due forchette, due coltelli, due cucchiai. Un set per una persona sola. Mi sono vergognata di rispedire tutto indietro e ho pensato, vabbè magari l’anno prossimo ne ordino un altro.

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Quando ho iniziato a leggere A Manual for Cleaning Women mi ha ricordato subito qualcosa a metà tra Amy Hempel e Grace Paley, ma la scrittura di Lucia Berlin ha qualcosa in più. Il suo universo è la periferia americana, con gli immigrati, le famiglie con gli orologi in punto, le lotte di classe, le suore, i bambini, i puzzle a cui manca un solo pezzo con un angolino di cielo e un pezzetto di acero, le discariche, le camicie sbottonate, le palme, le pareti tappezzate da pagine di giornale, il whiskey, le moquette, gli ospedali, gli uomini, le mattinate in hangover, l’amore, la vergogna, il menefreghismo, gli autobus, le preghiere, le lavanderie e le sigarette, ma Berlin riesce a far diventare periferica anche New York, o Los Angeles e a parlare di Čechov e Mishima insieme ad alcolizzati e teppisti. I suoi racconti ci mostrano il punto di vista di una scrittrice non riconducibile ad alcun cliché, in un’epoca in cui il ruolo della donna stava cambiando rapidamente all’interno della società.

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Foto 6 / Lucia Berlin ad Albuquerque nel 1963. Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

Basta questo per definirla scrittura femminile? Non saprei. Non mi sono mai posta il problema della scrittura di genere, l’unica cosa che m’interessava era la qualità di un libro e la sua verosimiglianza. Che importa se è stato scritto da un uomo o da una donna? Queste categorie mi sono sempre sembrate intuitivamente piuttosto labili. Eppure nella scrittura di Berlin c’è qualcosa di diverso e di raro. Non voglio dire che gli uomini non possano scrivere così: qualunque scrittore relativamente esperto sarebbe in grado di copiare o riprodurre un certo stile. Il fatto è che di solito sono le donne che cercano di scrivere come gli uomini, non viceversa.

Berlin non scrive come nessuno, è stata paragonata a Carver, a Cheever, a Yates, a Saunders, eppure loro non possono essere paragonati a lei. Non ci sono scrittori come Berlin – o Hempel o Paley. E allora la risposta è sì, questa può essere definita senza vergogna scrittura femminile, ma la verità è che credo che a Lucia non ne sia mai importato niente.

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«Una volta ho comprato a Natasha, che ha quattro anni, una camicetta nera coi lustrini. Per le occasioni eleganti. La dottoressa Blum si è infuriata e ha gridato che era sessista. Per un attimo ho pensato che mi stesse accusando di voler sedurre Natasha. Ha buttato la camicetta nella spazzatura. Più tardi l’ho recuperata e a volte me la metto, per le occasioni eleganti.

(Donne delle pulizie: vi capiteranno un sacco di donne emancipate. Il primo stadio sono i gruppi di autocoscienza, il secondo la donna delle pulizie, il terzo il divorzio)».

da “Manuale per donne delle pulizie”

«Ancora prima di svegliarsi si è messo a invocare sua madre. Non si limitava a tenermi la mano, come fanno alcuni pazienti, mi si è attaccato al collo e ha cominciato a singhiozzare Mamacita! Mamacita! Si è lasciato visitare dal dottor Johnson solo a patto che io lo tenessi tra le braccia come un neonato. Era minuto come un bambino, ma forte, muscoloso. Reggevo un uomo in braccio. Un uomo dei sogni. Un bambino dei sogni».

da “Il mio fantino”

«Non erano ancora i pachucos, i teppisti che si sforzavano di essere: cercavano di infilzare in un banco il coltello a serramanico con un colpo secco del polso, solo che poi arrossi- vano se il coltello scivolava di mano e cadeva a terra. Non dicevano ancora: «Non hai niente da insegnarmi». Aspettavano di imparare, facendo gli indifferenti. E allora, cosa avevo io da insegnare? Il mondo che conoscevo non era migliore di quello che loro avevano il coraggio di sfidare».

da “El Tim”

Crediti © Bollati Boringhieri Editore 2016

Traduzione di Federica Aceto

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