Andrea Bajani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-bajani/ un blog di approfondimento culturale Tue, 02 Mar 2021 12:39:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andrea Bajani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-bajani/ 32 32 “Il libro delle case”, la poetica dello spazio di Andrea Bajani https://minimaetmoralia.it/libri/il-libro-delle-case-la-poetica-dello-spazio-di-andrea-bajani/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-libro-delle-case-la-poetica-dello-spazio-di-andrea-bajani/#respond Wed, 03 Mar 2021 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47978 di Chiara De Nardi Protagoniste sono le case. Una successione di abitazioni reali o metaforiche, contenitori, involucri, scenografie. Ne Il libro delle case (Andrea Bajani, Feltrinelli 2021) ce n’è un lungo elenco: alcune si manifestano nella disposizione dei metri quadri calpestabili tra le mura portanti; altre si incastonano in uno scenario urbano, con la densità […]

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di Chiara De Nardi

Protagoniste sono le case. Una successione di abitazioni reali o metaforiche, contenitori, involucri, scenografie. Ne Il libro delle case (Andrea Bajani, Feltrinelli 2021) ce n’è un lungo elenco: alcune si manifestano nella disposizione dei metri quadri calpestabili tra le mura portanti; altre si incastonano in uno scenario urbano, con la densità del cemento che si gonfia in mezzo alle strade; altre sprofondano sotto il livello dei marciapiedi o si posano al centro di una bocca spalancata, circondati da una fila di zanne appuntite e innevate e quando si fa notte l’arcata invisibile delle montagne incastonate al contrario si abbassa fino a serrare i denti, fino a spegnere ogni luce. Altre case hanno le ruote e procedono segnando il confine tra un dentro e un fuori che si muovono in senso opposto, alcune sono di carta o di parole, una è un carapace antico come il mondo su cui far risuonare ritmi tribali, una è un cerchietto d’oro con lettere incise sul soffitto che promettono una finzione di eternità.

Sono case che ritrovano i propri contorni sulle mappe catastali tra rettangoli abbozzati, ma sono anche case ideali, luoghi della memoria dai confini traballanti che il tempo eil ricordo hanno reso instabili e imprecisi.

I personaggi, invece, sono comparse, sono funzioni descritte da quegli strappi nello spazio-tempo; per questo non hanno nomi propri ma una parola-definizione, più o meno permanente: Madre, Padre, Nonna, Moglie, Bambina, Donna con la fede al dito, il collettivo Parenti… Le parole-etichette ne fanno piccoli archetipi accidentali dentro una storia che si collega a un unico pronome personale, il protagonista che si chiama Io, uno iato che tiene insieme quell’elenco disordinato di case e attorno a cui gravitano le voci che fanno eco in quei luoghi.

Ma chi dice io è una terza persona che non coincide con il pronome che descrive, è uno scarto, un dislivello straniante, perché l’Io è disseminato negli angoli di oltre quaranta case e da lì viene ricostruito.

Ogni capitolo descrive una casa e vi appoggia accanto il riferimento temporale di un anno; ne viene fuori una sorta di topografia dell’esistenza, o una sociologia dei luoghi, che intendono narrare una vita a partire dalle case che ha abitato.

È la casa che dà forma a chi la abita, che stabilisce relazioni, famiglie, gerarchie, rotture, e se si dovesse disegnare una piantina dell’io, se si decidesse di intraprendere la ricostruzione investigativa di una vita contro l’esercizio disciplinato dell’oblio, gli unici testimoni affidabili sarebbero i muri delle dimore che abbiamo abitato, i quadri, il mobilio, i cassetti in cui abbiamo riposto desideri, segreti, ricordi, solitudini, addii. Ma l’io abita un numero di case molto più ampio di quelle censite nei catasti; “lo spazio abitato trascende sempre lo spazio geometrico” scrive Gaston Bachelard ne La poetica dello spazio, e le case da visitare per rintracciare i brandelli di un’esistenza nomade, rimasti impigliati negli interstizi, si moltiplicano nell’elenco topografico degli spazi che abbiamo riempito.

Non sono solo le case che racchiudono la famiglia, l’infanzia, le vacanze, l’amicizia, il lavoro, l’amore, i peccati, quindi, a dar forma alla verità che vorremmo intendere quando diciamo “io”, ma tutte le case in cui siamo passati. In alcune si entra formulando una promessa, altre ci si fabbricano intorno attraverso le storie che ascoltiamo, in altre ancora si mette piede attraverso l’immaginazione, ingaggiando su una pagina bianca il proprio corpo a corpo con le parole e in alcune, infine, si entra come falene, attratti nello spazio di luce che cola dal televisore, camminando lungo un corridoio invisibile fin dentro la casa di un altro. Così accade per le abitazioni di Poeta e di Prigioniero, parole-etichette dietro le quali si riconoscono Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro, ma che qui sono soprattutto due lutti, che come tutti nel libro si identificano con quelle case che li contengono e nelle quali, ancora bambino e senza accorgersene, si ritrova anche Io.

Le case sono spesso relazioni, incontri o mancanze, ci sono stanze proibite, appartamenti guardati solo da fuori decifrando il linguaggio cifrato delle finestre semichiuse, e l’omertà discreta delle pareti, dei mobili, dei vuoti. Proprio lì sta il segreto dell’io, anche in una casa svuotata, con i chiodi che ricompaiono dietro i quadri tolti come antenne di lumaca, e quando Io entra in una stanza spogliata “il paesaggio è quello di una crocefissione”, su ogni antenna c’è un biglietto che ha la sua grafia, ogni chiodo ha trapassato le parole-sentinella che per anni lui lasciava su foglietti a guardia della casa, mentre Moglie dormiva, promesse, dichiarazioni, scuse, tutte parole infilzate, morte: “le pareti – questo è quel che vede Io entrando – sono un’ostensione di rettangoli di carta, farfalle inchiodate contro i muri. Sono le parole di Io che si dimenano per pura resistenza: l’aria ne solleva appena i lembi, il volo è solo l’agonia di un’intenzione”.

“L’unica possibilità che abbiamo per provare a raccontare davvero chi siamo” dice AndreaBajani presentando il romanzo, “è provare, anche se non lo si può fare, a entrare in tutte le case in cui siamo stati”. Un’operazione impensabile nella realtà, esperibile soltanto attraverso la letteratura, capace di ricomporre nel romanzo i cronotopi essenziali di un’esistenza nel disordine del ricordo.

La ricostruzione del nostro io comincia dunque a partire da tutte le parti che abbiamo lasciato negli spazi che abbiamo vissuto, l’io è ciò che rimane di tutto quello che si è accumulato, meno tutto quello che si è perso per strada; si forma per addizioni e per sottrazioni in un ritratto inevitabilmente frammentario, ricavato soprattutto dagli scarti, nelle intercapedini.

“Si crede talvolta di conoscersi nel tempo e non si conosce che una sequela di fissazioni negli spazi della stabilità dell’essere, di un essere che non vuole passare, che, nello stesso passato, quando va alla ricerca del tempo perduto, vuole «sospendere» il volo del tempo. Lo spazio, nei suoi mille alveoli, racchiude e comprime il tempo: lo spazio serve a questo scopo”, scrive Bachelard, e il romanzo di Bajani tenta qualcosa di simile alla topoanalisi che teorizza il filosofo francese, ma nell’affastellarsi delle case e dei frammenti temporali che stratificano l’identità dell’io, l’io si moltiplica, non è più uno chi dice io, ma una moltitudine che si disperde, un caleidoscopio che solo il gioco prospettico della finzione letteraria può tentare artificiosamente di comporre.

Infatti, come scrive Bajani, dire “io” vuol dire commettere un imbroglio, o, al limite, una grossolana approssimazione. Lo dimostra l’unica casa che nel libro non possiede una data perché è lo spazio grigio della memoria irraggiungibile e raccoglie ciò che l’io ha rimosso senza restituirglielo: “la Casa dei ricordi fuoriusciti è la scatola nera di ciò che non ricorda, contiene quello che persino la memoria ha rifiutato, anche se è successo. Di certo è ciò che consente a Io di dire Io continuamente sapendo di mentire.”

Se ne “La Poetica dello spazio” per Bachelard la casa natale assume le forme di una cripta, e “incide in noi la gerarchia delle diverse funzioni di abitare”, per l’Io raccontato nel romanzo la prima casa è la Casa del sottosuolo, si trova sotto il livello della strada, incastrata tra alti palazzi e nel ricordo di Io è sentore di cantina, il boato del cannone sul colle, che ogni giorno spara a salve su Roma ed è anche la casa-portale per le case di Poeta e Prigioniero ed è la casa di Tartaruga.

Animale totem del libro, raffigurata nell’illustrazione di copertina da Emiliano Ponzi, Tartaruga vive infatti nel cortile della Casa del sottosuolo, ma la sua vera casa è un carapace con un tetto di mosaico lucidato dalla pioggia, è una corazza dura che la contiene. Dentro al libro delle case, Tartaruga è l’unica per cui la casa resta sempre la stessa, sono gli altri a passarle accanto, lei si muove lenta, cammina in mezzo agli uomini come un fossile, come una specie di eternità. Tartaruga e Io stringono un’amicizia che ha il tempo lunghissimo della vita della testuggine, perché se la storia dell’io può essere narrata solo attraverso le case che ha abitato, la tartaruga porta la sua storia incisa in cerchi concentrici sul guscio. Suo è l’orizzonte più lungo del libro, che si spinge al 2048 e lei è il punto fermo, la direttrice che attraversa il tempo senza muoversi; in un insieme di frammenti temporali che si mescolano come schegge impazzite è l’unica verità che sembra sopravvivere alla spietatezza del tempo.

 

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Carne da canone https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/#comments Tue, 29 Nov 2016 13:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32689 (fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

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di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri? Forse avremo pochi dubbi sugli anni ‘70: La Storia, I sillabari e Todo modo. Forse anche per ’80: Altri libertini, Seminario sulla gioventù, Diario di un millennio che fugge. Più difficile dire degli anni ’90 dove convivono Gioventù cannibale e Alonso e i visionari. Ma quando si cerca di stabilire cosa rimarrà nei prossimi 15 anni della letteratura italiana scritta dal 2000 a oggi?

Una delle possibili risposte sta in Canone 2030, saggio edito da Enrico Damiani Editore, che vede gli interventi di Paolo Di Paolo, Cristiano De Majo, Gabriele Pedullà tra i tanti. Se ormai non riusciamo più a stabilire in termini teologici, né filosofici o giuridici dove risieda il bello, Canone 2030 ha un pregio: col metro di una vocazione storicista cerca di decidere almeno quali siano i libri più importanti degli ultimi 15 anni pubblicati in Italia.

Nei suoi episodi più interessanti Canone 2030 centra il bersaglio: emerge un panorama molto differenziato, che smentisce alcune delle mitologie critiche nostrane. Non potrebbe essere diversamente, considerando gli autori trattati: Nicola Lagioia, Edoardo Albinati, Elena Ferrante, Giordano Tedoldi, Antonio Tabucchi, Alessandro Piperno, Serena Vitale, Roberto Saviano, Milena Magnani, Caterina Serra, Simona Vinci, Andrea Bajani, Francesco Pecoraro, Leonardo Pico Ciamarra, Lucia Calamaro, Milo De Angelis. Alcuni di questi sono molto letti, altri sono solo prediletti, perché la critica non può fare a meno di sondare, osservare, valutare i libri del presente, dando anche qualche stoccata come accade in questo saggio. E sebbene appare evidente la difficolta di dare un canone quando un corpo sociale è così suddiviso in microcomunità emerge un dato perlomeno statistico: le tribù letterarie in Italia sono grossomodo tre: letteratura di genere, nonfiction e autofiction.

Non è la fiction

Non è un caso che Paolo Maccari, nel suo intervento su Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale, scriva sul senso di «saturazione verso le ‘storie finte’ e di un bisogno diffuso dell’effetto realtà che si avverte un po’ a tutti i livelli». Gilda Policastro continua: «la suspension of disbelief sembra non poter riguardare almeno un paio di generazioni che la confidenza col virtuale ha reso quasi per paradosso più scettiche, meno avvezze alla finzionalità romanzesca, da cui rifuggono per un sentore di stantio, di muffa e di separatezza dal mondo». L’autofiction conosce il suo zenit con Trevi, Genna, Nesi e Piccolo. Curiosa dimenticanza di questo saggio è l’assenza dell’autore che più rappresenta questo genere in Italia: Walter Siti. Per contrasto emerge un’altra figura che Francesco Longo identifica con l’autore di Inseparabili, Piperno, che «sembra ignorare i generi egemoni oggi in Italia e tira dritto lungo la strada del romanzo. Sembra che per lui esistano solo i romanzi».

Il corpo negato

Negli ultimi 15 anni solo due italiani hanno avuto una dimensione davvero internazionale: la Ferrante e Saviano. Entrambi sono presenti nel discorso pubblico, ma da una posizione di evanescenza più o meno ideale; la prima assenza è voluta, la seconda imposta dalle drammatiche circostanze. Sono tra noi ma allo stesso tempo sono irraggiungibili, sono autori senza corpo, avatar. Se per Paolo Di Paolo «la forza di Ferrante è, più che nei suoi libri, nel suo non esserci», per Cristiano De Majo la grandezza di Gomorra risiede nel cortocircuito che il corpo minacciato del suo autore imprime all’opera letteraria quando diventa testimonianza civile. Altrove il corpo negato è quello dell’editore. Accade che lo scrittore che più ha investito sulla cifra della radicalità negli ultimi anni, Giordano Tedoldi, dopo Io odio John Updike e I segnalati, decida di autopubblicare e vendere su Amazon il suo romanzo Deep Lipsia. Analogo destino è quello di Fallire di Beppe Sebaste, anch’esso autopubblicato su Amazon.

Tra quindici anni saranno carta solo pochissimi libri, l’autore sarà il sinonimo di un prisma ottico da cui partiranno una serie di informazioni, gli editori da evocare in seduta spiritica?

L’importanza genetica delle interazioni artistiche

Nessun canone ha la pretesa di essere esaustivo e di farsi regolamento, tantomeno questo Canone 2030. Tuttavia qualsiasi esplorazione geografica, anche la più spericolata, esercita la nostra capacità di relativizzare l’esperienza artistica. Se dall’arcipelago di ghiaccio del ‘900 emergono con forza i vari Levi, Manganelli, Landolfi, Ginzburg, Morante, questa vittoria l’hanno subita i vari Raffaello Brignetti, Ottiero Ottieri, Vittorio Gorresio e i tanti di cui non rimane che il fenomeno allucinatorio. A rileggere il passato non si può che essere d’accordo con esso: in pochi oggi baratterebbero una pagina de La tregua con le trecento di Tempi stretti.

Torniamo a monte. L’aneddoto su Peppino di Capri ci fa sorridere perché sappiamo la storia ineluttabile, dimenticando che il vero campo di battaglia è il presente. È suggestivo immaginare un presente dove ha vinto il gene di Peppino di Capri su quello di Lennon e soci, o dove Liala sovrasta Calvino. Improbabile e ormai impossibile, eppure sappiamo la casualità forte quanto la genetica: nel 2030 forse non sentiremo più la necessità di una sintesi interpretativa perché non ci sarà più nulla da leggere e interpretare.

Fissate nella memoria questa scena: lo scrittore Flavio Soriga, inviato speciale di Rai Letteratura al Salone del Libro di Torino 2016, intervista il cantautore Motta, che presenta il suo nuovo album La fine del vent’anni. Soriga chiede: «tu sei un lettore?». Motta sorride alla telecamera. La risposta è superflua, immaginatela. Ciò che conta è proprio la domanda. Proviamo a rovesciarla: «tu ascolti musica?».

Bene, nel 2030, di chi sorrideremo: di Flavio Soriga o di Francesco Motta?

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La mappa di “Un bene al mondo” https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-mappa-un-bene-al-mondo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-mappa-un-bene-al-mondo/#comments Thu, 27 Oct 2016 06:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32613 Sulla copertina di Un bene al mondo è disegnata una piccola ed essenziale mappa. La mappa di un paese. Una macchia nel mezzo è la piazza. La chiesa si trova in alto, a destra. I boschi in cima. Poi un asilo, un bar, le case di due bambini. Il taglio della ferrovia. Il cimitero è in basso; più sopra, la freccia che porta “verso il confine”.

Nella finzione pittorica, la mano che l’ha tracciata è una mano infantile, anche se appartiene a Mara Cerri, una delle più talentuose illustratrici italiane. È stata pensata per sovrapporsi come una calcomania a quella del personaggio di cui è raccontata la storia, un bambino che non si separa mai dal suo dolore, ma quasi inconsapevolmente è finita per coincidere con la stessa mano dell’autore.

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Sulla copertina di Un bene al mondo è disegnata una piccola ed essenziale mappa. La mappa di un paese. Una macchia nel mezzo è la piazza. La chiesa si trova in alto, a destra. I boschi in cima. Poi un asilo, un bar, le case di due bambini. Il taglio della ferrovia. Il cimitero è in basso; più sopra, la freccia che porta “verso il confine”.

Nella finzione pittorica, la mano che l’ha tracciata è una mano infantile, anche se appartiene a Mara Cerri, una delle più talentuose illustratrici italiane. È stata pensata per sovrapporsi come una calcomania a quella del personaggio di cui è raccontata la storia, un bambino che non si separa mai dal suo dolore, ma quasi inconsapevolmente è finita per coincidere con la stessa mano dell’autore.

La mappa, allora, all’improvviso si è fatta adulta, e più vasta di quello che voleva in origine riprodurre: persino il romanzo che descrive entra a farne parte come un suo edificio o un frammento.
Perché? Cosa mostra per davvero questo disegno?
Un paese, s’è detto, secondo l’osservanza a un precetto classico: l’unità aristotelica di luogo in cui è ambientata la favola. Ma, a ben guardare, il paesaggio che racchiude è un altro, e più complesso.

Ogni vero scrittore, libro dopo libro, crea sempre una sua propria, irripetibile, topografia. All’inizio, la scala non è chiara. È come quegli studi in punta di matita in cui si scorge solo il bordo di ciò che riempirà il foglio e non si riesce ancora a intuirne il centro. Eppure il segno, sin dal primo tratto, è già esclusivo.
Borges invitava a non chiedersi di cosa si scrive o si è scritto, ma a porsi prima quest’altra domanda: come suona?

Mentre all’esterno veniva etichettato come narratore sociale, complice la sua attenzione ai problemi del lavoro e della scuola documentata in due reportage e in molti articoli, Andrea Bajani sperimentava il suo battito e a ogni giro di frase edificava case, incideva strade, le popolava, stendeva fili per i funamboli, tra un albero e l’altro…  Da Cordiali saluti in poi, il suo periodo assume la misura di un verso e come un verso va a capo. Quando uscì Se consideri le colpe ed ebbe l’accoglienza che meritava, a molti parve che Bajani volesse ritrarre la nuova geografia del capitalismo e della borghesia imprenditoriale italiana. E invece lui era immerso, silenziosamente, in un processo di progressiva rarefazione dei temi e della voce. Fissava con la pazienza di un agrimensore o di uno speleologo il piano del suo progetto: indagare le zone e il perimetro dello sconforto e del dolore; trovare il modo di rappresentarle. Ma ci sono voluti altri movimenti per comporre la figura per intero.

Nella mappa di quest’ultimo romanzo, ora, finalmente, si vede tutto. La scuola di La vita non è in ordine alfabetico. I boschi di Ogni  promessa. Il cimitero di Mi riconosci. Per questo Un bene al mondo è uno di quei libri che a volte accadono nella carriera di uno scrittore, ma solo a quelli che li perseguono ostinatamente e senza precipitazione. Perché definisce una forma, insieme al resto. Mette ogni cosa a fuoco. Contiene tutti i libri precedentemente scritti, e forse anche quelli che si scriveranno. Da una parte illumina, precisa e forse conclude un percorso narrativo, dall’altra si appresta a cominciarne uno nuovo.

Bajani è uno scrittore intimo e della risonanza, di quelli che sanno che le parole sono innanzitutto conchiglie prima di essere coltelli. Lavora la parola come un vasaio. L’atto di dispiegare una mappa, di aprirla sopra un tavolo, di sceglierla come immagine di copertina è un gesto decisivo. Ed è intimamente coerente che sia l’infanzia a marcare come una cerimonia questo passaggio alla consapevolezza. Il mondo non è più avvolto nell’equivoco, è riconoscibile e riconosciuto, si è rivelato per quello che è. E così anche la scrittura che lo ha generato.

Andrea è il paese di cui scrive. Il villaggio fantasma. La prima e l’ultima casa impresse sulla carta. Allo stesso modo di come la Lista di Safran Foer era Tachimbrod, in Ogni cosa è illuminata. È lui la macchia di inchiostro, la croce di confine, la cicatrice dei binari. Sono suoi la giacca dimenticata sopra un treno, e lo zaino su una panca.

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La necessità della purezza: “Un bene al mondo” di Andrea Bajani https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-necessita-della-purezza-un-bene-al-mondo-di-andrea-bajani/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-necessita-della-purezza-un-bene-al-mondo-di-andrea-bajani/#respond Mon, 03 Oct 2016 05:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32161 Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

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Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

Eppure molti scrittori, anche fra i più dotati, a un certo punto della carriera decidono di aggiungere una favola alla loro opera. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di esperimenti del tutto trascurabili, melensi ed artefatti, che possono solo sperare, per reggersi alla meno peggio in piedi, nella collaborazione di un buon illustratore. Ma la tradizione della cosiddetta «favola d’autore» o «letteraria» è dura a morire perché ogni tanto qualcuno, non si capisce nemmeno bene come o perché, azzecca il tono: com’è il caso dell’ultimo libro di Andrea Bajani, Un bene al mondo.

Facciamo esperienza diretta, in queste pagine, di quello stato di grazia della lingua invocato da Cristina Campo come supremo criterio di giudizio. Nulla a che fare con un’idea astratta di «semplicità» o anche peggio di «innocenza». Semmai, può capitare, com’è il caso di Bajani, di imbattersi in alcuni contenuti, o nuclei di emozioni, che non possono essere affrontati che in modo arbitrario, un po’ simile a quello in cui si racconta un sogno o una barzelletta se vogliamo, comunque molto lontano dalla consueta aspirazione del linguaggio narrativo a fornire un equivalente della «realtà».

Non è affatto detto che i poeti siano più inclini alla favola che i romanzieri: per entrare in questa dimensione qualunque scrittore deve imporsi una specie di handicap, come in certi sport o giochi in cui si parte con uno svantaggio volontario. Perché le parole della favola non designano più nulla di particolare, sono semmai delle pure convenzioni che puntano dritte all’universale: una casa è una casa senza ulteriori connotati, e così un paese con i monti e i boschi che lo circondano e la sua piazza, la scuola, il passaggio a livello della ferrovia.

Ecco descritto il mondo evocato da Bajani, che è un mondo qualunque, nel senso che nell’atmosfera della favola tutto è convenzionale: in fondo anche il più stupefacente dei prodigi è simile infiniti altri. Che scorno per uno scrittore: in teoria, è il meno adatto fra tutti gli esseri umani a scrivere una fiaba. Lui, d’abitudine, mira al particolare, a far sì che anche il più comune degli oggetti e delle esperienze riveli il suo aspetto unico e irripetibile, mentre la lingua e lo stile si affannano a collaborare a questo regime di eccezionalità e stupore!

Eppure, se procede in questo modo e ottiene un vero risultato, un motivo ci sarà. Leggendo Un bene al mondo possiamo solo ammettere che le cose che Bajani voleva raccontare potevano essere raccontate solo in quel modo. È la necessità a conferire al discorso una specie di essenziale purezza. Non credo che Bajani, per iniziare a scrivere, si sia attardato troppo a immaginare uno schema, una trama (infatti, non è certo questo il lato forte del suo libro). Aveva in mente un bambino, un bambino che ha per compagno il suo dolore. Noi diciamo che il dolore «si cova». Ebbene, allora il dolore si può anche allevare: come fosse un cagnolino fedele, un compagno di vita inseparabile.

Questa del dolore/cane è una bella metafora, abbastanza duttile da permettere significative variazioni (non tutti i dolori sono adorabili come quello del bambino, proprio come esistono cagnolini inoffensivi e cagnacci feroci). Ma è una metafora stramba, e veramente fiabesca, perché non è più una cosa che ne designa un’altra. O meglio, la prima volta che Bajani la usa, funziona come una normalissima metafora, che dovrebbe durare il tempo di un lampo, rivelare qualcosa e poi sparire.

E invece, come un meccanismo inceppato, la metafora procede identica per tutto il libro. Il bambino esce col cane e lo porta nei boschi, lo nutre, ci dorme insieme. Facilmente immaginiamo che gli faccia anche fare i bisogni. Ma via via che ci inoltriamo nelle avventure di questa bellissima coppia di esseri viventi, un bambino qualunque e il suo dolore ancora cucciolo, noi sempre più ci dimenichiamo di cercare un significato a questa metafora, perché è lei ad aver divorato tutti i suoi possibili significati. L’invenzione, il trucco linguistico sono diventati la realtà. La realtà è che tutti noi ereditiamo un dolore e ci prendiamo cura di lui e in qualche modo questo dolore è anche un cane, e non è più possibile stabilire esattamente dove finisce il termine astratto (dolore) e dove inizia quello concreto (cane).

Ma è proprio questa la prigionia da cui ci libera una favola: non esiste una differenza netta e sostanziale tra l’astratto e il concreto, l’astratto potendo rivelare un’inaudita concretezza e viceversa. Una metafora libera dal suo significato, ci vuole forse suggerire Bajani, è una candela nella notte.

Ancora oggi che è diventato grande, quel bambino ogni tanto apre un quaderno e comincia a scrivere, per farlo correre sulle pagine come su un prato. Chi fa correre? Il suo dolore? Il suo cane? E’ troppo tardi per decidere: la favola ha vinto.

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La Lampedusa di Maylis de Kerangal https://minimaetmoralia.it/interviste/la-lampedusa-di-maylis-de-kerangal/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-lampedusa-di-maylis-de-kerangal/#comments Fri, 27 May 2016 06:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31098 Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera: ringraziamo la testata e l'autore (fonte immagine).

di Stefano Montefiori

In un caffé del quartiere Odéon, Maylis de Kerangal e l’Italia. L’autrice di Nascita di un ponte e Riparare i viventi partecipa nel fine settimana alla Comédie du Livre di Montpellier, il festival letterario che quest’anno ha l’Italia come ospite d’onore. L’ultimo libro di Kerangal in Francia è Un chemin de tables, reportage nel lavoro di chef attraverso la vita di Mauro, cuoco italiano; ed è da poco uscito per Feltrinelli Lampedusa, viaggio nelle risonanze prodotte dalla notizia di un naufragio di migranti.

Qual è la sua relazione con la letteratura italiana?

«Una decina di anni fa una rivista mi chiese una specie di lettera di ammirazione a qualcuno che per me fosse speciale, e scrissi: “Caro Leonardo Sciascia…”. Al Festival ci sarà Claudio Magris, un autore che ha un’influenza enorme, come il nostro amico che ci guarda (indicando un ritratto di Umberto Eco, ndr). Ho amato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e poi Morante, Pavese, Pasolini, Malaparte… Il fatto che l’Italia sia presente a Montpellier ci permette di conoscere meglio una letteratura a noi così vicina, ricca di figure spettacolari, ma anche di una vitalità non così nota. Noi francesi non abbiamo un rapporto di esotismo con l’Italia, la pensiamo più in termini di vicinanza. Di condivisione di una stessa scrittura ma con voci comunque lavorate in modo diverso».

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera: ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Stefano Montefiori

In un caffé del quartiere Odéon, Maylis de Kerangal e l’Italia. L’autrice di Nascita di un ponte e Riparare i viventi partecipa nel fine settimana alla Comédie du Livre di Montpellier, il festival letterario che quest’anno ha l’Italia come ospite d’onore. L’ultimo libro di Kerangal in Francia è Un chemin de tables, reportage nel lavoro di chef attraverso la vita di Mauro, cuoco italiano; ed è da poco uscito per Feltrinelli Lampedusa, viaggio nelle risonanze prodotte dalla notizia di un naufragio di migranti.

Qual è la sua relazione con la letteratura italiana?

«Una decina di anni fa una rivista mi chiese una specie di lettera di ammirazione a qualcuno che per me fosse speciale, e scrissi: “Caro Leonardo Sciascia…”. Al Festival ci sarà Claudio Magris, un autore che ha un’influenza enorme, come il nostro amico che ci guarda (indicando un ritratto di Umberto Eco, ndr). Ho amato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e poi Morante, Pavese, Pasolini, Malaparte… Il fatto che l’Italia sia presente a Montpellier ci permette di conoscere meglio una letteratura a noi così vicina, ricca di figure spettacolari, ma anche di una vitalità non così nota. Noi francesi non abbiamo un rapporto di esotismo con l’Italia, la pensiamo più in termini di vicinanza. Di condivisione di una stessa scrittura ma con voci comunque lavorate in modo diverso».

Oltre ai mostri sacri, ci sono altri autori italiani che le piacciono?

«Mi interessano gli autori emergenti. Non ho uno sguardo da specialista ma per esempio l’ultimo libro che mi ha enormemente segnato negli ultimi anni è Il tempo materiale di Giorgio Vasta. Molto importante per il suo rapporto con il linguaggio, la politica, la violenza, l’infanzia. Poi c’è Andrea Bajani, che amo molto e che sarà presente a Montpellier assieme a tanti altri ottimi autori italiani. Poco tempo fa ho partecipato a un dibattito alla Maison de la Poésie con Alessandro Baricco: è stato bello. E Silvia Avallone ha scritto Acciaio, un libro incredibile».

Legge in italiano?

«Avevo provato con il romanzo di Vasta ma è un testo molto denso, ho preferito passare alla traduzione. La cosa che mi colpisce è la varietà dei linguaggi. La Francia è più omogenea, mentre tra la Sicilia e Trieste non è la stessa Europa. L’Italia ha questa ricchezza».

Perché ha scritto Lampedusa?

«Sentivo alla radio questa parola, la notizia di una tragedia, e non ho potuto fare a meno di pensare al Gattopardo, il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il film di Visconti con Burt Lancaster. Il motore è stata la parola “Lampedusa”, e poi mi sono venuti in mente Burt Lancaster nelle vesti del principe di Salina, e le altre isole, l’idea di naufragio. Ho lavorato intorno ai nomi dei luoghi, la toponimia è come una specie di demone che permette alla letteratura di mettersi in marcia. La scena del ballo, un terzo del film, è scritta come se fosse un naufragio».

Un testo immune dalla retorica.

«Ho cercato di tenermi lontana dal discorso politico, di non scrivere un testo di indignazione morale, che sarebbe stato facile. Ma l’indignazione di solito non serve alla buona letteratura. Ovviamente i naufragi dei migranti sono una cosa tragica ma meglio per me proporre una lettura delle cose attraverso il linguaggio, le immagini, le risonanze — questa parola è molto importante — che non riguardano direttamente la tragedia. Come potevo reagire, nella mia posizione privilegiata di scrittrice che vive comodamente a Parigi? Affidarmi all’impegno politico, a un’istanza esteriore alla letteratura, non è il mio temperamento. Ho preferito un gesto dal basso, sincero».

L’ultimo libro, Un chemin de tables, è un altro testo breve, stavolta sul mondo dell’alta cucina.

«Dopo Riparare i viventi ho avuto due anni molto intensi e l’idea era di continuare a scrivere, ma un romanzo significa trasferirsi su un altro pianeta. Allora mi sono dedicata a questi tre testi brevi: su Lampedusa; sul cuoco Mauro e sulla enorme fatica di guidare la cucina di un ristorante; e un altro ancora non uscito, un reportage su una miniera di ferro che ho visitato in Lapponia».

A quando un nuovo romanzo?

«Sto cominciando. Sono nella fase iniziale, che dura un po’ a lungo».

È la fase delle ricerche?

«No, cerco di ricercare e di scrivere più o meno nello stesso momento. Il lavoro di documentazione sul ponte o sul trapianto cardiaco, per esempio, l’ho fatto durante la scrittura, non prima. Altrimenti la fiction diventa solo un modo di diluire il materiale documentario, e invece non bisogna lasciarsi soffocare dai dati tecnici, che pure sono importanti. La letteratura deve essere libera di inventare la sua documentazione. Bisogna conservare una certa velocità di scrittura, di stile».

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Fuori dalle mura, in una giacca rossa sbiadita https://minimaetmoralia.it/societa/fuori-dalle-mura-in-una-giacca-rossa-sbiadita/ https://minimaetmoralia.it/societa/fuori-dalle-mura-in-una-giacca-rossa-sbiadita/#comments Wed, 18 May 2016 15:00:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31024 Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Andrea Bajani

Ogni tanto vedo ancora per strada pensionati Fiat con indosso le giacche a vento delle Olimpiadi del 2006. Le mettevano alla fine del turno, talvolta anche per entrare a Mirafiori. Ma soprattutto le indossavano, come tanti altri, per uscire, era il loro tempo libero, erano puntini di colore distribuiti per il tessuto cittadino. C’era il pensiero, più o meno esplicitato, che quei puntini erano tante candeline sulla città, era Torino che festeggiava il compleanno, finalmente diventava grande, grande non solo per se stessa ma in faccia al mondo, arrivavano le televisioni, se ne sarebbero accorti anche dall’altra parte del pianeta.

La giacca a vento rossa delle Olimpiadi, per così dire brandizzata, la portavano anche gli operai perché, seppure azzoppato dalla Storia, avevano il senso dell’appartenenza, e tirarsi su la cerniera fino al mento era una forma di partecipazione. Portiamo fuori questa giacca, vedrai che siamo in tanti. Scendere in ascensore, aprire il portone, mostrarla alla città. Le portavano anche i bambini, perché i genitori gliele regalavano e loro erano contenti. La indossavano anche altri, però con parsimonia, e non nella vita quotidiana.

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Andrea Bajani

Ogni tanto vedo ancora per strada pensionati Fiat con indosso le giacche a vento delle Olimpiadi del 2006. Le mettevano alla fine del turno, talvolta anche per entrare a Mirafiori. Ma soprattutto le indossavano, come tanti altri, per uscire, era il loro tempo libero, erano puntini di colore distribuiti per il tessuto cittadino. C’era il pensiero, più o meno esplicitato, che quei puntini erano tante candeline sulla città, era Torino che festeggiava il compleanno, finalmente diventava grande, grande non solo per se stessa ma in faccia al mondo, arrivavano le televisioni, se ne sarebbero accorti anche dall’altra parte del pianeta.

La giacca a vento rossa delle Olimpiadi, per così dire brandizzata, la portavano anche gli operai perché, seppure azzoppato dalla Storia, avevano il senso dell’appartenenza, e tirarsi su la cerniera fino al mento era una forma di partecipazione. Portiamo fuori questa giacca, vedrai che siamo in tanti. Scendere in ascensore, aprire il portone, mostrarla alla città. Le portavano anche i bambini, perché i genitori gliele regalavano e loro erano contenti. La indossavano anche altri, però con parsimonia, e non nella vita quotidiana.

Andavano bene cioè nei giorni delle Olimpiadi vere e proprie, quando si era tutti insieme, una giacca come una divisa da boyscout, un po’ gioco, un po’ appartenenza, un po’ anche mascherata. Andava bene anche per qualche domenica in campagna, ma non troppo di più e soprattutto senza troppi spettatori: lo stile è importante, ci scegliamo noi dove comprare le cose che indossiamo, aspettiamo la nuova collezione oppure i saldi se proprio vogliamo risparmiare.

La giacca rossa con il logo delle Olimpiadi era, in fondo, una sorta di sogno piccolo borghese. La indossava cioè l’ampia gamma di quelli che desideravano la pozione magica che tramuta un poveraccio in un signore. E Torino è piena di signori o cosiddetti, quasi tutti imparentati, alta borghesia di commercianti, avvocati e ingegneri, che quella giacca rossa l’hanno vista transitare con dentro qualche anonimo sotto i portici del centro.

Quei cinque cerchi con una mola antonelliana a rombi blu cuciti sulla giacca erano il miraggio di un lasciapassare: un operaio se la metteva addosso perché era due cose che stavano insieme, il suo essere operaio e la città dentro cui stava incastonato. Era, si potrebbe anche dire, il segno di una specie di fiducia nelle forza in campo dentro la città, l’idea che forse – pensandoci bene – un operaio resta un operaio fin che campa, ma se la città fa bella figura in televisione ci guadagniamo tutti, prepariamoci per le riprese, fa niente se la nostra è solo una veloce comparsata, ma almeno il mondo vede di che pasta siamo fatti. Si chiama marketing a costo zero, forse lo sapevano anche, o lo intuivano, ma non gliene importava niente, facevano gli uomini sandwich ma stavano al caldo ed erano contenti di vedere che qualcosa si muoveva.

Quest’anno sono dieci anni dalle Olimpiadi invernali, di giacche se ne vedono in giro molte meno e socialmente ormai sono molto connotate. La portano pensionati Fiat, appunto, o qualche poveraccio vero, intercettato in centro, seduto sui gradini, che ha recuperato quelle che i signori-cosiddetti hanno messo dentro i sacchi per i cosiddetti-poverelli da aiutare con tanta carità. Nel frattempo le Olimpiadi, nella mitologia della città, sono diventato un ante quem (ma soprattutto un post) e Torino la Cenerentola scoperta al talent show della celebrità.

“Dopo le Olimpiadi” è una locuzione che ha finito per incastonarsi in maniera percussiva nei discorsi di cittadini e forestieri. A dire, cioè, che non è più la stessa, che si è trasformata, è diventata così bella, la zucca è diventata carrozza e ha sconfitto anche il tempo, per cui la mezzanotte – udite, udite – non verrà. Non è più la città operaia, dice quella locuzione, non vi spaventate, restate in centro, non vi allontanate dalle mura.

Quando facevano i testimonial delle Olimpiadi in giacca a vento rossa, gli operai non sapevano che sarebbe finita in questo modo. Che era proprio a loro che toccava, nella distribuzione della parti, l’ante quem. Non sapevano che a soffiare su quelle candeline per il compleanno più importante, sarebbe rimasta al buio tutta una parte di città, e dopo gli applausi avrebbero acceso le luci soltanto sul centro cittadino.

Non sapevano che le loro giacche si sarebbero scolorite così tanto, ma che loro le avrebbero portate lo stesso, anche con un filo di retorica e di nostalgia, mentre qualche cosiddetto signore l’avrebbe usata per fare l’orto nella casa di campagna, o per andar per funghi. Non sapevano che gli avrebbero detto, pur senza dirlo, di star fuori dalle mura, e forse nemmeno che questa cosa – son paroloni – si chiama abiura.

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Chi non va in treno legge di meno https://minimaetmoralia.it/libri/chi-non-va-in-treno-legge-di-meno/ https://minimaetmoralia.it/libri/chi-non-va-in-treno-legge-di-meno/#comments Wed, 17 Feb 2016 14:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29989 Questo articolo è uscito su Torinosette - La Stampa: ringraziamo la testata e l'autore.

di Andrea Bajani

Ci sono solo due posti in cui riesci davvero a leggere come Dio comanda, per così dire. Uno, va da sé, è il gabinetto. Per le donne resta e resterà per sempre un mistero, il tempo che gli uomini passano in bagno. Si lamentano, e si lamenteranno per sempre, quando la sagoma dei mariti scompare dietro la porta con un libro in mano. Cercano, e cercheranno per sempre, di far fuori la pila di riviste e di libri che i loro uomini lasciano davanti alla tazza. Ma non sanno, e mai sapranno, il piacere che un uomo prova a leggere industurbato e con i pantaloni alle caviglie. E non conoscono quel leggero fastidio che indica a un uomo che la beata seduta di lettura è finita: gli comincia a formicolare una gamba.

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Questo articolo è uscito su Torinosette – La Stampa: ringraziamo la testata e l’autore.

di Andrea Bajani

Ci sono solo due posti in cui riesci davvero a leggere come Dio comanda, per così dire. Uno, va da sé, è il gabinetto. Per le donne resta e resterà per sempre un mistero, il tempo che gli uomini passano in bagno. Si lamentano, e si lamenteranno per sempre, quando la sagoma dei mariti scompare dietro la porta con un libro in mano. Cercano, e cercheranno per sempre, di far fuori la pila di riviste e di libri che i loro uomini lasciano davanti alla tazza. Ma non sanno, e mai sapranno, il piacere che un uomo prova a leggere industurbato e con i pantaloni alle caviglie. E non conoscono quel leggero fastidio che indica a un uomo che la beata seduta di lettura è finita: gli comincia a formicolare una gamba.

Il treno è il secondo posto in cui riesci a leggere come Dio comanda, per così dire. I viaggi lunghi ti mettono di buon umore, con l’eccezione di quell’ora di panico che ti prende prima della partenza, quando prepari la borsa. Beneficiare di sette ore seduto e sbagliare libro potrebbe essere il più spiacevole degli errori. Sette ore sono un tempo sublime se trascorse dentro una storia che ti soddisfa. Un incubo se con la storia sbagliata. Per questo prima di uscire ti aggiri per casa soppesando volumi, sfogliandoli, riponendoli insoddisfatto o infilandoli nella valigia. Per questo i tuoi bagagli pesano sempre tonnellate anche solo per due giorni di viaggio: perché per non sbagliare, piuttosto abbondi. Dieci ore di viaggio totale e sei libri con te.

Per non privarti di questo piacere prediligi i treni regionali. Il dondolio che ti porta lontano è la colonna sonora perfetta per i tuoi libri. I giorni in cui poi vuoi un sovrappiù di benessere, aggiungi pochi euro e ti concedi la prima classe del treno regionale. Raggiungi il vagone, scegli la poltrona, e muguli di piacere leggendo. Sono sempre grandi e confortevoli poltrone vintage dentro carrozze semivuote. Non ci sono uomini d’affari che concludono trattative al telefono e che s’infilano con le loro parole dentro le parole che leggi. E c’è il paesaggio fuori che si fa vedere, invece di schizzare di fianco come una foto fuori fuoco. E la destinazione arriva non prima di trenta pagine. È questo, ti dici, il progresso. Il resto è barbarie.

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Il tempo chiuso dentro l’armadio https://minimaetmoralia.it/fiction/il-tempo-chiuso-dentro-larmadio-andrea-bajani/ https://minimaetmoralia.it/fiction/il-tempo-chiuso-dentro-larmadio-andrea-bajani/#comments Fri, 28 Mar 2014 11:28:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19615 Pubblichiamo un racconto di Andrea Bajani contenuto in Vertigini, l'antologia che presenta BookABook, una nuova community dedicata ai libri, e che si può scaricare gratuitamente qui.

di Andrea Bajani

La nostalgia arriva così, come un uccello che si poggia sopra un balcone. Non preavvisa, non si annuncia. Semplicemente, succede. Si stacca da qualche altrove – dove stanno tutte le cose che mancano – e poi arriva a posartisi in testa. Senti una pressione leggera, sopra la testa, e d’istinto ti chini tra le spalle a cercare protezione lì in mezzo. Può arrivare quando sei sola sdraiata su un letto, quando tuo figlio ti mostra un disegno, quando ti volti per parcheggiare. Può arrivare in mezzo a una frase, tagliare in due il sorriso di un altro o lo sbadiglio con cui apri il sonno prima di infilartici dentro. Eppure arriva. Arriva agli anziani e ai bambini, agli adolescenti che rincorrono il tempo e a quelli che il tempo l’hanno rinchiuso dentro un armadio. La nostalgia arriva. Arriva a quelli che non la volevano e a quelli che ne hanno fatto espressa richiesta. A quelli che sono felici la nostalgia appanna la felicità, a quelli che non lo sono mai stati dà la speranza – che in quel momento s’inciampa però in quel pensiero lasciato in mezzo alla stanza – che ci sia stato un tempo in cui forse lo erano stati un pochino. Arriva. E come arriva a tutti, un giorno è arrivata da te.

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Pubblichiamo un racconto di Andrea Bajani contenuto in Vertigini, l’antologia che presenta BookABook, una nuova community dedicata ai libri, e che si può scaricare gratuitamente qui. (Immagine: Jack Vettriano)

di Andrea Bajani

La nostalgia arriva così, come un uccello che si poggia sopra un balcone. Non preavvisa, non si annuncia. Semplicemente, succede. Si stacca da qualche altrove – dove stanno tutte le cose che mancano – e poi arriva a posartisi in testa. Senti una pressione leggera, sopra la testa, e d’istinto ti chini tra le spalle a cercare protezione lì in mezzo. Può arrivare quando sei sola sdraiata su un letto, quando tuo figlio ti mostra un disegno, quando ti volti per parcheggiare. Può arrivare in mezzo a una frase, tagliare in due il sorriso di un altro o lo sbadiglio con cui apri il sonno prima di infilartici dentro. Eppure arriva. Arriva agli anziani e ai bambini, agli adolescenti che rincorrono il tempo e a quelli che il tempo l’hanno rinchiuso dentro un armadio. La nostalgia arriva. Arriva a quelli che non la volevano e a quelli che ne hanno fatto espressa richiesta. A quelli che sono felici la nostalgia appanna la felicità, a quelli che non lo sono mai stati dà la speranza – che in quel momento s’inciampa però in quel pensiero lasciato in mezzo alla stanza – che ci sia stato un tempo in cui forse lo erano stati un pochino. Arriva. E come arriva a tutti, un giorno è arrivata da te.

Con tre figlioli che vanno tutti già a scuola, non l’avresti mai detto che ti sarebbe mancata la mamma. Hai quarant’anni compiuti da poco, anni spesi a sventolare sul balcone la bandierina dell’autonomia a tutti i costi. Autonomia dai mariti, autonomia dai figli, autonomia a maggior ragione dalle mamme. L’importanza di saper dire “Io”. Eppure è proprio così e non c’è niente da fare, e pazienza se la statistica e la tua biografia dicono che a quarant’anni si dovrebbero fare pensieri diversi. Eppure oggi succede, seduta su una sedia del tuo ristorante, in un momento di calma in cui l’aria è ancora arricciata dalla ventata dell’ultimo cliente che se n’è andato.

Dopo averlo sognato per anni, sei riuscita ad aprire questo ristorantino piccolo piccolo. Non è niente di che, una vetrina da cui si vedono cinque tavoli sistemati per sembrare un salotto di casa. Ogni volta che apri, la mattina, pensi che è un peccato non poterlo mostrare a tua madre. Ma oggi – ecco – oggi quel pensiero ti è arrivato in un momento in cui non ci pensavi. Ti si è posato sopra la testa, e ha cominciato a zampettarti in mezzo ai capelli, con quel misto di solletico e di unghie conficcate dentro la pelle. Quando eri piccola dicevi a tua madre che avere un ristorante per te sarebbe stata la gioia più grande. Le dicevi anche che tra le gioie più grandi ci sarebbe stata quella di averla seduta da qualche parte a mangiare. Una cliente qualunque, dicevi, da trattare come si trattano gli altri. Però con tutta la complicità, e il segreto, di sapere che non lo era affatto, una cliente come tutti gli altri.

Da tre settimane ogni giorno c’è una ragazza che arriva, all’ora di pranzo. È lei che se n’è andata via poco fa, che ha fatto i riccioli all’aria che l’ha lasciata passare. Avrà poco più di vent’anni. È alta, sarà quasi uno e ottanta, capelli biondi lasciati cadere e degli occhi azzurri che fanno quasi fa male a starci davanti. Si siede sempre nello stesso tavolo, e non apre nemmeno la lista. Non ne ha bisogno, o non ha tempo. Non l’hai ancora capito. Prende il risotto alla pescatora e un bicchiere di acqua frizzante. Se è domenica il vino e la macedonia alla fine. Per il resto sta lì, non legge né manda messaggi sul cellulare, che sono le occupazioni di chi va nei ristoranti da solo. E a vent’anni sono pochi – e nessuno l’ha mai fatto da solo – quelli che vengono a mangiare da te. Lei invece sta lì, semplicemente. Sta seduta, con uno sguardo sereno, la bocca socchiusa e ti guarda mentre lavori. Non lo fa aggrappandosi a te, ed è per questo che tu lasci che faccia. Non ti spaventa, non ti induce a toglierti il suo sguardo di dosso come si toglie la polvere da sopra la giacca. Lei ti guarda, come un uccello sta fermo su un ramo. E lo fa con dolcezza infinita, e un sorriso appena accennato che resta uguale anche quando incrocia il tuo sguardo.

Poi a un certo punto si alza e ti raggiunge al bancone. Lo fa sempre, e anche oggi ha attraversato il locale con quei passi sicuri, come se calcassero orme già aperte da qualcuno per terra. Ti raggiunge – e anche oggi ti ha raggiunto – perché il caffè lo prende sempre al bancone. Ti chiede un espresso, e ti posa gli occhi sopra come una foglia caduta sulla testa di un bambino che passava di lì. Soffia dentro la tazzina, ci appoggia sopra le labbra, e il caffè in due o tre sorsi è finito. Quindi paga – anche oggi ha pagato – si abbottona la giacca e se ne va via. Mai una volta che abbia provato a dirti qualcosa. Mai una volta che si sia sottratta alla ripetizione di tutti quei gesti. La sedia, il tavolo, il risotto alla pescatora, il caffè. E quel modo struggente di non chiedere niente, di stare dentro un punto di silenzio che è lontano e al tempo stesso molto vicino. Quando esce, tu ogni volta le fissi la schiena e la guardi con gli occhi, oltre la vetrina, attraversare la strada. Anche oggi l’hai fatto, e poi ti sei messa seduta. È lì che la nostalgia ti ha raggiunto. E ti sei passata la mano sulla testa per sentire se era rimasta una foglia, perché ne sei certa – e nessuno ti convincerà mai del contrario – che quella ragazza è tua madre, tornata tra i vivi quando manca poco a Natale.

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Ricordando Alvaro Mutis https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-alvaro-mutis/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordando-alvaro-mutis/#comments Mon, 14 Oct 2013 09:42:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15832 Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

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Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

Gli ospedali, per lo scrittore e poeta colombiano autore di Un bel morir e di L’ultimo scalo di Tramp Steaner, era un porto in mezzo a un inferno. Quello che succedeva lì dentro era la “enumeración interminable de los requisitos exigidos para zarpar de aquel puerto de maldición”, la ricerca di quei requisiti che, soli, avrebbero potuto portarlo fuori da lì. E se la morte fosse arrivata, pazienza. Avrebbe tolto alla vita la maschera: “La morte benvenuta – scriveva – ci esime da ogni vana speranza”.

D’altronde era uomo di porti e destini anche il leggendario gabbiere Maqroll, che proprio negli Ospedali d’oltremare si era affacciato e che poi sarebbe diventato l’eroe di tanti romanzi, da Ilona arriva con la pioggia a La neve dell’ammiraglio. Sarebbe probabilmente inesatto dire che Alvaro Mutis prediligesse quei luoghi in cui la vita se la gioca fino all’ultimo, in cui non è un dato di diritto riportartarla a casa. Però è un fatto, che nella sua prosa la vita scorreva lì dove la morte le faceva da liquido di contrasto. E il gabbiere, che è l’uomo che sale sui pennoni degli alberi per manovrare la vela, è quello che più di tutti poteva capire dove il mare finiva e dove cominciava la terra.

Era questo il Gabbiere Maqroll, in cui forse in tanti lettori si sono riconosciuti per l’essere a metà del guado, uomo del mistero e del confine, avventuroso, malinconico, fatalista, arreso e inarreso al contempo. In tanti avevano provato a imparentarlo con qualcuno, a procacciargli un pedigree. I più gli proponevano Lord Jim o Marlow di Conrad, e Mutis lasciava parlare. Poi avanzava candidamente, e forse senza prendersi troppo sul serio, Melville e la lotta metafisica di Ishmael contro la balena.

In fondo i personaggi di Alvaro Mutis erano uomini di scoperta e di attesa, di solitudini estreme e di bramosa ricerca di una relazione con l’umano. Lui stesso l’aveva sperimentata sulla sua pelle, un’altra attesa, un’altra gabbia, un altro ospedale: nel 1959 era stato rinchiuso dentro il carcere messicano di Lecumberri, accusato di peculato. Da lì nacque il dolorosissimo Diario di Lecumberri, e quel libro in qualche modo unico che sono le conversazioni in carcere con Elena Poniatowska, le Cartas de Alvaro Mutis a Elena Poniatowska. Da dentro la cella 52, sulla cui parete aveva appeso una foto del suo Marcel Proust, Mutis per quindici mesi salì su altri pennoni, cercando di capire dove finisse quel mare plumbeo che tecnicamente chiamavano detenzione e dove ricominciava la vita.

Privato della relazione umana, per la quale sempre aveva vissuto, Mutis si sentiva stretto dentro una morsa, un gabbiere sopra una nave senza vento. Poi uscì e il resto lo si trova nei libri, nei ricordi di Gabriel Garcia Marquez, nella Smisurata preghiera di Fabrizio De Andrè, che gli diede in qualche modo la fama in Italia. E infine, oltre le porte di quell’ultimo ospedale d’oltremare dove Alvaro Mutis è andato a morire, a portare via ogni sua ulteriore vana speranza. È lì che si spalanca qualcosa di più grande e di più misterioso: “Oh signore! – queste le parole ormai celebri di Maqroll – accogli le preghiere di questo scrutatore / supplicante e concedigli la grazia di morire avvolto / nella polvere delle città, addossato alle gradinate di / una casa infame e illuminato da tutte le stelle del / firmamento”.

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L’adeusinho per un amico di Andrea Bajani https://minimaetmoralia.it/libri/mi-riconosci-andrea-bajani/ https://minimaetmoralia.it/libri/mi-riconosci-andrea-bajani/#comments Fri, 07 Jun 2013 09:16:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14575 Saramago diceva che la lingua portoghese ha una parola che altre lingue non hanno, e questa parola è adeusinho. Un diminutivo per la più difficile delle cerimonie: il momento di dirsi addio tra due persone. Come se si potesse essere delicati anche nella separazione e addomesticare con un piccolo trucco verbale la tristezza.

Il suo adeusinho ad Antonio Tabucchi, Andrea Bajani lo compone nell’unico modo in cui due scrittori si possono salutare: attraverso un romanzo.

È bene sottolinearlo dall’inizio, per evitare ogni equivoco.

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Saramago diceva che la lingua portoghese ha una parola che altre lingue non hanno, e questa parola è adeusinho. Un diminutivo per la più difficile delle cerimonie: il momento di dirsi addio tra due persone. Come se si potesse essere delicati anche nella separazione e addomesticare con un piccolo trucco verbale la tristezza.

Il suo adeusinho ad Antonio Tabucchi, Andrea Bajani lo compone nell’unico modo in cui due scrittori si possono salutare: attraverso un romanzo.

È bene sottolinearlo dall’inizio, per evitare ogni equivoco.

Mi riconosci non è una commemorazione né un coccodrillo né uno scritto occasionale, è un romanzo che prosegue e fa avanzare un’idea di fondo di Andrea Bajani, a cui gli esterni delle sue storie e un malinteso critico d’esordio non avevano concesso subito la corretta messa a fuoco. I suoi romanzi non si propongono di raccontare ambiziosamente la totalità del mondo, se non per incroci e intersezioni; quello che gli interessa è esplorare le zone dello sconforto e del dolore, e del loro superamento, se ci sono. Gli interessa la piccola cicatrice incisa in un punto nascosto del corpo dei suoi personaggi. Ed è a questa letteratura dell’intimità, alla sua personale costruzione, che Andrea Bajani si è dedicato in questi anni. Inevitabile che questo percorso, che richiede un totale investimento emotivo e stilistico, lo portasse a uno sconfinamento sempre più autobiografico, che a ben vedere c’è sempre stato. E a un vecchio paradosso: lo scrittore, nel tentativo di rendere universale una verità intima, deve vincere la sua naturale disposizione al pudore, scrivere attraverso la vergogna e non intorno, come invita a fare Jonathan Franzen.

Mi riconosci indaga uno dei sentimenti umani più privati, eppure più comuni: la morte di un amico. È il racconto di quest’amicizia nata a causa e dentro la letteratura tra uno scrittore italiano affermato in tutto il mondo e uno dei giovani più promettenti. Lo scrittore grande legge un libro del giovane e se ne innamora. Inizia a manifestare tra i suoi amici tutto il suo entusiasmo e l’intenzione di conoscerlo; il giovane allora prende un aereo, va a Parigi, e bussa da un conoscente comune dove sa che l’altro sta a cena. Il grande si alza, dice “oggigiorno la posta fa miracoli, ragazzo mio” e gli consegna nelle mani una lettera che aveva scritto per lui. Nasce così un rapporto particolare, di scelta e di adozione reciproca, di complicità, di camicie da comprare nei negozi di Parigi, di case scambiate, di lunghi pomeriggi in macchina, di una passeggiata in un cimitero toscano. L’arte e i doni dell’incontro, dei libri che si fanno persone, dell’ospitalità. Ma tre o quattro anni dopo lo scrittore grande si ammala. E il più giovane riprende l’aereo e al ricovero finale lo va a trovare, contro il suo volere. A Lisbona, questa volta. Per un’ultima galanteria, le ultime parole. E poi solo una cucina vuota, il dolore dei familiari, le tazzine nel lavello, le sedie ripiegate contro il muro.

La storia è vera, ma come sempre la letteratura, non potendo ripetere la realtà, la inventa di nuovo, in altra forma, ne resuscita il sentimento, mette in relazione il tempo, sfida la casualità dei fatti che sono accaduti e cerca di recuperare un senso. E così un libro segreto, familiare, si trasforma, cambia natura e gli stessi protagonisti diventano degli archetipi: il giovane scrittore indossa i panni di tutti i giovani scrittori in cerca di un maestro, e il maestro incarna tutti i maestri e il loro sguardo di fronte all’alunno che si è riconosciuto come il più simile a sé stesso.

Perché è proprio il riconoscimento il grande tema del romanzo. Già dal titolo, tratto da un verso di Rilke contenuto nei Sonetti a Orfeo, che Tabucchi stesso spedì in un sms ad Andrea, dopo il loro primo incontro:

“Mi riconosci, tu aria, piena ancora di luoghi un tempo miei?”

Nessuno dei due poteva sospettare la coerenza che quelle lettere digitate su un telefonino avrebbero assunto qualche anno dopo. Rilke aveva composto i sonetti a Orfeo per una ragazza giovanissima, una ballerina morta di leucemia. Il suo era un canto elegiaco che seguiva un lutto e il mito di Orfeo una metafora perfetta della poesia: lo sforzo estenuante di far tornare in vita ciò che si è perduto. Nel Novecento e nel ventunesimo secolo Orfeo è sempre più l’uomo sradicato, desterrado, il migrante che non si rassegna alla scomparsa, e fa piangere gli dei con il suo dolore, e sfida la morte, pur sapendo di essere destinato a fallire. Il suo desiderio più forte è quello di rincontrare Euridice, di riconoscerla, anche per un solo momento, in una folla di ombre. Non può fare a meno di voltarsi verso di lei: sa che il patto con gli dei è una truffa e che una visione effimera è tutto ciò che gli è concesso.

Ogni riconoscimento è qualcosa di simile, un’epifania, un piccolo prodigio: è come vedere per la prima volta qualcosa che si è già visto, che già si sa o non si indovinava più o si era dimenticato. È restituire un’identità a un altro e ritrovarla per sé. Ma riconoscere è un verbo che si declina in tante forme. Si riconosce l’amore e l’amicizia, quando si è fortunati. Si riconoscono i figli, quando nascono. E ci sono riconoscimenti più dolorosi, come quello dei morti, nel più penoso degli uffici umani, quando bisogna dare un nome a un cadavere martoriato. È strano, ma usiamo lo stesso verbo per la nascita, per la morte e per l’amore. Contiene sempre una storia di restituzione o di risarcimento, e forse è per questo che anche la parola riconoscenza ha la stessa radice.

Da questo discorso sul riconoscimento e sulla gratitudine, Andrea Bajani musica un fado struggente e malinconico e in qualche modo di consapevole e luminosa ricomposizione della mancanza. Una vicenda di porte di cucina chiuse al momento di cenare, di isolamenti e di case, di telefonate notturne, di sorprese e confessioni, di dispetti, ironie e anche bisticci. Un piccolo atlante del pianto pieno di discrezione, eppure coraggioso nel pendolare tra le impertinenze della morte e quelle della vita, tra un battesimo e un commiato.

In definitiva, è un dialogo tra un padre e un figlio elettivi, o un fratello maggiore e uno minore, di fronte allo sgomento della scrittura, della vecchiaia, della malattia, del silenzio definitivo e dell’orfanezza. Il requiem del giovane scrittore che suona come uno geometrico contrappunto al requiem che scrisse in portoghese il grande scrittore tanti anni prima. Perché anche la letteratura è un destino, un affare di elezione, eredità e consegne, un gioco di specchi. E proprio come un ospite che ha obbedito a una necessità ma si è fermato in piedi sulla soglia della stanza dove si consuma l’ultimo passaggio, Mi riconosci si fa fiato e respiro, elaborazione universale e tenerissima di un lutto che vale per ogni perdita e per ogni dolore.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 3 al 7 dicembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-3-7-dicembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-3-7-dicembre/#respond Fri, 07 Dec 2012 14:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11913 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 3 dicembre:

• Taranto, la città di ferro. Articolo di Franco Arminio su doppiozero.com

• Il fronte degli scrittori. Perché oggi gli autori italiani tornano a raccontare la guerra. Articolo di Andrea Bajani, la Repubblica, p. 58.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  It might as well be spring nella versione di Bill Frisell e Fred Hersh

 

Martedì 4 dicembre: 

• Estratti dalle Pagine Corsare di Pier Paolo Pasolini sul rapporto Stato-Chiesa. Anche su pasolini.net

• Il ritorno di Mina. Da Presley a Porter, ecco le grandi canzoni della nostra America. Articolo di Paolo Giordano, il Giornale, p. 32.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Black and Tan Fantasy di Duke Ellington, interpretata da Thelonious Monk

 

Mercoledì 5 dicembre:

• Orlando Cruz, il pugile gay: “Metto ko i pregiudizi”. Articolo apparso su Der Spiegel, Il Fatto Quotidiano, p. 15.

• Lettera di un maestro al maestro Rossi Doria “Fino a 8 anni scuole libere dai computer”. Appello di Franco Lorenzoni su Repubblica.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Preludio in Re Minore di Esbjorn Svensson

 

Giovedì 6 dicembre:

• Il futuro ricomincia da noi. E dal whisky di Glasgow. Intervista a Ken Loach di Arianna Di Genova, il manifesto, p. 3.

• Brubeck, idolo bianco del jazz. Articolo di Marco Molendini, Il Messaggero, p. 27.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Dont’ worry about me di Dave Brubeck

 

Venerdì 7 dicembre:

• Niemeyer, l’architetto che amava le curve. Articolo di Gianni Riotta, La Stampa, p. 26.

• Lo scrittore e il ribelle. Nobel contro Nobel. Articolo di Giampaolo Visetti, la Repubblica, p. 46.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è The Mother di Ketil Bjornstad

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Una generazione in versi https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/#comments Tue, 22 May 2012 13:36:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7924 Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull'ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m'impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell'Italia berlusconiana, un'Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

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Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m’impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell’Italia berlusconiana, un’Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

Il secondo motivo, circa il pregiudizio verso questa narrativa sul precariato, è forse più profondo e relativo all’impossibilità storica di raccontare, proprio oggi, il presente. O meglio: un presente ricattatorio ci ha condannato all’attualità e all’immobilità, impedendoci qualsiasi progetto di futuro, e ha calcificatoo le forme della narrazione in depositi di iper-realismo giornalistico e di postmoderno super celebrale piuttosto asfittico. Va detto che di questa “fame di realtà” ne patiamo e abbiamo patito tutti, anche per il bisogno di comprensione nelle rapidi trasformazioni che ha subito il nostro paese in questi anni. Ma, alla lunga, questa necessità ha portato a una deriva autoreferenziale sul presente francamente inutile, lagnosa e auto-assolutoria.

Di solito bisogna diffidare di queste opere, ma questo non è il caso del primo libro di Francesco Targhetta, un poeta trentaduenne veneto. Tutto ciò non riguarda, infatti, il suo esordio, Perciò veniamo bene nelle fotografie (pubblicato da Isbn, 256 pagine per 19,90 euro), che, sebbene parli di precariato giovanile e dell’oggi, sfugge a qualsiasi genere e categoria, perché è un curioso “romanzo in versi”, un poema, una forma vecchia, non vecchissima, per raccontare il presente. È proprio nelle forme ambigue e non consuete, ibride, che va cercata la diversità di sguardo e di posizionamento, almeno riconoscendone il tentativo di sperimentare nel deserto. Targhetta ha scritto infatti un romanzo in versi, il suo primo come recita il frontespizio dopo una piccola raccolta di poesie intitolata Fiaschi, rispettando le regole della metrica, gli endecasillabi e i novenari ad esempio, e quelle del ritmo, come le assonanze e le rime interne ai versi, per raccontare la sua personale condizione di ricercatore nell’università italiana e quella dei suoi amici e conoscenti, un ritratto nitido e crudele di una generazione.

“Non si muove nessuno, qua / perciò veniamo bene nelle fotografie”. Il titolo deriva da questa chiusa implacabile, sintesi della condizione giovanile, cioè l’immobilità, l’incapacità di reagire per una generazione che ondeggia tra il lamento e il rimorso. Targhetta racconta la vita di alcuni di questi giovani a Padova, gli appartamenti da studenti, descritti fin dentro le deprimenti credenze, con le stanze divise per 120 euro a posto letto al mese, le aspirazioni fallite e i tentativi di galleggiare nel quotidiano e crescere professionalmente.

Racconta i corpi di questi giovani, guastati da un’alimentazione sballata dalle pizze a portar via e dal pessimo vino, in un procedere affannoso per trovare un posto nel mondo: “la nostra via crucis, / da quando siamo qui, nel dribbling / dei pasti, col bidone della carta / che subito si stipa, e arriva / al sabato quasi peggio / dei nostri stomaci esausti”. Dei corpi cresciuti a forza di merendine e schifezze alimentari anche nell’infanzia e anche il cibo della mente non è da meno, con la televisione unica grande educatrice del passato e costruttrice di modelli sociali e di consumo.

Lui, il narratore è il più immobile di tutti tra i personaggi che appaiono nei versi, quello che non riesce a ribellarsi, a scomporsi o a fuggire: un ricercatore di storia dell’università, costretto a seguire per il miraggio di un assegno o di una borsa di studio la cattedra di un professore antiberlusconiano, “con le copie di Alias sul mobile bar”, un barone che fa far carriera a una ricercatrice avvenente. (Pochi romanzi hanno raccontato l’ipocrisia e l’amoralità dell’università italiana come questo Targhetta e un altro esordio, Apocalisse da camera di Andrea Piva). E il tema della ricerca universitaria, la Guerra del Piave, fa come da contraltare alla resistenza quotidiana dei suoi coetanei, “carne da cannone” che sa già di aver perso. Tra questi spicca Teo, un operatore da call-center che fa carriera e si trasferisce a Torino (molto belli i versi delle telefonate tra lui, la ragazza e gli amici, lontani, che descrivono la solitudine nella città sconosciuta di un ragazzo sbarcato dalla provincia), o Mara che si barcamena tra scuole di recitazione dove i maestri di teatro ci provano con le allieve, covando il sogno di diventare attrice sapendo benissimo che “se tutte le strade portano a Roma / ma nessuna lì, a Cinecittà”. O ancora Los, uno che è riuscito a scappare in un’università del Belgio, dove il dottorato è pagato il doppio e permette l’agognata indipendenza, una sorta di auto-esilio volontario che  il narratore no riesce a scegliere per mancanza di coraggio.

Oltre a questi ritratti senza speranza, delle vere e proprie istantanee d’esistenza triste, è interessante il dialogo che si instaura con le generazioni che precedono e seguono i trentenni raccontati da Targhetta: anche in questo caso non c’è alcuna illusione, non c’è alcun patto, ma solo una trasmissione di odi e di sfruttamenti reciproci. “Buttarsi negli intrugli della vita, / bisogna, come insegna l’adulto / medio, e qualsiasi invisa proiezione / dei nostri vent’anni marciti: farsi / amici assenti, ragazze distanti, / affezionarsi alle fiction come / ai bimbi rapiti, diventare stressati / ma non tecnicamente, giocando / su limiti e centesimi di secondo, /  sentendosi la sera come ladri / dentro il proprio miniappartamento / piene le tasche come bombe carta / di lavoro arretrato e cemento”. Se dai padri, oltre all’insoddisfazione e al rancore, si è ereditato un modello, questo stesso verrà usato contro i ventenni, coloro che subiranno la vendetta dei trentenni frustrati e avvelenati dalla vita: “tra questi bimbi / senza speranze che ci odiano / già, ci detestano duri, perché / sanno che toccherà, prima o poi, / anche a noi, e saremo cattivissimi”.

Un racconto, quindi, diviso in trenta capitoli, quello di Targhetta dei perdenti, degli sconfitti trentenni cresciuti in questi anni di estremo conformismo e compromissione. Perciò veniamo bene nelle fotografie è un poema che richiama tantissimi antecedenti, dai Crepuscolari a Giudici, ma soprattutto fa pensare al primo Elio Pagliarani, di recente scomparso, perché sono molto le citazioni e i richiami a La ragazza Carla del poeta del Gruppo ’63 e al filone letterario dello sboom e dei loosers da Bianciardi (La vita agra e Il lavoro culturale soprattutto) alle tavole di Andrea Pazienza.

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Un’altra Galassia https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unaltra-galassia/#respond Fri, 18 May 2012 09:00:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7919 Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un'altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

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Dal 18 al 20 maggio a Napoli il festival Un’altra Galassia

Programma

Venerdì 18  maggio  2012

• Ore 16,00 (Piazza San Gaetano) Reading per i cento anni di Elsa Morante. Da “Lo Scialle Andaluso” leggono Andrea Bajani, Rossella Milone, Valeria Parrella, Pier Luigi Razzano, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Laurent Mauvignier. Interviene Andrea Bajani

•  Ore 18,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Michela Murgia. Interviene Rossella Milone

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta Spiritica. Michele Mari Carlo Emilio Gadda ed Emilio Salgari

Sabato 19 maggio 2012

•  Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Giorgio Fontana. Interviene Pier Luigi Razzano

•  Ore 16,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Edoardo Albinati. Interviene Massimiliano Virgilio

•  Ore 18,30 (Sala Capitolare di San Lorenzo Maggiore) Reading di Patrizia Cavalli su musiche di Diana Tejera

•  Ore 20,30 (Napoli Sotterranea) Seduta spiritica. Walter Siti evoca Pier Paolo Pasolini

•  Ore 22,30 (Refettorio di San Paolo Maggiore) Concerto di Tarall&Wine

Domenica 20 maggio 2012

• Ore 11,30 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Walter Siti. Interviene Valeria Parrella

• Ore 16,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Reading di Diego De Silva.

• Ore 18,00 (Chiostro di San Paolo Maggiore) Incontro con Domenico Starnone. Interviene Piero Sorrentino

UNDER 18

LibLab

18/19  maggio 2012-04-12

•  Ore  16,00-19,00 (Antico refettorio di San Paolo Maggiore)

20 maggio 2012

• Ore 11,30-13-30 (Napoli Sotterranea)

A seguire

‘La metamorfosi della Sirena-rinascita di Partenope’, spettacolo di marionette a cura della compagnia Vecchia Selvaggia del Cerillo

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Quando parliamo della nostra generazione https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-parliamo-della-nostra-generazione/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-parliamo-della-nostra-generazione/#comments Sat, 13 Jun 2009 10:01:29 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=32 Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009. Fermati Piero, fermati adesso lascia che il vento ti passi un po’ addosso Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze […]

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Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009.

Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso

Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze – stiamo facendo una mappatura del tempo. Lo distinguiamo in zone cercando di riconoscere, nella filiazione o nel contrasto tra le diverse generazioni, una dialettica e dunque un cambiamento.

Rappresentazioni di questo genere valgono anche in ambito letterario: la generazione degli scrittori che hanno una quarantina d’anni, la “mia” generazione di scrittori, esiste in fuga. Nel senso che si allontana da qualcosa e procede verso qualcos’altro: non lo fa serenamente – e del resto nessuno lo pretende – e neppure con una consapevolezza inscalfibile, semmai come scappando da un’esplosione.

C’è il fungo di terra che si solleva e incombe ombrelliforme, detriti e fiamme che compongono un´immagine di potenza e caos, e da questo sfondo si materializzano le figure di chi scappa dalla deflagrazione. Perché la mia generazione fugge da un’esplosione che si è fatta monumento, una produzione di energia letteraria ferocissima che corrisponde a un numero di autori cospicuo e a un´altrettanto cospicua qualità. Questi autori sono Pasolini, Moravia, Morante, Calvino e gli altri scrittori monumentali del secondo Novecento italiano.

Il rilievo che alla mia generazione di scrittori viene mosso, un rilievo che spesso assume le proporzioni di un’accusa, è che questi autori sono quello che noi non siamo. Detto in altri termini, noi non siamo loro. Dovrebbe essere un semplice truismo ma non lo è. Loro sono l´esplosione mineralizzata, un´architettura di voci memorabile che riduce a sussurri, a mormorii se non a biascicamenti i nostri tentativi di scrittura. Il debito contratto con la loro generazione è inestinguibile: quello che possiamo permetterci è lavorare di rosicchio nutrendoci del credito immenso e insuperabile che chi ci ha preceduto è riuscito ad accumulare.

Da tutto ciò discende una conseguenza impressionante: considerare un’epoca della letteratura italiana – all´incirca quella che va dagli anni Novanta a oggi – come un tempo limbico, sospeso e inefficace, e una o più generazioni come epigonali, effetti secondari delle generazioni forti del passato (si ammette l´esistenza, al limite, di scrittori già attivi durante gli anni Ottanta, da Tondelli a Busi a Del Giudice), oggetto di un discorso critico e quasi mai soggetto attivo e incidente. Scrittori interstiziali, interlocutori, a tempo determinato, se non del tutto invisibili.

A partire da questo scenario – e con l´obiettivo di arrestare almeno per un momento la fuga, fermarsi e reagire – provo a contrapporre due obiezioni. La prima di metodo, la seconda di merito. Il modello generazionale, se pure dal punto di vista della storia della letteratura ha una sua utilità cartografica, tende a riproporre uno schema che nel tempo è diventato sempre più inservibile. Perché la logica padri-figli – con l’idea implicita di un passaggio del testimone inteso oggi come improbabile se non impossibile, qualche edipismo, Geppetto e Pinocchio, i nani sulle spalle dei giganti, Enea e Anchise – non tenendo conto di un contesto storico-sociale nel quale la trasmissione dei saperi avviene in termini diversi rispetto al passato, sembra poter condurre soltanto a un’infantilizzazione a oltranza, quella stessa ostinata infantilizzazione che è l’ambiente nel quale non soltanto alcune generazioni ma un intero Paese si trova a ristagnare. Intrappolati in uno schema ormai sterile, nel ricatto che ci obbliga a essere figli perenni incapaci di essere padri, sperimentiamo la preclusione dell’età adulta. E l´età adulta, riuscire a essere disperatamente adulti in questo tempo informe, è adesso per noi necessario e inderogabile.

La seconda obiezione prova a concentrarsi su quelli che mi sembrano i nostri caratteri peculiari. Attraversando gli anni Settanta Ottanta e Novanta, siamo cresciuti nella percezione non semplicemente della fine del nostro presente quanto del presente come fine, obiettivo e conclusione, il tempo nel quale tutto si genera e contro cui tutto si arresta. Diversamente da quanto è accaduto agli scrittori del dopoguerra, quando la meditazione sul presente si connetteva in maniera imprescindibile a quella sul passato e a un impulso verso il futuro, la coscienza acuta del presente ha determinato in noi un’incapacità prospettica. Scorniciati dalla storia, in caduta libera dentro un tempo immobile, abbiamo dovuto trasformare il limite in vantaggio, l’incapacità in risorsa, facendo della nostra esitazione – intesa come il modo in cui si reagisce all´incertezza – la prospettiva dalla quale osservare il mondo.

L’esitazione alla quale mi riferisco è quella che sperimenta il Piero deandreiano di fronte al nemico, quell’indugio che nel concedersi il rischio di essere vulnerabili genera uno spazio di civiltà trasformando l’esitazione in valore. In coraggio. Perché se il nostro connotato è l´incertezza – lo spaesamento non come anomalia ma come costante sentimento del reale – allora diventa fondamentale non fare dell’incertezza un alibi ma uno strumento di conoscenza. Avere il coraggio dell’incertezza.

Privi di riferimenti forti, non autorizzati dai padri, esausti della condizione di figli eterni, la mia generazione di scrittori è quella di chi – a ogni frase, a ogni visione – fruga in questo presente incerto e mi insegna che la complessità non è eccezione ma condizione dell´umano, e in quanto condizione dell´umano non va temuta ma attraversata ed esplorata, ininterrottamente restituita al mondo.

In Italia, adesso – da anni o da alcuni mesi o persino da alcuni giorni e tra alcuni giorni e mesi e anni – ci sono scrittori che si impegnano ad annodare tra loro parole e a comporre frasi e a connettere le frasi per dare forma a romanzi e a racconti, scrittori che condividono una fiducia ostinata nel linguaggio come organo di senso (dove senso vuole risuonare in tutte le sue possibili accezioni). Questi scrittori, per fare alcuni tra i nomi possibili, si chiamano Giorgio Falco, Michela Murgia, Paolo Nori, Aldo Nove, Antonio Pascale, Valeria Parrella, Mauro Covacich, Ugo Cornia, Andrea Bajani, Babsi Jones, Wu Ming, Letizia Muratori, Nicola Lagioia, e ancora Giulio Mozzi, Laura Pariani, Sandro Veronesi, Vitaliano Trevisan, Edoardo Nesi, Antonio Moresco, Michele Mari, Dario Voltolini.

Ascolto le loro scritture, la forma del loro lessico e della loro sintassi, la prospettiva delle loro visioni, e so che queste sono a loro volta scritture in reciproco ascolto e in ascolto del mondo. Da questa generazione di scrittori io quotidianamente apprendo, e scopro che a interessarmi non è la messa a fuoco della mia generazione di scrittori, il confronto tra le diverse foto di gruppo, ma l´immersione nella mia generazione di scritture, nella loro germinazione, in questo moltiplicarsi di voci che carezzano il tempo contropelo e scartavetrano la storia e dilatano le nostre possibilità di percezione e conoscenza. Così – ed è detto senza provocazioni – la scrittura di Gadda si intreccia a quella di Giuseppe Genna, quella di Landolfi a quella di Tiziano Scarpa, Manganelli a Laura Pugno, cortocircuitando in uno spaziotempo meticcio che ha come obiettivo il recupero, attraverso la parola letteraria, di un sentimento nel quale letteratura ed esperienza siano definitivamente sinonimi.

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