Andrea Camilleri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-camilleri/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Oct 2019 11:57:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andrea Camilleri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-camilleri/ 32 32 Andrea Camilleri, “Il casellante” e le metamorfosi https://minimaetmoralia.it/libri/andrea-camilleri-casellante-le-metamorfosi/ https://minimaetmoralia.it/libri/andrea-camilleri-casellante-le-metamorfosi/#comments Tue, 01 Oct 2019 11:57:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41124 di Virginia Fattori

Era il 2008 quando Andrea Camilleri, scomparso il 17 luglio scorso, scrisse Il Casellante, una storia che verrà pubblicata da Sellerio (sua fidatissima casa editrice palermitana). Nello stesso anno il governo Prodi cade; un asteroide passa vicino alla Terra, mentre in Germania, Francia e Portogallo entra in vigore la legge che stabilisce che non si può fumare nei luoghi pubblici. Intanto, la saggezza di Camilleri sfocia in una trilogia che tratta le metamorfosi; il Casellante si inserisce al secondo posto in ordine di elaborazione e pubblicazione.

La genesi del romanzo viene raccontata dallo stesso Camilleri in un’intervista a l’Unità, che introducendo la nascita del primo romanzo della trilogia, quello dedicato a Maruzza Musumeci, la cui metamorfosi in sirena è riuscita, prosegue (anche narrativamente) con la significativa sinossi della metamorfosi non riuscita di questo secondo romanzo.

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Andrea Camiller

di Virginia Fattori

Era il 2008 quando Andrea Camilleri, scomparso il 17 luglio scorso, scrisse Il Casellante, una storia che verrà pubblicata da Sellerio (sua fidatissima casa editrice palermitana). Nello stesso anno il governo Prodi cade; un asteroide passa vicino alla Terra, mentre in Germania, Francia e Portogallo entra in vigore la legge che stabilisce che non si può fumare nei luoghi pubblici. Intanto, la saggezza di Camilleri sfocia in una trilogia che tratta le metamorfosi; il Casellante si inserisce al secondo posto in ordine di elaborazione e pubblicazione.

La genesi del romanzo viene raccontata dallo stesso Camilleri in un’intervista a l’Unità, che introducendo la nascita del primo romanzo della trilogia, quello dedicato a Maruzza Musumeci, la cui metamorfosi in sirena è riuscita, prosegue (anche narrativamente) con la significativa sinossi della metamorfosi non riuscita di questo secondo romanzo.

Il pubblico conosce così la storia di Minica Olivero e Nino Zarcuto, stato civile: coniugi. La vicenda si svolge nel periodo di tempo tra l’entrata in guerra dell’Italia al soccorso delle truppe anglo-americane (1943). A Sicudiana (Siculiana) i due protagonisti recuperano, per espresso desiderio del loro autore, la poetica del luogo che Camilleri da decenni rappresenta negli oggetti familiari ed intimi della casa e dell’ambiente, folkloristico, che frequentano; questi, contrapposti alla vastità del mondo, rivelano l’ignoranza dei protagonisti rispetto tutto ciò che esula dal loro sistema di quotidianità, infatti ai due sposi spetta il compito di parlare del piccolo mondo siciliano che li circonda, fatto di conoscenze, poche amicizie, lavoro e “riconoscimenti”. Per rendere al meglio le dinamiche sottese alla fabula vera e propria le descrizioni non si fanno mai attendere troppo tra un evento e l’altro, attente, puntigliose e narrativamente colorate.

Con la stessa meticolosità viene descritto il lavoro di Nino, quello del casellante: sempre (o quasi) fermo al casello da poco costruito tra Montereale (Realmonte) e la casa a Siculiana; mentre a Minica spetta, come d’ordine sociale, il compito di diventare madre, un dovere al quale sembra non riuscire ad assolvere, così inizia la tragicomica avventura per il raggiungimento della maternità che, iniziando con intrugli di erbe di campo, sfocerà nel racconto della metamorfosi (che si vedrà non riuscita) in grado di riprendere fedelmente, seppur con un’intelligente reinterpretazione post-moderna, quella classica.

L’intera vicenda si sviluppa tra un afoso concerto di comportamenti mafiosi e la guerra, che non da pace al piccolo territorio di cui si racconta e cui si denuncia la povertà, conseguenza e risultato dell’isolamento geografico e politico con la Penisola.

Un destino, quello dei due protagonisti, che sembra uscito da una profezia mitica, in cui tutto andrà esattamente come non dovrebbe andare, ed è proprio tra le crepe della loro tranquilla quotidianità interrotta che si sviluppa il pensiero di Camilleri, il significato della metamorfosi e il peccato originale che dopo millenni inghiotte ancora ogni energia. Sventure inaudibili li aspettano, continuando a chiedersi: perché?

Ma cosa scatena la metamorfosi? Dopo il miracolo di un figlio venuto, subentra nella felicità della coppia l’umanità sporca, che dopo una violenza fisica, porta via loro anche quell’ultima goccia di speranza. Di lì, la pazzia di Minica e la conseguente metamorfosi in cui credendosi pianta chiede di esser coltivata dal marito. Esaurita la speranza umana per l’avvenire, di diventare madre, a Minica resta soltanto l’alternativa di farsi “altro”, morire e rinascere per poter compiere l’unica ragione di vita che l’alimenta. Queste sono le pagine più toccanti, delicate e al contempo tragiche di tutto il romanzo in cui il rifiuto di mangiare, parlare e muoversi scatena nel marito un’inusuale piano di sopravvivenza: ben architettato tra le radici che Minica crede di avere al posto dei piedi e le verdi foglioline nate sulle dita.

Le dita, in punta, avivano perso ugna, pelli e carni, e ammostravano lo scheletro.[…] Solo che ccà, invecivinivano fora l’ossiceddri, fini fini, tanticchiagiallusi e cummigliati a tratti di macchiuzzevirgi, ‘naspeci di muschio. (p.131)

Unico obiettivo: fare frutti. Dunque Nino l’annaffia con cura, la pota e la trapianta, l’innesta pure sotto esplicita richiesta della stessa, che sa, che per dare buoni frutti, lei sola non basta. Nino ormai arreso, spera di riuscire a tenerla in vita il più possibile.

‘Na matina, che le aviva portato il latti, Minica l’arrefutò.
«Doppo».
«Doppo chi cosa?».
«Mi devi trapiantare».
A logica d’arbolo, avivaraggiuni. Era vinuto il tempo che avrebbi dovuto essiri trapiantato…(p.130)

Poi la metamorfosi si interrompe, il suo sogno di maternità si realizza (in un modo inatteso e carico di fatalità).Minica torna donna, la tipica donna del Sud, la cui esistenza ha ragione d’essere necessariamente (con significato specificatamente filosofico) alla propria fertilità. Così recita Ovidio nelle Metamorfosi (testo che ho deliberatamente scelto come termine di paragone, critica e analisi, ad esempio Salvatore Silvano Nigro ha scelto il mito di Niobe «madre superba dapprima, e poi dolorosissima»):

«Saepe pater dixit “generummihi, filia, debes,” Saepe pater dixit “debesmihi, nata, nepotes» (“Spesso il padre le ripete: «Figliola, mi devi un genero»; le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»”)

(Questo l’incipit, dopo il quale Dafne si trasformerà in alloro).

Un esempio, tra i tanti, di come Camilleri sia in grado di riprendere il mito, mantenerne i contenuti e i temi e contemporaneamente adattarne i toni in chiave moderna: infatti non vi è in Nino alcun desiderio profondo di paternità, per lui l’unica ragione di vita è Minica, trovarla a casa dopo il lavoro e vederla lavorare amorevolmente l’orticello dietro casa, una concenzione “moderna” della donna, che qui passa prima per l’uomo.

Siamo, dunque, nel 2019, il Senato ha discusso animatamente sulla fine del governo giallo-verde, in questo Senato non vi è alcun portamento rispetto la saggezza e ponderatezza con cui questa Istituzione è nata e i miti classici, contemporaneamente, hanno scandito la morale civile. Anche in Italia è arrivato il deciso divieto di fumare nei luoghi chiusi, e ora pubblici; il cambiamento climatico e l’indifferenza di chi tira le redini del mondo ci sta facendo, dolorosamente, assistere a una metamorfosi naturale.

Il terzo romanzo della trilogia, pubblicato recentemente e portato anche in scena a teatro è Tiresia. Queste tre metamorfosi, l’ultima la più attinente, sono le metamorfosi di Andrea Camilleri, della logica narrativa secondo cui l’età che avanza porta saggezza, quando la mente e l’anima sono pronte a conquistare il mondo, ma il corpo, stanco, fatica a stare al passo. Sono anche le metamorfosi che questo secolo di ignoranza sociale ci richiede, e che Camilleri forse ci augura per non annegare nella timida umanità, che tende a nascondersi sempre di più dietro le gambe di chi decide per tutti.

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Il cornuto e il fascismo. Un aneddoto di Andrea Camilleri https://minimaetmoralia.it/societa/cornuto-fascismo-un-aneddoto-andrea-camilleri/ https://minimaetmoralia.it/societa/cornuto-fascismo-un-aneddoto-andrea-camilleri/#comments Wed, 28 Feb 2018 13:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36419 La sapienza di una lingua rigorosa è un rifugio dalle contese del popolo. Soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo, in cui le contese del popolo brillano per imbecillità di sincronia con le voci sparate dai megafoni della popolarità. Quel chiacchiericcio blaterato, spesso triste e triviale, che osserviamo sui social network altro non è che l’eco di parole dette da chi dovrebbe avere la responsabilità della lingua.

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Fascisti_su_Marte

La sapienza di una lingua rigorosa è un rifugio dalle contese del popolo. Soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo, in cui le contese del popolo brillano per imbecillità di sincronia con le voci sparate dai megafoni della popolarità. Quel chiacchiericcio blaterato, spesso triste e triviale, che osserviamo sui social network altro non è che l’eco di parole dette da chi dovrebbe avere la responsabilità della lingua.

Ecco allora che questa campagna elettorale e il dibattito pubblico che ne segue sta sfoggiando una grammatica in cui le parole sono sottratte dal dominio del senso.

Senza pretesa di esaustività e andando un po’ a caso, dai tragici fatti di Macerata a oggi abbiamo avuto: “pistoleri” e non “terroristi”, “farsi giustizia”, “nigeriani cannibali” e “vodoo”, per poi arrivare raddoppiando di lena nella corsa in quel revival lessicale riguardante il fascismo: “il fascismo è morto per sempre”, “il ritorno del fascismo è una fesseria” però “il saluto romano non è reato se ha intento commemorativo” e così via sino all’incerto ma inebriante “fascismo degli antifascisti”.

Ora, si potrebbe discutere per ore e giorni interi su queste formulazioni e su chi l’ha formulate (cosa che in parte sta già avvenendo – perché ormai non basta mormorare: bisogna avere anche l’ultima parola, come intuiva già Voltaire). Meglio di no. È utile invece constatare come questo così detto dibattito “ha fatto pure cose buone”: è il caso della riproposizione delle considerazioni di Umberto Eco sul fascismo eterno; delle riflessioni di Michela Murgia, o ancora di quelle di Luigi Manconi.

A mo’ di chiosa di queste pensieri, lucidi e chiari, un aneddoto che si deve all’intelligenza screziata d’ironia di Andrea Camilleri. Che racconta di Raul Radice, critico teatrale al Corriere della Sera: un gentiluomo milanese, vecchio stampo, che aveva iniziato la sua carriera da giornalista durante il ventennio come redattore di un quotidiano fascista, L’Impero. La testata era diretta da due figure importanti del regime, Mario Carli e Emilio Settimelli. Mentre a ricoprire il ruolo di amministratore di tutte le pubblicazioni fasciste era Arnaldo Mussolini, fratello di Benito.

Ebbene, ricorda Camilleri, un giorno Arnaldo Mussolini chiese a Radice di accompagnarlo dal Duce per la relazione mensile sull’andamento delle pubblicazioni. Così entrano nello studio di Benito Mussolini, a Piazza Venezia, col giovanissimo Radice nel ruolo di portaborse e col cuore che gli batteva forte. Il Duce era chino sulla sua scrivania a scrivere, fitto fitto. Saluto romano di rito, poi il fratello si mise accanto a Benito, aprì la valigetta con tutti i documenti e glieli porse. Ma questi, prima ancora di scorgerli, esordì: «Arnaldo, da qualche tempo L’Impero mi sembra che abbia perduto mordente. Ma che succede?».

E il fratello rispose: «Sai, è una cosa molto delicata e pure sgradevole…»

«E cioè?»

«Beh, sai, la moglie di uno dei due va a letto con l’altro. E il marito l’ha scoperto. Quindi i due non si parlano più, e così sta andando tutto un po’ a rotoli».

Arnaldo non pronunciò nessun nome, non disse quale dei due era stato tradito.

Così Mussolini si chinò, pensoso, e dopo un lungo silenzio alzò lo sguardo, guardò dritto negli occhio il fratello e disse: «licenzia il cornuto!».

Ecco, in una sola frase, quella che per Andrea Camilleri è la vera essenza del fascismo.

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Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/ https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/#comments Tue, 14 Jun 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31275 (fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

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(fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

Io ho deciso ma ho scelto il momento sbagliato.

Venerdì 15 aprile gli ufficiali giudiziari irrompono al Teatro Giovanni Verga per dare esecuzione a un decreto ingiuntivo e procedere al pignoramento di alcuni beni del Teatro stesso. Così si accende la scintilla che fa esplodere il caso di uno templi della cultura catanese, un’Istituzione che ha scritto pagine di storia della cultura teatrale in Italia. Domenica 17 Aprile: “Si comunica che ogni attività è sospesa a tempo indeterminato in seguito allo sciopero indetto da tutti i lavoratori del Teatro Stabile di Catania”. Interrotta la messa in scena di Re Lear, tutti gli spettacoli in cartellone sospesi o annullati, viene chiusa la Scuola d’Arte drammatica Umberto Spadaro, il Verga viene occupato dai lavoratori. Tredici milioni di debiti, di cui sette di disavanzo patrimoniale, un crollo del numero di abbonati da fare paura: dai tredicimila degli anni novanta ai poco più di duemila della stagione 2015 – 2016.

Attori e compagnie non pagate, decreti ingiuntivi che si susseguono e si moltiplicano, trentacinque dipendenti che non percepiscono lo stipendio dal novembre 2015. L’Angelo Musco, dove nel dicembre del 1958 nasce l’Ente Teatro di Sicilia fondato, tra gli altri, da Turi Ferro e Michele Abruzzo, è sotto sfratto esecutivo. 13.000.000 di euro di debiti al 30.12.2015 a fronte di un finanziamento della Regione Sicilia di un 1.500.000 euro, del comune di Catania di 170.00 euro e di 250.000 euro dall’ente che un tempo avremmo chiamato Provincia. Un Presidente, Salvatore La Rosa, che ha, appena, rimesso il mandato al CDA del teatro in una lettera drammatica in cui certifica lo sfascio dello Stabile “emergono gravi irregolarità nella gestione amministrativa degli anni trascorsi, con pesanti ricadute sul piano organizzativo e finanziario.

La situazione dell’Ente risulta quindi di tale estrema gravità da essere ostativa al perseguimento degli alti obiettivi culturali e sociali che il nostro Teatro ha raggiunto in passato…”. Un direttore, Giuseppe Di Pasquale, in carica dal 2007 e attualmente in proroga, un direttore in pectore, Giovanni Anfuso, la cui nomina potrebbe saltare perché illegittima. Le prospettive: ricapitalizzazione, commissariamento, chiusura. Quasi 60 anni di Storia sfregiati, spezzati, traditi. Dove erano e cosa hanno fatto coloro che avrebbero dovuto controllare? Dove erano e cosa hanno fatto Regione, Comune, Provincia? Dove era questa città, cinica e  indifferente, quando nel dicembre del 2007 Lamberto Puggelli, da pochi mesi direttore artistico, in una lettera aperta denuncia le manovre per cacciarlo e anticipa lo sfascio e il tracollo finanziario e artistico “Al Pubblico della teatralissima Catania. Sono costretto a lasciare, con molto dolore, un teatro molto amato, in cui lavoro da 31 anni… manovre interne ed esterne impediscono lavoro e progettazione. Non si capisce a quanto ammonta il bilancio… Chiedo scusa al pubblico che mi ha dato molto e a cui ho tanto dato in questi anni. Mi dispiace”.

Siamo alla fine del 2007, qualche mese dopo Giuseppe Di Pasquale, regista e autore teatrale, viene nominato direttore, alla Presidenza siede dal 18 Maggio 2007 Pietrangelo Buttafuoco, carica che manterrà fino all’ottobre del 2012, quando decide di dimettersi. Quello stesso Buttafuoco che da mesi denuncia e combatte per salvare lo Stabile dagli incompetenti e dai corrotti. Quello stesso Buttafuoco che firma, insieme ad Andrea Camilleri, una sofferta lettera indirizzata al Ministro Franceschini in cui descrive lo stato moribondo in cui versa il vero tesoro siciliano, il patrimonio culturale. Quello stesso Buttafuoco della “Buttanissima Sicilia”. In quel 2007, in Regione governa Totò Cuffaro, in città Umberto Scapagnini e alla Provincia Raffaele Lombardo. Perché i nomi, le biografie vorranno pur dire qualcosa e potrebbero aiutare a capire. Dicembre 2007 – aprile 2016, sono passati dieci anni e forse per lo Stabile di Catania la storia finisce qui. Un pezzo di cultura cittadina che sprofonda nel silenzio e nell’indolenza, quello stesso silenzio, quella stessa indolenza che qualcuno continua a spacciare per saper stare al mondo.

Cosa è successo? Cosa è cambiato? Antonio Di Grado, uno dei pochi intellettuali di respiro internazionale che la città può ancora vantare, professore di Letteratura Italiana all’Università, un passato da Assessore alla Cultura e Presidente dello Stabile “qui la cultura è viva, vitale, un ribollire di fermenti, di idee. Ma qui, come altrove, la cultura è prigioniera. Prigioniera di una politica che non riesce, non vuole capire, interpretare, elaborare. Una politica ritornata a occupare e reclamare posti senza un’ idea di futuro. Chi osserva e giudica le nuove generazioni come vuote, superficiali, prive di interessi e capacità culturali io rispondo che, siamo noi, a non riuscire a capire i loro bisogni, i loro desideri. E non capendo non siamo in grado di dare riposte”.

Strade, piazze, palazzi  un inseguirsi in controluce. Questa è una terra di ritratti in chiaroscuro, un’enorme stanza piena di specchi infranti che restituiscono immagini diverse, spesso contrapposte. Orazio Torrisi, che tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, ha diretto lo Stabile, guida, insieme a Tuccio Musumeci, attore storico del teatro catanese, il Teatro Brancati, una realtà privata che offre un cartellone che spazia da Martoglio a Shakespeare, un teatro che raccoglie quasi tremila abbonati a stagione, “questa città si è chiesta quale dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile? Ha capito che il panorama teatrale è totalmente cambiato? Che è pura follia continuare a ragionare su nomine e posti da assegnare, che è tempo di lavorare a un nuovo progetto culturale, a una nuova idea di teatro pubblico che ripensi il proprio ruolo, la propria funzione. Io ho proposto di portare lo Stabile di Catania a Librino, quartiere più conosciuto per il suo degrado che per i suoi spazi culturali, dove esiste un teatro comunale mai fatto funzionare e completamente vandalizzato. Una provocazione? Può darsi. C’è chi si ostina a recitare de profundis io credo, piuttosto, nella complementarietà dell’offerta teatrale e con le mie figlie, nei mesi scorsi, ho rilevato un altro spazio storico che rischiava di chiudere, il Piccolo teatro”.

Perdersi è meraviglioso.

Io continuo a camminare in questa città che trasuda ferocia e contagia passione, supero Piazza dell’Indirizzo, risalgo la Pescheria, facendomi spazio tra le urla e gli spintoni di chi vende  pesce e carne, frutta e  verdura,  spezie e formaggi, tra gli sguardi stupiti ed entusiasti di turisti che si affollano tra i banchi del mercato. Io cammino e arrivo in Piazza dell’Università, dove a Palazzo San Giuliano Lamberto Puggelli, nel 2009, pone le basi per la rinascita del Teatro Machiavelli portando in scena  “Siddharta”, spettacolo allestito 10 anni prima per il Piccolo di Milano. Puggelli muore nel 2013 e lascia in dono uno spazio dove la Fondazione che porta il suo nome, l’associazione Ingresso Libero e l’Università organizzano concerti, workshop, mostre e spettacoli teatrali a ingresso gratuito,  ma soprattutto raccolgono, conservano, tramandano la memoria di un luogo che ha visto nascere la scena teatrale catanese, da Giovanni Grasso alla marionettistica.

Così, all’improvviso mi accorgo che in questo viaggio curioso appassionato e inconsapevole sto trovando le radici profonde e le anime contradittorie della mia città.

Sabato 23 Aprile, pomeriggio, in Piazza Duca di Genova, un quadrato incastrato tra un palazzo nobiliare, Palazzo Biscari, e gli archi della Marina che aprono e spingono la città verso il mare, incontro Marco Sciotto e Cesare Basile. Seduti su una vecchia panchina e con una birra in mano mi raccontano l’esperienza del Teatro Coppola, il teatro occupato. Basile è uno dei cantautori più apprezzati in Italia, Sciotto è un trentenne innamorato di Carmelo Bene, teatro e libertà. Il Coppola nasce nel 2011 sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma. Io faccio domande, ascolto e scopro che qui nel 1821 è nato il primo Teatro comunale. Su questo palcoscenico hanno iniziato la carriera Giovanni Grasso e Turi Ferro. Su questo palcoscenico, Cesare e Marco, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze, hanno dato vita, fatto crescere, consolidato quella che Basile chiama “una pratica resistenziale. Si resiste per difendere, far crescere un modo alternativo di vivere, socializzare, produrre e diffondere l’arte”. Uno luogo dove, mi racconta Marco, ci sono oltre 15 appuntamenti mensili, tra teatro, cinema, musica, laboratori, dove tra Ottobre e Giugno è possibile sperimentare, confrontarsi. Un palcoscenico in cui i concerti di Iosonuncane e Flavio Giurato fanno sold-out con oltre 300 presenze, dove vengono programmati oltre 130 spettacoli  a stagione con sottoscrizione volontaria. Dagli Afterhours a Pirandello.

Catania la Seattle d’Italia negli anni del grunge e dell’indie. Franco Battiato, Carmen Consoli, i Denovo. “La scena musicale è profondamente cambiata, mi dice Paolo Mei, che ha fondato e dirige Rocketta, un’agenzia di booking che organizza live in città. Non c’è più il fermento, la creatività di 15 anni fa, la scena musicale locale fatica a emergere. Non ci sono più club come il Taxi driver, il Clone Zone, centri sociali come l’Esperia o l’Auro, che non solo hanno ospitato concerti  di livello internazionale ma sono stati posti dove conoscere, imparare, sperimentare musica. Nonostante ciò, ogni anno, porto nei locali della città più di 50 concerti, dal folk all’indie, dal nuovo cantautorato italiano all’elettronica internazionale”.

Se non c’è più il fermento degli anni novanta permane una cultura musicale che, sia pure molto cambiata, continua ad alimentarsi. Così racconta Diego Vespa che nel 1998 apre “Mercati Generali”, un’antica masseria trasformata in un grande palco dove si sono alternati Capossela, Baustelle, Bill Evans, Cat Power, Marc Ribot, Cocorosie e Uzeda, “l’innamoramento tra musica e città resite ma è più difficile organizzare e promuovere concerti. Sono aumentati i costi, il pubblico non si rinnova e i più giovani spesso scelgono di fare altro, sebbene i concerti sono molto seguiti”. Ma il rapporto tra i catanesi e la musica ha radici lontane, affonda indietro nel tempo.

È il 1973 quando nasce l’Associazione Musicale Etnea per promuovere la musica classica e da camera. Dagli 800 abbonati degli anni d’oro ai 150 di oggi, in un contesto artistico profondamente mutato. Per l’A.M.E. hanno suonato personaggi come Karlheinz Stockhausen, Ennio Morricone, Luciano Berio, The Kronos quartet. “Abbiamo scelto di allargare i nostri orizzonti musicali, aprirci a un nuovo pubblico. In una stagione riusciamo a produrre oltre 40 concerti che registrano oltre 10.000 presenze. Da Giovanni Lindo Ferretti, Teho Teardo e Blixa Bargeld al Marranzano World Festival. Abbiamo chiuso la stagione 2015 con un bilancio di oltre 200.000,00 €, di questi 75.000 dal Ministero dei beni culturali, 80.000 dalla Regione Sicilia e 80.000 € di incassi”. Mentre Biagio Guerrera, presidente dell’associazione, mi parla bevendo un caffè in un chiosco in cima alla Salita di San Giuliano, in una di quelle rare mattine in cui il cielo catanese è grigio, chiuso, opprimente, io ricordo i miei primi anni universitari quando Biagio sperimentava forme di teatro d’avanguardia.

Improvvisamente, mi accorgo che quel ritmo lento di un tempo che a me pareva immobile si è trasformato nel ritmo incessante di un tempo inesorabile che ci ha cambiato, talvolta travolto. “Purtroppo a Catania la normalità è rivoluzionaria. Le politiche culturali hanno una scarsa visione, noi operatori siamo molto divisi e c’è un notevole deficit di spazi”. Ma sono le stesse radici lontane e profonde che ne hanno fatto una delle capitali italiane del jazz. Estate del 1983, tra le Chiese, di un barocco bianco, e le scalinate, nere scolpite nella pietra lavica, di Via Crociferi suona Don Cherry, uno dei trombettisti più apprezzati in tutto il mondo e il concerto è un trionfo di folla. Quella sera, tra quelle Chiese, nasce l’idea di Catania Jazz. L’associazione, guidata da Pompeo Benincasa e arrivata alla 34° stagione, in questi anni  ha fatto suonare artisti come Sun Ra, Ornette Coleman, Dizzy Gillespie, Jaco Pastorius e, ancora oggi, mantiene un numero importante di abbonati, quasi mille nell’ultima stagione. Benincasa, però, lamenta un’insufficiente attenzione della politica sia comunale che regionale nei confronti del Jazz. Una miopia che colpisce non soltanto chi organizza e porta i miglior artisti al mondo ma penalizza i giovani talenti locali che non riescono a trovare spazi e sostegni per valorizzare le proprie potenzialità.

Perdersi è meraviglioso, quando arrivo in Piazza Dante e mi trovo circondato dal Monastero dei Benedettini, dalla Chiesa di San Nicolò l’Arena e dal Giardino di Via Biblioteca. Dentro i chiostri del Monastero, tra i suoi cortili, i suoi corridoi e le sue cucine sono nate le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che hanno puntato tutto sulla riscoperta e valorizzazione dei Beni culturali. Quasi 30.000 persone, solo nel 2015, hanno potuto visitare il Monastero, 2.500 bambini coinvolti in quasi 100 attività di educazione al patrimonio, una decina tra performance teatrali e musicali. “Il patrimonio culturale può essere l’occasione per creare relazioni tra le persone.

Ma occorrono capacità, competenze, passione e una buona dose di follia. Le pietre, i cortili, i chiostri non parlano, non organizzano attività. Queste mura possono raccontarci qualcosa solo se si è in grado di scoprire le storie che sono scolpite, racchiuse qui dentro. Siamo, sono orgoglioso di aver contribuito, con le nostre attività, a cambiare l’immagine del quartiere che ci ospita. Questo era un luogo da evitare, oggi è una delle mete turistiche più ricercate e affollate di Catania”.

Già, i quartieri degradati di Catania. Come San Cristoforo, più noto alla cronache nazionali per aver dato i natali a Nitto Santapaola. Lo stesso quartiere dove la famiglia Brodbeck, origini svizzere e passione mediterranea, 10 anni fa ha aperto un Museo d’Arte contemporanea. Un complesso postindustriale trasformato in spazio d’arte dove alle attività espositive si affiancano residenze d’artista e vengono proposti programmi didattici per promuovere un nuovo modo di rapportarsi all’arte contemporanea. Un Museo diretto da Nadia Brodbeck e Gianluca Collica.

Quartieri degradati come San Berillo vecchio, sventrato negli anni sessanta per inseguire il sogno del miracolo economico. A San Berillo c’ è un cinema che da 37 anni organizza il Cinestudio, una rassegna di film d’autore che ha fatto la storia del cinema in città.  Una rassegna che conta più di 800 abbonati e che continua a cercare nuove strade di sperimentazione artistica organizzando incontri dove il cinema si incontra con la letteratura e apre nuovi orizzonti.

Catania, città d’arte? Sembrerebbe di si scorrendo i numeri del Museo Civico Castello Ursino. Nel 2015 le mostre “Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iodice”, “Picasso e le sue passioni” e “Chagall, love and life” hanno portato dentro le sue stanze oltre 120.000 persone, con incassi che hanno sfiorato i 200.000 €.  Città d’arte? Forse no, ma qualcosa è cambiato se nel 2012 i visitatori avevano raggiunto a stento le 25.000 presenze.

Catania, città ambigua ma vitale. Sabato, 7 maggio, incontro Sergio Zinna, fondatore e responsabile del Centro Zo, uno spazio pubblico trasformato in un centro per le culture contemporanee. Tra ciminiere, zolfatare e il mare hanno suonato Tortoise, Fatima Miranda, Arto Lindsay, Massimo Volume e Paolo Benvegnù, si sono esibiti Pippo Delbono Emma Dante, Scimone e Sframeli, solo per citare alcuni nomi. “Abitiamo una terra complicata, dove convivono una grande potenzialità di energia creativa e una certa dose di masochismo e  cupio dissolvi. Una terra logora e frammentata, dove si realizzano moltissime iniziative ma quasi mai si riesce a fare sistema. Soffriamo la distanza tra operatori culturali e Istituzioni formative, come Università o Accademia di Belle Arti. La creatività e il talento non bastano se non si arricchiscono con la programmazione e l’organicità degli interventi”. Qui è nata e trasmette Radio Lab, un’emittente radiofonica, che dal 2011 propone e offre un racconto alternativo sulla cultura musicale, letteraria, cinematografica. Una realtà editoriale che guarda oltre i confini della sua terra e vuole proporre “un modo altro” di fare cultura.

Perdersi è meraviglioso in questa Catania che ama mangiare, bere, far tardi la notte, ama essere provinciale e  internazionale ma in fondo non ama se stessa.

Buio, luce. Buio, luce. Buio. Luce. Come in un palcoscenico.

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Un pomeriggio con Vittorini https://minimaetmoralia.it/estratti/un-pomeriggio-con-vittorini/ Tue, 24 Nov 2015 06:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29209 Certi momenti, in libreria per Chiarelettere, racconta alcuni tra gli incontri più decisivi avuti da Andrea Camilleri nel corso della sua vita. Tra gli altri, lo scrittore siciliano ricorda Primo Levi, Benedetto Croce, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda. Di seguito pubblichiamo l'estratto in cui Camilleri descrive una giornata passata con Elio Vittorini. Ringraziamo l'autore e l'editore (fonte immagine).

di Andrea Camilleri

Nel 1945 Elio Vittorini fondò a Milano la rivista «Il Politecnico» che si occupava di letteratura, arte e problemi sociologici. La rivista settimanale, formato lenzuolo, ebbe quasi immediatamente uno strepitoso successo: era edita da Giulio Einaudi e nelle sue pagine i nomi dei collaboratori erano di altissimo prestigio.

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Certi momenti, in libreria per Chiarelettere, racconta alcuni tra gli incontri più decisivi avuti da Andrea Camilleri nel corso della sua vita. Tra gli altri, lo scrittore siciliano ricorda Primo Levi, Benedetto Croce, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda. Di seguito pubblichiamo un estratto in cui Camilleri descrive una giornata passata con Elio Vittorini. Ringraziamo l’autore e l’editore (fonte immagine).

di Andrea Camilleri

Nel 1945 Elio Vittorini fondò a Milano la rivista «Il Politecnico» che si occupava di letteratura, arte e problemi sociologici. La rivista settimanale, formato lenzuolo, ebbe quasi immediatamente uno strepitoso successo: era edita da Giulio Einaudi e nelle sue pagine i nomi dei collaboratori erano di altissimo prestigio.

In quello stesso anno mi affrettai a inviare a Vittorini alcune mie poesie scrivendogli che il mio curriculum letterario consisteva in due poesie pubblicate sulla prestigiosa rivista politico-letteraria «Mercurio», diretta da Alba De Céspedes. Vittorini mi rispose dopo un mese con una breve lettera nella quale diceva che aveva letto le mie poesie, che vi aveva trovato molti spunti interessanti, ma che non le riteneva ancora mature per essere pubblicate; concludeva però invitandomi a mandargliene altre trascorso un anno.

Fui puntuale a quella specie di appuntamento: passati dodici mesi, durante i quali «Il Politecnico» aveva cambiato formato, gli mandai, se non ricordo male, sette o otto poesie. Stavolta la risposta fu positiva: Vittorini mi diceva che ne aveva scelte tre e che le avrebbe pubblicate in un numero della rivista che intendeva dedicare alla giovane poesia italiana.

Nel ’47 andai a Milano ospite di un mio zio, e un giorno decisi di recarmi alla redazione del «Politecnico» per conoscere Vittorini di persona; naturalmente prima gli telefonai, ed egli mi rispose che mi aspettava in redazione per quel giorno stesso alle tre del pomeriggio. Nella prima sala della redazione, mi ricordo, c’era un signore che stava consultando un libro, seppi poi che era Franco Fortini; mi indicò l’ufficio del direttore, bussai, entrai. Vittorini mi accolse con un largo sorriso, mi fece sedere davanti alla sua scrivania e cominciò a farmi una sorta di terzo grado, domandandomi da dove venivo, che studi stessi facendo, quali fossero le mie letture preferite. A un tratto mi guardò, come soprappensiero: «Sei libero questo pomeriggio?».

«Sì.»
«Te la faresti una passeggiata con me?»
«Certamente!»

Uscimmo, e appena fuori mi prese sottobraccio e mi fece una domanda che mi lasciò sorpreso.

«Quali paesi e città della Sicilia conosci?»
«Agrigento, Palermo, Catania, Messina, Caltanissetta, Enna…»

Mi interruppe: «E i paesi?».

«Aragona, Comitini, Favara, Sciacca…»

Mi interruppe ancora.

«Pietraperzia la conosci?»
«No.»
«Parlami di Enna.»

Io, come ho avuto modo di raccontare, a Enna ero vissuto due anni, la conoscevo bene, fui abbastanza esauriente.

«Il lago di Pergusa è nelle vicinanze vero?»
«Sì.»
«Dimmi come è fatto.»

A farla breve parlai della Sicilia per un’ora e mezzo, poi ci sedemmo a un bar, ci ristorammo con un caffè, riprendemmo la passeggiata. Questa volta Vittorini cominciò a interrogarmi sulle diverse «parlate» del dialetto siciliano; gli dissi che i palermitani, per esempio, sostituivano la r con la i, invece i catanesi al posto della r raddoppiavano la consonante che la precedeva.

Per esempio, invece di dire scarmazzo, che significa confusione, loro pronunciavano scammazzo. Poi volle sapere in quale zona si trovasse il maggior raggruppamento dei cosiddetti «normanni», vale a dire quei siciliani che hanno occhi azzurri e capelli biondi.

A un certo punto fui io a rivolgergli una domanda: «Ma perché tu, Vittorini, non sei nato a Siracusa? Perché mi fai tutte queste domande?».

Non rispose direttamente, mi sorrise: «Con te sto facendo un ripasso».

Il ripasso continuò per altre due ore. Alle otto di sera ci ritrovammo davanti alla porta della redazione. Al momento di salutarci, sfilò dalla tasca il giornale «l’Unità» e porgendomelo mi chiese: «Oggi l’hai letto?».

«No.»
«Allora prendilo, e leggiti soprattutto l’articolo di Alicata.»

Tornai a casa, cenai e subito dopo cominciai a leggere l’articolo di Mario Alicata, che era il collaboratore più stretto di Palmiro Togliatti per ciò che riguardava la linea culturale del Partito comunista italiano. Era un inaspettato, duro attacco al «Politecnico» e al suo direttore Vittorini. In sostanza Alicata sconfessava la linea guida della rivista tacciandola di cosmopolitismo, cioè di una deviazione dalla linea guida del partito, accusa allora assai grave. Quell’articolo, anche se era a firma di Alicata, certamente corrispondeva al pensiero di Togliatti.

La conclusione era inequivocabile, seppure non esplicita: o Vittorini cambiava radicalmente l’indirizzo della sua rivista o «Il Politecnico» sarebbe stato considerato eretico rispetto alle direttive del partito. Era evidente che quell’articolo, un fulmine a ciel sereno, intonava il De profundis per la rivista.

Vittorini l’aveva capito, e perciò forse, in quella lunga passeggiata pomeridiana, era fuggito via dalla realtà per rifugiarsi, attraverso di me, in un territorio felice, quello della sua Sicilia. Infatti, nei giorni seguenti, Vittorini rispose ad Alicata difendendo le proprie idee.

Nella polemica intervenne alla fine Togliatti in prima persona. Come tutti avevamo previsto, piuttosto che cambiare linea, Vittorini preferì chiudere «Il Politecnico». E naturalmente le mie tre poesie non furono mai pubblicate.

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La Questione Meridionale 2.0 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-questione-meridionale-2-0/#comments Sat, 08 Aug 2015 09:01:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28124 Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi […]

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Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi giorni, segnaliamo il contributo di Oscar Iarussi (che da qualche anno sotto la sigla #tunonconosciilsud sta portando avanti un gruppo di ragionamento sul Meridione dopo che molti precedenti gruppi di ragionamento hanno fatto perdere le proprie tracce), quello di Alessandro Leogrande su Internazionale, la lettera di Roberto Saviano a Matteo Renzi, il racconto degli scrittori “emigrati” (Arnaldo Greco, Nadia Terranova, Cristiano De Majo, Alcide Pierantozzi) così raggruppati in un pezzo per Rivista Studio, un lungo pezzo di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Ferri, Francesco Festa uscito su Euro Nomade.
Io, qualche mese fa, avevo provato a spiegare le ragioni del tramonto della Primavera Pugliese in questo lungo articolo per Internazionale. E poi ho scritto questo pezzo uscito ieri su “Repubblica”.

di Nicola Lagioia

È nelle ultime pagine de Il giorno della civetta che un profetico Leonardo Sciascia introduce il tema della “linea della palma”. Il capitano Bellodi e il suo amico Brescianelli chiacchierano per le strade di Parma, in apparenza lontani dalla Sicilia mafiosa che è stata al centro del romanzo. “Bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, risponde il narratore a una battuta di Bellodi. E Brescianelli: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia […] gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno […] E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma”.

Nell’estate del 2015, mentre vampe di caldo africano esplodono inclementi a Milano come a Palermo, si è riaccesa la questione meridionale. Sbaglia chi la reputa altro da sé, e non il cuore della questione nazionale. Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia. Se volete una stele di Rosetta per risolvere il mistero del geroglifico che siamo, venite a Taranto, ad Agrigento, a Napoli, a Crotone. In nessun luogo come nel Mezzogiorno ci sono gli strumenti per assemblare la bussola necessaria a non smarrirsi tra i labirinti anche del Mose o di Mafia Capitale (per non tacere dei già dimenticati scandali dell’Expo), e magari per uscirne.

Non sembri dunque strano che – a fronte di una situazione economica sempre sconcertante – il Sud rimane formidabile per produzione di immaginario. Basti pensare al cinema e alla letteratura. Anime nere di Francesco Munzi (parabola elisabettiana conficcata nella Calabria della ‘ndangheta) ha trionfato agli ultimi David di Donatello e viene esaltato da «New York Times» e «Village Voice». È il napoletano Paolo Sorrentino l’ultimo vincitore italiano di un Oscar, ed è ispirato al libro di un altro campano (Gianbattista Basile rivisitato da Matteo Garrone) uno dei nostri film che più gira il mondo in questo periodo. Gomorra è tra le poche serie televisive italiane a non sfigurare oltreconfine. Continuano a girare il mondo anche le storie di Andrea Camilleri e Elena Ferrante. Fatte le eccezioni come nel caso di Sellerio, resta però grande la distanza tra idee e loro messa a frutto: vinca il premio Strega uno scrittore di Bari o di Caserta, non lo fa con una casa editrice pugliese o campana. Se l’immaginario del Sud risulta tanto fecondo, è allora proprio perché nel Meridione esplodono con più chiarezza le contraddizioni di un intero paese.

All’Italia manca un piano industriale? Ecco che Taranto (ossia la scelta assurda tra sviluppo e salute) diventa il simbolo di un dramma che investe oggi il capitalismo globale. I diritti dei lavoratori vengono minacciati ovunque? Ecco che nelle campagne del sud si muore per trenta euro al giorno stremati dal caldo (e dal caporalato) come ai tempi di Di Vittorio. Non mancano testacoda tra disastro e progresso. Mentre in un’Italia retrograda redarguita da Strasburgo (derisa da Barcellona a Amsterdam) l’omosessualità resta un tabù, per il popolo di Puglia e Sicilia non è stato un ostacolo quando si è trattato di eleggere il Presidente di regione.

Insomma, così come la Grecia ha rappresentato quest’estate l’osservatorio da cui capire a che punto è la notte in tutta Europa (se volete indagare lo spirito di Wolfgang Schäuble, cercatelo tra le strade di Atene), la stessa cosa si può dire del Mezzogiorno per l’Italia. Il che vale anche rispetto agli umori del Palazzo. Negli ultimi anni sono arrivate più lamentazioni da nord che da sud. Mi è anzi sembrato incredibile il modo in cui il tessuto sociale ha retto in Meridione nonostante i numeri devastanti su economia e lavoro. Ecco perché non capisco le accuse di piagnisteo del Presidente del Consiglio. O meglio, riesco a decifrarle avendo come cartina di tornasole un operaio dell’Ilva tarantina o un bracciante di Rosarno. Renzi non solo vorrebbe che non si lamentassero, ma che stessero sereni. A ulteriore conferma che l’Italia si rispecchia da opposte sponde, potremmo dirla con le strofe di un Gran Lombardo: “e sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re”.
Se ne esce insieme, o non se ne uscirà per niente.

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«La mafia non può esistere, dove la giustizia per tutti è conquista, è coscienza collettiva» https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-mafia-non-puo-esistere-dove-la-giustizia-per-tutti-e-conquista-e-coscienza-collettiva/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-mafia-non-puo-esistere-dove-la-giustizia-per-tutti-e-conquista-e-coscienza-collettiva/#comments Tue, 14 Jul 2015 14:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27811 Pubblichiamo la terza e ultima parte del lungo ritratto di Pio La Torre. Qui la prima e la seconda parte.

Gerardo Chiaromonte era colpito dall'ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all'Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L'antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l'unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell'accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del lungo ritratto di Pio La Torre. Qui la prima e la seconda parte.

Gerardo Chiaromonte era colpito dall’ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all’Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L’antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l’unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell’accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

La Torre ammirava molto le qualità investigative e l’umanità del capo di una vera squadra mobile, che a Palermo di questo si occupò. Stimava l’acutezza delle analisi e delle indagini di Giorgio Boris Giuliano, che giungevano fin dentro alle banche. Giuliano, appassionato di pallacanestro, chiese di essere trasferito a Palermo, indignato dall’efferatezza della strage di Ciaculli. Specializzatosi all’Accademia dell’Fbi, a Quantico, aveva esperienza internazionale. Leggeva molto, anch’egli con il dono della curiosità. Mappò il territorio con i pedinamenti estenuanti dei suoi uomini sulla strada senza ausili tecnologici. Senza computer creò un vasto archivio, formidabile, per schedare le famiglie mafiose, risalire ad alleanze e ostilità. Giuliano si mise in testa di risolvere i casi Francese e De Mauro. Lo freddarono il 21 luglio 1979, dieci giorni dopo Giorgio Ambrosoli. Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche è una testimonianza lucida, che La Torre articolò sulle pagine di Rinascita il 16 novembre 1979.

«(…) Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell’attività della criminalità organizzata. Non commetteremo l’errore di appiattire l’analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutuare sistemi, metodi, e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa».

Giuliano con le proprie intuizioni seppe configurare lo scenario delle cointeressenze che superavano i confini isolani. Le strade conducono a Sindona, oggetto di numerose denunce di La Torre, alla P2 e alla mafia siculo americana. La Torre vedeva nella presenza dell’anticomunista Sindona in Sicilia nell’estate del 1979, il momento di raccordo tra la mafia siciliana, il mondo economico-finanziario e la mafia americana: «È provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l’assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l’assassinio di Piersanti Mattarella. I gangster siculo americani, che hanno accompagnato Sindona in Sicilia, hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di stampo anticomunista».

L’estate del ’69 è segnata dall’ingresso di La Torre a Botteghe Oscure, chiamato a Roma alla Commissione meridionale come vice di Amendola. Il partito fornì una casa in Via Panisperna. A Pio piaceva la Capitale, seppure non fosse uomo da salotti o da cenacoli per intellettuali.

«(…) Qualcuno della direzione del partito un giorno mi disse: “È un uomo rozzo”. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell’ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “Ammettiamolo, benché operaio”. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Io non l’avevo capito quell’uomo. L’ho stimato, apprezzato, ma non l’avevo capito. Un’occasione persa di cui pentirsi», dice Andrea Camilleri in un passo illuminante della prefazione del libro Chi ha ucciso Pio La Torre?

Alla sua morte nell’unico conto corrente erano depositate poche decine di migliaia di lire. Al costume pubblico corrispondeva quello privato. Così bloccò la possibile assunzione del figlio al Formez, Centro studi della Cassa del Mezzogiorno. Enrico Berlinguer, che nell’isola non aveva avamposti elettorali, lo volle nella segreteria con Napolitano, Chiaromonte, Minucci e Natta, apprezzandone la lungimiranza e la praticità. La Torre non era uomo da sconti. Lo estromisero dalla Direzione. Si era opposto al prestito miliardario del Banco Ambrosiano, che avrebbe dovuto salvare Paese Sera dal crack.

Pressò il partito quando sottostimava e declassava a fatto di periferia l’intelligenza della violenza mafiosa. Appartenne alla destra del partito, vicino a Giorgio Napolitano, ma non fu uomo condizionabile dalle correnti. Lo schema destra-sinistra nel suo caso non funziona. «Quando doveva gridare, gridava anche col capo, anche perché non aveva bisogno di adulare per potersi fare avanti, perché è andato avanti con la sua onestà, il suo coraggio, la sua asprezza anche», ricorda Girolamo Scaturro nel libro di interviste curato da Giovanni Burgio.

E si distinse dalla concezione paternalistica del fenomeno mafioso come frutto avvelenato della miseria. La Torre non si stancò mai di classificarlo quale un fenomeno di classi dirigenti, delle indicibili alleanze transnazionali col mondo della finanza e della politica: «La compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro, che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico). I membri della mafia rappresentano una sezione niente affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi possono anche entrare in contraddizione, nello svolgimento dei fatti con aspetti dell’attività della mafia stessa». L’antimafia doveva dunque essere una questione economica, politica, sociale e culturale; un aspetto della più generale battaglia di risanamento democratico della società italiana.

Nel 1979 il Pci organizzò la prima conferenza sulla mafia. Un convegno importante al quale prese parte Rocco Chinnici. Il quadro legislativo antimafia palesava la propria inadeguatezza. La legge 31/5/1965 n. 565, che prevedeva il soggiorno obbligato dei criminali fuori dalle rispettive aree d’influenza, si rivelò controproducente, allargando il contagio mafioso. La legge 22/5/1975 n. 152, che all’articolo 22 ingiungeva la sospensione provvisoria dalla amministrazione di beni illecitamente accumulati, rimase inapplicata per la difficoltà di accertare le situazioni patrimoniali.

Alla fine di quell’anno tragico La Torre confidò all’amico giornalista Alfonso Madeo di avere in mente una legge, che rendesse reato la sola appartenenza a un’associazione a delinquere di stampo mafioso, consentisse indagini patrimoniali e l’obbligatoria confisca dei beni riconducibili agli illeciti  perpetrati. Dagli atti di un convegno internazionale, svoltosi a Messina nell’ottobre 1981, le parole dello stesso Chinnici danno il senso del grave ritardo, dell’insufficienza dell’articolo 416:

«(…) Non ignoriamo le difficoltà che insorgono ogni qualvolta si tenta di dar vita al delitto di associazione di tipo mafioso, come nuova o diversa ipotesi delittuosa rispetto all’associazione per delinquere prevista dal codice; poiché, però, la mafia esiste come realtà criminosa e criminogena, non può il legislatore non prenderne atto e creare una nuova figura di reato. La mafia è una realtà assai complessa, una associazione sempre e comunque più pericolosa dell’associazione per delinquere prevista dall’art. 416. Associazione strapotente, destabilizzante, con campo di azione in tutto il territorio della Nazione con collegamenti all’estero, non vediamo come la stessa possa ancora oggi essere considerata alla stregua di una qualsiasi e comune associazione per delinquere. È difficile rendersi conto del perché di tale incongruenza.

L’insuccesso nella lotta contro le associazioni mafiose va ricercato nella inadeguatezza dello strumento legislativo. La mafia ha mutuato metodi propri del terrorismo di diversa matrice. Si deve stabilire che la mafia non solo è associazione per delinquere, ma associazione certamente più pericolosa e diversa da quella prevista dall’art. 416 CP e che pertanto, essendo di per sé per la sua sola esistenza un pericolo per la collettività, deve essere colpita con apposita norma sanzionatoria, anche indipendentemente dalla prova diretta che gli associati mafiosi abbiano specificatamente programmato crimini. La proposta che intendiamo formulare è di introdurre nella nostra legislazione penale la figura autonoma del reato di associazione mafiosa».

In quell’occasione Chinnici fece intravedere l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che oggi ancora arranca. All’epoca immaginò che i beni confiscati non potessero essere venduti o affidati a privati professionisti, in qualche maniera influenzabili, ma gestiti per esempio dall’Avvocatura dello Stato.

Nel frattempo, il 31 marzo 1980, Pio La Torre aveva già depositato alla Camera insieme ad altri firmatari la proposta di legge numero 1581, Norme di prevenzione e repressione del fenomeno mafioso e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo.

Quella che diverrà il primo serio strumento di lotta contro la mafia. Nell’esperienza di La Torre la separazione dei poteri statuali è stata sempre ben evidente, però i poteri distinti dovevano parlarsi. In nome di ciò costruì un dialogo produttivo con la magistratura più illuminata.

Per la stesura tecnica consultò due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si resero disponibili a fornire le proprie competenze al fine di redigere un progetto di legge efficace. Il legame nell’interesse generale con Chinnici fu stretto. Tante idee in comune (pool antimafia, banca dati, etc), urgenze, lo sgomento proprio dell’onestà e la solitudine. A Palermo La Torre lavorò con lui per migliorare la norma sul sequestro dei beni ai mafiosi e su quello che diverrà nel codice penale, sull’onda emotiva dell’omicidio di Dalla Chiesa, la fattispecie di reato riconosciuta e descritta dall’articolo 416 bis:

«(…) L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri».

Già la prima fase dell’impegno parlamentare di La Torre si era caratterizzata dalla vivace partecipazione ai lavori della Commissione Antimafia. Istituita nel 1962, e rimasta in carica per quattordici anni, partorì un rapporto finale deludente. Di quella inchiesta sopravvive una mole di documenti significativi e la Relazione di minoranza che, come evidenziato in precedenza, ripercorre i legami tra mafia e politica, in particolare nella Dc, e porta anche la firma del deputato Cesare Terranova.

«La mafia non può esistere dove la giustizia per tutti è conquista, è costume, è coscienza collettiva», sosteneva il magistrato che trascorse due legislature in Parlamento. Nella sua ottica per dare un apporto concreto alla lotta contro la mafia, era indispensabile ripristinare la fiducia nelle istituzioni, cominciando dall’allontanamento dai posti di potere di coloro che siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia.

Uomo cordiale e colto, ottimo giocatore di bridge, che comunista non era. Alle elezioni del 7 maggio 1971, su invito di Emanuele Macaluso, si candidò e venne eletto come indipendente di sinistra nelle liste Pci. Un borghese intellettuale, in rivolta contro la concezione clientelare e mafiosesca del potere, alla quale non si rassegnava. In un’intervista all’Ora, sette mesi dopo l’elezione, esternò il disincanto romano: «(…) Il primo contatto con il Parlamento fu per me molto deludente. Avevo la sgradevole sensazione dell’inutilità. Un’impressione iniziale deludente che si prolunga sulla Commissione. Mi aspettavo un ritmo di lavoro piuttosto serrato, sollecito. Penso che questa commissione funziona da ben nove anni, ma non può dirsi che abbia se non in piccola parte corrisposto all’attesa dei cittadini. Si procede in modo dispersivo».

Venticinquenne, nell’aprile del 1946, era entrato in magistratura appena ritornato dalla guerra e dalla prigionia. Assegnato dal 1958 al Tribunale di Palermo presso l’ufficio dell’istruzione penale. Dal 1963 con lui un autista speciale, il maresciallo cosentino Lenin Mancuso: «(…) L’onestà in uno scambio comunicativo lo unì al giudice Terranova, suo grande amico e modello di operato sociale sempre per fini di giustizia. Per nostro padre il Giudice divenne presto un mito e lo colmò di un’ammirazione non comune», nel ricordo della famiglia Mancuso. Nel 1971 il trasferimento alla Procura della Repubblica a Marsala. Istruì con lavoro metodico i primi processi di mafia, dai “corleonesi” alla strage di Via Lazio, ricostruendone la struttura organica. Fece processare e condannare all’ergastolo Luciano Liggio, latitante fino al 1974, per associazione a delinquere e per  l’assassinio di Michele Navarra. «Paura? No. Nella peggiore delle ipotesi mi possono ammazzare. Sì, lo so che Liggio ce l’ha con me. È una vecchia storia: risale al tempo in cui lo feci arrestare. Lui mi ritiene responsabile esclusivo della sua fine. E in effetti è così», dichiarò a Il Giornale di Sicilia.

Rifuggiva l’etichetta di eroe. Renato Guttuso riecheggiò l’amore del giudice per la vita, le sue passioni per Tamerlano e Gengis Khan, lo spirito eroico che metteva nelle azioni più piccole.

In un’intervista a Diario, pochi giorni prima di essere ammazzato, Terranova preconizzò: «(…) La più grossa connotazione che io darei alla mafia oggi è quella degli appalti. L’appalto delle grandi opere pubbliche e quanto c’è dietro. L’argomento più interessante destinato a svilupparsi negli anni futuri». Lo uccisero il 25 settembre 1979, una volta lasciato il Parlamento, prima che potesse indossare ancora la toga all’Ufficio istruzione di Palermo. Si delineò come un vero e proprio omicidio preventivo, affinché non riversasse sulle indagini l’imponente documentazione e conoscenza sull’intreccio di collusioni maturata durante l’attività in Commissione.

«È certo comunque che si presenta ai nostri occhi un fenomeno nuovo che ha il carattere di una azione terroristica vera e propria e che porta lo stesso marchio in tutti e due i casi (Terranova e Giuliano). C’è poi un altro collegamento fra i due delitti, ed è rappresentato dal sempre saldo nesso fra mafia e potere politico. Nel caso di Boris Giuliano, il vicequestore stava indagando sulle incredibili fortune finanziarie di certi personaggi politici democristiani e sugli intrecci fra costoro e l’affare Sindona. (…) Qui intendo sottolineare che gli assassinii di Reina, Giuliano e Terranova hanno tutti e tre una matrice politica. Bisogna quindi cercare di individuare il gruppo politico mafioso che sta portando avanti quello che si configura come un vero e proprio disegno terroristico», La Torre a Il Mondo (26 ottobre 1979)

Berlinguer lo soprannominò un “siciliano all’estero”. La Torre da Roma non smise di seguire le vicende del partito a Palermo. Dopo l’impetuosa crescita, sancita dalla tornata elettorale del 1976 (dall’11% al 21% nell’isola), in Sicilia come nella Capitale si percepì la stanchezza dello slancio che aveva consentito al partito di ottenere il massimo storico. Dal ’79, quando alle politiche nel capoluogo il Pci ottenne il 16,86% dei voti mentre la Dc toccò il 47,91%, all’81 il Pci registrò numerose flessioni.

Pio sentì l’urgenza di tornare sul campo nella sua terra all’apice della violenza terroristica mafiosa. «Ero anche consapevole del fatto che mio padre avesse valutato il rischio e lo avesse ritenuto accettabile, in nome dell’obiettivo che voleva raggiungere. Non considerava il suo un atto di eroismo, ma una scelta politica, rispondente alla sua natura, perché questo era il suo modo di dare un senso alla sua vita», scrive Franco. Pio volle solo la scorta politica del partito e si ritrovò Rosario Di Salvo, amico e militante coraggioso, che condivise il martirio.

Con le dimissioni di Gianni Parisi dalla carica di segretario regionale, Giorgio Napolitano condusse le consultazioni fra i dirigenti. «Fui colpito e condizionato dalla straordinaria determinazione di Pio La Torre nel chiedere di poter tornare in Sicilia. Ero atteso da un Pio La Torre trepidante come se fosse alle prime armi, un ragazzo che era stato investito da compiti di direzione nazionale; era un parlamentare che aveva un peso, era nella Segreteria del suo partito, ma era trepidante in attesa di una decisione che lui, con tutte le sue forze, voleva fosse quella del ritorno a Segretario regionale», dice il presidente emerito della Repubblica.

Non mancarono i dissidi interni, non fu un passaggio indolore. C’era chi vedeva nel ritorno di La Torre un atto di conservazione della vecchia generazione. In realtà Pio era politicamente molto più giovane di tanti altri. Occorreva rifare il partito. Per dirla con Berlinguer: «In Sicilia devono cambiare tutti, anche noi comunisti». La Torre intese spazzare via le ombre del consociativismo siciliano. Andò in Sicilia a cambiare la linea del partito sulla Dc, per usare le parole di Aldo Tortorella.

Secondo Adriana Laudani ruppe i giochi alla parte che faceva politica intessendo buoni rapporti con la grande imprenditoria e le banche. L’esperienza dei governi di intesa e unità autonomista aveva straniato la base del partito, non interpellata dalle iniziative del vertice. La Torre verificò un ripiegamento verso il partito di opinione. Affrontò la questione dei Cavalieri di Catania, presupponendo un’ormai consolidata alleanza fra la mafia palermitana e il mondo economico della Sicilia orientale. Prese di petto nel suo stile l’opacità del mondo cooperativistico in odore di mafia con la tessera del Pci. Quattro giorni prima dell’omicidio all’Assemblea regionale approdò una proposta di legge di modifica del meccanismo di affidamento degli appalti sulla base delle indicazioni di La Torre. Come nella Relazione di minoranza attaccò il potere delle esattorie dei cugini Ignazio e Nino Salvo:

« (…) La Democrazia cristiana trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere che è dominato dalla famiglia dei Salvo di Salemi, che, come è noto, controlla le famose esattorie comunali. II congresso provinciale della Democrazia cristiana trapanese, tenutosi nel 1972, è considerato il punto di arrivo della scalata data dal gruppo Salvo alla direzione della Democrazia cristiana di quella provincia. La chiave interpretativa fondamentale del rapporto tra gruppi mafiosi e potere politico negli ultimi dieci anni in provincia di Trapani va ricercata, infatti, nella scalata del gruppo Salvo. Con i Salvo debuttava un nuovo impegno imprenditoriale in prima persona, dinamico, dei gruppi mafiosi».

Erano anni in cui i Salvo, polmone finanziario delle fortune politiche e imprenditoriali da Palermo a Roma, ancora passeggiavano dentro all’Assemblea regionale siciliana e vigilavano sulla legge di bilancio, affinché persistessero le agevolazioni all’apparato esattoriale siciliano nell’esercizio distorto della legislazione tributaria da parte della Regione.

Appena insediato in segreteria, nel settembre del 1981, comprese quanto il rilancio potesse essere connesso a un movimento di massa, che aveva già superato la fase embrionale. La Torre trascinò il partito, gli tolse gli indugi, nella battaglia pacifista contro l’installazione dei missili Cruise della NATO a Comiso. La collocazione geopolitica della provincia di Ragusa, di fronte alle coste africane, era strategica, perché allargava a Sud il raggio di azione del Patto atlantico. Da Comiso sotto il tiro dei Cruise c’era l’intera Africa settentrionale e parte del Medio Oriente.

Il Centro Peppino Impastato aveva promosso il comitato “Sicilia per la pace”. Ma al movimento mancava un coordinamento. La Torre ne divenne la bandiera, un ponte fra l’estrema sinistra e i cattolici. Il figlio della Conca d’oro si era dotato degli strumenti culturali per non scindere l’emancipazione del popolo siciliano dallo scenario politico-strategico internazionale. Alleggerì, nella lezione di Berlinguer, il partito dalla logica dei blocchi contrapposti. Classificò la trasformazione della Sicilia in avamposto militare quale un favore alle mafie, in odore di affari. La base missilistica era nuda, non c’erano infrastrutture, andava costruito tutto. A Comiso il paesaggio agricolo desertico era stato ridisegnato dall’introduzione delle coltivazioni in serra. Serre che garantirono un’enorme ricchezza. La mafia è attratta dal benessere e dalla presenza episodica lì si passò al radicamento.

Dalla Chiesa ritenne credibile l’associazione mafia-missili fatta da La Torre, constatando la massiccia presenza delle famiglie mafiose palermitane in provincia di Ragusa.

«(…) Sulla Sicilia gravano, oggi, tre minacce: gli effetti della crisi economica, il dilagare della violenza criminale e mafiosa e il suo intrecciarsi col sistema di potere egemonizzato dalla Dc e, infine, la trasformazione dell’isola in avamposto dello scontro fra i blocchi militari contrapposti. Sorge pertanto l’interrogativo angoscioso: quale destino si intende riservare al popolo siciliano in un Mediterraneo già attraversato da tensioni e focolai di guerra estremamente pericolosi? La Sicilia rischia di diventare bersaglio di ritorsioni in uno scontro che va ben oltre i confini e la concezione difensiva del Patto atlantico ed è contrario agli interessi nazionali. Ecco perché in Sicilia, più che altrove, balza al primo posto la esigenza di dare vita a un grande movimento per il disarmo e per fare del Mediterraneo un mare di pace. Noi ci inseriamo nel grande movimento che si sta sviluppando in tutta l’Europa con l’obiettivo di arrivare attraverso il negoziato a ridurre (fino all’opzione zero) le basi missilistiche a Est e a Ovest», da Pace e autonomia, base del rilancio unitario, Rinascita, 4 dicembre 1981.

Negli anni Ottanta la Sicilia diventò un crocevia internazionale dei traffici di droga e armi. Il 12 dicembre 1979 la NATO ufficializzò l’installazione in Europa di 572 missili Cruise, in risposta al dispiegamento da parte dell’Unione Sovietica di missili SS-20 e Backfire nei paesi aderenti al Patto di Varsavia. Il 7 agosto del 1981 il governo italiano rese noto l’accordo con la NATO. Due mesi dopo Comiso si risvegliò con la marcia dei trentamila, preludio ai trecentomila della prima grande manifestazione nazionale a Roma. Il 4 aprile 1982 La Torre firmò la marcia dei centomila a Comiso. La petizione popolare, con la quale si chiedeva al governo di sospendere i lavori di costruzione della base, voluta da Pio raccolse un milione di firme.  L’avanguardia siciliana del pacifismo europeo fu un successo politico.

C’è un altro passo del sopracitato ricordo pubblico dei figli di Lenin Mancuso, perito insieme al giudice Terranova, che commuove per la precisione e l’asciuttezza: «A questo punto, seppur con grande amarezza, ci rendiamo conto, che nostro padre costituisse per i disonesti troppo pericolo. Comprensivo con i deboli, inflessibile con i potenti. Quanto fosse grande la sua sete di giustizia». O per dirla con Leonardo Sciascia, l’assassinio di Boris Giuliano aveva marcato una svolta: l’eliminazione era più forte del rumore suscitato da un delitto eccellente, poiché lasciava un vuoto incolmabile. «Questa catena di delitti nasce dal fatto che la caduta dello spirito pubblico investe le istituzioni, quando da esse non diparte, a tal punto che fra gli individui preposti a sorreggerle, che scelgono di sorreggerle, coloro che inflessibilmente e fino in fondo vogliono compiere il loro dovere restano come segnati, segnalati, come isolati».

È il lunedì della Pasqua 1982. Emanuele Macaluso prepara l’ultimo pranzo con Pio e Giuseppina.

«Arrivò un po’ prima del pranzo, e non mi ricordo se fu prima o dopo mangiato che facemmo una passeggiata sul Lungotevere. Io abitavo in centro. Facemmo una passeggiata e mi disse una cosa che poi riferii ai giudici. Mi disse: “Bada che ora tocca a noi. Devi avvertire che tocca a noi”. E io gli dissi: “Ma hai avuto minacce?”. “No! Il mio è un ragionamento politico”. Cioè dal modo come erano avvenuti i delitti, quello di Terranova soprattutto, e tutta la sequenza, aveva avuto la consapevolezza politica di un disegno», evoca il leader comunista.

Trenta aprile 1982. Una pistola e un fucile mitragliatore Thompson. Una Honda 650 e una Fiat Ritmo; la prima taglia la strada, la seconda si accosta. Ventidue bossoli, quattordici di produzione francese del 1956, otto della Federal Cartridge Corporation, esplosi da una distanza di circa 50-60 centimetri. Rosario Di Salvo reagisce, sparando cinque colpi con la sua rivoltella calibro 38, proprio come Lenin Mancuso. Pio La Torre giace lì con una gamba fuori dal finestrino, quale ultimo atto di resistenza. Alle 9 e 26 in via Generale Turba finì tutto. Per la prima volta nella storia della Repubblica era stato ammazzato un alto dirigente comunista.

Sul luogo del delitto piombarono Giovanni Falcone e Rocco Chinnici, che poi dirà: «Ucciso con modalità tipicamente mafiose, sarebbe stato eseguito in attuazione di un disegno criminoso maturato in ambienti nei quali mafia, terrorismo politico e grossi interessi finanziari ed economici si fondono, nell’intento di porre ostacoli a quei movimenti progressisti che propugnano la libertà dell’uomo dallo strapotere economico-finanziario che lo soffoca». Nei suoi ultimi appunti, La Torre definì il liberismo selvaggio come un’accumulazione violenta che si serviva di azioni sanguinarie. Liberismo selvaggio, nella cui ideologia rintracciava il terreno di coltura del dominio della mafia.

A Roma, a Botteghe Oscure, Berlinguer era in una riunione con gli operai dei cantieri navali di Palermo. Non poté trattenere la commozione. A Roma, a RadioBlu, squillò il telefono di servizio. Franco rispose e ringraziò. Il tempo di riappendere la cornetta ed entrare in quel luogo dove la memoria si mimetizza col dolore. La prima lacrima percorse il viso solo a Corso Calatafimi nella sede palermitana del Pci, davanti a quel corpo sfigurato. I capelli di Franco poi restarono sul cuscino.

Nell’omelia per il funerale di Giuliano, Salvatore Pappalardo citò il profeta Ezechiele: «Il Paese è pieno di assassini». Per poi aggiungere: «E di troppi mandanti e favoreggiatori che circolano alteri e sprezzanti». Il 12 gennaio del 2007 la Corte d’Assise di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze, che ha individuato gli autori materiali dell’omicidio. Fra i quali Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, coinvolto in quasi tutti i delitti eccellenti a Palermo. Un soldato mica tanto semplice che sedeva nella Commissione e concorreva alle decisioni dell’organismo di vertice di Cosa Nostra. Scomparso nel 1985, il suo corpo non è mai rinvenuto. Le rivelazioni di un collaboratore di giustizia identificano i mandanti dell’omicidio nelle persone di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Il pentito Marino Mannoia ha messo a verbale che nella realizzazione dell’omicidio «la mafia aveva svolto solo un ruolo di manovalanza e che i veri mandanti erano da ricercare altrove» e che l’omicidio di La Torre sarebbe rimasto «uno dei più grandi misteri d’Italia». Nel quadro della sentenza l’impegno antimafia è il movente della condanna a morte. «Restano senza risposta i filoni di indagine che rimandano a convergenze di interessi più ampi, quelli tra politica ed economia, sia a livello nazionale sia internazionale, e quelli riguardanti geopolitica, politiche di sicurezza e difesa, toccati dall’ultima battaglia pacifista contro l’installazione dei missili», conclude Franco.

«Nei giorni successivi l’omicidio, sognavo mio padre. Mi parve, anche, di vederlo». Oggi Pio La Torre lo possiamo sognare vivo nei luoghi di frontiera, dove ha sempre osservato il dettato costituzionale e tutelato la democrazia italiana. Lo possiamo immaginare vivo sui beni confiscati alle mafie e riutilizzati con finalità sociali. Lì a difendere col suo sorriso e l’energia inesauribile l’unico riscatto possibile.

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Ricordando Livio Garzanti https://minimaetmoralia.it/editoria/ricordando-livio-garzanti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/ricordando-livio-garzanti/#comments Fri, 13 Feb 2015 13:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25444 Si è spento a 93 anni l'editore Livio Garzanti. Lo ricordiamo pubblicando il capitolo dedicato alla collana "Romanzi moderni", da lui diretta per la sua casa editrice, tratto da Storie di uomini e libri di Giancarlo Ferretti e Giulia Iannuzzi edito da minimum fax. (Fonte immagine)

di Gian Carlo Ferretti

Romanzi Moderni

Casa Garzanti è attiva dal 1939, quando il fondatore Aldo rileva Casa Treves (che per le leggi razziali emanate dal regime fascista non può proseguire l’attività). Ma la casa editrice assume nuovo e significativo rilievo a partire dal 1952, da quando prende la direzione Livio, il figlio trentunenne di Aldo Garzanti, che si rivelerà editore di notevole capacità e intelligenza, oltre che narratore di una certa finezza. Una svolta che riguarda anche i Romanzi Moderni a partire dal 1953 (ne è direttore di fatto lo stesso Livio Garzanti), nonostante la collana sia presente dal 1949.

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Si è spento a 93 anni l’editore Livio Garzanti. Lo ricordiamo pubblicando il capitolo dedicato alla collana “Romanzi moderni”, da lui diretta per la sua casa editrice, tratto da Storie di uomini e libri di Giancarlo Ferretti e Giulia Iannuzzi edito da minimum fax. (Fonte immagine)

di Gian Carlo Ferretti

Romanzi Moderni

Casa Garzanti è attiva dal 1939, quando il fondatore Aldo rileva Casa Treves (che per le leggi razziali emanate dal regime fascista non può proseguire l’attività). Ma la casa editrice assume nuovo e significativo rilievo a partire dal 1952, da quando prende la direzione Livio, il figlio trentunenne di Aldo Garzanti, che si rivelerà editore di notevole capacità e intelligenza, oltre che narratore di una certa finezza. Una svolta che riguarda anche i Romanzi Moderni a partire dal 1953 (ne è direttore di fatto lo stesso Livio Garzanti), nonostante la collana sia presente dal 1949.

In particolare tra il 1954 e il 1959, grazie anche alla sensibilità editoriale e letteraria del consulente Attilio Bertolucci, contribuiscono alla definizione di una marcata e originale identità editorial-letteraria una serie di autori italiani: Pier Paolo Pasolini con Ragazzi di vita, Paolo Volponi con Memoriale (acquisito anche grazie alla fondamentale mediazione pasoliniana), Goffredo Parise con Il prete bello e Carlo Emilio Gadda con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. L’editore punta su una confezione «scioccante», con una sovraccoperta affidata a Fulvio Bianconi, che viene da un’esperienza di propaganda e di pubblicità, ma che saprà elaborare anche formule grafiche aniconiche e severe per la saggistica.

Pasolini e Volponi hanno alle spalle una bibliografia soprattutto poetica e come narratori sono esordienti, gli esordi di Parise presso Neri Pozza non lo hanno ancora fatto conoscere, e il Pasticciaccio in edizione Garzanti anche per molti critici segna la tardiva rivelazione di un autore attivo da decenni e di un romanzo apparso a puntate parzialmente in rivista. Tutti scrittori nuovi e insieme maturi, che appaiono sorprendenti senza essere effimeri, che sono capaci di provocare un forte impatto e di prefigurare una sicura durata. Tratti questi che si ritrovano almeno in parte in Beppe Fenoglio. Cui si aggiungono una consistente e isolata presenza di Mario Soldati, e il provocatorio Giuseppe Berto di Guerra in camicia nera.

Pasolini, Volponi, Parise e Gadda in particolare si impongono con opere di rottura e di discussione, non prive di qualche venatura scandalosa nei casi di Pasolini e di Parise, anche con buoni risultati di vendita. Per Pasolini, Volponi e Gadda ci sono anche analogie intrinseche più o meno sottili: i motivi della diversità e del conflitto, il nesso tra problematicità e sperimentalismo, la carica di eccentricità e innovazione rispetto a tradizioni letterarie consolidate, eccetera. Ne partecipa almeno in parte Ferdinando Camon dal 1970 con il romanzo Il quinto stato, per il quale Pasolini scrive il risvolto. Quattro autori, va aggiunto, che continueranno a caratterizzare il catalogo garzantiano per lungo tempo e con una ricca produzione narrativa, saggistica e poetica.

Quella identità viene ulteriormente rafforzata nel 1963 e nel 1964 da due veri e propri eventi editoriali e letterari, diversi e quasi opposti tra loro: la pubblicazione (in contemporanea con Einaudi) di Una giornata di Ivan Denisovicˇ, primo libro-rivelazione di Aleksandr Solženicyn sui campi di concentramento staliniani, e la prima traduzione italiana (firmata da Giorgio Caproni) di Morte a credito dello scrittore maledetto Louis-Ferdinand Céline, una sua opera fondamentale nel segno dell’oltranza e della negazione. Edizione peraltro censurata.

Ma questa per la verità è soltanto un’area, seppur importante e definita, all’interno della estrema eterogeneità dei Romanzi Moderni, con accostamento di autori italiani e stranieri molto disparati: i veristi Federico De Roberto, Luigi Capuana, Matilde Serao; il Novecento americano, talora con vere scoperte, di William Faulkner, Norman Mailer, Truman Capote (Colazione da Tiffany, da cui un celebre film); Auto da fé di Elias Canetti, novità assoluta per l’Italia nel 1967; classici moderni come Henry James e Virginia Woolf; e una serie di grandi successi spesso portati sullo schermo, come Il cardinale di Henry Morton Robinson, e le due serie Angelica di Anne e Serge Golon e 08/15 di Hans Hellmut Kirst.

Ai quali ultimi, tra le etichette adottate nel corso degli anni Sessanta in quarta di copertina per orientare gli acquirenti all’interno della collana («i maggiori», «gli italiani d’oggi», eccetera), tocca quella di «1.000.000 di lettori». Etichetta significativa al di là dell’attendibilità numerica, estensibile ai successivi romanzi di Michael Crichton, e a Love story di Erich Segal (che appartiene tuttavia alla collana parallela I romanzi), best seller del 1971 favorito dal film con 350.000 copie in pochi mesi, e rilanciato come omaggio agli appassionati dei Baci Perugina: una storia tra tenerezza amorosa e crudezza di linguaggio, che perpetua la linea trasgressivo-mercantile di Garzanti a livello di mero consumo.

A linee di ricerca comunque diverse apparterranno gli altri narratori italiani più o meno significativi che si succederanno nei Romanzi Moderni tra gli anni Sessanta e Settanta, da Francesco Leonetti a Giuseppe Cassieri, da Enzo Siciliano a Franco Cordelli ad altri.

Il passaggio nel 1974-75 di Pasolini e Volponi a Einaudi, per una serie di insoddisfazioni e insofferenze verso Livio Garzanti, e per la forza di attrazione del «divo Giulio», è il segnale (soprattutto nella narrativa) di una caduta di quell’originario dinamismo e di una crisi irreversibile di quella originale identità. Lo confermano (fin dalla grafica) la stessa fine dei Romanzi Moderni nel 1973 e le numerose collane che li sostituiscono nel corso dei decenni fino a oggi, come i Narratori Moderni, la Nuova Narrativa Garzanti, e una collana contraddistinta dalla sola lettera G o addirittura senza nessun nome. E questo al di là dei singoli valori letterari e di mercato, di qualità e di successo di molti autori italiani e soprattutto stranieri.

Una novità è nel 1976 l’esordio fulminante di Vincenzo Cerami, scoperto ancora una volta da Pasolini. Il suo romanzo Un borghese piccolo piccolo, presentato da Italo Calvino e portato sullo schermo nel 1977 da Mario Monicelli, è una storia dolorosa e grottesca di violenza metropolitana, che anticipa in Italia molte sperimentazioni future, tra naturalismo, noir e fumetti, e inaugura per Cerami una felice carriera nel campo della narrativa e del cinema, fino alle sceneggiature e ai testi per Roberto Benigni. Una curiosità è l’opera seconda di Andrea Camilleri Un filo di fumo (1980), successiva a un esordio in sordina ostacolato da vari rifiuti e ancora lontana dalle fortune dei suoi gialli.

Le collane di narrativa sono comunque un settore molto circoscritto all’interno della vasta, differenziata e contraddittoria produzione generalista di Garzanti, compresa tra cultura, trasgressività e fatturato, con risultati cospicui peraltro ai vari livelli (da ricordare le fortunatissime Garzantine). Un vero evento è l’Enciclopedia Europea in dodici volumi, progettata nel 1969 e pubblicata dal 1976. Ma gli altissimi costi dell’operazione, insieme ad altri ambiziosi progetti non realizzati, avranno un peso notevole nella crisi editoriale e finanziaria della Casa. Cui seguiranno nei successivi decenni una progressiva emarginazione e fuoriuscita di Livio Garzanti, e una riduzione di ruolo e di immagine della casa editrice, fino alla vendita della Casa stessa e ai relativi passaggi di proprietà. Nel 2006 la Garzanti entrerà nel gruppo gems.

 

Scheda

Collana: Romanzi Moderni

Casa editrice: Garzanti, Milano

Periodo: 1953-73

Fonti e bibliografia:

Catalogo generale Garzanti, Garzanti, Milano 1976.

Storia dell’editoria d’Europa, a cura di Angelo Mainardi, vol. ii, Shakespeare & Company-Futura, Firenze 1995.

Gian Carlo Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Einaudi, Torino 2004.

Gian Carlo Ferretti, Siano spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti, Bruno Mondadori, Milano 2012.

 

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Camilleri ricorda Eduardo https://minimaetmoralia.it/ritratti/andrea-camilleri-ricorda-eduardo-de-filippo/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/andrea-camilleri-ricorda-eduardo-de-filippo/#comments Fri, 31 Oct 2014 07:05:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24116 Il 31 ottobre 1984 moriva Eduardo De Filippo. Pubblichiamo un ricordo di Andrea Camilleri apparso sul sito dell'università Sapienza

di Andrea Camilleri

Il mio rapporto con Eduardo è nato con una serie per la televisione. Questa serie veniva dal proposito del secondo canale televisivo, nel ‘60, di distinguersi come programmazione, dal primo canale, per la qualità delle commedie (inaugurammo addirittura con un lavoro di uno scrittore come Giuseppe Dessì "La trincea"). C’erano dei grossi propositi e fu incaricato un importante funzionario del secondo che era Maurizio Ferrara, straordinario organizzatore, di vedere, di portare Eduardo De Filippo a fare le sue commedie in Rai. Credo che Maurizio abbia trattato a lungo con De Filippo ma c’era un problema di fondo; allora c’era una diffusa ostilità verso la Rai da parte della sinistra e quindi portare Eduardo in televisione sarebbe stato l’equivalente della breccia di Porta Pia, praticamente era questa l’operazione alla quale Bernabei per esempio teneva moltissimo. A un certo punto Maurizio Ferrara ci disse che le trattative erano concluse e che quindi si poteva ipotizzare seriamente la partecipazione di Eduardo a una serie televisiva, per quel periodo quanto più esaustiva possibile, (credo che fossero otto titoli all’epoca). Allora venne in mente alla direzione del secondo canale di chiamare me a produrre, ovvero delegato alla produzione di questa prima serie di Eduardo, a causa di vari problemi.

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defilippo

Il 31 ottobre 1984 moriva Eduardo De Filippo. Pubblichiamo un ricordo di Andrea Camilleri apparso sul sito dell’università Sapienza

di Andrea Camilleri

Il mio rapporto con Eduardo è nato con una serie per la televisione. Questa serie veniva dal proposito del secondo canale televisivo, nel ‘60, di distinguersi come programmazione, dal primo canale, per la qualità delle commedie (inaugurammo addirittura con un lavoro di uno scrittore come Giuseppe Dessì “La trincea”). C’erano dei grossi propositi e fu incaricato un importante funzionario del secondo che era Maurizio Ferrara, straordinario organizzatore, di vedere, di portare Eduardo De Filippo a fare le sue commedie in Rai. Credo che Maurizio abbia trattato a lungo con De Filippo ma c’era un problema di fondo; allora c’era una diffusa ostilità verso la Rai da parte della sinistra e quindi portare Eduardo in televisione sarebbe stato l’equivalente della breccia di Porta Pia, praticamente era questa l’operazione alla quale Bernabei per esempio teneva moltissimo. A un certo punto Maurizio Ferrara ci disse che le trattative erano concluse e che quindi si poteva ipotizzare seriamente la partecipazione di Eduardo a una serie televisiva, per quel periodo quanto più esaustiva possibile, (credo che fossero otto titoli all’epoca). Allora venne in mente alla direzione del secondo canale di chiamare me a produrre, ovvero delegato alla produzione di questa prima serie di Eduardo, a causa di vari problemi.

Naturalmente il primo problema era Eduardo, “come maneggiarlo” questo grosso, esplosivo Eduardo. In secondo luogo Eduardo era un uomo di teatro e quindi loro dovevano ‘ripescare’ uno che di teatro si intendesse, per metterglielo accanto. Io avevo questi requisiti e quindi mi incontrai con lui, presente Maurizio Ferrara, alla Rai. Lì capitò subito una sorta di piccolo miracolo nel senso che gli fui molto simpatico immediatamente. Naturalmente io sapevo non a memoria, ma quasi, tutte le sue commedie, le avevo viste. Gli raccontai un episodio che mi era capitato a proposito de “La grande magia”. Ero giovane, allievo dell’Accademia di Arte Drammatica: vidi la commedia una prima volta, ci tornai la seconda sera, la terza sera, la quarta sera, ogni volta entravo così, di straforo, con la complicità del direttore del teatro, e tutte le sere incontrai Silvio D’Amico. Eravamo diventati due habituè di quella straordinaria commedia. Per quanto riguardava le trasmissioni, si pose subito il problema del cosiddetto “adattamento televisivo” che in realtà non era gran cosa ma una sorta di ‘ampliamento dello spazio’. In teatro non c’era bisogno di avere un’anticamera, si sentivano le voci, mentre qui invece tutto doveva essere più realistico, ma non ci fu necessità di aggiungere battute. Aldo Nicolaj che fu l’adattatore risolse i vari problemi con Eduardo in due o tre sedute.

Ci fu un certo ‘allungamento’ delle sedute a causa di una grossa interruzione dovuta alla morte della moglie di Eduardo che avvenne proprio in quei giorni, in quei mesi, nei quali lavoravamo; e per una volta, e questo per me rimane un episodio memorabile, per una volta Aldo Nicolaj ed io andammo a trovarlo all’isola e fu un viaggio, non dico ‘omerico’ ma quasi, perché la strada per arrivare a questo Nerano, paese dal quale si partì, era stata tutta interrotta, ci si poteva arrivare solo via mare. Allora ci imbarcammo tutti e due in giacca e cravatta perché dovevamo incontrare Eduardo, ma dopo un quarto d’ora eravamo in condizioni penose, praticamente ci eravamo levati la giacca, la cravatta, la camicia, tutto… Arrivammo in quest’isola, cominciammo a salire, c’erano dei gradini e in mezzo un marinaio seduto, ed ebbi l’impressione che fosse vestito e truccato da marinaio perché era ‘troppo’ marinaio. Mi disse “Eduardo non c’è”. “E dov’è Eduardo?”. “Eduardo è a Positano. Provate a venire nel pomeriggio”. Nel pomeriggio arrivammo, non c’era il marinaio, e così vedemmo Eduardo nel suo habitat splendido, la sua villa. Luca era un bambino; mi ricordo, mi disse era stato troppo in acqua, era cotto dal sole. Fu un pomeriggio straordinario con un Eduardo ‘diverso’, nel suo ambiente, ridemmo da matti.

Lì in quell’occasione stabilimmo le riprese, stabilimmo quanti giorni avremmo impiegato per queste, per le prove. Dopodiché io ebbi una sorta di ‘comando’ da parte della direzione generale, da parte di Bernabei, che bisognava fare in modo che non capitasse assolutamente niente durante la lavorazione perché immediatamente ci sarebbe stata eco sui giornali ed era bene evitare queste cose. Ma Eduardo mi prevenne e disse: “Sentite Camilleri, io so che c’è questa censura” (che effettivamente c’era) ” così, prima di entrare in sala prove, non in studio, parliamo di tutto questo. Alcune cose, se non portano fastidio a me, le tagliamo, altre non le taglio, e voi riferite a chi di dovere che io non le taglio”. E così facemmo. Proprio quando lui entrò in studio i copioni erano ‘ne varietur’, erano accettati da lui e dalla direzione quindi questo grosso scoglio della censura di allora era stato superato. Lui fu molto comprensivo; non accettò alcuni tagli di una stupidità davvero mostruosa, per cui ero il primo io a vergognarmi, senonché i patti non li potei rispettare almeno in un punto. Il punto é in una commedia, credo che sia Le voci di dentro, in cui una battuta dice: “Una volta le feste si facevano con un prete, un sacrestano, quattro persone dietro e venivano una meraviglia. Ora per farle ci vogliono un ministro, quattro sottosegretari e vengono una schifezza”. Mi chiamano e mi dicono “Bisogna tagliare questa battuta”. “E no” dico ” io avevo un patto con Eduardo. Il patto era di dirgli prima questi tagli, ora io non me la sento di chiederglielo”. Noi eravamo già in studio, ci avevano pensato tardi.

Alle due del pomeriggio avevamo l’appuntamento, mi innervosisco talmente che nell’uscire di casa metto un piede nell’anta della porta per cui mi spacco gli occhiali di netto; non avevo un paio di ricambio quindi vado in studio in stato di menomazione assoluta dovendo poi discutere con Eduardo sui tagli. Mi metto in un angolo e decido “io mi gioco la carriera ma non gli dico niente” e soffrivo perché lui faceva riprovare molto bene questa battuta. “Che ve ne pare?”. “Molto bella, Eduardo, viene benissimo”. Dopo un’ora, un’ora e mezza mi fa “Non vi sembra troppo lunga come battuta?” “Sì, effettivamente un po’ lunga lo é”. “Tagliamo?”. “Tagliamo!”. “Tagliamo qui quando dice che ora coi ministri, coi sottosegretari viene una schifezza”. E la tagliò. Ma rimase a guardarmi per un po’ in quei suoi silenzi. Registrammo questa scena, questo atto, (allora si registrava un atto tutto intero, non c’era possibilità di montaggio), e scendendo allo studio 3 per andare a prendere alle 17 e 30 il rituale caffè, lui mi fa dentro l’ascensore “Voi quella battuta la volevate tagliata, vero?”. “Sì, Eduardo”. “E perché non me l’avete detto?”. “Eduà, perché me l’hanno detto ieri e io non avevo il coraggio, e poi mi sono rotto gli occhiali, non vedo niente. Ma a voi chi ve l’ha detto di tagliarla?”. “La faccia vostra me l’ha detto, la faccia che facevata mentre io la provavo. E poi ho visto come vi è tornata la felicità sulla faccia”. Naturalmente, episodi di questo genere, ne sono successi tanti.

La Rai mi aveva dato l’incarico di fare di queste commedie, anche una sorta di volumetto, e questo era venuto, anche tipograficamente, molto bene. In questo volumetto io dovevo fare una introduzione di due o tre pagine sul teatro di Eduardo e poi raccontare ognuna delle commedie che si sarebbero trasmesse. C’erano delle foto di lui splendide; era venuto apposta Mulas a farle. Io dissi “Guardate Eduà che Sik-Sik l’artefice magico non fa serata, è più breve rispetto allíorario canonico “. E lui “Scrivete che io prima di Sik-Sik l’artefice magico, faccio una specie di piccola carrellata su quello che facevo nell’avanspettacolo, i miei esordi”. E lo realizzò con molta eleganza, con molta grazia. Tutta la scenografia era costituita da uno di quei porta abiti delle sartorie teatrali, pieno di costumi suoi e lui ne prendeva uno, indossava la giacca e faceva il personaggio che aveva fatto vent’anni prima, trent’anni prima, e devo dire che era un momento straordinario di teatro puro. Non c’era scenografia, non c’era niente, c’era solo lui, un accenno di costumi e lì cantò, ballò, raccontò quell’episodio e dovemmo fermarci e rifarlo di nuovo perché non era stato provato, delle battute arrivarono per la prima volta allo studio e i cameraman non seppero tenere la risata.

Era l’episodio, non so quanto noto, in cui lui raccontava che il suo impresario aveva chiamato una famosa cantante di avanspettacolo, Eduardo ne faceva anche il nome, io non lo ricordo più, la quale la prima sera a Napoli disse: “Sentite, io stasera non posso cantare perché ho solo un filo di voce e invece di cantare dirò…” e disse la canzone, la disse come un fine dicitore. Siccome il pubblico era rimasto deluso, l’impresario chiese a Eduardo di buttarsi, di sgambettare, di ballare, per risollevare le sorti della serata.

E così il povero Eduardo giovanetto suda, sgambetta, balla e canta. La seconda sera la cantante si ripresenta e dice: “La voce non mi è tornata, invece di cantare dirò ” e disse la canzone. “Io mi ero scocciato” raccontava Eduardo “e così, entrai in scena zoppo e dissi: egregio pubblico, io stasera dovevo ballare ma siccome mi ero azzoppato una gamba passeggero’” e così fece. Questo episodio valse l’interruzione della ripresa perché detto da lui e fatto contemporaneamente, col suo costume e il suo passeggiare, risultava esilarante. Questo per esempio é un documento straordinario e nella prima serata mettemmo assieme queste memorie e Sik Sik l’artefice magico.

Per quanto riguarda la commedia Ditegli sempre di sì, questa fu una ripresa straordinaria per me. Io venivo dall’Accademia d’Arte Drammatica, ero stato allievo di Orazio Costa, avevo un’idea del teatro in un certo modo e ho imparato in quei 7 o 8 mesi che sono stato con Eduardo assai più di teatro di quanto non avessi imparato in anni di Accademia. Lì mi capitò uno di questi straordinari momenti di insegnamento. Mentre faceva Ditegli sempre di sì, aveva un attor giovane molto bello come ragazzo, Lima, e costui non era d’accordo con l’impostazione che Eduardo aveva dato al personaggio, faceva resistenza, ma nessuno osava dire ad Eduardo, che tutti chiamavano direttore, “non sono d’accordo”. Noi eravamo costretti a registrare un atto per intero e Lima, arrivato davanti a Eduardo nella scena che aveva con lui, recitò in un modo completamente diverso da come avevano fino a quel momento provato, tanto che De Stefani ed io pensammo: fra due minuti ci andiamo a prendere un caffè perché Eduardo interromperà. Invece Eduardo non interruppe, ma diede un’interpretazione al suo personaggio, spero che esista ancora la registrazione, che non sia stata distrutta anche questa, straordinaria, imprevista anche per noi. Poi alla fine di quest’atto mi chiamò, mi disse: “Camillé venite con me”.

Andammo nel suo camerino, si sedette e poi disse: “Mandatemi Lima !”. Arrivò questo giovane attore, lo fece accomodare e gli parlò: “Allora, vi faccio una domanda: che cos’è la recitazione fra due attori, non improvvisata? Eh Lima? Due attori che hanno provato per giorni, magari annoiati, magari avevano altri pensieri. Che cos’è? “. “Ma direttore non lo so perché mi fa questa domanda”. “Vi faccio la domanda perché voi siete una persona che bara al gioco. E la recitazione è un accordo di onestà, prima di tutto, e di lealtà, tra due attori che sono sullo stesso palcoscenico, hanno concordato come devono combaciare nella recitazione, in quello che il pubblico deve vedere. Voi cambiate le carte in tavola e non solo barate, ma mi mettete in una difficoltà infinita. Io oggi ho voluto dimostrarvi che, appena ho capito che cosa stavate facendo, io vi stendevo. E l’ho fatto”. ” La possiamo rifare direttore ?”. ” No caro, rimane quella che è!”.

Questa semplice idea dell’accordo, cioè dell’accordo leale fra due persone che devono affrontare una stessa situazione, e uno dei due fa carte false, procurando danno all’altro, è un esempio per me pratico, proprio di teatro straordinario. Però, nessuno me lo aveva mai presentato sotto questa forma, in Accademia. In questo episodio sentii dietro una sorta di tradizione, delle grosse compagnie di giro, della capacita che potevano avere tali attori, d’improvvisare, di concertare. In genere lui improvvisava con attori di tradizione, di grossa tradizione; con Petito improvvisava, si concedeva questo lusso. Quel tipo d’improvvisazione che spinge all’estremo limite, quasi per gioco, il compagno, cimentandolo in una sorta di fuoco d’invenzioni, ma con misura, senza strafare. Addirittura certe prove, certe scene, lui le saltava; cioè le provava con tutti gli altri e si riservava gli ultimi 10 minuti di prova con Petito o con altri di quel calibro.

Un altro momento affascinante è stato Natale in casa Cupiello con Pietro De Vico e Enzo Petito. Pietro De Vico da anni non lo recitava con lui ed Eduardo lo volle apposta per quella registrazione. C’erano dei discorsi sotterranei, non detti, fra loro. “Camilleri, vi ho chiamato. Voglio De Vico!”. De Vico sapeva il significato di quella chiamata, dell’ingaggio in quella situazione. Era emozionante, in questo senso, vederli lavorare.

Per esempio in Filumena Marturano, un attimo prima di cominciare le riprese lui disse a Regina Bianchi: “Regì, guarda che poi questo Titina se lo guarda”. Regina tirò la parte in un modo, un modo eccezionale e quando finimmo il primo atto, la scena in cui lei ha i soldi, io mi buttai giù dalla scaletta, per correre ad abbracciarla; mi svenne tra le braccia perché grande era stata la tensione provocata dalle parole di Eduardo. Lui glielo aveva detto apposta, per metterla in uno stato emotivo eccezionale.

C’è una cosa, inoltre, che mi ha sempre colpito in Eduardo regista. Di solito il regista dice, ti spiega, ti dice qual è la sua intenzione, cerca una mediazione dell’attore condizionata sempre dall’idea che ha lui. Eduardo aveva un modo di intervenire che non del tipo ‘ora te lo faccio io’. Perché sapeva che l’attore poteva tentare di imitarlo ma poi era costretto a recitare secondo il suo proprio modo. Anche questa è una grossa apertura di orizzonti straordinari: Eduardo era convinto che l’attore sapesse “fare”. Questa era la fiducia che lui aveva. Molti dicevano che Eduardo non amasse tanto i suoi attori. Non li amava nella loro pigrizia però. Sapeva che avevano delle possibilità, delle potenzialità. Tant’è vero che spesso e volentieri venivano fuori.

Tutti i registi sono cattivi. Eduardo probabilmente lo era esplicitamente cattivo, ma, torno a dire che era una cattiveria mirata, per tirare fuori dall’attore i suoi personaggi; capiva perfettamente gli attori, sapeva quando era giornata e quando non lo era. Questo non significava per lui dare confidenza o meno, è stato sempre dentro la sua posizione ma aveva la capacità di proiettarsi all’interno degli altri, dell’altro attore non del personaggio, il personaggio veniva dopo.

Una cosa che ha molto valore era la sua sensibilità per le telecamere, perché Stefano de Stefani, un regista di tutto rispetto, faceva quasi solo il tecnico, mentre tutta la direzione era di Eduardo, non solo per quanto riguardava la recitazione.

Lui non aveva mai visto una telecamera prima, aveva visto solo macchine da presa, ma un’ora e mezzo gli bastò per capire. Eduardo si impadronì immediatamente di questo, che, come raccontano aneddoti famosi, chiamava un “elettrodomestico”. Tornando sempre alla storia della censura, avevano detto che bisognava togliere i “per Dio” che l’ex aiuto di Domenico Soriano ogni tanto dice se mi ricordo “per Dio”, battuta straordinaria, meravigliosa. “Tanto vale togliere il personaggio, io non li levo”. Quelli della rete si arresero davanti a tanta sicurezza.

Eduardo in ripresa disse: “Qui Stefano mi dai il primo piano su questi – per Dio – che lui dice”. Poi rivedeva la scena e, anche se era venuta perfetta, lui la rifaceva. “Stefano i -per Dio- non li riprendere più in primo piano”. Aveva evidentemente intuito che questi primi piani davano un peso eccessivo all’interiezione e che non era il caso di sottolinearli così.

Tra l’altro, in quell’occasione ho capito che tutta questa diversità della televisione, riprendendo il teatro, poteva essere valido aiuto. Eduardo mi disse un’altra cosa straordinaria che, da sola, vale un trattato sulla televisione: “Quella è cecata, ha un solo occhio” – disse – “Nel senso che la gente vede con un unico occhio. Il mio”.

Lui soffriva della scelta di quello che c’era da mostrare televisivamente, in un teatro fatto di relazioni tra personaggi, di ‘controscene’, se vogliamo. Questo fu il vero problema quando cominciò a riprendere. Infatti, Filumena Marturano, per l’ottanta per cento è tutta giocata sui primi piani, in maniera da prendere anche le controscene, le azioni. Quindi la televisione l’aveva capita immediatamente, anche all’interno del mezzo stesso.

Lui teorizzò alla fine, soprattutto nell’ultimo periodo, nel ‘78, questa idea che la televisione è ‘lo spettatore con il binocolo’, e quindi la ripresa va fatta di qua dal boccascena, senza più adattamento. Proprio come lo spettatore che concentra l’attenzione in un primo piano, il carrello è lo spostamento degli occhi dello spettatore, lo zoom il concentrarsi dell’attenzione, lui ha dato poi anche dei modelli.

Circa le riprese di Napoli Milionaria non ho ricordi particolari perché, in realtà, tutto si svolse in una tranquillità che, nella memoria, diventa quasi irreale. Anche perché quei pochi incidenti che capitarono, lui li fece capitare a bella posta, preavvisandomi: “Domani guardate che faccio succedere questo, voi non vi preoccupate!”. Io, era un sabato, dovevo raggiungere la famiglia con Eduardo: “Ma voi non vi preoccupate, lunedì riprendiamo tranquillamente”. Mi telefonarono: lui aveva fatto una scenata per la scenografia, aveva detto: “Basta io me ne vado! Vado a Napoli, non registro più!”. Uscì dallo studio e se ne andò davvero. Allora mi raggiunsero dov’ero io con telefonate terrorizzate.

L’unico dubbio che ebbi è che fosse andato veramente a Napoli. Telefonai a casa sua: era tranquillo: “Perché vi siete preoccupato? Vi avevo detto che lunedì ci vedevamo?”.

Tutto questo nasceva da una discussione tra lui e il direttore del centro di produzione, che era un triestino. “Salvando l’unità d’Italia era meglio se se la tenevano!” Questa era la sua opinione in proposito. Sul fatto della scenografia quello diceva: “Noi l’abbiamo già fatta, voi dovevate approvarla prima, perché non avete fatto prima queste osservazioni?”. E lui: “Anche in teatro mi capita di fare osservazioni. Una volta che uno ‘vede’ la cosa. la cambia!”. E lo scenografo: “No, ormai noi non possiamo cambiare, le giornate lavorative, le ore di lavoro…” Piantò la grana e se ne andò. E lui mi disse: “Lunedì mattina in due ore si cambia come io ho chiesto.”. Infatti il lunedì mattina andai in studio, lui arrivò puntuale: la scena era stata cambiata e tutto filò tranquillamente.

Di episodi ce ne sono tanti. Per esempio quello degli spaghetti in Sabato, Domenica e Lunedì dove l’atto finisce con un attore vestito a Pulcinella che deve andare a recitare il personaggio e gli altri devono andare a mangiare gli spaghetti. Questo attore, non si è mai capito perché, all’ultimo secondo, momento in cui saluta tutti ed esce, invece di uscire normalmente, oltretutto era anche inquadrato dalla telecamera, si piegò sulle ginocchia ed uscì praticamente a quattro zampe. “E che avete fatto?!?” disse Eduardo. Bisognava rifare tutto. Si era avvicinata la pausa serale e mangiammo qualche cosa, riprendemmo alle nove meno un quarto di sera, entrammo nello studio per primi Eduardo ed io ed Eduardo mi disse: “Io non ho il coraggio di vedere in che stato stanno gli spaghetti, guardate voi!”. Io alzai il coperchio, infilai dentro la forchetta: un blocco compatto di spaghetti. Fu una cosa drammatica perché il bar di via Teulada era chiuso, andare in un ristorante vicino era l’unica soluzione ma avrebbe ritardato la registrazione. Insomma una serata veramente indimenticabile. E poi Eduardo ci teneva a come fossero cotti quegli spaghetti “Perché me li devo mangiare io!”, diceva. Mi ricordo che mi accompagnò al ristorante, dove naturalmente, si fecero in quaranta per fare gli spaghetti come diceva lui: al punto giusto di cattura, calcolando anche il trasporto dal ristorante allo studio e all’inizio delle riprese. Una cosa meravigliosa!

Un altro episodio straordinario è ne Le voci di dentro dove c’è quel personaggio magnifico dello zio che parla con i mortaretti e che dice, nel momento nel quale muore: “Ma io che parlo a fare?” e poi accende quella sorta di fontana luminosa verde. Alle prove tutto procede benissimo in studio, tutto. Naturalmente ogni volta bisognava accendere una fontanella nuova. C’era il trovarobe che metteva la fonatanella nuova. Al momento della registrazione procede tutto meravigliosamente bene, lo zio accende la fontanella verde, gioco di fuoco e succede un cataclisma, nel senso che parte un razzo strepitoso, all’interno dello studio, esplodendo, provocando il panico generale; in più siccome nella scenografia c’erano centinaia di sedie impagliate, questo razzo va, ovviamente, ad infilarsi dentro alle sedie, incendiandole. Arrivano i vigili del fuoco in studio, io mi ero precipitato dalla scaletta di regia e, in mezzo al fumo, in piedi e assolutamente tristissimo trovai Eduardo che mi disse: “Lo vedete perché io non posso vedere la televisione? Perché la televisione è in mano ai preti e ai piemontesi che non distinguono una fontanella da un ‘mascone’.”

Poi, quando mandarono in onda queste otto commedie, io dissi a mia moglie: “Appena finiscono di andare in onda scrivo una lettera ad Eduardo nella quale gli dico che cosa è stato per me lavorare con lui tutti questi mesi.”. Non feci in tempo perché l’indomani la posta mi recapitò una lettera di Eduardo che diceva: “Camilleri voi non sapete che cosa è stato, per me, lavorare con voi sei mesi.” E di questo mi diede la prova: quattro, cinque anni dopo mi telefonò un poeta che io stimavo tantissimo, Vittorio Sereni, che era direttore editoriale della Mondadori. E mi disse, io non lo conoscevo: “Potrei vederla all’albergo Plaza? Le vorrei parlare”. Andai a trovare Sereni il quale mi disse: “Senta Camilleri, a noi della Mondadori c’è venuto in mente di fare un libro. Eduardo De Filippo non ha mai risposto a tutti quelli che, nel corso della sua carriera, gli hanno spedito già quattro casse di lettere. Gli è venuto in mente di rispondere ora, a distanza di tanto tempo. Si tratta di scegliere una cinquantina di lettere, darle a Eduardo e Eduardo deve elaborare una risposta facendone un libro di Eduardo De Filippo a cura di Andrea Camilleri. Il nome suo l’ha fatto Eduardo.”

Allora andai da Eduardo con Vittorio Sereni e Eduardo mi disse: “Sentite Camilleri qua ci ho queste quattro casse di corrispondenza. Voi ve la leggete in santa pace e scegliete cinquanta lettere cattive, anzi è meglio, e io rispondo. Siete voi che avete in mano il libro; io non dirò nulla sulla scelta che voi fate delle lettere, basta che non ne scrivete una voi e la mettete in mezzo”. Firmai il contratto con la Mondadori e mi capitò, mentre stavo leggendo le lettere, un fatto personale gravissimo per cui io quel libro non lo feci mai. E arrivato ad un certo punto Sereni mi scrisse dandomi una sorta di ultimatum e io risposi che non l’avrei fatto. Sereni mi ritelefonò dicendomi: “Il problema è che Eduardo non lo vuole fare con nessun altro.” Alla Pergola a Firenze incontrai Eduardo, mi chiamò in disparte e disse: “Perché?”. Io gli spiegai che cosa mi era capitato, mi abbracciò e la cosa finì li e rimase, per me, questa grande occasione perduta.

L’immagine che uno aveva di Eduardo era di un uomo corazzato, un uomo che si difendeva anche recitando la parte che si era assegnata lui stesso nella vita. Non so come nel ‘60 ero preoccupato perché una delle mie figlie aveva la febbre alta; non pensai all’incidente della bambina di Eduardo e gli dissi che ero un po’ preoccupato per mia figlia. Rispose: “Io l’ho persa una figlia”. E mi raccontò minutamente come lui aveva vissuto la cosa e si mise a piangere. Non è una cosa che si sopportava facilmente veder piangere Eduardo. È stata una cosa inenarrabile, penosa. Mi dispiace anche di averla rammentata.

Aveva delle battute a volte, di una cattiveria ‘teatrale’ che è un particolare tipo di cattiveria, una cattiveria senza cattiveria vera, profonda. Uscimmo una volta dallo Studio 3 e davanti ci trovammo De Sica. De Sica credo che proprio in quei giorni avesse fatto un film che si chiamava Il Diluvio Universale. De Sica lo vide e cominciò ad andargli incontro, lui si voltò verso di me e disse: “‘O Diluvio , ‘o maestro dello sciacquone!”. Io mi dovetti allontanare per non assistere a questo incontro perché ero preso da un ‘fou rir’ per come l’aveva detto. Aveva un uso tutto particolare degli avverbi. Io no so se fa parte del napoletano. Questo mi è stato raccontato da una persona degna di fede.

A Napoli andarono Giorgio Strheler, Virginio Pueker, Paolo Grassi e Ruggero Jacobbi, per trattare la traduzione e la messinscena di non so quale Molière. Andarono a mangiare; Virginio Pueker, che portava la macchina, l’aveva lasciata sotto un evidentissimo cartello di divieto di sosta. Quindi, via via che si avvicinavano, finito di mangiare, verso la macchina, vedevano un agente, un vigile, che stava prendendo una multa, io credo con particolare soddisfazione, dato che la macchina era targata MI, Milano. Allora Virginio va dal vigile e gli dice: “Senta io non avevo capito che era un divieto di sosta”. “Perché Milano dov’è ? Non è in Italia?” dice il vigile. In quel momento però scorge Eduardo. Quindi avviene naturalmente una sorta di sfida all’OK Corral, cioè a dire Giorgio Streheler e Ruggiero da un lato, Virginio Pueker e Paolo Grassi dall’altro, il vigile urbano ed Eduardo che si fronteggiano. Allora il vigile fa: “Sono vostri?” indicando gli uomini ed Eduardo risponde: “Eventualmente!”. Straordinario! Cioè a dire è un uso incredibile. Voleva dire in quel caso:‘ A seconda di come ti metti’.

Quando ci fece visitare l’isola, a me e ad Aldo Nicolaj, mi fece vedere che aveva la centrale elettrica autonoma, un generatore. “Così io me la spasso qui la sera, accendo il televisore, e guardo mio fratello Peppino che fa ‘Peppino al balcone’.”. Questo era il suo spazio serale dell’isola. Lo scopo della televisione era questo!

Per quanto riguarda il suo rapporto con Peppino, secondo me, c’era una voglia di teatro anche tra di loro. Tutti e due confluivano nel grande amore per Titina, su questo non c’è il minimo dubbio. Tutte e due amavano Titina. Peppino era come schiacciato un po’ dal peso di Eduardo, che stimava enormemente. Eduardo faceva finta di non stimare Peppino, ma faceva finta. Io credo che le cose stessero in questo modo. A me personalmente capitò, alcuni anni dopo aver fatto il produttore di Eduardo, di dirigere Peppino in sei puntate di una trasmissione che si chiamava la Carretta dei Comici, di Vittoria Ottolenghi, dove si partiva dalla Commedia dell’Arte e si arrivava alle grandi Farse dell’Ottocento. Un giorno, mentre scendevo da via Teulada, un signore mi disse: “C’è Eduardo che vi chiama!” Infatti mi voltai, mi fermai e c’era Eduardo che mi stava inseguendo. Si avvicinò col fiatone e mi disse: “Come state Camillé? Come state?”. “Sto bene Eduardo! E voi? So che avete avuto…”, perché gli avevano messo il pace-maker “No. Ma sto bene, sto bene”. E quindi segue una di queste pause mostruose di Eduardo, in cui non sai che dire, che fare. Dopodiché solleva gli occhi, mi guarda e fà: “So che dopo di me avete lavorato con mio fratello Peppino !”. Allargò le braccia: “Che ci volete fà Camillé, la vita!” E se ne andò. Io sono convinto che si era fatto la corsa solo per dire questa battuta finale. Si capiva che Eduardo avrebbe dato la vita per una battuta!

La battuta era evidentemente per lui quello che oggi chiamano l’input. E attorno ci costruiva una commedia.

Io gli chiesi una volta dei suoi rapporti con Pirandello. Avevano fatto L’Abito Nuovo insieme. Lui aveva una sorta di stima-disistima. Stima l’aveva come uomo di teatro, aveva minore stima come inventore di commedie. Mi raccontò che i Sei Personaggi… in realtà non erano originali, ma risalivano non so a quale fonte. Però diceva alla fine: “Come l’ha saputo strutturare lui…”. Ecco ero curioso avrei voluto saperne di più, ma poi finiva che il lavoro ci prendeva e di altre questioni si parlava poco.

Questo fatto di lavorare su commedie di altri, toccò anche Eduardo. Filumena Marturano come spunto, nasce da una commedia di Aniére, una commedia argentina, più fatto di cronaca, di questa donna che si era andata a sposare in punto di morte dall’amante, dopo trent’anni.

Quando mi capita, rivedo volentieri le sue commedie. È impressionante la non datazione di alcune cose: Napoli Milionaria è ambientata lì, nella Napoli del dopoguerra, dopoguerra eterno, quei sentimenti, quelle cose che ci sono dentro, e anche con una coscienza dell’ovvietà di una data situazione, che è una finezza strepitosa.

Se si pensa che Filumena Marturano comincia dove un altro autore avrebbe fatto il terzo atto, ovvero comincia a cose fatte, È un’altra cosa straordinaria di Eduardo.

Anche la storia di un atto che poi si moltiplica in tre atti, per esempio, è qualcosa che capita sovente in Eduardo. Drammaturgicamente è stato proprio un grande, forse gli è nuociuto essere anche regista, attore, oltre che autore. Ma lui teneva soprattutto ad essere un grande attore, cosa che è stata sempre la sua passione.

Esiste un legame, un ascendente che l’attore esercita sullo spettatore e fa parte di quel mistero vero dell’attore che ‘avverte’ il pubblico. I tempi nella televisione erano molto diversi. Ci fu un ritardo iniziale il primo giorno, (lo dico onestamente e possono testimoniarlo i superstiti di questa cosa), perché il secondo giorno di prove lui volle non registrare, ma riprovare. Siccome noi registravamo in ordine, la prima cosa che lui vedeva era questa carrellata che precedeva Sik Sik. Eduardo si studiò a lungo, abbassò tantissimo i livelli, alterò molto i ritmi. Credo che quell’esperienza sulla sua pelle gli sia servita moltissimo per l’impostazione. Non ha dovuto più correggere dopo, adeguare certi ritmi con il ritmo televisivo. La cosa che lui voleva, ed in questo era molto preciso ed insistente, era che sul copione ci fosse scritta la telecamera e il piano, allora l’obbiettivo non c’era, (non c’era lo zoom). Quindi questo copione se lo portava a casa. Voglio dire che quando poi arrivava a registrare, a provare in studio prima di registrare, faceva pochissime correzioni perché, questa sorta di adeguamento dell’immagine alla parola se l’era studiata a casa.

Il teleromanzo Peppino Girella nacque proprio nei giorni nei quali lavorava per le otto commedie e venne da una proposta di Maurizio Ferrara. Eduardo rispose quasi immediatamente dicendo: “Una mezza idea io ce l’avevo” e lì comincio’ ad elaborare Peppino Girella.

Ma di questo con me non parlò mai perché si sapeva che io con la serie delle commedie avrei chiuso con Eduardo; passavo ad occuparmi di una serie sulla quale la rete contava molto che era la serie di Maigret che ho prodotto io, per tutte le trenta puntate, con Gino Cervi.

Tornando a Eduardo, il personaggio, dei suoi, che più mi affascina è quello dei primi dieci minuti del Sindaco del Rione Sanità, quando non parla. È una lezione di presenza scenica a livelli mostruosi. Il risveglio, la mattina, e lui ‘ciabattando’ per la casa. Questa sorta di scommessa azzardata di iniziare il lavoro senza una battuta, lasciando una sorta di tensione sempre, per dire: “Ma dove va a finire?”. Questo, come attore, è il momento in cui io l’ho trovato proprio straordinario. Poi ci sono i momenti che sono più espliciti di Eduardo. Ma un altro momento che, a me personalmente, ha sempre commosso, perché era la stessa cosa che faceva in teatro, in Filumena Marturano l’ha ripetuta in televisione, è il momento nel quale si volta perché sente Filumena che piange. Ecco! Basta solo il dettaglio della faccia, quando si volta, perché l’ha sentita prima, quindi il voltarsi è una conferma: momento davvero straziante. E lo spettatore è preceduto dalla battuta: “Solo chi ha provato la felicità, la gioia, può piangere”. E se la disegna tutta lui in faccia, praticamente le ruba la scena: per una frazione di secondo tu convergi solo su di lui.

La cosa che ritengo davvero straordinaria è come per i napoletani lui sia ancora presente, vivo, nei modi di dire, nelle citazioni di sue battute. Noi siamo stati a Vicolo San Liborio, vicolo di Filumena Marturano, ed è nata come una specie di piccola inchiesta e la gente è convinta che Filumena Marturano abitava lì e ci hanno mostrato la casa. È diventato ormai più che un personaggio, è qualcosa di vivo. Questo è straordinario.

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Il senso di Camilleri per la storia https://minimaetmoralia.it/letteratura/andrea-camilleri-e-la-storia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/andrea-camilleri-e-la-storia/#comments Mon, 28 Jul 2014 15:22:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22509 In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti.

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

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In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti. (Fonte immagine)

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

«Nel dicembre 1863, Ntoni, il maggiore dei nipoti era stato chiamato per la leva di mare. Padron Ntoni allora era corso dai pezzi grossi del paese, che sono quelli che possono aiutarci. Ma don Giammaria, il vicario, gli aveva risposto che gli stava bene, e questo era il frutto di quella rivoluzione di stanasso che avevano fatto collo sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile. Invece don Franco lo speziale si metteva a ridere fra i peli della barbona,e gli giurava fregandosi le mani che se arrivavano a mettere insieme un po’ di repubblica tutti quelli della leva e delle tasse li avrebbe presi a calci nel sedere che soldati non ce ne sarebbero stati più» (Giovanni Verga, I Malavoglia, 1881)

17 giugno 1866: la Prussia apre le ostilità contro l’Impero Austro ungarico. A darle man forte l’Italia che il 20 giugno, per voce del nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli, annuncia lo stato di guerra contro l’Austria. Il nuovo esercito Italiano con a capo il Re Vittorio Emanuele II e il generale La Marmora mette in campo oltre 240.000 uomini. È la Terza guerra d’Indipendenza. A combatterla per la prima volta un esercito nazionale. Un esercito di povera gente che sperimenta con la leva obbligatoria cosa significhi far parte di uno Stato Nazione.

Il professor Stocchi, testimone d’epoca, narra in un suo scritto che nei paesi dell’interno dell’isola, l’accompagnamento del coscritto alla caserma aveva lo stesso rituale di un trasporto funebre: in testa il chiamato alle armi, dietro i genitori (la madre, col velo nero a coprirsi il volto, si picchiava il petto ed emetteva urla e gemiti), dietro ancora i fratelli, le sorelle, i cugini, gli amici tutti rigorosamente in nero. Non si trattava di cose di vento, di fantasia: la leva obbligatoria sottraeva alla famiglia contadina le forze di lavoro migliori e veniva a “costituire, per il ceto rurale povero, una durissima imposta materiale, oltre che morale, in quanto per quattro o cinque anni di servizio militare, venivano perdute migliaia di prestazioni giornaliere di lavoro”. Gli effetti della leva obbligatoria furono immediati: la renitenza si diffuse a macchia d’olio (e i renitenti andavano a ingrossare le fila dei latitanti e dei briganti); con la complicità di alcuni ufficiali dello stato civile molti neonati furono iscritti nei registri come appartenenti al sesso femminile; alcuni giovani vennero dai genitori portati sull’orlo della tomba con digiuni ed erbe magiche per renderli disabili; diminuì sensibilmente la nuzialità e soprattutto toccò livelli minimi il grafico delle nascite. Ma si badi bene: l’apparente volgarità del verbo adoperato, futtiri, vuole con reale pudore nascondere sentimenti puri come lo sposarsi, il fare l’amore, l’avere figli, allevarli. (Il gioco della Mosca, Sellerio, 1995, pp.  60-61)

e ancora

Dei fatti che stavano succedendo in paese e di cui in qualche modo gli era giunta l’eco manco ne parlavano: “cu veni appressu aggruppa i fili”, e loro sempre sarebbero venuti appresso a fare il lavoro ingrato, speranza nessuna ne tenevano di cangiare posto, magari se qualche pazzo andava dicendo a mezza bocca che con i Fasci le cose sarebbero cambiate; “storia è e storia sarà”; salta il trunzo e va in culo all’ortolano diceva il proverbio, e loro ortolani erano. Per esempio, a Garibardo, che magari lui era venuto trent’anni prima a contare chiacchiere e tabacchiere di legno, glielo avevano cantato latino: Vulemo e Garibaldi cc’un pattu: senza leva! Ca s’iddu fa la leva canciamu la bannera. E com’era finita? Erano dovuti partire per la leva e la bandiera non si era più potuta cangiare. (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, p. 70)

Dall’Italia unita in molti si aspettano una riforma agraria che metta fine all’iniquo sistema del latifondo in vigore nel regno delle due Sicilie. Ma la riforma non arriva. Scoppiano varie rivolte che settori filo borbonici della società non esitano a strumentalizzare. Si organizzano bande formate da popolani guidate da capi carismatici che vengono chiamati subito briganti.  Nel volgere del primo decennio unitario i disordini si propagano dall’Irpinia al Molise, dall’Abruzzo alla Basilicata fino alla Puglia e alla Calabria. 50.000 soldati del regio esercito vengono inviati nelle province meridionali al comando del generale Enrico Cialdini. Gli scontri che ne seguono sono violentissimi. Vengono bombardati villaggi, muoiono centinaia di civili rei di aver dato ospitalità ai briganti. Nel 1862, a solo un anno dall’Unità, il governo di Urbano Rattazzi dichiara lo stato d’assedio in Sicilia e nelle province del mezzogiorno continentale. È la prima di una lunga serie di leggi speciali volte a eliminare il problema del “brigantaggio”  nel sud.

Brigantaggio l’ho scritto tra virgolette per farmi arrasso dalle tesi della storiografia ufficiale, almeno come ancor oggi risulta dai libri di scuola, che mistificano, spacciano per banditismo quella che in realtà fu anche una gigantesca rivolta contadina. E valgano le cifre. Dal Quadro numerico approssimativo fornito dal Gran Comando militare di napoli (approssimativo per “mancanza di tempo” specifica lo stesso estensore del rapporto, generale Pompeo Bariola, personaggio che ritroveremo in seguito) e da altri documenti ufficiali risulta che la repressione contro il “brigantaggio”, nel periodo compreso tra il primo giugno 1861 e il 31 dicembre 1865, portò a questi tre risultati: fucilati o uccisi in combattimento: 5212; arrestati: 5.044; presentatisi (arresisi cioè): 3.587; per un totale di 13.843 persone.

(…) Un po’ troppi per trattarsi di puri e semplici banditi da strada. E del resto uno scrittore abbastanza lontano dai problemi del meridione  come Riccardo Bachhelli tutto questo l’ha intuito nel suo bel racconto Il Brigante di Tacca del Lupo. Comunque fra quei morti c’era sicuramente incluso (…) il generale spagnolo Josè Borjes. Borjes era nato in catalogna ed era figlio di un ufficiale fucilato nel 1833: aveva partecipato alla guerra partigiana carlista e da semplice sottufficla era diventato, nel 1840, comandante di brigata. Andato in esilio, aveva vissuto a Parigi come rilegatore di libri e qui era stato scovato e arruolato dal comitato borbonico presieduto dal principe di Scilla. Gli venne assegnato il compito di sbarcare in calabria e di assumere il comando di tutte le forze filo borboniche, briganti eno. A metà settembre del 1861 toccò terra a Bruzzno sul litorale jonico, con 17 compagni da lui personalmente convinti all’impresa. Era partito da Malta.

In pochissimo tempo si fece alleato un ex sottufficiale borbonico diventato brigante di primissimo rango, Carmine Crocco, e diede inizio a una impresa veramente leggendaria che mise spalle a muro l’esercito italiano. Era l’abbiamo detto un tecnico della guerriglia. Venne catturato nei pressi di Tagliacozzo ai prii del dicembre dello stesso anno, più per un personale scoramento che per effettiva sconfitta. La sua fucilazione fu eseguita poche ore dopo per ordine del maggiore dei bersaglieri Franchini, uno che aveva il plotone di esecuzione facile, e sollevò supposizioni, interrogativi e voci indignate magari nel nostro parlamento. Borjes portava sempre con sé un taccuino: veramente le macchie che facevano illeggibili qualche parola trasudavano tarvaglio e sangue, ma quello che più colpiva, a parte lenotazioni sulle battaglie e sugli scontri, era l’attento commento ai modi di coltura agricola dei territori che via via conquistava. Il suo braccio destro, il brigante Crocco, diarii non ne tenne ma in compenso ebbe modo, in galera e in attesa di processo, di scrivere le sue memorie.

Crocco a un certo punto racconta che un momento delicato della guerriglia fu durante la marcia di avvicinamento a Stigliano (che poi venne conquistata). In quella precisa situazione le truppe italiane avrebbero potuto stroncare le forze di Borjes, invece si limitarono a tallonarle a debita distanza. Non si trattò di un errore tattico, spiega Crocco, ma di un preciso accordo, una componenda, fatta tra lui e il generale Della Chiesa o Dalla Chiesa come appare in altri docuemnti, comandante dei reparti italiani (…). L’oggetto della componenda Carmine Crocco non lo rivela ma si può e si deve facilmente pensare che si trattasse di tradire lo spagnolo. Può darsi benissimo che il brigante menta, però è documentato che Della Chiesa venne privato del comando e deferito al consiglio di disciplina. Ma prima di essere destituito definitivamente, Della Chiesa si dedicò anima e corpo a una vera e propria strage di contadini. Nel dicembre 1861, lo stesso giorno in cui Borjes e i suoi morivano fucilati (sarebbe meglio dire ammazzati) il generale La Marmora scriveva a Petitti, ministro della guerra, che Della Chiesa “nulla fece e ora fucila tutti quei che trova, senza pur ancor sapere ricavare quei ragguagli che ci sarebbero rpeziosi”. È evidente che Della Chiesa fucilava a ragion veduta: proprio perché quei ragguagli non venissero fuori, perché della componenda fatta con Crocco non restasse traccia alcuna. (La bolla di componenda, Sellerio, 2004, pp. 19-21)

Il disarmo dei briganti avviene solamente nel 1870. Senza che nulla nei fatti sia cambiato. La repressione nel sangue di numerosi episodi di resistenza non appianerà del tutto la questione; lascerà anzi in non poche aree del nuovo Stato nazionale una sorta di malcelata simpatia per tutte quelle organizzazioni – anche decisamente illegali e con finalità criminali – che si promuoveranno agli occhi dei più emarginati come soggetti capaci di una protezione non solo migliore di quella dello Stato, ma contro le prevaricazioni vere e presunte dello Stato. Precostituendo anche il terreno di coltura di uno dei fenomeni più devastanti ed “esclusivi” della storia nazionale italiana contemporanea: il controllo di interi territori da parte di forze criminali (mafia, camorra ecc…) capaci di coniugare con specifici interessi criminali una diffusa e profonda ideologia antistatuale. Che esista una problema meridionale, una questione, se ne accorge anche il Parlamento che nel 1875 decide di inviare una Commissione a studiare per quale motivo ancora una volta si sia reso indispensabile istituire misure eccezionali di pubblica sicurezza nel governo della Sicilia (Giovanni De Luna, Fare gli Italiani).

Circa quindici anni fa, attorno al 75, stava dicendo il marchese Curtò, sbarcarono in Sicilia due commissioni d’Inchiesta, dico due, e magari nei nostri paraggi vennero, mettandosi a fare una tale quantità di domande che pareva d’essere tornati a scuola. (…) Quelli ogni volta che calano dalle nostri parti vengono sempre coll’aria di doversi insegnare qualcosa. Al principio queste commissioni parevano una cosa seria, e invece qual è stato il risultato? Tutti i signori commissari si sono lasciati fottere da questa storia della mafia e si sono messi a scrivere cose di fantasia. (…) Mettiamo che la Sicilia sia un albero, va bene? Un albero malato. Questi signori hanno cominciato a fare “quest’albero ha nel tronco macchie così e così, ha i rami mezzo purriti, ha le foglie metà di questo colore e metà giallose, e quindi se ne sono tornati a casa loro contenti e felici. Franchetti e Sonnino poi hanno scritto magari, che il governo non aveva fatto altro che mandare da noi in Sicilia i peggio impiegati e il peggio personale di polizia. All’annegato pietre addosso. Cioè se un albero è già malato e io ttti i giorni ci piscio sopra , l’albero muore più di prescia. Ma questo non significa che è stata la mia pisciata a far ammalare l’albero. Può darsi che leragioni sono più lontane, magari fra le radici sotto terra, e allora bisogna avere gana di scavare non sapendo cosa intanto trovi, un nido di vipere, una pietra ferrigna che t’azzanna lo scarpone. Non solo bisogna essere medici bravi per scoprire una malattia, bisogna magari saperla curare (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, pp. 35-38)

I primi governi nazionali hanno la ricetta per curare le ferite di questo nuovo Stato. Intanto il diritto: unificare i codici. Poi provvedere a un moderno sistema scolastico. Quindi riformare l’amministrazione. Hanno fiducia nel’estensione di un modello burocratico di tipo piemontese, in grado di controllare in modo verticale l’andamento della cosa pubblica. Prefetti vengono inviati in tutta Italia a vigilare sugli affari nazionali. Ma spesso le Autorità non sono all’Altezza:

Se Vossignoria oso disturbare, piuttosto che indirizzarmi ad altra autorità a V.E. sottomessa, ciò è da rinvenire nella cagione che nella generalità rende i miei compatrioti riottosi ad illuminare i Funzionari responsabili circa fatti e circostanze che in quale che siasi altra parte del Regno troverebbero largo concorso di testimonianze e dichiarazioni. Non crede infatti ella che se l’Autorità ispirasse maggiore fiducia ne’ cittadini, molti che oggi non la soccorrono per timore della provata potenza de tristi, e per convinzione della debolezza e financo connivenza di certe Autorità, altrimenti obbedirebbero alla legge a fronte di Funzionari più abili, e più forti o quantomeno più circospetti? Non è stata sovente notata ne’ Funzionari, o in taluni di essi, negligenza abituale, aborrimento dal lavoro, eccessiva pigrizia e mollezza nel compiere il servizio, mancanza di assiduità e di zelo? E quante volte è avvenuto che siano state commentate dal pubblico abituali relazioni di Funzionari con individui pregiudicati nella comune opinione? Ma io non sono qui tratto per interporre processo ai modi co’ quali la cosa pubblica viene condotta – per quanto da Italiano sincero abbia di ciò non solo diritto ma dovere a lagnarmi –(…) (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, p.56)

Alcune storie sono degne di nota. Come una di quelle raccontate negli Atti dell’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia del 1875. Una storia dell’Italia unita. La storia di un Prefetto fiorentino che si intestardisce a imporre agli abitanti di Caltanissetta un’opera ai più ignota Il Birraio di Preston:

Dopo il Prefetto Polidori, un buon Prefetto che aveva fatto marciare la macchina amministrativa venne Fortuzzi. Si figuri la Commissione, Fortuzzi voleva studiare la Sicilia attraverso le figurine incise nei libri. Se un libro, unastoria di Sicilia, non aveva figure, non aveva importanza. Fortuzzi arrivò persino a fare il buttafuori del teatro, ad eccitare gli artisti a cantare, ad onta che un pubblico scelto disapprovava l’opera il Birraio di Preston. Voleva imporre anche la musica a noi barbari di questa città. E con il nostro denaro. Eppure il Birraio di Preston ebbe delle vittime: un povero diavolo impiegato postale che disapprovava il Birraio fu traslocato e dovette abbandonare il posto perché non aveva che 700 lire all’anno di stipendio e non poteva allontanarsi da Caltanissetta (Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia, ed. 1968, pp. 730-731) 

Esiste fra il nord e il sud del paese una incomprensione profonda e una profonda diffidenza. I quotidiani hanno una tiratura essenzialmente locale. Quando nel 1876 il conservatore Torelli fonda a Milano Il Corriere della Sera lo fa per dare voce non tanto all’Italia unita quanto alla nuova classe dirigente del triangolo industriale. A Roma nel 1878 viene fondato il Messaggero. A Napoli pochi anni dopo, nel 1892 Edoardo Scarfoglio fonda il Mattino Voci diverse. Distanti. Sono le voci della nuova opinione pubblica che si forma nell’Italia unita. Ma quanti possono leggere? Al momento dell’unificazione il 70% degli italiani è analfabeta. Il sistema scolastico in gran parte è affidato alla Chiesa. Fino al 1877 quando con la legge Coppino l’istruzione primaria diventa gratuita e obbligatoria.

E assieme agli uomini di mare, agli spalloni, a non contare c’erano i carrettieri, o meglio i conduttori di carretti, perché cavallo e carretto non gli appartenevano, rimbecilliti dal percorso sempre uguale dal deposito di sulfaro alla plaja e dalla plaja al deposito, e più corse facevi, più guadagnavi ma attento a non strappiare il cavallo, a non rompere una ruota, allora ti giocavi due o tre settimane di una paga già ridotta all’osso dalla percentuale dovuta al padrone di cavallo e carretto; a non contare c’erano i pirriatori delle cave e i minatori di sulfaro e di sale, che gli occhi gli lacrimavano quando tornavano a vedere il sole e la notte la tosse li martoriava, i polmoni fatti più polvere e pietra che carne; a non contare c’erano i pescatori delle paranze che dopo una giornata di mare tinto nella quale s’erano giocati la vita, si portavano a casa mezzo chilo di trigliola che doveva levare la fame a dieci persone (pesce di scarto che quella gente grama non pesca per sé ). Ma dato che si era fatta l’ora di mangiare pure loro che non contavano stavano mangiando. Lo facevano però con fantasia, perché c’era da prendersi per il culo, convincersi cioè che la scanata di pane di frumento da un chilo fosse appena bastevole per il companatico che non andava più in là di una sarda salata, di un uovo ciruso, di un pugno di olive.

Allora si faceva penzoliare dalla cima di una canna la sarda salata e si dava un mozzicone al pane e una leccata alla sarda, una sola passata di lingua pelle pelle: i denti sulla sarda si cominciavano ad adoperare verso la fine, quando il rapporto fra il pane e il companatico era diventato cosa ragionevole. Oppure si metteva in bocca tutto intero l’uovo ciruso, che per questo scopo doveva essere ben sodo, lo si teneva un poco fra la lingua e il palato e poi sempre tutto intero lo si ritirava fuori e su questo sapore uno poteva mangiarsi magari mezza scanata, e capace che in caso di bisogno l’uovo era ancora buono per il giorno dopo. I più fortunati, quelli ai quali il lavoro dava diritto per tradizione alla calatina, al companatico a spese del padrone, mangiavano caponatina, un’insalata di capperi, sugo, sedani e melanzane annegati nell’aceto, e si sentivano meglio di un re. Perché era martedì, e di martedì non c’era cotto nelle famiglie: il fonello di casa veniva solamente acceso il giovedì e la domenica, quando si calava la pasta.(Un filo di fumo, Sellerio, 1997, pp. 68-69)

Ma i poveri, gli analfabeti sono pericolosi:

Mi vien fatto inoltre di considerare la situazione politica dell’Isola (e particolarmente di quest’orrida provincia) del tutto simile a un cielo coperto da nubi spesse e minacciose, foriere di imminenti tempeste. Come Voi ben sapete, turbolenti e dissennati agitatori bakuniani, maloniani, radicali, anarchici, socialisti, percorrono indisturbati il paese spandendo ovunque a piene mani il tristo seme della rivolta e dell’odio. Che fa il solerte e vigile contadino? Quand’egli vede nel canestro colmo d’appetitosa frutta una mela marcia, non esita immantinenti a gettarla via, perché non infetti di sé e il contagio non si propaghi. Di contra, qualcuno in alto loco pensa che non si debbano mettere in atto provvedimenti che altri ritener potrebbero repressivi; ma intanto, mentre si parla e discute, il mal seme alligna, mette salde ma purtroppo invisibili radici. E difatto essi sono abilissimi nel celare frequentemente i loro turpi proponimenti sotto apparenze di civile convivere. (La concessione del telefono, Sellerio, 1998, p. 29)

La repressione è durissima. Nel complesso, il numero delle vittime raggiunto nel giro di dieci anni supera quota 5.000. Tra la fine dell’anno 1893 e l’inizio del 1894 in Sicilia scoppiano tumulti e dimostrazioni di protesta. Il centro propulsore della rivolta sono le province di Enna e Catania, dove, nel maggio del 1891 il deputato socialista Giuseppe De Felice Giuffrida aveva fondato i Fasci dei Lavoratori siciliani. Le rivolte del popolo siciliano si scatenano all’inizio di dicembre del 1893. Il 24 dicembre, il governo presieduto da Crispi proclama lo stato d’assedio nell’intera isola di Sicilia. Vengono inviati più di 30.000 soldati per ripristinare l’ordine pubblico. Il generale Morra di Lavriano viene nominato Commissario con pieni poteri.

L’episodio più grave di sollevazione popolare avviene a Valguarnera (in provincia di Enna) il giorno di Natale del 1893: i lavoratori del luogo marciano verso il centro della città, incendiano i locali del comune, assaltano le case dei notabili, bruciano le carceri e gli uffici postali, procedono a saccheggi e distruzioni. Nel giro di pochi giorni la rivolta si estende ad altri centri della Sicilia e molti lavoratori perdono la vita negli scontri con l’esercito e la polizia: il 25 dicembre a Lercara ci sono 11 morti; il primo gennaio del 1894 a Pietraperzia si contano 8 deceduti fra la gente del popolo; tra il 2 e il 3 gennaio muoiono più di 40 persone nel corso delle manifestazioni avvenute a Belmonte, Mazzarino, Camporeale, Gibellina Marineo; il 5 gennaio 14 persone muoiononel corso di una protesta organizzata a Santa Caterina Villarmosa. Nei mesi di aprile e maggio del 1894, il tribunale militare condanna i membri del Comitato Centrale dei Fasci siciliani: 18 anni di reclusione vengono inferti a De Felice Giuffrida, il fondatore dei Fasci di Catania.

Io ho visto l’esercito italiano, in più occasioni,e sempre più frequentemente, sparare su gente che protestava perché stava a muriri di fame. Hanno sparato macari su fimmine e picciliddri. E io ne ho provato raggia e vrigogna. Raggia perché non si può restarsene freschi e tranquilli a vedere ammazzare persone ‘nnucenti. Vrigogna perché io stesso, con le mie parole, i miei atti, con gli anni di galera, con l’esilio, ho dato mano a fare quest’Italia che è ad diventata così com’è, una parte che soffoca l’altra e se si ribella, la spara. (Andrea Camilleri)

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Dati sulla lettura: apocalittici, elitari e male informati https://minimaetmoralia.it/editoria/dati-sulla-lettura/ https://minimaetmoralia.it/editoria/dati-sulla-lettura/#comments Thu, 29 May 2014 07:50:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20831 Cosa ci dicono i dati sulla lettura e sull'acquisto di libri? Pubblichiamo un intervento di Alessandro Gazoia (jumpinshark) che arriva in libreria con Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale.

Il 23 marzo Giovanni Solimine così sintetizzava nel suo blog i dati sulla lettura e l’acquisto di libri per il periodo 2011-13 rilevati da Nielsen:

troviamo una conferma delle tendenze al ribasso sia per quanto riguarda la percentuale dei lettori (dal 49% al 43% in due anni), sia per quella degli acquirenti di libri (dal 44% al 37% in due anni). La sfasatura tra libri letti e libri acquistati si spiega col fatto che quasi il 40% dei libri letti, forse anche per effetto della crisi economica, viene da circuiti non commerciali (le biblioteche coprono il 18% delle provenienze). Complessivamente si sono “persi” 3 milioni di lettori nell’arco di un biennio. […] Tra i lettori prevalgono le donne e i giovani (si legge più della media tra i 14 e i 19 anni e tra i 25 e i 34), i residenti al nord-est e le persone con un titolo di studio elevato.

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Cosa ci dicono i dati sulla lettura e sull’acquisto di libri? Pubblichiamo un intervento di Alessandro Gazoia (jumpinshark) che arriva in libreria con Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale.

Il 23 marzo Giovanni Solimine così sintetizzava nel suo blog i dati sulla lettura e l’acquisto di libri per il periodo 2011-13 rilevati da Nielsen:

troviamo una conferma delle tendenze al ribasso sia per quanto riguarda la percentuale dei lettori (dal 49% al 43% in due anni), sia per quella degli acquirenti di libri (dal 44% al 37% in due anni). La sfasatura tra libri letti e libri acquistati si spiega col fatto che quasi il 40% dei libri letti, forse anche per effetto della crisi economica, viene da circuiti non commerciali (le biblioteche coprono il 18% delle provenienze). Complessivamente si sono “persi” 3 milioni di lettori nell’arco di un biennio. […] Tra i lettori prevalgono le donne e i giovani (si legge più della media tra i 14 e i 19 anni e tra i 25 e i 34), i residenti al nord-est e le persone con un titolo di studio elevato.

I commenti a questa indagine periodica commissionata dal Cepell (Centro per libro e la lettura) e a quella dell’ISTAT su Produzione e lettura di libri (ultimo rapporto, per gli anni 2012-3, pubblicato il 30 dicembre 2013) solitamente si dispongono lungo due fronti, che chiamerò, con consapevole approssimazione, “pessimista” e “relativista”. Il primo considera fortemente negativi i risultati e ritiene che la presente condizione costituisca un grave danno per i singoli e la società (vedi ad es. Lipperini, e m’includo, buon ultimo, nel gruppo). Il secondo, meno compatto, oppone a questa interpretazione diversi tipi di obiezioni (che, nelle parentesi seguenti, riprodurrò in una forma un poco estrema):

  • nega che i numeri siano così sfavorevoli, in assoluto e soprattutto in prospettiva storica (“un tempo si leggeva molto meno e c’erano molti più analfabeti”).
  • lamenta la limitata concezione della lettura, intesa quasi sempre come lettura di libri (“chi apre repubblica.it o gazzetta.it è chiaramente un lettore”), e contesta la categoria\autorappresentazione di non-lettore (“chi segue la preparazione di un piatto su GialloZafferano o su un ricettario è un lettore, anche se non si definirebbe tale”).
  • mette in dubbio il “ruolo centrale” della lettura di libri rispetto ad altri veicoli di informazione, arte e cultura (“un post su lavoce.info insegna molto di più di un romanzo di Fabio Volo”, scrittore che qui, in onore alla convenzione, ancora una volta interpreterà generosamente il ruolo di idolo polemico).
  • si spinge sino a ritenere inadatta alla nostra era la lettura di libri e quindi trova giustificato, se non direttamente provvidenziale, il calo (“un libro impiega 300 pagine per esporti un’idea; spiace ma non si ha più il tempo e l’attenzione; meno male che sul web trovi quella stessa idea in 3000 battute”).

Per ragioni di spazio (in un post ben oltre le 3000 battute e con – spero – qualche idea) preferisco semplicemente presentare questi rilievi, che mi paiono accomunati dal contenere un nucleo di verità e derivare da esso risultati anche molto scorretti, e concentrarmi su alcuni pericoli e paralogismi ritrovabili in argomenti dei pessimisti difensori del libro (infine, per implicito raffronto, vorrei pure mostrare diversi limiti dei relativisti).

Cominciamo con la categoria di lettore forte. In Italia usualmente si definisce tale chi legge in media un libro al mese, quindi 12 all’anno: sono meno di 4 milioni, anzi secondo la recente indagine Nielsen sono giusto 2,8 milioni i maggiori di 14 anni che leggono almeno 12 libri, mentre nell’ultima ISTAT le persone di 15 anni e più che hanno letto almeno 12 libri nel tempo libero superano di poco 3,1 milioni (come si vede, tra le varie rilevazioni disponibili non vi è una perfetta sovrapponibilità). Molti commentatori non solo si rammaricano per il loro basso numero ma contestano pure la qualifica, cioè ritengono che vero lettore forte è chi legge almeno 2 libri al mese, 1 a settimana, 2 a settimana, ovvero 20, 30, 50, 100 all’anno. A questa revisione concettuale corrispondono spesso proposte sulla promozione della lettura e l’acquisto dei libri orientate in special modo ai superlettori.

Molto probabilmente tu, caro Lettore di un post sulla lettura in un blog letterario, rientri nella categoria: qui non voglio spingerti a comprare e leggere un volume in più, anche se mi piacerebbe che tu potessi avere risorse per un libro e pure per un disco, un cinema e una pizza, ogni week-end (come, narrano i favolosi Antichi, accadeva nel pur distopico 1984). Il carattere anticiclico del libro, cioè l’andare in controtendenza rispetto alle crisi economiche e “tenere la quota di mercato”, è stato assunto nel recente passato come un dato immodificabile, di natura, proprio perché i lettori forti, sia per il reddito non bassissimo di molti fra loro sia perché disposti a sacrificare altri beni all’acquisto dei libri, continuavano a comprare oggetti che a fronte di un investimento contenuto (10-20€) offrono loro un grande piacere. Ma le condizioni economiche si sono per troppi fatte così dure da impedire anche l’amato giro in libreria e il settore editoriale che, nella lunga crisi e per ragioni facili a comprendere, tanto ha puntato sulla tenuta dei clienti più pregiati e fedeli, i lettori forti, ha subito un ulteriore grave colpo. A questo proposito, una mia curiosità è vedere se gli “80 euro di Renzi” porteranno presto maggiori vendite, ovvero se tra i primi consumi che (nell’ipotesi più rosea) “ripartono” un poco vi saranno gli anticiclici libri.

Ricordiamo ora che sono circa 10 milioni gli italiani che leggono fra 3 e 12 libri all’anno – chiamiamoli generosamente tutti “lettori medi” – e poniamo l’obiettivo lodevolissimo di circa 60 milioni di libri letti in più: li potremmo dividere come 10 libri in più per i 4 milioni di italiani lettori forti e 2 in più per i medi oppure come 4,5 libri in più per 14 milioni. A queste situazioni alternative io preferisco quella che porta gli attuali 10 milioni di lettori medi a leggere 15 libri all’anno o i famigerati 12 o i minuscoli 8, che segnalano comunque un rapporto non instabile col libro. Il già citato Solimine, autore dei preziosi L’Italia che legge e Senza sapere, presidente dell’associazione Forum del Libro [1], ha più volte insistito su questo punto: considerate le risorse finite (anzi ben scarse), si operi prima di tutto per allargare la base di lettori forti, nell’accezione comune, si lavori cioè per aumentare la lettura tra chi ha con il libro un rapporto non saldissimo ma neppure tanto episodico da risultare troppo difficilmente “trasformabile” in lettore abituale. E se mi posso permettere una piccola nota retorica: un’Italia con 15 milioni di persone che leggono almeno 10 libri all’anno sarebbe un Paese diverso, e migliore (cambierebbe meno un’Italia dove i 3-4 milioni di lettori forti leggono in media 10 libri in più).

Il lettore forte non viene contestato dai pessimisti solo nella quantità ma anche nella qualità dei libri: “non devono essere inclusi i manuali di cucina e di trekking, i romanzi rosa ed erotici, le biografie di calciatori e cantanti, contano solo i libri veri”. Qui immancabilmente il passo cede e il terreno frana, sino a non ritenere “lettore vero” chi ama Fabio Volo, anzi Gianrico Carofiglio, anzi Andrea Camilleri, anzi Alessandro Piperno e Walter Siti, e pure l’ultimo Arbasino, signora mia… Questa strada ripropone il peggior elitarismo – quasi sempre straccione e censorio – in coppia col feticismo dell’oggetto libro. I valori letterari non sono tutti uguali e, personalmente, vorrei che un numero molto maggiore di fan di Volo apprezzasse Piperno e Coetzee, così come ritengo dannosa un’editoria dominata solo dal “buon senso” commerciale di breve periodo, ma dare, sulla base del proprio gusto autopromosso a criterio oggettivo, patenti di lettore vero solo ad alcuni lettori forti è il modo peggiore per riflettere e agire su questi temi.

Soprattutto si cade nell’errore di considerare lettori entusiasti e voraci, come sono molto quelli di genere, dei sempliciotti ai quali può essere propinata qualsiasi cosa. In queste comunità vi sono, invece, preferenze diverse, all’interno dell’ampio macrogenere di partenza, chiare opinioni sui valori e molto amore per la scrittura e le storie. Considerare e trattare da “sublettore” un amante del fantasy, che saprebbe parlare per ore delle differenze tra un Gene Wolfe e una Licia Troisi o tra un Neil Gaiman e un Robert Jordan, è stupidamente offensivo e garantisce quasi sicuramente il suo non avvicinamento a Dostoevskij e Bellow. Un simile atteggiamento irrispettoso è, ancora una volta, riscontrabile pure in molti professionisti dell’editoria che lucrano sulla letteratura di genere senza mostrare una grande considerazione per i clienti – potrei segnalare lo spacchettamento dei singoli libri della saga di G.R.R. Martin in più volumi o le numerosissime serie di romanzi interrotte in traduzione

Tra i lettori di genere vi sono molti giovani e forse il dato più allarmante delle ultime rilevazioni è la perdita del piacere della lettura durante l’adolescenza e nella prima età adulta. Oggi s’imputa questo calo ai social network e agli smartphone e sicuramente il loro impatto non va sottovalutato ma si devono ricordare, pur senza enfatizzarne la portata, almeno due circostanze: possiamo anche leggere ebook su uno smartphone (piuttosto comodamente, grazie a miglioramenti della qualità degli schermi e a formati pensati proprio per adattarsi alle dimensioni del supporto di lettura) e possiamo usare i social network anche per parlare di libri (i generalisti Facebook e Twitter come gli specializzati Anobii e Goodreads). Anzi Wattpad, un social network orientato tutto sui giovani, la lettura mobile e la condivisione di storie, tra i risultati del suo fortunato 2013 segnala che il 53% degli scrittori della piattaforma ha scritto una storia col proprio smartphone. Internet e gli smartphone sono anche nuovi mediatori della lettura e della scrittura.

Un’ultima nota contro l’atteggiamento di lungo periodo dei pessimisti che vede l’assassino della lettura  nel nuovo “mezzo” favorito dai giovani – ruolo ricoperto negli anni, e anche contro inconfutabili evidenze, dalla tv, dai cartoni animati giapponesi, dai videogiochi, infine da internet. Tutti questi ambienti e contenuti sono, in una certa misura e da un certo punto di vista, in competizione per la nostra attenzione, il nostro tempo e il nostro portafoglio, soprattutto oggi nella loro condizione digitale, nella loro fruibilità immediata su un pc, e, in mobilità e sempre con noi, su tablet e smartphone. Ma si rafforzano pure gli uni con gli altri e per moltissime persone questo effetto moltiplicatore prevale. Continuando con l’esempio fantasy: la serie tv Game of Thrones ha creato non pochi lettori e probabilmente ne ha “recuperati” un numero discreto, specie tra adolescenti e post-adolescenti. Questi lettori, su carta o ebook, di G.R.R. Martin, J.K. Rowling, Tolkien e Veronica Roth mostrano anche come i “nativi digitali” (categoria tutta da demistificare, vd. almeno danah boyd) non sono deprogrammati per la lettura di testi lunghi.

Le future politiche di promozione della lettura dovrebbero, a mio giudizio, affrontare la sfida dei nuovi ambienti senza cedere a due eccessi infine imparentati: a) la lode di ogni cosa nuova, ad es. il vedere sempre un abilissimo multitasking dove altri denunciano la distrazione digitale (la lettura continuamente interrotta o proprio sostituita da notifiche Facebook, canzoni su SoundCloud, tweet, mail, chiamate Skype, giochi); b) la rassegnazione alla battaglia di retroguardia se non alla sconfitta, la conversione al determinismo tecnologico e all’ideologia sbarazzina dell’era post-libro. Molti ventenni sono nella condizione di non-lettori di libri o sono ritornati in essa non perché il loro cervello è stato reso troppo stupido/intelligente dalla rete e dagli smartphone, ma perché il libro, di carta o digitale, non è stato comunicato e trasmesso in forme adatte alle loro condizioni di vita e maturazione. Infine, mutatis mutandis, lo stesso si può dire, con rammarico e con speranza di cambiamento, per le altre fasce d’età e per le divisioni geografiche, sociali ed economiche così forti nella diffusione della lettura in Italia.

[1] Il Forum del libro ha prodotto anche l’utilissimo Rapporto sulla promozione della lettura in Italia con analisi, proposte e un censimento delle buone pratiche presenti sul territorio.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 4 all’8 febbraio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-4-8-febbraio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-4-8-febbraio/#comments Fri, 08 Feb 2013 14:26:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12953 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. 

Lunedì 4 febbraio:

 Altro che giovani schizzinosi, metà dei laureati cambia città. Con la valigia in mano per trovare lavoro. Articolo di Corrado Zunnino, la Repubblica, p. 21.

 Nascita e sviluppo della e-mail. Una chiocciolina che ha fatto storia. Articolo di Vincenzo Grienti su instoria.it

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. 

Lunedì 4 febbraio:

 Altro che giovani schizzinosi, metà dei laureati cambia città. Con la valigia in mano per trovare lavoro. Articolo di Corrado Zunnino, la Repubblica, p. 21.

 Nascita e sviluppo della e-mail. Una chiocciolina che ha fatto storia. Articolo di Vincenzo Grienti su instoria.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è My Heart Stood Still nell’interpretazione di Elmo Hope

 

Martedì 5 febbraio:

 “Primavere arabe, la Rete non basta”. Parla Khaled Fouad Allam. Articolo di Alessandro Zaccuri, Avvenire, p. 23.

 Italia, difenditi come fa la Francia. Appello per la lettura e le biblioteche di Jacques Le Goff su la Repubblica, p. 49.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Nice Work If You Can Get It di Gershwin, nell’esecuzione di Bud Powell

 

Mercoledì 6 febbraio:

 Un nuovo manifesto di Ventotene. Librerie indipendenti, ultima spiaggia. Articolo di Fabio Masi su doppiozero.com

 Pasolini, la pista del petrolio. La tesi sulla morte dello scrittore nel libro di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti. Articolo di Paolo di Stefano, Corriere della Sera, p. 33.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Kind of Dukish, un classico di Duke Ellington nell’interpretazione di Jason Moran

 

Giovedì 7 febbraio:

 Controinformazione. La web tv è degli operai. Nasce la pugliese Net-uno che ora segue tutte le vertenze. Articolo di Gino Martina, l’Unità, p. 17.

 Il segreto del successo? Essere bravo. A copiare. Così sostiene Austin Kleon, un creativo americano. Articolo di Nino Materi, il Giornale, p. 19.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Dat Dere, un brano di Benny Green

 

Venerdì 8 febbraio:

 Candidati, sostenete la lettura. Articolo di Andrea Camilleri, La Stampa, p. 29.

• Il paradiso necessario. Intervista al filosofo francese Hadjadj di Lorenzo Fazzini, Avvenire, p. 23.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Shake a Lady di Ray Bryant

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Alla ricerca di una lingua per la fiction (II parte) https://minimaetmoralia.it/scrittura/alla-ricerca-di-una-lingua-per-la-fiction-ii-parte/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/alla-ricerca-di-una-lingua-per-la-fiction-ii-parte/#respond Mon, 23 Nov 2009 09:12:12 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1173 La seconda parte dell’articolo di Francesca Serafini sul linguaggio della fiction televisiva apparso sul sito della Treccani. di Francesca Serafini 2. Tutte le lingue del dialogo Anche in un contesto dichiaratamente finto già dal nome (quello della fiction, appunto), bisogna fare tutto il possibile perché i dialoghi non risultino falsi. E per questo è necessario, […]

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La seconda parte dell’articolo di Francesca Serafini sul linguaggio della fiction televisiva apparso sul sito della Treccani.

di Francesca Serafini

2. Tutte le lingue del dialogo

Anche in un contesto dichiaratamente finto già dal nome (quello della fiction, appunto), bisogna fare tutto il possibile perché i dialoghi non risultino falsi. E per questo è necessario, per prima cosa, che i personaggi si parlino fra loro, e non allo spettatore, come qualche volta succede, per la necessità di passare informazioni che mandino avanti la storia. Così come è opportuno rendersi conto di disporre – a differenza per esempio del dialogato in narrativa – anche del visivo, e quindi della presenza in scena delle cose, che allora non bisogna nominare nelle battute (salvo necessità), potendo invece ricorrere a tutto l’armamentario dei deittici (pronomi, aggettivi dimostrativi, ecc.) che nella realtà rendono più veloci i nostri scambi, naturalmente orientati all’economica linguistica, sotto la spinta delle urgenze comunicative.

Questi sono solo alcuni degli accorgimenti tecnici che bisognerebbe seguire nella stesura di un dialogo. Eppure, capita a volte di avere una sensazione di straniamento all’ascolto di un prodotto italiano, anche quando gli sceneggiatori si siano sforzati di rispettare tutte le regole della drammaturgia della scena. E a me pare che questo disagio abbia, molto spesso, un’origine squisitamente linguistica. E specifica italiana, come proverò a spiegare.

Come è noto, per la sua storia, l’italiano, a differenza di altre lingue, dispone di una molteplicità di varietà locali che sono ancora molto diffuse nel parlato a vari livelli: possono essere l’unica lingua a disposizione di un parlante semicolto; ma possono rappresentare il registro basso di un parlante colto collocato in un contesto comunicativo familiare o scherzoso. Per dirla con termini tecnici, le varianti diatopiche dell’italiano sono ancora moltissime e spesso queste si incrociano con altri tipologie di varianti come quella diastratica (il ceto sociale del parlante e la sua istruzione) o quella diafasica (la varietà dei registri, appunto). Ora, è evidente che se uno sceneggiatore volesse rispettare i canoni della verosimiglianza linguistica fino in fondo, nei suoi dialoghi dovrebbe ricorrere continuamente, se non al dialetto, almeno all’italiano regionale del luogo di provenienza del personaggio a cui deve dare voce. Ma questo creerebbe un problema, dal momento che si può ben ipotizzare che il napoletano di uno scugnizzo risulti incomprensibile a uno spettatore di Trento, solo per fare un esempio. E siccome in genere ciò che non si comprende viene respinto, una lingua troppo marcata in un senso o nell’altro rischierebbe di determinare – ora all’una ora all’altra latitudine – un’emorragia di spettatori che la fiction, considerando i suoi costi, non si può permettere (e forse neanche una televisione pubblica che volesse rimanere ancorata al ruolo pedagogico svolto per anni nella diffusione dell’italiano).

Si può osservare come proprio per questa ragione – tanto per fare un esempio noto a tutti, e che pure rappresenta un’eccezione – negli adattamenti televisivi del ciclo romanzesco di Montalbano di Andrea Camilleri, uno degli interventi è proprio sulla lingua, con una riduzione drastica, rispetto alle opere letterarie, del tasso di sicilianismi (che sopravvivono nella caratterizzazione dei personaggi socialmente più sprovveduti), convertiti nei dialoghi in pennellate di colore locale.

Si capisce come, pur ragionando comunque di scrittura, le esigenze televisive siano di tutt’altra natura rispetto a quelle letterarie; e anche come sia possibile, in questo senso, che quella che per Joyce – altro esempio estremo, come Bufalino che era più che altro attratto dalle varianti diacroniche – rappresentava una risorsa preziosissima per la sua ricerca (il fatto che l’italiano contenesse appunto al suo interno l’idea di «lingue altre» che andava mettendo a punto per il suo Finnegans Wake e che aveva valorizzato nella traduzione dell’episodio di Anna Livia Plurabella), per gli sceneggiatori rischia di diventare un’arma a doppio taglio. Sfruttarla completamente significherebbe condannarsi a un pubblico per forza di cose di nicchia; ignorarla, come più spesso si fa, significherebbe rassegnare i dialoghi a quell’italiano medio o standard (su cui tanto hanno dibattuto Calvino e Pasolini) al centro di vecchie e nuove questioni della lingua, e che per essere di tutti finisce per essere perfettamente rappresentativo di nessuno. Tanto da risultare a volte, se non falso, certamente artefatto, o scritto, come la lingua di un dialogo (siamo qui – tanto per chiudere la rassegna – nell’ambito delle varianti diamesiche) non dovrebbe mai risultare.

A tale proposito ci si potrebbe chiedere come mai queste sensazioni negative non si avvertono mai nella fruizione di opere straniere adattate, che in genere si uniformano programmaticamente proprio su un italiano medio, con l’eccezione di qualche piccola varietà di registro. E la mia impressione è che in quel caso la risposta abbia a che fare con la consapevolezza da parte degli spettatori di aver stretto un patto: non riconoscono nel mondo rappresentato la loro realtà, sanno che è altro da quella e stanno al gioco; e questo vale anche per la lingua: sanno che nell’universo rappresentato è tutt’altra e che qualcuno semplicemente si è preso la briga di renderla accessibile, né più e né meno di un interprete simultaneo che traduca la conferenza di un politico, soffermandosi più che altro sul senso. Negli adattamenti, semmai, un sensazione di straniamento si può avere al contrario da «un eccesso di traduzione», come succede in quelle opere in cui si sceglie di tradurre anche le scritte, non con i sottotitoli ma con inquadrature della scritta medesima tradotta, preparata durante le riprese. Come il diploma appeso nello studio a Washington di Tom Cruise in Leoni per agnelli (il film di Robert Redford del 2007) compilato in perfetto italiano e che dal mio punto di vista crea senz’altro una crepa nel sistema. Così come il proverbio inglese «All work and no play makes Jack a dull boy» (letteralmente Solo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo svogliato) dattiloscritto ossessivamente dal protagonista di Shining (1980) che Kubrick volle girare – con la sua cura maniacale di tutti i dettagli – con relativo adattamento alla lingua dei paesi in cui era prevista la distribuzione del film (si capisce che questo accorgimento ha dei costi e che quindi è tipico del cinema e non della fiction, anche quella facoltosa d’Oltreoceano) e che in italiano corrisponde al famoso Il mattino ha l’oro in bocca. Una scelta che mi ha sempre dato la sensazione di un vertiginoso e repentino sbalzo – ancorché rassicurante – fuori dalla realtà dell’immaginifico Colorado e dell’Overlook Hotel in cui avevo accettato di essere reclusa per la durata del film. Ma, per l’appunto, torniamo in Italia.

Che lingua deve scegliere dunque uno sceneggiatore per fare in modo che i suoi dialoghi risultino nello stesso tempo comprensibili in tutta la penisola e verosimili rispetto alla realtà rappresentata?

L’italiano, evidentemente, il meno possibile medio – cioè punto di incontro di tutte le varietà – e invece il più possibile vario sulla scala dei registri (da un punto di vista lessicale e sintattico), ogni volta adeguati al contesto comunicativo. Con qualche coloritura locale da dosare in considerazione non solo del personaggio da rappresentare (e, anche qui, dell’àmbito in cui è collocato in una data scena), ma anche dell’attore – se si conosce già in fase di scrittura, come è sempre auspicabile – che quando non infligge allo sceneggiatore qualche pugnalata (come una volta con un attimino improvvisato sul set e mai scritto nella scena), gli va piuttosto in soccorso, valorizzando al meglio la natura collettiva del prodotto che tutti insieme stanno realizzando.

Faccio un esempio per chiarire. La squadra era interpretata perlopiù da attori napoletani; alcuni, fra le guest di puntata, anche non professionisti. Nella scrittura di questi personaggi – ma anche nel caso dei protagonisti dall’accento più spiccatamente partenopeo – si è sempre cercato di giocare in sottrazione con le venature locali, perché si sapeva di poter contare sul valore aggiunto dell’interpretazione, che si dava in un certo senso per scontata (anche grazie al contributo di un’altra figura strategica nella filiera produttiva che è il responsabile del casting: l’addetto alla selezione degli interpreti giusti per i vari personaggi). Farcire le battute di un personaggio raccontato come umile, culturalmente sprovveduto, con parole dialettali e giri di frase regionali (come la verosimiglianza richiederebbe), avrebbe potuto significare in certi casi condannarle all’incomprensibilità, specialmente per il pubblico del Nord. Meglio allora affidarsi all’istinto dell’attore sul set, cercando di contenerne gli eccessi con battute in italiano, sia pure del registro più basso. Come è stato, solo per fare un esempio, il caso della vecchina protagonista di una delle storie contenute nella puntata che ha chiuso l’ottava stagione e con quella l’intera serie (che ha in comune con La nuova squadra, attualmente in onda, soltanto tre personaggi). Si tratta dell’episodio 221, che ho sceneggiato con Mario Cristiani e Donatella Diamanti (due straordinari flagellatori). Una piccola storia di disperazione – una guerra fra poveri – ricalcata su uno spunto di cronaca di quei giorni: un emigrato lascia aperta la porta di casa per discutere con dei coinquilini nell’androne, e quando rientra non trova più i suoi risparmi. Trova però la sua macchinetta digitale, che contiene uno scatto che il derubato non riconosce come proprio. Come se il ladro avesse scattato maldestramente (fotografando i suoi piedi, o meglio le sue ciabatte, e dunque il pavimento), e poi alla fine avesse desistito dal proposito di sottrarre anche quella. È proprio quello scatto a inchiodare il ladro, cioè la ladra: la vecchina pensionata che, versando in condizioni economiche disperate, aveva approfittato della disattenzione del suo dirimpettaio rubandogli i contanti. Non la macchinetta, appunto, non essendo ladra di professione e dunque inserita negli ambienti della ricettazione. La scena dello scioglimento del piccolo mistero si può vedere qui:

In essa, come si noterà, ci sono molte parole napoletane (trasuta per entrata; sparagna’ per risparmiare, ecc.), e varianti locali come aggio per ho e chiù per più, e così via. E tutte quante si attagliano perfettamente al personaggio e lo rendono vero, anche grazie all’intensità dell’attrice (che con le sue espressioni riesce con buona probabilità a farsi capire in tutte le regioni), ma nessuna era presente nella sceneggiatura (che proponeva invece le varianti italiane: rischiose, evidentemente, se il casting avesse selezionato, come pure qualche volta è accaduto, un’interprete non napoletana). Una specie di patto non scritto, insomma, in cui lo sceneggiatore toglie, e l’attore aggiunge, per arrivare tutti insieme – in ogni reparto, ognuno con le sue competenze – a quel vago senso di realtà che ricerchiamo tutti e che in Italia, più che altrove, sembra difficile da raggiungere. Come se un’ideale coperta fosse continuamente tirata ora dal lato della verosimiglianza, ora da quello della comprensibilità, risultando sempre troppo corta.

Evidentemente c’è ancora un po’ di strada da fare. Come nella diffusione dell’italiano a tutti i livelli, così nella sua rappresentazione nella fiction televisiva. Che risente più in generale – rispetto ad altri paesi – di un ritardo nell’elaborazione teorica e dunque, come conseguenza, nella considerazione da parte della critica, e non solo. Ritardo di cui mi sembra spia significativa l’assenza di un linguaggio settoriale autoctono (tutti quei termini tecnici che mi ostino a evidenziare, qui e altrove, con il corsivo metalinguistico). Non si tratta da parte mia di una reazione purista, né di una rappresaglia nei confronti della fatica che ho sempre fatto per spiegare ai miei nonni il significato dei ruoli che ho coperto negli anni nel mio mestiere. Si tratta più in generale di capire se il corrispettivo italiano di termini come script editor o story editor (per non dire fiction) non esiste per pigrizia o perché non siamo in grado di fornire nel nostro paese l’equivalente di quelle professionalità; o se, ancora, a quelle professionalità nel nostro paese non viene dato lo stesso peso che altrove. Nel caso di queste ultime sciagurate ipotesi, forse si potrebbe cominciare proprio dalle parole, trovando quelle giuste. Magari prendendo spunto dal più lontano dei luoghi, come la letteratura di Bufalino, che chiudeva il suo testo Istruzioni per l’uso in questo modo: «abbandono e fiducia nella parola. Sì, l’universo verbale è l’unico di cui veramente mi fido. Nomina sunt consequentia rerum? È vero il contrario, invece, e le cose sono invenzioni e sogni, e le parole epitaffi di sogni».

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Un onorevole siciliano https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-onorevole-siciliano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-onorevole-siciliano/#respond Fri, 20 Nov 2009 09:23:59 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1180 Questo articolo è apprso sul Riformista. Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato […]

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Questo articolo è apprso sul Riformista.

Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato da Lanfranco Palazzolo per le edizioni Kaos: Leonardo Sciascia deputato radicale. I soli testi «parlamentari», insieme alla relazione di minoranza redatta per la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, vengono ora riproposti in un agile volumetto Bompiani, Un onorevole siciliano, con introduzione e commento di Andrea Camilleri.
Nel ventennale della morte, questi interventi tenuti a Montecitorio offrono più di uno spunto di riflessione sul confine «civile» dell’attività più strettamente letteraria del grande scrittore siciliano. Come scrive Camilleri, Sciascia è stato sempre stato «un politico», sia quando ha scritto romanzi e racconti, sia quando ha scritto articoli che hanno fatto infuriare il dibattito pubblico, sia quando è stato consigliere comunale a Palermo, come indipendente nel Pci, o appunto parlamentare radicale. E da letterato che scruta la società siciliana e italiana (o da intellettuale «illuminista» che utilizza l’arma letteraria) si è sempre prodigato, come scrisse su Tuttolibri nel ’79, per realizzare una «salutare confusione» tra etica e politica.
Perché Sciascia andò in Parlamento? Secondo Camilleri per prendere parte dall’interno alla Commissione di inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Moro, dopo aver scritto pochi mesi prima L’affaire Moro. Ma forse c’era anche una motivazione più profonda, come dirà egli stesso in un’intervista concessa a Marcelle Padovani: contribuire nel proprio piccolo a «rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà». E farlo nelle file dell’unico partito che al momento lo consentiva, il partito radicale.
Profondamente deluso, quattro anni dopo Sciascia avrebbe lasciato la Camera con un senso di liberazione. Tuttavia nel corso della legislatura intervenne su tutte le questioni più calde: la lotta alla mafia, le restrizioni delle libertà civili e la concessione di maggiori poteri alle forze di polizia, il caso Pecorelli, il caso Donat-Cattin e il coinvolgimento di Cossiga, lo scandalo della ricostruzione del Belice, le presunte violenze subite dai terroristi detenuti, l’omicidio del magistrato Ciaccio Montalto a Trapani… Parafrasando il giudizio di Camilleri, potrebbero definirsi tutti interventi politici, ma di un impolitico, di un marziano capitato nel cuore del potere legislativo.
Sciascia parla sempre concisamente, va subito al dunque, spesso cita libri e romanzi nel bel mezzo dell’analisi dell’infuocata quotidianità politica. I testi delle sue interpellanze e interrogazioni sembrano quasi oscillare tra due fuochi: un riformismo volterriano che si fa via via più pessimista, in un paese castale, violento, irriformabile; e una tensione alla straniamento quasi pasoliniana.
Alcuni discorsi sono talmente sciasciani che meritano di essere citati per esteso. Ad esempio, intervenendo sulle misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico, dice: «Una delle cose che più mi sgomentano in questa mia breve esperienza parlamentare è la constatazione di una doppiezza tra il dire e il fare e tra il dire e il dire, che si realizza in scarti minimi di tempo e di spazio, cioè tra questa aula e il cosiddetto transatlantico: tra quello che si dice e si fa in quest’aula e quello che si dice prima di entrarvi o appena usciti». O, altrove, quando prende la parola per parlare di mafia e si dice a favore di nuove forme di controllo sugli illeciti arricchimenti, afferma: «Questa proposta va benissimo, ma bisogna allargarla, estenderla; il controllo, cioè, deve estendersi anche a noi, che stiamo su questi banchi».
In giorni in cui si discute della reintroduzione dell’immunità parlamentare, paiono davvero le parole di un alieno. Così come aliena appariva allora, a proposito della lotta alla mafia e al terrorismo, la continua riproposizione del principio secondo cui mai e poi mai lo Stato avrebbe dovuto smarrire il diritto e presentarsi come mera forza.
Per Sciascia, alla fine dei cupi anni settanta, e dopo la tragedia del caso Moro, non è il paese a essere ingovernabile, bensì le sue classi dirigenti, la sua cappa politica che ha colonizzato le istituzioni. Le sue interpellanze parlamentari andrebbero rilette insieme alle raccolte di articoli e riflessioni Nero su nero e A futura memoria. Costituiscono quasi le due facce della medaglia di una medesima analisi, i due volti di un pessimismo lucido in un paese offuscato.
Tuttavia, nel ventennale della sua morte, il ricordo della sua parentesi parlamentare favorisce anche un’altra riflessione. Sarebbe possibile oggi, per un epigono di Sciascia, trovare il medesimo ascolto in un aula parlamentare? In quell’Italia, Sciascia poteva essere politicamente iperminoritario, ma era ancora ascoltato. Oggi l’interlocuzione tra intellettuali e politica è totalmente saltata. Indipendentemente dall’autorevolezza dei primi, è la seconda a essersi completamente trasformata. Mutato il canone del dibattito pubblico e i criteri della rappresentanza politica, la critica illuministica – cui Sciascia ancora credeva – non ha più via d’accesso alla critica del Palazzo. O è inascoltata o si riproduce in farsa. Per cui leggere gli interventi parlamentari di Sciascia è come recuperare, a ogni pagina, un reperto archeologico. A essere sciasciani fino in fondo, si potrebbe dire che quel tentativo di interlocuzione è la nostra preistoria.

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