Andrea Gentile Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-gentile/ un blog di approfondimento culturale Fri, 03 Sep 2021 10:48:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andrea Gentile Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-gentile/ 32 32 “Tramontare” e il neorealismo nero di Andrea Gentile https://minimaetmoralia.it/libri/tramontare-e-il-neorealismo-nero-di-andrea-gentile/ https://minimaetmoralia.it/libri/tramontare-e-il-neorealismo-nero-di-andrea-gentile/#respond Fri, 03 Sep 2021 10:48:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49185 di Marco Malvestio Tramontare è un libro bifido: c’è la prima parte dove la protagonista eponima, Tramontare, è bambina, e la seconda in cui invece è un’anziana; di quello che accade in mezzo, nulla. Proprio per questo lo si potrebbe definire anche un libro bifronte: un libro diviso a metà che potrebbe essere letto come […]

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di Marco Malvestio

Tramontare è un libro bifido: c’è la prima parte dove la protagonista eponima, Tramontare, è bambina, e la seconda in cui invece è un’anziana; di quello che accade in mezzo, nulla. Proprio per questo lo si potrebbe definire anche un libro bifronte: un libro diviso a metà che potrebbe essere letto come due libri diversi, tanto distinti sono il passo e lo stile. Se la prima parte è fatta di piccole scene di vita di paese, benché trasfigurate dalla criptica personalità della protagonista, la seconda è invece dedicata al suo monologo interiore e alle ruminazioni su un passato che, come del resto l’intero libro, non si sa quando e come sia avvenuto.

Come la precedente prova narrativa di Gentile, I vivi e i morti, anche Tramontare è ambientato a Masserie di Cristo. Nella realtà questo è un paesino in Molise, in provincia di Isernia, di cui è originario l’autore; ma nel romanzo di Gentile si trasforma in un luogo fuori dal tempo e dalla storia, un microcosmo chiuso e autosufficiente. Con l’eccezione della protagonista Tramontare (e del resto Tramontare non è un vero nome, ma un verbo), tutti gli altri personaggi sono privi di nomi propri, ma si riconoscono per il loro ruolo nella comunità – il Cancelliere, il Professore, la Maestra… Oscuramente, dietro lo sguardo ora innocente e ora caustico di Tramontare, le figure degli adulti paiono intente a macchinazioni misteriose, al tentativo di perpetuare o imporre un ordine al mondo.

In linea con una tradizione di fantastico intellettuale che si rintraccia già nelle prime avanguardie novecentesche, e insieme con il modello di letteratura metafisica ma impegnata di Giuseppe Genna o Antonio Moresco, Gentile si abbandona a una sorta di neorealismo nero, in cui il racconto del presente immobile del Sud Italia si mescola ai toni stralunati dell’invenzione fiabesca. Nella prima parte del romanzo assistiamo ai giri di Tramontare per il villaggio – di questa bambina strana che tutti conoscono e in parte temono, convinta di essere la morte, e la cui sorella defunta anzitempo viene adorata come una divinità in paese (si noti l’ironia, che richiama forse Carlo Levi, di chiamare Masserie di Cristo un paese in cui Cristo non viene mai nominato, e dove si adora invece un’improvvisata divinità pagana). Tramontare indirizza le proprie domande e dà le proprie risposte agli abitanti di Masserie di Cristo col tono del maestro zen che pronuncia i suoi koan, mentre i suoi interlocutori reagiscono ora con perplessità, ora con astio (“La fiaba, dice sempre la Maestra, è una malattia mentale”).

Nella seconda parte, invece, senza dubbio la più convincente, ritroviamo Tramontare ormai anziana, una vecchia che sembra a tratti saggia e a tratti disorientata dalla demenza senile. Tra le due parti c’è continuità, ma una continuità che non segue le leggi della causalità o della logica: ritroviamo alcuni personaggi, altri li perdiamo completamente, altri ancora è come se non fossero mai esistiti. Gentile mischia i modi della fiaba con la tradizione del populismo verista (più dannunziano e siloniano qui che verghiano) in un ibrido straniante:

Vivere a Masserie di Cristo è sempre stato naturale, il latte materno me lo disse, secoli e secoli fa, quando andavamo in campagna a cogliere le cerase, e rubavamo le pannocchie, e i contadini, burberi dalle sopracciglia irregolari, contadini come noi, ci rincorrevano, e quanto è bella la signora mia, l’odore del vino acido nelle case di mattoni in cotto, sgretolati. Eravamo attori di noi stessi. Attricette di campagna, dalle gonne fatte di stracci, la pallavolo di stracci, il gioco della campana dietro la segheria.

Che si possa essere gli attori di se stessi non è una notazione casuale nel romanzo di chi, come Andrea Gentile, si è adoperato per fare circolare in Italia l’opera di Thomas Ligotti, un autore che dietro alle figure di manichini, marionette e teatri ha nascosto l’orrore della crisi di agentività. Questo accade anche in Tramontare, sia nella prima parte in cui tutti i personaggi, come suggerisce il loro nome, interpretano un ruolo, sia nella seconda, in cui seguiamo la confusione crescente della protagonista davanti alla vecchiaia debilitante.

È difficile, a una prima lettura, decifrare l’architettura di Tramontare: la stessa struttura troncata in due e l’apparente estraneità delle due versioni della medesima protagonista lasciano stupiti. A questo si aggiunge la prosa di Gentile, insieme asciutta e suggestiva. Tramontare è un romanzo curioso e non semplice, ora oracolare e ora severo, in cui il passato e il presente, i vivi e i morti, coesistono e comunicano.

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I vivi e i morti: la ripetizione e il frammento https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/#comments Fri, 06 Apr 2018 08:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36821 I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che […]

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I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia.

Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata.

Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia.

I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto.

I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore).

Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale.

L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più.

Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia.

Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro.

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Facce di pietra https://minimaetmoralia.it/reportage/museo-delle-pietre-monteroduni/ https://minimaetmoralia.it/reportage/museo-delle-pietre-monteroduni/#comments Sun, 27 Jul 2014 21:17:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22418 (La foto in apertura è di Rosamaria Faralli. Le altre foto sono di Giuseppe Russo.)

di Andrea Gentile

Dove si nascondono le cose autentiche?, mi vado chiedendo mentre guido lungo la Statale 85 che da Isernia, Molise, porta a Vairano Patenora.

Possono nascondersi ovunque, possono arrivare da un passato che è un abisso. Eccolo: proprio qui, a Isernia, è stato trovato pochi giorni fa il dente da latte di un bambino di Homo heidelbergensis. È vissuto 600.000 anni fa: è il resto umano più antico mai trovato in Italia. Appartiene agli antenati dell'uomo di Neanderthal.

La mia giornata è dedicata, però a un'altra scoperta, molto più recente. Non arriva da seicentomila anni fa, ma dagli anni Sessanta. Accendo il motore. Sulla Fiat 500 blu degli anni Sessanta, prima automobile acquistata da mio padre e tuttora abile per tragitti brevi, ho installato artigianalmente un'autoradio.

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museo delle pietre 001

(La foto in apertura è di Rosamaria Faralli. Le altre foto sono di Giuseppe Russo.)

di Andrea Gentile

Dove si nascondono le cose autentiche?, mi vado chiedendo mentre guido lungo la Statale 85 che da Isernia, Molise, porta a Vairano Patenora.

Possono nascondersi ovunque, possono arrivare da un passato che è un abisso. Eccolo: proprio qui, a Isernia, è stato trovato pochi giorni fa il dente da latte di un bambino di Homo heidelbergensis. È vissuto 600.000 anni fa: è il resto umano più antico mai trovato in Italia. Appartiene agli antenati dell’uomo di Neanderthal.

La mia giornata è dedicata, però a un’altra scoperta, molto più recente. Non arriva da seicentomila anni fa, ma dagli anni Sessanta. Accendo il motore. Sulla Fiat 500 blu degli anni Sessanta, prima automobile acquistata da mio padre e tuttora abile per tragitti brevi, ho installato artigianalmente un’autoradio. Mentre lo scrivo, mi rendo conto che si tratta di pura vanità. Come molti mancini, non so fare nulla di pratico, non ho il polso di un matematico, come cantava Guccini, e coi motori non ci so fare: l’unica differenza con il cantautore è che so guidare, senza convinzione, con qualche paura, almeno, però, il poco che basta per arrivare a questo luogo pieno di segreti e misteri, questo luogo nascosto, dove pure si annidano i miei ricordi di giovane innamorato.

La verità è che non ho installato nulla, ho soltanto portato da casa una vecchia radio, non così vecchia da non incorporare un lettore cd, e l’ho appoggiata sul sedile retrostante.

Dove si nascondono le cose autentiche? L’amore, anche quello passato, si nasconde, sempre, dentro i cassetti delle stanze umide. I pensieri, quelli più veri, sgorgano alla notte, dentro le tenebre, e svaniscono subito dopo, dentro il nostro sonno. E gli oceani? Sono forse le uniche cose autentiche a non essere nascoste, ma se ne stanno lì, ai margini della terra, così invadenti, così discreti.

Anche qui, nella regione Molise, certamente la più sconosciuta d’Italia, le cose autentiche si nascondono negli angoli, negli anfratti, negli abissi più oscuri, gli abissi del passato, o quelli a venire.

Denti di bambino. Pastori geniali.

Non ho fatto altro, pochi giorni fa – di ritorno da Milano, la città in cui vivo – che tuffarmi nel cassetto 1.0 dei ricordi. Lo avevo custodito e arricchito negli anni molisani, gli anni della scuola. Le lettere degli amori dell’infanzia. Quelle degli amori dell’adolescenza. Ti amerò per sempre. Quaderni interi scritti a mano da calligrafie liceali: “Devono aver diviso in due il mondo, e penso di essere dalla parte sbagliata”. Evidentemente l’avevo fatta grossa. Mi erano poi capitati, tra le mani, gli amori più recenti, quelli universitari. Avevo preso una foto in mano. Una scultura di pietra, il volto arcaico di un uomo bruto. Avevo letto il retro. L’amore mio, Rosa, mi raccontava di questo posto, nascosto nelle campagne del suo paese, Monteroduni. Una capanna piena di sculture. Creazioni di un pastore bizzarro. Una geografia della meraviglia e del potere. Me ne ero dimenticato quasi subito, avvoltolato e distratto nei flussi delle intensità amorose.

Cosa nasconde questo luogo, e cosa nasconde questo uomo? Quale cortocircuito spinge un pastore a scolpire la pietra, dopo una giornata di pascolo? Ho iniziato a chiedermelo solo oggi, tanti anni dopo.

Ho mandato a Rosa un breve sms per saperne qualcosa in più. Mi ha risposto repentinamente, con freddezza – eppure stavolta non ricordavo di averla combinata grossa – e mi ha consigliato di sentire Michele Tuono, uomo colto e curioso, di Monteroduni.

“Si chiamava Nicola Bertone. Era un pastore. Negli anni Sessanta quel posto era diventata una sua ossessione. Portava le pecore al pascolo e se ne tornava sempre con delle pietre. Le scolpiva fino a sera, ma in piazza non raccontava niente a nessuno. Fino a quando un conoscente, uno del bar, un giorno non passò da quelle campagne, e si trovò di fronte a una sfilza di statue, così ben disposte, in orizzontale, che sembravano un esercito. Da quel giorno tutto il paese seppe che diavolo combinava Nicola Bertone. Poi, però, quando è morto, negli anni Ottanta, se lo sono dimenticato tutti”.

Allora, eccomi qui per questo piccolo viaggio 1.0, verso un luogo sconosciuto, non tracciabile da alcuna mappa, tantomeno da Google Maps, sulla Fiat 500 di mio padre; questo viaggio nato dai sentieri del destino, da un foglio di carta dimenticato che rappresenta l’amore perduto; è forse vero che l’amore che resta non può che nascondersi dentro i cassetti delle stanze umide, delle stanze non più popolate, le stanze che restano identiche a tanti anni prima, quando un bambino giocava al gioco bello e terribile che è poi il gioco preferito di ogni bambino: quello di sognare il futuro.

Sappiamo ancora sognare il futuro. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. Non ora. Ora conosco la strada. Supero il cartello “Oasi San Nazzaro”, un lago artificiale con ristorante e prato, leggo “Monteroduni”. Svolto. Dista ancora cinque chilometri il paese, ma non raggiungerò la piazza, i viottoli tortuosi. Dovrò seguire le indicazioni che mi ha dato, al telefono, Michele Tuono. Oggi dovrò cambiare geografie e topografie. E dopo tutto ho pozzi in me abbastanza profondi. Ecco che adesso splende il sole. La radio canta una vecchia canzone di Ivan Graziani, Radici nel vento: “È vicino il confine e già vedo più in là, getterò i miei vestiti e nudo sarò io, nudo sarò… Questo viaggio è un’idea e durerà la mia vita. Ogni amore è una strada, l’orizzonte è laggiù. Perché Francesco è un pastore e ha vissuto trent’anni in un deserto di pietre per la sua verità”.

Canto. Metto la seconda perché la salita, superato il passaggio a livello, è sempre più ripida. Il paese è lì in cima, ed è così lontano, così vicino.

Sono venuto a catturare la tua voce, Nicola, vecchio pastore innamorato della fantasia. Sono venuto a prendere la tua notte, che avanza con ali spietate nel nero della tua capanna.

*

Una curva, poi un’altra curva. Monteroduni sorge su un piccolo colle: vedo il paese lì in alto, arroccato, come una fortezza solitaria. Da qui non si vede il castello Pignatelli, all’interno del quale si tiene, d’estate, l’Eddie Lang Jazz Festival. Me lo ricordo: da diciottenne, avevo assistito, incantato, a un concerto di Randy Brecker.

Erano trascorsi dieci anni, ed ero di nuovo qui. “Guarda sempre alla sinistra della via principale. Ci sono molte viuzze. Devi prendere quella sterrata, a elle” mi aveva detto Michele Tuono al telefono.

Ho rallentato e ho fatto vari tentativi. Nel mio cd c’era ora Franco Battiato. “Non domandarmi dove porta la strada seguila e cammina soltanto” cantava. Forse è questa la strada. Porta dove si erge quella che fu la dimora di Nicola Bertone, il contadino scultore.

Ho svoltato. Lotto ora con la Fiat 500; deve affrontare questa salita brecciata. Ce la fa. Continuo a seguire i dettami telefonici di Michele, il mio Caronte virtuale. Parcheggio all’altezza di un edificio abbandonato. Scendo dall’auto, guardo dentro. È una casa iniziata e mai finita. C’è lo spazio per il camino; non c’è il camino. All’angolo vedo alcune bottiglie di birra vuote. Qualcuno è passato di qui, ma di certo non sono operai. È tutto così sospeso. Devo affrontare la salita, ora. Tutt’attorno vedo le distese di verde, gli appezzamenti, il paesaggio che si distende, interrotto solo timidamente da strisce d’asfalto, da tornanti e da frammenti di tangenziale.

Tutto è abbandonato qui, ma non sento la decadenza: solo una specie di pace. Si stagliano, protetti solo da recinti cadenti, vigneti desolati. Percorro la salita: ora di fronte a me si svela quello che stavo cercando. Una batteria di sculture deformi, tanto disarmoniche da apparire perfette. Volti da indios. Volti dai lineamenti ispanici. Volti rossi, spaventati. Spaventano. Sono fantasmi di pietra che osservano dall’alto l’orizzonte molisano. Sono l’uno in fila all’altro. Sono sparsi, disordinatamente.

Monte1

In paese lo chiamano “Il museo delle pietre”. Ma la voce non è mai girata. Lo conoscono in pochi fuori da Monteroduni. Ogni giorno Nicola Bertone era qui. Tutto ciò che so di lui, me lo ha detto Michele. “Non troverai mai alcun taccuino, alcuna carta. Non ha mai scritto. In pochi lo hanno conosciuto bene”.

Quale geografia umana aveva in mente Nicola Bertone? Chi sono questi individui di pietra che lui ha partorito? Cosa difendono? Uno è un militare. Ha in testa un cerchio di metallo. È il suo casco. Una ha il volto dipinto di rosso, sembra urlare di dolore. Il suo stomaco è fatto da una trentina di proiettili. E un altro? Un altro ha un cartello in mano. C’è scritto, con una calligrafia stentata: “Arnese di duemila anni fa”. Non capisco a cosa si riferisca. Un altro ha il volto germanico. Il suo corpo è fatto di un estintore. Questi sincretismi materiali. Questi volti porosi, tortuosi. Questi esseri immaginari e, allo stesso tempo, immaginifici.

Questo è un luogo pressoché completamente sconosciuto: non se ne trova traccia in rete, lo conoscono davvero in pochi fuori da Monteroduni. Non si comprende come non sia trapelata la notizia, come nessuno si sia mai interessato a questa Bomarzo nascosta, concepita, segretamente, da un pastore. Si tratta forse di quel contegno tipico delle piccole comunità. O forse dell’impossibilità di vedere sé stessi. Tutto ciò che ci è vicino ci è così lontano.

Volto lo sguardo. All’angolo due volti di pietra sembrano tenere in piedi un dipinto. Al centro c’è uno specchio. Uno ha qualcosa al cuore. Una cornice dentro un uomo: è un’icona sacra: è Gesù Cristo.

Monte2

Alcuni hanno corpi interi, altri solo teste.

Ogni tanto spunta qualche crocifisso.

Apro un piccolo cancello, sono nella casupola che fu di Nicola Bertone, lo sento fraterno. Mi guardo attorno: il sole non scotta più. Ci sono altre forme, altre figure. Stavolta sono animali. Uno struzzo, una tigre, un paio di capre. Un leone. La sua criniera è fatta di frammenti di laterizio. Sono inquietanti; quest’uomo ha scolpito per anni, segretamente. Ha creato un mondo popolato di volti semplici, volti osceni, volti normali, volti mostruosi. E più in alto, appoggiati su una collinetta, gli animali. Come a voler stabilire una graduatoria capovolta? Ha inventato un mondo nuovo, Nicola Bertone. Un posto, a mio dire, pressoché unico in Italia. Un posto sconosciuto a pochi chilometri di distanza.

Cosa proteggono questi animali? Quale mondo interiore esplorava, ogni giorno, Nicola Bertone? Portava le pecore al pascolo. Tornava con pietre, grandi sassi. Scolpiva fino al tramonto. Creava questo piccolo popolo, che sfigura le costellazioni.

“In paese era molto più apprezzato come pastore” mi ha detto Michele Tuono. “La sua specialità era far partorire le capre. Era un vero ostetrico delle capre. Era semianalfabeta, era molto intelligente. Al bar filosofeggiava. Parlava di amore, di morte, di amicizia. Lo prendevano in giro. Non parlava mai del mondo che stava creando lassù, di nascosto Quando la notizia iniziò a girare, qualcuno gli chiedeva: “Ma che ci fai con tutte quelle pietre?”. Lui faceva finta di non sentire.  Si chinava a lustrarsi le scarpe, quelle scarpe dell’epoca, gli scarpitt, fatte con le gomme delle macchine, legate con degli spaghi. Era sempre elegante. Giubbotto nero, camicia bianca, cappello a falda piccola, viso sempre glabro. Diceva che esiste un mondo fuori e un mondo dentro. Scolpendo quei volti, era certo che stava navigando in quel suo mondo, il mondo dentro”.

Sta arrivando il tramonto. Sono osservato da cento occhi di pietra. Sono occhi mostruosi, ma non ho più paura. Penso alle cose autentiche, alle vie laterali, agli abissi dentro i quali si nascondono. Talvolta nell’animo umano. Torno indietro, lasciandomi alle spalle i volti allucinati creati da Nicola. Mi guardano, e da oggi so che mi guarderanno sempre quando transiterò sulle strade molisane con la Fiat 500 blu di mio padre. Mi lascio alle spalle le vigne abbandonate e torno a navigare, in questa vita, cercando di tuffarmi, sempre, in ogni angolo, in ogni attimo, dentro quel mio mondo, il mondo dentro.

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Incubo manoscritti https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/#comments Mon, 18 Feb 2013 16:36:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13136 Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

Innumerevoli sono le armi che costui utilizza per convincere gli editor a pubblicare il suo libro. Tra le tante, l’originalità. Il suo stile è differente dagli altri manoscrittari; è importante distinguersi.

Fenomenologicamente, c’è il «manoscrittaro Nobel»: è quello che è arrivato terzo al premio Cazzabubbola di Sant’Agapito, motivo per cui la sua strada letteraria è irrefutabilmente in discesa. C’è il «manoscrittaro visionario»: «Ciao, sono il tuo amico Carlo, ci siamo conosciuti ieri sera alla presentazione di un libro della tua casa editrice. A essere sincero – gli scrittori come me sono sinceri non solo sulla carta, anche nella vita! – non ci siamo conosciuti, ma io ti ho guardato intensamente, e mi sembra di conoscerti benissimo; per questo sono convinto che apprezzerai il mio romanzo postmoderno Le onde degli angeli verdi!». Immancabile il «manoscrittaro analfabeta». Egli propone sinossi di questo tipo: «Racchiusa in una cornice strabiliante dove la morte e romanzo, si coniugano per spiegare una vita percorsa da note romantiche». Non manca, naturalmente, il «manoscrittaro stalker», figura che può comunque confluire nelle precedenti: è colui che assedia l’editor su tutti i social network e poi persino sotto casa. Citofona alle due del mattino e dice all’editor: «Sono Tonino, leggimi ora!».

Ma siamo in epoca di self-publishing. La pratica è comoda, rapida, soddisfacente. E salvifica: si elude, con una piroetta impacciata, il giudizio drastico dell’editore.

Lulu e il Miolibro.it hanno segnato la strada. E ora anche i grandi gruppi editoriali si tuffano nel mondo dell’autopubblicazione (per esempio la Mondadori, con un progetto affidato all’editor Edoardo Brugnatelli). Nasce dunque il «manoscrittaro selfpublishing».  Figura contraddittoria; la sua essenza – essere appunto un manoscrittaro – si dissolve in un lampo. Il tempo di pagare, e dunque tramutare il suo manoscritto in libro o ebook. Il suo ego crescerà fino ad annientare tutti i precedenti manoscrittari? O resisteranno comunque i manoscrittari Nobel, i visionari, gli analfabeti, gli stalker? Noi speriamo di sì. D’altronde, sono quelli più sani: in fondo, sono solo alla ricerca di un sano «NO».

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Le scritture che traboccano https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/#comments Mon, 11 Feb 2013 08:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12712 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

Per esempio che narrazioni di questo tipo – ognuna direttamente o indirettamente liberata anche grazie a voci come quelle di Antonio Moresco, di Giulio Mozzi e di Giuseppe Genna – si collocano in una zona espressiva in cui convergono tanto la fame di linguaggio di Dino Campana quanto il millenarismo febbrile di Dante Virgili. Il sacro e lo sberleffo si compenetrano, l’impulso feroce verso l’astrazione più geometrica e la pulsione altrettanto frenetica nei confronti di tutto ciò che vive nel profondo dei nostri corpi si annodano l’uno all’altra.

Scritture contraddittorie, quindi sospette. Perché alla fisiologia presunta – pretesa?, obbligatoria? – del plot dominante nel mainstream osano opporre la meravigliosa patologia della lingua; non il recupero di mere sperimentazioni del passato quanto il desiderio agonistico se non conflittuale di confrontarsi con il letterario nella sua manifestazione originaria.

Nel 2012, e limitatamente alle mie letture (senza quindi pretendere di esaurire il discorso), sono comparsi quattro romanzi esorbitanti.

A gennaio Ponte alle Grazie ha pubblicato Tutto cospira a tacere di noi di Daniela Ranieri. Già dal titolo – un verso di Rilke – penetriamo all’interno di quel processo di autosabotaggio che è il presente italiano. Tacere, o meglio ammutolire, addestrarsi alla sparizione, sembra la colonna vertebrale delle generazioni tra i venti e i quarantacinque anni. Attraverso la storia di Luigi Trevor – sovversivo informatico assunto da una società di comunicazioni – Ranieri racconta «il vero mondo del lavoro finto», l’arcipelago di fenomeni sempre più sconnessi (e, va detto, sempre più tragicomicamente affascinanti) del terziario avanzato contemporaneo. In un romanzo orgogliosamente intemperante, ricco fino all’incontenibilità, l’autrice compone uno zibaldone, un trattato di biopolitica in cui lo stile è già in sé, in ogni sua parte, eversione.

La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana Editore, con le illustrazioni di Maurizio Rosenzweig) è apparso a febbraio. Ragionare su questo libro permette – circostanza rara – di fare a meno di quei criteri tramite cui si identifica solitamente quanto sta dentro a un parallelepipedo di carta. Non occorre parlare di trama, preoccuparsi dei personaggi o dei luoghi in cui l’azione si svolge; non è neppure esatto fare riferimento a una vera e propria azione. Niente temi, niente attualità, nessun sociologismo, niente psicologie. C’è un bambino – il principe Poppy – che nasce in una Città che da qualche parte contiene dentro di sé L’Aquila, e c’è un irradiarsi di scrittura che sgorga da questa nascita-cratere. Leggendo La dissoluzione familiare (e perdendosi in una tessitura che sembra generata con la complicità di Lawrence Sterne) viene in mente la casa di Sergio Endrigo, «senza soffitto senza cucina». Una scrittura come questa – materia linguistica e immaginativa allo stato puro – è un luogo splendidamente inabitabile.

L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore), esordio narrativo di Andrea Gentile, ha un’ambizione ineludibile: «Dirò l’immenso, nulla». Una ragazza si mette in cerca della madre, il suo viaggio avviene in uno spaziotempo solo in parte decifrabile. Mentre un Papa infinitamente muore, si cammina sostenendosi a bastoni di quercia amara. Il percorso condurrà la ragazza fino al letto vuoto di un ospedale e poi, ancora, al labirinto di un cimitero bianchissimo, nessuna parola sulle lapidi, nessuna data, nessun volto negli ovali delle foto, gli sguardi ridotti (elevati?) ad abrasione, a luce minerale. Per Gentile la ragione nucleare di ogni ricerca è questa: il presentimento insostenibile di non essere (più) guardati, di essere esclusi dalla percezione del mondo. Lo smantellarsi di ogni forma terrestre (sia essa orografica o linguistica) interviene non come apocalisse – perché la rivelazione attiene al percorso e non al suo esito – ma come liberazione tramite un radicale capovolgimento prospettico. Perché, racconta Gentile, non c’è altro da fare che attraversare le tenebre presenti, ritrovarci con la terra in alto e, in basso, un cielo da fissare.

Il diciottesimo compleanno (Transeuropa) è il primo libro del cinquantasettenne Riccardo Romagnoli. Matteo è un Amleto feroce che esita sulla soglia della maggiore età. Suo padre e sua madre dormono con una pistola sotto il cuscino, alla nascita il gemello di Matteo è nato morto. La vita è ciò che contiene il suo inseparabile contrario. Nel raccontare il tempo sempre più minutamente traumatico che precede il diciottesimo anno, Romagnoli dà forma a un desiderio metamorfico. Non solo l’io è, nella sua porosità, un fenomeno proteiforme; il desiderio di essere tutto il possibile appartiene in primo luogo alla lingua. In questo libro ogni frase è un animale famelico, pauroso e rabbioso, qualcosa che divorando (e divorandosi) trasmuta da una a un’altra possibilità di esistenza.

Scritture al contempo secche e tortuose, nitide e frastagliate, apodittiche o giocose; necessarie come sono necessari i traccianti luminosi in cielo quando muovendosi a terra, nel folto di un bosco, orientarsi ad altezza occhi è impossibile. Serve una rotazione del capo, serve riconoscere nel buio l’esistenza di un quinto punto cardinale che ci indichi una direzione radicalmente sbagliata, un verso fertilmente errato (ed errante): quella cattiva strada sulla quale la letteratura ancora accade.

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Esercizi d’immaginazione con Giulio Milani https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/ https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/#comments Thu, 26 Jul 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8819 Pubblichiamo un'intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

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Pubblichiamo un’intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

Pochi, sempre meno, i lettori forti (ossia chi legge almeno un libro al mese), e in diminuzione i lettori occasionali, nonostante una corsa continua al best seller di genere da parte dei grandi marchi, capace “magicamente” di generare nuovi lettori. Un settore in crisi, quello dell’editoria, con dati sconfortanti sulle vendite nel primo trimestre del 2012. Non c’è mercato, i clienti si stanno autodistruggendo (delusi da prodotti così generalisti e trasversali da diventare invisibili), con il governo e la politica girati a fissare ben altri e altrettanto sconfortanti panorami. E allora perché tutti questi scrittori? Perché tanto desiderio di esprimersi con la parola scritta, se non si è disposti ad ascoltare l’espressione altrui neanche in forme più immediate e corali, come la parola? E perché l’esigenza di creare nuove vetrine di questo bisogno?

Giriamo subito queste prime domande a Giulio Milani, direttore responsabile di Transeuropa edizioni, nonché direttore e creatore del progetto ISBF.

Tutta questa offerta non rischia di confondere a tal punto il lettore da distruggere la bibliodiversità di cui gli editori si ergono a difensori?

Dice bene quanto pone in premessa: l’iperproduzione è uno dei problemi con cui l’editoria deve fare i conti. La causa di questa iperproduzione non sta tanto (o non sta solo) nella presenza di moltissimi scriventi – d’altra parte questa è l’epoca della comunicazione di massa – quanto nella struttura dei modi della distribuzione su cui si plasmano anche i modi della produzione: la grande distribuzione organizzata (GDO) prevede di raggiungere il maggior numero di punti vendita per vendere il maggior numero di esemplari dello stesso prodotto al minor prezzo. Questo impianto “ecumenico”, ovviamente, si paga in termini di qualità: il prodotto dovrà omologarsi secondo lo standard del più vendibile, che corrisponde alla sequela del più venduto. La GDO da questo punto di vista chiede all’editore di produrre il libro che vende, che ha funzionato, determinando un’omologazione epigonale della produzione.

Se poi si pensa che nel nostro paese i maggiori gruppi distributivi e i maggiori gruppi editoriali spesse volte coincidono, costituendo un oligopolio di concentrazioni verticali e orizzontali che rappresenta il 91% dell’offerta libraria, si comprende come mai lo spazio per la produzione indipendente, per la produzione non omologata, per la produzione di ricerca, così come quello delle librerie indipendenti, sia ormai ridotto a numeri da riserva indiana.

Se la situazione non dovesse modificarsi, è facile prevedere la pressoché totale scomparsa della piccola e media editoria di qualità, così come delle librerie indipendenti, dentro un processo (conflittuale) di unificazione dei grossi gruppi editoriali e distributivi allo scopo di difendersi dai giganti dell’editoria – cartacea e oggi anche digitale – emergenti a livello internazionale (Amazon e Google in testa).

Lei ha più volte insistito sul tema della qualità, percorrendo strade inconsuete nell’attuale panorama editoriale, come quella della decrescita. “Meno titoli ma di maggiore qualità”. Può essere una soluzione economicamente sostenibile? In molti ritengono che il rischio sarebbe elevatissimo per l’editore, soprattutto per quelli di dimensioni ridotte, strozzati dalle logiche della distribuzione. È davvero così? Perché allora anche i grandi editori sembrano puntare sulla quantità?

Gli editori di dimensioni ridotte dovrebbero proprio ragionare, magari insieme alle librerie indipendenti e in modo coordinato, sulla possibilità di uscire dal circuito della GDO libraria. Ne guadagnerebbero tutti in termini di qualità della produzione, di diminuzione dell’esposizione debitoria e del rischio d’impresa, in termini di libertà di ricerca e forse perfino in termini di visibilità. Che senso ha, infatti, insistere nel voler occupare spazi sempre più ridotti, spazi sempre più presidiati dagli oligopoli, spazi che portano il piccolo editore al di là dei propri limiti e dunque della propria autenticità?

Sopra ho spiegato quali sono i motivi che portano i grandi gruppi editoriali e distributivi del nostro paese (che poi sono quattro: Mondadori, RCS, Gruppo Gems e Feltrinelli) a puntare sulla quantità: è una questione di struttura, difficile da riformare. Si possono pensare a dei correttivi, come ha provato a fare la legge Levi sulla limitazione degli sconti, ma se la struttura è quella che ho indicato ritengo difficile che possa prodursi un cambiamento effettivo. Penso che le maggiori novità si produrranno in conseguenza del cambiamento della struttura distributiva determinata dall’avvento degli ebook, una rivoluzione capace “sulla carta” di mettere in crisi l’intero settore editoriale per come lo conosciamo. Da questo punto di vista perfino i giganti dell’editoria italiana mi appaiono come dei nani da giardino un po’ obsoleti. Mentre si aprono qui nuove possibilità anche per i piccoli editori pionieri del digitale.

 ISBF ha fatto da tramite a un accordo fra alcuni marchi editoriali indipendenti (minimum fax, Keller, Laurana, solo per citarne alcuni) e le librerie Coop, per proporre ai lettori titoli con un “bollino qualità” assegnato da ISBF, basandosi sulle classifiche Dedalus/Pordenonelegge. Ci spiega come funzionerà questa assegnazione e quali i reali vantaggi per il lettore?

Tutto ha avuto inizio con le Classifiche di qualità ideate dai critici Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni. Prima 200, poi 400 “grandi lettori” – scelti tra poeti, scrittori, editor, giornaalisti, critici – stabiliscono ogni due tre mesi la classifica delle migliori novità tra poesia, romanzo, saggistica e altre scritture, secondo un criterio di qualità “pattizia”, ovvero determinato sulla base di quanto emerge dalle votazioni del “gruppo di pari”, allo stesso modo in cui in America si attribuiscono gli Oscar del cinema. È una pratica perfettibile, ma mi appare senz’altro migliore di quella dettata dalla vendita del maggior numero di pezzi.

Grazie alle segnalazioni delle Classifiche e in seguito a quelle della rubrica Scaffali nascosti di Andrea Gentile su Nazione indiana, dal 2010 abbiamo raccolto nella vetrina virtuale del farm market di ISBF una selezione di editori via via crescente, aggiungendo come criterio quello di non praticare l’editoria a pagamento (specie nell’ambito della narrativa).

Nel 2011 ho contattato il responsabile delle Librerie Coop Fabrizio Lombardo, l’unico che abbia proposto i libri delle Classifiche nelle librerie di catena del gruppo Coop, ed è nato il progetto dello scaffale della bibliodiversità. Abbiamo selezionato una quindicina di editori, con cui ci siamo coordinati per individuare i primi titoli della proposta.

Si tratta di un circuito promozionale che vedrà la collocazizone di questi titoli alle casse e in vetrina, oltre a un “bollino” di segnalazione all’interno degli scaffali della libreria. Per me è un primo passo verso la creazione di circuito capace di aumentare la visibilità, la longevità e la redditività di libri di cui normalmente ignoriamo perfino l’esistenza.

In una sua recente intervista ha introdotto il concetto di “bioeditoria”, partendo dalla costituzione di un sistema di garanzia partecipativa, costituito da editori, lettori e esperti del settore per la promozione delle buone pratiche editoriali. Si comincia forse ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento in editoria come sta avvenendo in politica? Avremo degli esiti migliori?

Siamo in anni difficili, anni di crisi, ma proprio in questi periodi si possono sperimentare e alle volte consolidare strumenti, strutture, pratiche alternative. La tecnologia ci mette alla prova, da una parte ci aiuta e dall’altra ci sottopone nuovi problemi. In questo senso non sono né ottimista né pessimista: penso che il bene e il male cresceranno in modo proporzionato, come sempre.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Può anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto molto ambizioso: aprire una scuola libertaria dove iscrivere le mie bambine.

E ora una domanda da lettore. Si sbilancia e ci dice qual è stato il libro che ha amato di più nel 2011 (non fra quelli pubblicati da Transeuropa) e di quale genere letterario pensa si senta maggiormente la necessita oggi?

Il libro che ho amato di più è Chronic city di Jonathan Lethem, edito dal Saggiatore e tradotto in modo superbo da Gianni Pannofino. Un vero capolavoro nascosto. Appartiene a un genere letterario ibrido, che chiamerei “apocalittico”. A metà tra Philip Dick e Heidegger, tra letteratura americana pop e letteratura europea di stampo esistenzialista. Questo è un genere che mi piacerebbe venisse più frequentato anche dai nostri romanzieri. Che io sappia, in Italia ci ritrovo Laura Pugno e Giorgio Vasta.

Transeuropa è fra le poche case editrici che ha investito sulla poesia. Mi fa piacere ricordare l’ultima raccolta di Franco Arminio o gli inediti di Faulkner che attendo con curiosità. Come si riesce a acquisire lettori in questo settore?

Acquistare lettori in questo settore è molto difficile, forse impossibile. Pare proprio che la poesia da noi abbia un mercato ridottissimo, diciamo pressoché inesistente. Noi cerchiamo di puntare sulla selezione degli autori, svolta egregiamente dal comitato allargato della nostra collana Nuova Poetica, un comitato attraversato da due tendenze opposte, una più classicista e una più sperimentale. E per gli stranieri fa la differenza anche il valore di chi traduce. Comunque è vero che andiamo avanti con le pubblicazioni in spirito di mecenatismo: c’è dietro tanto lavoro benevolo da parte di tutti.

La ringrazio per il tempo dedicato ai nostri lettori e le faccio i nostri in bocca al lupo, di qualità, s’intende.

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