Andrea Libero Carbone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-libero-carbone/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 11:30:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andrea Libero Carbone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-libero-carbone/ 32 32 Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/#comments Tue, 01 May 2012 19:11:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7672 La novità dell'edizione di Librinnovando di quest'anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c'è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l'ha potuto constatare. Chi non c'è stato può farsene un'idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell'ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell'editoria non può e non dev'essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell'Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc...

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La novità dell’edizione di Librinnovando di quest’anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c’è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l’ha potuto constatare. Chi non c’è stato può farsene un’idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell’ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell’editoria non può e non dev’essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell’Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc…
Per questo gli interventi delle istituzioni culturali di inizio mattinata sono parsi fiacchi e poco centrati. Perché le istituzioni stanno cambiando, e o si prendono a cuore direttamente le questioni politiche oppure parlano un linguaggio autoriferito.
Così è stato particolarmente deprimente al limite dell’insultante (per i ragazzi volontari che si stavano sobbarcando l’organizzazione della giornata senza neanche un bar aperto) il saluto di Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, che ha fatto un discorsetto di grazie e prego, con una competenza dell’argomento che manco mio nonno, con una chiusa autoincensatoria, ha detto che anche lui adesso ha “una rivista digitale”. Ha voluto sottolineare che tra libro e ebook ci sono differenze ma pure affinità. Per esempio sono tutte e due parole di cinque lettere, ma le lettere sono diverse.
Anche Flavia Cristiano del Centro per il libro e la lettura non è stata particolarmente brillante. Non ha espresso nessuna visione, non ha delineato nessun progetto a lungo termine, non ha fatto alcuna analisi profonda nazionale o internazionale, non si è espressa sulle questioni urgenti per l’editoria, si è limitata a dire che “bisogna fare rete”, che il Cepell è disposto a “dare visibilità alle iniziative”, che sarà organizzato un flash-mob tutti con i libri in mano, che il bookcrossing viva…
Io ero abbastanza inviperito per l’ignoranza di Caputo (il Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università italiane!!) e deluso per l’understatement eccessivo di Cristiano. Ormai quando sento dire “fare rete”, penso che qualcuno sta sfruttando il lavoro di qualcun altro. Allo stesso modo quando penso che il Cepell possa dare visibilità alle iniziative dal basso, mi viene da pensare: quale visibilità ha il Cepell in più rispetto a decine di riviste di riferimento del panorama italiano? Se voleva dare visibilità, poteva occuparsi dello streaming e dello storify invece dei volontari, no? Oppure dargli qualche soldo.
Ancora di più si è constatato come la politica di Gian Arturo Ferrari in questo momento così delicato per l’editoria (“Fotografare la realtà”, ha detto alla conferenza stampa di presentazione dei dati Nielsen) è una politica perdente e colpevole. Occorre militanza.
Cosa mi veniva da chiedere a Caputo e Cristiano? Di formare e autoformarsi, come stanno facendo centinaia di persone. Per esempio come? Beh, per esempio restando per la durata dei lavori, e non scappandosene dopo i saluti di rito.
La stessa impressione che il discorso sull’editoria -toccasse temi centrali del dibattito politico, si è avuto negli interventi molto interessanti di Roncaglia e Spedicato, proprio perché capaci di ragionare sull’editoria ai tempi di Amazon, Apple e Google, ossia tre aziende che non hanno nel loro core business l’editoria. Lo stesso bisogno di confronto politico era palpabile nell’incontro sulla scuola: Doriana Bardi, i rappresentanti del gruppo Garamond e di Giunti Scuola tutti e tre uniti nel difficile compito di dover parlare di un’editoria scolastica che – per come è oggi – pensata, realizzata, voluta da decreti politici, somiglia a una manualistica tolemaica ai tempi di Copernico. Ottocentomila euro di fatturato per cosa? Libri con i CD Rom! Edizioni che di anno si rinnovano solo per modo di dire! Insegnanti che non sono capaci di usare gli strumenti informatici! È impossibile, viene fuori chiaramente, cercare di capire e alimentare le trasformazioni se non si cambiano le infrastrutture della conoscenza, delle quali l’editoria, in questo caso quella scolastica, è solo una parte della sovrastruttura.
Stesso discorso sulle biblioteche. La battaglia che porta avanti Agnoli la conoscete, anche se ogni volta che parla dal vivo c’è da imparare proprio perché aggiunge i dettagli degli incontri che fa in tutta l’Italia dove va a presentare il suo libro.

L’incontro più acceso è stato invece quello sul selfpublishing. Acceso soprattutto perché tra gli invitati a parlare c’era Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori e incaricato sempre da Mondadori a progettare e coordinare una nuova piattaforma sul selfpublishing che pare, si dice ormai da mesi, dovrà essere inaugurata a breve. Brugnatelli ha fatto un discorso molto enfatico su quello che ha in mente, citando come sua fonte di ispirazione Dave Eggers e la sua idea di letteratura (“ognuno ha una storia dentro di sé”) e di lavoro sulla scrittura (la scuola Valencia 826, famosa scuola di scrittura per ragazzi, che si trova in un quartiere difficile di San Francisco). Oltre a Dave Eggers ha citato wikipedia, modelli collaborativi di apprendimento, ha parlato di comunità, e ogni tanto ha citato – quasi fosse un claim del progetto ancora in progress – questa frase “Se hai una storia, raccontala bene”, esplicitando che rispetto al progetto ilmiolibro.it, che si propone innanzitutto come piattaforma di print-on-demand, quello di Mondadori ha più un interesse nella cura editoriale.
Alla fine della sua prolusione, la domanda che io gli ho fatto, ma che era quasi automatica, era: “Ma è un progetto profit o no-profit”. Brugnatelli ha risposto: “Beh, ci vorremmo rientrare delle spese”. “Quindi no-profit?”. Ha cincischiato, puntualizzando che nemmeno minimum fax è una onlus. E questo è chiaro, ho pensato, ma proprio per questo non si occupa di selfpublishing, ossia di volontariato per come ci veniva descritto da Brugnatelli. Allo stesso modo Valencia 826 o Wikipedia ricevono un sacco di donazioni e vengono tenute in piedi da un sacco di lavoro volontario proprio perché non sono delle società come minimum fax o come Mondadori.
L’impressione che si aveva in tutto il discorso di Brugnatelli era quello di un’ansia di fronte a un enigma economico di difficile soluzione. Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone. È ilmiolibro.it – come recita il sito oggi: “Tutto quello che hai scritto diventa un libro”. E ancora una volta uno si chiede: perché? Oppure: contento tu.
Io sarò un uomo col cuore duro, ancorato alla cittadella oscura della vecchia editoria feroce, da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro del miolibro. È chiaro che i duecentomila visitatori del sito e i ventimila utenti non sono una comunità di lettori, o sono lettori debolissimi simili a quelli che prendono anabolizzanti per avere il fisico da mostrare in palestra senza esercitarsi un minimo coi pesi. Guardate la vetrina dei più venduti e dei più consigliati, non vi prende una grande tristezza?
Quello che le case editrici sono tentate di fare, e Feltrinelli c’è riuscita, è ciò che spiegava Andrea Libero Carbone l’altro giorno a Librinnovando. Siccome c’è un mercato in cui diminuisce
(meno lettori che comprano libri) e la domanda invece è sempre stabile se non aumenta (“Se l’hai scritto va stampato”, ma anche “C’è una storia dentro di te, raccontala bene”), gli editori pensano di trasformare parte di quest’eccesso di offerta in domanda. Invece di pensare a come creare nuovi lettori (promuovere la lettura no, eh?), è molto più semplice creare un mercato di scrittori. Come Feltrinelli e ilmiolibro.it, anche Brugnatelli insisteva molto sulla possibilità di Mondadori di promuovere gli scrittori sefpublisher. Ma anche qui la domanda che uno si fa è: come? come promuovere una comunità di ventimila o centomila scrittori? Che vuol dire promuovere? Chi promuove cosa?
Brugnatelli replicava che non era così: che il suo progetto si basa sulla cooperazione, e sulla qualità del lavoro editoriale. (Non sulla militanza sociale, come Valencia o Wikipedia dunque?) Ma anche qui le controrepliche che venivano erano altre: ma non avete già Nuovi argomenti come palestra di scrittori esordienti e critici che discutono i lavori di narrativa e poesia? Ma questo ruolo di apprendimento cooperativo non è semplicemente quello che dovrebbe fare e potrebbe fare l’università pubblica, i corsi di letteratura, lo studio dei classici, etc… che è il luogo in cui molti di noi hanno imparato a confrontarsi con la scrittura? Non vi sembra un po’ colpevole nel momento in cui l’università pubblica sta collassando e la scuola uguale, non occuparvi di creare lì i nuovi possibili lettori e non illuderli che ci sia una piattaforma tipo Valencia 826 o tipo Wikipedia dove tu sei parte del gioco ma i soldi vanno a qualcun altro?

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Diventa anche tu un autore!Appunti su self-publishing e pseudoeditoria https://minimaetmoralia.it/editoria/diventa-anche-tu-un-autoreappunti-su-self-publishing-e-pseudoeditoria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/diventa-anche-tu-un-autoreappunti-su-self-publishing-e-pseudoeditoria/#comments Mon, 31 Oct 2011 09:04:02 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5566 di Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta, per Generazione TQ.

Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modalo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza.

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di Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta, per Generazione TQ.

Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza. Per questa ragione, nel riflettere su qualcosa come il self-publishing e, attraverso questo, su quelle che proponiamo di chiamare pseudoeditorie, non vogliamo limitare il nostro intervento al contesto letterario ed editoriale; il fenomeno in questione non si articola soltanto o soprattutto nel recinto più o meno ampio di un settore ma lo trascende proponendosi semmai al contempo come conseguenza e come premessa, vale a dire come effetto di un mutamento e come concausa di un’ulteriore metamorfosi. Sforzarsi di non perdere di vista le implicazioni e le conseguenze di ogni fenomeno in teoria circoscritto, pretendere di non ignorare l’idea di mondo che da ogni manifestazione discende, ci sembra dunque strutturale a ogni analisi che voglia considerarsi complessa.

Una premessa: la locuzione self-publishing di per sé è neutrale. Il self-publishing altro non è, o almeno dovrebbe essere, che autoproduzione, premessa di una diffusione dal basso e con i propri mezzi, in autonomia e indipendenza. Oggetto di questi nostri appunti invece è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo “pseudoeditoria”. Per pseudoeditoria intendiamo quell’attività di self-publishing che maschera l’autoproduzione, offrendo servizi di stampa, promozione, distribuzione e a volte addirittura di community, a pagamento. La pseudoeditoria può essere divisa in due grandi filoni: la vanity press, dove all’autore viene richiesto un contributo per la pubblicazione, sotto forma di denaro o acquisto di copie, e il print on demand, dove vengono stampate solo le copie via via ordinate, ma l’autore paga per i servizi aggiuntivi, oltre che per le copie che vuole per sé. Lo stesso oggetto d’impresa delle entità pseudoeditoriali appare immediatamente contraddittorio: se il lavoro dell’editore consiste nell’acquisire dall’autore, contro il pagamento di un compenso, il diritto di trasformare la sua opera in un libro da vendere al lettore, il lavoro dello pseudoeditore consiste invece nell’offrire all’autore, contro il pagamento di un compenso, la possibilità di sottrarsi al criterio di scelta, nell’illusione di poter raggiungere direttamente il lettore. Poiché peraltro il costo dei servizi in questione è relativamente elevato, e in ogni caso supera il costo industriale della realizzazione del medesimo libro da parte di un editore, si innesca un meccanismo di selezione censuaria: non più (non mai) basata sul valore dell’opera, bensì sulla mera disponibilità finanziaria dell’autore-cliente. Se l’opera di selezione svolta dall’editore richiede una quantità di “no” pronunciati drasticamente superiore a quella dei “sì”, nel caso dello pseudoeditore siamo invece di fronte a un soggetto che, a pagamento, dice sempre di sì.

A partire da queste premesse, portiamo a esempio due casi diversi ma sintomatici di uno scenario culturale in complessivo mutamento, ovvero Albatros/Il Filo, una delle principali vanity press, e ilmiolibro.it, leader del print on demand in Italia.

Nel primo caso ci riferiamo a un episodio in particolare, ovvero all’incontro, disponibile su YouTube, organizzato nel maggio del 2010 all’interno del Salone del Libro di Torino, al quale partecipano Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, Linda Rando di Writer’s Dream e Giorgia Grasso, direttrice editoriale di Albatros/IlFilo. Il tema discusso è per l’appunto quello dell’editoria a pagamento. Malabaila e Rando affrontano la questione criticamente, Grasso ne ribadisce il senso e la supposta necessità “democratica”. Via via che la conversazione va avanti ci si confronta con la declinazione di un paradosso. Rando interviene descrivendo una specie di scherzo-esperimento. Insieme ad altre persone ha costruito un brogliaccio composto di testi prelevati semicasualmente dalla rete, ha dato loro la forma di un manoscritto e l’ha spedito a Albatros/IlFilo. In risposta, nel giro di poco, ha ricevuto una proposta di contratto. Ovviamente a pagamento. Svelato lo scherzo ci si aspetterebbe da parte di Albatros/IlFilo l’ammissione di un errore di valutazione, o meglio il riconoscimento di una non valutazione e dunque dell’automatismo che conduce quell’editore a contrattualizzare ogni testo ricevuto. Invece Giorgia Grasso non si perde d’animo, ignora il livello di realtà che si è generato e risponde allo svelamento dello scherzo dicendo a Linda Rando che varrà la pena parlarne, di quel testo, perché potrebbe contenere del buono. Lo pseudoeditore arriva quindi a ipotizzare che il non testo che ha ricevuto (un assemblaggio di copia e incolla dalla rete, volutamente insensato) da un non autore dichiarato possa essere interessante e pubblicabile. All’apparenza ci sarebbero tutte le premesse per immaginare una migrazione di ognuno di questi elementi verso un piano virtuale e inoffensivo, verso il nonsense, ma  le cose non stanno così. Dal momento che all’interno di questo nonsense si produce una transazione economica, fra l’altro cospicua, non possiamo permetterci di pensare che la situazione descritta sia il frutto di un immaginario ioneschiano: è tutto profondamente reale e il nonsense, piuttosto che arginare la transazione economica, ne determina le condizioni.

Il secondo caso emblematico è quello di ilmiolibro.it, un fenomeno simile nelle modalità, ma in realtà non assimilabile, a iniziative del passato recente, come lulu.com. I numeri di ilmiolibro.it, i termini della sua promozione, il fatto di essere un progetto del Gruppo Repubblica-L’Espresso, le partnership con Feltrinelli e Scuola Holden, ne fanno qualcosa che per la prima volta trascende i confini di un fenomeno di settore per configurarsi come parte di un mutamento culturale più ampio. In sostanza ilmiolibro.it “fa” comunità: lo fa innanzitutto attraverso una quantità numerica impressionante e un sito attrezzato alla bisogna, ma anche con una selezione accurata dei toni e dei modi attraverso cui “comunicarsi” – anche in senso eucaristico, oseremmo dire – al suo pubblico: “Se l’hai scritto, va stampato”; “ilmiolibro.it cambia le regole dell’esordio letterario in Italia”; “Se non credono che tu sia un vero scrittore, portali da Feltrinelli.”

Leggendo con attenzione la comunicazione di ilmiolibro.it, ci si rende conto che il gruppo Repubblica-L’Espresso, Feltrinelli e Scuola Holden puntano su una specie di strategica “deterritorializzazione” della loro iniziativa: ilmiolibro.it è un progetto “buono” e privo di luogo, incollocabile, che si limita a fare del bene, a soccorrere, dialogando direttamente con una tipologia di, chiamiamolo così, “autore-editore” rassicurandolo sulla sua identità: non sei più il povero diavolo costretto a pubblicarsi da solo, non devi considerarti tale: sei a tutti gli effetti uno scrittore, partecipi a un concorso tra tuoi pari e magari lo vinci e vieni pubblicato da Feltrinelli. Sei un parlamentare della “repubblica delle lettere”, e non importa che tu ti sia autoeletto tramite il versamento di un obolo. Insomma: una buona allucinazione di realtà – un’allucinazione sorridente e rassicurante – è preferibile alla realtà tout court, solitamente più frastagliata, complessa e delusoria.

ilmiolibro.it – ma anche, in modo diverso, gli editori di vanity press – sembrano dire: perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di  giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale?

È per questa ragione – perché le due cose non sono uguali, e nemmeno simili – che è necessario indurre il fenomeno medesimo a territorializzarsi, a riconoscere le sue contraddizioni. Ciò che infatti più preoccupa nella pratica pseudoeditoriale, è il suo travestimento, non solo da editoria, ma anche da agente di democratizzazione di pratiche editoriali, con quello che ne consegue. Nella pseudoeditoria, oltre alla destituzione delle agenzie di scelta e valutazione, si avverte la possibile creazione di una comunità narcisistica di uguali, tali solo per censo e potere economico, che accedono previo pagamento a un astratto ruolo autoriale. Nella comunità pseudoeditoriale ci si affida solo al rating, al consenso cieco da consumatore, o alle proprie disponibilità e capacità autopromozionali, tanto che sarà “necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network”[1]. Un meccanismo che non solo getta discredito sulla già pericolante realtà dei lavoratori editoriali (editor, curatori, traduttori, direttori di collana, uffici stampa), ma provoca la creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare.

La democratizzazione virtuale potrà sembrare liberatoria per quei lettori e scriventi che spesso rimangono indignati da un dilagare di letteratura mediocre e instant anche in quelli che una volta erano considerati “editori di livello”, oppure da tutti coloro che percepiscono, a volte a ragione, il meccanismo di selezione editoriale come oscuro o arbitrario. Ma non crediamo proprio, con l’avvento della pseudoeditoria di nuova generazione, di essere di fronte a un ’48 dell’editoria, che ne liberi le possibilità latenti e le pluralità spesso messe in difficoltà dallo stretto legame produzione-distribuzione: siamo piuttosto di fronte alla creazione di una comunità dell’assenso (acquistabile), che non prevede il dissenso, la scelta, il confronto, il “no” utile alla maturazione. Si risponde cioè a una possibile, e magari fruttuosa, critica delle pratiche di valutazione editoriale, sbaragliando il campo dialettico e puntando sulla carenza “affettiva” e di visibilità del consumatore, che diviene auto-produttore dei propri (virtuali) quindici minuti di celebrità a dispetto di coloro – gli editori tradizionali – che gli hanno detto “no”.

“Se l’hai scritto, va stampato” è il claim di ilmiolibro.it. Ovvero: se sei in grado di compiere un’azione elementare – compilare una serie di spazi con dei segni alfabetici – ciò che hai scritto può guadagnarsi una concretezza oggettiva simulando la forma-libro. In questo modo “anche tu” sarai  autore (e “anche tu”, teniamolo presente, è il totem di questa comunicazione). Tale claim nasconde la precondizione essenziale – la disponibilità a una transazione economica, l’acquisto del sì – in filigrana: la trasforma in un sottinteso. Un non detto che è però imprescindibile. Il percorso che conduce chi ha scritto qualcosa a essere percepito come autore prevede, quasi come un dettaglio, che lo scrittore sia anche il proprio editore.

Lo scenario che si configura è quindi quello in cui la disponibilità economica produce le condizioni per il sì ed espelle automaticamente il no. Considerato che il no è qualcosa che può provenire da quelle agenzie di senso, fondate su studio e competenza, che sono gli editori tradizionali, quella che si va definendo è una loro progressiva dismissione. Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento. “Diventa anche tu un autore”, in una preoccupante rincorsa a una società di individui che agognano ruoli prestabiliti più che capacità riconosciute, etichette più che servizi, acquisizioni più che apprendistati.

E tanto più preoccupante è vedere come ilmiolibro.it stia facendo scuola: se il gruppo GEMS organizza già da due anni il concorso “Io Scrittore[2], Roberto Cavallero, direttore generale libri Trade del gruppo Mondadori[3], la mette in questi terminim: “Il self-publishing, l’autopubblicazione, è un elemento fondamentale, imprescindibile per gli editori. Un tempo pubblicarsi da solo un libro, pagando di tasca propria, era una cosa da poveretti, roba un po’ triste. Oggi è fondamentale. Ma non basta fare un sito con su scritto: ‘Autopubblicatevi!’. Bisogna costruire modi diversi di self-publishing e noi li stiamo studiando. Tra qualche mese vedrete delle sorprese… Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori […] Il punto è creare una comunità di lettori/scrittori che definisca un sistema di rating stabilendo ciò che vale. Ci sono case editrici come HarperCollins, Penguin e Random House che lo fanno. C’è Amazon, c’è Google+”.

Quali sono allora le alternative per chi ha il legittimo desiderio di pubblicare quel che ha scritto, e vuole farlo in modo autonomo e indipendente? Il sistema editoriale viene spesso percepito da chi ne è fuori e vorrebbe entrarci come una roccaforte inaccessibile, governata da meccanismi imperscrutabili e retta da cerchie chiuse. Generazione TQ propone innanzitutto una rivendicazione del lavoro editoriale come scelta intellettuale trasparente, invitando gli editori a pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria.

Dall’altro lato, rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali. Certo, nel mondo reale la visibilità non si può comprare: farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio. Si legge quel che altri hanno scritto, si partecipa a una discussione comune, si impara, si cresce e si mettono a disposizione le proprie conoscenze, insomma ci si mette in gioco. Solo a queste condizioni anche l’autoproduzione in ambito editoriale può essere uno spazio di innovazione e di resistenza[4]. L’alternativa al Diventa anche tu un Autore! è quella, magari meno accattivante ma di certo più vera del Prova anche tu a diventare un autore, lavorando e sfruttando i mezzi gratuiti a tua disposizione. Pubblicare un libro non è un diritto: lo è piuttosto avere interlocutori capaci di rappresentare un esempio, e un sistema di selezione che mostri le sue carte senza travestimenti.


[1] Giuseppe Granieri, “La via del self-publishing”, «Il Mulino», 5/11. www.rivistailmulino.it

[2] Nella prima edizione di “Io Scrittore”, oltre 1500 libri sono state sottoposte al vaglio degli stessi partecipanti che, investiti del doppio ruolo di scrittore e critico, hanno espresso più di 20.000 giudizi mettendoli a disposizione di ogni concorrente. Attraverso due manche e una graduatoria finale stabilita esclusivamente sulla base dei voti espressi, si è arrivati a 25 opere pubblicate in e-book e di 6 in edizione cartacea.

[3] Prima Comunicazione, n. 419

[4] Come lo sono stati i samizdat o l’universo delle riviste e dell’editoria underground magnificamente interpretato in Italia da A. Bandinelli, R. Iacobelli, G. Lussu, Farsi un libro. Propedeutica dell’autoproduzione: orientamenti e spunti per un’impresa consapevole. O per una serena rinuncia, Stampa Alternativa 1990.

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