Andrea Piva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-piva/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:20:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andrea Piva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-piva/ 32 32 Una generazione in versi https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/#comments Tue, 22 May 2012 13:36:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7924 Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull'ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m'impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell'Italia berlusconiana, un'Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

L'articolo Una generazione in versi proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m’impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell’Italia berlusconiana, un’Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

Il secondo motivo, circa il pregiudizio verso questa narrativa sul precariato, è forse più profondo e relativo all’impossibilità storica di raccontare, proprio oggi, il presente. O meglio: un presente ricattatorio ci ha condannato all’attualità e all’immobilità, impedendoci qualsiasi progetto di futuro, e ha calcificatoo le forme della narrazione in depositi di iper-realismo giornalistico e di postmoderno super celebrale piuttosto asfittico. Va detto che di questa “fame di realtà” ne patiamo e abbiamo patito tutti, anche per il bisogno di comprensione nelle rapidi trasformazioni che ha subito il nostro paese in questi anni. Ma, alla lunga, questa necessità ha portato a una deriva autoreferenziale sul presente francamente inutile, lagnosa e auto-assolutoria.

Di solito bisogna diffidare di queste opere, ma questo non è il caso del primo libro di Francesco Targhetta, un poeta trentaduenne veneto. Tutto ciò non riguarda, infatti, il suo esordio, Perciò veniamo bene nelle fotografie (pubblicato da Isbn, 256 pagine per 19,90 euro), che, sebbene parli di precariato giovanile e dell’oggi, sfugge a qualsiasi genere e categoria, perché è un curioso “romanzo in versi”, un poema, una forma vecchia, non vecchissima, per raccontare il presente. È proprio nelle forme ambigue e non consuete, ibride, che va cercata la diversità di sguardo e di posizionamento, almeno riconoscendone il tentativo di sperimentare nel deserto. Targhetta ha scritto infatti un romanzo in versi, il suo primo come recita il frontespizio dopo una piccola raccolta di poesie intitolata Fiaschi, rispettando le regole della metrica, gli endecasillabi e i novenari ad esempio, e quelle del ritmo, come le assonanze e le rime interne ai versi, per raccontare la sua personale condizione di ricercatore nell’università italiana e quella dei suoi amici e conoscenti, un ritratto nitido e crudele di una generazione.

“Non si muove nessuno, qua / perciò veniamo bene nelle fotografie”. Il titolo deriva da questa chiusa implacabile, sintesi della condizione giovanile, cioè l’immobilità, l’incapacità di reagire per una generazione che ondeggia tra il lamento e il rimorso. Targhetta racconta la vita di alcuni di questi giovani a Padova, gli appartamenti da studenti, descritti fin dentro le deprimenti credenze, con le stanze divise per 120 euro a posto letto al mese, le aspirazioni fallite e i tentativi di galleggiare nel quotidiano e crescere professionalmente.

Racconta i corpi di questi giovani, guastati da un’alimentazione sballata dalle pizze a portar via e dal pessimo vino, in un procedere affannoso per trovare un posto nel mondo: “la nostra via crucis, / da quando siamo qui, nel dribbling / dei pasti, col bidone della carta / che subito si stipa, e arriva / al sabato quasi peggio / dei nostri stomaci esausti”. Dei corpi cresciuti a forza di merendine e schifezze alimentari anche nell’infanzia e anche il cibo della mente non è da meno, con la televisione unica grande educatrice del passato e costruttrice di modelli sociali e di consumo.

Lui, il narratore è il più immobile di tutti tra i personaggi che appaiono nei versi, quello che non riesce a ribellarsi, a scomporsi o a fuggire: un ricercatore di storia dell’università, costretto a seguire per il miraggio di un assegno o di una borsa di studio la cattedra di un professore antiberlusconiano, “con le copie di Alias sul mobile bar”, un barone che fa far carriera a una ricercatrice avvenente. (Pochi romanzi hanno raccontato l’ipocrisia e l’amoralità dell’università italiana come questo Targhetta e un altro esordio, Apocalisse da camera di Andrea Piva). E il tema della ricerca universitaria, la Guerra del Piave, fa come da contraltare alla resistenza quotidiana dei suoi coetanei, “carne da cannone” che sa già di aver perso. Tra questi spicca Teo, un operatore da call-center che fa carriera e si trasferisce a Torino (molto belli i versi delle telefonate tra lui, la ragazza e gli amici, lontani, che descrivono la solitudine nella città sconosciuta di un ragazzo sbarcato dalla provincia), o Mara che si barcamena tra scuole di recitazione dove i maestri di teatro ci provano con le allieve, covando il sogno di diventare attrice sapendo benissimo che “se tutte le strade portano a Roma / ma nessuna lì, a Cinecittà”. O ancora Los, uno che è riuscito a scappare in un’università del Belgio, dove il dottorato è pagato il doppio e permette l’agognata indipendenza, una sorta di auto-esilio volontario che  il narratore no riesce a scegliere per mancanza di coraggio.

Oltre a questi ritratti senza speranza, delle vere e proprie istantanee d’esistenza triste, è interessante il dialogo che si instaura con le generazioni che precedono e seguono i trentenni raccontati da Targhetta: anche in questo caso non c’è alcuna illusione, non c’è alcun patto, ma solo una trasmissione di odi e di sfruttamenti reciproci. “Buttarsi negli intrugli della vita, / bisogna, come insegna l’adulto / medio, e qualsiasi invisa proiezione / dei nostri vent’anni marciti: farsi / amici assenti, ragazze distanti, / affezionarsi alle fiction come / ai bimbi rapiti, diventare stressati / ma non tecnicamente, giocando / su limiti e centesimi di secondo, /  sentendosi la sera come ladri / dentro il proprio miniappartamento / piene le tasche come bombe carta / di lavoro arretrato e cemento”. Se dai padri, oltre all’insoddisfazione e al rancore, si è ereditato un modello, questo stesso verrà usato contro i ventenni, coloro che subiranno la vendetta dei trentenni frustrati e avvelenati dalla vita: “tra questi bimbi / senza speranze che ci odiano / già, ci detestano duri, perché / sanno che toccherà, prima o poi, / anche a noi, e saremo cattivissimi”.

Un racconto, quindi, diviso in trenta capitoli, quello di Targhetta dei perdenti, degli sconfitti trentenni cresciuti in questi anni di estremo conformismo e compromissione. Perciò veniamo bene nelle fotografie è un poema che richiama tantissimi antecedenti, dai Crepuscolari a Giudici, ma soprattutto fa pensare al primo Elio Pagliarani, di recente scomparso, perché sono molto le citazioni e i richiami a La ragazza Carla del poeta del Gruppo ’63 e al filone letterario dello sboom e dei loosers da Bianciardi (La vita agra e Il lavoro culturale soprattutto) alle tavole di Andrea Pazienza.

L'articolo Una generazione in versi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/feed/ 1
Patate riso e cozze:fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/#comments Sat, 24 Mar 2012 13:49:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7142 Al principio furono la D'Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d'ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l'intero meridione.

Qui intanto l'intervista di "Repubblica-Bari" a Nicola Lagioia

Cosa risponde all'sos Bari di Valentini? 

L'articolo Patate riso e cozze:<br />fine della primavera pugliese? proviene da Minima et Moralia.

]]>

Al principio furono la D’Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d’ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l’intero meridione.

Qui intanto l’intervista di “Repubblica-Bari” a Nicola Lagioia

Cosa risponde all’sos Bari di Valentini? 

In questi giorni provo rabbia e delusione. Ma sono rabbia e delusione che covano da mesi. Parto da un punto di vista molto personale: è un po’ difficile, per quelli come me, dare credito a una città che alla resa dei conti rischia di averti tradito due volte. La prima è stata costringerti ad andare via per motivi di lavoro. Ma rimaniamo alla cultura. Una certa primavera pugliese, in ambito culturale, cominciò spontaneamente (senza cioè alcun ausilio istituzionale, anzi, nel sonno profondo delle istituzioni cittadine) in tempi non sospetti, cioè nel 1999, quando uscì Lacapagira dei fratelli Piva. Un film prodotto fuori Bari, che le istituzioni accolsero inizialmente in modo gelido, come Andreotti col neorelismo: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Poi il film esplose al festival Berlino e da Levante arrivò il retrofront: “contrordine concittadini”. Da lì in poi tutto un fiorire di scrittori e artisti e registi e musicisti, molti dei quali erano stati costretti a formarsi altrove, e che venivano celebrati forse anche troppo orgogliosamente dalla città come un frutto del proprio humus. Ogni tanto mi è venuto il sospetto che venissimo utilizzati un po’ come foglie di fico. Questo sospetto sarebbe stato felicemente smentito se nel frattempo Bari fosse diventata un laboratorio culturale di livello internazionale (visto che si voleva fare della città la capitale europea della cultura). Basta guardare invece al Petruzzelli – la massima istituzione culturale cittadina – per avere la risposta. Si rischia di buttare alle ortiche un’occasione che chissà quando si ripeterà.

Da città delle escort a città di un teatro appena rinato e sotto commissarimento, fino a una casta di palazzinari, i degennaro, che dettano legge nelle scelte urbanistiche del capoluogo Che ne dice?

Che non è evidentemente cambiato molto (in Italia innanzitutto, al sud in particolare, e ora anche a Bari) dai vecchi film di Francesco Rosi. E che quando, qualche mese fa, sul “Fatto Quotidiano”, scrissi un articolo in cui – a proposito dello scandalo delle escort – cercavo di spiegare come una certa alta borghesia barese covasse da decenni (almeno dai tempi del craxismo) nel proprio dna la propensione all’intrallazzo, a Bari molti mi diedero addosso. “Ma come si permette, questo, che è pure andato via, di parlare male della borghesia barese?” “Queste cose succedono ovunque: Lagioia parla con il risentimento dell’emigrato”. Dico quindi che la tesi “ovunque ladri nessuno ladro” non serve a migliorarsi. Per migliorarsi serve autocritica. E solo chi ama profondamente i propri luoghi d’origine può dolersene altrettanto profondamente. Pasolini, in questo, fu un maestro.

Bari è una città brutta sporca e cattiva? Lo è diventata, lo è sempre stata? 

Bari ha vantato, e vanta tuttora, dei pregi sconosciuti al meridione peggiore. Sobrietà. Laboriosità. Pragmatismo, nel senso migliore del termine. Ma condivide purtroppo con il resto d’Italia un vizio capitale: l’amore per il particulare, la convinzione che i beni comuni non valgano i propri. La cultura è un bene comune. La sanità è un bene comune. Ho un parente che in questi mesi si sta curando all’oncologico. Mi racconta scene dantesche: caos, disorganizzazione, file interminabili per ricevere una legittima terapia.

Ha fallito Emiliano? E in cosa?

Della vicenda giudiziaria non parlo. Non è mia competenza. Anche se mi sento male al pensiero che i giardinetti di p.zza Cesare Battisti, dove andavo a fumarmi una sigaretta tra una lezione e l’altra di diritto penale, si siano trasformati nel parcheggio dello scandalo.

Di Emiliano penso solo che un sindaco che vuole fare della propria città la capitale europea della cultura dimenticando di nominare un assessore alla cultura non va molto lontano. Neanche filologicamente. Me lo ricordo a un vecchio premio Bari, mentre incoronava lo scrittore vincitore: “io non ho tempo di leggere molti libri”, disse. I risultati si vedono. Ma Emiliano – sempre che la vicenda giudiziaria non si risolva a suo sfavore – può ancora riscattarsi. A ogni uomo è consentito un riscatto. Faccia di questa città una vera capitale della cultura e della modernità, e la città gliene renderà merito. Oppure si cosparga il capo di cenere e se ne vada.

Il fallimento del governo di Bari è anche fallimento della Puglia migliore, già fiaccata dagli scandali sulla malasanità in regione o fallimento del pd?

E’ il fallimento del Pd, non certo della Puglia migliore. La Puglia migliore è sempre lì. Penso a Franco Cassano, per esempio. L’ho letto sul giornale in questi giorni e capisco la sua delusione, il suo sconforto. Lui ci ha creduto veramente, nella primavera pugliese, e ha per così dire combattuto in prima linea, e ha per esempio (cosa rara, oggi, in Italia) cercato di intrecciare un dialogo intergenerazionale. Ma penso anche ai Laterza, ai presidi del Libro, alle esperienze di Bollenti Spiriti e Principi Attivi voluti inizialmente se non ricordo male da Minervini, a scrupolosi documentatori del presente come Alessandro Leogrande e a tutto ciò che in questi anni, di buono, è stato fatto. Riannodare il filo, valorizzare le cose migliori e ripartire da lì.

La Puglia politicamente peggiore invece non muore mai. Fitto non muore mai. D’Alema non muore mai. D’Alema. Un uomo che ha fallito praticamente su tutto. Sulla Bicamerale, sul conflitto d’interessi, sulle elezioni regionali. Eppure è sempre là, anche quando non c’è ne avverti la presenza, con questa smania di muovere i fili. La Volpe del Tavoliere. Io invece sto con Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

 

L'articolo Patate riso e cozze:<br />fine della primavera pugliese? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/feed/ 5