Andrea Sponticcia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-sponticcia/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Jun 2026 07:40:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andrea Sponticcia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andrea-sponticcia/ 32 32 Effetto Strega: Michele Mari https://minimaetmoralia.it/libri/effetto-strega-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/libri/effetto-strega-michele-mari/#respond Thu, 28 May 2026 07:33:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57529 In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del […]

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In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corsoA questo indirizzo le puntate precedenti.

a cura di Valentina Buonaguro, Nicole Stella, Andrea Sponticcia

Nel 1975 gli studenti della IIIA di un liceo stringono un patto: versare ogni anno una somma di denaro in un fondo comune, destinato ai tre che sopravvivranno agli altri compagni. Così, nelle tre decadi successive, ogni rimpatriata assumerà i contorni mefistofelici di una competizione alimentata da rancori, sospetti e inganni. Quello che era nato come un gioco, si tramuta lentamente in una scommessa diabolica, capace di rilevare il lato peggiore dei partecipanti, ancorati alla miseria delle necessità materiali e sospinti da una cupidigia spaventosamente umana. Con i Convitati di pietra Michele Mari conduce i lettori su un sentiero obliquo che passa con tagliente ineluttabilità sulle stagioni della vita: dalla spensieratezza di una gioventù idealizzata, ai pugnaci e sardonici fantasmi della vecchiaia; dalla scanzonata incoscienza di una promessa, al peso insostenibile di doverla adempiere.

Abbiamo incontrato Michele Mari per parlare del percorso che lo ha condotto a questo libro e dell’evoluzione di una scrittura che, nell’arco di trent’anni, ha attraversato forme, temi e linguaggi diversi.

Valentina Buonaguro: Molti suoi libri, come per esempio Leggenda privata, esplorano il territorio dell’infanzia. Con i Convitati di Pietra, invece, si è spostato all’altro estremo della vita. Quali consapevolezze nuove che non avrebbe potuto avere a vent’anni hanno trovato spazio in questo libro?

Michele Mari: Il romanzo è ancorato alla storia, all’età biologica dei personaggi che, pur essendo stati completamente inventati, corrispondono idealmente ai miei compagni di classe reali. La storia comincia negli anni Settanta, è intrisa della cultura e della lingua di quel decennio, per diventare poi un romanzo fantastico: coprendo quasi un secolo di vita, ci porta a considerare quella giovinezza dal punto di vista del superstite, di colui che appartiene ormai a due, tre, quattro generazioni successive.

Per illustrare questo concetto ho spesso citato Piccolo Grande Uomo di Arthur Penn, in cui l’intera vicenda del protagonista – un bianco adottato da una tribù di indiani, interpretato da Dustin Hoffman – viene raccontata da lui ormai vecchio e decrepito in una casa di riposo. Il filtro con cui la storia è rievocata non è tanto quello della vecchiaia quanto della decrepitezza: il sopravvissuto pensa alla propria giovinezza come alla vita di un altro. I ragazzi nel mio libro inventano una lotteria per la vita e per la morte, e chi sopravvive fino a una certa età, avendo accompagnato al cimitero tutti gli altri, si rende conto che quella giovinezza è perduta, che assomiglia più a un sogno che alla realtà.

VB: Rimanendo in tema dei sopravvissuti che citava prima, nel romanzo l’amicizia tra i compagni della IIIA è a lungo soffocata dalla morsa della competizione eppure nel finale riaffiora una dimensione più tenera e autentica. Questo slancio nasce dalla solitudine e dalla vecchiaia oppure è il patto stesso per quanto sciagurato a rinsaldare il legame tra i sopravvissuti?

MM: Entrambe le cose. Un patto sciagurato come questo richiedeva, nella prima parte del romanzo, un ritmo narrativo veloce, quasi sincopato, e quindi un trattamento volutamente abbozzato dei personaggi, ridotti a marionette manovrate sadicamente da me che dietro le quinte orchestro la danza. Man mano però che il loro numero diminuisce e questi embrioni di personaggi escono di scena, quelli che arrivano alla fine del libro – proprio per il fatto di essere durati nel tempo – conquistano una loro umanità, una coscienza, una sensibilità, e diventano capaci di vera amicizia, persino di amore, fino a formare quasi una famiglia. La seconda parte è dunque inevitabilmente più lirica e più struggente rispetto alla prima.

VB: Durante la stesura del romanzo trame e personaggi hanno preso direzioni che al momento della progettazione non aveva previsto e, in questo senso, le sue storie hanno ancora la capacità di sorprenderla mentre scrive?

MM: Fortunatamente, come già mi era capitato con Roderick Duddle – romanzo dai molti protagonisti e dalla trama complessa, dove tutti erano nemici di tutti e si facevano fuori a vicenda – ho goduto del privilegio del lettore che non sa ancora come va a finire la storia. Non avevo le idee chiarissime: sapevo che alcuni personaggi avevano più chance di altri di arrivare in fondo, ma l’ho deciso man mano, giorno per giorno, nel tempo reale della scrittura, lasciando che fosse il personaggio stesso a imporsi. A volte quasi mi stupivo nel rendermi conto che uno era ancora vivo, nonostante avessi progettato di eliminarlo, perché era riuscito a radicarsi per qualche pagina in più nella storia.

VB: A proposito di personaggi, in questo romanzo sembrano in qualche modo reificati: non sappiamo quasi nulla della loro vita interiore, esistono solamente in quanto ex alunni della IIIA. Per contro è molto presente la città di Milano restituita con una topografia esatta e meticolosa, di ciascun personaggio è infatti indicato l’indirizzo di casa, i ristoranti degli anniversari e le chiese delle esequie. Possiamo dire che questo impulso catalogatore e toponomastico è una costante di tutta la sua produzione. In questo libro la morte diventa anche un principio di ordinamento?

MM: Sì, la morte ma anche la malattia, l’inventario di tutti gli acciacchi vissuti come segnale di uscita di scena: tanto più sono evidenti le infermità corporee, tanto più salgono le possibilità che un personaggio sparisca. Di qui il filone delle scommesse clandestine, il lavorio mentale sordido e cinico a cui si abbandona una parte del gruppo. La mania della catalogazione e della precisazione topografica è del resto qualcosa che mi appartiene, che ha a che fare con la mia forma mentis prima ancora che con la mia poetica. Quei dati mi sembravano tanto più necessari quanto più, per contro, sono assenti i dati storici: la storia pubblica e politica del paese non c’è – le Brigate Rosse, il rapimento di Aldo Moro – e i personaggi vivono quindi in una bolla. L’unico modo per renderli plausibili era declinarne l’indirizzo in vita e in morte: la casa, la chiesa, il cimitero.

VB: La sua scrittura è stata definita raffinata e brillante, capace di tenere insieme la leggerezza e la malinconia della vecchiaia con incursioni nel grottesco e nella crudele ironia, come ha trovato il tono giusto per un materiale così delicato dove il rischio era di scivolare o nel cinismo puro o nella commozione facile?

MM: Il tono che mi ha consentito di affrontare tematiche così scabrose – la rivalità per la vita e per la morte, l’augurio che il compagno muoia prima di te – è stato quello dell’ironia e della stilizzazione umoristica propria di una certa tradizione anglosassone, più che italiana. Nella seconda parte del libro, invece, tanta cattiveria e tanto cinismo lasciano il posto all’empatia, alla malinconia e alla solidarietà. Non si tratta dunque di un’alchimia puramente stilistica o timbrica, ma di qualcosa che ha a che fare con la trama stessa, con i temi della storia.

VB: Dopo oltre trent’anni di pubblicazioni tra narrativa, poesia, teatro e saggistica, come si è evoluto il suo rapporto con l’editing del testo?

MM: All’inizio il rapporto è stato conflittuale, per la fatica di imporre certe mie visioni e convinzioni. Col tempo, avendo con lo stesso editore ormai da venticinque anni, ci siamo conosciuti e abbiamo imparato a trovare un punto d’accordo: il rapporto si è alleggerito, è diventato molto più pacifico.

VB: Un’ultima domanda. La sua produzione ha attraversato territori vastissimi: l’infanzia, la memoria, il feticcio, il grottesco e ora, con i Convitati di pietra, la vecchiaia, la morte e l’amicizia.

Guardando indietro all’intero percorso c’è un tema, una forma che sente di non avere ancora esplorato fino in fondo e che continua a rimandare?

MM: Sì, moltissimi: direi che la quasi totalità dei temi non è stata da me toccata. Sono convinto che un autore, al di là delle sue intenzioni, sia condannato a scrivere sempre lo stesso libro sotto mentite spoglie: cambia lo statuto finzionale, l’ambientazione, il punto di vista grammaticale, le regole retoriche, ma resta di fatto legato a un nucleo biopsichico che impone le scelte. A variare sono le convenzioni formali, ma la sostanza antropologica è sempre la stessa. Il che significa che, in fondo, ho parlato sempre di me – anche se in modi diversissimi – per trent’anni. Resto consapevole che c’è un mondo intero rimasto inesplorato.

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