Andres Behring Breivik Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andres-behring-breivik/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 May 2015 12:47:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Andres Behring Breivik Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/andres-behring-breivik/ 32 32 Heroes, ma anche no https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/heroes-ma-anche-no/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/heroes-ma-anche-no/#comments Thu, 14 May 2015 12:47:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26857 Questo intervento è uscito su Bei Zauberei
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di Costanza Jesurum

Bisognerebbe sempre essere indulgenti quando dal mondo intellettuale arriva qualcuno che animato dalle migliori intenzioni prende delle categorie della clinica, delle questioni che riguardano la clinica, e ne fa una metafisica personale allo scopo di mettere in piedi una teoria della società. È una tentazione plausibile, forse persino un compito necessario - perché qualcuno insomma – si dovrà pur occupare di pensare a quello che succede, dovremmo pure tentare una ricerca di senso, e anche una strada per raddrizzare le cose. E quando si critica un simile tentativo – bisognerebbe sempre usare una certa gentilezza se ci si dovesse accorgere di una certa bontà di fondo nell’autore, una sua reale preoccupazione per l’umano, per il vicino, un dolore per il tragico. E tutte queste cose le scrivo perché ho finito di leggere gli Heroes di Bifo, Franco Berardi, che ho avvicinato con un consistente risentimento per vedere reiterato il vizio di un’intera classe intellettuale, e che lascio invece con una sorta di dispiacere perché quel che temevo, il parlare astrattamente della carne che soffre schiacciandola in categorie che la includono solo blandamente, è abbinato a un sostanziale buon cuore.

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solitudine

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di Costanza Jesurum

Bisognerebbe sempre essere indulgenti quando dal mondo intellettuale arriva qualcuno che animato dalle migliori intenzioni prende delle categorie della clinica, delle questioni che riguardano la clinica, e ne fa una metafisica personale allo scopo di mettere in piedi una teoria della società. È una tentazione plausibile, forse persino un compito necessario  – perché qualcuno insomma – si dovrà pur occupare di pensare a quello che succede, dovremmo pure tentare una ricerca di senso, e anche una strada per raddrizzare le cose. E quando si critica un simile tentativo – bisognerebbe sempre usare una certa gentilezza se ci si dovesse accorgere di una certa bontà di fondo nell’autore, una sua reale preoccupazione per l’umano, per il vicino, un dolore per il tragico. E tutte queste cose le scrivo perché ho finito di leggere gli Heroes di Bifo, Franco Berardi, che ho avvicinato con un consistente risentimento per vedere reiterato il vizio di un’intera classe intellettuale, e che lascio invece con una sorta di dispiacere perché quel che temevo, il parlare astrattamente della carne che soffre schiacciandola in categorie che la includono solo blandamente, è abbinato a un sostanziale buon cuore. Alato, apolide, ma pur sempre realmente interessato agli altri. Io avevo già intuito, anche perché ne avevo anche avuto qualche boccone anticipato, il nocciolo del libro – ma non conoscendo Berardi, non mi aspettavo quel senso di gentilezza e di buona fede. Per cui, con mia sorpresa, mi sono ritrovata a dire:
ma Bifo, macheccazzo.
Mi stai simpatico e mi procuri per questo un imprevisto senso di delusione.

La teoria di fondo è questa: si sta sempre peggio, in specie in occidente, ma considerando l’occidente una categoria estesa quanto pervasiva, che esclude tipo l’Africa e alcuni paesi dell’Asia. Questo occidente gigantesco si è infilato in un nuovo passo del capitalismo che distrugge le persone letteralmente, che le induce a un malessere senza scampo. Le famiglie vengono distrutte infatti, la rete sociale viene frantumata, le persone vengono messe all’angolo di una continua ricattabilità sociale, la costante precarietà economica mina il senso di sicurezza, e contro questa erosione dei soggetti spingono forze che chiedono invece di colonizzare, di dominare, di conquistare, di controllare di farsi vedere in una posizione di falso dominio. La capacità intellettuale è colonizzata da questo contrasto, e il soggetto è – in misura relativamente variabile – dalle Alpi alle Piramidi dal Manzanarre al Reno – scalzato da se stesso. Di fronte a questa prospettiva terribile allora l’atto suicidario diventa un atto di protesta, un atto di sottrazione, persino una sorta di spiaggia nobilitante. Comunque, sempre l’esito delle forze di questo presunto sistema unico dell’esistente.

All’analisi di questo tremendo fenomeno, in parte oggettivo e reale, Bifo dedica trecento e rotte pagine, puntellate di suicidi e di suicidi omicidi, che come stelle irradiano la rete sociale ed esistenziale di provenienza, si specchiano e si confermano l’un l’altro in un’unica lettura possibile dell’esistente.  Le ultime cinque invece suggeriscono come rimedio l’autonomia ironica – devo dire lasciandomi discretamente di stucco. Perché insomma dopo trecento pagine di morte coatta dell’individuo, di logiche pervasive che erodono la libertà materiale e spirituale, di vicende mortali e tragiche, scritte anche con una serietà e affettività ammirevole, l’evocazione della autonomia ironica è un’istigazione all’insulto.

E quando ho cominciato a occuparmi di questo libro avevo tacciato  Bifo di essere un radical chic. Ma no! Non conosci la sua autobiografia, mi venne accoratamente detto. Eh, però cazzo di fronte a uno che si ammazza dopo aver sparato a una classe di bambini, l’autonomia ironica ecco. Me dovete legà.

Certo il libro merita di essere letto e stimola anche tante utili riflessioni. Esiste davvero un capitalismo stritolante, espropriante, desoggettificante, patologizzante.  Esiste una frantumazione della rete sociale che lascia le persone più sole e in difficoltà, esiste certamente un mutamento di prospettive generazionali per cui, il futuro che in occidente si disegna all’orizzonte può avere qualcosa di incerto e mortifero, e sinistro. Esistono certamente circostanze drammatiche che ingoiano la vita di alcuni e anzi di molti. È difficile non avere gli occhi per vederlo. Sia nel proprio privato, sia nella vita delle persone a noi vicine, che accendendo un telegiornale. Ma Berardi prende questo turbo capitalismo e per esigenze di sistema teoriche ci ficca tutta la realtà possibile, ci ficca tutto il mondo, ci ficca i giovani i vecchi e i bambini, ci ficca le lotte politiche e gli attentati, i suicidi e gli omicidi. In una premoderna visione della realtà in cui Dio è dato per morto, Woody Allen è spacciato – rimaniamo fermi alla teoria del Capitale. Il totem vetero marxista sbriluccica come non mai e si mangia tutte le chiavi di lettura e di lavoro che abbiamo messo sul tavolo nell’ultimo secolo.

Cosicché il monito che faceva tanto ben sperare all’inizio del libro – gli unici che hanno qualcosa da dire sono gli psicologi! Peccato non li ascolti nessuno – viene tradito con somma convinzione per tutto il resto del tomo. Perché tra gli arnesi e gli occhiali che oggi non possono essere lasciati da parte quando si parla di individui e collettività – quelli della ricerca psicologica sono diventati ineludibili specie quando a sostegno delle proprie tesi si fanno inferenze che riguardano un ambito psicologico prima che sociologico e culturale. Stabilire se una persona si suicida per il turbo capitalismo o per altre cause è un quesito tecnicamente e prioritariamente psicologico – la domanda per cui oggi siamo di fronte a un numero maggiore di omicidi suicidi rimane una domanda strettamente psicologica – posto che il dato sia corretto. Posto che l’impianto sotteso del libro non esplicitato ma continuamente reiterato – il male arriva con il capitalismo, il capitalismo peggiora l’esistente non sia una favola ottimista – ma di questo parleremo dopo. E forse sarebbe saggio per non dire umile, prendere in considerazione le logiche che di solito connotano la riflessione psicologica, la quale in primo luogo non può permettersi totem di nessun genere.

La psicologia o la psicoanalisi hanno infatti qualcosa da dire, perché non parlano dell’umano, soltanto. Non ne leggono esclusivamente, ma ci si confrontano con lunghi scambi i quali devono prescindere – specie per chi eserciti anche nel servizio pubblico – dall’illusione che altri funzionino come noi, siano permeabili alle nostre stesse categorie. Tradotto. Vedere un paziente – sentire una persona che parla implica riconoscergli una cultura di provenienza, un mondo e una storia. A quella microcultura farà riferimento, a quella sua storia individuale e sociale. Parlerà dei suoi affetti, delle sue origini e persino, volontariamente o meno di quell’alterità irriducibile a nient’altro che è il suo corpo. Si dovrà riconoscergli la strutturazione di qualcosa che è avvenuto in tempi passati e che ora è anche più o meno dolorosamente stabile. In quell’intreccio dolorosamente stabile sta la spinta eventuale a un atto omicida o suicidario. Qualche volta, potrà capitare che nel parlare di se e trovare un bandolo, la persone lamenti le strettorie esistenziali della logica moderna, altre capiterà che il clinico  addirittura le veda per lui. Ma tanto tantotanto spesso, Bifo mio, non gliene frega niente. O meglio, accade che riconoscano gli oggetti di cui parla Bifo – anche se non sempre – come complementi oggetti delle loro azioni, ciò che la psiche usa.  E più le persone stanno male, e sentono la sirena della morte, inflitta e autoinflitta più la questione è secondaria o tuttalpiù strumentale, non per inconsapevolezza – ma per epistemologia individuale.

Al mondo intellettuale piace sempre mettere in discussione l’agency degli altri per portare avanti l’idea che siano sempre completamente agiti da quelle stesse forze culturali che il filosofo o lo scrittore vanno invece disvelando  con narcisistico vantaggio – io sì che ti ho capito! Tu di te non ci hai capito un cazzo. In questo il lavoro di Bifo è nel solco e in questo ha i suoi meriti e grandi limiti. Stabilisce infatti un’idea di condizionamento che è fallace  sia perché non vede le diverse priorità che hanno le diverse contestualità culturali e psichiche, sia perché da molta importanza al commercio costante tra soggetto e mondo esterno pensandolo sempre uguale nelle diverse età della vita, sempre ugualmente strutturante, e senza la minima partecipazione dell’identità corporea. Il suicida o il pluriomicida interagiscono nel loro presente con una contestualità culturale, le rispondono riconoscendo una disperazione indotta e protestano a modo loro tutti invariabilmente agiti e in preda allo stesso tipo di protesta.

Tuttavia la ricerca psicologica di tutti i fronti va convergendo, anche dalle opposte fazioni della psicoanalisi freudiana e del cognitivismo, sull’idea che siano le relazioni della prima infanzia insieme alla strutturazione biologica della persona a formare le sue strutture difensive e adattive, e a costituire successivamente la sua dimensione problematica.  E quello che accadrà dopo riguarderà molto l’efficacia delle strutture difensive e adattive, e la risultante di quella orchestrazione esistenziale che è l’intreccio tra biologico e psichico che si reifica nel concetto di plasticità neurale. La biologia ha tanto da dire in queste cose, che ci piaccia o meno. E in sede di colloquio clinico le persone spontaneamente mettono su questa strada. L’organizzazione patologica – una formula che forse a quel mondo intellettuale suona politicamente scorretta ma che testimonia di una necessaria assunzione di responsabilità – è spesso allora il risultato di un intreccio tra vulnerabilità biologica e un primo ingresso nella vita accaduto in circostanze deprivanti o variamente traumatizzanti che mettono in mano alla persona un armamentario esistenziale insufficiente, la cui insufficienza salta particolarmente all’occhio quando si constata la difficoltà a scambiare con il mondo esterno, a comunicare a percepire, a essere appunto influenzati, sommersi o salvati.  E quando si parla con chi è più sommerso, si è dolorosamente colpiti dalla prigione comunicativa in cui sono caduti, dall’inamovibilità scarsamente adattiva delle loro categorie relazionali. Dal fatto che un antico mondo interno è rimasto come era nei primi anni di vita, perché nessuno ha messo in mano gli strumenti per modificarlo.

Ora io non ho incontrato né Breivik né nessuno dei personaggi di cui parla Berardi – ma anche quando si incontrano persone che fanno atti relativamente più modesti per esempio tentare di uccidersi con i proprio figli piccoli come fece una mia paziente, o dare fuoco a un appartamento con delle persone dentro come fece un altro che seguii per un breve periodo – ci si scontra con una più o meno lunga difficoltà a trovare i canali di scambio e di permeabilità con l’esterno. In quella difficoltà e in quella scarsa permeabilità stanno molti dei problemi di quei pazienti e molti dei problemi della costruzione teorica di Bifo.  Quel tipo di trame esistenziali non solo è scarsamente permeabile al peggio della vita, ma anche al meglio, anche a un presunto mondo magnifico e meraviglioso che non stritola non chiede e non toglie. Quel tipo di trama esistenziale riesce a nutrirsi molto poco – lo dimostra la maggiore percentuale di insuccessi rispetto a tante altre dimensioni problematiche che hanno le psicoterapie con questo tipo di assistiti (nel fortunatissimo caso riescano ad essere assistiti).

È un gran guaio. Per usare un eufemismo.

La questione che la psicologia pone – è che fondamentalmente il successo dell’essere umano rispetto alle altre specie – è la sua incredibile adattabilità alla peggio merda. La quale, se diamo uno sguardo al passato e alle circostanze in cui si dibattono gli uomini fuori dal capitalismo, è sempre stata a un livello costantemente alto. Qui entriamo nell’arbitrario, e io mi rendo conto che questa è una mia visione personale antagonista a quella di Berardi, ma fondamentalmente non penso che prima dell’avvento capitalistico era tutto bello e carino e la gente non si ammazzava perché che bella la rete sociale. Ah e c’era la famiglia, patriarcale ma vabbè! Si stava tutti sotto lo stesso tetto che letizia!  Io penso in tutta onestà che il Mondo abbia fatto sempre piuttosto schifo per la maggioranza delle persone, e che il vecchio impulso di morte – thanatos – la radice maligna e autodistruttiva si esprimesse con altri linguaggi. Che bisogno c’è di compiere il rito suicidario se dispongo di altri riti suicidari implicitamente istituzionalizzati? Che bisogno ho di proiezioni psichiche collettive – al di là dell’efficacia invogliante  di una riproduzione mediatica – se ho queste occasioni quotidiane di ammazzare qualcuno? Non schiantavano aerei, ma uccidevano bambini, fedifraghe, condannati a morte, nemici, ladri dentro casa, pirati in mezzo al mare. E prendevamo a sassate infedeli e omosessuali – cosa che per altro nel turbo capitalismo ancora si continua a fare e provoca un dolore che con il capitalismo non c’entra niente. In ogni caso morivano di merda e di malattia, stupravano come prassi giuridica, vendevano figli. Il femminile era la palestra di esorcizzazione quotidiana per qualsiasi maschio medio, e quando c’era da esercitare il dominio di parti di se indesiderate e proiettate altrove ti stupravi la novella sposa del bracciante e apposto così. Non c’era proprio bisogno di andarsi a cercare thanatos con tanto sofisticato accanimento –  thanatos era all’ordine del giorno. E la malattia ti portava via prima che ti stancassi di te stesso.

Il capitalismo col turbo o meno, cavalcando ambizioni smodate insieme a una vasta coltre di sentimenti ignobili – la competizione, la paura, la rivalità, la vanagloria – cerca reiteratamente di espungere thanatos, per poi ritrovarsela invitta e gloriosa riemergere tra le maglie delle sue relazioni interne. Thanatos non si serve solo del capitalismo, come sostiene Bifo, ma di una vasta intelaiatura di significanti e narrazioni che sono iscritte all’interno di esso e possono esserne blandamente condizionate, o non esserlo affatto, o anche esserlo molto. L’organizzazione politica ed economica di un gruppo sociale viene sempre dopo gli esseri umani che lo costituiscono – l’organizzazione politica è l’esito di un contratto sociale. Thanatos arriva prima, thanatos è prima del bellum omnium contra omnes, è ciò che lo fa è l’umano. Dire perciò che è il capitalismo a generare thanatos è illusorio – almeno per me.

Possiamo però dire che in diverse circostanze ci si allea, e – magari lasciando da parte l’autonomia ironica ma invece facendo ognuno la sua parte – possiamo rimboccarci le maniche e compiere la nostra lotta, che spesso ci fa strappare dei bei punti. Bambini che vanno a scuola. Una coppia che si forma. Una specie la cui estinzione è rinviata. Un parco pubblico. Una scarcerazione. Un progetto di reinserimento nel mondo del lavoro per ex tossicodipendenti. Una casa. Una psicoterapia. Un libro. Ognuno ha il suo braccio, il suo carattere e la sua vocazione per acciuffare il prossimo, e pure un libro su come il capitalismo accelerato taglia la strada può andar bene.

Ma se si vuole dimostrare come ciò arrivi a performare la vita dei singoli e a strutturare funzionamenti patologici sulla lunga durata, se si vuole fare una relazione tra il pluriomicida e la matrice sociopolitica, ci si deve concentrare sui modi in cui la matrice sociopolitica agisce sulla matrice relazionale.  Con l’onestà intellettuale di valutarne i doppi effetti però – nel bene cioè come nel male. Questa possibilità è solo sfiorata in alcune ottime occasioni mancate del volume. Si parla di una generica crisi del padre, di un’eclissi del paterno in termini di lessico e di valori, si allude con qualche biografia smozzicata e qualche commento consapevole alla distruzione della cornice familiare in un modo che finisce coll’essere solo retorico, ma che non spiega bene invece cosa succede psicodinamicamente a un bambino che nasce in carcere e che viene separato dalla madre a forza quando ha tre anni – come funziona attualmente almeno in Italia. Non prende in carico la disamina degli effetti sulla strutturazione dell’io e del superio del dilagare dell’alcolismo o della tossicodipendenza in certe regioni del turbo capitalismo e il mancato investimento nel recupero dovuto al fatto che è considerato probabilmente poco redditizio. Cosa succede alla strutturazione della personalità di un ragazzo il cui genitore pari sesso è alla deriva? Cosa succede alla personalità di un bambino a cui il padre, o la madre, dimenticati dal capitale in quanto scarsamente remunerativi, spengono le sigarette addosso? Che farà la ragazzina a sette anni messa in strada da sua madre e picchiata perché non partecipa alle logiche del capitale con il dovuto zelo? Che succede ai ragazzini che vedono il padre accoltellare la madre? Che succede se invece un ragazzino viene lasciato da solo a un anno, due anni, tre anni, per lungo tempo? A quello a cui nessuno da niente per lungo lunghissimo tempo? Queste sono le cose che quando vanno male, danno all’individuo un equipaggio inadeguato anche al migliore dei mondi possibili.
Sarebbe bello – un prossimo libro su questo.

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Nazifascismo: «Non è male…» https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/#comments Thu, 22 Mar 2012 09:51:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7091 Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell'isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L'articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

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Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell’isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L’articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

L’attentatore sembra essere uno solo. Biondo, occhi azzurri, norvegese doc. Si chiama Andres Behring Breivik, 32 anni, cristiano, di estrema destra, carico d’odio per islamici, gay, decadenza morale dell’Occidente, debolezza dell’Europa piegata alla follia del multiculturalismo. Il modello Pavlov agisce ancora: è un folle. Come Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklaoma City nel 1995.

I giornali raccontano la sua biografia, come ha costruito la bomba nella casetta di legno nel cuore agricolo della Norvegia, com’è arrivato all’isola di Utoya, come ha sparato, come se n’è andato. Dicono della sua passione per videogame violenti e film epici. Analizzano il suo profilo Facebook, costruito ad hoc per creare un personaggio (“amici”, però, nessuno). Accennano al neonazismo (con mappe e grafici sull’estrema destra europea, istituzionale o meno) e all’integralismo cattolico, spesso alleati.

Sotto vesti pacifiche, la Norvegia cova braci pericolose? Il diavolo passa per la musica, sempre, e i nordici gruppi black metal (noti satanisti…) e le loro imprese sono considerati indice di un’inquietudine diffusa, che i lettori di gialli scandinavi già conoscono.

Gabriele Romagnoli ne parla su Repubblica (24/07/2011), ricordando che «la funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle». Cita Anne Holt, Arne Dahl, Stieg Larsson, parla dell’ombra neonazista nei loro libri, ma chiude con Lars Saabye Christensen, nel cui romanzo La modella la moglie del protagonista cura la scenografia di un lavoro di Ibsen. «Lei è molto fiera di una sua trovata: ha fatto dipingere di rosso il muro alle spalle degli attori sul palco. Lui osserva perplesso, poi dice: “Non è eccessivo? Manca solo che tu appenda un cartello con su scritto: qui sta per accadere qualcosa di terribile”. Ecco: la letteratura nordica degli ultimi anni è stata quel muro rosso. Ma abbiamo continuato a pensare che fosse il fondale di un palco dove si recitava e poi tutti tornavano a casa, felici e assistiti».

Ecco, a ben vedere, quel palco esiste da tempo ovunque, anche in Italia. Quella scenografia rossa si è arricchita di svastiche o celtiche, ed è entrata nel nostro campo visivo senza produrre reazioni di massa efficaci, anzi: arrivando a non produrre più allarme.

Torniamo ai giorni di luglio, alle notizie norvegesi. Si trova on line A European Declaration of Independence – 2083, manuale-manifesto di Andrew Breivik (così si firma). Un memoriale con giustificazioni teoriche, analisi storiche, individuazione di buoni e cattivi, una lunga autointervista. Il quotidiano norvegese Verdens Gang lo mette in relazione con Theodore Kaczynski, Unabomber (quello americano). L’analogia è ripresa da tutto il mondo. Breivik mescola Odino, Crociati, Templari, Adorno e molto altro in un collage da brivido. Immagina una sorta di ordine cavalleresco: Commilitones Christi Templique Salomonici, pro crociata paneuropea, conservatori monoculturalisti, inneggianti al patriarcato, antiislamici, cattolici, anticomunisti e (in qualche modo) antifascisti, in lotta contro femminismo, Unione Europea e globalizzazione. Breivik si definisce «cultural conservative, revolutionary conservative, Vienna school of thought, economically liberal», e non si ritiene né nazista, né fascista, né razzista. Ha però ammirazione per l’English Defence League, estrema destra inglese (che sostiene abbia allontanato dal suo interno i neonazisti) e indica tra gli schieramenti politici stranieri da appoggiare anche gli italiani Alleanza Nazionale, Lega Nord, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, La Destra, Fronte Sociale Nazionale, Forza Nuova e Destra Nazionale.

Proprio in Italia, nella fiammata d’interventi sorpresi del nemico in casa, cristiano, conservatore, di destra, appaiono articoli sorprendenti. Vittorio Feltri su Il Giornale (Quei giovani norvegesi incapaci di reagire, 25/7/201) non discute le tesi di estrema destra, ultranazionaliste, integraliste cattoliche, razziste, dell’attentatore norvegese, non attacca i frasari violenti di ambienti di destra, non solo estrema (frasari considerati in Italia folclore di certi partiti), che alimentano un modo banalizzante e pericoloso di vedere la complessità del presente. Si chiede invece come mai i 500 giovani sull’isola di Utoya non siano riusciti a fermare la carneficina.

In compenso, Mario Borghezio (già frequentatore di raduni europei di estrema destra) dichiara ai microfoni della Zanzara su Radio24 che Breivik «è il risultato di questa società aperta, multirazziale, direi orwelliana», che «questo tipo di società è criminogeno» e che «certe situazioni di disagio e di insofferenza è inevitabile che sfocino in tragedia», perché «quando una popolazione si sente invasa, poi nascono dei fenomeni di reazione», anche se gli eccessi «sono da condannare» (26/7/2011).

Insomma, Feltri ignora il problema, Borghezio conferma il manifesto di Breivik. Con l’europarlamentare, per pressioni internazionali, c’è una parvenza di reazione, anche nella Lega Nord, con Roberto Calderoli che prende le distanze (d’altronde, nel ’94 Bossi tuonava: «mai coi fascisti!»). Ma la reazione dura il tempo della notizia in prima pagina, poi arriva il “generale agosto”.

Negli stessi giorni, su Radio Popolare Network esperti e studiosi dicono che non si può parlare di gruppi nazisti in Norvegia, perché là esiste una diffusa lotta antifascista e antinazista. Lo stesso Breivik, infatti, sostiene di non esserlo. E comunque ha poco senso parlare di problema “nazionale” nell’era di internet. Già nel 2001, all’esplosione del web 2.0, Manuel Castells in Internet galaxy scriveva: «i movimenti sociali di ogni tipo, da quelli ambientalisti a quelli di estrema destra (per esempio nazismo e razzismo), hanno tratto vantaggio dalla flessibilità della rete per dare voce alle loro visioni e collegarsi alla nazione e al globo».

L’Italia, più volte citata da Breivik, è come il resto del mondo connessa alla rete, e saltuariamente il rapporto tra neofascismo e web arriva alle sue cronache. Succede o in occasione di atti di violenza, o in presenza di fatti troppo clamorosi per essere ignorati. Come nel 2008, sulla scia del caso dei video su youtube dei 99 Fosse, gruppo anni ’90 con canzoni inneggianti al nazismo e al razzismo su musiche di brani come “Laura non c’è” di Nek, che diventa “Anna non c’è”, su Anna Frank. L’Unità (20/11/2008) dedicò alcune pagine al dilagare dell’estrema destra nei social network, a suoi presunti rapporti con il fondamentalismo islamico, e a una task-force israeliana, i “Wiesenthal del Terzo Millennio”, cacciatori di nazisti sul web, mappatori dell’odio antisemita in rete, tra revisionismo e negazionismo.

Che i gruppi organizzati esistano e usino la rete è cosa nota. Come che i social network siano grandi contenitori, come d’altronde il web, in cui sta di tutto, in conflitto. Ed è ipocrita gridare al neonazifascismo quando avvengono fatti eclatanti. Il problema è piuttosto che si diffonde da anni l’humus: la familiarità e l’indifferenza verso icone, slogan e simboli di estrema destra. «Un’onda nera appiccicosa, che cola dalle tv e dai settimanali rosa», cantavano in Giro di vite i Modena City Ramblers nel ’96. Gli anni in cui Francesco Guccini, intonando ai concerti Canzone del bambino nel vento (Auschwitz) diceva che quando l’aveva composta, mai avrebbe creduto di dover continuare a cantarla così a lungo. E non si riferiva al compiacere il desiderio del pubblico.

Facciamo un esempio. Nei giorni successivi ai fatti di Oslo, in un post del 23/7, Nicolò Mingozzi nel suo blog denuncia con un video la presenza di gadget nazifascisti nei negozi della passeggiata estiva riminese, viale Regina Elena. Bottiglie di vino con etichette con Hitler, Mussolini, svastiche, croci celtiche e affini, tra giochi per bambini e molto altro. Un fatto che l’Anpi denuncia da anni. La notizia rimbalza in rete, su quotidiani, ma dopo un po’ di clamore estivo, contenuto, tutto parrebbe passato.

Le immagini del revival nazifascista sono ovunque. Non solo nel web, non solo in spazi di gruppi neofascisti organizzati. Ed è tutto “normale”, quotidianità. Nella moda, appaiono da tempo vestiti decorati con croci celtiche, o richiami a esse. Se ne discute in rete, ma c’è sempre o il saputello che ricorda l’origine celtica (e quella orientale della svastica), o il “democratico” che dice che se non scompaiono falci e martello e Che Guevara, perché devono scomparire i simboli di destra?

Ragioniamo a partire da quest’ultima provocazione. Prendiamo il Che. Non a caso Viktor Pelevin nel suo Babylon (1999, trad. it. Mondadori 2000) mette in scena lo spirito del Che: spiega a un copywriter i meccanismi della pubblicità. Non è nulla di blasfemo, anzi: quale icona più commercializzata, più svuotata di significato? Nel migliore dei casi, politicizzato, il suo viso sulla bandiera esprime desiderio di giustizia, generica protesta (nulla a che vedere con: guerra no, guerriglia sì). E quanto rivoluzionarie sono magliette, perizoma, bandane, sciarpe, magliette, gadget vari col suo volto? Per non parlare del suo utilizzo su orologi e addirittura in pubblicità di finanziarie, com’è avvenuto negli anni zero.

Ci si abitua, diventa folclore, nessuno lo teme più. Così succede anche per i simboli della destra: nella civiltà delle immagini, l’homo videns familiarizza. E quindi l’allarme scema. Ma c’è un problema. A un certo punto, in Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia (Feltrinelli, 2004), Babi vuole farsi un tatuaggio; per sceglierlo, sfoglia un catalogo con l’amato Step, che le indica una svastica nazista dentro una bandiera dal fondo bianco dicendo «non è male…».

Ecco: «non è male…». Quei puntini lasciano in sospeso un’affermazione che può leggersi come «non è cattivo», un po’ come i bambini dicono per giustificarsi dopo una parolaccia o qualcosa di sbagliato: «non è una brutta cosa». Insomma, «non è un/il male». Oppure può leggersi come­ «non è brutto», un commento estetico: è carino. In entrambi i casi, cessa di essere segno di ciò che è stato. Cessa di essere l’orrore. E, nel secondo caso, guadagna in simpatia. E si associa al concetto di forza. E magari il saputello ne ricorda l’origine orientale e che il nazista ne ha solo invertito l’andamento. Insomma, viene sdoganata, piace, fa figo.

Il fatto è che Berlusconi nel ’94 ha sdoganato la destra postfascista, ma la storia politica istituzionale della destra italiana dell’ultimo ventennio dentro i Palazzi è stata accompagnata da tante cose successe fuori dal Palazzo, ben più importanti come impatto e capillarizzazione di un certo tipo di discorso. Si sono moltiplicati i centri sociali di destra, ad esempio, argomentazioni razziste e sessiste sono filtrate ovunque, si è scambiato il dimenticare/rimuovere/riscrivere il passato (basta con comunismo, fascismo, antifascismo, destra e sinistra! L’insopportabile e barboso Novecento!) con il desiderare un futuro, guardare avanti. E parole e gesti hanno perso valore, usati con troppa leggerezza. Berlusconi è solo un epifenomeno quando insulta Martin Schultz al Parlamento Europeo offrendogli la parte di “kapò” in un film sui campi di sterminio (2003), o quando dice ai giornalisti del tabloid inglese Spectator che il Duce “non ha mai ammazzato nessuno” e che “mandava la gente a fare vacanza al confino” (2001), o quando nel 2006 in campagna elettorale è acclamato da ragazzi di Forza Nuova al grido “Duce Duce”.

Il vero sdoganamento del nazifascismo è nelle strade. Il comune paesaggio visivo quotidiano è costellato di oggetti che fanno familiarizzare con simboli e slogan atroci: la maglia “boia chi molla: o con noi o contro di noi” venduta tra i souvenir all’entrata di luoghi meta di gite scolastiche come le Grotte di Frasassi o nelle piazze di città d’arte; il saluto romano del calciatore Paolo Di Canio ai suoi tifosi, gli ultras laziali, già autori dello striscione “Onore alla tigre Arkan”; il fiorire di celtiche, svastiche e altro nelle curve degli stadi, conquistate dalla destra; i “documentari” televisivi sulla vita di Mussolini volti a scoprire l’uomo, così sensibile e delicato, nella sua intimità, tra camera da letto e cucina; le collanine con croci celtiche e icone naziste vendute nelle bancarelle di qualsiasi località turistica; i calendari e i busti del duce in qualsiasi mercatino più o meno d’antiquariato; la celtica al collo del sindaco di Roma Gianni Alemanno giustificata con il ricordo per l’amico…

Nel luglio 2011, la “Bild” tedesca costringe Michelle Hunziker a licenziare la sua guardia del corpo tatuata con il pugno bianco White power, per poi riassumerlo dopo pochi giorni, pentito, coperto il pugno con una rosa. E in Gran Bretagna, nel 2005, il principe Harry in divisa nazista alla festa in maschera immortalato sul Sun (“Harry The Nazi”) ha causato scandalo, riprovazione, ma si parlava di “gaffe”. «Non è male…»? I casi citabili sono tanti.

Massimo Zamboni, ex Cccp e Csi, ora solista, nel libro Prove tecniche di resurrezione (2011) ha inserito il racconto “Le ceneri, il ritorno”, riflessione sul Treno della memoria, che da Carpi ha portato 700 studenti ai campi di Auschwitz e Birkenau il 27 gennaio, giorno della memoria. E proprio a Birkenau, nel campo, ha incontrato quattro naziskin in divisa nera con una bottiglia di vino, per festeggiare.

Il problema è internazionale. Il circuito delle immagini pure. La scenografia rossa che annuncia qualcosa di terribile è sotto gli occhi di tutti. Ma in Italia, paese in cui da sempre si citano trame nere, in cui neofascisti condannati sono rimasti latitanti, in rapporti “curiosi” con i servizi segreti, si fa presto a dimenticare i coretti su Pinochet cantati alla caserma di Bolzaneto nei giorni di Genova 2001. Figurarsi quindi cosa importa quel che dice un Borghezio. E quel norvegese (come si chiamava?) era un povero pazzo. Non c’è tempo per pensare all’humus in cui si è nutrito. Voltiamo pagina.

Che distanza con l’immagine del carabiniere al processo per il Mostro di Firenze! Fine anni ’90: Vanni in vestaglia blu che sproloquia in aula urlando «Viva il Duce, il lavoro e la libertà! Ritorneremo! Prima o dopo!», e il carabiniere alla sua sinistra, appena inizia, gli afferra un braccio per farlo smettere. Perché inneggiare al fascismo non si può, l’apologia di fascismo è un reato, e un uomo dello Stato, un tutore dell’ordine deve intervenire per impedire un reato. Ma oggi, quel carabiniere sarebbe forse “antidemocratico”, e il giudice “comunista”, perché non lo lasciava parlare e lo trattava male, come si legge nei commenti al video su youtube.

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