Angela Davis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angela-davis/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:10:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Angela Davis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angela-davis/ 32 32 Angela Davis e la maturità di una rivoluzionaria https://minimaetmoralia.it/societa/angela-davis-la-maturita-rivoluzionaria/ https://minimaetmoralia.it/societa/angela-davis-la-maturita-rivoluzionaria/#comments Wed, 18 Oct 2017 12:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35336 di Sara Zucchini (la foto è di Giuliano Del Gatto)

Sono le 20:15 e la fila per entrare in teatro conta già qualche centinaio di persone. Dopo due giorni di incontri sulla politica internazionale, l’economia, i migranti, il global warming, il Venezuela, le graphic novel che sono anche reportage di guerra, la Siria, la Libia, la Brexit, la stanchezza comincia a farsi sentire. Mi fanno male gli occhi, mi fa male la schiena, sento che sto perdendo lucidità, ma se sono qui al Festival di Internazionale, dove da giovanissima ho lavoravo per mettere da parte un po’ di soldi extra e intanto sgattaiolavo dentro i teatri per ascoltare Chomsky o Randall, è per incontrare una donna da foto sul muro, come diceva De Gregori, che oggi è scesa dal muro, è uscita dai libri e dai poster, è diventata tridimensionale e parlerà qui, nella mia cittadina umida.

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di Sara Zucchini (la foto è di Giuliano Del Gatto)

Sono le 20:15 e la fila per entrare in teatro conta già qualche centinaio di persone. Dopo due giorni di incontri sulla politica internazionale, l’economia, i migranti, il global warming, il Venezuela, le graphic novel che sono anche reportage di guerra, la Siria, la Libia, la Brexit, la stanchezza comincia a farsi sentire. Mi fanno male gli occhi, mi fa male la schiena, sento che sto perdendo lucidità, ma se sono qui al Festival di Internazionale, dove da giovanissima ho lavoravo per mettere da parte un po’ di soldi extra e intanto sgattaiolavo dentro i teatri per ascoltare Chomsky o Randall, è per incontrare una donna da foto sul muro, come diceva De Gregori, che oggi è scesa dal muro, è uscita dai libri e dai poster, è diventata tridimensionale e parlerà qui, nella mia cittadina umida.

Angela Davis è una femminista, una filosofa, una comunista, un’attivista del movimento per i Diritti Civili degli Afroamericani, prima come affiliata del Black Panther Party, poi come militante nella cellula nera del Partito Comunista Americano; si è opposta alla guerra del Vietnam, si è battuta per i diritti degli omosessuali e dei transgender e ha sviluppato una critica profonda contro il sistema giudiziario e l’istituzione carceraria, svelandone la natura razzista e la struttura industriale.

Angela Davis ha settantatré anni e nessuna intenzione di abbandonare la lotta politica. L’ha ribadito all’undicesima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara, durante l’intervista di Ida Dominijanni al Teatro Comunale. Davanti a più di mille persone che la ascoltavano immerse in un silenzio irreale, ha cercato di riabilitare la necessità, lattualità e la potenza del “femminismo”, contro l’obiezione secondo cui la (presunta) scarsità dei risultati tangibili dal femminismo storico dovrebbe bastare a dubitare della sua efficacia.

Questo genere di argomenti, sostiene Davis, si limitano a creare un effetto psicologico al dibattuto, puntando a smorzare gli entusiasmi piuttosto che a fornire una critica realmente insidiosa. I meriti della lotta, a suo parere, non sono misurabili in termini di risultati ottenuti perché la lotta si fonda solo su stessa e sui principi che la motivano, a prescindere dalla certezza in un futuro trionfo. A cosa servirebbe, d’altronde, mettersi a elencare le ragioni del fallimento di una proposta politica, se non a delegittimarne le potenziali esperienze successive?

È evidente che c’è ancora molto da fare ed è proprio per questo che oggi si rende auspicabile un femminismo ancora più radicale del precedente. Ma in che senso parlare di radicalizzazione della battaglia femminista? Almeno secondo due diverse prospettive: la prima riassumibile nel concetto di intersezionalità, la seconda nel progetto di assumere il femminismo come metodologia esemplificativa della lotta politica tout court.

Andiamo per gradi. Intersezionalità, secondo Wikipedia, significa comprendere in che modo “l’ingiustizia sistematica e la disuguaglianza sociale avvengono a partire da una base multidimensionale”. Il che vuol dire che le manifestazioni di violenza e oppressione non sono mai isolate e non dipendono mai da una sola causa. Sia che si tratti di motivazioni riguardanti il genere, l’etnia, la classe sociale, l’orientamento sessuale, la religione, la disabilità, l’età, la nazionalità, le discriminazioni non vengono mai sole. La questione del genere è sempre legata al ceto di appartenenza e al livello di istruzione così come alla qualità del servizio sanitario a cui si ha diritto, e diventa quindi molto difficile non integrare le molteplicità di discorsi che riguardano la rivendicazione di tali diritti e, con le parole di Davis, “femminismo e lotta di classe o di razza sono inscindibili”.

In un contesto socioculturale che opprime allo stesso tempo le donne e le minoranze etniche, è necessario riconoscere che laddove la discriminazione si manifesta su più livelli, sarà indispensabile l’interconnessione delle lotte.

Il femminismo moderno che auspica Angela Davis è quindi allo stesso tempo anticapitalista, antirazzista, antifascista e contro ogni generalizzazione e imposizione di genere. In questo primo senso è un femminismo radicalizzato, che non teme di ridefinirsi in base alle condizioni socioculturali del contesto in cui si mostra come necessario e di unire a sé più fronti di resistenza, in conformità con l’orizzonte sociopolitico composito in cui viviamo.

Presupporre che un movimento ne implichi naturalmente un altro e che chi è impegnato nel difendere i diritti di una minoranza oppressa sia disposto a difendere anche quelli di un’altra non è affatto scontato. Anche nel caso del movimento per i diritti civili degli Afroamericani, ad esempio, gli sforzi delle donne, che facevano la maggior parte del lavoro, non hanno lasciato traccia nella memoria collettiva. Di quelle donne, salvo alcuni casi, non si conoscono i nomi. Questo successe perché la maggior parte delle donne nere, all’interno del movimento, non si consideravano femministe e accettavano le gerarchie imposte dagli uomini, a cui lasciavano i ruoli di rappresentanza. Nell’autobiografia politica che scrisse ad appena ventotto anni, e che si propone di essere il documento di una memoria collettiva, al di là dei personalismi, ricorda uno di quegli episodi in cui si crearono contraddizioni nel movimento dovute proprio alla mancata convergenza degli sforzi:

Alcuni dei fratelli si facevano vivi solo per le riunioni del direttivo (non sempre), e ogni volta che noi donne eravamo impegnate in qualcosa d’importante protestavano che «le donne si stavano impadronendo dell’organizzazione» e parlavano di colpo di stato matriarcale. Venivano a galla tutti i luoghi comuni sulle donne Nere. Io, Bobbie e Rene eravamo troppo autoritarie, volevamo controllare tutto, compresi gli uomini: il che significava, per estensione, che volevamo privarli della loro virilità. Svolgendo un ruolo così rilevante nell’organizzazione, insistevano alcuni, ci rendevamo collaboratrici e complici del nemico, che voleva gli uomini Neri deboli e incapaci di difendersi.”

Il movimento Black Lives Matter nato nel 2013 contro la brutalità delle forze dell’ordine contro le persone di colore, ha un peso universale: se le vite dei neri contano, allora contano le vite degli ultimi, degli sfruttati, degli umiliati e le vite delle donne, distintesi come principale bersaglio della violenza umana nella storia.

Il secondo senso in cui dobbiamo intendere il processo di radicalizzazione del femminismo di oggi, intrinsecamente connesso col primo, è quello di impiegarlo come guida di tutte le lotte, proprio perché assume su di sé la responsabilità di altre lotte solo apparentemente divergenti, secondo il monito: “Agire insieme su tutti i fronti”. Ma la metodologia femminista va oltre e si impone una pratica di costante autocritica, che non vuol dire autodenigrazione ma, al contrario, qualcosa che assomiglia al “criticare restando pur sempre vicini”, uniti, dalla stessa parte.

Un esempio incarnato del rapporto inscindibile che lega le diverse manifestazioni di oppressione nella società americana e la loro triste attualità è stata l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo Davis, il presidente non è altro che l’espressione più didascalica delle radici costitutive degli Stati Uniti, vale a dire il razzismo, l’imperialismo e il capitalismo. Ma così come accade in tutte le fasi di repressione, è possibile riaprire degli spazi di discussione, di opposizione e di lotta. Proprio con un presidente in carica che tanto apertamente rivendica il suprematismo bianco e l’etero-patriarcato, il movimento femminista non ha mai avuto tante opportunità per farsi sentire.

D’altra parte, l’utopia di una società post-razziale rappresentata da Obama si è rivelata, prevedibilmente, insostenibile, dal momento che l’ex presidente non ha avuto il potere (o la volontà) di mettere davvero in discussione le fondamenta della cosiddetta democrazia statunitense, evitando di occuparsi delle roccaforti istituzionali delle disuguaglianze sociali, e quindi della questione del razzismo.

Il sistema penitenziario, secondo Angela Davis, è il paradigma della calcificazione mascherata del razzismo all’interno di un’istituzione pubblica, largamente condivisa, dove si presentano “forme congelate di questo tipo di pregiudizio che opera in modi occulti, riconosciuti cioè di rado come razzisti” (Aboliamo le prigioni? (Minimumfax, 2009). La prigione non è una soluzione alle piaghe sociali radicate, ma un sedativo che permettere alla gente di non pensarci. Da qui l’invito a riconsiderare un modello di giustizia che non sia più sinonimo di violenza legalizzata, di violenza di stato. Su questo, come su tante altre questioni di principio, Obama non si è soffermato.

In un articolo uscito sul New Yorker, Dawn Lundy Martin riflette sulle conversazioni avute durante alcuni bizzarri incontri con Angela Davis ai tempi in cui insegnava alla San Francisco State University. Talvolta può sembrarci complicato riconoscere le nuove forme di razzismo, di fascismo, di misoginia, di omofobia o di xenofobia, che hanno cambiato metodi e linguaggio, ma lo sforzo da compiere è ancora più sottile: lo spirito critico di un militante non risiede, infatti, tanto nella capacità di accorgersi di “quello che c’è di sbagliato e di ingiusto nel mondo” quanto piuttosto nel “rendersi conto dell’abilità del potere (costituito) di prevenire la voglia di cambiare le cose” e di quanto “le istituzioni create con lo scopo di proteggerci, spesso finiscano per reprimerci”.

E così come gli Stati Uniti si trovano ogni giorno a fare i conti con il proprio passato, anche l’Europa, che sta affrontando la peggiore crisi umanitaria dopo la Seconda Guerra Mondiale, è obbligata a ripercorrere la propria storia a ritroso fino al colonialismo. Abbiamo visto aprire nuove prigioni in questa Europa, e cioè i campi di accoglienza e di detenzione per i migranti, che costituiscono una forma di segregazione legalizzata. Il razzismo ha fatto irruzione nelle antiche democrazie nazionali che si credevano immuni a esso, con una brutalità inaudita, dimostrandone la preoccupante instabilità.

Sono passate le 23. L’incontro (“È ancora un sogno. La lunga marcia per i diritti civili non si è conclusa”) è durato più di due ore, ma non siamo più stanchi. Ci sporgiamo dalla ringhiera bassa del loggione per applaudire e potremmo continuare così a lungo. Nessuno se ne vuole andare, Angela rimane sul palco a firmare autografi e a salutare chi è venuto ad ascoltarla. Ha settantatré anni, il taglio afro le si è imbiancato, ma è ancora molto lontana dalla pensione. Non ha nessuna intenzione di diventare una moderata, di rivedere certe sue posizioni o di abbandonare il suo dichiarato estremismo per abbracciare, come volte capita, un umanitarismo senza nemici o un progressismo fiacco.
Nel suo intervento alla Womens March del 21 gennaio 2017 ha fatto una promessa alle donne e agli uomini che la stavano ascoltando. Gli ha detto che i 1459 giorni allora rimanenti del mandato di Trump sarebbero 1459 stati giorni di resistenza condivisa, variegata, caleidoscopica: “una resistenza dal basso, nelle aule, sul lavoro, nell’arte e nella musica”.

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Oltre le marce delle donne. Il femminismo alla prova dei regimi autoritari https://minimaetmoralia.it/mondo/oltre-le-marce-delle-donne-femminismo-alla-prova-dei-regimi-autoritari/ https://minimaetmoralia.it/mondo/oltre-le-marce-delle-donne-femminismo-alla-prova-dei-regimi-autoritari/#respond Thu, 26 Jan 2017 07:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33480 di Lucia Sorbera

Alla Marcia delle donne che si è tenuta a Washington il giorno successivo alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump la studiosa e attivista Angela Davis ha lanciato un appassionato invito alla resistenza contro la supremazia del patriarcato bianco. Una resistenza che, ammonisce Davis: “Dovrà avvenire quotidianamente nei prossimi 1459 giorni, sul terreno, nelle aule scolastiche, nei luoghi di lavoro, nella nostra arte e nella nostra musica” (enfasi aggiunta da chi scrive).

Il nesso tra espressione artistica e resistenza civile non è nuovo alle femministe egiziane. Se la rivoluzione del 2011 ha aperto una rinnovata stagione di attivismo femminista, già negli anni Novanta del secolo scorso la scrittrice Nawal al-Saadawi analizzava la lunga tradizione delle culture del dissenso, e dedicava un saggio proprio al tema Dissidenza e Creatività (1995), in cui sottolineava la necessità di contestualizzare nel tempo e nello spazio le tecniche di oppressione e sfruttamento, enfatizzava il bisogno di demistificare le parole chiave del Ventesimo secolo, come pace, democrazia, diritti umani, privatizzazione, globalizzazione, società civile, fondamentalismo religioso e postmodernità, e concludeva che la creatività è intrinsecamente dissidente.

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di Lucia Sorbera

Alla Marcia delle donne che si è tenuta a Washington il giorno successivo alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump la studiosa e attivista Angela Davis ha lanciato un appassionato invito alla resistenza contro la supremazia del patriarcato bianco. Una resistenza che, ammonisce Davis: “Dovrà avvenire quotidianamente nei prossimi 1459 giorni, sul terreno, nelle aule scolastiche, nei luoghi di lavoro, nella nostra arte e nella nostra musica” (enfasi aggiunta da chi scrive).

Il nesso tra espressione artistica e resistenza civile non è nuovo alle femministe egiziane. Se la rivoluzione del 2011 ha aperto una rinnovata stagione di attivismo femminista, già negli anni Novanta del secolo scorso la scrittrice Nawal al-Saadawi analizzava la lunga tradizione delle culture del dissenso, e dedicava un saggio proprio al tema Dissidenza e Creatività (1995), in cui sottolineava la necessità di contestualizzare nel tempo e nello spazio le tecniche di oppressione e sfruttamento, enfatizzava il bisogno di demistificare le parole chiave del Ventesimo secolo, come pace, democrazia, diritti umani, privatizzazione, globalizzazione, società civile, fondamentalismo religioso e postmodernità, e concludeva che la creatività è intrinsecamente dissidente.

La mostra Sidewalk Stories, che si inaugura presso il Rettorato dell’Università di Pisa Mercoledì 1 Febbraio 2017, alla presenza dell’artista egiziana Sarah Seliman e di una delle curatrici, la studiosa tedesca Maria Neubert, è solo uno dei tanti esempi di intreccio tra creatività artistica e attivismo femminista transazionale che abbiamo visto fiorire in Egitto negli ultimi sei anni. La Società Italiana delle Storiche, che ha incluso la mostra nel programma del suo Settimo Congresso, conferma la sua vocazione pionieristica, cogliendo la portata e l’importanza dei movimenti femministi internazionali e offrendo uno spazio unico, nel panorama culturale italiano, in cui la storia del femminismo, scritta tenendo conto dell’intreccio tra variabili geopolitiche e culturali, si declina al plurale. Puntando i riflettori su una delle realtà del mondo arabo che oggi si presenta carica di problemi e contraddizioni, l’Egitto contro-rivoluzionario in cui i movimenti delle donne e per i diritti umani mostrano una resilienza sorprendente, la mostra Sidewalk Stories conferma la lezione di Joan Scott, che il genere è un’utile categoria storiografica per analizzare le relazioni di potere.

Nell’avvicinarsi alla mostra Sidewalk Stories è fondamentale, a nostro avviso, distinguere i temi universali, da quelli propri all’ambiente egiziano.

L’universalismo attiene alla violenza, che non conosce confini nazionali, e alle pratiche del femminismo che sono storicamente sedimentate e che fin dai tempi della rivoluzione francese non sono mai state facili in nessuna parte del mondo. Lo sapeva bene la giornalista rivoluzionaria francese Hubertine Auclert (1848-1914), la prima che usò il termine féministe con riferimento a se stessa, spogliandolo della funzione derogatoria che esso aveva tra i suoi contemporanei. Tuttavia, nell’Egitto del generale al Sisi siamo di fronte a nuove forme di repressione del femminismo indipendente, con aspetti inediti di sfacciata violenza.

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L’Egitto della cosiddetta “età liberale” (1923-1952) ci aveva abituate all’asimmetria dei diritti tra uomini e donne e all’esclusione –formale – delle donne dalle funzioni politiche istituzionali, salvo permettere ad alcune componenti dell’intellighenzia femminile di intervenire nel dibattito culturale e di agire nella politica attraverso meccanismi di lobby. I primi regimi repubblicani (1952-2011) ci avevano insegnato che si poteva essere parte delle istituzioni solo se si accettavano meccanismi di cooptazione e si mediava tra il desiderio di sviluppare un’agenda femminista indipendente e dialogare con le istituzioni. Perfino il regime di Hosni Mubarak (1981-2011), noto per le violazioni dei diritti umani, gli arresti arbitrari e la repressione di molte organizzazioni di donne, aveva un’agenda politica che le studiose egiziane hanno poi definito “pseudo-femminista” (S. Abulnagha, 2015) e che, tra mille problemi, non ultimo l’adozione di un’agenda economica neo-liberista, che ha avuto conseguenze molto negative per le donne delle classi medie e lavoratrici, qualche spazio d’indipendenza lo lasciava.

Dopo la breve parentesi rivoluzionaria, descritta da molte attiviste nel segno dell’utopia, la controrivoluzione è stata caratterizzata dalla repressione della società civile, incluse le associazioni femministe. A centinaia di ONG e centri culturali è stata imposta la chiusura, e i beni dell’organizzazione che oggi è il punto di riferimento delle femministe egiziane, Nazra for Feminist Studies, sono stati congelati.  Sulla Presidente di Nazra, Mozn Hassan, e sulla Presidente di Egyptian Center for Women’s Rights, Azza Soliman, da anni impegnate in programmi contro la violenza di genere, per la partecipazione delle donne alla politica e per la riforma del diritto di famiglia, pendono accuse che potrebbero essere punite con pene gravissime e, in attesa dell’emissione del giudizio, i loro conti correnti e passaporti sono stati bloccati.

Essere femminista in Egitto oggi è assumere una posizione radicale di dissidenza contro il regime che ha rapito, torturato e ucciso il nostro collega e concittadino Giulio Regeni, un regime che ricorda l’America Latina degli anni Ottanta, che ogni giorno fa sparire giovani egiziani in odore di dissidenza nell’impotenza delle loro famiglie, e che intimidisce intellettuali egiziani e stranieri che si pongono in maniera critica.

Affrontare i temi dell’integrità del corpo e del diritto alla presenza nello spazio pubblico, che fanno parte integrante della storia femminista, significa contribuire all’opera di liberazione dell’Egitto -e del resto del mondo- da quel patriarcato cui fa riferimento Angela Davis nel suo discorso alla Marcia di Washington, ed è un lavoro necessario e urgente per tutte noi. Ma non dobbiamo ignorare che le artiste e intellettuali femministe egiziane contribuiscono a quest’ impresa da anni. Gli esempi sono molti. Basti pensare alle opere della storica dell’arte Baheya Shehab, una delle quali, nel 2012, porta il titolo eloquente di “100 Volte No”, ai lavori dell’artista Huda Lutfi, in cui la storica Margot Badran ha letto una critica femminista del “patriarcato in uniforme” (Badran, 2014), o alle esperienze di teatro di narrazione che sono fiorite tra il 2011 e oggi. Tutte portano al centro i corpi e la sessualità come esperienze di dissidenza e resistenza all’autoritarismo.

Questo è il dibattito in cui s’inserisce la mostra Sidewalk Stories, una mostra importante, che porta al centro della discussione internazionale le strategie di resistenza delle donne alla violenza sessuale nello spazio pubblico. Un tema di rilevanza transnazionale che, in Egitto, ha una sua specificità, perché, fin dall’epoca coloniale, è legato alla violenza politica.

Era il 1919 quando le donne occuparono le strade in protesta contro l’occupazione Britannica. Furono picchiate, arrestate e stuprate con la stessa violenza usata più di un secolo dopo contro le loro pronipoti. Cambiava il colore delle uniformi ma, come ha narrato la drammaturga Leila Soleiman in un dramma teatrale di grande valore artistico e storico (Whings of Freedom, 2014) e in cui il 1919 e il 2011 sono narrati dalla prospettiva delle manifestanti, la brutalità era la stessa.

La mostra è esito di un workshop ideato e realizzato al Cairo da tre studenti dell’Università di Marburgo nel Maggio 2015, al quale hanno partecipato 25 donne dall’Egitto, dal Brazile, dalla Germania, Polonia e Stati Uniti d’America, per discutere come le società costruiscono le identità di genere, e scambiarsi esperienze e strategie nella sfera pubblica. Sidewalk Stories, curata da Maria Neubert, Anne Theresa Bachmann e dalla fotografa Sarah Seliman, una delle partecipanti, già autrice di altre istallazioni su temi femministi nel 2009, un tempo che oggi si definisce pre-rivoluzionario e in cui, chi frequentava regolarmente l’Egitto, sentiva che un profondo cambiamento culturale era nell’aria. Dalla sua prima inaugurazione al Cairo nel 2015 ad oggi,  Sidewalk Stories ha conseguito successo internazionale e il Comitato Scientifico del Settimo Congresso SIS l’ha scelta perché ne ha riconosciuto, oltre all’intrinseco valore artistico, il merito politico di spostare l’attenzione dal tema della violenza contro le donne alle strategie attivate dalle donne stesse per combatterla. In Sidewalk Stories le donne sono agenti della storia, non vittime passive.

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In questo modo, la mostra s’iscrive perfettamente nel percorso intellettuale, artistico e politico del femminismo egiziano, sin dalle sue origini all’inizio del XX secolo impegnato su più fronti: da un lato, la lotta contro la violenza delle autorità indigene che, come si apprende dagli studi pionieristici della storica Margot Badran, è trasversale alle affiliazioni politiche e religiose; dall’altro, quella del sistema delle relazioni internazionali, in cui le donne hanno pagato un caro prezzo per la posizione occupata dal loro paese. Non ultima, la lotta contro la violenza epistemologica che, ancora oggi, è esercitata dai media e dagli intellettuali occidentali –incluse molte femministe- che, ignorando i percorsi di attivismo e resistenza delle donne egiziane, riducono la loro immagine a vittime passive di sistemi culturali definiti arretrati e intrinsecamente misogini.

Sidewalk Stories, che non solo nel titolo rende omaggio al celeberrimo film di Charles Lane (1989), ma ne eredita la forza del racconto sociale attraverso immagini che restituiscono la voce agli attori dimenticati dalle narrazioni che pongono al centro le istituzioni, illustra una storia molto più complessa, e lo fa con immagini e parole che possono essere fruite anche da un pubblico ampio, non necessariamente informato sulle vicende della storia politica egiziana.

Mercoledì 1 Febbraio, l’inaugurazione della mostra sarà un’occasione per discutere le origini, il presente e le prospettive del femminismo egiziano e transnazionale, e per situare le marce delle donne in una cornice di senso che includa quello che è venuto prima, quello che avviene altrove, e una serie di azioni quotidiane per costruire il futuro. Interverranno, oltre alle ospiti del CUG Maria Neubert e Sarah Seliman, la Professoressa Laura Savelli, docente di storia contemporanea presso l’Università di Pisa e Presidente del CUG di Pisa, la storica di storia e istituzioni dell’Islam Serena Tolino (Università di Amburgo) e chi scrive.

 

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Intervista a Paul Beatty, vincitore del Man Booker Prize https://minimaetmoralia.it/libri/intervista-paul-beatty-vincitore-del-man-brooker-prize/ https://minimaetmoralia.it/libri/intervista-paul-beatty-vincitore-del-man-brooker-prize/#comments Fri, 16 Dec 2016 13:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33106 Questa intervista è uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell'opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell'autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.

Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

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Questa intervista è uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell’opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell’autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.

Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

C’è la violenza della polizia, che uccide il padre di Me. Ci sono i non luoghi di Los Angeles, ibrida e sconfinata. L’imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, scomparso dalle mappe. Il vecchio Hominy Jenkins, l’abitante più famoso di Dickens, l’ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell’identità e si offre come schiavo. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell’utopia, con la contraddizione insita nell’integrazione.

Beatty, Lo schiavista è classificato come un’opera satirica. Proviamo a risolvere l’equivoco sulla satira. Trova riduttiva l’accezione diffusa, che è anche una maschera per non parlare di come il suo testo scavi in profondità il senso della perdita, della morte e gli aspetti più violenti del paese?

«Qualora qualcuno lo categorizzasse come un libro comico, penso che non avrei la stessa reazione. A proposito dell’evidenza della parola satira c’è qualcosa che suona come vacuo, falso e accomodante. L’aggettivo satirico è una maniera per dire: “Questo è un libro divertente che tratta una materia seria, ma non dobbiamo misurarci con la tristezza e il dolore”. Esiste un’antinomia per la satira? In che modo definiremmo un libro posato che si occupa di argomenti umoristici? Sono forse uno scrittore post satirico? No, post satirico è satirico. Sono intrappolato, non fa niente».

In un passaggio intenso e spassoso del prologo, lei fa dire a Martin Luther King Jr. che «se solo avesse assaggiato quell’intruglio non dolcificato, disgustoso, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l’intero movimento per i diritti civili prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi». Intendeva discostarsi dalla narrazione acritica sugli esiti del Movimento?

«Il romanzo non ha la pretesa di emettere alcuna verità a proposito; piuttosto usa il vantaggio del senno di poi per presentare un’alternativa obliqua e leggermente riluttante nella reinterpretazione della lotta. Qualora si chiedesse agli americani se ritengono che il Movimento per i diritti civili sia stato proficuo, ci sarebbe un consenso generale: “Sì lo è stato”. Ma non c’è nulla di scontato come il pieno consenso. C’è sempre almeno una persona che esprime una forma di dissenso. Questo libro è l’incarnazione della persona non del tutto d’accordo. La persona che concorda ma alza la mano soltanto a metà».

Quanto è stato errato e fuorviante immaginare un cordone ombelicale tra Barack Obama e la comunità afroamericana, e soprattutto ritenere la sua elezione un’eredità postuma del Movimento per i diritti civili?

«È stato miope presumere che, in quanto nero, avesse una responsabilità inerente per affrontare l’ingiustizia sociale, quando invece dovremmo pretendere da qualunque presidente di essere cosciente e avversare le diseguaglianze. C’è un video interessante del Presidente Obama, un politico nero potente, intervistato da una giornalista nera in una delle sale del nuovo Smithson Museum of African American History. Lei gli domanda di una recente sparatoria della polizia a Tulsa, Oklahoma, dove il videotape mostra la vittima, Terence Crutcher, chiaramente con le mani alzate. Obama, che aveva alle sue spalle una gigantografia di Martin Luther King Jr, afferma: “È mia abitudine non commentare i fatti specifici…”. Se il presidente non può dichiarare nulla su un omicidio ripreso e catturato dentro a una pellicola, è almeno molto inquietante. Poi ci sorprendiamo perché una larga parte della cittadinanza statunitense si chieda perché importarsene. Grazie a Dio persone come MLK Jr., Angela Davis, Eugene Debs, Moms Mabley, Cesar Chavez, Bernie Sanders, Ta-Nehisi Coates e Richard Pryor l’hanno fatto, hanno parlato nello specifico».

Potremmo dire che, giorno dopo giorno, il concetto del post razziale sia sempre più confuso e fragile?

«Ritengo che la definizione potrebbe rimanere la stessa, ma la voce sul vocabolario andrebbe scritta e letta così: post racial – aggettivo [arcaico]».

Dopo le elezioni Toni Morrison ha invitato a rileggere William Faulkner. Perché il senso dell’essere americano è tuttora profondamente connesso alla bianchezza, al colore della pelle?

«Sostituisca americanità con italianità e potrebbe trovare lo stesso tipo di risposta scomoda».

Quali sono i bisogni degli elettori di Donald Trump?

«Molte persone convergono sull’opinione e sentimento, originariamente fatto risalire al filosofo francese Joseph de Maistre, secondo il quale i paesi hanno i leader che meritano. Non concordo. Malgrado il processo democratico, nessuno merita una leadership pregiudiziale e vendicativa. Trump incontra i bisogni della popolazione che non realizza che il sentirsi dire cosa pensare è equivalente al sentirsi dire di non ragionare, al mettere da parte la razionalità. A volte le persone necessitano di una figura paterna, nonostante sia ingiuriosa, illusoria».

Nutre qualche timore in particolare per l’agenda Trump?

«Il crescente restringimento del raggio d’azione dei media. Quanto sapremo rispetto alla sua attività? Ha incontrato da poco il primo ministro giapponese Shinzō Abe, ma non ne sappiamo nulla».

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Settant’anni da rivoluzionaria https://minimaetmoralia.it/estratti/settanta-anni-da-rivoluzionaria/ https://minimaetmoralia.it/estratti/settanta-anni-da-rivoluzionaria/#comments Sun, 26 Jan 2014 00:13:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17919 Il 26 gennaio 1944 nasceva Angela Davis: attivista del movimento afroamericano, filosofa, rivoluzionaria. Le facciamo gli auguri ripubblicando un brano del suo libro Autobiografia di una rivoluzionaria, edito da minimum fax nel 2007 nella traduzione di Elena Brambilla. di Angela Davis Eravamo di nuovo a New York. Ero clandestina da due mesi. Col solito crampo […]

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Il 26 gennaio 1944 nasceva Angela Davis: attivista del movimento afroamericano, filosofa, rivoluzionaria. Le facciamo gli auguri ripubblicando un brano del suo libro Autobiografia di una rivoluzionaria, edito da minimum fax nel 2007 nella traduzione di Elena Brambilla.

di Angela Davis

Eravamo di nuovo a New York. Ero clandestina da due mesi. Col solito crampo allo stomaco, con l’ormai familiare nodo alla gola, mi alzai, mi vestii, alle prese con la mimetizzazione quotidiana. Altri venti eterni minuti per cercare di truccarmi gli occhi in modo presentabile. Altri strattoni impazienti alla parrucca, nel tentativo di attenuare il fastidio dell’elastico troppo stretto. Mi sforzavo di dimenticare che oggi, o forse domani, o forse uno qualsiasi dei giorni successivi, poteva essere il giorno della mia cattura.
Quando con David Poindexter, sul tardi di quella mattina d’ottobre, lasciai l’Howard Johnson Motor Lodge, la situazione era ormai disperata. I soldi stavano per finire, e tutti quelli che conoscevamo erano sorvegliati. Girando per le strade vicine di Manhattan, cercammo di pianificare la prossima mossa. Mentre camminavo per l’Ottava Avenue, persa tra la folla di newyorkesi indifferenti a tutto ciò che li circondava, mi sentivo meglio che all’albergo. Sperando di distenderci, decidemmo di passare il pomeriggio al cinema. Ancora oggi non ricordo che film abbiamo visto. Ero irrimediabilmente assorta nei miei pensieri, intenta a chiedermi come eludere la polizia, e per quanto tempo ancora avrei retto all’isolamento, sapendo che qualsiasi contatto era un suicidio.
Il film finì poco prima delle sei. Mentre tornavamo verso l’albergo, parlammo molto poco. Oltrepassammo i frusti negozi dell’Ottava Avenue, e stavamo attraversando la strada per tornare sul lato dell’albergo quando all’improvviso mi sembrò di essere circon- data da agenti di polizia. Doveva essere soltanto uno dei miei ricorrenti accessi di paranoia. Eppure mentre superavamo le porte a vetri dell’albergo, ebbi l’improvvisa tentazione di fare dietrofront e rituffarmi di corsa nella folla anonima che avevo appena lasciato. Ma se il mio istinto era giusto, se tutti quei bianchi dall’aria qualunque erano davvero poliziotti che ci circondavano, il minimo movimento brusco da parte mia gli avrebbe dato il pretesto che cercavano per abbatterci sul posto. Ricordai come avevano assassinato «Li’l» Bobby Hutton, come gli avevano sparato alla schiena dopo avergli detto di scappare. Se invece l’istinto era sbagliato, mettendomi a correre avrei solo creato sospetti. Non avevo altra scelta che continuare a camminare.
Nell’atrio i miei timori mi sembravano confermati da ogni bianco in giacca e cravatta che mi vedevo intorno. Ero assolutamente sicura che fossero tutti agenti disposti secondo uno schema prestabilito e pronti all’attacco. Ma non accadde nulla. Come non era accaduto nulla al motel di Detroit, dove ero altrettanto certa che stessero per arrestarci. Come non era accaduto nulla in altre innumerevoli occasioni, in cui il mio innaturale ed eccessivo stato di tensione aveva trasformato fatti perfettamente ordinari in scene di imminente cattura.
Mi chiedevo che cosa ne pensasse David. Mi pareva che non ci fossimo più detti nulla da un’eternità. Nelle situazioni difficili David era capace di dissimulare il nervosismo, e inoltre parlavamo di rado dei momenti in cui quasi di sicuro avevamo entrambi sospettato che la polizia ci fosse addosso. Oltrepassato il banco della reception, tirai un sospiro di sollievo. Non era successo nulla. Con ogni probabilità, era solo uno dei tanti giorni normali nella vita di un tipico motel di New York.
Stavo appena riprendendomi quando un bianco corpulento con la faccia rossa e i corti capelli a spazzola tipici dei poliziotti entrò con noi nell’ascensore. Fui riassalita dalla paura. E di nuovo feci il solito ragionamento: con ogni probabilità era un impiegato; dopotutto, quando si è ricercati, tutti i bianchi coi capelli corti e vestiti in giacca e cravatta sembrano poliziotti. E poi, se davvero ci avevano individuati, non sarebbe stato più logico arrestarci al pianterreno?
Nell’interminabile salita in ascensore fino al settimo piano, mi convinsi che era stata la mia immaginazione a creare quest’aura di pericolo, e che probabilmente saremmo arrivati sani e salvi anche alla fine di questa giornata. Un giorno guadagnato.
Secondo le abitudini prese nella clandestinità, rimasi indietro di qualche metro mentre David andava a controllare la stanza. Mentre girava la chiave nella toppa, operazione che sembrava risultare più difficile del solito, qualcuno aprì la porta di fronte. Una figura minuta si affacciò nel corridoio, e anche se non aveva l’aria del poliziotto, la sua improvvisa comparsa mi rigettò in preda alle mie angosciose fantasie. Certo, quell’ometto pallido poteva essere soltanto un ospite del motel che andava a mangiare. Ma qualcosa mi disse che si era alzato il sipario sulla scena dell’arresto, e che quell’uomo era il primo attore. Mi parve di sentire qualcuno alle mie spalle. Era l’uomo dell’ascensore. Ora non avevo più dubbi. Questa era la volta buona.
Nel preciso momento in cui il panico avrebbe dovuto sommergermi, mi sentii più calma e controllata di quanto lo fossi da tempo. Alzai la testa e mi avviai sicura verso la mia stanza. Mentre oltrepassavo la porta aperta di fronte alla mia, l’ometto si fece avanti e mi afferrò per un braccio. Non disse nulla. Altri agenti sbucarono da dietro di lui, altri ancora stavano riversandosi fuori da una stanza dall’altro lato del corridoio. «Angela Davis?» «È lei Angela Davis?» La domanda mi bersagliava da tutte le parti. Li fissai con aria di sfida.

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Aboliamo le prigioni? https://minimaetmoralia.it/estratti/aboliamo-le-prigioni-angela-davis/ https://minimaetmoralia.it/estratti/aboliamo-le-prigioni-angela-davis/#comments Sat, 12 Oct 2013 06:58:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15791 A cicli mensili o annuali, si parla in Italia di "emergenza carceri". Questa volta è stato Napolitano stesso a farsi carico di una questione che va al di là di qualsiasi piccola occasione politica. Qualche anno fa a minimum fax pubblicammo un libro radicale, Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, che faceva piazza pulita di tutta una serie di luoghi comuni sulle carceri. Ne ripubblichiamo un estratto, sperando che possa contribuire a un dibattito sempre, purtroppo, urgente.

di Angela Davis

In gran parte del mondo si dà per scontato che chiunque sia stato giudicato colpevole di un reato grave vada in prigione. In alcuni paesi – compresi gli Stati Uniti – dove la pena capitale non è ancora stata abolita, un numero piccolo, ma significativo, di persone è condannato a morte per quelli che sono considerati crimini particolarmente efferati. Molti conoscono la campagna per l’abolizione della pena di morte, che in effetti è già stata abolita in quasi tutti i paesi. Persino i più strenui sostenitori della pena capitale ne riconoscono gli aspetti controversi, e sono davvero pochi quelli che non riescono a immaginare che si possa vivere senza di essa.

Il carcere, viceversa, è considerato un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. I più rimangono sorpresi nel sentire che anche il movimento per l’abolizione delle prigioni ha una lunga storia, risalente addirittura alla comparsa del carcere come principale forma di punizione.

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carceri

A cicli mensili o annuali, si parla in Italia di “emergenza carceri”. Questa volta è stato Napolitano stesso a farsi carico di una questione che va al di là di qualsiasi piccola occasione politica. Qualche anno fa a minimum fax pubblicammo un libro radicale, Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, che faceva piazza pulita di tutta una serie di luoghi comuni sulle carceri. Ne ripubblichiamo un estratto, sperando che possa contribuire a un dibattito sempre, purtroppo, urgente.

di Angela Davis

In gran parte del mondo si dà per scontato che chiunque sia stato giudicato colpevole di un reato grave vada in prigione. In alcuni paesi – compresi gli Stati Uniti – dove la pena capitale non è ancora stata abolita, un numero piccolo, ma significativo, di persone è condannato a morte per quelli che sono considerati crimini particolarmente efferati. Molti conoscono la campagna per l’abolizione della pena di morte, che in effetti è già stata abolita in quasi tutti i paesi. Persino i più strenui sostenitori della pena capitale ne riconoscono gli aspetti controversi, e sono davvero pochi quelli che non riescono a immaginare che si possa vivere senza di essa.

Il carcere, viceversa, è considerato un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. I più rimangono sorpresi nel sentire che anche il movimento per l’abolizione delle prigioni ha una lunga storia, risalente addirittura alla comparsa del carcere come principale forma di punizione.

La reazione più naturale è quella di presumere che questi attivisti – persino coloro che si autodefiniscono consciamente «attivisti contro il carcere» – mirino semplicemente a migliorare le condizioni carcerarie o magari a riformare le prigioni in maniera più radicale. Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità.

Il carcere è considerato talmente «naturale» che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno. Spero che questo libro incoraggi i lettori a mettere in discussione i loro preconcetti a proposito del carcere. Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere. Nel corso della mia carriera di attivista contro le prigioni, ho visto crescere la popolazione carceraria statunitense con una rapidità tale che ormai molti membri delle comunità nere, latinoamericane e di nativi americani hanno molte più opportunità di finire in galera che di ottenere un’istruzione decente. Quando tanti giovani decidono di entrare nell’esercito per sfuggire all’inevitabilità del carcere, bisognerebbe chiedersi se non si debba tentare di introdurre alternative migliori.

La questione se il carcere sia ormai un’istituzione obsoleta è diventata particolarmente urgente alla luce del fatto che più di due milioni di persone negli Stati Uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per immigrati. Siamo disposti a relegare numeri sempre crescenti di persone provenienti da comunità oppresse dal punto di vista razziale in un’esistenza isolata, caratterizzata da regimi autoritari, violenza, malattie e tecnologie di reclusione che producono una grave instabilità mentale? Secondo uno studio recente, le carceri ospiterebbero il doppio di persone affette da malattie mentali rispetto a tutti gli ospedali psichiatrici degli Stati Uniti messi insieme.

Quando iniziai a occuparmi dell’attivismo contro il carcere alla fine degli anni Sessanta, rimasi sconcertata nell’apprendere che i detenuti erano quasi duecentomila. Se qualcuno mi avesse detto che in tre decenni il numero delle persone rinchiuse in gabbia sarebbe decuplicato non ci avrei creduto. Penso che la mia reazione sarebbe stata più o meno questa: «Per quanto questo paese possa essere razzista e antidemocratico [ricordate che durante quel periodo le richieste del movimento per i diritti civili non si erano ancora concretizzate], non credo che il governo degli Stati Uniti potrebbe mai recludere così tante persone senza scatenare una potente resistenza pubblica. No, non accadrà mai, a meno che il paese non precipiti nel fascismo». Quella avrebbe potuto essere la mia reazione trent’anni fa.

La realtà è che saremmo stati chiamati a inaugurare il xxi secolo accettando il fatto che due milioni di persone – un gruppo superiore alla popolazione di molti paesi – trascorrono la loro esistenza in posti come Sing Sing, Leavenworth, San Quintino e l’Alderson Federal Reformatory for Women. La gravità di queste cifre è ancora più evidente se si considera che complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5% del totale mondiale, mentre gli Stati Uniti possono vantare più del 20% dell’intera popolazione carceraria. Per dirla con le parole di Elliott Currie, «il carcere è diventato una presenza incombente nella società [americana] in una misura senza precedenti nella nostra storia o in quella di qualsiasi altra democrazia industriale. Con l’eccezione delle grandi guerre, l’incarcerazione in massa ha rappresentato il programma sociale più compiutamente attuato dai governi dei giorni nostri».

Nel riflettere sulla possibilità che il carcere sia obsoleto, dovremmo chiederci come mai così tante persone siano potute finire in prigione senza che ciò sollevasse dibattiti importanti sull’efficacia della detenzione. Quando negli anni Ottanta, durante la cosiddetta era Reagan, s’iniziarono a costruire altre prigioni e il numero dei detenuti crebbe sempre più, i politici sostennero che il «pugno di ferro» nei confronti del crimine – che comprendeva la certezza della pena e periodi detentivi più lunghi – avrebbe mantenuto le comunità libere dalla delinquenza. Tuttavia, la pratica delle incarcerazioni in massa di quel periodo sortì un effetto scarso o addirittura nullo sui dati ufficiali relativi alle attività criminali.

Anzi, la crescita della popolazione carceraria non portò a comunità più sicure, ma piuttosto a ulteriori aumenti della stessa. Ogni nuova prigione ne generava un’altra. E con l’espandersi del sistema carcerario statunitense cresceva anche il coinvolgimento delle corporation nella costruzione delle prigioni, nel loro approvvigionamento di beni e servizi e nell’utilizzo di manodopera carceraria. Poiché la costruzione e la gestione delle prigioni iniziò ad attrarre ingenti capitali – dall’industria edilizia alle forniture alimentari, all’assistenza sanitaria – in un modo che ricordava la nascita del complesso militare-industriale, si è cominciato a parlare di un «complesso carcerario-industriale».

Prendiamo il caso della California, il cui territorio negli ultimi vent’anni è stato invaso da strutture carcerarie. La prima prigione statale della California fu San Quintino, aperta nel 1852.4 Folsom, un altro noto istituto di pena, aprì nel 1880. Tra il 1880 e il 1933, quando a Tehachapi venne inaugurato un carcere femminile, non fu costruita nessuna nuova prigione. Nel 1952 fu inaugurato il California Institution for Women e quello di Tehachapi diventò un altro carcere maschile. In tutto, tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni. Tra il 1962 e il 1965 furono costruiti due campi di lavoro, nonché il California Rehabilitation Center. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu aperta nessuna prigione e neppure durante tutto il decennio successivo.

Un massiccio progetto di costruzione di nuove strutture detentive fu avviato invece negli anni Ottanta, vale a dire durante la presidenza Reagan. Tra il 1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena, compresa la Northern California Facility for Women. Non bisogna dimenticare che c’erano voluti più di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono aggiunte altre dodici, tra cui due penitenziari femminili. Nel 1995 è stata inaugurata la Valley State Prison for Women, il cui intento dichiarato era quello di «fornire 1980 posti letto per le detenute del sovraffollato sistema carcerario californiano». Tuttavia, nel 2002 le detenute erano già 35705 e tutte le strutture femminili erano sovraffollate.

Attualmente in California ci sono trentatré carceri, trentotto campi di lavoro, sedici case di correzione per minori e cinque piccoli centri per madri detenute. Nel 2002 le persone incarcerate in questi istituti erano 157.979, compresi circa ventimila individui che lo stato trattiene per violazione delle leggi sull’immigrazione. La composizione razziale di questa popolazione carceraria la dice lunga. I latinoamericani, che adesso sono la maggioranza, ne costituiscono il 35,2%; gli afroamericani il 30%, mentre i detenuti bianchi sono il 29,2%.6 Attualmente ci sono più donne in prigione nello stato della California di quante ce n’erano nelle carceri di tutto il paese all’inizio degli anni Settanta. Anzi, la California può vantare il carcere femminile più grande del mondo, la Valley State Prison for Women, che conta più di 3500 recluse. Situato nella stessa città della Valley State e letteralmente dirimpetto a questa, c’è il secondo carcere femminile del mondo per grandezza – la Central California Women’s Facility – la cui popolazione nel 2002 è arrivata anch’essa alle 3500 detenute circa.

Se si osserva su una carta della California la posizione delle trentatré prigioni statali, si può vedere che l’unica area che non sia densamente popolata di strutture detentive è quella a nord di Sacramento, anche se nella città di Susanville ci sono due carceri e nei pressi del confine con l’Oregon sorge Pelican Bay, uno dei famigerati supercarceri di massima sicurezza. L’artista californiano Sandow Birk, ispirato dalla colonizzazione del territorio da parte delle prigioni, ha prodotto una serie di trentatré quadri raffiguranti questi istituti e il paesaggio circostante e li ha raccolti nel libro Incarcerated: Visions of California in the Twenty-First Century.

Ho raccontato brevemente come il territorio della California sia stato invaso dalle strutture carcerarie per consentire ai lettori di comprendere quanto sia stato facile realizzare un massiccio sistema detentivo con l’assenso implicito dell’opinione pubblica. Perché la gente ha creduto così facilmente che rinchiudere una porzione sempre più vasta della popolazione statunitense avrebbe aiutato quanti vivono nel mondo libero a sentirsi più sicuri e protetti? È possibile formulare questo interrogativo anche in termini più generali: perché le prigioni danno alle persone l’idea che i loro diritti e le loro libertà siano più tutelati di quanto non lo sarebbero se il carcere non esistesse? A quali altre ragioni potremmo attribuire la rapidità con cui le prigioni hanno iniziato a colonizzare il territorio californiano?

La geografa Ruth Gilmore descrive l’espansione delle prigioni in California come «una soluzione geografica a problemi socioeconomici». La sua analisi del complesso carcerario-industriale in California descrive questi sviluppi come una reazione a un’eccedenza di capitali, terreni, manodopera e capacità produttiva di quello stato. Le nuove prigioni californiane sorgono su terreni rurali deprezzati, perlopiù appezzamenti agricoli un tempo irrigati…

Lo stato ha acquistato la terra messa in vendita da grandi proprietari terrieri. E ha garantito alle piccole città depresse su cui ora incombono le prigioni che quella nuova industria non inquinante e a prova di recessione avrebbe dato una spinta alla ripresa locale. Ma, come fa notare la Gilmore, non si sono visti né nuovi posti di lavoro né la più generale rivitalizzazione dell’economia promessa dalle prigioni. Queste promesse di miglioramento ci aiutano però a capire perché il parlamento e gli elettori della California abbiano deciso di approvare la costruzione di tante nuove carceri. La gente voleva credere che le prigioni non solo avrebbero ridotto il crimine, ma avrebbero anche fornito posti di lavoro e stimolato lo sviluppo economico di località sperdute.

Fondamentalmente, la questione è una: perché diamo per scontato il carcere? Anche se solo una parte relativamente esigua della popolazione ha sperimentato in prima persona la vita all’interno di un carcere, per le comunità povere nere e latinoamericane non si può parlare di piccole percentuali. E nemmeno per gli amerindi o per certe comunità di asiatici americani. Ma perfino tra queste persone – soprattutto giovani – costrette purtroppo ad accettare la condanna al carcere come una dimensione normale della vita nelle loro comunità, difficilmente si trova chi accetti di impegnarsi in un serio dibattito pubblico sulla vita in carcere o su alternative radicali alla detenzione. È come se si trattasse di un fatto inevitabile dell’esistenza, come nascere e morire.

In generale, si tende a dare il carcere per scontato. È difficile immaginare la vita senza di esso. Al tempo stesso, c’è riluttanza ad affrontare le realtà che nasconde, si ha timore di pensare a ciò che accade al suo interno. Di conseguenza, il carcere è presente nella nostra vita e allo stesso tempo ne è assente. Riflettere su questa presenza-assenza significa iniziare a riconoscere il ruolo svolto dall’ideologia nel plasmare le nostre interazioni con l’ambiente sociale che ci circonda.

Diamo per scontate le prigioni, ma spesso abbiamo paura di affrontare le realtà che producono. Dopotutto, nessuno vuole finire in galera. Siccome sarebbe troppo penoso accettare l’eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di avulso dalla nostra vita. Ciò vale perfino per alcuni di noi, donne e uomini, che già hanno sperimentato la detenzione.

E così pensiamo al carcere come a una sorte riservata ad altri, ai «malfattori», per usare un termine reso popolare di recente da George W. Bush. Dato il persistente potere del razzismo, nell’immaginario collettivo i «criminali» e i «malfattori » sono persone di colore. Perciò il carcere funziona ideologicamente come un luogo astratto in cui vengono presi in consegna gli individui indesiderabili, sollevandoci dalla responsabilità di riflettere sulle reali problematiche che affliggono le comunità da cui i detenuti provengono in numeri così spropositati. È questa la funzione ideologica del carcere: ci solleva dalla responsabilità di affrontare seriamente i problemi della nostra società, in particolare quelli prodotti dal razzismo e, in misura crescente, dal capitalismo globale.

Cosa ci sfugge, per esempio, se cerchiamo di pensare all’espansione del sistema carcerario senza prestare attenzione agli sviluppi economici più vasti? Viviamo in un’era in cui le corporation migrano. Per sottrarsi alla manodopera organizzata di questo paese – e quindi a salari più alti, contributi da versare e via dicendo – le corporation girano il mondo in cerca di nazioni che offrano sacche di manodopera a basso costo. E migrando, le corporation lasciano nei guai intere comunità. Un gran numero di persone perde il lavoro e ogni prospettiva di un impiego futuro. L’istruzione e altri servizi sociali superstiti sono profondamente influenzati dalla distruzione della base sociale di queste comunità. Il processo trasforma gli uomini, le donne e i bambini che vivono in tali comunità danneggiate in candidati perfetti per il carcere.

Intanto, le corporation collegate all’industria penitenziaria mietono profitti dal sistema che gestisce i detenuti, e sono quindi chiaramente interessate alla continua crescita della popolazione carceraria. In parole povere, questa è l’era del complesso carcerario-industriale. Le prigioni sono diventate buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo. L’incarcerazione in massa genera profitti divorando al tempo stesso il patrimonio pubblico, e tende perciò a riprodurre proprio quelle condizioni che portano la gente in prigione. Esistono quindi collegamenti reali e alquanto intricati tra la deindustrializzazione dell’economia – uno sviluppo che ha raggiunto il culmine negli anni Ottanta – e la reclusione di massa, cresciuta durante l’era Reagan- Bush. Tuttavia, l’esigenza di un maggior numero di prigioni è stata presentata al pubblico in termini semplicistici.

Servivano più prigioni perché la criminalità era aumentata. Eppure molti studiosi hanno dimostrato che nel momento in cui è iniziato il boom della costruzione di nuove carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione della delinquenza. Inoltre erano entrate in vigore leggi draconiane sulla droga, e diversi stati stavano introducendo norme che prevedevano pene molto severe per i recidivi. Per comprendere la proliferazione delle prigioni e l’ascesa del complesso carcerario-industriale, potrebbe essere utile riflettere più a fondo sui motivi per cui diamo così facilmente per scontato il carcere.

In California, come abbiamo visto, quasi i due terzi delle prigioni esistenti sono state inaugurate negli anni Ottanta e Novanta. Perché non si sono levate energiche proteste? Perché la prospettiva di molte nuove prigioni era visibilmente gradita all’opinione pubblica? Una risposta parziale a questo interrogativo è collegata al modo in cui consumiamo immagini mediatiche del carcere nonostante il fatto che le realtà dell’incarcerazione rimangano celate a quasi tutti coloro che non hanno avuto la disgrazia di scontare una pena detentiva. La critica culturale Gina Dent ha sottolineato come il nostro senso di familiarità con il carcere derivi in parte dalle rappresentazioni delle prigioni nei film e in altri mezzi visivi.

La storia delle immagini mentali collegate al carcere contribuisce a rafforzare l’istituzione carceraria come una parte naturalizzata del nostro paesaggio sociale. La storia del cinema è sempre stata sposata alla rappresentazione dell’incarcerazione. I primi filmati di Thomas Edison (che risalgono alla ricostruzione del 1901 Execution of Czolgosz with Panorama of Auburn Prison, presentata come un cinegiornale) comprendevano sequenze dei recessi più oscuri della prigione. Perciò il carcere è indissolubilmente legato alla nostra esperienza visiva, il che crea anche il senso della sua continuità come istituzione. Abbiamo inoltre un flusso costante di film hollywoodiani sul carcere che costituiscono di fatto un genere a sé stante.

Alcuni dei film più noti sulle prigioni sono: Non voglio morire, Papillon, Nick Mano Fredda e Fuga da Alcatraz. Vale anche la pena di accennare al fatto che la programmazione televisiva è sempre più satura di immagini di carceri. Tra i documentari recenti figurano la serie su a&e The Big House, costituita da programmi dedicati a San Quintino, Alcatraz, Leavenworth e all’Alderson Federal Reformatory for Women. La serie Oz, trasmessa per più stagioni dalla rete hbo, è riuscita a convincere molti telespettatori di sapere esattamente cosa accade nelle carceri maschili di massima sicurezza. Ma anche quanti non scelgono consapevolmente di guardare documentari o sceneggiati dedicati alle prigioni si ritrovano, volenti o nolenti, a consumare immagini del carcere per il semplice fatto di andare al cinema o accendere la tv. È praticamente impossibile evitarle.

Nel 1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano in precedenza – vale a dire prima di finire in prigione loro stesse – come derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo. Ciò ci ha indotto a darne per scontata l’esistenza. La prigione è diventata un ingrediente chiave del nostro senso comune. È presente, tutto intorno a noi. Non mettiamo in dubbio che debba esistere. Fa talmente parte del nostro mondo che ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per concepire la vita senza di essa.

Con ciò non intendo ignorare i cambiamenti profondi verificatisi nel modo in cui sono condotti i dibattiti pubblici sul carcere. Dieci anni fa, nel momento in cui la spinta ad ampliare il sistema carcerario raggiungeva il culmine, erano ben poche le critiche a questo processo che raggiungevano l’opinione pubblica. Anzi, la maggior parte della gente non aveva idea dell’immensità di quell’espansione. Era un periodo in cui i cambiamenti interni – in parte dovuti all’applicazione di nuove tecnologie – spingevano il sistema carcerario statunitense in una direzione più repressiva. Mentre le precedenti classificazioni si limitavano a bassa, media e massima sicurezza, in quel periodo fu inventata una nuova categoria: il supercarcere di massima sicurezza. La svolta verso una maggiore repressione nel sistema carcerario, caratterizzato fin dall’inizio della sua storia dai suoi regimi repressivi, indusse alcuni giornalisti, opinionisti ed enti progressisti a opporsi al crescente affidamento sulle prigioni come mezzo per risolvere problemi sociali che sono in realtà esacerbati dall’incarcerazione in massa.

Nel 1990, il Sentencing Project, con sede a Washington, ha pubblicato uno studio sulla popolazione statunitense detenuta, in libertà vigilata o rilasciata su cauzione, in cui si concludeva che un nero su quattro di età compresa tra i venti e i ventinove anni rientrava in queste categorie. Cinque anni dopo, un secondo studio rivelava che la percentuale era salita a quasi uno su tre (32,2%). Inoltre, più di un latinoamericano su dieci nella stessa fascia di età era detenuto, in libertà vigilata o rilasciato su cauzione. Il secondo studio evidenziava anche che il gruppo che aveva conosciuto l’incremento maggiore era quello delle donne nere, la cui carcerazione era cresciuta del 78%.

Secondo il Bureau of Justice Statistics, attualmente gli afroamericani nel loro insieme rappresentano la maggioranza dei prigionieri statali e federali, con un totale di 803.400 detenuti neri, 118.600 in più del totale dei detenuti bianchi. Alla fine degli anni Novanta, articoli importanti sull’espansione delle prigioni sono apparsi su Newsweek, Harper’s, Emerge e Atlantic Monthly. Perfino Colin Powell ha sollevato la questione del crescente numero di detenuti neri di sesso maschile nel suo discorso alla Convention Nazionale Repubblicana del 2000 che ha proclamato la candidatura di George W. Bush alla presidenza.

Negli ultimi anni, l’assenza di posizioni critiche sull’espansione delle prigioni ha lasciato spazio, nell’arena politica, a proposte per una riforma del sistema carcerario. Anche se il dibattito pubblico si è fatto più flessibile, l’enfasi è quasi sempre posta sull’introduzione di cambiamenti che producano un sistema migliore. In altre parole, l’accresciuta flessibilità che ha permesso una discussione critica dei problemi associati all’espansione delle prigioni limita tale discussione alla questione della riforma carceraria. Per quanto importanti possano essere certe riforme – l’eliminazione degli abusi sessuali e dell’incuria sanitaria negli istituti femminili, per esempio – alcuni modelli fondati esclusivamente sulle riforme contribuiscono a generare l’idea vanificante che non esistano alternative al carcere. Quando è la riforma a diventare la questione centrale, i dibattiti sulle strategie di scarcerazione, che dovrebbero rappresentare il punto focale della nostra discussione sulla crisi delle carceri, tendono a essere messi da parte.

La questione più immediata, oggi, è come evitare un’ulteriore espansione della popolazione carceraria e come riportare quanti più uomini e donne detenuti in quello che i prigionieri chiamano «il mondo libero ». Come possiamo muoverci per depenalizzare l’uso di stupefacenti e la prostituzione? Come possiamo intraprendere delle strategie giudiziarie serie, che siano volte al recupero anziché esclusivamente alla punizione? Tra le alternative efficaci c’è la trasformazione sia delle tecniche per affrontare il «crimine» sia delle condizioni socioeconomiche che spingono in riformatorio e poi in carcere tanti figli delle comunità povere e in particolare delle comunità di colore. La sfida più ardua e urgente, oggi, è quella di esplorare territori nuovi della giustizia, nei quali le prigioni non fungano più da nostro principale punto fermo.

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La vita cambiata da un taglio perfetto https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/#respond Thu, 28 Jun 2012 13:28:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8533 Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l'intervista uscita  sabato scorso su «D - la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall'infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un'unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

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Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l’intervista uscita  sabato scorso su «D – la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall’infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un’unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

“Quell’ossessione non è esattamente la mia”, racconta Alan Pauls, ospite in questi giorni del Castello di Fosdinovo, in Lunigiana, trasformato da Pietro Torrigiani Malaspina e Maddalena Fossombroni in una residenza per scrittori e artisti. “Ma è vero che ogni volta che mi sottopongo a un taglio di capelli dal barbiere vivo un’esperienza ansiogena e inquietante. Mi chiedo: Cosa ci faccio qui? E cosa succederà?”. Personalità magnetica e sfuggente, volto scavato, occhi chiari e penetranti, una risata contagiosa che esplode improvvisa, look da ragazzo, il cinquantatreenne Alan Pauls è “uno dei migliori scrittori latinoamericani viventi anche se siamo in pochissimi a goderne e a rendercene conto”, secondo la definizione che ha dato di lui Roberto Bolaño, prima di dedicargli un racconto nell’ultimo libro uscito postumo, Il gaucho insostenibile.

Nel 2003 Alan Pauls diventa universalmente noto grazie al suo quarto romanzo, Il passato, che vince il premio Herralde, viene tradotto in tutto il mondo (in Italia nel 2007) e diventa un film. Storia dei capelli è il secondo volume di una trilogia iniziata con Storia del pianto (Fazi 2009) e che sarà completata da Storia del denaro (Pauls sta finendo di scriverla). “È una trilogia dedicata alla prima parte degli anni 70, un periodo storico dell’Argentina molto intenso e travagliato”, continua. “Ma non sono interessato a una letteratura che si occupi esplicitamente di politica. Nei miei romanzi la politica entra da una porta secondaria. Così, per parlarne, ho scelto tre elementi minori, arbitrari, capricciosi e personali”. Ma perché proprio lacrime, capelli e denaro? Che cosa hanno in comune? “Sono cose che si possiedono e poi si perdono in modo irreversibile. Tutta la trilogia è incentrata sulla perdita, intesa come fine di un certo modo di sperimentare la politica. Nei primi anni 70 in Argentina si respirava un’atmosfera di euforia e passione politica. Io ero un ragazzino ma me ne rendevo conto. Era un’epoca di grandi desideri, la rivoluzione era un sogno possibile. Poi la dittatura, dal ’76 all’83, ha appiattito tutto. E ha diviso superficialmente il mondo in due: innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, sognatori e assassini. Mi premeva invece che l’eroe dei miei romanzi avesse una sensibilità modellata, dal punto di vista intellettuale, culturale, sessuale, da quell’esperienza di estasi politica. Un’esperienza che poi si perderà per sempre. Del resto la perdita è un elemento molto importante nella storia dell’Argentina. Molti hanno perso una moglie, una figlia, una madre, il denaro. E il tango, il ballo argentino per eccellenza, tragico e festoso, è la sublimazione artistica della perdita”.

Il suo protagonista senza nome prima vedeva il mondo attraverso le lacrime, ora è ossessionato dai capelli. “L’eroe interpreta il mondo in funzione dei capelli, è il filtro unico attraverso il quale tenta di decifrare tutto ciò che lo circonda. È una visione ossessiva, simile alla passione politica dei primi anni 70”. Lei ha dichiarato che gli argentini sono lacrimevoli e piagnucolosi. Hanno particolari idiosincrasie anche nei confronti dei capelli? “Sono molto individualisti. Un amico brasiliano mi faceva notare che in Brasile esistono solo quattro tipi di tagli di capelli per gli uomini. Se invece vai a Buenos Aires, ogni persona ha un taglio diverso”. Nel romanzo i capelli sono un’ossessione maschile. Le donne ne sembrano escluse o marginalmente sfiorate. “L’importanza della pettinatura nelle donne sarebbe un argomento addirittura banale. Le donne lo ritualizzano con estrema facilità. Per loro andare dal parrucchiere è un’esperienza piacevole e sociale, chiacchierano, si rilassano, si scambiano confidenze. Quando un uomo va dal barbiere, invece, compie un atto profondamente individuale. È un’azione privata, intima, quasi oscena. Ci affidiamo completamente a un uomo che non conosciamo e in cui riponiamo la massima fiducia. Lui può fare quello che vuole con le nostre teste. E compie un atto che è irreversibile, eppure più o meno una volta al mese ripetiamo quest’esperienza”. Che comporta, sembra suggerire, quasi un cambio di identità. “Sì, quando esci dal parrucchiere sei diverso rispetto a quando sei entrato. Per di più lo specchio del barbiere ti restituisce un’immagine che è ancora differente rispetto a quella che vedrai riguardandoti a casa. È un sortilegio misterioso che provoca una crisi di identità totale”.

Da adolescente il protagonista di Storia dei capelli si converte a un taglio afro, in stile Angela Davis. “A quell’epoca i capelli erano un campo di battaglia. Negli anni 70 la tipologia del capello – borghese, rivoluzionario, conservatore – corrisponde a una precisa tipologia politica. Agnès Varda nel suo film sulle Black Panters fa sfilare davanti alla macchina da presa i leader del movimento come Bobby Seale o Eldridge Cleaver, tutti irriducibili. E loro impiegano ben tre dei 15 minuti del film a spiegare come il taglio afro sia una dichiarazione di autoaffermazione politica, né più né meno esplicita del manifesto con i punti programmatici del gruppo, o dell’invito dello stesso Cleaver allo stupro delle donne bianche come parte del programma di addestramento per l’insurrezione. In questo caso un elemento frivolo come i capelli si carica di un messaggio politico forte. È attraverso quella frivolezza che sono riuscito ad abbordare un’epoca così pesante e complessa. In tempi recenti è stata venduta all’asta per 119.500 dollari una ciocca di capelli appartenuta a Che Guevara, che prima della sepoltura gli era stata tagliata da un agente della Cia”.

Il suo protagonista nel romanzo rimane affascinato da un barbiere di nome Celso… “Celso detiene il potere perché può fare ciò che vuole alla testa del suo cliente ma deve ascoltare i suoi desideri e cercare di assecondarlo. Celso sarà il primo barbiere che piace al nostro eroe. La relazione fra i due diventa stretta. È una storta di miracolo irripetibile. Da quel momento l’eroe vorrà solo lui come parrucchiere”. Anche Curtius, il cane dell’eroe, sembra allergico alla tosatura. “Cito nel libro un fatto che mi è successo realmente. Avevo un cocker spaniel che mi voleva molto bene. Un giorno, dopo essere stato tosato, mi ha morso all’improvviso una mano. Sono rimasto perplesso nel vederlo così nevrotico. Ho pensato che dopo la tosatura i cani non riconoscono più gli odori e diventano pazzi. Anche loro subiscono un cambio totale di identità”. L’eroe si libererà alla fine della sua ossessione… “È un uomo passivo, poco incline all’azione, che osserva in silenzio. Alla fine scoprirà che è possibile convertire il feticcio in un dono. E quella sarà la sua liberazione dall’ossessione malata per la propria immagine”. Ci racconta il suo incontro con Bolaño? In realtà di persona non ci siamo mai visti, il nostro è stato un rapporto epistolare. Ci siamo parlati una volta sola al telefono, e ci siamo scambiati 10-15 email in quattro o cinque anni. Gli avevo scritto per dirgli quanto mi era piaciuto I detective selvaggi, lui mi ha risposto e da lì è iniziata una relazione strana, di rara intimità, con una persona che non conoscevo, simile a quella tra scrittori del diciannovesimo secolo. Bolaño non è solo un grandissimo scrittore, ma l’esempio di una persona straordinariamente generosa”.

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Alternative al carcere https://minimaetmoralia.it/estratti/alternative-al-carcere/ https://minimaetmoralia.it/estratti/alternative-al-carcere/#respond Mon, 01 Feb 2010 07:54:29 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1622 «L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso. Il diritto all’informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della […]

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«L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso. Il diritto all’informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l’emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche un’emergenza informazione, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l’accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali».
Questo quanto si legge nelle pagina web del
Manifesto dopo l’appello lanciato dal quotidiano, in collaborazione con l’Associazione Antigone, di autorizzare l’accesso ai giornalisti negli edifici carcerari.
A minimum fax l’anno scorso abbiamo pubblicato un libro di Angela Davis, dal titolo
Aboliamo le prigioni?; ne pubblichiamo qui sotto un estratto che ci sembrava particolarmente significativo in questi giorni di dibattito sul tema.

«Lasciate perdere la riforma; è ora di cominciare a parlare dell’abolizione di carceri e prigioni nella società americana […] Tuttavia… abolire? E dove li mettiamo i detenuti? I «criminali»? Qual è l’alternativa? Intanto, non avere alternative creerebbe meno criminalità di quanto non facciano gli attuali centri di addestramento dei criminali. E poi, l’unica vera alternativa è costruire quel tipo di società che non ha bisogno di prigioni: una decorosa ridistribuzione del potere e del reddito, così da estinguere il fuoco occulto dell’invidia bruciante che infiamma oggi i reati contro la proprietà, che si tratti dei furti commessi dai poveracci o dell’appropriazione indebita da parte dei ricchi. E un senso decente della comunità che possa sostenere, reinserire e riabilitare davvero quelli che sono presi improvvisamente dall’ira o dalla disperazione, che li tratti non come oggetti – «criminali» – ma come persone che hanno commesso atti illegali, come la maggior parte di noi tutti».

Arthur Waskow, Institute for Policy Studies

Se aboliamo carceri e prigioni, con che cosa le sostituiremo? Questo è il grande punto interrogativo che spesso blocca ogni ulteriore considerazione sulle prospettive abolizioniste. Perché dovrebbe essere così difficile immaginare delle alternative al nostro attuale sistema detentivo? Ci sono svariate ragioni per cui siamo titubanti all’idea che sia possibile creare alla fine un sistema giudiziario totalmente diverso e forse più ugualitario. Innanzitutto pensiamo al sistema attuale, con la sua esagerata dipendenza dalla reclusione, come a uno standard assoluto e fatichiamo perciò a immaginare un qualunque altro modo di trattare gli oltre due milioni di persone attualmente rinchiusi nelle carceri, nelle prigioni, nei riformatori e nei centri di detenzione per gli immigrati. Ironicamente, perfino le campagne contro la pena di morte si fondano di solito sul presupposto che l’ergastolo sia l’alternativa più razionale alla pena capitale. Per quanto importante possa essere abolire la pena di morte, dovremmo renderci conto di come l’attuale campagna contro di essa tenda a ricalcare proprio il percorso storico che ha portato alla nascita della prigione come forma dominante di punizione. La pena di morte è coesistita con il carcere, nonostante quest’ultimo dovesse fungere proprio da alternativa alle pene corporali e capitali. È una dicotomia non da poco, che richiederebbe, per un’analisi critica, che si prendesse seriamente in considerazione la possibilità di collegare l’obiettivo dell’abolizione della pena di morte con le strategie per l’abolizione del carcere.
È vero che se ci concentriamo in modo miope sul sistema esistente – e forse è proprio questo il problema che c’induce a presumere che la carcerazione sia l’unica alternativa alla morte – è molto difficile immaginare un sistema strutturalmente simile in grado di gestire una popolazione così vasta di trasgressori della legge. Se però spostiamo l’attenzione dalla prigione, percepita come un’istituzione isolata, all’insieme dei rapporti che formano il complesso carcerario-industriale, potrebbe essere più facile concepire delle alternative. In altre parole, una struttura più complessa potrebbe generare più opzioni rispetto al semplice tentativo di trovare un unico sostituto del sistema carcerario. Il primo passo, quindi, sarebbe quello di rinunciare a scoprire un’unica modalità alternativa di pena che ricalchi le orme del sistema carcerario.
A partire dagli anni Ottanta, il sistema carcerario si è inserito sempre più nella vita economica, politica e ideologica degli Stati Uniti e nell’esportazione di merci, cultura e idee statunitensi. Perciò il sistema carcerario-industriale è molto più della somma di tutte le strutture detentive del paese. È un insieme di rapporti simbiotici fra istituti di pena, corporation transnazionali, conglomerati mediatici, sindacati degli agenti di custodia e programmi legislativi e giudiziari. Se è vero che il senso attuale della pena è forgiato da queste relazioni, le strategie abolizioniste più efficaci dovranno contestarle e proporre alternative che le rimpiazzino. Cosa significherebbe, allora, immaginare un sistema in cui la pena non possa diventare una fonte di profitto per le corporation? Come possiamo immaginare una società in cui la razza e la classe non siano i principali fattori che determinano la pena? O una società in cui la pena stessa non sia più la preoccupazione centrale nell’amministrare la giustizia?
Un approccio abolizionista che cerchi di rispondere a domande come queste richiederebbe che s’immagini tutta una serie di strategie e istituzioni alternative, con lo scopo ultimo di eliminare il carcere dal paesaggio sociale e ideologico della nostra società. In altre parole, non dovremmo cercare sostituti del carcere che gli assomiglino, come gli arresti domiciliari garantiti da braccialetti per la sorveglianza elettronica. Invece, nel proporci il fine ultimo dell’eliminazione del carcere, dovremmo cercare di concepire un continuum di alternative alla reclusione: la demilitarizzazione delle scuole, la rivitalizzazione dell’istruzione a tutti i livelli, un sistema sanitario che fornisca cure mediche psicofisiche gratuite a tutti e un sistema giudiziario basato sulla riparazione e la riconciliazione anziché sul castigo e la vendetta.
La creazione di nuove istituzioni che rivendichino per sé lo spazio occupato attualmente dal carcere potrebbe cominciare a rendere meno affollate le strutture detentive, in modo che occupino aree sempre più ridotte del nostro paesaggio sociale e psicologico. In quest’ottica, le scuole possono essere viste come l’alternativa più efficace al carcere. Se infatti non si elimina il clima di violenza nelle scuole delle comunità povere di colore – compresa la presenza di vigilanti e poliziotti armati – e se non le si trasforma in luoghi dove s’incoraggia la gioia dell’apprendimento, le scuole continueranno a essere la principale strada per il carcere. L’alternativa sarebbe trasformarle in veicoli della «decarcerazione», cioè della consistente riduzione del numero di persone mandate in prigione. Quanto al sistema sanitario, è importante sottolineare l’attuale scarsità di istituzioni disponibili per i poveri affetti da gravi disturbi mentali ed emozionali. Attualmente ci sono più persone con disordini mentali ed emozionali in carcere che negli ospedali psichiatrici. Questa richiesta di nuove strutture per l’assistenza ai poveri non dovrebbe essere presa come un appello a reintrodurre gli istituti psichiatrici vecchia maniera che erano – e in molti casi sono tuttora – repressivi quanto le prigioni. Si vuole semplicemente far notare che le disparità razziali e di classe nelle cure disponibili per i benestanti e gli indigenti vanno eliminate, creando così un altro veicolo della decarcerazione.
Insomma, anziché cercare di immaginare un’unica alternativa al sistema carcerario esistente, potremmo concepire una serie di alternative che richiederebbero una trasformazione radicale di molti aspetti della nostra società. Delle alternative che non dovessero affrontare il razzismo, il maschilismo, l’omofobia, i pregiudizi di classe e altre strutture di dominio non porterebbero, in ultima analisi, alla decarcerazione né promuoverebbero l’obiettivo dell’abolizione.
È in questo contesto che ha un senso la depenalizzazione dell’uso di stupefacenti come componente significativa di una strategia più vasta, volta simultaneamente a contrastare il razzismo insito nel sistema giudiziario penale e a favorire il programma abolizionista dell’eliminazione del carcere. Perciò, per quanto riguarda la contestazione del ruolo svolto dalla cosiddetta guerra alla droga nel portare in prigione un numero enorme di persone di colore, le proposte di depenalizzazione dell’uso di stupefacenti dovrebbero essere legate allo sviluppo di tutta una serie di programmi gratuiti, radicati nelle comunità, per tutti coloro che desiderano affrontare i loro problemi di droga. Non intendo dire che tutti quelli che fanno uso di droghe – o solo quelli che fanno uso di droghe illecite – abbiano bisogno di un simile aiuto. Tuttavia, chiunque desideri sconfiggere la propria tossicodipendenza dovrebbe essere in grado di partecipare a un programma di disintossicazione, a prescindere dalle sue condizioni economiche.
Le comunità ricche dispongono di strutture del genere. La più nota è il Betty Ford Center che, a detta del suo sito web, «accetta pazienti dipendenti da alcol e da altre sostanze chimiche che influiscono sull’umore. Le cure sono aperte a tutti gli uomini e le donne dai diciotto anni in su, senza distinzione di razza, credo, sesso, nazionalità, religione o fonti di pagamento del trattamento». Tuttavia, il costo per i primi sei giorni è di 1175 dollari al giorno e di 525 dollari per ogni giorno successivo. Trenta giorni di terapia verrebbero a costare 19.000 dollari, quasi il doppio della paga annua di una persona che percepisce il minimo salariale.
I poveri meritano di avere accesso a programmi volontari di disintossicazione efficaci che, come il Betty Ford Center, non siano sotto il patronato del sistema giudiziario penale. Programmi a cui possano partecipare anche i familiari, come al Ford Center, ma che, a differenza di questo, siano gratuiti. Perché simili programmi valgano come «alternative abolizioniste» non dovrebbero essere collegati alla carcerazione come ultima risorsa, a differenza dei programmi esistenti, ai quali si viene «condannati».
La campagna per depenalizzare l’uso di droghe – dalla marijuana all’eroina – è internazionale e ha indotto paesi come l’Olanda a rivedere le proprie leggi, legalizzando l’uso personale di sostanze stupefacenti come la marijuana e l’hashish. L’Olanda ha legalizzato anche il lavoro sessuale, un’altra area in cui si sono avute molte campagne per la depenalizzazione. Nel caso delle droghe e della prostituzione, la depenalizzazione richiederebbe semplicemente l’abrogazione di tutte quelle leggi che puniscono chi fa uso di stupefacenti o lavora nell’industria del sesso. La depenalizzazione dell’uso di alcol può essere presa a esempio storico. In entrambi i casi, la depenalizzazione favorirebbe la strategia abolizionista della decarcerazione, con lo scopo ultimo di smantellare il sistema carcerario come modalità prevalente di punizione. Un’ulteriore sfida per gli abolizionisti è quella di individuare altri comportamenti che si potrebbero depenalizzare come passi preliminari verso l’abolizione del carcere.
Un aspetto ovvio e molto urgente dell’opera di depenalizzazione è associato alla difesa dei diritti degli immigrati. La crescita – soprattutto dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 – del numero di immigrati rinchiusi in appositi centri di detenzione, come pure in prigioni e carceri, può essere fermata eliminando i processi che puniscono chi entra nel paese senza documenti. Le attuali campagne per la depenalizzazione degli immigrati clandestini rendono un contributo importante alla lotta globale contro il complesso carcerario-industriale e mettono in discussione la portata sempre più ampia del razzismo e del maschilismo. Quando donne fuggite dal Sud del mondo per sottrarsi alla violenza sessuale sono incarcerate anziché ottenere asilo, ciò rafforza la tendenza generalizzata a punire quanti sono perseguitati nelle loro vite private come conseguenza diretta di una pandemia di violenza che continua a essere legittimata da strutture ideologiche e giuridiche.
Negli Stati Uniti la difesa legale basata sulla «sindrome della donna maltrattata» riflette il tentativo di sostenere che una donna che uccide un marito violento non dovrebbe essere condannata per omicidio. È una tesi molto criticata tanto dai detrattori quanto dai sostenitori del femminismo; i primi non vogliono riconoscere l’entità e i rischi della violenza privata contro le donne, e i secondi contestano l’idea che la legittimità di una tale difesa stia nel sostenere che quelli che uccidono chi li maltratta non sono responsabili delle proprie azioni. Il concetto che i movimenti femministi cercano di dimostrare – a prescindere dalle loro posizioni specifiche in merito alla sindrome della donna maltrattata – è che la violenza contro le donne è un problema sociale diffuso e complesso che non può essere risolto imprigionando quelle che reagiscono contro chi abusa di loro. Perciò l’attenzione andrebbe rivolta a una vasta gamma di strategie alternative per ridurre al minimo la violenza contro le donne, nei rapporti intimi come nei rapporti con lo stato.
Le alternative che ho indicato fin qui – e che sono soltanto alcuni esempi, ai quali potremmo aggiungere piani per l’impiego e per e per il salario minimo garantito, programmi assistenziali che sostituiscano quelli soppressi, attività ricreative all’interno delle comunità, e molti altri – sono associate sia direttamente che indirettamente al sistema esistente di giustizia penale. Ma per quanto mediato possa essere il loro rapporto con l’attuale sistema di carceri e prigioni, queste alternative rappresentano il tentativo di invertire l’impatto del complesso carcerario-industriale sul nostro mondo. Poiché contestano il razzismo e altri sistemi di dominio sociale, la loro messa in opera non potrà che favorire il programma abolizionista a favore della decarcerazione.
Creare piani di decarcerazione e allargare la rete delle alternative ci aiuta a spezzare il legame concettuale tra delitto e castigo. Questa comprensione più articolata del ruolo sociale del sistema penale esige che rinunciamo al nostro abituale modo di concepire la punizione come una conseguenza inevitabile del reato. Dovremmo riconoscere che il «castigo» non è la chiara e logica conseguenza del «delitto» così come ce lo presentano i discorsi che insistono sulla giustizia della carcerazione, ma che la punizione – principalmente tramite la reclusione (e talvolta con la morte) – è piuttosto legata ai programmi dei politici, alla motivazione del profitto da parte delle corporation e alla rappresentazione mediatica del crimine. La carcerazione è legata alla razzializzazione di quelli che è più facile punire. È legata alla classe, e anche il sesso, come abbiamo visto, influisce sul sistema penale. Se vogliamo che le alternative abolizioniste turbino questi rapporti, mirino a disarticolare reato e pena, razza e pena, classe e pena, sesso e pena, non dobbiamo puntare l’attenzione soltanto sul sistema carcerario come istituzione isolata, ma su tutti i rapporti sociali che sostengono la permanenza del carcere.
Il tentativo di creare una nuova sfera concettuale in cui immaginare alternative alla reclusione comporta lo sforzo ideologico di chiedersi perché i «criminali» sono indicati come una classe di persone che non meritano i diritti civili e umani accordati ad altri. Alcuni criminologi radicali fanno notare da tempo che la categoria dei «trasgressori» è molto più vasta di quella degli individui ritenuti criminali, dal momento che quasi tutti noi violiamo la legge, prima o poi. Perfino il presidente Bill Clinton ha ammesso di aver fumato marijuana una volta, pur insistendo sul fatto di non averla aspirata. Comunque sia, le disparità ammesse nell’intensità della sorveglianza da parte della polizia – come indicato dall’espressione oggi ricorrente del racial profiling, che non riguarda soltanto la tendenza a controllare tutti gli automobilisti di colore – spiegano in parte le disparità razziali e di classe nel tasso di arresti e di pene detentive comminate. Perciò, se siamo disposti a prendere sul serio le conseguenze di un sistema giudiziario razzista e classista, giungeremo alla conclusione che un numero enorme di persone è in carcere per il semplice fatto di essere, per esempio, nero, chicano, vietnamita, nativo americano o povero, a prescindere dall’etnia. Queste persone sono mandate in prigione non tanto per i crimini che possono aver effettivamente commesso, ma in larga misura perché le loro comunità sono state criminalizzate. Perciò, i programmi di depenalizzazione non dovranno occuparsi soltanto di specifiche attività che sono state criminalizzate – come ad esempio l’uso di droghe o la prostituzione – ma anche della criminalizzazione di intere popolazioni e comunità.
È sullo sfondo di queste alternative abolizioniste di più ampio respiro che ha un senso esaminare la questione delle trasformazioni radicali del sistema giudiziario esistente. Perciò, a parte ridurre al minimo, attraverso varie strategie, i comportamenti che portano le persone a contatto con la polizia e i sistemi giudiziari, c’è la questione di come trattare quelli che attentano ai diritti e all’incolumità altrui. Molti individui e organizzazioni sia negli Stati Uniti che in altri paesi propongono modi alternativi di fare giustizia. In casi limitati, alcuni governi hanno cercato di attuare strategie che vanno dalla risoluzione dei conflitti a una giustizia riparatrice. Studiosi come Herman Bianchi hanno suggerito di definire il reato in termini di torto e di parlare di diritto riparatore anziché di diritto penale. Per dirla con le sue parole: «In tal modo [il reo] non è più un individuo malvagio, ma semplicemente un debitore, una persona responsabile il cui dovere umano è quello di rispondere delle proprie azioni e di assumersi l’onere della riparazione».
Esiste un numero crescente di studi su una riforma dei sistemi giudiziari che si basi su strategie di riparazione, anziché di punizione, come pure una crescente quantità di dimostrazioni empiriche dei vantaggi di questi approcci giudiziari e delle possibilità democratiche che dischiudono.

Anziché elencare i numerosi interrogativi sollevati negli ultimi decenni – compresa la domanda più ricorrente: «Che ne sarà di assassini e stupratori?» – voglio concludere con la storia di uno di questi esperimenti di riconciliazione straordinariamente riuscito. Mi riferisco al caso di Amy Biehl, la borsista Fulbright bianca di Newport Beach, in California, uccisa da alcuni giovani sudafricani a Guguletu, un sobborgo nero di Città del Capo, in Sudafrica.
Nel 1993, quando il Sudafrica era al culmine della sua transizione, Amy Biehl dedicava molto del suo tempo di studentessa straniera alla ricostruzione di quel paese. Nelson Mandela era stato liberato nel 1990, ma non era ancora stato eletto presidente. Il 25 agosto, Amy stava accompagnando in auto alcuni amici neri alle loro case di Guguletu quando una folla che scandiva slogan contro i bianchi la aggredì e alcuni giovani la presero a sassate e la pugnalarono a morte. Quattro degli uomini che avevano partecipato all’aggressione furono condannati a diciotto anni di reclusione per il suo omicidio. Nel 1997, Linda e Peter Biehl, i genitori di Amy, decisero di sostenere la domanda di amnistia che quegli uomini avevano presentato alla Truth and Reconciliation Commission. I quattro chiesero perdono ai Biehl e furono rilasciati nel luglio 1998. Due di loro – Easy Nofemela e Ntobeko Peni – in seguito conobbero i Biehl, che avevano acconsentito a incontrarli nonostante le molte pressioni contrarie. Nofemela disse che voleva esprimergli il suo dispiacere per aver ucciso la figlia meglio di quanto avesse potuto fare durante le udienze della commissione. «So che avete perduto una persona cara», ha riferito di avergli detto durante quell’incontro. «Voglio che mi perdoniate e mi prendiate come vostro figlio».
I Biehl, che dopo la morte della figlia avevano creato la Amy Biehl Foundation,* chiesero a Nofemela e Peni di lavorare nella sezione di Guguletu della fondazione. Nofemela divenne istruttore sportivo nell’ambito di un programma di doposcuola e Peni divenne amministratore. Nel giugno 2002 accompagnarono Linda Biehl a New York, dove, dinanzi all’American Family Therapy Academy, parlarono tutti di riconciliazione e giustizia riparatrice. In un’intervista al Boston Globe, quando le fu chiesto cosa provasse nei confronti degli uomini che avevano ucciso sua figlia, Linda Biehl rispose: «Gli voglio molto bene». Dopo la morte di Peter Biehl nel 2002, Linda acquistò per loro due lotti di terra in memoria del marito, affinché Nofemela e Peni potessero costruirsi una casa. Qualche giorno dopo gli attacchi dell’11 settembre, ai Biehl era stato chiesto di parlare in una sinagoga della loro comunità. Secondo Peter Biehl: «Cercammo di spiegare che talvolta conviene tacere e ascoltare cosa hanno da dire gli altri; chiedersi: “Perché accadono queste cose orribili?”, anziché limitarsi a reagire».

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