Angela Merkel Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angela-merkel/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 Feb 2017 15:05:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Angela Merkel Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angela-merkel/ 32 32 Le ragazze rapite https://minimaetmoralia.it/altro/ragazze-rapite/ https://minimaetmoralia.it/altro/ragazze-rapite/#respond Tue, 07 Feb 2017 15:02:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33575 Pubblichiamo, ringraziando l'editore, un estratto dal libro di Wolfgang Bauer Le ragazze rapite (La Nuova Frontiera) (fonte immagine).

di Wolfgang Bauer

Talatu Il mio nome è Jummai, ma mi chiamano tutti Talatu, perché sono la primogenita. Prima che mi rapissero e mi portassero nella foresta, frequentavo la nona classe alla Secondary School di Duhu. La mia materia preferita è la matematica. Mi piace perché è logica. Una volta che hai capito la logica di una regola matematica, puoi risolvere facilmente e in fretta qualsiasi esercizio.

***

Nascosto tra le paludi della foresta di Sambisa c’è il quartier generale di un gruppo di terroristi di una crudeltà quasi senza pari. Un gruppo di ispirazione tanto moderna quanto arcaica. Il mondo lo chiama Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato”). Loro si sono dati il nome Jam a’at Ahl as-Sunnah lid-Da’wah wa’l-Jihad, “Unione sunnita per l’espansione dell’Islam e della jihad”. Combattono per fondare un califfato in Nigeria e collaborano con Al Qaida in Mali e in Algeria. Nel frattempo hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. In pochi mesi, nell’estate del 2014, hanno occupato un quinto del territorio nigeriano.

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bokohram

Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro di Wolfgang Bauer Le ragazze rapite (La Nuova Frontiera) (fonte immagine).

di Wolfgang Bauer

Talatu Il mio nome è Jummai, ma mi chiamano tutti Talatu, perché sono la primogenita. Prima che mi rapissero e mi portassero nella foresta, frequentavo la nona classe alla Secondary School di Duhu. La mia materia preferita è la matematica. Mi piace perché è logica. Una volta che hai capito la logica di una regola matematica, puoi risolvere facilmente e in fretta qualsiasi esercizio.

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Nascosto tra le paludi della foresta di Sambisa c’è il quartier generale di un gruppo di terroristi di una crudeltà quasi senza pari. Un gruppo di ispirazione tanto moderna quanto arcaica. Il mondo lo chiama Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato”). Loro si sono dati il nome Jam a’at Ahl as-Sunnah lid-Da’wah wa’l-Jihad, “Unione sunnita per l’espansione dell’Islam e della jihad”. Combattono per fondare un califfato in Nigeria e collaborano con Al Qaida in Mali e in Algeria. Nel frattempo hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. In pochi mesi, nell’estate del 2014, hanno occupato un quinto del territorio nigeriano.

Sadiya Entri nella foresta e all’improvviso è buio. Così buio che quasi ti scordi che sia giorno. Sono la madre di Talatu. Ci hanno portate tutte e due nella foresta. Quando siamo arrivati, l’uomo che guidava il nostro camion ha dovuto accendere i fari, perché tutto a un tratto là dentro era troppo buio.

***

In Occidente si è saputo poco o niente della tragedia della Nigeria fino alla notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014. Quella notte un commando di Boko Haram ha rapito 276 studentesse di un collegio nella cittadina di Chibok. Le hanno costrette a salire sui camion e le hanno portate nella foresta. Finora solo poche di loro hanno fatto ritorno. È in quell’occasione che la brutalità di Boko Haram ha conquistato i titoli dei giornali internazionali. Da un giorno all’altro personalità importanti, tra cui la moglie del presidente degli Stati Uniti Michelle Obama, si sono fatte promotrici dell’appello “Bring back our girls”.

Il rapimento di Chibok ha dato finalmente un nome a qualcosa di inconcepibile.
Nel frattempo si suppone che diverse migliaia di donne siano cadute nelle mani di Boko Haram. La maggior parte viene tenuta prigioniera nella foresta di Sambisa, tra le paludi. All’epoca i capi di Stato europei e africani organizzarono vertici di emergenza per discutere del salvataggio delle ragazze di Chibok. Angela Merkel si disse pronta a sostenere un intervento militare con truppe di terra nei paesi dell’Africa occidentale.

Ma lo sgomento durò poco. Il nordest della Nigeria è troppo lontano dai centri di potere mondiali. Nel luglio del 2015 e poi di nuovo nel gennaio del 2016, per scrivere questo libro, ho intervistato insieme a un fotografo e a un interprete più di sessanta donne e ragazze che sono riuscite a fuggire dai campi di prigionia e schiavitù di Boko Haram. Molte delle donne con cui abbiamo parlato erano scappate dalla foresta solo pochi giorni prima. I loro racconti testimoniano atrocità inimmaginabili, e mettono in luce le dinamiche interne dell’organizzazione terroristica che negli ultimi anni ha mietuto in assoluto il maggior numero di vittime, persino più dello Stato islamico. Ma nonostante sia così letale, se ne sa ancora molto poco.

Non è chiaro come venga diretta, quali siano i suoi obiettivi a lungo termine, chi la finanzi, come scelga cosa fare. I racconti delle donne rapite non rispondono a queste domande, ma ci avvicinano un po’ di più alla verità. E non si limitano soltanto a darci informazioni su Boko Haram. Questi racconti sono molto di più: sono testimonianze di prima mano di ciò che è accaduto a queste donne.

Ci fanno entrare nelle loro vite, che altrimenti, nonostante internet e la globalizzazione, rimarrebbero estranee e lontane da noi. Ci conducono lungo i vicoli dei loro villaggi, di cui spesso non sappiamo neanche pronunciare il nome e che sono indicati soltanto su poche mappe. Sono racconti dolorosi. Anche perché ci rivelano quanto sia ancora limitata la nostra prospettiva. Quanto sia ristretto lo spazio delle nostre percezioni. Quanto sia misera la comprensione che abbiamo di questo mondo e di questo tempo che
chiamiamo “nostro”.

Il flagello di Boko Haram finora non ha toccato l’Europa e l’America, apparentemente troppo lontane. Ma la maggior parte degli osservatori internazionali è concorde nell’affermare che un giorno questa setta attaccherà anche in Occidente. Perciò noi occidentali non dobbiamo ignorare il terrorismo di Boko Haram. Se distogliamo lo sguardo dal sangue altrui, prima o poi ci ritroveremo a fissare il nostro. E possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne.

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Wolfgang Streeck: l’Euro, un errore politico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/wolfgang-streeck-leuro-un-errore-politico/#comments Wed, 29 Jul 2015 15:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27968 Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

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draghi

Una versione ridotta di questa intervista è uscita su L’espresso online.

«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

In Tempo guadagnato, un libro pubblicato nel 2013, lei accoglieva con favore l’emergere in Grecia di una forza politica di sinistra «che avrebbe potuto decidere di annullare unilateralmente il debito sovrano del proprio paese». A distanza di due anni quella forza di sinistra, Syriza, è al governo, ma il negoziato sugli “obblighi” è ancora in corso. Come giudica la contesa sul debito greco? 

Credo che si tratti di una battaglia tra il nord Europa, con la Germania in testa, e i paesi mediterranei. Quel che è stato presentato ai popoli europei come un processo di unificazione è in realtà un processo di consolidamento dell’egemonia dell’Europa del Nord e del capitalismo internazionale sui paesi mediterranei, affinché diventino parte integrante di una forma di capitalismo che implica il predominio dei sistemi finanziari e l’aggiustamento delle politiche di bilancio statali alle loro richieste. Lo scontro in ogni caso non è soltanto tra il Nord dell’Europa e i paesi mediterranei. Anche le società mediterranee appaiono divise – come dimostra il caso italiano – tra un settore che punta alla ‘modernizzazione’ e che include le elite e le classi medie che vogliono liberarsi dall’eredità ‘feudale’ e quella parte di società che teme – a ragione – che i propri interessi verranno sommersi in questo processo di modernizzazione e trasformazione globale. Nel caso della Grecia, la spaccatura è evidente anche all’interno di Syriza, dove ci sono due fazioni: la prima, rappresentata dal ministro delle Finanze Varoufakis (nel frattempo si è dimesso, ndr), è quella di chi ritiene che convenga restare nell’euro e ottenere dall’Europa quanti più sostegni e benefici possibili per modernizzare il paese. L’altra, incarnata dall’economista greco Costas Lapavitsas, docente a Londra, è quella di chi suggerisce invece di uscire dall’euro e di recuperare qualche forma di sovranità monetaria, perché sul lungo periodo l’euro imporrà una disciplina molto rigida e nessuna protezione per coloro che soffriranno i danni di questo rapido processo di ‘riforme’ e modernizzazione euro-capitalistica.

Con il referendum del 5 luglio, Tsipras ha reclamato i diritti della democrazia contro le imposizioni dell’economia, alzando il prezzo che i creditori devono pagare per evitare che la Grecia, paese debitore del Sud, abbandoni la partita. È una mossa azzeccata?

Sì. Il governo greco deve cercare di ottenere il più possibile dall’Unione economica e monetaria. Dopotutto, è stata proprio l’Unione monetaria a imporre alla Grecia cinque anni di austerità, senza la minima prospettiva di una ripresa futura. Il rischio, sul lungo termine, è che la Grecia non abbia comunque speranze all’interno dell’eurozona, nonostante le concessioni che riuscirà a strappare. È in corso un conflitto su chi pagherà il conto della Grecia, molto elevato sul lungo periodo. Ma tutto deriva da un’idea sbagliata: l’idea che un’economia di mercato comune conduca inevitabilmente alla convergenza della prosperità dei paesi che ne fanno parte. Piuttosto, è vero il contrario. All’interno dell’Unione europea, i paesi del Nord prosperano e prospereranno, mentre quelli del Sud soffrono. Ne deriva un’enorme pressione politica da parte del Sud per avere qualche forma di compensazione per la loro permanenza nell’euro. Credo che tale compensazione alla fine diverrà insostenibile, dal punto di vista economico ed elettorale. Non è un caso che nel Nord tutte le elezioni abbiano registrato una vittoria o una significativa affermazione dei partiti che si battono contro l’Unione europea.

Torniamo alle due ‘fazioni’ presenti anche all’interno di Syriza. Si direbbe che lei sostenga la seconda: in Tempo guadagnato definisce l’introduzione dell’Unione monetaria europea un grave «errore politico», simbolo di  un «progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato». Perché?

L’errore principale sta nell’aver imposto una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale, un regime monetario molto rigido a paesi e sistemi economici che non solo non ne traggono beneficio, ma ne soffrono. L’euro impedisce ai paesi del Sud di usare lo strumento ella  politica monetaria per bilanciare la loro relazione con il resto del mondo. Si tratta sostanzialmente della reintroduzione del Gold standard (il sistema di tassi di cambio fissi della valuta all’oro, ndr), così come esisteva prima della prima guerra mondiale. John Maynard Keynes aveva ragione quando negli anni Trenta del Novecento diceva che non si può usare il Gold standard in un’economia. Perché? Perché con il Gold standard un governo non ha strumenti per impedire che la popolazione si ritrovi nei guai a causa della bassa competitività. Non ci sono difese possibili. Le uniche sono quelle dell’abbassamento dei salari, della riduzione dei diritti, etc, tutte quelle misure che in Italia ha provato a introdurre Mario Monti. Le politiche economiche monetarie dell’Unione rispecchiano l’idea tedesca della stabilità monetaria. Imporre tali politiche a sistemi economici diversificati come quello italiano o francese è stata un’insensatezza.

Nel suo libro scrive che «l’abolizione delle monete nazionali e la loro sostituzione con una moneta unica facevano parte della logica propria della svolta liberista, che mirava a liberare l’economia e il mercato dagli interventi della politica», favorendo la «giustizia di mercato» contro la «giustizia sociale». Ci spiega meglio?

L’euro è stato ‘inventato’ negli anni Novanta, quando tra i paesi ricchi dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, c’era consenso sul fatto che l’appropriazione delle risorse economiche da parte dello Stato – in altre parole il processo democratico – fosse andato troppo oltre e andasse fermato. Come? Con le politiche dell’aggiustamento e del pareggio di bilancio. Ne seguì un periodo di consolidamento fiscale in tutta Europa, nel quale sia a Bruxelles sia al Fondo monetario internazionale era senso comune pensare che i governi dovessero puntare innanzitutto a quello. Il guaio è che, soprattutto se introdotto quando la capacità di tassare i ricchi è in declino, il pareggio di bilancio ha delle implicazioni negative: significa meno Stato, uno Stato più ‘snello’, e dunque privatizzazione dei servizi e della sicurezza sociale, e ciò a sua volta significa che gli effetti redistributivi dell’intervento pubblico (volti alla giustizia sociale) spariscono in favore della giustizia del mercato.

Lei contesta non solo l’attuale funzionamento dell’eurozona, ma l’equazione – data per scontata nel discorso pubblico – tra l’euro da una parte e l’Europa e l’europeismo dall’altra. Come replica alla cancelliera Angela Merkel, che continua a ripetere che «se l’euro fallisce, allora fallisce anche l’Europa»?

Per me l’Europa rappresenta una cultura millenaria, non ha niente a che fare con l’Unione monetaria. D’altronde l’Europa intesa anche come unione politica esiste da prima dell’Unione monetaria. L’equazione tra euro ed Europa è semplice ideologia. Ha la funzione di nascondere interessi molto prosaici. Lo dimostra il caso della Germania. Il settore esportazioni, trainante nell’economia tedesca, ha bisogno di un mercato dell’export che impedisca ai paesi importatori di svalutare la propria moneta come mezzo di protezione e difesa rispetto ai paesi esportatori. L’euro in Germania è un dogma perché è il cuore della politica economica ed estera. Angela Merkel è una donna molto intelligente, ma non nutre alcun sentimento particolare verso l’Europa. In fondo sa anche lei che l’equazione tra euro ed Europa è una sciocchezza.

Rimane il fatto che l’idea che esista una corrispondenza tra la moneta-euro e il progetto politico europeo rimane ben radicata. Anche tra i partiti di sinistra, perfino tra quelli che contestano l’Europa dell’austerity. Da dove nasce quest’idea?

Forse per capirne qualcosa di più possiamo fare un passo indietro. Alla nascita dell’Unione monetaria, che per ironia della storia fu ‘inventata’ da un francese, non da un tedesco. I francesi hanno sempre sofferto il fatto che per tutto il dopoguerra abbiano dovuto svalutare la moneta, contro quella tedesca. Ciò contraddiceva lo spirito della grandeur nazionale. In più, a partire dagli anni Ottanta, tutte le banche centrali europee seguivano le politiche interstatali della Bundesbank, la banca centrale tedesca. I francesi pensarono dunque di puntare a due obiettivi diversi, che si sarebbero dimostrati incompatibili: europeizzare la Bundesbank, in modo da poterne condizionarne la politica monetaria e introdurvi politiche economiche ‘francesi’, e allo stesso tempo usare la Banca centrale europea per imporre maggiore disciplina all’interno dell’economia francese. Jacques Delors, allora ministro francese dell’Economia e delle Finanze, all’inizio degli anni Ottanta fu spedito dal presidente Mitterand in Europa per favorire questo radicale mutamento della politica francese, che mirava a una moneta stabile e all’internazionalizzazione dell’economia. Lo stesso proposito che in Italia avevano Monti e i bocconiani, che insieme agli economisti liberali francesi pensavano in qualche modo di tornare al presidente Luigi Einaudi, un ordoliberale di stampo tedesco, importando dalla Germania una certa idea di stabilità economica che portasse all’indebolimento delle forze sindacali e dei partiti di sinistra. In Italia e in Francia c’era anche chi pensava che in questo modo si potesse imprimere alle politiche economiche europee una direzione ‘mediterranea’. Fu uno sbaglio. Quando oggi gli italiani – sbagliando – vedono in Mario Draghi l’eroe che introduce elementi non liberisti nella politica monetaria europea contro la cattiva Merkel dimostrano che la battaglia su cosa significhi l’unione monetaria è ancora in corso.

Contrariamente a quanti difendono l’euro a tutti i costi, indipendentemente dai risultati che ha prodotto o meno fino a oggi e da quelli che ci si aspetta in futuro, lei non nasconde la sua idea di «rinunciare all’euro nella veste di moneta unica», e ha proposto una sorta di Bretton Woods europea. Di cosa si tratta?

Oggi di fronte a noi abbiamo due opzioni: aggravare l’errore dell’euro, oppure favorire il ritorno in Europa a un sistema ordinato di tassi di cambi fissi, ma aggiustabili in modo flessibile, che sappia riconoscere e apprezzare le differenze tra le società europee. Nel mondo già si è fatta esperienza della combinazione di due diverse politiche monetarie, con una moneta ‘centrale’, di riferimento e di ancoraggio, associata a monete nazionali ad essa legate. L’essenza di Bretton Woods era proprio questa. Nel dopoguerra e fino agli anni Settanta, questo sistema ha permesso a paesi come l’Italia e la Francia di fare delle concessioni interne, soprattutto ai partiti comunisti e ai sindacati, in termini di concessioni salariali e generose politiche sociali, e di correggere il generale orientamento economico volto soltanto a una maggiore competitività, aggiustando l’inflazione o il deficit.  È un esempio di come si possano gestire sistemi politici diversificati e allo stesso tempo far parte di un’economia internazionale. Non è un caso che molte persone stiano ragionando su questa possibilità. Lo fanno, insieme tra loro, l’economista greco Lavapitsas e l’ex ministro delle Finanze tedesche Oskar Lafontaine.

Nel suo libro sottolinea che ciò non significa che l’euro dovrebbe essere abolito. Nel caso della Grecia, cosa comporterebbe?

L’adesione della Grecia all’Unione monetaria europea non funziona. Non può reggere. Va trovata una via d’uscita. Se la Grecia intende recuperare almeno una parte del controllo democratico sulla sua economia e cessare di essere un distretto della Germania, alla fine dovrà uscire dall’euro. Una soluzione potrebbe essere quella di  reintrodurre la moneta nazionale in parallelo all’euro. Se i salari pubblici versati dallo Stato e altre forme di pagamento fossero diciamo per il 70% in euro e per il 30% nella moneta locale, nel mercato ci sarebbero meccanismi di aggiustamento tra le due monete. Non sarebbe un passaggio del tutto inedito. Forse, è l’unica maniera per evitare la bancarotta del paese.

Eppure nel dibattito pubblico sembra che le uniche due soluzioni, tra loro opposte, siano più austerity o default…

È vero. Anche sul fronte greco non se ne parla molto, perché si vuole ottenere quanto più possibile dall’Europa. Condivido questa strategia: a volere la Grecia nell’eurozona sono stati soprattutto la Germania e la Francia. E allora che ne paghino il conto. Conoscevano i problemi greci, il clientelismo, la corruzione, eppure l’hanno ammessa. Perché? Perché alla fine degli anni Novanta la Grecia, che non riusciva ad attingere al mercato del capitale privato, dipendeva dai trasferimenti di Bruxelles tramite i programmi di aggiustamento. Ma era un periodo nel quale i maggiori paesi europei stavano consolidando il proprio budget, mentre alti paesi – pensiamo ai Balcani – reclamavano nuovi finanziamenti. Annettendo la Grecia all’eurozona, Francia e Germania hanno pensato che i greci potessero prendere in prestito il denaro anziché riceverlo sotto forma di sussidi. Così la Commissione europea e alcuni governi hanno fatto intendere ai mercati finanziari che il debito greco fosse in qualche modo un debito europeo. Nel 2009 invece, a causa della situazione economica generale, i tedeschi hanno cominciato a dire che il debito greco era soltanto greco. I problemi veri sono cominciati allora.

Vuol dire che il governo greco ha tutte le ragioni per tenere alto il livello dello scontro con la Troika?

Qui in Germania è diffusa la percezione che i greci siano i ‘cattivi ragazzi’, perché pretendono troppo. Al contrario, dovrebbero chiedere di più. Hanno diritto a farlo. I vari Schröder, Monti, Chirac, i leader europei del periodo in cui si è affermata questa particolare concezione dell’Unione monetaria e della politica economica comune, potrebbero essere chiamati in tribunale: devono rispondere di aver mentito ai propri ‘clienti’ sulla validità e sulla solidità dei prestiti che stavano erogando, o sui quali ‘garantivano’. Quanto ai greci, nel momento in cui hanno accettato i prestiti  avevano ragione di credere che li stavano ricevendo come ricompensa per la disponibilità ad accettare il Gold standard in economia, una cosa ridicola sin da allora, ridicola almeno quanto la dollarizzazione dell’economia argentina. Gli europei distribuivano il veleno al governo greco. E il governo greco a quel tempo era abbastanza corrotto da distribuirlo al proprio popolo.

Secondo la sua analisi, il fatto che per i paesi debitori sia sempre giusto e doveroso ripagare i propri debiti «è un mito che serve a costruire il mito della moralità dei mercati finanziari globali». La sovranità di uno Stato si esercita anche decidendo di non pagare i debiti?

Storicamente, ci sono stati molti governi che hanno negoziato con i creditori un alleggerimento o una ristrutturazione del debito, o che si sono semplicemente rifiutati di pagare. Non c’è nulla di morale in questo. Dipende dai casi. Senza contare che se un debitore finisce in bancarotta, in parte è anche colpa dei creditori, che non sono stati abbastanza vigili. Le banche fanno operazioni di controllo del rischio: gestiscono un portfolio di prestiti distribuito in modo tale che la percentuale minoritaria di debitori insolventi non pregiudichi il profitto totale. Da una banca ci si aspetterebbe questa forma di responsabilità. Se una banca decide di comprare titoli di stato greci, lo fa perché ritiene che dietro al rischio ci sia una forma di assicurazione politica che quei crediti verranno comunque rimborsati. Per questo, possiamo criticare i creditori quanto i debitori.

È molto diffusa l’opinione che la crisi finanziaria e fiscale degli Stati europei mediterranei, e non solo, vada ricondotta al fatto che la popolazione abbia prelevato per sé, a causa di un eccesso di democrazia, troppe risorse dai fondi pubblici. Lei sostiene invece che la causa dell’indebitamento pubblico vada ricercata non «nelle spese elevate, bensì nelle basse entrate dovute a un’economia e a una società fondate sul principio dell’individualismo della proprietà privata». Ci spiega meglio?

Su questo, il punto di vista va rovesciato. I governi devono sempre trovare un equilibrio tra le richieste dei cittadini e quelle dei ‘creditori’, ma per farlo devono essere in grado di tassare l’economia. Se trovano resistenza alla tassazione, ecco che si crea un deficit. Negli anni 70 la spesa sociale è cresciuta molto, specie per i benefit legati alla disoccupazione. Quell’aumento non dipendeva però dall’eccesso di benefit e di tutele sociali, ma dall’incapacità del sistema di creare e mantenere posti di lavoro. Intendo dire che i governi sono tenuti a compensare i danni causati da un’economia capitalistica che si evolve velocemente a scapito della struttura sociale e della sua tenuta. In Italia si criticano sempre le baby-pensioni. É una cosa stupida. Non è questa la causa della crisi fiscale dello Stato. Le vere spese sono quelle che lo Stato effettua per garantire le precondizioni affinché i mercati possano operare, oltre a quelle con cui compensa i danni dell’economia liberista. Stiamo sperimentando un problema sistemico: i costi per il mantenimento dell’economia capitalistica eccedono i benefici che ne ricaviamo. La natura sociale della produzione e la natura capitalistica delle relazioni di proprietà collidono. Dietro la crisi fiscale c’è questo.

 C’è una scuola di pensiero – riconducibile a Jürgen Habermas, con cui lei ha polemizzato all’uscita del suo libro – che dice: ‘è vero, esiste un deficit democratico in Europa, ma si può colmare politicamente, attraverso un processo di democratizzazione che culmini in una vera Costituzione europea’. Lei è molto scettico su questa possibilità. Perché?

Perché non si può elaborare alcune teoria istituzionale democratica senza tener conto della politica economica. Habermas ragiona in termini di diritto internazionale, di teorie istituzionali, ma se non teniamo conto dei fattori sistemici sottostanti, se non consideriamo le ragioni per cui la produzione capitalistica schiaccia il pubblico, qualsiasi invenzione istituzionale non risolverà nulla. Occorre riconoscere seriamente il problema attuale: il modo di produzione capitalistico è in guerra con la democrazia e con le società democratiche. Tutto ciò è evidente nel Mediterraneo: la disoccupazione giovanile lascerà tracce importanti, nella testa dei giovani e nella loro capacità di accumulare reddito. Pretendere che non sia importante è insensato. Davvero non riesco a capacitarmi di come un uomo così intelligente ancora creda che la democrazia europea possa essere una sorta di democrazia giacobina, in cui ciascuno vota per un partito, esiste un parlamento centrale rappresentativo di tutti ma non esistono i mercati, la finanza internazionale, gli egoismi nazionali. Nessuno ha idea di chi scriverà una eventuale Costituzione europea sovranazionale, e tantomeno di come potrebbe passare nei parlamenti nazionali, dove sono fortissimi i partiti contrari all’integrazione europea. Al contrario di quel che pensa Habermas, molti paesi vogliono stare in Europa non perché mirino a una Costituzione unica e democratica, ma per proteggere la propria nazionalità. Pensare alla Costituzione europea mi pare irrealistico. Soprattutto oggi, quando abbiamo problemi ben più importanti da risolvere. E molto in fretta.

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Gli unici tedeschi che stanno con i greci https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-unici-tedeschi-che-stanno-con-i-greci/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-unici-tedeschi-che-stanno-con-i-greci/#comments Wed, 17 Jun 2015 05:30:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27358 Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l'unilateralità dell'informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

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Riexinger

Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

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“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l’unilateralità dell’informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

Nella storia di questo partito socialista democratico che ondeggia attorno al dieci percento dei consensi, una forza tanto importante quanto sottovalutata all’estero, si specchia, rifrangendosi in una sintesi perfetta, tutta la storia politica tedesca fra Novecento e primo scorcio del nuovo millennio. Non è una storia semplice, dunque, eppure riusciamo a vederla riassunta addirittura nelle pietre di questo edificio, la Karl Liebknecht Haus. Fu qui, infatti, che nel 1926 prese sede il KPD, il Partito Comunista tedesco, intitolando quella che era nata come una fattoria alla memoria dell’avvocato che nel 1914 aveva fondato, assieme a Rosa Luxemburg, la Lega di Spartaco (movimento rivoluzionario socialista) e cinque anni dopo il Partito Comunista, poco prima di essere torturato e ucciso. Nel 1933 sul palazzo fu issata la bandiera incisa dalla svastica, il nome di Liebknecht fu sostituito da quello di Horst Wessel (attivista nazista assassinato) e in queste stanze occupate dalla polizia, si susseguirono detenzioni e torture di ebrei e avversari politici fino a quando il dipartimento per le finanze dello stato prussiano rese il Palazzo solo apparentemente più accettabile. Nel 1948, semidistrutto, l’edificio tornò a onorare la memoria di Liebknecht, accogliendo l’Istituto marxista leninista fino al 1990. È allora, caduto il muro, che questa ex fattoria inizia a raccontare definitivamente la storia della Linke. Il PDS, Partito del Socialismo Democratico, erede della SED, partito unico della Repubblica Democratica Tedesca, sostituisce l’Istituto marxista leninista e comincia il suo percorso di maturazione. Nel 2005 il PDS si prepara ad accogliere l’abbraccio di un altro partito nato in quegli anni nella nuova grande Germania unita. Sindacalisti e politici (tra cui Oskar Lafontaine), delusi dalla svolta liberista con cui Schroeder sta trasformando la SPD (il partito socialdemocratico), hanno infatti creato la WASG, Partito della Giustizia Sociale, che nel 2007 assieme ai cugini dell’est va a formare Die Linke.

“Oggi il partito deve affrontare i pregiudizi di una società profondamente anticomunista che in parte vede ancora in noi gli eredi della DDR” spiega Bernd Riexinger “C’è molta demagogia, ovvio. Siamo il partito del socialismo democratico mica un monopartito da socialismo reale. Tuttavia, è politicamente conveniente inserire l’avversario in una zona d’ombra dove cresce la paura dell’elettore. Qualcosa però sta cambiando. Le ultime elezioni regionali in cui è stato per la prima volta eletto un Presidente del nostro partito, Bodo Ramelow, in Turingia, hanno dato un segno: è possibile cominciare a immaginare una situazione di normalità politica in cui Die Linke sia accettata dalle coscienze di tutti i tedeschi”. Il caso della Turingia è notevole. Ramelow è stato eletto con il supporto del voto socialdemocratico e verde. Un’alleanza che a livello locale è molto più semplice che su scala nazionale. “Ma noi non ci precludiamo la possibilità di un’ alleanza con la SPD. Ci sono molti problemi aperti – è evidente. La precondizione necessaria per noi è che essi abbandonino le politiche neoliberiste. Diversamente, nessun punto di vista comune sarebbe immaginabile”. La possibilità di un cambiamento interno non è dietro l’angolo e Riexinger lo sa bene. L’epoca della Merkel non accenna a finire: “La propaganda governativa finora ha lasciato poco spazio agli oppositori. Da una parte essa ha a che fare con l’orgoglio nazionale, dall’altra con la paura. Mi spiego. Sono stati molto abili nel far credere ai tedeschi che qui da noi tutto va bene e che le colpe e i problemi si annidano soltanto nei Paesi più deboli economicamente. È infatti molto semplice e altrettanto convincente dire: rispetto a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, noi stiamo bene. A questo senso di orgoglio si contrappone la paura che tutto ciò possa finire, e questa fine si fa coincidere con la paventata fine del lungo periodo di potere di Angela Merkel. Cosa succederebbe senza di lei? – ci si domanda. La polarizzazione così diventa fortissima. Ma sotto la superficie le cose stanno cambiando. C’è una progressiva presa di coscienza. Le crepe di questo gioco di potere e di propaganda iniziano a mostrarsi”.

In Europa, dopo la vittoria di Syriza, queste crepe sembra siano state riassorbite in uno scontro frontale in cui sia i governi che la stampa hanno lasciato soli i greci. Le accuse politiche a Varoufakis si sono mescolate a una campagna mediatica di delegittimazione senza precedenti. “C’è un deficit di competenza nell’analisi macroeconomica che unisce tutti i Paesi. Si fonda sull’idea che il modello tedesco possa funzionare anche altrove. Eppure chiunque, anche un inesperto, può rendersi conto che si tratta di un controsenso. L’economia tedesca è fondata sull’esportazione ed è evidente che non possono esportare tutti. Ma c’è un’altra questione: Merkel e Schäuble coltivano solo gli interessi nazionali. E guardano all’Unione Europea soltanto per la competitività del mercato e non per lo sviluppo sociale. Per questo, ripeto che dovremmo tutti sostenere la Grecia nelle trattative aperte dopo la vittoria della sinistra. L’austerità non ha portato a nulla e se lo spazio di azione dei greci è talmente stretto che un governo democraticamente eletto non può proporre la ricetta che vuole, significa che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Dobbiamo tutti contribuire a cambiare la natura dell’Unione Europea, altrimenti finirà con una guerra intestina dagli esiti imprevedibili”.

Per Riexinger, uno dei primi passi necessari da compiere è una presa di coscienza legata alla capacità di scardinare alcune questioni date ormai per scontate, certezze che nessuno più mette in discussione. “Per esempio l’idea che i soldi alla Grecia servano a salvare i greci e invece sono soldi che vanno alle banche. Oppure l’idea che la crisi greca coincida con il fallimento del Paese, dello Stato, laddove si tratta di una crisi finanziaria”. Analogo il discorso per la questione ucraina. Dove sono all’opera evidentemente “interessi geopolitici e militari”. Non è strano dunque che, mentre si discute di quanto gli europei dovrebbero pagare alla Grecia, si passi sotto silenzio quanto gli europei stanno pagando per l’Ucraina. “Ma un’Europa pacifica esiste solo con la Russia. Senza, invece, sarà completamente impossibile. Dunque è necessario normalizzare le relazioni con Putin, perché quel che sta succedendo può rientrare negli interessi degli Stati Uniti ma non certo di noi europei”. Quanto all’Italia? A parlar di noi, Riexinger si illumina. Sorride. Apre le braccia. “Quando ero giovane vi invidiavo. Venivo spesso. Avevate quello straordinario partito che era il PCI. Poi la frammentazione, i dissidi interni hanno sbriciolato un grande patrimonio. Credo che ci sia davvero bisogno di un partito di sinistra vitale che restituisca speranza e motivazioni, che sappia unire e non dividere. Io sono fiducioso. Conosco le vostre risorse”.

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I ragazzi italiani che il Regno Unito non vuole più https://minimaetmoralia.it/reportage/italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu/ https://minimaetmoralia.it/reportage/italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu/#comments Tue, 24 Mar 2015 14:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25976 di Marco Mancassola

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.

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di Marco Mancassola

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.

Subito prima di arrivare al governo nel 2010, Cameron aveva annunciato un piano per ridurre l’immigrazione netta nel Regno Unito a meno di centomila arrivi all’anno. Al tempo non sapeva che la questione dell’immigrazione sarebbe diventata la spina nel fianco del suo governo. E che il suo piano per ridurre gli arrivi da paesi fuori dell’Ue sarebbe stato vanificato da un aumento incontenibile di arrivi europei. “La nostra stretta da una parte è stata neutralizzata da un rigonfiamento da un’altra parte”, ha detto a Rochester per giustificare il fallimento della sua vecchia promessa. Il rigonfiamento presenta numeri impressionanti: solo nell’ultimo anno, 228mila cittadini europei sono approdati in cerca di lavoro nel Regno Unito.

È per questo che i malumori britannici nei confronti dell’Unione europea si sono concentrati sempre più sulla questione dell’immigrazione interna europea. Il flusso di lavoratori dalle economie più stagnanti del continente crea inquietudine in un paese che si percepisce come “già pieno”. In molti si aspettavano da Cameron una richiesta a Bruxelles: introdurre un tetto agli ingressi annuali europei nel Regno Unito. Ma provare a rompere il principio della libertà di movimento all’interno dell’Unione aprirebbe uno scontro pericoloso e il premier non ha incluso la richiesta nel suo discorso, una rinuncia che i mezzi d’informazione britannici hanno interpretato come frutto di una pressione di Angela Merkel. Cameron ha fatto comunque altri annunci. Se confermato premier, rinegozierà i termini dell’appartenenza all’Unione europa proprio a partire dalla libertà di movimento. E se questo non sarà possibile, “allora non escludo nulla”. Un riferimento allo spettro della cosiddetta brexit – l’eventuale uscita britannica dall’Ue.

In verità, il suo intero discorso è suonato come un disperato contorsionismo.

Alternativamente rassicurante e aggressivo. Buone parole e minacce. I messaggi da mandare erano molteplici e destinati a Bruxelles, agli elettori ostili all’arrivo di altri europei, alle aziende affamate di manodopera straniera, al subconscio britannico in bilico tra apertura e isolazionismo. E soprattutto agli elettori indecisi. Le elezioni di maggio si avvicinano e il partito di Cameron sente sul collo il fiato dello Ukip di Nigel Farage. In questo scenario il tema dell’immigrazione europea diventa un perno fondamentale.

I giovani europei che sbarcano dall’ennesimo volo easyJet, che invadono Londra e altre città del paese con i loro curriculum accuratamente scritti, il loro inglese strascicato oppure spedito, causano il rebus politico del momento. Sono loro il problema che potrebbe decidere le prossime elezioni britanniche, e il destino dei rapporti tra Regno Unito ed Europa.

Brixton, un lunedì mattina. In una pizzeria del mercato coperto, mentre fuori i fornitori dei ristoranti spingono i loro carrelli, un gruppo di ragazzi italiani prende lezioni su come usare una macchina del caffè. Sono a Londra da poche settimane. Hanno trenta, venticinque, venti anni. La loro conversazione, un incontro di accenti da ogni angolo della penisola. Ridono quando la macchina del caffè emette uno strano sbuffo. Intorno il mercato si risveglia, i camerieri sono occupati a strofinare i tavoli umidi. Il settore della ristorazione a Londra è ancora vivace e offre qualche opportunità, anche se la concorrenza per trovare lavoro si sta facendo spietata.

Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare.

Secondo il luogo comune del “cervello in fuga”, che ha dominato l’immagine dell’emigrante italiano degli ultimi due decenni, la nuova ondata migratoria dovrebbe essere formata in maggior parte da professionisti e lavoratori intellettuali, destinati a incontrare il successo che gli è negato nella madrepatria. La percentuale di laureati e professionisti rimane certo alta. Le storie di neoimmigrati italiani che inventano business di successo o ottengono ruoli di primo piano nella City o in qualche università restano frequenti. Gli italiani sono ottavi nella classifica del numero di imprenditori stranieri nel Regno Unito. Sono presenti in modo massiccio nella Tech City di Shoreditch, la versione londinese della Silicon valley.

D’altro canto, però, sono presentissimi anche dietro i banchi di negozi e ristorazione. E non solo i negozi del made in Italy o i locali italiani del mercato di Brixton. Ogni volta che si entra in uno Starbucks, due volte su tre c’è un italiano a servire. I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare.

Per molti ragazzi italiani servire dietro il banco anonimo di una catena è una tappa provvisoria. Macchine del caffè, una stanza in affitto in zona 3, la metro per andare al lavoro. Per altri si tratta di un compromesso. Per altri è semplicemente un lavoro – quello che non c’era nella provincia italiana da cui arrivano. Lo stereotipo della fuga dei cervelli ha smesso da tempo di adattarsi ai nuovi flussi migratori. Si tratta di una fuga, punto.

Dunque, mettere un tetto agli ingressi di lavoratori europei nel Regno Unito è al momento impossibile, oltre che poco auspicabile per le grandi aziende che li impiegano. Come dare un segnale rassicurante agli elettori di destra? Ecco il problema di Cameron. La sua soluzione è concentrarsi sul welfare.

Il premier ha annunciato un piano per escludere i lavoratori europei dal sistema dei benefit, i sussidi dello stato. Il piano prevede che i cittadini europei potranno chiedere sussidi solo dopo aver vissuto e lavorato nel paese, ovvero pagato tasse, per quattro anni. Inoltre saranno espulsi se ancora disoccupati dopo sei mesi di permanenza. Voci critiche hanno evidenziato che si tratta di misure demagogiche, visto che il ricorso degli immigrati dall’Unione europea al sistema dei sussidi finora è stato marginale. Boris Johnson, il sindaco di Londra, ha osservato che gli europei vengono a cercare lavoro e non sussidi.

L’unico tipo di sussidio che gli immigrati europei tendono a chiedere in qualche misura significativa, come rivelato dal centro di ricerca Open Europe, è quello dei cosiddetti in-work benefit: sussidi a coloro che hanno un lavoro ma uno stipendio troppo basso per sopravvivere. Non è una gran sorpresa. L’economia britannica è in crescita, una crescita però permessa anche dalla stretta sulle retribuzioni per i lavori meno qualificati. Come quelli offerti dalle grandi aziende affamate di manodopera europea.

La realtà è che Cameron non guarda ai numeri quando propone il taglio dei sussidi. Sa che la sua proposta colpisce su un altro piano. L’elettorato britannico avverte un vago senso di ingiustizia: perché qualcuno che non ha ancora contribuito al sistema dovrebbe avere il diritto di arrivare e chiedere subito qualcosa? No, piuttosto una domanda che si sposa al generale sospetto verso le regole dell’Unione europea, e a un certo spirito pragmatico-democratico anglosassone.

Eppure escludere gli europei dal diritto ai sussidi violerebbe a sua volta un principio di giustizia e di uguaglianza. La grande visione egualitaria europea, quella in cui ogni cittadino europeo ha gli stessi diritti ovunque vada in Europa, rischia di naufragare in suolo britannico. Anche su questo sarà scontro con Bruxelles e Merkel.

Camden, un giovedì pomeriggio. Appena svoltato l’angolo si nota la fila irrequieta fuori del job center, il centro per il lavoro. Chi si affaccia all’entrata deve affrontare un paio di inservienti dai modi spicci, non sempre conformi alla gentilezza british. La fila è formata da stranieri che hanno fatto richiesta di un National insurance number essenziale per lavorare nel Regno Unito. È un pomeriggio qualsiasi in un job center londinese qualsiasi: la pressione è costante e quotidiana. Nella fila si parla una varietà di lingue. Spagnolo e italiano dominano.

La richiesta di un National insurance number è stata per decenni il rito di iniziazione per chi si trasferiva nel Regno Unito. La novità oggi sta probabilmente nelle file che bisogna affrontare, e nel fatto che i funzionari che conducono le interviste hanno imparato frasi di italiano e chiedono, con noncuranza, il numero di codice fiscale.

Le tappe per sentirsi meno stranieri in un paese straniero sono varie e personali, e un paese come il Regno Unito, per il suo essere vicino e in apparenza accessibile, non sembra richiedere il salto radicale che può ancora richiedere, per esempio, un trasferimento negli Stati Uniti o in Australia. Di fatto, una delle difficoltà riguarda proprio il numero di altri stranieri, magari connazionali, con cui ci si trova a competere. È facile sentirsi integrati quando si trova un buon lavoro ad attenderci. Forse un poco meno quando si fa la fila fuori da un job center assieme a una folla di altre persone. Sul sito di annunci Gumtree laureati italiani offrono lezioni di lingua a otto sterline l’ora, meno del living wage – la tariffa oraria considerata il minimo per una vita dignitosa – londinese.

Finora, il numero degli italiani non è citato troppo spesso nel dibattito sull’immigrazione. A lungo i media si sono concentrati sugli allarmi per gli arrivi in massa dall’Europa dell’est, oppure sugli spagnoli. La presenza spagnola è così forte da aver ispirato una webserie sulla vita di un gruppo di giovani spagnoli a Londra. Eppure i numeri italiani sono comparabili. In un articolo di qualche mese fa, il Sun provava a smascherare i veri protagonisti dell’“invasione”, dicendo che mentre tutti si preoccupavano degli arrivi dall’Europa dell’est, la grande ondata era arrivata dai Pigs – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Lo stesso Cameron ha accennato in un paio di occasioni agli immigrati italiani.

Al congresso dei conservatori, a settembre, ha rilevato che gli aumenti maggiori nei flussi migratori sono quelli registrati tra chi proviene da Italia, Spagna e Francia. In una riunione al parlamento di poco tempo prima aveva menzionato lo stesso terzetto.

Stime recenti dicono che quattro milioni di immigrati sono entrati nel Regno Unito nell’arco di sette anni: di questi, gli europei sono solo una parte. Ciò che angoscia lo spirito britannico è però il fatto che l’immigrazione europea, italiana o spagnola, francese o portoghese, dai paesi dell’est o da quelli del sud, non sia controllabile con le regole attuali. Nessuna barriera. “People want grip. I get that. And I completely agree”, ha detto David Cameron. La gente vuole presa, controllo. Le stesse ambasciate nazionali faticano a fornire dati precisi sul numero di loro connazionali presenti nel Regno Unito: le autorità britanniche, a maggior ragione, stentano ad avere un quadro esatto.

In questo clima, l’istituto British Future ha pubblicato una ricerca. Circa metà degli intervistati ha un atteggiamento aperto verso l’immigrazione, ma chiede garanzie e controlli. È questo uno dei motivi ricorrenti che dominano il dibattito in corso. Un altro riguarda l’impatto che un’immigrazione europea incontrollata avrebbe sui servizi pubblici, messi sotto assedio da un aumento troppo veloce della popolazione. Sanità, scuole, trasporti, edilizia pubblica. A differenza della Germania, dove l’alto numero di immigrati compensa il calo demografico in corso, il Regno Unito è preoccupato dalla crescita demografica. Senza contare che molti servizi pubblici – questo forse il vero problema – sono già indeboliti da privatizzazioni e cali dei finanziamenti.

Nigel Farage sa che le soluzioni proposte da Cameron, stretto fra pressioni contrastanti, non suoneranno mai sufficienti. Come sempre, i partiti populisti avanzano quando la complessità si fa difficile da gestire. Quando raccontò il suo celebre aneddoto di aver viaggiato su un treno di Londra senza riuscire a sentire nessuno che parlasse inglese, Farage dimostrò la sua astuzia populista, e insieme il rifiuto di capire la complessità di una metropoli come Londra.

Durante quel viaggio in treno, Farage sentì senza dubbio parlare anche italiano. In una classifica pubblicata tre anni fa l’italiano era la quattordicesima lingua più parlata a Londra, oggi è sicuramente tra le prime dieci. Sui treni, sugli autobus, nelle palestre, nei pub, ovunque risuona la lingua morbida del Belpaese. Bambini che giocano vociando in italiano al parco. Uomini in giacca e cravatta che imprecano al telefono in italiano mentre escono da un ufficio. I cassieri di un Whole Foods, il supermercato chic di cibo sano, che scherzano in bolognese. Una voce che intona Sei bellissimo, una mattina presto, su una strada bagnata di rugiada vicino Brockwell park.

Nel grande coro della città gli italiani sono una delle voci principali. Se nella capitale e nel paese ci sia posto per altra italianità, e per altra presenza europea, è una domanda per il futuro, molto molto prossimo.

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Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/ https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/#comments Sun, 25 Jan 2015 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25140 Pubblichiamo l'intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L'intervista - l'unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio - è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

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0301_alexis-tsipras_1260Pubblichiamo l’intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L’intervista – l’unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio – è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

È probabile che, se quel giorno verrà, come tutti i sondaggi sembrano anticipare, gli altri ventisette leader (fra cui una sola unità – Tsipras lo ha sempre ripetuto – una sola su ventotto è rappresentata da Frau Merkel) non saranno impreparati. Quel che Syriza – il partito della sinistra radicale di cui Tsipras è presidente – chiede, del resto, è noto da tempo e gira principalmente attorno a due mosse: la cancellazione della maggior parte del debito greco, esattamente come si fece per la Germania prostrata dalla guerra con la Conferenza di Londra del 1953, e una “clausola di sviluppo” per pagare la restante parte non indebitandosi ulteriormente ma in relazione alle entrate prodotte dalla crescita economica del Paese. È difficile immaginare oggi come potrebbero andare quei negoziati. Una cosa è certa: Alexis Tsipras non ha limitato la portata delle sue richieste a quella che potrebbe sembrare la mossa più semplice e vantaggiosa per il proprio Paese che, sessant’anni dopo la Germania, è a sua volta prostrato da cinque anni di austerità che assomigliano a una guerra. La sua idea si inscrive in un progetto ben più ampio, in cui – ne è sicuro – rientra il destino dell’Europa tutta, della sua autonomia, della sua esistenza come idea fin dalle origini. Perché sarà in quel momento, in quegli incontri da cui i funzionari della Troika saranno tenuti lontani, che sarà possibile capire se l’Europa ha un futuro, se si vuole continuare con “l’estremismo dell’austerità” o si vuole costruire un’unione fondata sulla solidarietà, la democrazia, la coesione sociale. Tsipras sembra avere pochi dubbi. Come chi sente di avere in mano il suo stesso destino.

“La parola “crisi” in cinese ha due facce” dice e forse è fiero di non ricorrere all’etimologia greca antica del termine “Da una parte c’è il pericolo, dall’altra la possibilità, la speranza. Finora abbiamo vissuto la crisi come un pericolo. Direi che è arrivato, per tutti, il momento della speranza. Dico per tutti e intendo per tutti in Europa. Perché è chiaro che fino al 2012 si è guardato alla crisi come un fenomeno soprattutto greco, ma poi è diventato evidente che la questione riguardava l’Europa in generale. Ora, la teoria economica prevede tre modi per affrontare la crisi del debito pubblico. Il primo è l’austerità e dopo quattro anni possiamo constatare che la medicina ha peggiorato la malattia del paziente: avevamo un debito del 120 per cento sul PIL e oggi è cresciuto fino a sfiorare il 180 per cento. Sarebbe grottesco continuare su questa strada. Il secondo è il contrario del primo e prevede una politica di espansione, di aumento della spesa pubblica. Il terzo è il taglio del debito. Ossia quel che proponiamo noi, ma attenzione: i risultati non li vedrà solo la Grecia o solo l’Italia che ha un debito del 132 per cento del PIL ma di gran lunga maggiore quantitativamente rispetto al nostro. Dei risultati godrà tutta l’Europa. Da qui infatti partirà finalmente l’effetto contagio che si è sempre temuto, ma il contagio stavolta andrà inteso in termini positivi, il famoso effetto domino, certo, ma che non porta caduta, al contrario. Quello di cui c’è bisogno infatti è fiducia, sviluppo, un nuovo clima anche sui mercati”. Gli avversari politici di Tsipras liquidano le sue parole come ingenuità, illusioni, vaneggiamenti che porteranno soltanto disastro. Lui non si lascia scalfire dalle accuse e le giudica alla stregua di reazioni disordinate e quasi disperate. Da una parte perché percepisce la fiducia che si è creata attorno a lui anche da parte di un elettorato che tradizionalmente gli era avverso e che – dice – “ha provato sulla sua pelle le menzogne di chi li ha governati in questi anni”. Dall’altra perché sta ricevendo dall’estero un sostegno più ampio di quanto si prevedesse. Giornali per natura lontani come il Financial Times non sembrano avere nessuna paura di un suo prossimo governo. Economisti più tradizionalmente vicini, come Thomas Piketty, autore del bestseller Il capitale nel XXI secolo, approvano, chiedendosi dove sarebbe andata a finire la Germania se invece di vedere il suo debito tagliato dal 200 al 30 per cento del PIL nel 1953 fosse stata costretta alle politiche di austerità che pretende di imporre ora.

“La paura” ripete oggi Alexis Tsipras “non è più dalla nostra parte. Nel 2012, una campagna selvaggia di ricatto aveva spinto la maggioranza dei Greci a credere al fantasma del cosiddetto Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro. Merkel e gli altri leader che intervennero pesantemente nella nostra campagna elettorale volevano che diventasse premier Samaras, uno su cui potevano contare perché erano certi che non avrebbe ostacolato le loro politiche. La paura sparsa a arte fu un’arma letale. Oggi questa paura ha cambiato fronte: è passata dalla loro parte. Perché sanno che noi non ne abbiamo più. E sanno che il giorno dopo le elezioni, quando sarà evidente che la nostra vittoria non porta terremoti né scenari apocalittici, un’onda positiva si libererà sui mercati e il cambiamento avrà inizio. Di quel cambiamento hanno paura. Perché, come ho già detto, le cose sono destinate a trasformarsi in tutta Europa”.

In Grecia, se Tsipras riuscisse a vincere e a conquistare una maggioranza salda (l’ipotesi più difficile da prevedere perché la legge elettorale qui è un complicato gioco di numeri), i primi passi del suo governo sono stabiliti da un programma presentato a Salonicco ben prima che l’ipotesi di andare al voto diventasse concreta. È un programma d’impatto, teso innanzitutto a cercare di porre rimedio al dramma umanitario che la Grecia sta vivendo. Di questi giorni è la notizia che tre famiglie su dieci vivono sotto la soglia di povertà, dove si intendono famiglie da due a quattro membri con meno di diecimila euro all’anno (gli altri dati che certificano il dramma greco a fine pagina). Elettricità, casa, buoni pasto, assistenza medica, trasporto pubblico, riscaldamento per i più colpiti dalle misure di austerità sono fra i primi punti del programma (dettagliatamente riportato nei libri di Synghellakis e Deliolanes in uscita in questi giorni), un programma che si estende poi ai primi investimenti per il rilancio dell’economia e dell’occupazione e si chiude sulla riforma della politica.

“Quello di cui abbiamo bisogno è una vera e propria rinascita” spiega Tsipras “E soprattutto la ricostruzione di un ponte ormai in macerie che unisca i cittadini e il sistema politico. Perché, vede, la Troika ha imposto tante riforme ma nessuna ha cercato di colpire, per esempio, i grandi evasori fiscali o chi porta i soldi in Svizzera. La Troika non ha mai cercato di spezzare quello che io chiamo “il triangolo del peccato”, ossia quel circolo vizioso che in Grecia ha portato rovina: il potere politico (lo stesso da quarant’anni, i due partiti che si sono alternati al governo: i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Demokratia), i banchieri (sempre gli stessi anche dopo la bancarotta), i massmedia. Con i politici che davano soldi ai banchieri e i banchieri che li davano ai media i quali a loro volta offrivano supporto a politici e bancarottieri. Questo triangolo la Troika non ha mai voluto spezzarlo. Ma ci penseremo noi. Per avere meritocrazia, giustizia, diritti democratici per tutti. È evidente che questo non ci distinguerà in nessun modo da Paesi in cui prevalgono politiche liberiste. Ma è necessario che le condizioni del nostro Paese tornino in uno stato di normalità per avviare la ricostruzione dei diritti del lavoratore, calpestati in questi ultimi anni, una ricostruzione che porteremo avanti all’interno delle organizzazioni europee per i diritti del lavoro. La Grecia non diventerà un soviet, insomma”.

Di strada ne ha fatta, Alexis Tsipras, quarantenne ateniese, ingegnere, da quando sei anni fa divenne Presidente di quella che era nata come l’alleanza di molte sigle della sinistra radicale e che faticava a superare la soglia di sbarramento fissata dalla legge elettorale al tre per cento. Le stanze dove nel 2009 lo incontrai per il Venerdì erano disseminate di scatoloni zeppi di volantini. Giovani si aggiravano frenetici interrompendolo in ogni momento e lui con pazienza già mi spiegava come le socialdemocrazie europee si stessero dissolvendo nel liberismo, mentre le élites politiche avevano perso il polso della realtà, rinchiudendosi in una vita asettica lontana dalla strada. Nessuno però dentro Syriza avrebbe mai pensato che il governo potesse diventare una prospettiva realistica in così pochi anni. Certi di un eterno lavoro di opposizione, si divertivano a leggere sondaggi che assegnavano al loro giovanissimo leader un consenso già allora strabiliante. Poi venne la crisi e con essa le politiche di austerità, la troika, un “protettorato che non siamo in nessun modo disposti a sopportare”. Oggi quelle stanze sono cambiate, ma il partito è sempre immerso nel turbinio di migranti che popolano piazza Koumoundourou, anche detta Piazza Eleftherias, ossia della Libertà.

Di nazionalizzazioni non si parla più, qui, ma quello su cui Tsipras è irremovibile è che le privatizzazioni devono finire: “Certi beni, come l’acqua e l’energia devono restare nelle mani dello Stato, senonaltro per garantire la sicurezza e la difesa dei cittadini. Dell’Ente voluto dalla Troika per vendere beni statali invece posso dire soltanto che è servito a un esperimento neoliberale estremo ma che faremo fallire: privare completamente un Paese delle sue proprietà pubbliche”. La vendita di isole, spiagge, litorali incontaminati che ha sconvolto l’opinione pubblica, sarà interrotta. “Anche perché finora non ha portato soldi ma solo svendite, semplici cambi dei titoli delle proprietà: da pubbliche a private. Come per l’immensa area di Ellinikò (il vecchio aeroporto cittadino dismesso) la cui vendita è stata trattata per quattro volte meno del prezzo di mercato”.

Quanto a mantenersi in contatto con la società civile, Syriza non può cambiare. Non ci si può rinchiudere nelle stanze di partito. C’è una dimensione personale e spirituale che non si deve mai abbandonare. Tsipras è reticente a parlarne. Le polemiche della campagna elettorale greca hanno puntato spesso il dito sul suo ateismo, lui che non è sposato e ha due figli non battezzati di cui uno di secondo nome fa addirittura Ernesto… Ma non c’è molto da rispondere a polemiche del genere, secondo lui. I fatti parlano da sé. E i fatti raccontano che in questi giorni in giro per la Grecia, Tispras ogni sera torna nel suo semplice appartamento del quartiere popolare di Kypseli, dalla sua famiglia. Su religione e spiritualità non si specula. “Innanzitutto perché in questi tempi in cui assistiamo a un’escalation di volenza del fondamentalismo è necessario un sereno confronto fra forze politiche e esponenti religiosi. Eppoi perché io ho i miei principi e il mio modo di vivere la spiritualità ma non lo metto sul tavolo della propaganda politica”. Gli sarebbe facile. È stato uno dei primi politici a incontrare il Papa, ha visitato il Monte Athos dove per tre giorni si è adeguato alla vita monastica e conosce molto bene l’attivismo della Chiesa che in Grecia, in questi anni, ha contribuito in maniera speciale a erigere un argine contro il dramma umanitario. “In periodi di crisi così acuta, la sinistra e la Chiesa inevitabilmente si incontrano e cooperano per essere vicini a chi soffre e per strutturare la solidarietà. Con Papa Francesco abbiamo parlato proprio di questo”. Di più, Tsipras non vuole dire. Insisto: “Ho letto che dopo il vostro incontro il Papa ha commentato: “le sue parole sono una melodia di speranza”. Tsipras apre le mani e solleva le sopracciglia in un gesto tipicamente greco, poi ripete: “Prevaleva la paura nel 2012. Adesso c’è solo la speranza. La speranza vincerà la paura. I problemi saranno enormi e difficili da affrontare, inutile negarlo, i numeri lo dicono chiaramente. Ma cambierà l’atteggiamento psicologico in Grecia eppoi cambierà anche in Europa. E quello che pochi vogliono ricordarsi è che l’economia per metà è psicologia. Dunque anche l’economia riceverà i frutti salutari di questo straordinario cambio di atteggiamento”.

NOTA:

2010-2015: I numeri della Grecia dall’inizio degli “aiuti” della Troika:

-Il debito pubblico è passato dal 124% al 175% del PIL.
-Il PIL è sceso del 20%.
-La disoccupazione è passata dal 15 al 27% (tra i giovani è al 62%).
-240.000 piccole e medie imprese hanno chiuso (erano 745.677).
-I senzatetto di Atene erano circa 3000. Ora sono circa 35000.
-La spesa sanitaria è scesa del 25% (3 milioni – sui quasi 11 milioni di abitanti – sono privi di copertura sanitaria).
-330.000 sono le case senza elettricità.
-150.000 i giovani che hanno lasciato il paese.
-I suicidi sono cresciuti del 43%.

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Intervista a Manolis Glezos https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-manolis-glezos/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-manolis-glezos/#comments Sat, 19 Apr 2014 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20091 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

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glezos

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

Così due anni fa era sulle barricate di piazza Syndagma a gridare contro le pretese della troika e finì in ambulanza dopo che la polizia caricò usando un concentrato insopportabile di gas lacrimogeni. Dalle condanne a morte lo hanno salvato gli appelli di una comunità internazionale che ha visto in lui il primo simbolo della lotta partigiana contro Hitler. Dagli anni che scorrono lo hanno protetto il suo regime di vita, la siesta il pomeriggio, l’energia tutta greca, un po’ di fortuna e una fede incrollabile nell’autogoverno dei popoli. Così, quando entro nell’ufficio che occupa all’interno del Parlamento ateniese, Manolis Glezos salta su, mi saluta nell’italiano che ha imparato in carcere e mi stringe la mano con una tenaglia di ferro. La maglia di lana sotto alla camicia aperta, baffi bianchi e una chioma fluente bianca, gli occhi azzurri che non si fermano mai, come le parole che percorrono con la tranquillità di un corso d’acqua secoli di storia, da Omero a Goebbels, da Menandro a Metternich, da Pericle alla Merkel.

La sua azione più celebrata seguì le parole di Hitler che sosteneva di non avere più nemici in Europa. Servì a mostrare, a lui e a chi voleva opporglisi, che di nemici ne avrebbe avuti sempre. Settant’anni dopo la Grecia è stretta in una morsa: le pretese di una troika che porta il marchio tedesco e il successo crescente di una formazione nazista, Chrisì Avgì, Alba dorata.

Non considero Alba dorata un vero pericolo. La crisi porta sempre con sé fenomeni del genere. È la protesta che si esprime attraverso quel partito come altrove in Europa. Per combatterla è necessario combattere la crisi. Ma quel che dobbiamo anche capire è chi l’abbia provocata, questa crisi. La risposta è chiara: la regina dell’economia europea, Angela Merkel. Mi ricorda qualcosa che accadde nel 1945. Roosvelt, Churchill e Stalin avevano concluso il loro incontro di Yalta sostenendo che i popoli avrebbero ritrovato la loro indipendenza e non sarebbero mai più stati colonie. Rispose Goebbels con un articolo intitolato Das Jahr 2000, ossia L’anno 2000. Cosa sosteneva Goebbels? Che nel 2000 in Europa non avrebbero governato i popoli né i tre “liberatori” ma la civilizzazione tedesca. Sostituite “civilizzazione” con “economia”. Quel che accade in Grecia in questi anni è chiaro: vogliono sottometterci attraverso l’economia.

È il dramma del debito greco.

Già Menandro nel IV secolo a.C. spiegava che i prestiti trasformano gli uomini in schiavi. Guardi, ho studiato la storia di uno dei prestiti con cui hanno cercato di assoggettarci. Dobbiamo andare indietro al 1821 quando la Grecia iniziò la sua guerra d’indipendenza dall’Impero Ottomano. Metternich era contro la nostra indipendenza ma di fronte alla determinazione greca cambiò strategia. Il potere è plastico, si adegua alle circostanze. Che accadde? Vennero a portare aiuto. A prestare soldi. Quello fu il primo prestito. Nel 1824. Ha idea di quando lo abbiamo estinto? Dieci anni fa. Resta difficile calcolare quanto sia stato pagato, quante volte e con quanta sottomissione e con quali enormi guadagni dall’altra parte.

Lei è anche uno dei più esperti circa i debiti di guerra che la Germania non vi ha mai pagato.

Ecco il mio ultimo libro. Ho messo insieme ogni dato. Vede? Negli ultimi anni, quando reclamiamo quegli enormi debiti, da una parte c’è chi dice “il passato è passato”, ma allora bisognerebbe anche stabilire quand’è che i debiti si estinguono, visto che un debito appartiene sempre al passato. Dall’altra, però c’è chi sostiene in una sorta di revisionismo davvero pericoloso che non è affatto vero: i tedeschi non ci devono nulla. Ma allora Italia e Bulgaria che hanno pagato per i crimini commessi nel nostro Paese? Dobbiamo restituire i loro soldi? Dopo la seconda guerra mondiale gli accordi erano chiari. Io vorrei che si tenesse anche conto di tutte le opere d’arte che furono trafugate dai tedeschi – e in verità anche dagli inglesi – in quegli anni. Un patrimonio incalcolabile.

Il popolo greco è da sempre intimamente orgoglioso e libero, non sopporta dominazioni straniere e imposizioni, eppure la sua è una storia di periodi di indipendenza molto brevi.

Dobbiamo anche intenderci su cosa significhi indipendenza, però. Noi abbiamo continuato e continuiamo a sognare che possano essere i cittadini a decidere. Qui nacque la democrazia, una democrazia diretta. Da Omero al quinto secolo di Pericle, qui crebbe il potere decisionale dei piccoli centri. Pensate, nel momento della democrazia realizzata, tutti i cittadini andavano in parlamento a votare le leggi. Nell’assemblea di Atene erano circa 5000. Per il resto, la nostra regione, l’Attica, era divisa in 174 comuni per 600.000 cittadini. Oggi in Attica siamo cinque milioni e i comuni fino a pochi anni fa erano 72 e ora sono diventati 36. Non dico altro.

Lei ha tentato un esperimento di democrazia diretta nella sua città natale, Apiranthos, a Naxos.

Non è stato l’unico in questi anni in Grecia. Ce ne sono stati molti altri, a Kythnos o in Eubea per esempio. Ma guardi lì sul muro: accanto al dipinto di resistenza che ricevetti in regalo assieme a Togliatti, è appesa la costituzione che creammo ad Apiranthos. Le prime parole sono quelle di ogni altra carta: la sovranità appartiene al popolo. Ma per noi, se al popolo appartiene, al popolo deve tornare. Siamo noi a dover decidere di noi stessi. E infatti, aprimmo scuole e ospedali, quel che serve in un Paese civile e che oggi più che mai ci è stato sottratto.

In questi anni, le sembra di rivivere una nuova occupazione?

Non ci sono i morti per strada ma i morti ci sono. La sanità greca è in crisi, i disoccupati non sono coperti dall’assicurazione e non possono curarsi, nelle scuole i bambini svengono. Come possiamo definire tutto questo?

Come rappresentanti di SYRIZA, lei e Tsipras avete incontrato Joachim Gauck, Presidente della Repubblica, tedesca poche settimane fa.

Lui ha chiesto di vederci e ne sono stato molto felice. Ha dimostrato di voler vedere lontano. Diversamente dagli altri politici ha avuto un’intuizione forte: incontrare l’opposizione di oggi perché sa che sarà il governo di domani.

Avete parlato del debito tedesco?

Certo, e non ha potuto negare nulla. I miei argomenti sono indiscutibili. Si tratta di storia. Quel che fu deciso alla Conferenza di Parigi nel 1946.

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Breve storia della dignità https://minimaetmoralia.it/libri/dignita-michael-rosen/ https://minimaetmoralia.it/libri/dignita-michael-rosen/#comments Wed, 12 Feb 2014 07:59:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18190 Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Partiamo da quello che potrebbe apparire un paradosso: «Laddove Giovanni Paolo II riteneva che la dignità richiedesse l’inviolabilità della vita umana, dal concepimento alla cessazione naturale di tutte le funzioni vitali, la famosa organizzazione svizzera Dignitas aiuta a porre fine alla propria esistenza tutti coloro che desiderano “morire con dignità”».

E ancora: se il concetto di dignità è cruciale tanto nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 quanto nella Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania del 1949, nel 2006 il presidente iraniano Ahmadinejad si rivolse ad Angela Merkel sostenendo che «è responsabilità comune di tutte le persone che hanno fede in Dio difendere il valore e la dignità umana».

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fantozzi

Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Partiamo da quello che potrebbe apparire un paradosso: «Laddove Giovanni Paolo II riteneva che la dignità richiedesse l’inviolabilità della vita umana, dal concepimento alla cessazione naturale di tutte le funzioni vitali, la famosa organizzazione svizzera Dignitas aiuta a porre fine alla propria esistenza tutti coloro che desiderano “morire con dignità”».

E ancora: se il concetto di dignità è cruciale tanto nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 quanto nella Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania del 1949, nel 2006 il presidente iraniano Ahmadinejad si rivolse ad Angela Merkel sostenendo che «è responsabilità comune di tutte le persone che hanno fede in Dio difendere il valore e la dignità umana».

Insomma, il valore della dignità, il suo essere decisiva nel definire che cos’è un essere umano, sembra una specie di jolly, uno strumento culturale al quale appellarsi per conferire alla propria posizione una veste civile adeguata.

Un saggio come Dignità. Storia e significato del filosofo politico inglese Michael Rosen (Codice Edizioni, traduzione di Francesco Rende) chiarisce come per molti versi la “cosa” dignità sia simile a un’aporia. Come, cioè, sia un termine soggetto a una molteplicità di accezioni e come sia possibile fare luce sulle ragioni di questa variabilità d’uso e di senso.

Rosen compie una ricognizione storica utile a scoprire che nel tempo dignitas è stato un termine usato – anche da Cicerone – per caratterizzare prima il discorso e poi per estensione anche l’oratore; che per Tommaso d’Aquino è degno ciò che ha una giusta collocazione nel Creato; che per Kant la dignità, non avendo nel regno dei fini un prezzo e un equivalente, è l’incommensurabile; che per Schiller la dignità è «tranquillità nella sofferenza».

Verificata la natura proteiforme del concetto si fa indispensabile comprendere cosa ne è della dignità nel consesso umano. Come cioè le legislazioni ne hanno descritto struttura ed essenza. Emblematico quanto accadde nel 1991 quando il sindaco di un piccolo comune francese emise un’ordinanza che proibiva una gara di «lancio del nano». Nel momento in cui Manuel Wackenheim, l’uomo affetto da nanismo, fece ricorso contro il divieto si produsse una disputa legale (e culturale) che durò diversi anni. Per Wackenheim la violazione della dignità non consisteva, come riteneva il sindaco, nel lancio del nano, ma nell’impedire il compiersi di un’azione da lui stesso deliberatamente scelta.

Ancora una volta l’esperienza concreta della dignità risulta ubiqua e sfuggente. Proteggerla, promuoverla, è comunemente (e sensatamente) considerato giusto. Se però, su un piano civile, ridurre o violare la dignità è esecrabile, su un piano narrativo dà forma a un genere come la commedia. Rosen cita George Orwell per il quale l’umorismo è «la dignità che si siede su una puntina da disegno». In questo senso la commedia popolare italiana – dai personaggi di Alberto Sordi al Fantozzi di Paolo Villaggio – si è spesso fondata su figure che sistematicamente e strategicamente perdono la loro dignità.

Ragionando infine sul dovere di trattare degnamente i cadaveri, Rosen sostiene che «mostrare rispetto» è qualcosa che ha un valore intrinseco, indipendentemente dal fatto che il beneficiario ne sia consapevole. Torna in mente quanto si racconta del primo incontro tra Franz Kafka e il pianista Oskar Baum: nonostante quest’ultimo fosse cieco, lo scrittore praghese gli si inchinò davanti. Nell’impercettibile scuotimento d’aria generato da quel gesto meravigliosamente gratuito, consiste l’esperienza della dignità come riconoscimento – sempre e comunque – dell’altro.

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La risata che ci seppellirà https://minimaetmoralia.it/societa/la-risata-che-ci-seppellira/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-risata-che-ci-seppellira/#respond Wed, 02 Nov 2011 10:23:36 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5581 Quando in agosto l’Unione Europea ha imposto all’Italia di rivedere a tempo di record la propria manovra economica (imposizione che l’Italia ha accettato a tempo di record), da più parti si sono levate proteste contro l’esproprio di sovranità a opera di un organismo internazionale saldamente ancorato ai principi neoliberali. In quelle proteste c’era molto di condivisibile: è vero, gli stati stanno perdendo la sovranità esercitata su mandato dei cittadini.

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di Stefano Jorio

Quando in agosto l’Unione Europea ha imposto all’Italia di rivedere a tempo di record la propria manovra economica (imposizione che l’Italia ha accettato a tempo di record), da più parti si sono levate proteste contro l’esproprio di sovranità a opera di un organismo internazionale saldamente ancorato ai principi neoliberali. In quelle proteste c’era molto di condivisibile: è vero, gli stati stanno perdendo la sovranità esercitata su mandato dei cittadini. Ed è vero che a livello globale assistiamo a un percorso preoccupantemente inverso: non sono i paesi africani che si vanno affrancando dai dictat politici imposti loro da Banca Mondiale e Fondo Finanziario Internazionale per accedere ai prestiti, sono invece gli stati europei a venire asserviti con richieste sine qua non lesive della loro sovranità.
Quando in settembre le agenzie di rating hanno degradato gli indici di credibilità italiana sui mercati finanziari, una seconda alzata di scudi ha protestato contro l’ingerenza di aziende intese al profitto (e intese al profitto nell’atto stesso di dare i voti in pagella) nella vita delle democrazie e dei loro governi. Anche in questa seconda protesta c’era molto di condivisibile: quello che si prospetta è uno scenario purtroppo sempre meno fantascientifico, nel quale un impero finanziario privato internazionale sarà presto capace di pilotare a proprio vantaggio le decisioni politiche e le scelte individuali. Un progetto “eversivo”, si sarebbe detto una volta, nel quale si prevede (e in parte si è già attuato) che cittadini e cittadine resteranno tali solo nominalmente, mentre nei fatti saranno sudditi.

L’indignazione è stata invece espressa da più parti nei confronti della “risatina” con la quale alcuni giorni fa Merkel e Sarkozy, durante una conferenza stampa a Bruxelles, hanno risposto a una domanda circa le rassicurazioni date da Berlusconi ai partner europei. “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner,” ha dichiarato Berlusconi. Frattini ha commentato (“adirato”, secondo il Corriere della Sera) che Sarkozy ha “un’aspirazione forte di un componente francese del board della Bce e avrebbe forse desiderato Bini-Smaghi rimosso d’autorità. Sa che questo non è possibile e quindi cercare gesti ed espressioni ridicolizzanti del nostro paese non è opportuno [sic].” Casini ha detto che “nessuno è autorizzato a ridicolizzare l’Italia.” Anche queste proteste, per quanto goffe e rodomontesche, sono condivisibili: se non altro perché gesti così poco controllati da parte dei principali leader della UE aprono scenari antieuropei che nessuno si augura, loro per primi.
Però nell’indignazione c’è sempre un’ipocrisia latente: quella di chi finge di non sapere da sempre come stanno le cose. L’indignazione è in questo caso l’ultima spiaggia, tutta verbale, tutta teatrale, tutta cialtronesca, di chi per il resto non ha mai mosso un dito. L’ultima spiaggia di chi vuole chiamarsi fuori dal disastro con un mezzo tanto cheap quanto l’abuso di retorica, sola vera punta di eccellenza del made in Italy. Basterebbe un’analisi del linguaggio della politica per capire quanto siamo borboni nell’era dell’Europa unita, e quanto abusivamente ne facciamo parte: per il rotto della cuffia, culturalmente oltre che economicamente. Tanto da presumere che l’indignazione di Casini susciterà una nuova e più franca risata.
Ora, nonostante la perdita del ritegno da parte di due leader politici che per mestiere e per metodo dovrebbero fare della diplomazia lo strumento principe delle relazioni internazionali apra uno scenario certamente inquietante, si può immaginare che in Italia le persone continueranno a fare la vita di sempre: incontrarsi nei bar, bere e mangiare, ridere, andare al cinema e allo stadio, insultare il governo ladro. Alcuni faranno manifestazioni, altri se ne fregheranno. E nel complesso avranno ragione a fare la vita sempre: perché è così che hanno sempre vissuto e percepito il proprio paese. Quello che agli occhi del Nord Europa è uno stato di emergenza divenuto comune e dunque non rinviabile (prima era soltanto italiano, era uno “stato abituale di emergenza”, e ce lo lasciavano volentieri con un’alzata di spalle), agli occhi degli italiani e delle italiane è lo sfascio economico e morale di sempre, quello che sovrasta tutti ma al quale (con la rete della famiglia, degli amici, delle raccomandazioni, della mano che lava l’altra) in un modo o nell’altro si è sempre riusciti a sopravvivere. Si è riusciti a restare a galla.
Qual è l’emergenza italiana eterna ma non più rinviabile? Non è Berlusconi. Il tanto deprecato Berlusconi (tetro fantasma in patria, buffone “tipicamente italiano” all’estero, dove gli espatriati vengono crescentemente trattati con paternalistica condiscendenza – ancora una perdita del ritegno) ha soltanto portato a perfezione aziendale quanto con diversa filosofia, lumacona e nascosta, la Dc aveva sempre fatto funzionare come baraccone osceno del potere. L’abituale stato di emergenza italiano è quello di un’evasione fiscale e di una corruzione che divorano le risorse del paese e di fronte alle quali la politica fa finta di niente, come non esistessero. Corruzione non significa solo che i lavori pubblici costano milioni di euro di più, significa anche che valgono meno e vanno rifatti dopo venti anziché settanta anni (il solo paese europeo con livelli di corruzione superiori a quelli italiani era la Grecia). L’abituale stato di emergenza è quello della mafia, percepita dalla politica e dai media alla stregua di un vecchio nonno rompicoglioni che però è lì da sempre, per cui si aspetta che muoia. Ma da solo non muore, inutile dirlo. L’abituale stato di emergenza è quello di una ingiustizia sociale spaventosa per la quale in Italia ci sono i redditi più bassi e gli affitti più alti d’Europa, uno stato sociale inesistente, una classe dirigente borbonica, pre-rivoluzione francese, una gestione del potere che con reciproco vantaggio di tutti deroga dalle regole per creare aree immense di clientelismo: cosa che riduce i cittadini a sudditi, perché toglie loro i diritti e i sottopone – con il loro stesso consenso – all’arbitrio. E su questo – al contrario di quanto mostra di credere Berlusconi – alcuni paesi sono in grado di dare lezioni all’Italia.
Un sistema come quello italiano si regge finché è un sistema chiuso: uno smottamento oggi, un piccolo crollo domani, le pietre si assestano le une sulle altre in un equilibrio che sarà precario ma regge: non è più un edificio, ma non è ancora raso al suolo. Gli impiegati in sovrannumero delle amministrazioni pubbliche lavorano poco e rubano lo stipendio, ma (come in Africa) mantengono i sempre più numerosi parenti disoccupati. I giovani ricercatori lavorano gratis, ma sperano di “vincere” prima o poi un dottorato di ricerca grazie a un concorso pubblico truccato dai loro professori (quegli stessi che poi scrivono editoriali di denuncia del disastro italiano). I trasportatori corrotti del ministero degli esteri presentano all’amministrazione preventivi falsi, più bassi del loro, preparati dai trasportatori in teoria loro concorrenti: il mutuo soccorso si sostituisce alla competizione e il ministero paga cifre molto più alte, però è la somma che il ministero stesso ha risparmiato sfruttando i dipendenti bravi che fanno regolarmente ore di straordinari non pagate. E a loro volta i dipendenti sfruttati si risarciscono di tanto in tanto perché si sentono in diritto di portare a casa materiale di cancelleria dell’ufficio e perché riescono a negoziare meglio le ferie con il capoufficio (di solito le ferie vengono gentilmente concesse, come fossero un favore e non un diritto contrattuale).
Quando però questo sistema chiuso cozza con altri sistemi economicamente più forti e socialmente meglio organizzati (oltre che meglio disciplinati), non regge al confronto. E non regge per questioni di decoro ancor prima che per questioni politiche: perché la Ue non sta cercando di imporre all’Italia regole estranee, sta osservando che l’Italia devia sistematicamente dalle proprie. Perché Merkel e Sarkozy non ridono del paventato “baratro” che si sta aprendo di fronte all’Italia (loro per primi non ci trovano niente da ridere), ridono di chi ha la casa in fiamme e continua a fare finta di niente: con una pratica che dall’indifferenza simbolicamente criminale dei vertici politici si traduce nell’indifferenza concretamente criminale della “base” (si vedano i sindaci del Nord Italia che per tutelare il made in Italy meditano di vietare la vendita del kebab nei centri cittadini. Purtroppo il made in Italy non ha nessun bisogno degli altri, si danneggia benissimo da solo).
La sola risposta non ridicola sarebbe quella che Berlusconi, Frattini e Casini non sono in grado di dare, perché si trova al di fuori non solo del loro orizzonte culturale e politico, ma anche delle loro risorse personali: sarebbe un programma di riforme proposte da un leader politico credibile, nel quale la popolazione abbia fiducia. La democrazia si fonda su un patto: nessuno, senza fidarsi, smetterà il travaglio usato della corruzione piccola e grande, dell’evasione fiscale su scala familiare o aziendale. Solo che la fiducia è persa da tempo. In meno di settanta anni la democrazia è riuscita a farsi riconoscere come una fregatura inaffidabile. E ci vorranno decenni a ricostituirla, ammesso che per allora sarà ancora lì. A fronte della catastrofe italiana delle finanze, dell’economia, della politica e del patto sociale non è la risata di Sarkozy a stupire, è il fatto che ci si limiti a quella. Si ride se a fare finta di niente è uno sconosciuto cui sta bruciando la casa dall’altra parte del mondo. Se invece sta bruciando la casa di un dirimpettaio ci si spaventa e ci si incazza. E si irrompe in casa sua per spegnere l’incendio.

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