Angelino Alfano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelino-alfano/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:06:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Angelino Alfano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelino-alfano/ 32 32 L’eredità di Langer schierata sul Brennero https://minimaetmoralia.it/ritratti/leredita-di-langer-schierata-sul-brennero/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/leredita-di-langer-schierata-sul-brennero/#respond Thu, 28 Jul 2016 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31665 Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Dal Brennero non passa più nessuno. Dopo l’incontro dei primi di maggio scorso tra il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano e quello austriaco Wolfgang Subotka, solo una manciata di profughi è entrata in Austria provenendo dall’Italia. Non è stato costruito fisicamente alcun muro (in buona sostanza, la minaccia di costruirne uno da parte austriaca, oltre che utile a fare un po’ di pressione sull’Italia, è servita a infarcire un po’ di slogan elettorali prima del secondo turno delle presidenziali).

Tuttavia i controlli da parte italiana sono aumentati. E basta farsi un giro lungo i binari della stazione di Bolzano, oltre che lungo il confine, per incrociare pattuglie di poliziotti e carabinieri italiani che presidiano le vie di accesso alla frontiera italo-austriaca, dopo che negli ultimi anni – neanche tanto velatamente – si era lasciato andare verso Nord la gran parte di coloro che approdavano in Sud-tirolo, non solo i siriani che fino a metà 2015 sbarcavano in Italia.

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brennero

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Dal Brennero non passa più nessuno. Dopo l’incontro dei primi di maggio scorso tra il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano e quello austriaco Wolfgang Subotka, solo una manciata di profughi è entrata in Austria provenendo dall’Italia. Non è stato costruito fisicamente alcun muro (in buona sostanza, la minaccia di costruirne uno da parte austriaca, oltre che utile a fare un po’ di pressione sull’Italia, è servita a infarcire un po’ di slogan elettorali prima del secondo turno delle presidenziali).

Tuttavia i controlli da parte italiana sono aumentati. E basta farsi un giro lungo i binari della stazione di Bolzano, oltre che lungo il confine, per incrociare pattuglie di poliziotti e carabinieri italiani che presidiano le vie di accesso alla frontiera italo-austriaca, dopo che negli ultimi anni – neanche tanto velatamente – si era lasciato andare verso Nord la gran parte di coloro che approdavano in Sud-tirolo, non solo i siriani che fino a metà 2015 sbarcavano in Italia.

Così dal Brennero, effettivamente, non passa più nessuno. Chiunque arrivi in Italia, ci rimane, come ha scritto perfino il principale quotidiano del Tirolo, il Tiroler Tageszeitung. Ma quanto durerà questo stallo, con l’estate alle porte, prima che l’effetto imbuto diventi visibile? La storia recente delle frontiere europee (sia quelle esterne, sia quelle interne) è piena di domande del genere. Ogni muro che viene innalzato (o semplicemente evocato) ha l’effetto di ridefinire i percorsi interni o ai margini del continente, senza dare una risposta all’altezza della sfida posta dall’esodo di massa dall’Africa o dal Medio Oriente.

Il concetto stesso di frontiera, in questi frangenti, sguscia via come una anguilla. Eppure – proprio come accade in Sud-tirolo – nuove linee di confine si sommano ad altre storiche. Non solo quelle tra Stati nazionali, e quindi tra Italia e Austria. Ma anche quelle tra la comunità italiana e la comunità tedesca interne allo stesso Alto Adige/Sudtirolo.

Alex Langer, politico e pensatore illuminato, proprio a partire dalle sue origini sudtirolesi si pose costantemente il problema di saltare i muri e costruire gruppi misti che sgretolassero la compattezza etnica di gruppi, che rischiavano di rimanere contrapposti. Oggi che la stessa autonomia sudtirolese è entrata in una nuova fase, quella lezione sull’oltrepassare le frontiere e guardare cosa c’è dall’altra parte rimane straordinariamente importante anche in relazione alla questione del Brennero.

Oggi questo lavoro “misto” e transnazionale è svolto sul piano politico quasi unicamente dai Verdi, qui – sulla scia del lascito di Langer – più attivi che altrove. I Verdi, che contano tre consiglieri nel consiglio della Provincia autonoma, due tedeschi e un italiano, sono in costante contatto con i Verdi austriaci di Van der Bellen (eletto presidente federale contro il candidato dell’estrema destra xenofoba) e con i Verdi bavaresi (ed è proprio la Baviera, forse, il vero modello a cui guarda l’autonomia sudtirolese).

Anche per questo i Verdi bolzanini sono stati i primi a rendersi conto che, lungi dall’essere effettivamente costruito, il muro è stato solo un fantasma agitato dall’Austria nelle relazioni con l’Italia. Nell’Europa che alza muri ai propri margini, tanto quanto lungo i vecchi solchi che separano gli Stati nazionali, intensificare una somma di attività politiche, culturali, sociali transfrontaliere è l’unico modo non solo per gestire i momenti di crisi, ma anche per uscire dalle logiche dell’emergenza e delle reciproche chiusure nazionali che spesso governano le politiche di accoglienza o di gestione del transito dei profughi.

Nella stazione di Bolzano, i semplici cittadini si sono mobilitati nel prestare soccorso ai profughi prima delle istituzioni e delle stesse associazioni. Ma non tutto può essere affidato al volontarismo. Come scriveva Langer: «Estrema importanza possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione». Tale modello andrebbe esteso anche ad altre linee di frontiera che oggi tagliano l’Europa e il Mediterraneo.

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E la statua del Bernini vola da Roma ad Agrigento per la sagra del mandorlo in fiore https://minimaetmoralia.it/arte/da-roma-ad-agrigento-bernini/ https://minimaetmoralia.it/arte/da-roma-ad-agrigento-bernini/#comments Thu, 11 Feb 2016 06:30:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29908 Questo articolo è uscito su Repubblica.

Quando vedremo la Vocazione di Matteo di Caravaggio esposta alla sagra del tartufo di San Miniato? E la Pietà di Palestrina di Michelangelo spedita a quella della Sardella, a Trieste? Non deve mancar molto, perché tra dieci giorni un Bernini monumentale sarà prestato alla Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

Quando vedremo la Vocazione di Matteo di Caravaggio esposta alla sagra del tartufo di San Miniato? E la Pietà di Palestrina di Michelangelo spedita a quella della Sardella, a Trieste? Non deve mancar molto, perché tra dieci giorni un Bernini monumentale sarà prestato alla Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

Andiamo con ordine. Gian Lorenzo Bernini, il padre del Barocco europeo«prossimo ormai alla morte, e in età decrepita di ottant’anni, volle illustrar sua vita con un’opera che felice è quell’uomo che termina con essa i suoi giorni. Questa fu l’immagine del nostro Salvadore, in mezza figura ma più grande del naturale, colla man destra alquanto sollevata, come in atto di benedire. In essa compendiò e restrinse tutta la sua arte». Morendo, Gian Lorenzo donò l’opera alla regina Cristina di Svezia, che la espose con tutti gli onori nel suo palazzo in Via della Lungara (l’attuale Palazzo Corsini, sede dell’Accademia dei Lincei), e poi la lasciò in testamento al papa, Innocenzo XI Odescalchi.

Alla metà del Settecento si perdono le tracce del Salvator mundi: fino al 1972, quandolo si identifica in un marmo del Chrysler Museum di Norfolk, in Virginia. Nel 2001 se ne scopre un’altra versione in San Sebastiano fuori le Mura a Roma, sulla Via Appia: quella che pressoché tutti gli studiosi di Bernini riconoscono oggi come l’originale tanto celebrato dalle fonti. E anche chi (come il sottoscritto) non è d’accordo, la ritiene comunque un’opera di eccezionale importanza storica.

Ora, una scultura di questo rilievo e di questa straordinaria fragilità (è un marmo, alto 103 centimetri, pieno di delicatissime creste e di sottili corpi aggettanti, come le dita) dovrebbe muoversi il meno possibile, e solo in casi di eccezionale spessore culturale: per esempio una mostra che riunisse gran parte dei marmi del Bernini tardo, e la potesse dunque affiancare all’esemplare di Norfolk per un giudizio risolutivo. Insomma, qualcosa di un po’ diverso dalla – mirabile, per carità – Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento.

Ma com’è possibile che stia per succedere una simile enormità?

È possibile perché – per un assurdo strascico della convulsa nazionalizzazione del patrimonio ecclesiastico avvenuta all’indomani dell’Unità d’Italia – moltissime tra le nostre più importanti chiese, tra le quali anche San Sebastiano, non appartengono al Ministero per i Beni Culturali, ma al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, che non è guidato da uno storico dell’arte, ma da un prefetto.

Bene, direte voi, ma perché mai un serio e severo funzionario dello Stato dovrebbe prestare un delicatissimo marmo berniniano ad una sagra paesana? Facile: dov’è la sagra? Ad Agrigento. E qual è la città, e quale il collegio elettorale, del capo del prefetto, cioè del Ministro dell’Interno, Angelino Alfano? Ovvio: Agrigento.

E non è una deduzione. Durante una sua visita in patria del giugno scorso, Alfano annunciò: «come responsabile del Fondo Edifici di Culto, ho lavorato, nei giorni scorsi, insieme al prefetto per realizzare una importante esposizione di una o più opere provenienti dalle chiese che sono sotto la governance del ministero dell’Interno. Probabilmente si realizzerà a luglio, dovrebbe arrivare qui un Bernini».

Si ricordano pochi precedenti: l’esposizione del David bronzeo di Donatello alla Fiera campionaria delle qualità italiane di Milano, nell’aprile del 2009; o quella del (però farlocco) crocifisso di Michelangelo comprato da Sandro Bondi, che il senatore forzista Antonio D’Alì riuscì a far volare a Trapani, per il memorabile evento Fulget crucis mysterium.

Ma qui il responsabile del Fec e il politico agrigentino si confondono in un’unica figura di signorotto da antico regime, uno che smista i Bernini come se fossero casse di mandorle. Così, se qualcuno si chiedeva cosa succederà al nostro patrimonio culturale dopo che sarà attuata la Legge Madia e i soprintendenti obbediranno ai prefetti, ora ha una risposta concreta: tutti i nostri capolavori potranno esser messi al servizio della bassa cucina elettorale del politico di turno.

C’è, tuttavia, una speranza che il meccanismo si inceppi. Nonostante che il sito della Sagra annunci gioioso che «dal 20 febbraio sarà possibile ammirare nella chiesa di Santo Spirito il Salvator Mundi… dello scultore più corteggiato della storia», agli uffici del Ministero per i Beni culturali non risulta ancora pervenuta la richiesta di autorizzare il prestito, necessaria per legge. Conteranno di più le ragioni della tutela e del buon senso,o le promesse di Angelino Alfano alla Sagra del Mandorlo in Fiore?

 

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Lontani ma vicini: l’Islam e noi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lontani-ma-vicini-lislam-e-noi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lontani-ma-vicini-lislam-e-noi/#comments Tue, 09 Feb 2016 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29884 Nella foto: il monastero di Mar Musa, in Siria (fonte immagine).

Che cos'è l'Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s'intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l'Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione.

A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d'insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.

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marmusa

Nella foto: il monastero di Mar Musa, in Siria (fonte immagine).

Che cos’è l’Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s’intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione.

A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d’insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.

Fra gli altri nel Consiglio, coordinato da Paolo Naso, una presenza significativa sarà Shahrzad Houshmand, studiosa colta e appassionata. Nata nel 1964 a Teheran, formatasi nella scuola di Qom, centro della ricerca religiosa sciita, si è laureata in teologia Islamica all’università della capitale iraniana e, dopo il trasferimento a metà degli anni Ottanta, in teologia fondamentale cristiana alla Pontificia Università dell’Italia meridionale e alla Lateranense. È specialista in Cristologia Coranica, teologa e docente di Studi Islamici a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua vita è testimonianza della ricchezza e delle opportunità di un fecondo dialogo Islamo cristiano. Figlia di professori universitari, è cresciuta in un ambiente familiare laico, illuminato.

Un prozio  importante come Mehdi Bazargan, ingegnere già al vertice della Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio con Mossadeq e poi oppositore dello scià Reza Pahlavi, messo nel 1979 dall’ayatollah Khomeini a capo del governo provvisorio iraniano dopo la rivolta. Dai primi passi si riscontrò una difficoltà reciproca. Restò in carica per otto mesi. «Bazargan era veramente amato da tutti, perché oltre a essere una persona molto colta, di comprovata onestà, aveva passato anche diversi anni nelle carceri dello Scià – racconta Houshmand –. Sulla sua figura convergevano tutti. Le sue idee rappresentavano un punto d’incontro tra destra e sinistra. Una delle sue prime richieste era di creare una Repubblica democratica Islamica. Questo venne rigettato dall’imam Khomeini. Repubblica Islamica, né una parola in più, né una parola in meno».

Professoressa, all’epoca dell’unica rivoluzione Islamica che finora si sia affermata era un’adolescente, appena quindicenne. Quali ricordi conserva di quelle giornate?

«Ero molto piccola, ma quell’onda coinvolgeva chiunque, nessuno rimase fuori da quel cambiamento forte. Alla monarchia venivano poste richieste di cambiamenti sociali radicali, economici, più diritti. Una rivolta popolare a un certo livello, ma non proprio nel senso vero della parola. Khomeini, fino all’anno precedente era totalmente sconosciuto, tuttavia il popolo aveva riposto tutte le proprie aspettative in una figura di protesta in esilio e che era pure religiosa. Dalla Francia giungeva una certa promessa di pluralismo e diritti sociali che concorse a un’unità nazionale».

Gli eventi influenzarono le sue scelte negli studi? Qualche lettura in particolare?

«La rivolta ha influenzato i giovani, innanzitutto perché le scuole restarono chiuse per sei o sette mesi. Ci siamo impegnati nelle letture alternative. Avevo sotto mano i libri di un grande pensatore, qual era Ali Shariati. Rinnovare, riformare la stessa lettura Islamica con un approccio anche poetico e sociale, perché, oltre a essere figlio di un grande studioso Islamico, aveva compiuto i propri studi di sociologia alla Sorbona in Francia. Riusciva a unificare le visioni Islamiche con la nuova democrazia e ciò era molto affascinante per i giovani, anche per me nonostante avessi 15 anni. Uno dopo l’altro ho letto i suoi libri e mi sono piaciuti. La scelta personale di intraprendere gli studi Islamici è dipesa molto da queste letture. Genitori, nonni, zii erano laici; non mi avevano impartito un’educazione religiosa, ma sicuramente valori di onestà, giustizia, pace, vita etica sì, non sotto una prospettiva religiosa».

Che cosa ha significato la scuola di Qom?

«Non ricordo dove seppi dell’esistenza di una scuola di studi religiosi Islamici nella città di Qom. Apriva per le prime volte a livello massiccio anche alle donne. C’era un concorso, che vinsi, nonostante le difficoltà che trovarono i miei per accettare questa mia scelta fuori ogni schema. Erano preoccupati perché sarei uscita da Teheran, ma soprattutto la stessa scelta di studi Islamici non era in linea con il loro pensiero. Cercarono di dissuadermi per poi permettermi democraticamente di frequentarla. Ho trascorso sette anni in questa scuola tradizionale, non università. Da secoli hanno resistito e hanno avuto la propria indipendenza da ogni Stato ed era un grande bene. Si poteva decidere senza un’oppressione governativa. Aveva tutt’altro sistema rispetto alle università, i professori scelti dallo studente, Il metodo di studio anche era veramente all’avanguardia. Ho imparato tanto, studiato tantissimo, a cominciare dalla lingua araba. Parlavo persiano e francese. Studi di lingua e letteratura araba, storia, esegesi coranica, tradizione e filosofia Islamica. Una buona parte di questi studi si concentravano sul diritto Islamico, un po’ troppo sulla sharia».

Poi il ritorno a Teheran.

«Mi mancava un altro respiro e sono ritornata a casa. Lì ho fatto il percorso dell’università sempre nella facoltà di teologia, nell’indirizzo che ho amato: religioni e misticismo. Vinsi il concorso per il dottorato. Ciò che più mi animava era la passione intellettuale per lo studio delle religioni. Nel frattempo mi trasferii in Italia. Ho chiuso la mia tesi essendo già qui».

Qual è stata la prima esperienza dell’Italia?

«Da turista a Roma. Ricordo dodicenne lo shopping con mia madre in Via Nazionale. Mai avrei immaginato che sarei tornata a viverci. Ora, dopo trent’anni vissuti qui, mi sento italiana. Nelle aule universitarie ho cominciato a frequentare la religione cristiana».

Nel novembre 2011, in un’intervista concessami, il Premio Nobel Shirin Ebadi sostenne che la riuscita della primavera araba, definizione che non condivideva, si sarebbe dovuta valutare sull’effettiva conquista di diritti da parte delle donne. Lei ha patito una condizione di subalternità?

«No. Non sono fuggita, non sono rifugiata. Torno ancora in Iran, ho ottime relazioni e piena fiducia nei cambiamenti, nei progressi culturali quand’anche lenti. Credo profondamente in ogni modo e sempre nell’incontro, nella conoscenza e nel dialogo. Penso per esempio a un viaggio di alto livello nel quale ho fatto incontrare il professore, teologo, Piero Coda con ayatollah di primissimo piano».

Lei conosce personalmente Padre Paolo Dall’Oglio. Le chiedo un ritratto.

«Ci siamo incontrati in varie occasioni di dibattito pubblico e in privato, in casa dei suoi amici romani ai quali narrava i propri vissuti a Mar Musa e il percorso della loro confraternita. Una volta l’ho invitato ed è venuto a casa ed è stato molto bello. Di lui colpisce la fede autentica, sincera. Un essere umano mosso dalla compassione per l’altro chiunque esso sia. Ciò aveva preso la sua anima, in modo vero. Lo testimoniava e testimonia con la propria vita. Non parole, sogni, bensì idee realizzate concretamente, un atto vero. La comunità che ha creato, che esiste, immagina il nostro dopodomani. Lui va in Siria, in un paese a maggioranza musulmana, ristruttura un monastero antico, riapre la porta di questo monastero a tutti, soprattutto ai musulmani, sono più i musulmani che vanno lì.

Rifletteva in un’atmosfera di grande armonia, pace e reciprocità. In un ascolto dell’altro che si trasformava in un dono. Diventava un dono reciproco senza nessuna pretesa di superbia. Tanto da fargli scrivere quel meraviglioso libro, che è la sua tesi di dottorato, Speranza nell’Islam, e l’altro, già il titolo basterebbe a meditare, Innamorato dell’Islam, credente in Cristo. Capovolgendo questa è la mia vita: innamorata di Gesù, credente nell’Islam. Già con i documenti del Vaticano II, dopo secoli possiamo dire che nell’altra esperienza religiosa, che ha un altro nome dal nostro proprio cammino, si possono trovare luci e frutti, semi del verbo, cristianamente detto; il volto di Dio nell’altro, Islamicamente detto. Praticava questo. Sapeva molto. Ha voluto condividere il destino così tragico, violento, del bel popolo siriano che ha amato profondamente».

Come ricostruisce il testo necessario Padre Paolo Dall’Oglio – uomo di dialogo ostaggio in Siria (Pisa University Press, 90 pagine, 10 euro) curato da Chiara Lapi, l’allora ventitreenne novizio gesuita annunciò al padre spirituale di voler offrire la propria vita per la salvezza dei musulmani. Può spiegare la duplice appartenenza Islamo cristiana, il sentirsi cristiano e musulmano allo stesso modo?

«Sì, le dicevo che è l’uomo del dopodomani. Muslimān significa letteralmente chi si affida, abbandona in Dio. Il Corano stesso nomina altri profeti musulmani, perché arriva proprio al senso della parola. Paolo Dall’Oglio era veramente una persona che si affidava e abbandonava in Dio. A prescindere dal senso letterale, condivideva le bellezze dell’Islam e le meraviglie del Cristianesimo, perché una fede autentica non ha più paura di guardare l’altro e di vedere anche le bellezze dell’altro. Quando invece la fede è debole s’impaurisce davanti all’altro, deve rifugiarsi in un istituto, dentro a un confine perché ha paura di perdere qualcosa. Dall’Oglio non ha mai avuto paura di perdere il volto di Gesù nella sua vita, nella sua anima. Anzi l’aveva fatto suo con grande spirito, riuscendo a guardare nell’altro e cogliere la bellezza, tanto da farlo arrivare a dire innamorato dell’Islam. Anche il Corano ha delle meraviglie da far innamorare chi si avvicina al testo senza pregiudizi e superbia».

Il dialogo: come si tiene insieme all’evangelizzazione, all’annuncio, alle pretese assolutistiche? Dall’Oglio sosteneva di superare l’idea di un dialogo interreligioso, per recuperare quella del dialogo fra persone credenti.

«Quando l’incontro si basa sull’uguaglianza, sulla dignità reciproca si può giungere a un dialogo fruttuoso. Dall’Oglio insisteva molto sul punto, perché l’Islam non è una ideologia nell’aria. Quando tu guardi il volto dell’altro, puoi capire meglio ciò che pensa. Per lui l’evangelizzazione non consisteva nel far convertire, battezzare, ma far vedere la bellezza del volto di Gesù. Penso questa sia la vera evangelizzazione. Col potere del denaro, la forza e la guerra non si otterrà mai una conversione sincera. Lui portava avanti una vera evangelizzazione perché era un testimone. Oggi più delle parole abbiamo bisogno di testimoni forti come lui. Per sapere di più oggi abbiamo bisogno dei testimoni che condividono il dolore dell’altro, nonostante la diversità religiosa, politica, che non si fermano davanti a nessun muro perché l’altro resta sempre una persona con pari dignità. Testimoni più fedeli al messaggio del nostro nuovo mondo, che parte con la Rivoluzione francese: libertà, fraternità e uguaglianza. L’abbiamo dimenticato in Europa».

Tema cruciale: democrazia e religione. Il khomeneismo riconosceva allo sciismo uno specifico carattere politico, il repubblicanesimo Islamico. Per tornare a Dall’Oglio: un credente non può non essere democratico, diceva. L’intreccio tra religione e politica è una caratteristica irrinunciabile nell’Islam?

«Nel pensiero Islamico ciò che non è ammissibile è il disinteresse, per usare le parole di Papa Francesco: la globalizzazione dell’indifferenza. Per il Corano e per la lettura Islamica ciò che è peccato nel senso religioso è il disinteressarsi della vita del prossimo. Di questo ne è pieno il Corano quanto la tradizione Islamica che avverte: “Non puoi dormire con la pancia piena, sapendo che l’altro ha fame”. Se questa vogliamo chiamarla politica, allora sì, l’Islam risponde che dobbiamo essere politici. La vita stessa del profeta Muhammad dice che era un politico, ma sempre ritornando al concetto dell’interesse per la giustizia sociale della propria comunità. Infatti la testimonianza della giustizia e della fede vanno di pari passo nel Corano. Ci sono due versetti significativi: Siate testimoni di Dio, portatori della giustizia; per poi capovolgere: Siate portatori della giustizia, testimoni di Dio. Un vero credente non è colui che si rifugia soltanto nelle proprie preghiere. Come può una persona dichiararsi credente e non avere la compassione per il prossimo? In questo campo la politica sì è irrinunciabile: non è possibile dividere la lettura di una fede autentica religiosa dalla compassione, dall’intervento per il benessere sociale, politico, dalla giustizia per l’altro».

Però…

«Ora però confondere questo con il prendere assolutamente il potere politico, governare il popolo è tutto un altro discorso. In questo senso non c’è nessun obbligo Islamico di dover prendere il governo di una nazione. L’obbligo è dover partecipare pienamente. Essere sempre attento a ciò che chi governa fa. È dovere del popolo criticare il governo, non è semplicemente un suo diritto. Non partecipare alla vita politica colpisce sia l’individuo sia la comunità. Rimane un dovere religioso criticare i passi sbagliati di un governante, che non dovrebbe essere necessariamente un credente musulmano. L’importante è che faccia bene il proprio lavoro».

Il fondamentalismo è sostanzialmente una religione senza cultura. L’Islam è una visione monocolore del mondo, la sottomissione della soggettività al testo?

«Sono trascorsi quattordici secoli dall’arrivo del messaggio coranico. Si sono creati popoli, culture, civiltà. Una grande civiltà che ha contribuito allo sviluppo della civiltà oggi europea. Perché all’inizio si poteva avere un approccio totalmente anche razionale e scientifico? All’origine, nel testo, nella comprensione del testo, la ricerca della conoscenza faceva parte della stessa vita religiosa. Se vogliamo parlare di grandi matematici, chimici, medici, filosofi, astronomi, loro non si sono mai dichiarati non musulmani. Erano pienamente consci, credenti nel messaggio coranico e proprio per questo l’amore per la conoscenza li portava ad andare oltre.

Il Corano stesso nel momento della creazione, quando presenta questa sua nuova creatura, che era l’essere umano, in una scena allegorica chiede agli angeli e arcangeli di sottomettersi. Davanti al loro stupore, alla loro quasi critica, il Corano in una risposta dichiara, annuncia la supremazia di questa nuova creatura che è proprio la conoscenza. “L’essere umano è capace di arrivare alla conoscenza ultima”. Se questo è il criterio stesso che il Corano presenta come il criterio della supremazia dell’essere umano, anche sugli angeli e arcangeli del cielo, la conoscenza diventa fondamentale per la vita religiosa. Questa era la prima lettura dei musulmani che hanno creato, creduto e portato avanti una civiltà basata anche sulle scienze».

Poi che cosa è successo?

«Purtroppo lentamente si è data più importanza a un aspetto giuridico. Vediamo che nei secoli più recenti gran parte dello studio coranico, l’esegesi, si è basata soprattutto sul diritto Islamico. Si è data troppa importanza tra gli ottanta e duecento versetti fonte della sharia tra gli oltre 6200 versetti del Corano, tralasciando il resto e arrivando a creare una idolatria del Corano che non si presenta mai come un idolo, ma come un libro. Dice io sono un libro, non il libro in assoluto. Sono luce, guida, aiuto il discernimento, sono un ricordo, un invito per gli uomini. Un libro che può aiutare la conoscenza. È vero che oggi ci sono delle scuole che hanno creato una vera idolatria del Corano, mistificandolo. Siamo purtroppo a livelli dequalificati. Conosco purtroppo bene questa mentalità. Compito degli intellettuali, teologi è di far riemergere l’importanza della conoscenza e della stessa ricerca della verità sulla quale il Corano insiste. Usando la simbologia dei nomi invita a una ricerca senza fine, anche il centesimo nome di Dio è un invito a una ricerca continua. Nessuno può afferrare tutta la verità ma il cammino della conoscenza è un cammino aperto e percorribile. È in contraddizione stessa con il Corano chiudere tutto in una interpretazione oscurantista».

Violenza e Islam, a causa del terrorismo di matrice Islamista, vengono sempre più associati nel discorso pubblico, mediatico. Adonis nella conversazione che alimenta il libro Violenza e Islam (Guanda, 189 pagine, 14 euro) dice che il Corano è «un testo estremamente violento». Il testo coranico come si pone nei confronti del miscredente, dell’apostata e della giustificazione della violenza?

«La violenza così ricorrente nel Corano? Assolutamente no, direi molto meno della Bibbia, in cui solo tre libri sono assenti scene di violenza e sono al femminile: Rut, Ester e Cantico dei cantici. Il Corano ha dei versetti dove si può interpretare una certa aggressività, dipende sempre dal lettore.

Non si può criticare un testo dicendo può essere abusato con una certa lettura. Quale dovrebbe essere la risposta alle ingiustizie, alle violenze? La violenza è esistita ed esisterà. Una religione che pretende di presentare una via di vita non solo spirituale ma umana terrena al suo lettore, dovrebbe dirci cosa si dovrebbe fare davanti a delle ingiustizie. Pure il Corano presenta delle risposte. Sostiene che davanti all’ingiustizia si possa rispondere con un atteggiamento forte.

C’è un aspetto interessante che come studiosi dell’Islam oggi dobbiamo riprendere, rielaborare e far riemergere. Il Corano dice che puoi reagire, ma ci sono versetti in cui afferma chi è il nemico di Dio. Chi abusa del denaro dell’altro con l’usura dichiara guerra a Dio e al suo Messaggero. Chi è il nemico di Dio? Chi fa male al popolo abusando a livello economico della sua fiducia, in questo versetto viene chiamato nemico. Dopo aver contemplato reazione, la via maestra che il Corano presenta è il perdono: Tu rispondi al male non con un bene della stessa misura, bensì superiore. Ciò comporta uno sforzo grande.

Non esiste la guerra santa nel Corano. Questo è un termine usato dalle crociate. Il Corano non usa mai la guerra santa. È una guerra di difesa personale o collettiva per il popolo, contro l’usura, la violenza o sui minori. Come mai non vi alzate a difendere uomini, donne e bambini che gridano aiuto ché vivono in una situazione dolorosa? Questo è lo spirito del Corano e lo possiamo analizzare benissimo. Un testo può essere abusato come ammette lo stesso Corano: ci sono dei versetti chiarissimi e solidi, altri che possono essere fraintesi, chi ha il cuore malato utilizzerà quei versetti per i propri fini».

C’è un aspetto in particolare della strategia dell’Isis che la colpisce in quanto negazione della civiltà Islamica?

«La distruzione delle ricchezze archeologiche, del patrimonio artistico – culturale è un segno evidente della negazione della civiltà Islamica operata dall’Isis».

Lei partecipa al nascente Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano. Sono circa centomila i musulmani in possesso della cittadinanza italiana. Una domanda preliminare: che cos’è l’Islam italiano?

«Ci sto pensando da tempo e mi dico che può esistere. L’influenza culturale, geografica, nazionale, caratterizza il comportamento di questa forma religiosa che rimane sempre l’Islam. È una realtà da non poter cancellare. Con una politica lungimirante si possono determinare le condizioni affinché la comunità Islamica contribuisca alla pluralità della democrazia italiana, contribuisca con il proprio lavoro al miglioramento economico sociale dell’Italia. Un Islam più aperto consapevole di trovarsi nella culla del cattolicesimo. Sognare, progettare, un Islam che contribuisca a una lettura più illuminata per i musulmani in Europa e nel resto del mondo. Un Islam che viva in grande armonia e scambio, in una dinamica di reciprocità. Il cristianesimo può aiutare a superare questo esagerato atteggiamento verso la sharia. La lettura islamica può aiutare il cristiano a essere maggiormente operatore di una fede autentica cristiana».

Una questione concreta: i luoghi di culto. Attualmente in Italia le moschee sono meno di dieci su un totale di ottocento luoghi di preghiera. E la richiesta di aggregazione è crescente. Che cosa si fa?

«La paura porta all’aggressività. Non aiuta nessuna delle due parti. Non si può chiedere a chi arriva di abbandonare da un giorno all’altro le proprie tradizioni, necessità spirituali, alimentazione, sistema di relazioni, non è fattibile e giusto. Chiedere di tradire la propria identità causa malessere. Avere luoghi di aggregazione e preghiera dignitosi aiuta a mantenere l’equilibrio».

L’Italia importa il 75.9% del proprio fabbisogno energetico. Proprio oggi comincia a Teheran la missione del governo e imprese italiane. Che cosa ci lega, oltre ai tredici memorandum e i contratti dal valore di 17 miliardi di euro firmati in seguito alla visita del presidente Hassan Rohani?

«Diciassette miliardi, sì. L’antica Persia e l’antica Roma avevano gli stessi confini. Ci siamo scambiati non solo soldati ma amanti, poeti, scrittori. L’Italia e l’Iran hanno una lunga storia e cultura comune poco conosciuta oggi. All’epoca di Dante Alighieri si conoscevano maggiormente, la stessa letteratura e poesia persiana. Dante aveva avuto accesso alla poesia persiana, un testo appare molto simile a ciò che lui elaborò. A ogni modo ci sono stati incontri e scambi profondissimi intimi a livello intellettuale, poetico, religioso, spirituale tra questi due popoli, culture e nazioni. Non solo quello economico è fattibile. Direi che tra tutti i popoli europei gli iraniani amano soprattutto gli italiani. Molti giovani senza aver visto questo paese lo immaginano. L’Italia non ha mai fatto nessun danno. Figure come Mattei hanno mostrato la dignità della relazione con gli iraniani».

Qual è il ruolo della religione in quella che Francesco ha definito la terza guerra mondiale?

«La religione ha un grande potere, perché non rimane solo sulla superficie della vita dell’uomo ma entra nella mente dell’essere umano, nel cuore. Per questo ne constatiamo l’abuso. La religione può essere d’aiuto con una visione universale invece se settaria provoca ferite più profonde. I viaggi di Papa Francesco indicano una via maestra per le religioni. Una fede autentica religiosa non è un’istituzione, non è un confine ma un insegnamento soprattutto a una visione unitaria del mondo, della famiglia umana. Ripartire dai valori della rivoluzione francese, un concetto laico e religioso che non siamo riusciti ancora a concretizzare».

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Stare in società: una replica di Antonio Scurati a Tomaso Montanari https://minimaetmoralia.it/arte/replica-di-antonio-scurati-a-tomaso-montanari/ https://minimaetmoralia.it/arte/replica-di-antonio-scurati-a-tomaso-montanari/#comments Fri, 03 Jan 2014 08:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17246 Pubblichiamo una replica di Antonio Scurati all'articolo di Tomaso Montanari Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly.

di Antonio Scurati

Tomaso Montanari è un onesto intellettuale. Difende principi e valori largamente condivisi, anche dal sottoscritto. Per questo motivo ho deciso di rispondere al suo basso attacco polemico. Tomaso Montanari è, però, anche un intellettuale onesto. Uno di quelli che fanno della probità e della rettitudine una bandiera continuamente sbandierata. Per questo motivo la disonestà intellettuale lo disonora specificamente. L’articolo con cui attacca (anche) me per attaccare Farinetti, e Farinetti per attaccare Renzi, rientra, temo, in questa fattispecie.

Innanzitutto, brevemente, il fatto. Qualche tempo fa, Oscar Farinetti, patron di Eataly e, sia detto per trasparenza, mio caro amico da diversi anni, in vista dell’apertura del negozio di Firenze, mi chiese di concepire una breve narrazione del Rinascimento fiorentino destinata ad accompagnare il percorso all’interno del punto vendita. Anzi, una narrazione brevissima: il Rinascimento in trenta immagini e trecento righe. Qualcosa che, adottando le modalità fulminee e visuali di comunicazione oggi prevalenti nei new media, facesse opera di divulgazione culturale in un luogo con altra vocazione.

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Pubblichiamo una replica di Antonio Scurati all’articolo di Tomaso Montanari Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly. (Immagine: G. Cervone per il Corriere Fiorentino)

di Antonio Scurati

Tomaso Montanari è un onesto intellettuale. Difende principi e valori largamente condivisi, anche dal sottoscritto. Per questo motivo ho deciso di rispondere al suo basso attacco polemico. Tomaso Montanari è, però, anche un intellettuale onesto. Uno di quelli che fanno della probità e della rettitudine una bandiera continuamente sbandierata. Per questo motivo la disonestà intellettuale lo disonora specificamente. L’articolo con cui attacca (anche) me per attaccare Farinetti, e Farinetti per attaccare Renzi, rientra, temo, in questa fattispecie.

Innanzitutto, brevemente, il fatto. Qualche tempo fa, Oscar Farinetti, patron di Eataly e, sia detto per trasparenza, mio caro amico da diversi anni, in vista dell’apertura del negozio di Firenze, mi chiese di concepire una breve narrazione del Rinascimento fiorentino destinata ad accompagnare il percorso all’interno del punto vendita. Anzi, una narrazione brevissima: il Rinascimento in trenta immagini e trecento righe. Qualcosa che, adottando le modalità fulminee e visuali di comunicazione oggi prevalenti nei new media, facesse opera di divulgazione culturale in un luogo con altra vocazione. Non i mercanti nel tempio ma un richiamo al “tempio” nel mezzo del mercato. Essendo convinto che la divulgazione sia oggi una delle grandi sfide poste al mondo della cultura, ed essendo da sempre interessato a rintracciare possibili punti di contatto tra arte colta e cultura di massa, ho accettato. Non sono, purtroppo o per fortuna, uno storico dell’arte ma ho grande rispetto per questa disciplina. Si trattava, mi son detto, di far leva sulle mie abilità di narratore. Trenta micronarrazioni, e altrettante immagini, che rievocassero, o in alcuni casi evocassero per la prima volta, agli occhi e nelle menti di visitatori intenti ad altro, alcuni aspetti salienti di una delle più grandi imprese di civiltà mai realizzate dall’uomo. Dei “punti luce”, per così dire.

Montanari depreca scandalizzato questo piccolo tentativo. Lo accusa innanzitutto di essere banale (ma non esiste critica più banale di questa), lo rimprovera poi di ripercorrere luoghi comuni (ma dovrebbe sapere che l’impianto retorico del sistema educativo europeo, e anche del sistema artistico e letterario, finché hanno funzionato, si fondava sulla forza conoscitiva dei loci communes, come spiegano magistralmente Ernst Robert Curtius e Aby Warburg), gli imputa infine di essere un “Bigino” (ed in effetti lo è ma Montanari dimentica quanto l’arte dell’insegnamento abbia perso rinunciando alla forza educativa dell’aneddotica, delle sintesi ad usum delphini, degli exempla, dei racconti gnomici). Fin qui, però, quello di Montanari rimaneva un giudizio sommario, tendenzioso e fazioso ma legittimo. Un’opinione come un’altra.

Quando, però, Montanari passa dalla riprovazione all’argomentazione, cade nella disonestà. Volendo fornire esempi di questa scrittura a suo dire sciatta, dozzinale e scorretta, invece di citare dal mio lavoro cita da qualche testo di presentazione, a me ignoto, e probabilmente redatto dagli uffici comunicazione di Eataly. Sono, effettivamente, parole un po’ grossolane, enfatiche e approssimative, come quasi tutte le parole del marketing, ma sono paratesti e Montanari li presenta come se fossero il testo in questione. Sarebbe come se si criticasse un romanzo sulla base della quarta di copertina composta da un redattore editoriale. O come se si disprezzasse un dipinto a causa di una didascalia improvvida o inesatta. Il mio lavoro svolto per Eataly, torno a dire, non è certo un’opera d’arte ma solo una piccola, anzi piccolissima, opera di divulgazione culturale, ma la scorrettezza dell’attacco nei suoi confronti rimane. Poiché, però, Montanari è intellettuale onesto, voglio credere che questa scorrettezza sia frutto di accecamento dovuto a furore polemico e non a malafede. Attendo, dunque, volentieri le sue scuse.

Mettiamo, però, da parte questa secondaria questione personale. La polemica di Montanari solleva, forse, indirettamente un paio di altre questioni interessanti e meritevoli di approfondimento. La prima riguarda il rapporto tra intellettuali e imprenditori. Un rapporto che in Italia nel dopoguerra ha avuto una storia anche mirabile e che poi è scaduto a servaggio o cessato del tutto. Farinetti, amicizia a parte, rappresenta ai miei occhi un caso d’imprenditoria virtuosa, forse addirittura un modello. È un imprenditore e come tale va giudicato (se poi si vuole criticare il suo sostegno a Renzi, lo si faccia apertamente e onestamente senza intorbidare le acque e avvelenare i pozzi; io stesso, pur guardando al sindaco di Firenze con interesse e speranza, in passato non gli ho risparmiato le critiche). Farinetti è un imprenditore che ha reinvestito in una nuova impresa (Eataly) ingenti capitali risultanti dalla vendita della sua precedente attività (Unieuro) in anni in cui molti imprenditori italiani passavano alla finanza speculativa. È un imprenditore che reinveste sistematicamente i profitti nell’impresa in un Paese in cui sempre più spesso i suoi colleghi li occultano in società offshore. È un imprenditore, insomma, che rischia il capitale, non lo presta, e rischia i propri capitali, non quelli delle banche. È, inoltre, un imprenditore che investe su di una formidabile idea imprenditoriale (Eataly, con la sua visione di portare il cibo di alta qualità a tutti) e non su economie di relazione. È un imprenditore estraneo a ogni illegalità in un Paese di concussi e corruttori; che fa impresa con una forte attenzione al suo valore sociale (l’agricoltura sostenibile, la filiera corta, le produzioni artigiane, sotto il patrocinio di Slow Food) e all’educazione alimentare. È un imprenditore che contribuisce significativamente a rendere desiderabile – “appetibile”, se preferite – l’Italia nel mondo in un momento in cui il mondo ci tiene in discredito. È, infine e soprattutto, un imprenditore che assume a tempo indeterminato, dopo un periodo di prova, con stipendi di quindici mensilità, migliaia di lavoratori in un momento in cui ovunque se ne licenziano a migliaia. Ebbene, a mio modo di vedere, collaborare con un’impresa del genere, soprattutto nell’Italia di oggi, non è affatto deprecabile per un intellettuale. Rimarrò convinto che questo tipo di collaborazione possa, anzi, essere un’opportunità feconda di conseguenze positive, su entrambi i versanti, finché qualcuno non mi convincerà del contrario. Ma per far questo ci voglio argomenti e ragionamenti, non bastano le insinuazioni, i sarcasmi da bar, le calunnie o le suggestioni veteromarxiste.

L’altra questione interessante è quella relativa ai rapporti tra cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica. Diciamoci le cose come stanno: viviamo in un mondo in cui le espressioni della cultura materiale, o delle arti applicate, hanno soppiantato e talora espropriato quelle della cultura artistica e intellettuale. È accaduto prima con il design industriale, poi con la moda e ora, infine, con l’enogastronomia. Non vi è dubbio che la cultura del vino e del cibo stia progressivamente occupando – usurpando? – nell’immaginario sociale il luogo che fino a ieri fu della pittura, della musica colta, della letteratura, della filosofia (anche io ho descritto, raccontato e criticato nei miei libri questo processo storico). Il fatto che il negozio fiorentino di Eataly sia stato inaugurato in uno stabile che ha a lungo ospitato una libreria è da questo punto di vista emblematico. All’estero, del resto, quando guardano con ammirazione alle espressioni della cultura italiana guardano alla gastronomia, alla moda, all’arredamento d’interni, all’arte culinaria molto più che all’arte poetica, cinematografica o pittorica (salvo che si tratti di un’arte del passato). Food, fashion and interior design, questo siamo oggi agli occhi del mondo. Ci piaccia o non ci piaccia (e a me non piace). A fronte di ciò, la domanda che, però, un’intellettuale si pone – ammesso che riesca per un attimo a deporre lo sdegno al cui fuoco fatuo il suo ego tanto si scalda – è: dove sono io in questa impietosa corrente? Come assumo al fondo della mia produzione le contraddizioni di questo processo storico?

La separazione. Questa la risposta che sembra dare uno come Montanari anche quando riflette, e non solo quando polemizza (molto spesso, a dire il vero). La sua difesa dell’arte come bene comune e della funzione civile del patrimonio artistico e storico della Nazione – difesa che mi trova pienamente solidale e schierato con lui – pare suggerire che questo patrimonio debba rimanere rigidamente separato da tutti gli altri aspetti della vita di quel popolo cui appartiene e che gli appartiene. Ogni contatto tra le diverse sfere di vita, tra gli ambiti differenti eppure prossimi dell’esistenza, è stigmatizzato quale fonte d’impurità, di sacrilega contaminazione. È una concezione dello spazio dell’arte quale luogo sacro, nel senso etimologico di separato, inviolabile (ma anche di “maledetto”). Chiunque violi con il proprio comportamento la pax deorum, il concorde equilibrio stabilito tra la cittadinanza e gli dei dell’arte, viene sottoposto a bando morale. Montanari, e quelli che la pensano come lui, si autonominano guardiani del confine.

Ebbene, non sono d’accordo. Dei tre regimi di pensiero che si possono adottare quando posti di fronte al processo storico in cui la cultura materiale prevarica sulla intellettuale – regime confusivo, separativo, distintivo – io opto per il terzo. Rifiuto il regime confusivo. Quello, per intenderci, proposto dalla scena, cui tutti in questi anni abbiamo assistito, nella quale chiunque affetti un salame proclama: “Io faccio cultura”. Ma rifiuto anche quello separativo. La scultura di Michelangelo e la viticoltura toscana sono e devono rimanere cose ben distinte ma non separate. La distinzione presuppone un’intelligenza dei legami, la separazione li recide.  Dei legami e del discernimento. Se un mercante spregiudicato trova il modo di commercializzare i propri prodotti nelle gallerie degli Uffizi, è giusto opporsi. Se un brillante imprenditore desidera rendere omaggio, tra gli scaffali del suo negozio, ai maestri esposti agli Uffizi, si può magari invece perdere l’occasione per una cieca indignazione.

L’aneddoto riguardante la vita di Michelangelo narrato tra le mura di Eataly è un nodo passante, non chiude il discorso in un cosmo asfittico dominato dal culto smodato del food. Fa, anzi, segno verso ciò che ne esorbita. Ti dice che c’è dell’altro e dell’oltre. Fa segno verso la città di Firenze come immenso, inestimabile ecosistema artistico – giustamente tanto cara a Montanari – e come sistema culturale e sociale nel quale gli uomini per lo più faticano, mangiano, dormono e, talvolta, nei giorni fortunati, alzano gli occhi verso la bellezza e verso il pensiero delle cose ultime. Il pensiero della distinzione non emargina l’arte in uno spazio separato ma la colloca al centro. Ne fa il nodo di una laica religiosità che, anche qui seguendo l’etimo (quello lattanziano), lega l’individuo in un vincolo di pietà a tutto ciò che è umano attraverso l’onnipresenza del “divino”.

Il che significa che per difendere l’arte bisogna stare in società. Il polemismo di Montanari sembra suggerire, invece, una nostalgia neo-comunitaria. Contrappone una Kultur dei valori essenziali della piccola comunità degli eruditi a una Zivilization incivile della cultura di massa dominante in società. Al di qua della linea di separazione la piccola ma feroce comunità di monaci guerrieri agli ordini di Marco Travaglio, al di là della linea, nell’impurità, tutto il popolo, quel popolo al quale lo stesso Montanari rivendica la proprietà consapevole delle pietre sacre della Nazione. (Va notato, però, che, d’altro canto, Montanari dimostra di saper stare in società quando accetta di fare da consulente di un ministro il cui vicepresidente è Angelino Alfano).

Io credo, invece, che il luogo del conflitto per la difesa affermativa, non meramente reattiva, del valore culturale dell’arte non possa che essere la società. Se abbiamo la volontà, o la vocazione, a renderci parte attiva dei rapporti di forza dispiegati nel campo culturale, dobbiamo difendere la società e, per farlo, dobbiamo stare in società. Per difendere la società ce ne dobbiamo appropriare ma la società è sempre il “luogo dell’altro”, il campo del molteplice eterogeneo, irriducibile, irredento. Nell’“aperto della società” non vi sono che tattiche, nessuna strategia è possibile, perché, come insegnava De Certau, la tattica ha come luogo solo quello dell’altro, è un calcolo che non può contare su una base propria, né dunque su una frontiera che distingue l’altro come totalità visibile. Non disponendo più di un luogo che possa essere circoscritto come proprio, isolato in un ambiente, l’intellettuale è chiamato a insinuarsi dappertutto portandovi la propria conflittualità, e portando nel fondo della propria produzione la contraddizione che questo comporta – avrebbe detto Adorno – non per rimanere ciò che è ma per diventarlo, di volta in volta, nella zona di bruciante contatto con l’altro da sé.

Questa linea di condotta discende da una teoria: si tratta di capire che la marginalità oggi non assume più la figura dei piccoli gruppi ma quella dell’emarginazione diffusa, che la marginalità si universalizza perché, svanite le culture popolari e tradizionali, è l’intera massa sociale a trovarsi ai margini dei processi di produzione culturale, confinata nella posizione del consumatore. Nella comunità si è identici, alla comunità si appartiene; la società, invece, è il luogo dove tutti sono esclusi, nessuno escluso. Il romanzo, diceva Kundera, è il paradiso degli individui. La società individualizzata nella quale viviamo, che c’impone come un obbligo istituzionale la solitudine dell’individuo, ne è l’inferno. Proprio per questo motivo, è la società il luogo della critica. E nel margine di questa emarginazione di massa, oggi l’intellettuale si ritrova in società con quello che un tempo si chiamava popolo. Oggi, infatti, non sono più l’arte e la letteratura a filtrare la cultura diffusa. La Nazione italiana la fecero nell’Ottocento scrittori e popolo cantando all’unisono le opere di Verdi ma gli italiani di oggi sono stati rifatti negli anni ’80 dagli esperti di marketing distaccati alla televisioni da Berlusconi. Da quest’altro lato dello schermo, ammassati tutti assieme, stanno oggi scrittori e popolo. Soli tra le rovine delle loro pietre sacre.

Il fantasma della comunità adombra, mi sembra, una reazionaria nostalgia di trascendenza. Ci seduce e ci commuove tutti. Ma di fronte a una visione laica, materialista, anche disperata, se vogliamo, c’è solo il piano d’immanenza dei rapporti di forza sociali o anti-sociali. Se la cultura di massa della nostra società non attribuirà un valore alle comunità intellettuali, le comunità intellettuali non sopravvivranno (si veda l’attuale, veloce agonia dell’Università). Se la cultura di massa non attribuirà un valore al capitale culturale dell’arte rinascimentale, essa non sopravvivrà. Ma è la fuori, nell’aperto del permanente criticismo sociale che si darà battaglia. Anche tra gli scaffali di Eataly. Anche e soprattutto quando un popolo impoverito invece della rivoluzione sogna il tonno di coniglio.

Se, invece, gli intellettuali onesti imboccano la via del biasimo professionale, il rischio è che i moralizzatori (vedi il nome di questo blog) diventino diffamatori, che la loro difesa della cultura scada a un perenne sindacato in difesa di loro stessi, che i professionisti dello scontento diventino piccoli untori in tempo di peste. L’arte è patrimonio della Nazione non degli storici dell’arte. Ma sono certo che, almeno su questo, Montanari sarà d’accordo con me.

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