Angelo Del Boca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelo-del-boca/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Apr 2014 10:12:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Angelo Del Boca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelo-del-boca/ 32 32 L’Etiopia vista dagli occidentali: diario di un viaggio esotico https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-narciso-nelle-colonie-latronico-linke/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-narciso-nelle-colonie-latronico-linke/#respond Wed, 22 May 2013 09:57:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14415 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Armin Linke.)

Il modo migliore affinché un viaggio non si concluda è raccontarlo. È una tecnica elementare e originaria, individuale e sociale, duttilissima. Raccontare un viaggio significa prolungarlo nel tempo, traslocarlo da uno spazio a un altro: far sì che quanto è stato cammino, lavorio del corpo, attraversamento di meridiani, attenzione precisa o blanda al macro e al micropaesaggio, si converta in un altro codice, per esempio in un serpente di frasi, in un pannello di scatti fotografici.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Armin Linke.)

Il modo migliore affinché un viaggio non si concluda è raccontarlo. È una tecnica elementare e originaria, individuale e sociale, duttilissima. Raccontare un viaggio significa prolungarlo nel tempo, traslocarlo da uno spazio a un altro: far sì che quanto è stato cammino, lavorio del corpo, attraversamento di meridiani, attenzione precisa o blanda al macro e al micropaesaggio, si converta in un altro codice, per esempio in un serpente di frasi, in un pannello di scatti fotografici.

Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia – di Vincenzo Latronico e Armin Linke, ma anche di Angelo Del Boca, Simone Bertuzzi e Graziano Savà – è il primo titolo di Humboldt, una nuova iniziativa editoriale realizzata in coedizione con Quodlibet. Un progetto che nel connettere narrazione, fotografia e documentazione legge il viaggio in una chiave letteraria e artistica. In una prospettiva simile l’itinerario geografico è prima di tutto l’occasione per mescolare autobiografia e sensorialità, memoria e imprevisto, così da trasformare spazio e tempo in visione.

Lo spunto da cui frasi e fotografie traggono origine è «un’eroica ferrovia iniziata a fine Ottocento e mai del tutto completata, sempre rammendata un attimo troppo tardi, sempre sull’orlo del malfunzionamento, e attualmente dismessa». Un antenato russo di Latronico ne aveva cofinanziato la prima costruzione; seguire quella linea ferroviaria vuol dire dunque muoversi lungo un ramo sensibile del proprio albero genealogico.

Com’è inevitabile (se non indispensabile) accada, il viaggio programmato deve scendere a patti con tutti gli accidenti del caso e riconoscere che a dominare il percorso è la serendipità. Tra un lago di latte e gli ennesimi masticatori di chat – l’oppiaceo più diffuso ed esportato del Corno d’Africa –, la striscia del binario si disperde nella polvere. Al suo posto appaiono percezioni e consapevolezze inedite: i babbuini e gli alberi viola lungo la strada per Harar, gli elefanti rintracciabili col GPS, le vestigia di Hailé Selassié, il microscopico re dei re (al quale, nella sezione dossier, Del Boca dedica un ricordo che ne restituisce la fragilità e la contraddittorietà); e ancora Enrico, una pasticceria italiana che espone un unico vassoio di pasticcini, la visita alla casa di Arthur Rimbaud, dove in realtà Rimbaud non visse mai, nonché l’intensità feroce con cui l’industria cinese si sta impossessando del mercato etiope.

Alla fine l’oggetto reale di un libro come questo – ciò che viene imprevedibilmente scoperto – è sì il viaggio, l’Etiopia, ma soprattutto il prendere coscienza del proprio sguardo occidentale, delle sue risorse e dei suoi limiti. Allora lo spazio e il tempo attraversati diventano dispositivi che nel sollecitare, di questo sguardo, il lavoro descrittivo lo inducono al contempo a riflettere autocriticamente su se stesso. Su ciò che vede, su come lo vede, sulla natura (e sulla cultura) delle sue diottrie; sulle sue paure, sul suo senso di colpa ma anche – ed è per questo che un baedeker sui generis come Narciso nelle colonie è necessario – sul coraggio di una percezione che non si presume neutrale.

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Lo chiamavano impero https://minimaetmoralia.it/interviste/vincenzo-latronico-narciso-nelle-colombe/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vincenzo-latronico-narciso-nelle-colombe/#respond Fri, 29 Mar 2013 10:31:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13759 Questo pezzo è uscito su Studio.

Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

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Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

Qualche necessaria nota: questa è un’intervista, o un dialogo, con Vincenzo, che nel frattempo è tornato in Europa, ormai da più di un anno, e da più di un anno, mi ha detto, ancora pensa a quel viaggio di tre settimane in quello che abbiamo chiamato, per qualche anno nel ‘900, Impero. Il viaggio è partito dal Gibuti, è entrato in Etiopia passando per Dire Dawa, per Harar, per terminare poi ad Addis Abeba. In mezzo, il racconto e le fotografie: le strade di asfalto e quelle di terra rossa, le palme e i grattacieli, i mercati e i sassi, gli etiopi, i cinesi, gli italiani. E la storia dell’Italia certo, e ancora la storia stessa dello scrittore, alla ricerca di un pezzo di passato personale, sulle tracce dei nonni, russi fuggiti dal bolscevismo e rifugiatisi qui, prima che l’onda lunga (e distorta?) del comunismo arrivasse anche nel deserto africano per farli muovere finalmente in Italia, nel 1969. Per questo Narciso nelle colonie sconta una forte componente soggettiva, che arricchisce il racconto del viaggio, etnografico e storico, di una trama romanzesca che inganna il lettore (un inganno buono, si capisce) e si maschera da fiction, quando fiction, però, non è.

Un’altra nota, non meno necessaria: il libro di Latronico/Linke è raro e importante, è una dei pochissimi tentativi italiani di ragionare su quella disgraziata anti-impresa coloniale fascista, è un “riportare a casa” qualcosa, un tirare – pur, inevitabilmente, parziale – delle somme, un confrontarci con un passato con cui questo paese, probabilmente, non si è mai confrontato affatto. Nel libro, infine, ci sono altri, più brevi, scritti: un capitolo di un libro mai pubblicato, Ethiopia Hoy!, scritto in francese dalla nonna di Latronico, ritrovato soltanto giorni dopo il ritorno in Italia, a Roma, in una casa di famiglia, sorta di strana conclusione di una ricerca, quella personale, che non si è affatto conclusa (o non si poteva concludere, più probabilmente); un Dizionarietto delle parole italiane in lingua amarica, firmato Graziano Savà; un racconto di Angelo Del Boca, scrittore e giornalista, dei suoi incontri con Hailé Selassié; dei brevi testi di Simone Bertuzzi ancora su Selassié, sul suo mito, sul suo culto. Ma queste sono tutte cose contenute nell’intervista, che inizia, in qualche modo, così:

VL: Una premessa, a cui tengo: la storia del romanzo non è un espediente narrativo. Io ho veramente ritrovato questo testo di mia nonna dopo che il libro era già finito, è stata una cosa veramente pazzesca. È veramente un espediente testuale perfetto. Io sapevo dell’esistenza di questo libro a Roma, pensavo si fosse smarrito in vari traslochi, e quando è saltato fuori…

DC: Io ho abboccato molto felicemente, non ho dubitato mai della veridicità.

VL: Ad esempio Armin [Linke], che aveva letto la bozza del testo quando ancora non esisteva l’appendice, quando ha letto il libro completo mi ha detto “Wow, sei stato geniale a far entrare questa informazione in questo modo!”. Ma è tutto vero. Comunque.

E continua, poi, così:

DC: Il libro si apre con un ragionamento sul pittoresco e sul fascino “facile”: ci sei tu che guardi, fresche di stampa, le fotografie di Linke e confessi di non saper scegliere, e un po’ ti imbarazzi, e dici: «Le foto che mi piacciono sono tutte di paesaggi drammatici, o donne che lavorano al mercato, insomma, cose così, un po’ pittoresche». E lui, con una frase che è una specie di epifania, ti risponde: «Sai, forse non mi interessava evitare il pittoresco». E la bellezza del libro è tutta qui: una scrittura che parla di panorami e montagne nere e deserti «crivellati di laghi» e tramonti, sfacciata e senza ironia e soprattutto senza paura di cadere nel cliché.

VL: Non mi interessava comportarmi come uno che cammina in un campo minato. Quello che cambia oggi rispetto a quando il genere “racconto di viaggio” era veramente in voga è la consapevolezza dell’esistenza di queste mine, però secondo me un testo che parte dicendo “devo evitare questo, evitare questo, evitare quest’altro” è un testo che nasce dalla paura. Penso che forse sia anche sbagliato caratterizzare certe cose in cliché e non-cliché, cioè: certe immagini, certi panorami, certe descrizioni, prima che pittoresche, sono belle, sono emozionanti, sono toccanti. Sono una delle ragioni profonde che spingono le persone a viaggiare. In fondo sarebbe stato profondamente castrante cercare di evitare o eliminare questa dimensione “pittoresca” dal viaggio, anche perché, in fondo, il senso del libro di viaggio è il senso del libro del dilettante. Se qualcuno avesse voluto fare un reportage sociologico, un’inchiesta sulle condizioni del paese africano schiacciato tra la globalizzazione da una parte e la tradizione dall’altra… io non sono la persona giusta per farlo. In fondo, se fai un viaggio come osservatore, come “guardatore”, cioè come persona che guarda, e racconta quello che ha visto, beh, è veramente limitante fare una selezione di quello che si è visto, decidendo a priori di eliminare quelle cose che sono le viste più spettacolari, più emozionanti, più uniche di quell’esperienza.

DC: Parlando della tua storia personale, e di quella tua familiare, fidandomi ciecamente del fatto che tu non abbia romanzato alcun fatto… beh, la storia sembra lo stesso uscita da un romanzo ottocentesco: c’è il nonno, con la sua uniforme dell’Armata Bianca che arriva ad Addis Abeba, c’è la fotografia di tua nonna «bellissima», la prigionia dello stesso nonno con la liberazione inglese nel ’41, la sua fuga in Italia. A tratti Narciso nelle colonie sembra quasi Ogni cosa è illuminata.

VL: La cosa strana è che anche io, facendo mente locale su questi ricordi, ho avuto paura che fossero romanzati. Forse in qualche misura lo sono. È strano, perché ieri ho ricevuto una mail da una zia, diceva “ho visto che è uscito questo libro, l’ho comprato”. E io lì ho avuto un po’ paura, e le ho risposto, le ho detto “so che tu non riconoscerai molte delle cose che scrivo. Perché queste sono le cose come io mi ricordo quello che mi ha raccontato mia nonna”, che già è diverso da quello che si ricorda mia mamma, ad esempio, che è diverso da quello che si ricorda la zia, che è diverso da come le cose sono andate davvero. Anche io mi sono reso conto che sembra esserci un grado di “romanzazione” abbastanza alto. Mi chiedo dove sia intervenuto, in che passaggio: nel viverlo di mia nonna? Nel raccontarlo a mia mamma? Nel raccontarlo di mia mamma a me? Nel mio ripensarci a posteriori, unendo tutti questi punti? Non lo so.

DC: Di grandi romanzi sul colonialismo italiano, a parte Tempo di uccidere di Flaiano, non c’è grossa traccia. Forse è perché abbiamo sempre demonizzato il colonialismo altrui ed esaltato le liberazioni altrui. Forse ci vergogniamo del nostro colonialismo, non perché crudele ma perché goffo, imbranato?

VL: Più che con la goffaggine, penso abbia a che fare con una sorta di immagine auto-indulgente che abbiamo di noi, in cui in fondo, come popolo, ci mascheriamo dietro questa nostra immagine un po’ cialtrona per discolparci collettivamente. Discolpiamo il fascismo e lo distinguiamo dal nazismo perché diciamo che era meno serio, che tutto era più disorganizzato, in guerra abbiamo sempre perso… E quest’immagine, che al contempo sembra molto autoironica, in realtà è un grande alibi, permette di non prendere sul serio le nostre colpe. Mi mette in difficoltà pensare alla frase “non ci sono romanzi sul colonialismo” perché mi riesce difficile pensare che la letteratura, intesa come disciplina, abbia un dovere. Il fatto che il colonialismo italiano non si studi a scuola, questo è un grosso problema.

DC: Cambia la parola “romanzi” con la parola “narrazioni”.

VL: La domanda vera è: perché questa esperienza non è entrata nel patrimonio di cose che sentiamo di dover sapere per costruire la nostra identità? Voglio dire, per costruire la nostra identità dobbiamo conoscere la Breccia di Porta Pia, e crediamo che conoscere la Breccia di Porta Pia sia più importante, per formare l’italiano di oggi, di conoscere il colonialismo in Etiopia. Perché? Probabilmente perché se lo conoscessimo saremmo costretti, sia da sinistra che da destra, a mettere in crisi un’immagine di italiani che seguivano Mussolini come si può seguire un pifferaio di Hamelin, in fondo non del tutto convinti, che è un’immagine che ci fa molto comodo.

E d’altro canto, ho pensato, e se questo libro dovesse uscire in lingua inglese, in un paese che ha sviluppato questa auto-analisi? Il libro sarebbe crivellato, massacrato in un contesto diverso da quello italiano. Sarebbe allora necessaria una nota, all’inizio e alla fine, che sarebbe un continuo cospargersi di cenere il capo. E non sono sicuro che questo sarebbe un bene. Sarebbe soltanto un pro forma, un’etichetta conversazionale. Forse in Italia se ne può ragionare più liberamente proprio in ragione di questo vuoto. Non credo che questo libro possa essere un’apologia, affatto. D’altro canto credo che secondo una mentalità anglosassone, questa presa di coscienza abbia creato un tabù. Sono argomenti che non si possono più trattare in modo “neutro”.

DC: E però noi siamo quelli che nel 2012 costruiamo un mausoleo a Graziani.

VL: [prima ride, poi torna serio]. Questa cosa di Graziani mi ha un po’ sconvolto: io stesso, che mi reputo una persona consapevole, non conoscevo… il fatto che una strage come quella di Addis Abeba sia un argomento quasi completamente sconosciuto… mi ha sconvolto. E la colpa credo che, più che ai fascisti, vada data ai democristiani. Qualcuno insomma ha riflettuto e ha deciso che la Breccia di Porta Pia era più importante.

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Il nostro colonialismo rimosso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/colonialismo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/colonialismo/#comments Wed, 21 Nov 2012 08:12:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11565 Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

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Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

Boris Pahor, probabilmente il maggiore scrittore sloveno di cittadinanza italiana, ne ha scritto a lungo nella sua recente autobiografia, Figlio di nessuno (Rizzoli). Il totalitarismo fascista, direttamente o indirettamente (tramite, ad esempio, il duce croato Ante Pavelic), ha mietuto per molti anni migliaia di vittime: uomini, donne, bambini, “serbi, zingari, musulmani, ebrei, e oppositori al regime degli ustascia”. È stata una mattanza che avuto i suoi burocrati, i suoi gerarchi, i suoi esecutori. Una mattanza non inferiore alle nefandezze dei nazisti, senza la quale è impossibile comprendere le recrudescenze del “confine orientale” in anni successivi. Senza trovare una risposta plausibile, Pahor ritiene “inammissibile che nella letteratura postbellica italiana non si accenni alla vera importanza del fascismo nell’Europa della Seconda guerra mondiale, cercando invece di minimizzare il ruolo”.

Perché tanto silenzio? Perché tanto silenzio non riguarda solo la Jugoslavia o l’Albania, ma anche l’Africa “italiana”? Come per il “confine orientale”, anche per la “riva sud” del Mediterraneo sono rari i libri come quelli di Angelo Del Boca (I gas di MussoliniA un passo dalla forcaLa guerra d’EtiopiaItaliani brava gente?) in cui si raccontano le nostre “imprese” per ciò che sono state, cioè veri e propri atti di genocidio: bombardamenti di quartieri civili, uso di armi chimiche, deportazioni di massa, creazione di campi di concentramento. E allora non sorprende che nell’Italia del 2012 sia passato sotto silenzio la costruzione, con soldi pubblici, di un mausoleo in onore di Rodolfo Graziani, “il governatore generale di Libia”, “il viceré di Etiopia”, più noto presso gli arabi come “il macellaio di Fezzan”, e che ad accorgersene e a indignarsi siano stati solo in pochi.

Così come non sorprende che il film di Mustafa Akkad sulla vita del leader anti-colonialista libico Omar al-Mukhtār, Il leone del deserto (con Anthony Quinn come protagonista), sia rimasto vittima di censura per circa trent’anni perché “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Per la cronaca, la censura cadde solo dopo la celebre visita di Gheddafi a Roma nel 2009, quella in cui piazzò la sua tenda a Villa Pamphili: per l’occasione venne proiettato su Sky. Sembra passato un secolo…

Questo negazionismo strisciante, oltre a creare una memoria del Novecento del tutto edulcorata, ci impedisce di cogliere le forme di neocolonialismo che ritornano, alimentando per giunta il nostro innato provincialismo.

Quando cadde il regime comunista albanese, e iniziarono i massicci viaggi dei migranti verso l’Italia, Gianni Amelio fu il solo – con il suo film Lamerica – a spostare l’attenzione sugli anni quaranta del Novecento, a vedere in quel tratto essenziale della nostra contemporaneità (i boat-people) il riflesso del nostro passato coloniale. Fu una scelta isolata, e difatti del tutto incompresa; eppure senza una relazione tra lo ieri e l’oggi è impossibile comprendere il nostro rapporto con l’Albania contemporanea: comprendere ad esempio perché lì, ancora oggi, parlino tutti l’italiano; e perché tutti i nostri call center stiano chiudendo qui per riaprire, lì, a Tirana e Durazzo, assumendo migliaia di ragazzi che, per poche centinaia di euro al mese, sono pronti a venderci la nostra America quotidiana. La nostra Italia.

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Cosa vuol dire essere antifascisti oggi https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/#comments Wed, 24 Oct 2012 05:48:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9912 Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l'A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le "Cortina d'Ampezzo degli Appennini" nel 1980 - e in cui trent'anni dopo ancora non è arrivata l'acqua corrente - come Monte Livata o Campo dell'Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la "via Cesanese del vino" fino a arrivare dopo un'ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all'entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

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SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

Un monumento in mezzo al niente dedicato al cittadino illustrissimo di Affile, al Soldato con la S maiuscola, come dicono qui gli amministratori locali. Oppure al superfascista, come diremmo noi, al responsabile di uno sterminio etnico nella guerra italiana in Cirenaica e in Abissinia, al repubblichino della prima ora, al collaborazionista, al sostenitore acceso delle leggi razziali, al criminale di guerra secondo l’Onu per l’utilizzo di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, al “macellaio del Fezzan”, al condannato a 19 anni di carcere dopo il 1945 che scontò inspiegabilmente solo quattro mesi, al presidente onorario dell’MSI, al protagonista del brano Lettera al governatore della Libia in qualità di “idiota” (così come lo definisce Battiato).

Questa cosa, chiamiamola così, questo cubo di mattoni con due scritte incise nella pietra (“Patria” a sinistra e “Onore” a destra) che chiudono una bandiera italiana in mezzo, qualora vi foste posti l’interrogativo, è di una bruttezza inappellabile. Una costruzione infantile, demenziale, squallida, che campeggia al lato di una calata di cemento sopra un presunto parco dove sono stati piazzate due riproduzioni di cannone da prima guerra mondiale, dei lampioni ancora non funzionanti, una fontanella, un altro parallelepipedo di cemento più tre tavolini di legno, semmai qualche avventore con un’estetica da militarismo trash volesse farsi un pic-nic, qui, sotto l’occhio di due telecamere che proteggono i confini da mandala del sacrario.

Dentro – nel sancta sanctorum – c’è una testa scolpita di Graziani, anche questa di una fattura talmente grossolana da sembrare una parodia, per terra cinque sei prime pagine incorniciate di giornali del Ventennio (L’Italia, Il secolo dei bei tempi, Il meridiano d’Italia) che inneggiano alle imprese del nostro, una lapide a lui dedicata, un leggio vuoto.

Dopo cinque minuti che siete qui è probabile che la reazione più istintiva che potrebbe scaturirvi è quella di trovare un piccone e vandalizzare questo posto. A neanche un mese dall’inaugurazione c’è chi l’ha fatto e ora la porta del sacrario e le pareti sono tutte zozze di vernice e dappertutto scritte di Assassino che a loro modo lo rendono un monumento all’antifascismo – invisibile (chi mai verrebbe nel borgo montanaro a visitare questa roba?) ma vivo (perché nessuno si prende la briga ad esempio di imbrattare tutti i giorni l’obelisco dell’Olimpico con scritto DUX?).

Ma più interessante delle indignazioni viscerali sono le domande sul perché a un sindaco come Ercole Viri e alla sua piccola cittadinanza venga in mente nel 2012 di farsi dare 127mila euro dalla Regione Lazio e spenderli in questo modo? Insomma, che tipo di sotto-cultura è il fascismo contemporaneo: una passione kitsch tipo quelli che si travestono da cosplay o una recrudescenza di un passato da figli di puttana razzisti e colonialisti mai rielaborato (come per esempio sostengono i libri di Angelo Del Boca dedicati alle nostre guerre d’Africa o quelli di Alberto Maria Banti sulla formazione dell’identità italiana)?

Una mezza risposta la si può trovare pascolando tra un bar e l’altro del centro di Affile o scorrendosi le foto che l’amministrazione locale ha postato per immortalare l’evento dell’inaugurazione. Nei jpg si vedono una trentina di paesani che per una sera, dopo i discorsi solenni, trasformano lo spiazzo del luogo sacro prima in uno stand da sagra con tanto di damigiane e marmitte per una spaghettata e poi in una minibalera quando il sole è definitivamente tramontato.

Anche se siamo soltanto a un’ora e mezza di macchina da Roma, qui al parco Radimonte di Affile sembra di essere in un altro mondo, ma per certi versi in un mondo familiare. Qualcosa di conosciuto piuttosto che un’oscura galassia di nostalgici criminali. Guardatele le facce con la barba non fatta nelle foto, e le magliette stazzonate, e il cameratismo da spiaggia, e le pose da rimorchione, quindi andatevi a leggere un libretto uscito l’anno scorso per Guanda, La canottiera di Bossi. L’ha scritto Marco Belpoliti, partendo da una piccola epifania tanto arbitraria quanto efficace: la somiglianza abbacinante tra le foto d’antan del duce in canotta e quelle del senatur in medesima mise. Per immaginare di capire qualcosa di quel fenomeno viscido che Sciascia definiva “l’eterno fascismo italiano” non bisogna andarsi a studiare Evola ma forse rintracciare invece in un’antropologia ibrida quello che è un carattere nostrano trasversale e perenne. I neofascisti di Affile sono gli stessi provinciali vitelloni che s’iscrivevano al Pnf nel 1925 o che ingrossavano i raduni della Lega ai tempi in cui Bossi invitava alla secessione. Gente di paese che aspira a un balcone a Piazza Venezia o a un palco a Pontida, e che per fare le prove costruisce un monumento al valor patrio qui sulla collinetta accanto all’aia delle galline. Questo tipo di fascismo, ideologico del margine, apologetico del risentimento, fieramente anti-intellettuale, paesano, indiscutibilmente machista, inventore di tradizioni inesistenti, nazionalista in modo cafone com’era in Jugoslavia negli anni ’90, questo tipo di fascismo qui è una forza mimetica che può mutare come un ceppo di virus resistente agli anticorpi di qualunque anti-fascismo. Si può mimetizzare in uno dei tanti leghismi atomizzati che attraversano l’Italia, dalla Sicilia a Belluno, nel citismo redivivo nella Taranto martoriata dall’Ilva, nel populismo bloggarolo di un Grillo che posta sul suo sito l’impresa a nuoto sullo Stretto di Messina… È un fascismo da bar: insulti, gallismo, battutacce sulle donne, un vaffa, un altro giro. Apparentemente marginale; se non corrispondesse all’educazione politica e sentimentale di una parte consistente di italiani. Apparentemente innocuo; fino a quando non si toglie la canottiera, indossa una divisa e imbraccia le spranghe. Qui, in quest’inno di cemento alla maleducazione morale, oggi ha il suo orripilante monumento.

Questo articolo è uscito su Pubblico di oggi 24 ottobre 2012.

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