Angelo Ferracuti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelo-ferracuti/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Jul 2016 22:47:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Angelo Ferracuti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelo-ferracuti/ 32 32 Dalla parte dei vinti: il reportage “dalla fine del lavoro” di Angelo Ferracuti https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-dei-vinti-il-reportage-dalla-fine-del-lavoro-di-angelo-ferracuti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-dei-vinti-il-reportage-dalla-fine-del-lavoro-di-angelo-ferracuti/#respond Fri, 15 Jul 2016 05:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31575 Il libro precedente di Angelo Ferracuti si intitola Andare, camminare, lavorare, edito da Feltrinelli e uscito nel 2015, e consiste in una sorta di viaggio in Italia riletto attraverso l'esperienza dei portalettere. Quel libro rappresenta un altro tassello di quell'opera di mosaico che lo scrittore di Fermo sta portando avanti da tempo, con le sua capacità di abile narratore di reportage, in grado di indagare con intelligenza i sussulti sociali e le trasformazioni lavorative italiane.

Attraverso questo interessante punto di vista che si compiva nella frequentazione di Ferracuti di 53 portalettere di cui indagare la storia e il lavoro, il libro, costruito appunto attraverso l'accostamento di questi microcosmi, interpreta l'Italia in movimento, attraverso un metodo che osserva empaticamente con gli occhi degli altri i cambiamenti, ma aggiunge, in punta di piedi e sempre con cognizione di causa, anche una interpretazione personale, mossa da una insaziabile spinta interrogativa.

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Il libro precedente di Angelo Ferracuti si intitola Andare, camminare, lavorare, edito da Feltrinelli e uscito nel 2015, e consiste in una sorta di viaggio in Italia riletto attraverso l’esperienza dei portalettere. Quel libro rappresenta un altro tassello di quell’opera di mosaico che lo scrittore di Fermo sta portando avanti da tempo, con le sua capacità di abile narratore di reportage, in grado di indagare con intelligenza i sussulti sociali e le trasformazioni lavorative italiane.

Attraverso questo interessante punto di vista che si compiva nella frequentazione di Ferracuti di 53 portalettere di cui indagare la storia e il lavoro, il libro, costruito appunto attraverso l’accostamento di questi microcosmi, interpreta l’Italia in movimento, attraverso un metodo che osserva empaticamente con gli occhi degli altri i cambiamenti, ma aggiunge, in punta di piedi e sempre con cognizione di causa, anche una interpretazione personale, mossa da una insaziabile spinta interrogativa.

Il nuovo libro di Ferracuti, Addio (edito da Chiarelettere), prosegue questo itinerario, e sposta l’attenzione su posti dimenticati della Sardegna, lontani dalla popolarità, come Carbonia, Iglesias e la zona del Sulcis, «uno dei luoghi del disagio e della desertificazione indistriale», sempre seguendo questo metodo, che Ferracuti esplicita in una pagina in cui racconta come nascono i suoi racconti e quali forme assumono: «i miei libri li considero viventi, zibaldoni in continua agitazione, con spostamenti di interi blocchi narrativi e capitoli, rimescolamenti imprevisti per associazioni di senso diverse. Sono fatti anche di incontri, con persone in carne e ossa che illuminano improvvisamente pezzi di storia che colpiscono la mia immaginazione, e che sento il bisogno di incontrare perché penso possano dirmi cose interessanti, e innestarsi con il corpo, la voce e le parole, dentro una narrazione che sta prendendo una forma propria».

Lo studio di Ferracuti è durato due anni, due anni di andate e ritorni dal continente all’isola, per assecondare il suo metodo, cioè andare e tornare continuamente dai luoghi, per «una lenta e progressiva messa a fuoco», alla ricerca dell’identità perduta del lavoro, inteso qui, e in gran parte dell’opera di Ferracuti a dire il vero, come elemento fondante anche di una letteratura “civile” che racconti la vita, le lotte e il sangue dei lavoratori: «mi sembrava l’unica cosa da raccontare, anche una forma di ribellione nei confronti del pensiero dominante, quello del marketing che chiamano storytelling, che artatamente racconta sempre un’altra storia, eludendo qualsiasi conflitto, che è sempre tra capitale e lavoro».

La copertina di Chiarelettere aggiunge, oltre al titolo, anche la notazione Il romanzo della fine del lavoro, notazione in realtà un po’ fuorviante perché non di romanzo si tratta, quanto di un faticoso reportage, frutto di incontri, lunghe camminate, alla ricerca di una forma che possa essere simile a quelle, oggi come mai sempre più urgenti, di scrittori come Luciano Bianciardi, Elio Vittorini (di cui non a casa viene citato Sardegna come un’infanzia) e Giuseppe Dessì.

Il romanzo che però più si respira tra le pagine di Ferracuti quale possibile primaria fonte di ispirazione, è Germinale di Emile Zola, citato anche dallo stesso Ferracuti come un modello. Al di là della vicinanza anche per il soggetto, è infatti facilmente ravvisabile nelle descrizioni di Ferracuti l’eco dell’epica rappresentazione dei minatori di Montsou dello scrittore francese, il romanzo di Zola riveste un ruolo anche politicamente provocatorio, perché il finale tragico del romanzo Germinale, è ciò che in quelle zone è accaduto davvero e non in anni troppo lontani.

Muovendosi attraverso il Sulcis, e particolarmente tra Carbonia e Iglesias, Ferracuti racconta del forte scontro tra il triste e desolato abbandono di paesi e miniere e la bellezza di una terra che guarda verso il mare, come a dire che è la natura quella che osserva le macerie dell’uomo e sopravvive a quelle rovine e agli scheletri di un lavoro che non esiste più.

Il racconto parte da lontano, dalla storia della nascita di quelle terre (per esempio Carbonia fu fondata dal fascismo, come centro di produzione di carbone), fino ai numeri impressionanti di oggi dove si è passati dai 15mila minatori dei primi decenni del Novecento all’attuale provincia più povera d’Europa con i suoi 30000 disoccupati su 130000 abitanti, con 40000 pensionati che molto spesso arrivano a quel traguardo dopo essere incorsi in malattie terribili come la silicosi.

I molti personaggi che incontra lo scrittore sono accomunati da una storia che, se non per piccole differenze ovvie, si ripete sempre uguale, in tutti gli stabilimenti, e consiste nel passaggio da un periodo felice di grande lavoro (ed è particolarmente significativo che gli ex-minatori definiscano come felice un lavoro centinaia di metri sotto terra, con stipendi bassi e rischi altissimi), ad una irrefrenabile caduta, che ogni volta presenta gli stessi sintomi prima della chiusura definitiva: la perdita di profitti, l’acquisto da parte di una multinazionale che illude i suoi lavoratori per poi abbandonare e chiudere l’azienda non appena i profitti calano, incurante delle famiglie e degli operai, in un periodo in cui forse fare questo è diventato troppo facile a causa della perdita di potere dei sindacati e del disinteresse della politica, presente, come dicono molti, solo nel momento in cui c’è in ballo un voto.

Negli ultimi decenni, il Sulcis rappresenta un luogo che dal punto di vista del lavoro ha subito solo sconfitte. Ma queste sconfitte, come illustra bene Ferracuti attraverso le sue conversazioni e le sue disamine, non si limitano a ledere solo quel particolare, e fondamentale, aspetto della vita, perché la perdita del lavoro ma, ancor di più, la scomparsa del lavoro, è foriera di sventure e disgrazie. E l’entità di queste sventure si vedono attraverso gli occhi degli intervistati: Ferracuti dialoga con Manlio, nato a Buggerru, paese in cui tutti vivevano grazie alla miniera, che si occupa adesso di divulgare il profondo abisso che gli abitanti stanno attraversando, incontra Claudio, un ex minatore che strenuamente vive ancora a Ingurtosu ed è uno dei sei abitanti (difficile non concordare con Ferracuti quando parlando di Ingurtoso e della sua onomatopea, dica come essa sia «inquietante», anche alla luce della sua etimologia «derivava da su gurturgiu, l’uccello gipeto, un avvoltoio che pare si aggirasse volteggiando per questa valle»), o Sandro, stoico ultimo minatore della Nuraxi Figus.

Con un afflato che ricorda Verga (quello del ciclo dei vinti – che però qui non può puntare «allo svilupparsi» – e anche quello, per ambientazione, di Rosso Malpelo), Ferracuti scava il profondo di questa sofferenza, incontrando ad esempio Raffaele Callia, responsabile del Servizio Studi e ricerche della Caritas regionale, che con la forza dei dati illustra, con tinte ancora più fosche, la situazione, con l’aumento dei casi di depressione e i tentativi di suicidio, l’aumento spropositato della povertà e, dato se possibile ancora più preoccupante, l’aumento di tumori e malattie (dal 2006 al 2013 tra Carloforte, Iglesias e Carbonia, si è passati da 1825 casi accertati a 3044).

Ferracuti sta dalla parte di questi vinti, che però conservano un carattere nello stesso tempo forte e modesto, conoscitori profondi della loro miseria e della totale assenza, in queste condizioni, di un qualsivoglia tentativo di risalita. Nell’introduzione Ferracuti cita uno stralcio di un’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini, l’ultima prima della sua uccisione, in cui lo scrittore dice: «Smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna». Proprio le parole di Pasolini hanno mosso l’animo di Ferracuti, nel tentativo di raccontare quello che è la realtà, in un reportage pesante e difficile per il suo contenuto, ma che rappresenta anche, e forse soprattutto, una forma di ribellione nei confronti del pensiero dominante, dello sterile storytelling che racconta spesso una storia diversa in cui capitale e lavoro non esistono mai.

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Signori, ecco un insegnante! https://minimaetmoralia.it/interventi/un-altra-scuola-giovanni-accardo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/un-altra-scuola-giovanni-accardo/#respond Thu, 07 May 2015 13:50:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26630 Oggi esce per Ediesse Un'altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

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È in libreria per Ediesse Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

Leggendo queste pagine avrei voluto esclamare: signori, ecco un insegnante! Lasciate stare i ritratti agrodolci che troppo spesso se ne fanno sulle gazzette e sugli schermi, grandi e piccoli, compreso il film di cui si narra nel testo. Dimenticate le visioni precostituite. Stiamo parlando di un uomo che non si accontenta di osservare la partita restando seduto in tribuna a prendere appunti, scattare fotografie o fare battute. Vuole che gli ingranaggi funzionino. Cerca di riparare quelli rotti. Non tiene le mani in tasca. Entra in azione, notte e giorno, ora per ora. Coinvolge persone e istituzioni. Intreccia rapporti. Crea una vegetazione culturale. E voi pensate che sia incoraggiato? Che venga premiato? Che rappresenti un modello virtuoso di sperimentazione didattica? Il testo da lui scritto purtroppo dimostra il contrario.

Il professore si impegna allo spasimo con il risultato di farsi male. Ruba il tempo alla famiglia. Non riesce a dormire. Insomma lascia sul campo qualcosa di se stesso. Però alla fine scopre, dentro di sé, una segreta letizia, assai difficile da comunicare, non distante da quella, dico io, che il muratore di Primo Levi provava persino all’interno del lager nei confronti del lavoro ben svolto.

“Cosa posso fare per gli studenti che non hanno voglia di studiare? Per gli studenti che vengono a scuola completamente disinteressati? Non è troppo facile limitarsi a dirgli di cambiare scuola? Possiamo limitarci a riempirli di insufficienze e poi bocciarli?”

Tutto parte da qui: da queste domande inevase, dall’ansia che le determina, dall’insoddisfazione di chi se le pone. Nel 1938, non proprio ieri, John Dewey, forse il più grande filosofo dell’educazione del Novecento, aveva dato le risposte giuste: bisogna innanzitutto motivare i ragazzi, cioè renderli protagonisti dell’azione didattica, al punto tale che il docente, senza mettersi in posizione dominante, come colui che dispensa l’erudizione, diventa “il direttore di attività associate”. Invece di incarnare la figura del distributore di traffico concettuale,  realizza “un’impresa cooperativa” favorendo la partecipazione degli studenti a un processo di cui loro stessi sono elemento imprescindibile.

Sembra il ritratto del protagonista di questo libro, un racconto sulla scuola com’è, con tutte le sue storture, e, allo stesso tempo, per implicito contrappunto, come dovrebbe essere. L’alter ego del narratore non si limita certo a fare l’appello, spiegare il programma e mettere i voti. Il suo obiettivo è molto più alto: nella consapevolezza anche etimologica della professione che ha scelto, vuole lasciare il segno in chi lo segue. Invita scrittori, divide il tempo con gli scolari, li guida nelle gite, sfida la sorte consigliando capolavori, prende sempre posizione, soprattutto quando scopre la fragilità dei più deboli. Alcuni scorci del libro, un’autobiografia stilizzata, sono impietosi: la ragazza che cerca di scappare di casa e non sa con chi confidarsi; quella che viene dileggiata in Rete; i ricatti fra i giovani scoperti per caso; le assenze degli studenti che rivelano lo sfacelo dei mondi sociali nei quali essi crescono.

Il professore raccoglie i cocci delle famiglie smembrate, litiga coi colleghi, organizza eventi conoscitivi. Tutto ciò senza fare l’eccentrico, restando ben dentro il solco tracciato dalle norme e dai precetti che troppo spesso mortificano le sue iniziative, al punto che perfino uno come lui, un’eccellenza secondo la più recente terminologia ministeriale, non può evitare che il presidente di commissione agli Esami di Stato definisca “non sempre adeguata” la preparazione dei candidati nell’analisi dei testi di letteratura.

Molte parti di Un’altra scuola dovrebbero essere lette da chi voglia davvero comprendere cosa accade ogni giorno all’interno di un’aula: quelle sui famigerati test Invalsi, ad esempio, concepite come una lettera aperta a coloro che li hanno escogitati, sono decisive perché, nel timbro provocatorio, scoprono lo scarto lancinante fra chi ha in mente solo il risultato e chi conosce il modo in cui questo si ottiene:

“La vostra idea di scuola non prevede gli originali, quelli che guardano lontano, i visionari, i sognatori, ma nemmeno i lenti, quelli che hanno bisogno di più tempo. Voi amate il conformismo, le regole grammaticali, l’obbedienza, forse credete nei vaccini e nella prevenzione, vi piacciono gli studenti noiosi e perciò fate di tutto per annoiarli.”

Si parla tanto di “qualità scolastica”. Provate a definirla voi, tenendo presente, prima dei traguardi finali, le posizioni di partenza, sia di chi siede sui banchi sia di chi sta in cattedra. Vi renderete conto di quanto sia arduo identificarla. Come sia sbagliato isolare la scuola dal mondo, giudicandola dall’esterno. I brani che riportano i colloqui fra professori e genitori nelle “udienze”, così vengono chiamati in Alto Adige i ricevimenti per famiglie, ci fanno toccare con mano la crisi morale del nostro Paese. I momenti di sconforto del protagonista, teso a mettere in campo tutta la sua energia pur di contrastare la protervia, l’abulia e l’indifferenza di numerosi adulti coi quali si trova a contatto, fuori e dentro le pareti dell’aula, dovrebbero indurre a riflettere quanti credono che fare il professore sia un mestiere semplice.

Giovanni Accardo, siciliano della provincia di Agrigento, ha scritto un libro politico, come si diceva una volta, nel senso più nobile del termine. E tuttavia nella spinta emotiva da cui ricava alimento il ritmo della narrazione, filtra l’inquietudine esistenziale di chi non riesce ad accettare a cuor leggero gli inevitabili compromessi del patto sociale. Forse per questo nel suo diario, dove la cronaca del calendario scolastico punteggia e sostiene l’interrogazione interiore, prima ancora del piglio civile di Leonardo Sciascia, a me piace sentire il paradosso drammatico di Luigi Pirandello.

 

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Letteratura industriale https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-fabbrica-di-carta/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-fabbrica-di-carta/#comments Thu, 18 Jul 2013 14:59:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15034 Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l'inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

Sebbene quasi tutti i testi antologizzati datino a partire dal secondo dopoguerra, l’archetipo novecentesco della letteratura italiana di fabbrica è senza dubbio il memorabile esordio romanzesco di Carlo Bernari Tre operai, del 1934, che negli ultimi anni ha conosciuto una rinnovata fortuna critica ed editoriale. In ogni caso l’antologia di Bigatti e Lupo non segue un criterio propriamente cronologico, bensì tematico, raggruppando i testi in due macrosezioni, Panorami dell’Italia industriale e Personaggi in cerca di lettori, a loro volta suddivise in più specifici nuclei tematici.

Molte narrazioni industriali nascono da una esperienza diretta, ma, come affermò acutamente Ottieri in Linea gotica, non è detto che ciò le renda più attendibili: «Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso […]. Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione […]. I pochi che ci lavorano dentro diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc.»; d’altra parte, scrive ancora Ottieri, «Gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dall’assimilazione».

Posti dinanzi alla fabbrica, gli scrittori hanno espresso perlopiù un giudizio aspramente critico, rappresentandola nei termini di un inferno alienante (si pensi ad alcuni personaggi-operai di Volponi e Ottieri, devastati dalla nevrosi). Sotto questo profilo, certa narrativa industriale ha rappresentato un vero e proprio controcanto rispetto alle magnifiche sorti dell’Italia del boom economico; basterà citare un passo paradigmatico del capolavoro di Luciano Bianciardi, La vita agra: «Sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. / È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. / Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti […]. / Io mi oppongo.»

Altri autori hanno intravisto, al contrario, nel lavoro industriale «una via di libertà» (Calvino), una condizione favorevole all’emancipazione sociale o all’acquisizione di una più matura coscienza di classe (si pensi, ad esempio, a Gli anni del giudizio di Arpino o a La costanza della ragione di Pratolini). Parise, invece, nel Padrone, ha raccontato il mondo industriale in chiave quasi metafisica, distaccandosi dai cliché neorealistici che, non di rado, hanno condizionato negativamente questo filone letterario.

Un altro interessante aspetto che questa antologia consente di approfondire riguarda le collaborazioni tra industriali e intellettuali: da questo punto di vista, fu assai importante la singolare parabola imprenditoriale di Adriano Olivetti, che affidò incarichi di prestigio a scrittori come Sinisgalli, Fortini, Giudici, Ottieri e Volponi; lo stesso Sereni, del resto, lavorò per anni alla Pirelli (e si potrebbero citare anche altri casi).

Il libro si conclude con una ricca appendice (Scritture del presente), che raduna brani narrativi tratti da opere uscite nel nuovo millennio. Il numero degli autori (Nata, Abate, Nigro, De Luca, Buccini, Pariani, Ferracuti, Avallone, Argentina, Santarossa) è tale da far pensare quasi ad un revival della letteratura industriale; oltretutto, a quelli qui antologizzati, andrebbero ora affiancati almeno due altri titoli usciti quest’anno: la sorprendente e terribile «storia operaia» di Alberto Prunetti Amianto (Agenzia X), che si inserisce nel solco ideale dei Minatori della Maremma di Bianciardi-Cassola, e Il costo della vita (Einaudi) di Angelo Ferracuti, già recensito su queste pagine (Ferracuti è comunque presente nell’antologia per un altro suo libro).

Occorre inoltre aggiungere che la letteratura industriale novecentesca continua ad agire come modello su alcuni dei più interessanti tra i nuovi narratori: penso, per esempio, a Francesco Targhetta, che, nel suo recente romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), si rifà dichiaratamente a La ragazza Carla di Pagliarani e cita Tre operai di Bernari. Insomma: se la fabbrica novecentesca è tramontata (secondo Lupo, il periodo aureo della narrativa industriale si chiuderebbe con il romanzo di Ermanno Rea La dismissione, del 2002), molte delle inquietudini e delle problematiche antropologiche incarnate emblematicamente da quella esperienza storica assillano ancora il mondo contemporaneo, continuando a stimolare efficacemente l’immaginario letterario.

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