Angelo Tonelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelo-tonelli/ un blog di approfondimento culturale Sat, 12 Jun 2021 08:43:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Angelo Tonelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/angelo-tonelli/ 32 32 Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica https://minimaetmoralia.it/altro/negli-abissi-luminosi-sciamanesimo-trance-ed-estasi-nella-grecia-antica/ https://minimaetmoralia.it/altro/negli-abissi-luminosi-sciamanesimo-trance-ed-estasi-nella-grecia-antica/#respond Mon, 14 Jun 2021 07:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48879 Pubblichiamo un estratto dall'introduzione di Angelo Tonelli al volume Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica, di cui è anche il curatore. Ringraziamo l'autore e la casa editrice per la gentile concessione.

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Pubblichiamo un estratto dall’introduzione di Angelo Tonelli al volume “Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica“, di cui è anche il curatore. Ringraziamo l’autore e la casa editrice per la gentile concessione.

di Angelo Tonelli

Nella nostra epoca – contrassegnata dal trionfo della tecnica e della scienza sempre più saldate in un binomio che esalta la dimensione della razionalità funzionale – è già in atto una scissione dell’interiorità, che è destinata a crescere esponenzialmente con la rivoluzione cibernetica in corso di intensificazione, rivoluzione che costringe e costringerà sempre di più gli umani a potenziare il “pensiero meccanico”, ovvero un lógos riduttivo e segmentato, privato del suo respiro cosmico, a tutto svantaggio di quella che Jung chiamava anima, e di quello che i Greci chiamavano noûs. Per non dire degli effetti devastanti della gestione plutotrogloscientistica dell’epidemia di Coronavirus, che rischia di diventare occasione per una dittatura tecnocratica e vieppiù disanimante su un’umanità già disumanizzata oltre misura.

Questo libro vuole essere un contributo alla ricomposizione di questa unità interiore individuale e collettiva. In altri termini, in Occidente e nel resto del mondo assoggettato al modello occidentale, si è assistito nel corso della storia e negli sviluppi della cultura, ovvero della mente collettiva, a un progressivo “furto d’organo”: ovvero a una castrazione antropologica dell’umanità, vale a dire all’amputazione del centro più profondo degli individui che li connette all’armonia segreta del cosmo. Ciò è avvenuto attraverso il silenziamento, o la caricatura o la ghettizzazione di tutte le esperienze mistiche, iniziatiche, sapienziali ben radicate nel nostro Occidente greco e magnogreco, a sua volta originariamente connesso con il sostrato sciamanico e sapienziale eurasiatico.

In questo consiste l’inattuale attualità delle esperienze sciamaniche, mistiche e sapienziali di cui qui si tenta di offrire una significativa sintesi al lettore che non si accontenti di una politematica escursione nell’antropologia del mondo antico, ma miri a cogliere vertici coscienziali e abissi luminosi e numinosi che i nostri padri e madri spirituali sapevano elicitare ora in lampeggiamenti e folgorazioni estatiche, ora in vertigini mistiche e iniziatiche. E condensarle nelle voci più alte della Sapienza, da Pitagora a Eraclito a Empedocle a Parmenide. E altri ancora.

E altre: nonostante ci siano giunti ben pochi nomi di sciamane e donne di Sapienza (la Diotima maestra di Socrate sulle cose dell’eros, e Saffo, insieme poetessa orfica e guida spirituale di un tiaso consacrato ad Afrodite, per indicare le più conosciute), abbiamo testimonianze cospicue su cerchie iniziatiche femminili (le Baccanti, sciamane di Dioniso, e le Pizie, sciamane profetiche delfiche2), e su feste sacre dedicate a divinità femminili e officiate prevalentemente da donne, come le Afrodisie, le Agrionie, celebrate dalle Baccanti, le Alee e le Arreforie in onore di Atena, le Anteforie, dedicate a Demetra e Persefone, le Artemisie, le Carie e le Brauronie per Artemide, le Koree e le Demetree per Kore e Demetra, e così via. Tutto questo rinvia a una grande tradizione sciamanica e sapienziale matriarcale precedente il patriarcato, secondo gli studi di Bachofen e Marija Gimbutas e più recentemente di Heide Goettner-Abendroth e Ingrid Straube.

Per i Greci il noûs, già in Parmenide, Eraclito, Empedocle, e poi in Aristotele, Platone, e ancora più tardi in Plutarco, negli Oracoli caldaici e nel Neoplatonismo, è l’intuizione profonda, l’“occhio dell’anima”, il fulcro dell’interiorità individuale che tutto connette e ricompone nel Grande Uno. È il distillato sapienziale di esperienze – e non percorsi intellettuali – sciamaniche, meditative, contemplative che coinvolgono sangue e sentire, pensiero ed emozione dilatando i confini dell’organismo psicocorporeo ed egoico (il luogo del principium individuationis) fino a traboccare – nella trance dionisiaca, nell’ékstasis apollinea – in un Oltre che è interiorità profonda del singolo che si rovescia in profonda cosmicità del medesimo: coscienza oceanica, luogo in cui il singolo coincide con l’Uno, o meglio in cui l’Assoluto che è nel singolo è ipso facto l’Assoluto che è nell’Uno e di cui l’Uno è nome, perché dell’Assoluto non si può predicare nulla.

A questo stato di coscienza approssimano lo sciamanesimo e le esperienze di trance ed estasi della Grecia antica, ma anche musica e danza e poesia, con diversi gradi di intensità, e diversi approcci.

[…]

Ovunque, dall’India alla Cina, al Tibet, all’Africa, alle Americhe, all’Australia, all’Europa, negli albori della civiltà, prima ancora dell’affermarsi della scrittura, compaiono le figure dello sciamano e della sciamana, uomini e donne dello spirito, mediatori e mediatrici tra il visibile e l’invisibile per conto della comunità, guaritori e guaritrici, esperti di farmaci e incantamenti, guide spirituali.

Lo sciamanesimo non è una religione, ma un insieme di pratiche e credenze che gravitano intorno a varie tecniche dell’estasi, cerimonie e rituali che favoriscano il contatto diretto con essenze soprannaturali allo scopo di recare benefici ai singoli e alla comunità di cui lo sciamano o la sciamana fanno parte: lo sciamano, sempre benefico, è medicine man, che diagnostica malattie grazie all’aiuto degli spiriti, e sempre grazie al loro ausilio favorisce la guarigione, volando con il corpo astrale in altre dimensioni per recuperare l’anima del malato rubata dalle entità sfavorevoli; oppure, se il malato ha subìto l’intrusione da parte di uno spirito, si adopera per liberarlo dall’intruso, con il soccorso dei suoi spiriti adiutori che spesso hanno forma di animali, o degli antenati. È anche capace di divinare il futuro, accompagnare, in qualità di psicopompo, i defunti nell’aldilà, di propiziare magicamente il buon esito della caccia, di sovrintendere a riti sacrificali.

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Giorgio Colli, Nietzsche e la nascita della filosofia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/giorgio-colli-nietzsche-e-la-nascita-della-filosofia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/giorgio-colli-nietzsche-e-la-nascita-della-filosofia/#comments Thu, 24 Dec 2015 11:36:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29505 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

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freddnitz

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

Dell’opera di Nietzsche del resto era lui stesso a curare la completa revisione assieme a Mazzino Montinari – lavoro che avrebbe rappresentato una pietra miliare per tutti gli studiosi del filosofo tedesco. Il mondo di Colli, tuttavia, affondava le sue radici in territori assai più lontani. Gli stessi che Nietzsche aveva coltivato nella sua giovinezza, sviluppando una formazione filologica e una conoscenza dei testi greci antichi e soprattutto arcaici. Così proprio in quei territori, ora, Colli si ritrovava accanto al maestro: due edizioni dai titoli simili e dalla veste identica, due visioni del mondo che s’intrecciavano e dialogavano, uno sforzo titanico destinato a fare epoca.

“La follia è la matrice della sapienza”. Così si chiude il primo capitolo de La nascita della filosofia. Secondo Colli, infatti, non a Talete si deve guardare per risalire alle origini, come ha sempre ribadito la tradizione a partire da Aristotele, ma molto prima. Si deve scendere nelle profondità sacre dell’arcaismo e guardare con occhi nuovi a quelle divinità che Nietzsche prese come paradigmi per spiegare l’origine della tragedia: Apollo e Dioniso. Solo che per Colli, diversamente dal maestro, Apollo non è chiarezza, ragione, plasticità nella sua contrapposizione a Dioniso che è oscurità, ebbrezza, irrazionale. Le due divinità non sono contrapposte.

Lo stesso Apollo ha in sé un elemento di “terribilità e di ferocia” e le parole con cui manifesta la conoscenza all’uomo (soprattutto a Delfi, dove ha sede l’oracolo di Apollo capace di mostrare agli uomini una via per giungere alla verità) sono ambigue, oscure, allusive. Il labirinto è la forma in cui il logos si mostra nella sua enigmaticità, forma apollinea al servizio di Dioniso (l’animale-dio chiuso nel labirinto di Cnosso). Apollo e Dioniso s’intrecciano, si sovrappongono. L’uomo deve scendere nel labirinto della propria animalità, deve usare il filo del logos per non perdersi, benché quello stesso filo si aggrovigli nell’enigma. L’enigma è la sfida del dio all’uomo. Una sfida per la sapienza: “un pericolo mortale da cui possono salvarsi, ma senza tracotanza, soltanto il sapiente e l’eroe”.

“Colli dionisificò Apollo e apollineò Dioniso. Fu questa la principale rivoluzione de La nascita della filosofia proprio rispetto a La nascita della tragedia. Sulla correlazione fra i due libri non c’è da dubitare”. Angelo Tonelli, discepolo di Colli, studioso del  mondo antico, spiega ogni cosa. Ha appena dato alle stampe un libro importante (Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, pp. 639, euro 14), raccolta e interpretazione di tutto ciò che resta sulle arcaiche sorgenti greche della sapienza. Il segno che su di lui ha lasciato Colli è evidente. “Seguii le sue lezioni universitarie più divulgative, proprio negli anni in cui pubblicò questo libriccino rivoluzionario. Lottava contro la storia della filosofia pur di immergersi invece in un corpo a corpo esistenziale con i testi antichi. Era la sfida che Edipo accettava e vinceva con la Sfinge e il suo enigma. Un momento in cui ci si gioca la vita perché l’enigma è l’enigma della vita. Il suo modo di studiare e insegnare la sapienza arcaica lo lasciò isolato tra gli studiosi di allora. Prevalevano due scuole, l’ermeneutica marxista e quella strutturalista. Colli per loro era il diavolo. Lui se ne fregava. Snobbato, snobbava. Era caratterizzato da un elemento aristocratico che lo allontanava da tutto. Del resto lui deteneva invece un potere editoriale. Aveva tradotto Platone, Aristotele, Kant, curava l’edizione di Nietzsche. Dell’accademia rifiutava le regole e credeva piuttosto nel rapporto con gli studenti, e soprattutto nello scambio di conoscenza puramente orale con alcuni eletti. Con loro, dopo la lezione, se ne andava al treno e lì offriva da bere. Champagne”.

L’oralità ne La nascita della filosofia segna il discrimine oltre il quale si passa dall’epoca dei sapienti a quella dei filosofi. Sapiente è chi è in contatto con la verità. Filosofo chi cerca la sapienza, così come racconta la stessa etimologia del termine (philein amare, desiderare; sophia sapienza). Dalla sfida dell’enigma dominata dal dio (l’oracolo e chi interpreta l’oracolo; la Sfinge e l’uomo che deve sciogliere l’enigma pena la morte), si passa a uomini che combattono per la sapienza, un agone da cui il dio è assente ma in cui permane lo sfondo religioso perché il prezzo resta la vita. Infine l’agonismo diventa semplicemente umano: due individui che lottano per conquistare il titolo di sapiente. Ma questa lotta che s’incarna nella sfida dialettica mantiene un’aura sapienziale solo finché perdura la sua dimensione orale. Quando Platone la mette per iscritto essa diventa un pallido surrogato, mancante di immediatezza e vitalità. Niente più “esaltazione misterica che la ragione tenta di esprimere in qualche modo attraverso la mediazione dell’enigma”, ma raffinatezza letteraria, logica, retorica, filosofia. La morte definitiva dell’epoca sapienziale però arriva per mano di Aristotele. “L’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico”.

Finita l’epoca dei sapienti, quella dei filosofi dura fino ai nostri tempi. “Corrompendosi definitivamente nella storia della filosofia” dice Tonelli, ritornando sulla dimensione che Colli tentò di privilegiare fino alla sua morte “Una morte da sapiente. Un ictus fulminante all’ora del tè, mentre lavorava su Eraclito, quel terzo volume de La sapienza greca che sarebbe uscito postumo. Io dovevo laurearmi con lui. Ho cercato di non dimenticare la via. Nei miei lavori ho accentuato l’aspetto esperienziale della sapienza greca. Di Empedocle vedo più il meditante orientale che il sapiente. Nello stato di coscienza che in Eraclito è rappresentato dall’unità degli opposti vedo qualcosa che troviamo nel taoismo. Insomma ho messo più in evidenza i contatti con le tradizioni orientali”. Difficile dire cosa ne penserebbe Colli. Una cosa è certa. Al di là di ciò che si raggiunge, quel che importa è scavare nel passato con tutta la nostra anima, mettendo in gioco tutte le nostre potenzialità. “Memoria, vita, dio sono la conquista misterica contro l’oblio e la morte”. Memoria, ossia Mnemosyne. In una celebre laminetta orfica che Colli amava si dice così dell’iniziato che brama l’estasi misterica: “Sono riarso di sete e muoio: ma datemi, presto, la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”.

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