Anna D’Elia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anna-delia/ un blog di approfondimento culturale Mon, 17 Oct 2016 22:18:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Anna D’Elia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anna-delia/ 32 32 Antoine Volodine e la distopia di “Terminus radioso” https://minimaetmoralia.it/letteratura/32307-2/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/32307-2/#comments Tue, 18 Oct 2016 06:30:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32307 Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di tutto – e soprattutto, dappertutto – ci sono le piante: la malguardia, la sciugda, la sparvanella, la tartassina, la berlingotta, la vertena santa, l’iglizia, la stupifragola. Talmente fantastiche da risultare plausibili, non fanno che ondeggiare, mormorare, contorcersi, sibilare, crepitare.

Poi – ma solo come sopravvissuti, residui poco più che accidentali che affiorano da questo oceano vegetale – ci sono anche gli umani: disertori in fuga, clandestini, strutturali al sistema e allo stesso tempo dissidenti, miti, violenti, visionari, fisiologicamente mutanti, eternamente moribondi come Bargusine («assai frequentemente vittima di ciò che la saggezza popolare chiama decesso»), oppure eversivamente immortali come Nonna Ugdul (che per la sua ostinazione a non morire mai, sospettata di «deviazionismo organico» nonché di «individualismo piccolo-borghese», riceve dal Partito una nota di biasimo).

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Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di tutto – e soprattutto, dappertutto – ci sono le piante: la malguardia, la sciugda, la sparvanella, la tartassina, la berlingotta, la vertena santa, l’iglizia, la stupifragola. Talmente fantastiche da risultare plausibili, non fanno che ondeggiare, mormorare, contorcersi, sibilare, crepitare.

Poi – ma solo come sopravvissuti, residui poco più che accidentali che affiorano da questo oceano vegetale – ci sono anche gli umani: disertori in fuga, clandestini, strutturali al sistema e allo stesso tempo dissidenti, miti, violenti, visionari, fisiologicamente mutanti, eternamente moribondi come Bargusine («assai frequentemente vittima di ciò che la saggezza popolare chiama decesso»), oppure eversivamente immortali come Nonna Ugdul (che per la sua ostinazione a non morire mai, sospettata di «deviazionismo organico» nonché di «individualismo piccolo-borghese», riceve dal Partito una nota di biasimo).

Le figure che si aggirano in Terminus radioso (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia), il romanzo con cui Antoine Volodine ha vinto il PrixMédicis nel 2014, indossano abbigliamento paramilitare o camicie bianche e pantaloni a sbuffo che li fanno somigliare a personaggi tostojani.

Nel kolchoz di Terminus radioso, in una Seconda Unione Sovietica estesa su gran parte del pianeta, tra cereali preistorici e graminacee mutanti, in un futuro fossile in cui la catastrofe è insieme reale nonché figura retorica, gioco e finzione (come se Volodine avesse immerso La strada di McCarthy nella sostanza sulfurea della parodia), a sovrastare ogni cosa se ne sta una pila atomica mensilmente alimentata con tutto ciò che c’è – «motori di trattore, maestre carbonizzate, dimenticate nella loro classe durante il periodo critico, computer, spoglie fosforescenti di corvi, talpe, lupi e scoiattoli»; un totem che è al contempo un abisso che assorbe, divora e rigenera tutto quello che l’immaginazione narrativa di Volodine – gioiosa, incoercibile, letteralmente radioattiva, capace di rivelare il comico nel tragico – è stata in grado di concepire.

Tanto che Terminus radioso fa del lettore una specie di Empedocle che sporgendosi oltre la bocca del cratere contempla il magma iridescente della narrazione fino a quando – ed è proprio ciò che deve avvenire – non finisce per sprofondare al suo interno.

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