Anna Karenina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anna-karenina/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:22:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Anna Karenina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anna-karenina/ 32 32 Anna e suo fratello https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/anna-e-suo-fratello/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/anna-e-suo-fratello/#comments Wed, 21 Sep 2016 06:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32044 Dopo esserci occupati della nuova traduzione di Anna Karenina, torniamo sul capolavoro di Lev Tolstoj con un pezzo di Filippo Belacchi. È possibile ascoltare la lettura dell’articolo cliccando su questo link.
“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo”. Questo, il primo lapidario paragrafo di Anna Karenina. Si entra passando sotto questa frase come fosse scolpita sopra la porta del romanzo.

Poi, con una prosa che sembra cinema si comincia: “Casa Oblonskij era sottosopra”. La moglie ha scoperto la tresca tra suo marito e l’istitutrice francese e non esce dai suoi appartamenti, il marito è rincasato dopo tre giorni, la servitù è allo sbando e i figli, frastornati, scorrazzano per le stanze. La penna scivola ancora per avvicinarsi all’artefice di questo pasticcio, Stiva Oblonskij, il fedifrago. Sdraiato sul divano dello studio si sta risvegliando da un sogno; non dorme soltanto, importante questo dettaglio, ma sogna.

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Dopo esserci occupati della nuova traduzione di Anna Karenina, torniamo sul capolavoro di Lev Tolstoj con un pezzo di Filippo Belacchi. È possibile ascoltare la lettura dell’articolo cliccando su questo link.

“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo”. Questo, il primo lapidario paragrafo di Anna Karenina. Si entra passando sotto questa frase come fosse scolpita sopra la porta del romanzo.

Poi, con una prosa che sembra cinema si comincia: “Casa Oblonskij era sottosopra”. La moglie ha scoperto la tresca tra suo marito e l’istitutrice francese e non esce dai suoi appartamenti, il marito è rincasato dopo tre giorni, la servitù è allo sbando e i figli, frastornati, scorrazzano per le stanze. La penna scivola ancora per avvicinarsi all’artefice di questo pasticcio, Stiva Oblonskij, il fedifrago. Sdraiato sul divano dello studio si sta risvegliando da un sogno; non dorme soltanto, importante questo dettaglio, ma sogna.

Con una cinepresa avvicinarsi, “stringere” ancora su Oblonskij sarebbe stato un problema, con foglio e penna, invece, si va dove si vuole; Tolstoj quindi scavalca la fronte dell’adùltero e dà un’occhiata a cosa succede là dietro. Stiva, vediamo, non è scosso da incubi alimentati dal senso di colpa, nient’affatto, il suo è un sogno festoso; caraffe dalle forme sinuose si trasformano in donne ammiccanti che cantano “Il mio tesoro!”. Nel dormiveglia Oblonskij pensa: “Gran bel sogno, bello davvero! Con certe cosette che neanche da svegli si devono pensare, altro che dirle ad alta voce…”. L’adùltero non è per niente turbato dall’aria luttuosa che si respira in casa. Quando è sveglio, sì, ha l’aria afflitta e fa ragionamenti da uomo contrito e colpevole, ma non appena tutti dormono, comprese le proprie difese, la sua natura se ne infischia se casa Oblonskij è sottosopra e si fionda nel proprio regno: festini, banchetti e donne giovani e commestibili, addentabili, viene da dire.

Poi Stiva rotola nello stato di veglia, la situazione nella sua mente si rapprende, dura come pietra (quelle che ieri erano nubi oggi sono alte montagne), rientra nel ruolo di marito addolorato e cerca di non farsi cacciare dalla moglie. Non è ancora finita però, c’è un altro dettaglio da tenere d’occhio. Stiva non riesce a darsi pace per una cosa che ha fatto, anzi che si è trovato a fare contro la sua volontà. Quando la moglie, a pezzi, gli ha chiesto chiarimenti, lui, per colpa di quello che chiama “riflesso cerebrale”, le ha risposto con un sorriso. E lei, manco a dirlo, è diventata una iena.

(Qui stiamo percorrendo un’altra strada, ma almeno tra parentesi sottolineo quanto questo primo capitolo sia artisticamente riuscitissimo: se ci si voltasse a guardarlo, i movimenti di Stiva, quel suo uscire dal sogno ed entrare nella realtà; la sberla che l’attrito con il quotidiano gli sferra appena si sveglia e ricorda; il sogno che sfuma, il sorriso involontario che ha mandato tutto a rotoli; la semplicità fluida del sogno che svanisce e la pesante, faticosa difficile natura della realtà che s’impone; questi nove pragrafi, il primo capitolo appunto, è un piacere scorrerlo con gli occhi e respirare, so to speak, ogni frase, ogni movimento,  un balletto adornato di aggraziata goffaggine).

Cominciare un romanzo con un sogno, per chi legge, non è cosa che possa essere ignorata. A dire il vero la storia comincia con il resoconto di un adulterio, poi lo sguardo dell’autore nuota fin dentro i sogni di Oblonskij. Le intenzioni di Tolstoj, quelle nei confronti dei suoi personaggi, sono subito chiare: andare fin là, fin dove si può, il più in là possibile, per cercare di agguantare con una rete di parole la natura delle sue creature, la loro essenza. (Come hanno scritto molti, tutti anzi: è per questo motivo che Tolstoj è stato il primo a escogitare il flusso di coscienza, anche se il suo non ha nulla a che vedere con la fantasmagoria be-bop messa in campo da Joyce).

Intenzione di Tolstoj è quindi mostrare ciò che siamo. E ciò che siamo noi con le nostre vite è spesso, direi sempre, un garbuglio di cose poco chiare, di pensieri presi a prestito, di contraddizioni, di piccoli misteri a cui è difficile dare una risposta. Quel sorriso involontario è molto interessante: tua moglie è a pezzi, ti chiede perché, perché lo hai fatto e tu le rispondi con un sorriso. Come nei sogni, “riflesso cerebrale” o no, c’è qualcosa con il quale è ambiguo, oltre che arduo, fare i conti. Siamo fatti in un modo, sentiamo, anche, in un modo, ma spesso ci viene di comportarci in un altro. Oppure: vorremmo dire una cosa, ma dalla nostra bocca esce l’esatto contrario, perché è una impresa eroica capire e poi dire quello che siamo, visto che molto spesso ci sentiamo assediati da vergogna, rabbia e paura.

Ora, per quel che riguarda Stiva Oblonskij, non è tipo da fare tragedie per un adulterio. Altri personaggi invece sono sempre lambiti da una tensione tale da invocare uno schianto, e quel che sentono è intenso e doloroso sempre: di giorno e di notte, e quando sognano, anche.

Si è spesso detto che Anna Karenina è un romanzo sull’adulterio. Se le cose stanno così è impossibile non fare caso che Stiva, di fronte alla stessa situazione che sua sorella Anna affronterà, reagisce in maniera diversa. Ma questo, però, è un romanzo sull’adulterio? O è un romanzo su fedeltà e tradimento?

Anna tradisce Karenin con Vronskij (più precisamente: tradisce Karenin per Vronskij, che è tutta un’altra faccenda), come hanno fatto e faranno milioni di mogli e mariti prima e dopo di lei. Il suo tradimento però si mette male non (solo) per questioni di morale e pubblica decenza. E poi a pensarci un istante, Anna tradisce chi, tradisce cosa? Un matrimonio messo in piedi da una zia (Parte V, capitolo 21) che l’ha data in sposa a un uomo dall’animo impacciato, emotivamente remoto; sposato solo perché prossimo a intraprendere una brillante carriera come alto funzionario. Anna, in fondo, tenta di essere fedele a se stessa, al suo desiderio: “Di dare e ricevere felicità.” (pag. 906). Quindi, più che un romanzo sull’adulterio, questo è un romanzo sulla fedeltà.

Lasciato il marito, quel desiderio di dare e riceve felicità però non si avvera: tra Anna e Vronskij le cose si mettono male, irreparabilmente male, e lei  si trasformerà in una specie di star di Hollywood al tramonto che vive tra spettri, rimpianti, morfina, sensi di colpa e abiti elegantissimi. A essere cinici poteva adottare il sistema Betsy Tverskaja, o quello di suo fratello Oblonskij, magari avrebbe potuto se non essere felice, almeno essere pseudo felice.

In questo romanzo ci sono personaggi che sembrano stare a diverse altezze di una ipotetica scala d’intensità tragica. Più si sale, o, se si vuole, più si scende, più il senso del tragico si fa ingombrante e inevitabile. E Anna (assieme a suo fratello, non suo fratello Stiva, ma suo fratello l’altro, quello emotivo, Levin) sembra sostare nel punto in cui il sentimento tragico si fa più intenso. Perché?

Anna fugge con il giovane Vronskij, uomo che sembrerebbe l’esatto contrario di suo marito, ma a guardare bene si trova di fronte una sorta di Karenin (tra parentesi: sono diversi i segnali lasciati dall’autore ㄧconsciamente o inconsciamente, non so ㄧ per indicare che Vronskij è un Karenin giovane e mascherato da bello: la calvizie incipiente è uno, oltre ovviamente il fatto che tutti e due si chiamano Aleksej), sotto forma di persona arida, che non la può capire, nel senso di sentire, e quindi, pur senza lasciarla, l’abbandona. Lui e Karenin sono quindi uomini freddi, non cattivi, questo no, ma freddi loro malgrado; tutti e due assolutamente protesi verso l’esterno; hanno sposato gli altri, quello cioè che gli altri possano pensare di loro. Il primo, impegnato ad ammansirli, il secondo a stupirli (noto qui, in quanto, anche, sapida ghiottoneria letteraria: Dolly, di ritorno dalla visita ad Anna nella casa in campagna di Vronskij ー parte VI capitolo 22 ー, dopo avere visitato l’ospedale in costruzione che Vronskij ha deciso di regalare alla comunità e dopo avere passato in rassegna tutte le cose buone che fa per gli altri, parla con il cocchiere, il quale le fa notare due cose: la prima è che in quella casa non c’è allegria, la seconda è che Vronskij è uno spilorcio che non dà abbastanza avena ai cavalli degli ospiti.

Il problema, aggiungo, non è che Vronskij è tirchio con l’avena, il problema è che è tirchio coi sentimenti). Mai, si diceva, Karenin e Vronskij riescono a stare davvero con lei, anche loro imbrigliati nel proprio destino che combattono con meno decisione. Anna, al contrario, magari credendo di allontanarsi, marcia verso quel baratro dove l’essenza della sua vita ribolle, là dove o si cambia o si muore. Pare che sia mossa da una inconscia determinazione a frequentare quei luoghi dove i suoi demoni brulicano, pronti ad assalirle lo sguardo, e la vita. Qual è dunque l’essenza della sua vita? Quella di essere importante per qualcuno, suscitare sentimenti profondi in qualcuno, è a questo che Anna dà la caccia, nei luoghi sbagliati, per tutto il romanzo. E a forza di cercarlo, ci lascia la pelle: fugge via da un matrimonio per abbracciare una vita all’apparenza calda, fatta di amore vivo e vibrante, ma si ritrova sinistramente daccapo.

Mi tornano in mente le pagine, letterariamente belle, bellissime anzi, del saggio di Freud, Il perturbante. Racconta che un giorno, a Roma da turista, mentre passeggiava nei pressi di una piazza principale si ritrova, come in una fiaba, quasi per incanto, in una via dove alle porte sostavano “Signorine imbellettate”. “Non c’erano dubbi ー dice ー sulla loro occupazione”. In imbarazzo accelera il passo per allontanarsi da quel luogo e dal sentimento di vergogna che “l’esserci capitato” gli suscita. Si appresta a tornare nella piazza, ma si perde di continuo e ogni volta che pensa di essere sulla strada giusta, si ritrova invece in quella viuzza “equivoca”. Nemmeno Freud, l’uomo che è riuscito a domare “i riflessi cerebrali”, sembra capace di sfuggire al suo destino. Ma capisce però che il suo destino è quello di tornare e ritornare in quella via proprio perché lì c’è per lui qualcosa di importante da vedere, nel senso di capire, nel senso di sentire. Imprigionato in quel percorso, come in quegli incubi placidi in cui le membra sbraitano, il corpo è stregato e accelerare il passo e provare a fuggire è del tutto inutile.

Quelle esperienze così sinistre e ripetitive: trovarsi sempre in un punto, in viuzze dell’anima equivoche o dolorose (o tutt’e due), è perturbante. Vale a dire che si entra in un momento emotivo in cui si prova un sentimento famigliare e allo stesso tempo estraneo, perché ti obbliga a guardare a certe cose, certe raccapriccianti posizioni assunte dal tuo cuore, e si sente che quelle cose, quelle posizioni raccapriccianti, sono parte di te, parte fondamentale di te, per giunta. Sei talmente tanto tu, che preferiresti impazzire o morire piuttosto che riconoscerti. Una epifania nera.

Ecco, in questi momenti si presenta la possibilità di prendere in mano il proprio destino, o, detto con linguaggio popolare delle fiabe, si può provare a rompere l’incantesimo.

2tolstoj

Il destino, quindi, che cosa è? Nient’altro (nient’altro per modo di dire) che i travestimenti attraverso i quali il nostro passato ci assale senza sosta. Se con questa idea ben chiara in testa si comincia a guardare Vronskij e Karenin, si vede che sono lo stesso tipo di uomo. E Vronskij, visto sotto questa luce, assume caratteri piuttosto tetri.

Esempio: Anna dice a Vronskij di aspettare un bambino da lui. A questa notizia Vronskij prova un sentimento di disgusto, non sa neppure lui perché, ma è quel che sente, poi si alza e comincia a camminare avanti e indietro e a parlare con i modi lucidi e distaccati dello statista (Parte II, capitolo 22); appena cioè la vita scoordinata imprevedibile e vera si fa sotto, lui si intirizzisce, fatica a essere vero, a dire, a sapere quello che sente. Anche a Karenin però succede qualcosa di molto simile: vede le persone piangere e la sua anima comincia ad avere nausea e giramenti di testa, perde la calma, va in confusione. E quindi Anna fugge e fugge, ma sentimentalmente parlando non si muove di un passo.

Ecco il guaio, la tragedia di Anna: non riuscire a sfuggire al proprio destino, vorrebbe farsi amare, essere amata, ma non sembra riuscire a trovare, per così dire, le persone giuste, qualcosa di più forte in lei prevale, anzi sembra ostinata a volere farsi amare da persone che non potranno amarla con quel calore che salva la vita. Persone, gli Aleksej, che dovrebbero, come degli eroi, modificare, trasformare la propria vita e conoscere se stessi. E Vronskij, c’è poco da fare: non è quel tipo d’uomo (manco a dirlo che lo stesso vale per Karenin). Anna quindi combatte il suo destino, sì, ma sul campo cade. Stallo.

Anna, amando il tipo di uomo incarnato dagli Aleksej ー rigido, infelice senza saperlo, meno fedele a se stesso di quanto lo sia lei, o Levin ー  si dirige  alla sorgente della sua vita emotiva. Vronskij e Karenin sembrano due propaggini della società, uomini senza qualità, si direbbe, o mediocri, senza offesa, ci mancherebbe, mediocri nel senso di medi, comuni. Lo sforzo di Anna, ciò che la rende un’eroina, è tentare di farsi amare da loro, o detto con linguaggio eroico: cerca di cambiare il mondo, il suo mondo.  

Quando si decide di combattere i mostri bisogna mettere in conto che loro vincano e tu perda. E infatti Anna comincia a perdere fascino, verità, in sostanza comincia a tradire se stessa: entra in guerra e smette di essere vera, prova delle cose e ne dice delle altre, sempre di più, sempre più spesso, finché non sa nemmeno più chi è, cosa vuole, dove sta andando. Molti sono gli esempi in cui, discutendo con Vronskij, sente una cosa ma ne dice un’altra. Il cielo stellato non sopra, ma dentro di lei, si oscura. E finisce col combattere una guerra ottusa e crudele, fatta di piccole sadiche vendette, e vivere la vita di quasi ogni coppia che sta assieme da un po’ di tempo, incastrata tra mutuo, bollette e terrore del buio là fuori. Prendete un litigio tra Anna e Vronskij, ripetetelo per trecento pagine, fatelo raccontare da un narratore bravissimo che però non ha il coraggio di voler bene ai suoi personaggi e in mano avrete Revolutionary Road.

Nel brano del teatro (Parte V, capitolo 23) quando cioè viene svergognata, linciata in pubblico, è già morta. E quindi gettandosi sotto il treno si limita a eseguire il volere altrui (molto acuto Kundera sugli ultimi attimi di vita di Anna, nel suo libro Il sipario), ha cessato di essere vera, autentica e quindi bella, e quindi viva.

Nel frattempo, nell’altro lato della città…

Levin. L’altro eroe del romanzo. È con lui che Anna condivide lo scalino più alto o più basso  del tragico. Quando mi capita di parlare con amici e persone che hanno letto Anna Karenina sento che Levin non riscuote grandi simpatie, e neppure fascino: dicono che è tonto, che è rigido, che è noioso e intransigente. A me invece, con quei suoi modi funky, piace da matti. Forse è lui l’unico, tra i personaggi, che riesce a trasformarsi, un altro che come Anna si cala nel cratere della propria vita.

È molto commovente seguire lungo tutto il romanzo il suo percorso emotivo. Si sforza costantemente di essere vero, autentico, fedele a se stesso, quando la maggior parte delle volte non sa bene nemmeno cosa o chi sia. Non sempre ci riesce, anzi ci riesce meno di quanto fallisca, e spesso viene fregato dalle sue paure, le sue difese, dal terrore di non essere amabile, cioè non degno di amore.

Molto tormentato, molto goffo, pieno di vergogna e molto molto bello, Levin. Si trova tra due fratelli che a loro modo sono usciti di strada, uno seppellendosi sotto un sapere frigido e che vive un vita “in teoria”, e l’altro che invece si è immerso in una cupa dissoluzione, che non vuole più vedere, non vuole più sentire. Levin, proprio come fanno gli eroi, si incammina, pieno di paura, incerto: fin dall’inizio del romanzo guarda alla vita come a un grattacapo che non ha idea di come risolvere, mentre attorno a lui le persone, non importa se ricche o povere, colte o ignoranti, sembrano caversela, e Levin, vergine di felicità, li guarda desideroso (a tratti ricorda il malato di cuore: “E ti viene la voglia di uscire e provare, che cosa ti manca per correre al prato, e ti tieni la voglia e rimani a pensare, come diavolo fanno a riprendere fiato”). Già, come diavolo fanno a riprendere fiato? Spesso, come succede alle persone molto intelligenti, fa la figura del fesso, gli altri hanno la lingua più sciolta, si adattano meglio. Levin invece niente, dove si gira combina pasticci, non sa cosa dire, cosa pensare, cosa sentire.

Pare che Sonja Tolstoja abbia detto al marito: “Levin sei tu senza talento”. Se Levin è Tolstoj senza talento, allora Levin è noi, tutti noi (perché Everybody’s got a hungry heart, giusto?), maschi e femmine, quando tentiamo di essere quello che siamo nella nostra umanità piena di sogni, desideri, paure, fragilità, tenerezze e improvvise folate di amore e coraggio. Né più né meno quello che siamo.

Noto qui alcuni punti del romanzo secondo me salienti, salientissimi, che raccontano chi è Levin. Nella Prima parte, capitolo 5, lo vediamo goffo entrare nel palazzo nel quale lavora Stiva Oblonskij, suo amico e cognato di Kitty, sorella di Dolly, la giovane donna a cui Levin è deciso a chiedere la mano. Quando si muove è un disastro, goffo, sbaglia tutto, risulta antipatico, si lamenta, è costantemente agitato, tanto che la prima volta che da lettore lo si incontra viene da chiedersi: “Ma questo tipo, dove va? Chi se lo prende in casa?”. Poi, dopo il pranzo con Oblonskij, decide di andare a pattinare (brano letterariamente splendido), con la speranza di incontrare Kitty. Lei è là e Levin si spaventa, si agita, non ha il coraggio di guardarla, non riesce a essere come vorrebbe, sente di non avere chance. Eppure nel leggere questa parte si nota che la sua goffaggine, quando comincia a pattinare, sparisce.

Levin non sta semplicemente pattinando, ma si lascia, come dire… si lascia scorrere, e la sua anima sbuca fuori.

E il lettore capisce che questo tipo ha qualcosa, da qualche parte dentro, qualcosa da dire, e da dare. Poi lo si ritrova più avanti, con la falce in mano, durante la fienagione. Suo fratello, l’intellettuale, è ospite a casa sua, dibattono, argomentano e Levin si accorge delle proprie incongruenze e di nuovo si mostra goffo e scontroso e si accorge di non sapere neppure lui cosa pensa. Di cattivo umore decide di raggiungere i contadini al campo che fanno il fieno.

Il brano della fienagione non si spiegherebbe se fosse semplicemente un riempitivo; c’è qualcosa di più. E in quel  gesto (che a me ricorda così tanto lo scrivere), qualcosa di sé, di nuovo, si affaccia. In quei momenti è vigile, eppure estatico, presente eppure completamente sciolto (“Più Levin falciava più gli istanti di oblio si moltiplicavano, più sentiva che non erano le sue braccia a manovrare la falce, ma la falce a muovere dietro di sè l’intero suo corpo senziente e pieno di vita”). Riesce ad essere quello che è: semplice, nudo e vero, fedele a quel che è dentro. Quindi, attraverso quei gesti, Levin si accorge che lui è qualcosa, non è in grado di dire cosa sia, tanto che deve muoversi col corpo per sentirsi, siano pattini o falce, ma è cosciente di essere, di poter essere, di potere incontrare se stesso.

Ogni volta che è vero, che si lascia andare e si espone, le cose, come per incanto, vanno a posto (“Mangiò con il vecchio; si fece raccontare le faccende di casa sua, mostrò grande curiosità nel sentirle, e ricambiò riferendogli certe storie della sua vita che, credeva, potevano risultargli di un qualche interesse per quel vecchio che sentiva più simile a sé del suo stesso fratello.” Levin in questi momenti è Like a virgin, touched for the very first time). Altro brano significativo e celebre: Levin e Kitty s’innamorano.

Accade una sera a cena assieme ad altre persone, tra cui il fratello intelligente di Levin e i suoi colleghi intellettuali, i più brillanti, si intuisce, della Russia di allora. E poi c’è lui, e c’è lei, Kitty. Dopo cena si appartano e cominciano a comunicare e soprattutto a capirsi scrivendo con un gessetto sul tavolo le sole iniziali delle frasi che vorrebbero dirsi. Bellissimo. Ma non è tutto, perché di fianco, il crocchio di intellettuali parla, parla e parla, ma nessuno riesce a capire l’altro. Kitty e Levin inventano una lingua primitiva, il loro codice, basta un gesto e si capiscono, anche questa è a suo modo danza. Questo perché sono due anime gemelle, certamente, ma sono due anime gemelle perché trovano il coraggio di esporsi senza tradire se stessi.

Levin, animale romantico, non ha l’intelligenza degli uomini, ma grazie a quella sua “capacità negativa”, giusto per citare Keats, riesce a mettere le mani sull’essenziale e a cominciare il suo cammino. Anche lui terrorizzato di non essere abbastanza per gli altri, di non avere nulla che possa suscitare interesse, o amore, prova a dire, prova a fare, prova a esporsi. E per lui è più difficile che per Kitty, visto che lei viene da una infanzia felice, Levin invece no. E non è l’unico, ovviamente.

A vederli là, sparsi, i personaggi di Anna Karenina, lungo la distesa di pagine, ognuno nella posizione che forse più lo contraddistingue, Karenin con le mani dietro la schiena, sguardo a terra impaurito e pensieroso, da bambino dimenticato in collegio; Vronskij, “fresco e gagliardo”, in uniforme, plastico, poco lontano dalla scuderia che sorride con i suoi splendidi denti; Anna che gioca con le nappe del mantello mentre cammina col suo passo rapido e sodo; Levin con la falce in mano e lo sguardo concentrato e dolente; Stiva seduto a tavola che mangia e radioso, felliniano, guarda verso noi; Serëža, solo, seduto su una scalinata del palazzo, a coprirsi con le mani gli occhi umidi di pianto. Sono tutti molto toccanti, difficile non volergli bene e commuoversi per le pose dolorose, imbarazzanti o catastrofiche che le loro vite assumono. Ognuno che tenta di sfuggire da ciò che più lo spaventa: essere niente per gli altri. Ognuno a suo modo e ognuno con i propri mezzi cerca di cambiare il proprio destino, cioè a dire, il proprio passato. Perché le “Famiglie infelici lo sono oguna a suo modo”. E loro, i personaggi, vengono tutti (tranne Kitty e Dolly, e si sente) da famiglie infelici.

La prima frase del romanzo, là bisogna tornare, alla frase scolpita sull’ingresso.

Da me sempre associata, molto molto ingenuamente devo dire, a casa Oblonskij che tra debiti e tresche ha trovato il suo modo per essere infelice. Quella constatazione, invece, temo riguardi tutti i personaggi del romanzo, e non solo. Riguarda cioè anche voi, noi, me, loro, tutti (“ognuno a suo modo”, ovviamente).

Si diceva: a dare un’occhiata ai personaggi è facile vedere che tutti escono da famiglie infelici. O meglio: hanno un passato in famiglie inesistenti, con figure che ci sono ma non ci sono, famiglie spettrali, madri distratte (Vronskij) o genitori assenti (Levin), ragazzi allevati dagli zii (Karenin e sua moglie Anna), figli di famiglie sderenate (Serëža). Per esempio qui (Parte I, capitolo 6) l’autore ci mostra di sapere molto bene perché Levin frequenta casa Ščerbackij, come è pure consapevole delle ragioni che portano Vronskij (parte I, capitolo 16) nella stessa casa. Oppure Aleksej Karenin, che non ha niente di niente in mano, emotivamente parlando; non sa proprio dove guardare, cosa sentire, non perché irrecuperabilmente ottuso, ma perché ha avuto la vita che ha avuto (Parte V, capitolo 21) e come si diceva gli manca quella forza eroica e tragica che hanno Levin e Anna.

Date queste premesse, l’unica via, quella che indica Levin guardando il cielo stellato, stretta e buia molto, è prendere in mano il proprio destino, cioè a dire il proprio passato. O per dirla con una frase di Saul Bellow, talmente bella da sembrare una formula di magia: “L’anima che trova una via d’uscita”.

Levin, tra mille contraddizione ed errori, nelle ultime due pagine pensa a qualcosa di simile a questo: so che posso fare del bene; certo, farò mille errori, dirò cose a sproposito, ma tenterò di essere consapevole, di essere cioè un corpo di verità in mezzo agli altri, per capire ed esprimere quel che sento.

Tutto questo mio discorso può essere riassunto con una sola bellissima frase di Simone Weil “Bene è tutto ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose e male è tutto ciò che gliela toglie”. E quindi, detto in quattro, anzi in cinque parole: Levin ha cambiato se stesso.

Grazie a Barbara Setti

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Seminario portatile di traduzione: “Anna Karenina” https://minimaetmoralia.it/interviste/seminario-portatile-di-traduzione-anna-karenina/ https://minimaetmoralia.it/interviste/seminario-portatile-di-traduzione-anna-karenina/#comments Mon, 12 Sep 2016 06:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31953 In vista degli incontri con Claudia Zonghetti, traduttrice di Anna Karenina per la nuova edizione Einaudi, mi sono preparato leggendo qua e là commenti e interventi fatti a riguardo su blog e giornali, ho annotato un po’ di domande – alcune piuttosto sciocche, come per esempio: “Qual è la parola russa per dire “sottosopra?” – e, naturalmente, ho riletto Anna Karenina, rendendomi conto con un misto di malinconia e felicità, con struggimento quindi, che un romanzo così bello, temo, non mi capiterà più di leggerlo.

Non è il libro che ho amato di più, no, questo no, ma è il romanzo più romanzo che abbia mai letto. Anna Karenina è, per così dire, il principe azzurro dei romanzi; quello che sotto sotto ogni lettore spererebbe di incontrare ogni volta che comincia un libro.

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In vista degli incontri con Claudia Zonghetti, traduttrice di Anna Karenina per la nuova edizione Einaudi, mi sono preparato leggendo qua e là commenti e interventi fatti a riguardo su blog e giornali, ho annotato un po’ di domande – alcune piuttosto sciocche, come per esempio: “Qual è la parola russa per dire “sottosopra?” – e, naturalmente, ho riletto Anna Karenina, rendendomi conto con un misto di malinconia e felicità, con struggimento quindi, che un romanzo così bello, temo, non mi capiterà più di leggerlo.

Non è il libro che ho amato di più, no, questo no, ma è il romanzo più romanzo che abbia mai letto. Anna Karenina è, per così dire, il principe azzurro dei romanzi; quello che sotto sotto ogni lettore spererebbe di incontrare ogni volta che comincia un libro.

E il sentimento qui si biforca: vorrei, sì,  leggere qualcosa di più perfetto di Anna Karenina, ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe toglierlo da lassù. Nella mia testa, come credo in quella di ognuno, c’è una specie di stiva irrequieta in cui spettri di scrittori vivono intrecciati a un sentimento; un romanziere, un sentimento; Amis – empatia e ammirazione  –;  Nabokov – rapturousness, incredulità ed erotica libertà –; McCarthy  – abisso blu scuro, timore e cautela che si avrebbe nei confronti di un animale sconosciuto e feroce – ; Bret Easton Ellis – strazio, gelo e vicinanza; e via di seguito. Quando invece penso a Tolstoj sono toccato da un sentimento che lambisce il religioso, enorme, difficile da dire. La sensazione è che una persona con quell’anima, se fosse nata un paio di mille anni fa, in (quella che oggi è) Palestina, avrebbe potuto rubare la scena a Gesù. 

Uno scrittore con tale ampiezza di sguardo e capacità di ascolto dei personaggi non credo abbia eguali. (A leggerlo e immaginarlo seduto a scrivere torna in mente Frank Pierce in Bringing Out The Dead: “Le mie mani si muovevano con una velocità e una destrezza più grandi di me e la mia mente lavorava con una calma autorità che non mai avevo conosciuto prima”).

La mia sensazione è che Tolstoj stia di fianco (non sopra) alle sue creature, sembra tenga loro, un po’ come uno sciamano timido e discreto, la mano sul cuore e senta tutto, ma proprio tutto, quel che provano mentre tentano, con difficoltà mostruosa, di essere umani.

Più avanti, nel ventesimo secolo, i romanzieri saranno spesso spietati nei confronti dei propri personaggi; armati d’ironia, se non sarcasmo, scagliano le loro creature in contesti disperati per poi riderne, magari con le lacrime agli occhi, ma riderne.

Understatement e intelligenza hanno ingoiato l’umanità, morso dopo morso, lasciando il torsolo del kitsch, del sentimentalismo. Tolstoj, invece, in brani come per esempio quello in cui racconta il dolore dell’abbandono che dilaga nel cuore di una persona analfabeta di sentimenti, e cioè Karenin, che nella vita ha sempre avuto un tono irridente verso le emozioni e chi le prova (non sopporta di vedere le persone piangere, fate voi), si trova a maneggiare, dopo che sua moglie se n’è andata, sentimenti come questi (Parte V, capitolo 21). Andare a cercare l’uomo dentro l’uomo, quello che c’è là in fondo, dopo che la vita è scesa valle e ha sbranato tutte le difese chiudendoti in un angolo, eccolo, Tolstoj.

E comunque, durante gli incontri con Claudia Zonghetti, ho imparato un paio di cose sui nomi dei personaggi; ho scoperto per esempio che la pronuncia corretta di Levin non è così com’è scritto, ma “Ljovin”. E quindi, ogni volta che lo si pronuncia, s’intravede sgattaiolare l’ombra di Lev, nome del suo creatore. Ed è proprio da lui, da Lev, da Leone, che bisogna partire.

Tra l’altro, particolare  per nulla trascurabile, il nome di Tolstoj: Leone. A guardare una sua foto, specie se lo si fissa negli occhi, è forte l’impressione di trovarsi di fronte la versione umana di un leone. Tanto che mi sono chiesto più volte come diavolo facessero i genitori a immaginare che loro figlio, una volta cresciuto, avrebbe preso le sembianze di un leone. Ecco, sì, gli occhi di Lev Tolstoj, sensuali e malinconici, che non ci pensano neppure un attimo a indietreggiare, decisi a tenere lo sguardo, sembra che passi tutto per quelle aperture. O, per lasciare la parola a Nabokov:

Quasi tutti gli scrittori russi hanno mostrato uno straordinario interesse per l’esatta ubicazione e le proprietà essenziali della Verità. Per Puškin era marmo sotto un nobile sole; Dostoevskij, scrittore assai inferiore, la vedeva come una cosa di sangue e lacrime e isterismi e attualità politica e sudore; Čechov la guardava incuriosito, anche se apparentemente assorto nel nebbioso paesaggio che la circondava. Tolstoj avanzava deciso verso di lei, a testa bassa e coi pugni stretti, e trovò il luogo dove una volta s’ergeva la croce, o trovò l’immagine del proprio io.

E quindi la pronuncia corretta sarebbe Ljovin e non Levin?

CZ: Gli studiosi si interrogano da più di un secolo, divisi in due fazioni agguerrite e ringhianti. Di fatto Tolstoj non voleva che s’indicasse la dieresi sulla “e”, ma così pretendeva che fosse pronunciato. Da Lëva, diminutivo di Lev, cioè il suo nome. Chiese espressamente, però, che il rimando non fosse indicato fisicamente sulla pagina.

Una domanda prima di cominciare a parlare della traduzione, una curiosità più che una domanda.  Io non ho visto l’adattamento di Anna Karenina diretto da Wright, quello con la Knightley nei panni di Anna,  e non credo lo guarderò mai. Una mia convinzione è che bisognerebbe evitare il film di Joe Wright e puntare invece su Hannah e le sue sorelle,  la lettura che di Anna Karenina ha fatto Woody Allen. Tu, cosa ne pensi?

CZ: Schietta? Non ho fresco il ricordo del film e no, non ci ho proprio pensato. Ora mi hai incuriosito, però, e lo riguarderò con la tua domanda in testa. Wright, dici? l’ho visto solo un paio di settimane fa, prima non volevo che mi condizionasse o mi lasciasse colori e suoni nella testa, e non mi è dispiaciuto. Anzi. Come ho già scritto altrove, Keira Knightley, il “mucchietto d’ossa”, è troppo magra per le bellezze dell’epoca – l’Anna di Tolstoj è una donna morbida – ma è una forma di traduzione anche questa, in fondo.

(E infatti eccola qui Anna, mentre Kitty rapita la guarda: “Chiacchierava, circondata da dame e cavalieri. Non era in lilla, come avrebbe voluto lei, ma in nero. L’abito era di velluto, con una scollatura profonda che le scopriva il seno, le spalle piene e tornite come l’avorio antico e le braccia morbide che si chiudevano in un polso minuscolo e sottile”. Certamente non opulenta, ma alabastresca, soda, questo sì. N.d.a).

Un’altra curiosità: la parola in russo per “sottosopra”, qual è?

Vsë smešalos’ v dome Oblonskich, intendi?

Sì, credo di sì. Mi riferisco, alla prima pagina: “Casa Oblonskij era sottosopra”.

Sì, quello. Il verbo russo contiene la parola mesto, posto: dunque tutto era in un posto diverso dal consueto, là dove non deve essere. Ho usato “sottosopra” al posto di subbuglio o altre forme proprio per indicare un luogo fisico e non solo emotivo.

E Ginzburg, come lo ha tradotto “sottosopra”?

Sossopra. Siamo lì. Mentre traducevo, però, la versione che tenevo a “distanza ma non troppo” era quella di Ossip Felyne (del 1939, per Mondadori), ingegnere odessita, scrittore e pubblicista che si stabilì in Italia, scrisse e tradusse. E la tenevo a portata di curiosità perché quando il russo mi accendeva qualche pensiero andavo a vedere cosa ne aveva cavato un madrelingua. Ci sono anche ritornata post-factum, dopo la polemica sulle ripetizioni nell’incipit e non solo. E ho trovato, per esempio, una cosa curiosa. Il russo Felyne traduce: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Non ripete l’aggettivo, ma sceglie un sinonimo; da russo, insomma, non sente la valenza semantica della ripetizione all’interno della frase. Confortandomi, di fatto, nella mia scelta. Perché, in soldoni, il russo ha un solo modo per dire quello che vuole dire, e cioè ripetendo l’aggettivo. L’italiano può scegliere di ricorrere al pronome.

Attenzione, però. Non intendo affatto sostenere che ripetere l’aggettivo è sbagliato. Sostengo, piuttosto, che l’italiano offre la possibilità di scegliere. E io ho scelto la resa col pronome perché la ritenevo più assertiva rispetto alla ripetizione, e anche più sonora. E ho usato “a suo modo” – e non “a modo suo”, come altrove hanno sbagliato a citare – proprio in cerca di (palesi) echi letterari nostrani. Torniamo alle ripetizioni, però, che divago troppo. La frase successiva: la parola “casa” [in russo dom, un monosillabo] capita tre volte, ma sempre in combinazione con preposizioni e aggettivi dai quali viene come “riassorbita”, stemperando fino a cancellare – a mio avviso – un eventuale ruolo di refrain. Secondo me l’unica vera scansione “sonora” in questo primo paragrafo è data dalle parole “i familiari e la servitù degli Oblonskij” (členy sem’i i domočadcy Oblonskich), che infatti ho ripetuto e ravvicinato proprio per esaltare l’insistenza dell’originale.

Il mio supereroe Nabokov dice però che la ripetizione della parola “dom” sono intenzionali, secondo lui evocano i rintocchi di una campana che suona a morto e quindi, anche se si parte come un’operetta, nascosta da qualche parte c’è la morte, la tragedia. Cosa ne pensi, troppo stiracchiata?

Non ho un millesimo dell’autorità di Nabokov per azzardarmi a dire che si sbaglia. Mi azzardo, però, a insinuare a occhi bassi che un tornitore di parole e frasi come Nabokov trova un tornio anche dove – forse, forsissimamente forse – il tornio non c’è. Resto dell’idea che, declinato fra prepositivi e dativi, accostato ad aggettivi e preposizioni e da essi assorbito, il rintocco di dom (mi) risulta poco prepotente (Altro discorso sarebbe, poi, la traducibilità del suono cupo di  “dom” con le due belle “a” aperte di cAsA…). Direi, insomma, che, volendo stanare le tracce del dramma nella prima pagina, quella dei rintocchi è una lettura geniale, certo. Ma non mi sento di ritenerla intenzionale. L’opera d’arte, però, non è proprietà esclusiva di chi la genera, e dunque…

Divago ancora, dai. Molto curiosa, per esempio, è anche la recente interpretazione del menù del pranzo fra Oblonskij e Levin come di un riassunto dell’intero romanzo che ha dato Dmitrij Bykov: ostriche (l’amore, sì, ma nella sua ipostasi più lussuriosa – su cui è Oblonskij a insistere, ovviamente), soupe printanière (la zuppa di primizie, la zuppa della primavera, stagione degli amori che sbocciano), le minestre russe veraci che a Oblonskij non interessano affatto e a Levin sì (tradizione contro europeismo), il rombo (pesce solido, compatto, e dal sapore semplice, ma deciso – Levin, insomma – che però non viene proposto con olio e limone, ma in una salsa densa che mal gli si addice: Levin che finisce nei salotti dell’alta società), la poularde, la pollastrella, cucinata con il dragoncello, quell’estragone che anche nella nostra tradizione popolare è “l’erba delle vergini”. Fino alla macedoine de fruits finale, con il balzo dalla Macedonia (maiuscola) alla Serbia per cui parte Vronskij… (chi volesse e potesse sentirselo in russo lo trova qui).

Quanto alla ripetizione di “moglie e marito” – muž i žena – nella seconda occorrenza ho scelto di tradurli con “il signore e la signora” sia perché all’epoca di Tolstoj i due lemmi significavano anche questo, sia (e soprattutto) perché in quel momento al centro della scena c’è la servitù, e dunque i due termini mi aiutavano a evocare – se vuoi –  il buco della serratura da cui stavano spiando la situazione.

Le vere ripetizioni, credo, le scansioni autentiche sono nella simmetria delle scene. Se dopo il primo incontro fra Anna e Vronskij, in stazione, un uomo rimane schiacciato dal treno, alla fine sarà Anna a scegliere di fare la stessa fine. Nel mezzo, poi, c’è il treno del viaggio di ritorno da Karenin, c’è l’incontro nella tormenta con Vronskij – la prima occasione per capire che qualcosa è accaduto. Altro leitmotiv sono i denti: i denti fanno male, il dolore si estirpa come un dente, Vronskij parte per la Serbia con il mal di denti, lui che per tutto il romanzo ha denti bellissimi…

L’ho notato, sì, i suoi denti che sono sempre bianchi e compatti.

E gli occhi di Kitty invece sono sempre pravdivye, “schietti”.

Il romanzo inizia come un’operetta? Almeno questa è sempre stata la mia impressione.

Certo! È infatti per questo che ho scelto di caratterizzare come “tresca” il legame tra Oblonskij e l’istitutrice francese. Il termine russo svjaz’ è più neutro, è legame, relazione. Ma nella sua neutralità e freddezza punta il dito da una sola parte. Legame e relazione, invece, oltre a essere termini che sento troppo moderni in quel contesto, in italiano hanno una componente di coinvolgimento emotivo reciproco che è totalmente assente nel russo. “Tresca” mi ha aiutato a mettere istantaneamente sul piatto quanto era davvero accaduto fra i due.

Effettivamente, guardando il testo originale, il sogno di Oblonskij che ci viene raccontato, quello in cui le caraffe sinuose si trasformano in donne e cantano “il mio tesoro”… ecco, quel “mio tesoro”, in italiano nel testo russo, è Mozart, è il Don Giovanni, ma è un Don Giovanni che si declina in Oblonskij e diventa operetta.

Giusto. Ma senza dimenticare che poi dai toni giocosi e ridicoli dell’operetta si arriverà alla tragedia. L’attacco, però, dev’essere “andante”.

Con brio?

Non solo con brio. Con sarcasmo quasi. Tolstoj era esasperato dal bel mondo, aborriva artifici e manierismi. Il romanzo nasce contro quel tipo di società e mira a portare subito il lettore in medias res: la tresca, il sogno lascivo di Stiva Oblonskij, la servitù allo sbando che medita di abbandonare la barca prima che affondi…

E invece, il brano che ti è piaciuto di più tradurre?

Uno soltanto? Fatico a scegliere. Sono tanti (e odio le classifiche, ma questa è una cosa mia…). Uno è sicuramente il pranzo tra Levin e Stiva Oblonskij, per esempio, serviti da camerieri tatari con le giacche a coda di rondine che si aprono sul deretano mentre fanno la spola tra la cucina e il tavolo (piuttosto – divagazione all’ennesima – sai perché i gestori prediligevano i tatari? perché erano musulmani e perciò “non beventi”, senza rischio per l’integrità delle cantine, insomma…). Oppure la corsa dei cavalli, quando Vronskij spacca la schiena a Frou Frou e sugli spalti il gioco di sguardi diventa feroce. O ancora quando Karenin rincasa dal salon di Betsy Tverskaja, capisce che gli altri hanno notato l’eccessiva confidenza fra sua moglie e Vronskij e decide di farglielo presente. Il suo andirivieni fra le stanze segue l’andirivieni di pensieri sempre uguali e inconcludenti, e il parallelo fra movimento di gambe e riflessioni è davvero strabiliante.

A me, sempre con Karenin come protagonista, è sembrato bellissimo, molto toccante, il brano del commesso del negozio che si presenta a riscuotere il piccolo debito lasciato da Anna per un nastro e un cappello. Lei se n’è andata in Italia con Vronskij, e Karenin non sa cosa fare, va in confusione, sente un gran dolore, commesso e maggiordomo lo guardano accasciarsi psicologicamente e lui sente il loro godimento nel vederlo in quello stato. E allora dà disposizioni, poi fa una pausa, si siede alla scrivania e si prende la testa tra le mani perché non sa cosa fare, cosa dire.

Hai ragione, è una scena disarmante. La corazza di Karenin si incrina per la prima volta, lì. Ecco, sì, questi squarci, queste scene, questi dettagli portentosi sono la vera carne della prosa di Tolstoj. Che è una prosa densa ma nitida, sapida ma – azzardo – “dorica”, architettonicamente . Ed è quello che, secondo me, le traduzioni precedenti hanno valorizzato meno, appesantendo spesso la sintassi. Del resto era diversa la concezione stessa del tradurre. Per molti decenni ai classici si è fatto indossare “l’italiano della domenica”, “l’italiano buono”, composto e un po’ imbastito, col grembiulino. La lingua di Tolstoj non è particolarmente forbita, è un russo nitido, senza metafore involute, ma colorato, gustoso: il dolore è un dente strappato, la paura è un ponte che si stacca sul baratro. La sua prosa ha un peso specifico notevole, ma alla fine risulta fluida, pittorica, ecfrastica quasi. Le famose dodici stesure del romanzo molto hanno modificato, ma soprattutto nella trama.

Quali sono gli strumenti che hai trovato più utili, mentre traducevi?

Per la prima volta da che traduco ho usato un audiolibro (e credo che ormai non potrò più farne a meno). Mi era venuta questa idea per evitare che nella revisione gli occhi si incrociassero nell’andirivieni fra pagine russe e italiane. Alla fine l’ho usato da subito, dal primo capitolo, ed è stata una rivelazione: letti, pronunciati, narrati, anche i periodi più lunghi, i più infarciti di gerundi, participi e subordinate si scioglievano, impeccabili. Perfetti. Come perfetti li ritenevano Bulgakov e Grossman, per esempio.

Non s’ingrovigliano mai?

Non direi proprio. E quando lo fanno, tali sono rimasti, ovviamente. È proprio per  conservare tanto nitore che ho scelto di usare incisi e punti e virgola là dove l’ennesima relativa (per tradurre, appunto, participi e gerundi) avrebbe appesantito una frase che pesante non nasceva. Nasceva compatta, non pesante.

Per quanto si rischi di essere un po’ troppo tecnici, ti andrebbe di spiegare meglio l’architettura della frase di Tolstoj.

Ripeto per l’ennesima volta la stessa parola: nitore. Anna Karenina ha una prosa corposa, di grande peso, ma nitida, fluida. Mi viene in mente adesso: è un po’ come Anna Arkad’evna. Ricordi la scena del capitolo 18 della Prima parte? “Lesto, il passo [ di Anna K. ] reggeva con inusitata facilità le sue forme assai floride”. Ecco, credo che sia una descrizione che calza a pennello anche allo stile di Tolstoj in questo romanzo: florido, composito, tutto meno che smunto, ma allo stesso tempo senza intoppi, deciso e spedito nel suo incedere e procedere. Poi, certo, in seguito, altre urgenze avrebbero guadagnato la scena appesantendo la lingua, ma non in questo caso.

E mi racconti, se c’è stato, qualcosa di avventuroso circa la traduzione di una o più parole particolarmente difficili da rendere in italiano?

Mi sono molto divertita nella “caccia all’uovo”. L’ho già raccontato, ma è un esempio che credo efficace. Parte settima, capitolo 8, pag. 805. Faccio usare al principe Šcerbackij l’aggettivo “barlaccio”. Sono partita dal russo шлюпик (šljupik). Dietro quella parola c’è una piccola caccia al tesoro con aneddoto finale.

Ti accompagno alla scena. Il principe Šcerbackij è con Levin al circolo e gli sta illustrando la fauna locale: “Tu guardi i vecchietti qui riuniti (…) e ti chiedi: Come sarà che sono tutti barlacci?”

“Che sono cosa?”

“Barlacci. Non la conosci questa parola? È il gergo del nostro circolo. Hai presente le gare dove si fanno rotolare le uova? A furia di giocarci, alla fine si guastano e si dice che sono barlacce. Lo stesso vale per i cristiani: a furia di venire al circolo si imbarlacciscono. Ridi, tu, ma ce n’è diversi, qui, che si chiedono quanto gli manca a imbarlaccire”.

Ero e sono piuttosto fiera di avere pescato quest’aggettivo nell’insostituibile Vocabolario Nomenclatore illustrato di Palmiro Premoli (prima edizione Treves, 1909). È un dizionario in cui per ogni lemma trovi la famiglia, il nido delle parole. È un analogico amplificato, se vuoi. E soprattutto è un analogico di un secolo fa, che dunque ti porge parole dimenticate, desuete, ma saporite. Saporitissime. È alla voce uovo che ho stanato “barlaccio”, prestato poi al principe.

E l’aneddoto. In quel periodo un’amica e collega, Patrizia Deotto, mi aveva invitato a Trieste a parlare ai suoi allievi di come stavo procedendo, di come affrontavo questa sfida. Fu lì che per la prima volta tirai fuori la storia della “caccia all’uovo”. Giustamente, una studentessa chiese come avevano risolto gli altri traduttori. Fui presa in contropiede, perché non avevo confrontato e potevo benissimo avere scoperto l’acqua calda. Invece no. Verificammo: qualcuno aveva traslitterato il termine, altri avevano usato “babbeo” o simili, perdendo per strada le uova (che anche il tuo supereroe Nabokov aveva adocchiato…).

Un’ultima domanda: momenti di compassione nei confronti di personaggi un po’ filistei, a cui viene meno facile voler bene, come Karenin, io li ho provati, tu?

Sì, certo. Karenin perde rigidità nel corso delle pagine, fino a diventare vittima della contessa Lidija, fino a farsi sedurre dai suoi sproloqui pseudo-religiosi, dalle sue premure untuose e beghine. È disarmato, Karenin, nei rapporti umani, e facile preda di chi decide prepotentemente di prendersi cura di lui.

Temo non abbia avuto una madre sufficientemente buona, come direbbe Winnicott. E Levin, che ne pensi di Levin? Troppo nevrotico?

Nevrotico no, non direi. Inflessibile. Noiosamente inflessibile, a volte. Sarcasticamente inflessibile, altre (i suoi scambi con la contessa Nordston sono degni dell’acidità inarrivabile e lapidaria della principessa Mjagkaja). E siccome a volte mi scopro per prima in difficoltà con le gradazioni di grigio, è uno specchio in cui è scomodo osservarsi.

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Tutta la grazia del punk https://minimaetmoralia.it/musica/tutta-la-grazia-del-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/tutta-la-grazia-del-punk/#comments Tue, 17 Nov 2015 14:37:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9814 Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. "La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale", raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

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kominas

Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. “La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale“, raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

Guantanamo Bay, dicevamo, non a caso citata nel titolo dell’album d’esordio della punjabi islampunk band di Boston The Kominas (“i bastardi” in punjabi) che uscirà a novembre come Wild Nights in Guantanamo Bay. Basta trascorrere qualche giorno con i Kominas e gli altri musicisti della scena islampunk, che la domanda arrivi inesorabile: “Ma tu hai presente cosa succede a Guantanamo Bay?”

A me viene chiesto a Baltimore, Maryland, in una libreria anarcoindipendente del centro, dove incontro Michael Knight, i Kominas e le altre band durante una delle tappe del Taqwa Tour, ovvero la prima tournée taqwacore che da Boston a Chicago ha portato in giro per la East Coast il meglio della musica islampunk d’America. Un evento memorabile, si direbbe. O quantomeno l’inizio di qualcosa di nuovo e dirompente. “Già”, mi conferma Michael, “la cosa più bella è che lungo la strada si vanno unendo al tour musicisti che arrivano da posti diversi: dal Texas al Pakistan, da Boston a Chicago”. Il che corrisponde esattamente al loro sound, contaminazione riuscita di Oriente e Occidente che ha in sé l’irriverenza del punk e tutta la grazia della musica. Perché, di fatto, è uno stato di grazia quello che raggiungono i taqwacores quando cominciano a suonare. Una di quelle esperienze che non ha niente di forzatamente mistico, ma che ha in sé tutta la vitalità dei vent’anni e la forza spudorata e travolgente del punk. Ma tutto questo lo scoprirò solo la sera dopo, cantando e pogando qui a Baltimore, dentro la chiesa metodista di St. Joseph.

“Il tour è cominciato a Boston, a casa di amici”, mi racconta Michael, “e la serata è andata talmente bene che se non fosse arrivata la polizia a interrompere il concerto nessuno avrebbe smesso di suonare”. Polizia a Boston, e polizia anche a New York, seconda tappa del tour, dove il bus è stato fermato e perquisito. “La polizia ha cercato e non ha trovato quello che cercava”, mi racconta Kim, fotografo ufficiale del tour, “per cui ci hanno lasciato andare. Ma da qui alla fine del tour ci fermeranno ancora. Quantomeno ce l’aspettiamo”.

Intanto, fuori dalla libreria, i musicisti discutono animatamente di un articolo pubblicato lo scorso giugno dal settimanale Newsweek. L’articolo si chiamava Slam Dancing for Allah e parlava proprio di loro, irriverenti musicisti della nuova dirompente scena islampunk americana. Ma loro non ne sembrano affatto contenti. “Il fatto è che i giornalisti finiscono sempre per scrivere stereotipi e luoghi comuni. Ci fanno lunghe interviste e poi semplificano, generalizzano, riducono il tutto a frasi che devono fare comunque notizia. E la notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale”, mi spiegano, precisando poi che non tutti i musicisti delle band islampunk sono musulmani, e che si può essere musulmani in molti modi diversi. Faccio sì con la testa, e immediatamente mi presento, consapevole che dire di volere scrivere di loro adesso probabilmente equivale a dire di essere il diavolo. E invece resto totalmente spiazzata quando li vedo aprirsi in grandi sorrisi, incuriositi principalmente dal fatto che dall’Italia sia arrivata fino al Maryland per vederli dal vivo. “Già”, dico, pensando tra me e me che talvolta ne vale anche la pena. “E sei proprio sicura di volere venire in tour con noi?”, mi domanda Shahjehan, chitarrista dei Kominas. “Certo”, dico. “E allora sali sul bus che andiamo in aeroporto a prendere Kourosh”. Dico ok, e sono già sul bus.

Il tour bus di fatto è uno school bus ridipinto di verde e con in testa, grande e a stampatello, l’eloquente scritta TAQWA, parola islamica che sta per “consapevolezza di Dio” e che consiste pressappoco in una costante oscillazione tra amore e timore. Dentro il bus una manciata di sedili, un paio di divani sul retro, strumenti musicali di ogni sorta, e scritte, disegni e foto appiccicate più o meno dappertutto. “L’ho comprato su eBay”, mi dice fiero Michael, proprietario del bus e autista ufficiale del tour. Cresciuto in una famiglia cattolica irlandese, convertitosi all’Islam a quindici anni dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e avere scoperto la musica dei Public Enemy, partito alla volta del Pakistan a diciassette per studiare l’Islam, e di lì in Cecenia per partecipare alla jihad, Michael se n’è infine tornato in America dedicandosi alla ricerca di un Islam non integralista e alla scrittura: romanzi fotocopiati e distribuiti a mano, fanzine, siti web e infine libri. Attualmente è autore di tre volumi importanti: il bel romanzo The Taqwacores, l’impeccabile saggio The Five Percenters (scissione della Nazione dell’Islam di cui fanno parte i Wu Tang Clan e altri musicisti della scena hip hop americana) e il più recente Blue-eyed Devil, affascinante racconto autobiografico di un viaggio di sessanta giorni in Greyhound in cerca dell’Islam americano. Avendo coniato la parola “taqwacore” Michael è anche formalmente responsabile della nascita della nuova scena islampunk americana (precisiamo: le singole band esistevano anche prima, lui le ha semplicemente collegate tra loro).

Nel frattempo siamo già in aeroporto, e anche Kourosh, in arte Vote Hezbollah, sale sul bus. Ci presentano e mi domanda: “Sicura di volere venire in tour con noi?” Faccio sì con la testa. “Ma sei l’unica ragazza!”, insiste dopo essersi guardato intorno. Faccio ancora sì con la testa, e lui spiazzandomi mi dice: “Ok, ti proteggeremo noi!” Marwan, della band di Chicago Al-Thawra (“la rivoluzione” in arabo), intanto guarda le mani di Fatima che porto alle orecchie, e sorridendo esclama: “I tuoi orecchini sono belli”. Poi mi dice che anche lui e Basim, cantante e bassista dei Kominas e dei Dead Bhuttos (progetto parallelo che ha appena avviato in Pakistan), hanno la mano di Fatima. Tatuata addosso.

“Il mondo viene da Allah, per cui prendi ciò che t’ha dato”, scrive a un certo punto del suo Blue-Eyed Devil Michael, rendendo a pieno il senso della musica taqwacore. Una musica che è indubbiamente legata all’Islam, ma che è talmente urlata e irriverente da riportare la religione alla dimensione privata che le appartiene. Michael si definisce – appropriatamente e con cognizione di causa – radical femminista. E di fatto sono impreziositi da figure femminili tutti i suoi scritti e discorsi, così come è costellato di ritagli del fumetto Persepolis il soffitto del bus, che se provi a dormirci dentro e di colpo spalanchi gli occhi invece delle stelle ti ritrovi davanti la faccia fumettata di Marjane Satrapi incorniciata di nastro adesivo azzurro. Ed è ancora una donna la persona che Michael attualmente ammira di più della nazione islamica. “Si chiama Ingrid Mattson, è presidente dell’Isna, la Islamic Society of North America. Ed è una persona che rispetto enormemente”, mi dice. Una donna è anche il personaggio più ammaliante del suo romanzo. Si chiama Rabeya, “che è il nome di una famosa santa sufi che ha promosso una visione dell’Islam più comprensiva e tollerante”, mi spiega. E se chiamando Rabeya l’eroina del suo romanzo ha voluto rendere omaggio a quella che considera una figura eroica dell’Islam, di sicuro c’è riuscito inventando un personaggio talmente estremo, onesto e bello da farla apparire agli occhi di chi legge come una sorta di Anna Karenina punk, femminista e in burqa (per scelta). “Si direbbe un’Anna Karenina della nostra generazione”, gli dico. “Alla fine Rabeya però mi taglierà la testa”, mi dice lui, anticipandomi la fine del romanzo che ha appena finito di scrivere. “Il libro si chiama Osama Van Halen, è la continuazione di The Taqwacores ed è un’altra tappa del cammino che sto facendo. Sto cercando di confrontarmi con la natura dell’autorità religiosa, sto cercando di capire cosa significhi esattamente essere un profeta, e cosa significhi seguirne uno. Probabilmente finirò per nascondermi in un qualche ordine sufi con i miei blocchi per appunti. Lì comincerò a scrivere e vediamo cosa ne salta fuori”. Approdiamo, intanto, al motel, e la notte avanza tra chitarre e tamburi, senza che nessuno abbia voglia di smettere di suonare.

La mattina dopo sono la prima a svegliarmi. Rimedio giornale e caffè, e mi siedo nel cortile del motel. Uno dopo l’altro i musicisti escono dalle stanze e dal bus, attrezzato di amaca per riuscire a sfangare tutti quanti, più o meno comodamente, la notte. Da una delle stanze esce fuori Omar Majeed, regista indipendente che è qui con la sua crew per girare un documentario sulla scena taqwacore (The Taqwacores il titolo provvisorio del film). “Ho contattato Michael via email, e abbiamo deciso di organizzare le riprese durante il tour”, mi racconta. “Finito il tour andremo in Pakistan con Basim per girare la seconda parte del film. L’idea è di raccontare la scena taqwacore in Occidente e in Oriente”. Poi mi domanda com’è che dall’Italia sono arrivata fino a lì, e ancora una volta rispondo che volevo sentirli dal vivo. Tutto qui.

Ancora una mezza giornata e il concerto comincia. Dentro la chiesa di St. Joseph ad aprire la serata sono i Kominas, accompagnati da Marwan degli Al-Thawra, e poi da Kourosh alias Vota Hezbollah e da Omar dei Diacritical (band che si è appena sciolta, a quanto mi dicono proprio per colpa dell’articolo del Newsweek). Ancora assenti all’appello le Secret Trial Five, unica islampunk girl band che li raggiungerà nella tappa di Chicago, dove i taqwacores si esibiranno per l’annuale convention dell’Isna. “Le Secret Trial Five al momento sono l’unica girl band della scena taqwacore, e non vediamo l’ora di sentirle dal vivo. La leader della band è una musulmana queer che canta travestita da drag king”, mi dice Michael. Di sicuro non è roba per signorine, mi dico tra me e me, consapevole che di lì a poco sarò anch’io totalmente travolta da melodie e testi al punto da ballare e pogare su canzoni tipo The Suicide Bomb The GAPI Want a Handjob Fuck You.

A metà concerto si avvicina Omar con la sua troupe e mi domanda se secondo me la musica può riuscire a cambiare la mentalità della gente. Gli rispondo che non lo so, e che magari il punto non è nemmeno quello. Gli dico che si tratta solo di trovare la propria identità e difenderla. E demolire i propri idoli può essere un buon modo per farlo. Perché si può pure non credere in Dio né in Allah, o crederci enormemente, e in entrambi i casi ritrovarsi a cantare a squarciagola che, sì, “Muhammad was a punk rocker / he tore everything down / Muhammad was a punk rocker / and he rocked that town…”

Qualche giorno più in là, il Taqwa Tour sbarcherà a Chicago, alla convention dell’Isna, e a esibirsi per prime saranno proprio le Secret Trial Five. Il pubblico, fatto prevalentemente di giovani musulmane rigorosamente in velo, apprezzerà la loro musica, non altrettanto gradita dall’organizzazione della convention. Un paio di canzoni, e la polizia farà irruzione sul palco interrompendo il concerto adducendo come giustificazione che trattasi di “materiale islamicamente inappropriato”. A detta dei presenti, la cosa più inappropriata è stata giudicata il fatto che un manipolo di sfrontate ragazzette abbia osato salire su un palco e suonare della musica punk senza nemmeno indossare il velo. Be’, che Allah le benedica.

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