Anna Momigliano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anna-momigliano/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Apr 2013 13:16:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Anna Momigliano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anna-momigliano/ 32 32 Preghiera tamarra https://minimaetmoralia.it/societa/hassidim-gangnam-style/ https://minimaetmoralia.it/societa/hassidim-gangnam-style/#respond Wed, 10 Apr 2013 14:40:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13931 Questo pezzo è uscito su Studio.

Qualche tempo fa questo video ha goduto di una discreta viralità: girato durante un matrimonio, mostra alcuni ebrei ultra-ortodossi che si scatenano in pista sulle note di Gangnam Style – anzi: della rivisitazione in Yiddish di Gangman Style. Nelle prime 48 ore ha ricevuto circa 98mila clic, prima di ritornare nel dimenticatoio collettivo. Perché, al di là della “notizia” (dove la notizia sarebbe wow anche gli ebrei ultra-ortodossi fanno Gangnam Style) non è che fosse un gran che.

Se in un primo momento era circolato sui social media, era proprio perché la situazione stessa era vista come un controsenso (minkia che storia i rabbini e la disco tamarra), un attimo fuggente di assurdità resa possibile soltanto dal caso e dalla fortuna di avere uno smartphone in mano al momento giusto. Un po’ come i video dei gattini che suonano il pianoforte, prima che i gattini che suonano il pianoforte diventassero un archetipo a sé.

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Qualche tempo fa questo video ha goduto di una discreta viralità: girato durante un matrimonio, mostra alcuni ebrei ultra-ortodossi che si scatenano in pista sulle note di Gangnam Style – anzi: della rivisitazione in Yiddish di Gangman Style. Nelle prime 48 ore ha ricevuto circa 98mila clic, prima di ritornare nel dimenticatoio collettivo. Perché, al di là della “notizia” (dove la notizia sarebbe wow anche gli ebrei ultra-ortodossi fanno Gangnam Style) non è che fosse un gran che.

Se in un primo momento era circolato sui social media, era proprio perché la situazione stessa era vista come un controsenso (minkia che storia i rabbini e la disco tamarra), un attimo fuggente di assurdità resa possibile soltanto dal caso e dalla fortuna di avere uno smartphone in mano al momento giusto. Un po’ come i video dei gattini che suonano il pianoforte, prima che i gattini che suonano il pianoforte diventassero un archetipo a sé.

In realtà il connubio tra disco tamarra ed ebrei ultra-ortodossi non è mai stato un controsenso. E comunque, come avremo occasione di vedere in seguito, di video di ultra-ortodossi che danzano su musica da discoteca ubertamarra, in rete se ne trovano di molto migliori. Anche se, per dirla con Guccini, “questo è un segreto di poc.”

Ma procediamo per gradi.

Se vi state domandando come mai non si vedano donne nel video, la ragione è semplice: è un matrimonio ultra-ortodosso e questo significa che, in base agli standard di “modestia”, maschi e femmine festeggiano separatamente, nello stesso locale ma dividi da una barriera – lo sposo sta con gli uomini, la sposa con le donne.

I giovanotti che vedete qui sopra però sono non sono ultra-ortodossi qualunque. Appartengono a una corrente ben precisa dell’ortodossia ebraica, quella dei hassidim (letteralmente “i pii”): lo si capisce perché, be’, nella descrizione del video di YouTube c’è scritto “Hasidic Jews going Gangnam Style”, ma anche perché ballare in modo esagitato su una canzone tamarra è una cosa tipicamente hassidica. Ok, è anche una cosa tipicamente da zarri, ma quello che intendevo dire qui è che è più comune vedere un ultra-ortodosso hassid ballare fare Gangnam Style ha più senso che vedere un ultra-ortodosso non hassid.

Il che ci porta a parlare, almeno solo per un momento, di cose serie: l’ebraismo hassidico, che pone una forte enfasi sulla dimensione misticadella religione, è nato in Europa orientale nel XVIII secolo. Per tutta l’epoca pre-globalizzazione (e pre-Shoah), è stato un fenomeno tipicamente ashkenazita, cioè relativo agli ebrei dell’Europa centrale, orientale e nordica, che comunque nel XVIII erano quasi tutti ultra-ortodossi: anzi, a quei tempi il concetto stesso di “ultra-ortodossia” non esisteva affatto, perché non si erano ancora aperti i ghetti, le idee di “laicità” o “assimilazione” erano sconosciute e l’Haskalà, l’Illuminismo ebraico, non era ancora cominciata (be’ in realtà stava cominciando proprio in quel momento… ma ai fini di questo articolo è irrilevante).

Perdonate l’excursus in stile “Forse non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica, ma il contesto storico è importante. Anche per capire la storia di Gangnam Style: resistete ancora un po’ che poi, promesso, ci arriviamo.

Dunque, la nascita del movimento hassidico ha segnato una grande rottura. Non contro una cultura dominante “laica” o “assimilata” (cioè quella cui viene tradizionalmente contrapposto oggi, ma che era inesistente lì ed allora), bensì contro l’ebraismo mainstream dell’epoca. Che era, in una parola… cerebrale. Molto cerebrale. Erano gli anni in cui la religiosità ebraica si esprimeva soprattutto attraverso lo studio – devoto, attento, sofisticato e sottilissimo – dei testi sacri, erano gli anni di finissimi intellettuali come il Genio di Vilna [Nota: ancora oggi in Israele si usa il termine “di scuola lituana” per indicare gli ultra-ortodossi ashkenaziti ma non hassidici, che passano il tempo a studiare. Ah, ironia tragica, sugli ebrei lituani circolano tutti quei luoghi comuni che altrove spettano agli ebrei e basta: sono secchioni bravi in matematica, ecc ecc – cose che fanno riflettere]

Il problema è che questo tipo di approccio escludeva una discreta fetta della popolazione ebraica dell’Europa orientale: gente semplice, poveri contadini che sapevano a malapena leggere e scrivere, cui mancavano gli strumenti per comprendere le disquisizioni dei dotti lituani. Una massa di diseredati che se la doveva vedere con la paura dei pogrom, che era uscita malconcia da una delusione di massa (cioè l’avvento di un falso messia che poi si è convertito all’Islam) e che non riusciva a trovare conforto nei sofismi dei grandi rabbini come il Genio di Vilna.

A un certo punto però un altro grande rabbino, il Baal Shem Tov, decide che è il momento di cambiare le cose. Di ritornare a una dimensione religiosa più immediata e alla portata di tutti, meno cerebrale e più gioiosa [pausa barzelletta trita: un rabbino ortodosso ti dice che “è tutto proibito”, un rabbino hassidico che “tutto è proibito ma con gioia”]. Si racconta che un giorno, mentre il Baal Shem Tov conduceva una preghiera, un contadino analfabeta si mise a suonare un flauto improvvisato, l’unico strumento che aveva per esprimere la sua estasi: gli altri lo rimproverarono per avere interrotto la preghiera, il Baal Shem Tov invece lo ringraziò perché quel suono semplice veniva dal cuore.

È la nascita del movimento hassidico, che fa della mistica la propria architrave. Un movimento che al cervello predilige la pancia. Che parla un linguaggio accessibile ai pastorelli e ai braccianti. E che ha riscoperto l’estasi come parte dell’esperienza religiosa.

E qui torniamo al punto di partenza: Gangnam Style. Da quando è nata, l’ortodossia hassidica si basa sull’idea stessa di estasi accessibile. E, a pensarci bene, cosa c’è di più estatico e accessibile – trascinante, immediato, di pancia – del ritmo di una tamarrata pazzesca? Hit come la sopracitata Gangnam Style (oppure: Dragostea) devono il loro successo al fatto che non ti chiedono di capire niente (il testo può essere in romeno o coreano, tanto che importa), non hanno alcuna pretesa estetica (o, si potrebbe aggiungere, anche solo di decenza), si rivolgono direttamente alla componente rettiliana del tuo cervello, alle tue viscere, insomma al megazarro che è in te.

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Multiculturalismo a scadenza https://minimaetmoralia.it/societa/multiculturalismo-america/ https://minimaetmoralia.it/societa/multiculturalismo-america/#comments Wed, 20 Mar 2013 14:56:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13674 Questo pezzo è uscito su Studio.

Qualcuno avrà visto Il Destino del Nome, film ormai vecchiotto di Mira Nair (quella che ha vinto il Leone d’Oro per Monsoon Wedding e che ha inaugurato l’ultima mostra di Venezia con Il fondamentalista Riluttante). Che riassumerò, snaturandolo, come segue: ragazzo americano un po’ nerd e figlio di immigrati indiani va al college, si mette con una bionda di buona famiglia, poi però gli muore il padre e, durante il funerale, si rende conto che le differenze culturali sono troppe, ergo pianta la bionda e si sposa con un’indiana cicciottella che cucina bene però ha anche un dottorato alla Sorbona. Per un po’ le cose vanno bene.

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Qualcuno avrà visto Il Destino del Nome, film ormai vecchiotto di Mira Nair (quella che ha vinto il Leone d’Oro per Monsoon Wedding e che ha inaugurato l’ultima mostra di Venezia con Il fondamentalista Riluttante). Che riassumerò, snaturandolo, come segue: ragazzo americano un po’ nerd e figlio di immigrati indiani va al college, si mette con una bionda di buona famiglia, poi però gli muore il padre e, durante il funerale, si rende conto che le differenze culturali sono troppe, ergo pianta la bionda e si sposa con un’indiana cicciottella che cucina bene però ha anche un dottorato alla Sorbona. Per un po’ le cose vanno bene.

È quello che io chiamo il “multiculturalismo con data di scadenza”. Ovvero il fenomeno (tipicamente americano? è una domanda) in base al quale esci con chi vuoi, ti porti a letto chi vuoi, ti fidanzi con chi vuoi, fin tanto che stai sotto i 25-30 anni, poi però ti sistemi con uno della tua tribù. Un modello comportamentale che meriterebbe di finire nei manuali di etologia collegiale al pari di tropi ormai consolidati come Bug o Lug (Bisexual Until Graduation, Lesbian Until Graduation): anzi, strano che nessuno finora abbia aggiunto a urban dictionary la voce “Color Blind Until Graduation”…

Può non piacere (e a me non piace), però l’incidenza delle coppie multiculturali-con-data-di-scadenza nei campus americani è un dato di fatto, che viene quasi dato per scontato. Ai miei tempi, quando frequentavo un ateneo liberal della costa orientale, non fece neppure troppo scandalo quando qualcuno sentenziò sul giornale universitario che gli studenti ebrei “passavano i primi tre anni a cercare trombamiche che i loro genitori avrebbero disapprovato e l’ultimo anno a cercare una moglie che i loro genitori avrebbero approvato”. Touché. Lo stesso, del resto, si sarebbe potuto dire di qualsiasi altro gruppo etnico-religioso: indiani, afro-americani, musulmani, e anche i buoni vecchi bianchi wasp.

Con una, notevole, eccezione: gli asiatici, o, meglio, le ragazze asiatiche. Americane di origine cinese, coreana, taiwanese, giapponese, ecc. Quelle, lo si sa che alla fine sposano un tipo bianco.

Messa così pare una cosa un tantino razzista da dirsi, eppure in America (in una certa America) l’equazione Asian-girl-marries-white-guy è un luogo comune talmente radicato che non solo è accettabile parlarne senza giri di parole (e pensare che siamo nella patria del politicamente corretto!), ma che addirittura si finisce per stupirsi quando lo stereotipo non viene confermato. E qui veniamo al punto.

Qualche tempo fa è uscito uno studio del Pew Research Center secondo cui i matrimoni inter-razziali sono in aumento negli Usa. In questo contesto di crescente multiculturalità, le donne asiatiche restano il gruppo maggiormente predisposto a sposare qualcuno con un diverso background etnico… però lo sono un pochino meno di prima. (Nota per i più puntigliosi: negli Usa, diversamente da quanto avviene in Gran Bretagna, il termine “Asian” viene utilizzato per indicare persone originarie del lontano oriente, indiani e pachistani invece sono “South Asian”)

A questo punto, il New York Times pubblica un articolo in cui si annuncia che sempre più Asian Americans preferiscono sposarsi tra di loro. La notizia – per una certa stampa: non solo il Nyt, ma anche il Wall Street Journal, come vedremo più avanti – non è che i matrimoni misti sono in aumento. Ma che l’assioma Asian-girl-marries-white-guy sta perdendo colpi.

Per arrivare alla ricerca del Pew, si parte dalla storia di tale Liane Young, 29 anni, una ex studentessa di Harvard, figlia di immigrati cinesi, che la scorsa estate si è sposata con il fidanzato Xin Gao: parlano tutti e due cantonese mandarino, pensate un po’. Quando era a Harvard, racconta la giornalista del Nyt, Liane usciva quasi solo con ragazzi bianchi e lo stesso facevano le sue amiche, di origine cinese come lei. Oggi non solo lei si è sposata con un altro americano di origine cinese, ma grazie a Facebook sa che la maggior parte delle sue ex compagne asiatiche di Harvard ha messo su famiglia con “uno dei loro”. E qui, proprio come nel film di Mira Nair, entra in gioco la dinamica del “Color Blind Until Graduation”. Perché, alla fine, la famiglia è importante, si avverte il bisogno di tornare alle origini, eccetera, eccetera.

Vuoi vedere che la moda del multiculturalismo con data di scadenza ha finito per diffondersi con l’unico gruppo che, finora, ne era rimasto esente?

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Elogio della trama https://minimaetmoralia.it/cinema/trama-cinema-serie-tv/ https://minimaetmoralia.it/cinema/trama-cinema-serie-tv/#respond Wed, 06 Mar 2013 14:12:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13417 Questo pezzo è uscito su Studio.

Premessa. L’idea, in origine, era scrivere qualcosa su quelli che “le serie americane non mi dicono proprio niente.” Poi ci ho pensato un po’ su, ho provato a chiedermi cosa ci potesse essere sotto e ad azzardare qualche conclusione. Questo è il risultato.

Il fattaccio. Qualche giorno fa mi sono ritrovata invischiata nell’uber-trito discorso “cinema vs televisione.” A mia discolpa, era notte, eravamo tutti un po’ sfatti e qualcuno aveva pure alzato il gomito. La scena è ambientata nel salotto di casa mia. Uno degli ospiti, maschio-bianco-etero-trentenne-con-titolo-di-studio, dice di non avere mai seguito una serie in tutta la sua vita e di andarne fiero. Perché, sostiene lui, “anche la serie fatta meglio non potrà mai competere con un film.”

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Premessa. L’idea, in origine, era scrivere qualcosa su quelli che “le serie americane non mi dicono proprio niente.” Poi ci ho pensato un po’ su, ho provato a chiedermi cosa ci potesse essere sotto e ad azzardare qualche conclusione. Questo è il risultato.

Il fattaccio. Qualche giorno fa mi sono ritrovata invischiata nell’uber-trito discorso “cinema vs televisione.” A mia discolpa, era notte, eravamo tutti un po’ sfatti e qualcuno aveva pure alzato il gomito. La scena è ambientata nel salotto di casa mia. Uno degli ospiti, maschio-bianco-etero-trentenne-con-titolo-di-studio, dice di non avere mai seguito una serie in tutta la sua vita e di andarne fiero. Perché, sostiene lui, “anche la serie fatta meglio non potrà mai competere con un film.”

Ora, quelli che “vanno fieri” di non avere mai fatto/letto/visto qualcosa meriterebbero un discorso a parte. Per esempio, io non ho mai letto un Harmony (Harold Robbins non conta, credo, perché se ti rivolgi a un pubblico maschile e hai qualche pretesa thriller-politica non sei un vero Harmony) e non ne avverto tutta questa necessità (Harold Robbins: pessima idea) ma non per questo ne vado particolarmente fiera. Ok, stiamo divagando.

Chiedo al mio ospite perché, secondo lui, la tv non può mai competere con il cinema. Lui risponde: perché un film non ha bisogno della trama, e cita The Tree of Life.

Ha ragione, mi dico. Non sulla superiorità intrinseca del cinema, quanto sul fattore trama. Fare un film bello e senza trama si può, ma provate voi a fare una serie televisiva senza trama: o vi salta fuori un collage di episodi auto-conclusivi al limite del tollerabile, tipo i polizieschi che vanno in prima serata su Fox Crime, oppure fate una sit-com. Ce ne sono di meravigliose, certo: Curb Your Enthusiasm Arrested Development, per citarne due semi-recenti, ma anche vecchi classici come Seinfeld o Fawlty Towers. Però, appunto, le chiamiamo “sit-com,” e non “serie”. Quelle, le serie vere, come Big Love, Mad Men o i Soprano (seppure – e mentre lo scrivo mi rendo conto di rischiare il pubblico ludibrio – anche la sfigatina Battlestar Galactica a tratti ha una sua dignità letteraria) traggono la loro forza principale dall’arco narrativo.

È vero, fare un film senza trama – o dove la trama conta relativamente poco – si può, anche con risultati eccellenti. Ma non è detto che sia la scelta, beh, più sofisticata.

Il mio ospite sosteneva, o così mi è parso, che costruire una trama è facile, roba che sono capaci tutti, roba “da TV”, in contrapposizione con il cinema, che invece “è arte”.

A volte non mi chiedo se non sia il contrario. Se rappresentare una qualche forma di esperienza umana, senza passare per quel processo di narrativizzazione che, se non vado errando, è alla base della coscienza adulta, non sia una scorciatoia un po’ troppo facile.

Proprio di The Tree of Life scriveva, tra le altre cose, Mariarosa Mancuso in un dispaccio pubblicato sul n.11 di Studio. L’autrice, che più in generale se la prendeva con Terrence Malick a ridosso dell’uscita di To The Wonder (che io non ho visto), faceva un confronto tra The Tree of Life e quello che, a mio personalissimo parere, è il più riuscito (e completo) tra i film dei fratelli Coen, A Serious Man: entrambi sono «una variazione sul Libro di Giobbe». La differenza, scriveva Mancuso, era che «A Serious Man schiva tutte le trappole. Dio non si manifesta nei raggi del sole che al tramonto penetrano tra le foglie del grande albero, ma nel calco di una dentatura, o nella formazione dei Jefferson Airplane». La tesi, insomma, era che la differenza tra un film riuscito e un film non riuscito (a giudizio dell’autrice), sta nel ricorso alla mistica. Che, sempre a giudizio dell’autrice, sul grande schermo non funziona.

Ora, io di mestiere non faccio il critico cinematografico e, forse anche per questo, The Tree of Life mi era pure piaciuto. Sto ragionando di cose non mie. Ma quel confronto tra il film di Malick e quello dei fratelli Coen mi aveva colpito molto. Perché, in soldoni, anche io al tempo avevo avuto la netta sensazione che i due parlassero della stessa cosa. Il crollo dei punti di riferimento (When the truth is found to be lies….), l’evaporazione del padre, il desiderio di essere amati e la consapevolezza che, anche se c’è, l’amore non basta a sostituire le certezze perdute – insomma, l’ingresso nella dimensione post-moderna.

Solo che Malick risolveva la questione della forza (il padre) che crolla e ti si rivolta contro, e dell’amore (la madre) che crolla sotto il crollo, che cede – risolve tutto questo, si diceva, parlando proprio di forza e di amore, «la via della natura, e la via della grazia». I fratelli Coen invece ricostruiscono l’implosione di una piccola comunità ebraica del Minnesota, mettendo in scena un padre di famiglia, un tempo rispettato e ora calpestato-frustrato-derubato, completamente in balìa degli eventi (inclusi quelli atmosferici), che cerca invano il consiglio di un rabbino e viene puntualmente rimbalzato, mentre il figlio comincia a farsi le canne. Alla fine, il più ieratico dei rabbini riceve non il padre di famiglia in disperato bisogno di una guida, bensì il pre-adolescente strafatto. E che gli dice? When the truth is found to be lies/ And all the joy within you dies/ Don’t you want somebody to love. Anche questa è mistica, solo che dietro c’è un processo di fiction, un arco narrativo – insomma una trama che regge le immagini, e non viceversa – che fa di A Serious Man non tanto un film più riuscito di The Tree of Life, quanto un film più completo.

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Perché amiamo i sociopatici https://minimaetmoralia.it/televisione/south-park-mad-men-adam-kotsko/ https://minimaetmoralia.it/televisione/south-park-mad-men-adam-kotsko/#comments Wed, 09 Jan 2013 15:25:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12363 Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Don Draper, Mad Men.)

Da South Park a Mad Men: capitalismo e televisione, secondo il teologo Adam Kotsko

In un episodio di South Park, Cartman è umiliato da un bulletto adolescente che gli vende i suoi peli pubici per dieci dollari. In un primo momento pensa di avere fatto un affare, convinto com’è che il solo fatto di “avere” dei peli faccia di lui un uomo (nessuno gli aveva spiegato che, per contare, la peluria doveva essere attaccata al suo corpo). Quando capisce di essere stato preso per i fondelli, però, decide di vendicarsi: ammazza i genitori del bulletto, li trita, e li serve sotto forma di hamburger all’ignaro adolescente. Che, quando si rende conto di avere fatto merenda con la carne dei suoi, scoppia in lacrime: Cartman ha avuto sua vendetta.

Nella puntata successiva tutto è tornato come prima. Cartman è il chiattone bastardo di sempre, che fa la vita di sempre, e lo stesso vale per tutti gli altri personaggi. Non è successo nulla.

Alla fine della prima serie di Mad Men, Peggy Olsen partorisce un bambino di cui fino a un momento prima ignorava (voleva ignorare) la presenza nel suo stesso ventre. Onde salvaguardare reputazione e carriera, lo abbandona. A un certo punto Don Draper va a trovarla in ospedale: “Tutto questo non è mai accaduto,” le dice. “Ti stupirà quanto non sia mai accaduto.”

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Don Draper, Mad Men.)

Da South Park a Mad Men: capitalismo e televisione, secondo il teologo Adam Kotsko

In un episodio di South Park, Cartman è umiliato da un bulletto adolescente che gli vende i suoi peli pubici per dieci dollari. In un primo momento pensa di avere fatto un affare, convinto com’è che il solo fatto di “avere” dei peli faccia di lui un uomo (nessuno gli aveva spiegato che, per contare, la peluria doveva essere attaccata al suo corpo). Quando capisce di essere stato preso per i fondelli, però, decide di vendicarsi: ammazza i genitori del bulletto, li trita, e li serve sotto forma di hamburger all’ignaro adolescente. Che, quando si rende conto di avere fatto merenda con la carne dei suoi, scoppia in lacrime: Cartman ha avuto sua vendetta.

Nella puntata successiva tutto è tornato come prima. Cartman è il chiattone bastardo di sempre, che fa la vita di sempre, e lo stesso vale per tutti gli altri personaggi. Non è successo nulla.

Alla fine della prima serie di Mad Men, Peggy Olsen partorisce un bambino di cui fino a un momento prima ignorava (voleva ignorare) la presenza nel suo stesso ventre. Onde salvaguardare reputazione e carriera, lo abbandona. A un certo punto Don Draper va a trovarla in ospedale: “Tutto questo non è mai accaduto,” le dice. “Ti stupirà quanto non sia mai accaduto.”

Cartman e Don Draper hanno due cose in comune (oltre, s’intende, all’essere personaggi immaginari): sono entrambi sociopatici e, il più delle volte, il loro comportamento sociopatico non risulta in conseguenze dirette da pagare. Sono due stronzi e la fanno quasi sempre franca, e di conseguenza si inseriscono in una interminabile sequela di “sociopatici di fantasia” (il termine sociopatico qui non ha valenza clinica) che costituiscono l’ossatura stessa delle serie televisive contemporanee. Questa, almeno, è l’opinione di Adam Kotsko, professione: teologo. Che nel suo ultimo saggio Why We Love Sociopaths: A Guide to Late Capitalist Television (Zero Books, 2012) scandaglia una assai variegata gamma di serie TV, per giungere a una conclusione: tutti i personaggi più amati sono dei sociopatici perché, nel profondo, tutti vorremmo essere dei sociopatici.

Si va dai Simpsons ai Soprano, da DexterThe Wire, da Seinfeld a Dr House. Dentro c’è tv fatta bene e tv dozzinale, insomma, e poco importa, perché a Kotsko non interessa fare l’elogio della serie televisiva come ultima frontiera della narrazione, quanto analizzare l’elemento comune che rende i protagonisti amabili agli occhi del pubblico: la mancanza quasi assoluta di empatia, un basso coefficiente di scrupoli e, non ultimo, la capacità di farla franca. Kotsko – che confessa di avere cominciato a scrivere di televisione per motivi banali: “mentre studiavo per il dottorato guardavo un sacco di tv, poi per una volta volevo occuparmi di qualcosa di diverso dalla teologia, un argomento più pop” – classifica i personaggi in tre categorie: gli “artefici di complotti” improbabili, che non soffrono conseguenze ma neppure traggono vantaggio del loro egotismo solipsistico, in quanto sprovvisti della capacità di farsi strada nel mondo adulto (Homer Simpson, Jerry Seinfeld e il sopracitato Cartman); gli “arrampicatori” che fanno della loro mancanza di rispetto per le regole del sistema lo strumento privilegiato per salire al vertice di quello stesso sistema (Don Draper, Tony Soprano); e infine i giustizieri che infrangono le leggi del sistema con l’intento dichiarato di proteggerlo (Dexter, ovvero il serial killer che squarta i serial killer, McNulty di The Wire)

Tu scrivi che non ci limitiamo ad amare i sociopatici, bensì li invidiamo profondamente: “Se solo potessi essere così spietato come Don Draper, potrei farmi strada in questo mondo…” Che origini ha questa illusione?

In definitiva, si tratta dai nostri sentimenti di impotenza e il nostro senso che il sistema funziona solo per quelli che sono disposti a barare. La vecchia promessa che se si lavora sodo, si può godere di una comoda vita borghese non sembra tenere. Le serie tv di cui scrivo permettono alle persone frustrate una sorta di valvola di sfogo. Possono immaginare che avrebbero potuto andare avanti se solo avessero messo da parte la morale, si possono identificare con un personaggio di successo e carismatico, ma poi anche pensare a se stessi come moralmente superiori colui che ammirano. La fantasia è questa: “Potrei essere uno di quegli stronzi di successo, ma sto scegliendo liberamente di non esserlo perché ho una coscienza.”

Se ho ben capito, secondo te quello che rende popolari i protagonisti sociopatici è non tanto la loro mancanza di scrupoli, quanto il fatto che riescano a non pagarne le conseguenze. Un po’ come in una inversione della vecchia formula del romanzo ottocentesco per cui un dato personaggio veniva inevitabilmente punito dal destino…

In parte quello che piace di questi show è sicuramente la soddisfazione che deriva dall’osservare i personaggi farla franca con i loro crimini. Credo che questo sia dia piacere alla maggior parte delle persone, semplicemente perché la maggior parte di noi si sente così impotente nella vita quotidiana, pochi di noi hanno una sicurezza nel lavoro, siamo sempre più appesantiti dal debito, e la politica e l’economia funzionano nella totale indifferenza ai bisogni e ai desideri umani.

In questo contesto, guardare qualcuno ottenere qualsiasi cosa, anche se si tratta di qualcosa di malvagio, funge da compensazione (naturalmente, se questi personaggi facessero qualcosa di buono, la trama non sarebbe più credibile). Allo stesso tempo, credo che questi show vogliano in qualche modo “punire” i loro eroi. Per esempio, la freddezza emotiva di Don Draper lo aiuta a realizzare il suo incredibile ascesa, da figlio di una povera prostituta a potente dirigente di un’agenzia pubblicitaria, ma significa anche che egli trova incredibilmente difficile formare autentici legami affettivi con gli altri. In un certo senso, essere un sociopatico è presentata come una sorta di punizione in sé.

Veramente io pensavo che il “bello” di essere un sociopatico stesse proprio nell’immunità dai sensi di colpa e dunque da una buona dose di sofferenza…

La colpa non è l’unico modo per soffrire. Sia Dexter e Don Draper soffrono a causa della loro incapacità di formare legami umani, in questo senso, la loro forza più grande risulta essere anche la loro più grande debolezza. Questa “contraddizione” permette allo spettatore di avere una doppia soddisfazione: da un lato identificarsi con il loro successo, e al tempo stesso sentirsi moralmente superiore ai personaggi.

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“Leggi e salta” https://minimaetmoralia.it/societa/leggi-e-salta/ https://minimaetmoralia.it/societa/leggi-e-salta/#comments Wed, 26 Dec 2012 09:57:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12168 Questo pezzo è uscito su Studio.

Confessioni di una lettrice distratta. Ovvero come mi hanno rovinato in tempi analogici: “cerca” non è una funzione di Word, ma una modalità dell’anima

Quando sono stata esposta per la prima volta alla pratica nefasta disciplina dello Skimming and Scanning, dovevo avere circa undici anni. Un tizio col nasone che somigliava a Eric Idle dei Monty Python, ma che di mestiere faceva il Docente Madrelingua al British Council di Milano, aveva proiettato un lucido con le istruzioni. Diceva più o meno così (vado a memoria con un utile aiuto):

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Confessioni di una lettrice distratta. Ovvero come mi hanno rovinato in tempi analogici: “cerca” non è una funzione di Word, ma una modalità dell’anima

Quando sono stata esposta per la prima volta alla pratica nefasta disciplina dello Skimming and Scanning, dovevo avere circa undici anni. Un tizio col nasone che somigliava a Eric Idle dei Monty Python, ma che di mestiere faceva il Docente Madrelingua al British Council di Milano, aveva proiettato un lucido con le istruzioni. Diceva più o meno così (vado a memoria con un utile aiuto):

Skimming:
Leggere il titolo
Leggere il primo paragrafo del testo
Leggere la prima frase di ogni paragrafo
Oppure: leggere la prima frase di un paragrafo sì o e un paragrafo no
Fare attenzione ai termini in grassetto e/o in corsivo
Fare attenzione a tavole e grafici
Leggere l’ultimo paragrafo del testo o, se c’è, il capitoletto “Conclusioni”

Scanning:
Mettere a fuoco l’informazione che si sta cercando/la domanda da porsi
Provare ad anticipare qual è la risposta
Identificare gli elementi che potrebbero indicarla (numeri, corsivi, grassetti)
Leggere selettivamente i paragrafi che contengono tali indizi

L’insegnante di inglese cercava di spiegarci che, per una ricerca o per un compito in classe, non era necessario leggere un testo integralmente. Che leggere a spizzichi e bocconi era un valido metodo di indagine e anzi, ai fini dell’apprendimento di una lingua straniera, poteva essere un utile esercizio intellettuale. Che, talvolta, non si deve aspettare che la risposta ci sia trasmessa in automatico dal testo. Che in alcuni casi, quella risposta può essere attivamente cercata ed estrapolata, quasi a forza. Un po’ come quando si utilizza la funzione “cerca” su un documento in Word, o quando si cerca una frase specifica su Google: non è la montagna che va a Maometto, è Maometto che va alla montagna.

Il nasone dei miei ricordi pre-adolescenziali ci ha attivamente insegnato a leggere in modo rapido, selettivo, superficiale – in una modalità distratta e, nel contempo, sovrumanamente focalizzata. Come avrete capito dal dettaglio del proiettore di lucidi, era un’epoca pre PowerPoint, pre-Google, pre-internet e, almeno nella quotidianità di un pischelletto, pre-computer. Diciamo il 1991.

Adesso scopro che “i ragazzi di oggi” hanno disimparato a leggere perché assuefatti al digitale, ai motori di ricerca, alle funzioni “cerca” e “copia e incolla”. È già da qualche anno che va di moda domandarsi se Google ci sta rendendo tutti più scemi (qualcuno, di rimando, si chiede se invece non sia l’Atlantic ad averci rincretiniti). Più recentemente, il linguista Raffaele Simone ha analizzato quella che lui definisce la “metamorfosi del leggere” causata, sostiene, dai nuovi media. “La lettura è diventata un’attività frammentaria, come la scrittura. I giovani fanno le loro ricerche in Internet: prevalgono il copia-e-incolla e il leggi e salta,” dice Simone, poco tempo fa intervistato da Cristina Taglietti sulla Lettura del Corriere della Sera.

Mi ha colpito in particolare quel riferimento al “leggi e salta,” in parte perché indicato come una degenerazione qualitativa, e ancora più perché attribuito alla lettura digitale.

Il fatto è che io quel leggi e salta l’ho imparato, e a fatica, perché mi è stato insegnato da Eric Idle dei Monty Python un docente qualificato. E, peraltro, in un’epoca tutta analogica.

A questo punto ho qualche problema a conciliare le informazioni. Skimming e Scanning (ovvero: il “leggi e salta” e la funzione “trova”) sono strumenti importanti da trasmettere ai nostri ragazzi? Oppure un sintomo dell’involuzione della specie?

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