Anne Bancroft Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anne-bancroft/ un blog di approfondimento culturale Mon, 22 Dec 2014 13:44:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Anne Bancroft Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anne-bancroft/ 32 32 Buon compleanno, “Catch-22”! https://minimaetmoralia.it/interviste/joseph-heller-catch-22/ https://minimaetmoralia.it/interviste/joseph-heller-catch-22/#comments Mon, 22 Dec 2014 13:44:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24829 Questo pezzo è uscito su D di Repubblica. (Fonte immagine)

Questa è una storia che accade a Manhattan a metà del secolo scorso. Il protagonista lavora per un’agenzia pubblicitaria, la moglie si occupa della casa e dei due figli, una femmina e un maschio. E no, non è di Mad Men che stiamo parlando. Questa è la storia (vera) dello scrittore americano Joseph Heller. A raccontarla oggi sono un memoir e una biografia con cui in America si celebrano i cinquant’anni dalla pubblicazione del suo Catch-22. A firmare il memoir è la figlia, Erica Heller, copywriter e romanziera. Il libro si chiama Yossarian Slept Here. When Joseph Heller Was Dad, the Apthorp Was Home, and Life Was a Catch-22 (‘Yossarian ha dormito qui. Quando Joseph Heller era papà, l’Apthorp era casa e la vita era un Comma 22’, a pubblicarlo è Simon & Schuster) ed è quasi interamente ambientato all’Apthorp Building, nell’Upper West Side di New York, l’isolato tra Broadway, West End Avenue, la 78 e la 79, storico condominio che ha ospitato negli anni George Balanchine, Nora Ephron, Cyndi Lauper e Al Pacino, dove gli Heller andarono a vivere nell’estate del 1952 e dove Erica tuttora abita. Diviso in quattro parti, una per ognuno dei quattro diversi appartamenti dell’Apthorp abitati dagli Heller: i primi due da tutta la famiglia, il terzo dalla moglie Shirley dopo il divorzio da Joseph, il quarto da Erica dopo la morte della madre.

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Questo pezzo è uscito su D di Repubblica. (Fonte immagine)

Questa è una storia che accade a Manhattan a metà del secolo scorso. Il protagonista lavora per un’agenzia pubblicitaria, la moglie si occupa della casa e dei due figli, una femmina e un maschio. E no, non è di Mad Men che stiamo parlando. Questa è la storia (vera) dello scrittore americano Joseph Heller. A raccontarla oggi sono un memoir e una biografia con cui in America si celebrano i cinquant’anni dalla pubblicazione del suo Catch-22. A firmare il memoir è la figlia, Erica Heller, copywriter e romanziera. Il libro si chiama Yossarian Slept Here. When Joseph Heller Was Dad, the Apthorp Was Home, and Life Was a Catch-22 (‘Yossarian ha dormito qui. Quando Joseph Heller era papà, l’Apthorp era casa e la vita era un Comma 22’, a pubblicarlo è Simon & Schuster) ed è quasi interamente ambientato all’Apthorp Building, nell’Upper West Side di New York, l’isolato tra Broadway, West End Avenue, la 78 e la 79, storico condominio che ha ospitato negli anni George Balanchine, Nora Ephron, Cyndi Lauper e Al Pacino, dove gli Heller andarono a vivere nell’estate del 1952 e dove Erica tuttora abita. Diviso in quattro parti, una per ognuno dei quattro diversi appartamenti dell’Apthorp abitati dagli Heller: i primi due da tutta la famiglia, il terzo dalla moglie Shirley dopo il divorzio da Joseph, il quarto da Erica dopo la morte della madre.

“C’ho messo due anni a scriverlo. Ma mi sembra ne siano passati duecento”, mi dice Erica Heller a New York, in una libreria di Madison Avenue, un paio di settimane dopo l’uscita del libro. “La parte più complicata è stata quella del divorzio dei miei”, continua, “ha sorpreso anche me vedere quanto ancora la cosa riesca a rattristarmi. Con tutto il tempo che è passato”. Poi mi racconta che “anche se il libro è uscito solo da poche settimane si sono già fatte vive alcune donne per dirmi che erano ‘amiche’ di mio padre. Perché mi cerchino non lo so. E ammetto che la cosa un po’ mi spiazza”. Nel suo libro però ci scherza sopra raccontando di come il padre applicasse “al flirt le pari opportunità: vecchie, giovani, casalinghe o bellone, a lui non importava”. Racconta delle donne avute dal padre durante e dopo il matrimonio. Del come, una volta adulta e andata via di casa, abbia attraversato le infedeltà del padre e la separazione e poi il divorzio dei genitori cercando sempre di non schierarsi. O, se mai s’è schierata, lo ha fatto solo rifiutandosi di dare al padre, fintanto che era in vita (Joseph Heller morì nel dicembre del 1999), la ricetta del pot roast della madre e della nonna.

“Dopo il divorzio”, racconta Erica, “per anni mio padre mi ha pregato, mi ha blandito, è arrivato a propormi una mazzetta di diecimila dollari in contanti in cambio della ricetta segreta del pot roast di mia madre”. La ricetta dell’arrosto da diecimila dollari, rifiutata al padre su espressa volontà della madre, appare adesso in una pagina in coda al libro. Dettata più che altro dai sensi di colpa. Dice Erica Heller: “Se ho dei rimpianti? Avrei dovuto dare a papà la ricetta del pot roast della nonna che tanto gli piaceva? Certo che sì. Col senno di poi mi rendo conto che molto probabilmente non gli sarebbe mai venuto come quello che gli cucinavano mia madre o mia nonna, cosa mi costava dargliela? Sono solo parole su un foglio di carta. Credo che alla fine gli unici ingredienti che non era riuscito a scoprire erano un po’ di paprika e un paio di rametti di aneto”.

A sua discolpa il dubbio che l’amore di Heller per il pot roast fosse tutto tranne che esclusivo. Dal libro della figlia e dall’accuratissima biografia scritta dal romanziere e saggista Tracy Daugherty (Just One Catch. A Biography of Joseph Heller, St. Martin’s Press), si scopre di fatto che a fare il paio con le donne, tra le passioni di Heller c’era la buona cucina. Negli anni Sessanta, insieme agli amici Mario Puzo, Mel Brooks, George Mandel, Irving “Speed” Vogel, Ngoot Lee, Julie Green, Joe Steil e Zero Mostel, Heller fondò il Chinese Gourmet Club, poi ribattezzato più semplicemente Gourmet Club, un circolo che li portava a battere i ristoranti non turistici di Chinatown seguendo regole bizzarre ma inflessibili (a infrangerle si veniva espulsi, sul serio): non aspettare i ritardatari per iniziare a mangiare, non mangiare dal piatto del vicino, non afferrare i pezzi migliori del pollo o dell’aragosta senza prima avere mangiato il riso, mai lamentarsi se il cibo è troppo, e soprattutto niente donne. Regola quest’ultima che rischiò di essere violata soltanto una volta. Da Anne Bancroft, moglie di Mel Brooks. Una sera l’attrice scoprì dove si riuniva il Gourmet Club e piombò al ristorante senza preavviso. Ma il gelo che l’accolse fu tale da farle voltare le spalle e andarsene via per com’era venuta.

Questi e molti altri gli aneddoti raccolti nei due libri. Come la storia della caricatura che da soldato, nel settembre del ’44, Joseph Heller si fece fare a Roma da un ritrattista di via Margutta che poi altri non era che Federico Fellini. O quella dei due grossi cani di porcellana che la moglie Shirley piazzò all’ingresso della casa a East Hampton comprata con le royalties di Catch-22, e che in omaggio all’editore del marito pensò bene di chiamare uno Simon e l’altro Schuster.

Più belle e appassionanti delle altre, le storie che riguardano la scrittura e la fortuna editoriale di Catch-22, il cui primo capitolo (un manoscritto di venti pagine che si chiamava Catch-18) finì per caso nelle mani dell’allora ventiquattrenne agente letterario Candida Donadio, che lo prese talmente a cuore da riuscire a farlo pubblicare (dopo un’infilata di rifiuti) dalla rivista letteraria New York Writing. Nel novembre del 1953 Heller finì così sul numero 7 della rivista, in buona compagnia di Dylan Thomas, Heinrich Böll e un altro promettente esordiente che all’epoca si firmava soltanto Jean-Louis (era Jack Kerouac, e il racconto pubblicato sulla rivista sarebbe diventato un pezzo di On the Road). Da lì Catch-18 arrivò nelle mani di Robert Gottlieb, ventiseienne editor di Simon & Schuster, che decise di comprare il romanzo chiedendo a Heller di continuarlo. Heller, all’epoca copywriter, passò i successivi sette anni a scriverlo, per pubblicarlo finalmente il 10 ottobre del 1961 con il titolo Catch-22 (il cambio di numero fu dovuto all’uscita di Mila 18 di Leon Uris, e richiese infinite discussioni e relative cene. Racconta la figlia Erica: “Mi ricordo le sere in cui seduti a cena intorno al tavolo i miei genitori sputavano fuori numeri a caso: ‘Catch-27?’ No, mio padre scuoteva la testa. ‘Catch-539?’ Troppo lungo, troppo ingombrante. Io non avevo idea di cosa parlassero”) e una campagna pubblicitaria inaudita per l’epoca.

Il romanzo, che basandosi sull’esperienza diretta di Heller racconta le tragicomiche avventure del bombardiere Yossarian durante la seconda guerra mondiale, ottenne un successo inaudito, conquistando con il suo intelligente antimilitarismo prima chi come Heller aveva vissuto il conflitto mondiale e in Yossarian si identificava, poi i giovani impegnati a manifestare contro la guerra in Vietnam e da Yossarian (e da Heller) si sentivano capiti, e da lì tutte le generazioni a venire. A distanza di mezzo secolo il libro continua a vendere 85mila copie all’anno, e nuove edizioni continuano ad apparire sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo. L’ultima è un’edizione speciale appena pubblicata in America per il cinquantenario del libro, arricchita da una bella introduzione dell’amico Christopher Buckley, dalle prefazioni di Heller alle passate riedizioni, da alcune foto e dalle recensioni dei colleghi scrittori (Nelson Algren, Norman Mailer e Anthony Burgess tra gli altri).

Capita così di imbattersi nel libro sullo scaffale della libreria in cui siamo, e di sorridere ascoltando Erica che racconta di come alla domanda che per anni venne fatta al padre: “Com’è che non ha mai più scritto un libro bello come Catch-22?” Heller senza pensarci troppo rispondeva: “E chi è che l’ha scritto?”  O sentendole rievocare quelli che definisce i gloriosi anni a.C. (after Catch-22): “Quando Catch finalmente cominciò a far parlare di sé, i miei spesso prendevano un taxi di notte e facevano il giro delle più importanti librerie della città per vedere l’allegro ammasso di rosso, bianco e azzurro e l’omino storto sulle copertine del ‘libro’, i volumi impilati uno sull’altro o a piramide, in bella vista in tutte le vetrine illuminate. Mi chiedo se si siano mai divertiti tanto come in quei momenti”.

Nella prefazione di una delle tante edizioni del libro, Heller scrisse che “è impossibile prevedere o controllare come verrai ricordato da morto. In questo morire è come avere figli: non sai mai che verrà fuori”. Per i cinquant’anni del suo Catch-22 è facile e bello ricordarlo così: su un taxi di notte, insieme alla moglie Shirley, a fare il giro delle librerie di New York. Prima di salutare Erica le chiedo cosa immagina che avrebbero detto i suoi leggendo il memoir che ha scritto su di loro. Lei ci pensa su e poi mi risponde: “Mia madre sarebbe molto seccata dal fatto che ho rivelato la ricetta di famiglia del pot roast. E mio padre probabilmente direbbe: ‘Non è male, ma non è Catch-22!’”

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Hey feminist https://minimaetmoralia.it/societa/hey-feminist/ https://minimaetmoralia.it/societa/hey-feminist/#comments Mon, 15 Oct 2012 09:22:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9805 Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato su D La Repubblica.

La notizia è che Ryan Gosling è diventato un’icona femminista. E che quel suo supersexy dire “Hey girl” è già slogan amatissimo dalle donne in rete. Artefice della bizzarra combinazione Ryan Gosling/femminismo è una ricercatrice di gender studies dell’Università del Wisconsin. Si chiama Danielle Henderson, e per rendere (a se stessa e alle sue colleghe) più accessibili nonché praticabili le teorie femministe nell’età contemporanea, lo scorso ottobre ha aperto il tumblr Feminist Ryan Gosling. Fatto alla buona con Photoshop e grande immaginazione, il blog mette insieme foto di Gosling e frammenti di discorsi e teorie femministe (o anche semplicemente “da femmina”), trasformando l’inconsapevole sexy divo nell’uomo perfetto per la donna emancipata di oggi.

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Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato su D La Repubblica.

La notizia è che Ryan Gosling è diventato un’icona femminista. E che quel suo supersexy dire “Hey girl” è già slogan amatissimo dalle donne in rete. Artefice della bizzarra combinazione Ryan Gosling/femminismo è una ricercatrice di gender studies dell’Università del Wisconsin. Si chiama Danielle Henderson, e per rendere (a se stessa e alle sue colleghe) più accessibili nonché praticabili le teorie femministe nell’età contemporanea, lo scorso ottobre ha aperto il tumblr Feminist Ryan Gosling. Fatto alla buona con Photoshop e grande immaginazione, il blog mette insieme foto di Gosling e frammenti di discorsi e teorie femministe (o anche semplicemente “da femmina”), trasformando l’inconsapevole sexy divo nell’uomo perfetto per la donna emancipata di oggi.

I discorsi cominciano tutti con un “hey girl” e procedono alla rinfusa ma con genio, mescolando complesse teorie, umorismo alla Lucy van Pelt e puro nonsense. Gosling (di fatto la foto di Gosling) si ritrova a dire cose tipo: “Hey girl, è stata una settimana faticosa; ti andrebbe di starcene qui stanotte, a farci le carezze sulla pancia e parlare della politica della differenza sessuale in Derrida?” Oppure: “Hey girl, sto facendo un’analisi retorica della tua camera da letto”. O ancora: “Hey girl, dai inizio a una rivoluzione, smetti di odiare il tuo corpo”.

Risultato dell’operazione è che il tumblr ha avuto (e continua ad avere) talmente successo in rete e sulla stampa da rendere la stessa Henderson famosa e Gosling ancora più famoso di quel che già era. Sulla scia di Feminist Ryan Gosling sono nati tumblr analoghi, video e fotomontaggi di ogni sorta (in cui c’è sempre e comunque Ryan Gosling che dice “hey girl”). Tra i video più cliccati ed eloquenti (in termini di popolarità) c’è quello in cui si racconta di come Ryan Gosling a New York abbia salvato la giornalista e blogger inglese Laurie Penny dall’essere investita da un taxi (puzza di leggenda metropolitana ma è accaduto sul serio, diventando subito di pubblico dominio grazie a un tweet dalla stessa Penny). E quello in cui negli studi di MTV Gosling legge divertito i fotomontaggi con la propria faccia e le bizzarre frasi femministe che inconsapevole si ritrova a dire. In ultimo è in arrivo il libro dal tumblr della Henderson, Feminist Ryan Gosling, edito in America da Running Press, già distribuito in anteprima nei punti vendita Urban Outfitters, e disponibile in libreria e su amazon da metà agosto.

Alla domanda perché proprio Ryan Gosling, Henderson risponde di avere visto soltanto un paio di suoi film e che il suo “non è un fan blog di Ryan Gosling” (non che ne dubitassimo). Dice dell’attore con stupefacente distacco: “Dall’aspetto sembra affascinante e adorabile e ha un cane bellissimo, ma non so molto di lui”. Poi ci tiene a precisare che “il blog è iniziato per scherzo, era solo un modo per memorizzare le cose che studiavo, ed era destinato a essere visto solo dalle mie colleghe. Non sono un’esperta di teorie femministe, sono solo una studentessa che cerca di imparare concetti complicati. E così ho pensato che usare Ryan Gosling poteva essere utile e divertente”. Con il successo del tumblr sono arrivate anche le critiche. Quella, per esempio, di non essere molto femminista nell’usare un maschio bianco come proprio avatar. Critica a cui Henderson saggiamente risponde: “Da nera che ha vissuto ogni singolo momento della mia vita da nera in un paese che non mi fa mai dimenticare di essere nera (e che all’università studia come la razza venga rappresentata ed esamina il modo in cui il femminismo si relazioni al razzismo) direi che non l’ho scelto a caso. Direi piuttosto che è una cosa voluta. E il blog fa ridere anche per questo”. Nessuna ideologia nel blog, “creato anche per cercare di prendere in giro il modo in cui parliamo noi accademici”, continua Henderson. “Agli occhi di alcuni sembriamo degli alieni, e per altri siamo dei perfetti imbecilli”. Cosa che, ribaltando il punto di vista, si potrebbe dire anche di certe star di Hollywood. E Ryan Gosling non è un caso isolato.

A cercare in rete o in libreria, si direbbe infatti che ci sia una buona dose di femminismo inconsapevole in più di una star del cinema. A confermarlo un illuminante libro della giornalista e saggista M.G. Lord dall’altrettanto illuminante titolo: The Accidental Feminist: How Elizabeth Taylor Raised Our Consciousness and We Were Too Distracted By Her Beauty to Notice (La femminista accidentale: come Elizabeth Taylor ha risvegliato le nostre coscienze e noi eravamo troppo distratti dalla sua bellezza per accorgercene, pubblicato quest’anno in America da Walker & Company). Efficace ed esaustiva già nell’introduzione, Lord scrive come l’attrice abbia già avuto parecchi biografi, “ma spesso finiscono per essere libri che rivelano molto più dell’autore che di Liz Taylor”. E ancora, tanto per inquadrare la sua eroina, cita la volta in cui L’Osservatore Romano accusò l’attrice di “accattonaggio erotico” e lei senza scomporsi ribatté con brio: “Posso querelare il Papa?” Da queste premesse M.G. Lord procede poi in ordine cronologico, ripercorrendo la carriera cinematografica di Taylor per rintracciare la femminista che era in lei. Si comincia così da Gran Premio, 1944. Il film uscì nelle sale che l’attrice aveva appena dodici anni ma alle spalle una carriera già avviata. Gran Premio le diede semplicemente la visibilità e celebrità che meritava facendo di lei l’enfant prodige che sarebbe stata ancora per qualche anno a venire. Di prodigioso (e accidentalmente femminista), al di là dell’interpretazione, c’è soprattutto la storia del come ebbe la parte: undicenne lesse il libro da cui era stata adattata la storia, se ne innamorò, e decise che avrebbe interpretato Velvet. Si presentò dal produttore del film, Pandro S. Berman, che apprezzò l’entusiasmo e la determinazione ma le rispose che era troppo bassa. Taylor andò via, rifiutata ma non arresa, sospettando più che altro che a quell’età sarebbe comunque cresciuta. Mesi dopo tornò da Berman, l’uomo misurò l’altezza della ragazzina, e le diede la parte.

A seguire un’infilata di ruoli e di film in un modo o nell’altro pionieristici per una donna di metà Novecento. Analizzati da Lord, in particolare, Un posto al sole, Il gigante, Improvvisamente l’estate scorsa, Venere in visone, Cleopatra, Castelli di sabbia, Chi ha paura di Virginia Woolf?, Mercoledì delle ceneri, e in ultimo The Little Foxes, piece teatrale scritta da Lillian Hellman e diretta a Broadway nel 1981 da Austin Pendleton, in cui Taylor interpreta (come in passato Tallulah Bankhead, Bette Davis e Anne Bancroft) la regina Hubbard Giddens. Una lunga e appassionante carriera da attrice quella di Elizabeth Taylor, che di femminista oggi conserva qualche aneddoto e molte buone battute. Leslie Lynnton Benedict nel Gigante: “Politica? Affari? Che cosa c’è di così maschile in una conversazione da impedire alle donne di immischiarsi?” Cleopatra in Cleopatra, in attesa di suicidarsi: “Prima vorrei mangiare qualcosa”. Martha in Chi ha paura di Virginia Woolf?: “Sono sguaiata e volgare e in questa casa porto i pantaloni perché qualcuno deve farlo. Ma non sono un mostro”. Che in un mash-up ideale tra il libro di Lord e il tumblr di Henderson diventerebbe una foto di Ryan Gosling che dice: “Hey girl, in questa casa porto i pantaloni perché devo farlo, ma non sono un mostro”.

Tornando infine a una visione d’insieme, a una sorta di campo lungo cinematografico, in cui mettiamo dentro femministe, Ryan Gosling e Liz Taylor, c’è da chiedersi cosa i tre abbiano in comune. Verrebbe da dire niente. E poi però una vocina saggia, che nell’universo delle infinite possibilità potrebbe appartenere a tutti loro o a nessuno di loro, dice: “Hey girl, potremmo continuare a parlare di come Henderson vede il post-femminismo e il modo in cui influenza il cinema di oggi, ma che ne dici se ce ne andiamo a casa, ci infiliamo dentro il letto e guardiamo un po’ di vecchi film con Liz Taylor?”

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