anniversario Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anniversario/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 13:05:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg anniversario Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/anniversario/ 32 32 DFW https://minimaetmoralia.it/ritratti/5155/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/5155/#comments Mon, 12 Sep 2011 08:44:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5155 Nel terzo anniversario dalla morte di David Foster Wallace ricordiamo lo scrittore pubblicando questo suo ritratto a opera di Tommaso Pincio. Cliccando sull’immagine è possibile ingrandirla. minima&moraliaMinima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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Ballard un anno dopo https://minimaetmoralia.it/letteratura/ballard-un-anno-dopo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ballard-un-anno-dopo/#respond Mon, 19 Apr 2010 08:31:07 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2265 Iniziamo la settimana con la voce di Nicola Lagioia, che ieri ha pubblicato sul Riformista un articolo dedicato allo scrittore inglese James Graham Ballard, morto il 19 aprile dello scorso anno. Un anno fa moriva James Ballard, nato a Shangai da genitori britannici, maestro del genere letterario che forse ci rappresenta meglio – la fantascienza […]

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Iniziamo la settimana con la voce di Nicola Lagioia, che ieri ha pubblicato sul Riformista un articolo dedicato allo scrittore inglese James Graham Ballard, morto il 19 aprile dello scorso anno.

Un anno fa moriva James Ballard, nato a Shangai da genitori britannici, maestro del genere letterario che forse ci rappresenta meglio – la fantascienza del presente – e, insieme a Philip K. Dick e William S. Burroughs, coraggioso esploratore di quel particolarissimo stato di coscienza alterato che, grazie all’esplosione dei mass media, è diventato una condizione permanente del nostro stare al mondo. Si potrebbe quasi dire che il discorso iniziato da Sigmund Freud ad apertura di XX secolo (L’interpretazione dei sogni uscì a cavallo tra 1899 e 1900, proprio mentre Nietzsche moriva lasciando al Novecento una delle eredità più scomode e controverse dalla cui vertiginosa altezza un filosofo si sia mai congedato) si sia aggiornato – su piani e con linguaggi decisamente diversi – grazie a opere come Pasto Nudo (Burroughs), Le tre stimmate di Palmer Eldritch (Dick), e La mostra delle atrocità, probabilmente il capolavoro di Ballard insieme a Crash.
Simile in questo a Franz Kafka, a cui fu sufficiente un interno praghese con scarafaggio per ribaltare la letteratura del suo tempo, l’intuizione più profonda di James Ballard consistette nel capire che le contemporanee forme di comunicazione (tv, cinema, pubblicità), di convivenza (i grattacieli, i centri commerciali), di trasporto (l’automobile, cioè il vero oggetto-simbolo del secolo breve) spalancavano scenari tanto nuovi quanto inquietanti e inimmaginabili se indagati a fondo, tanto da far retrocedere a semplice modernariato non solo i viaggi al centro della terra di Verne o gli uomini invisibili di H.G. Wells, ma anche l’epica fantascientifica del pur valoroso Isac Asimov, che però da questo punto di vista sta a Ballard come Salgari a Conrad.
È sufficiente così un presunto monumento di razionalità e tecnica (il grattacielo londinese de Il condominio, i cui abitanti a un certo punto iniziano ad ammazzarsi barbaramente tra di loro) perché Ballard ci mostri quanto sia breve il passo che ancora separa la civiltà dalla barbarie; gli basta rileggere (in Crash) il concetto di incidente automobilistico come speculare dell’apoteosi erotica per riaggiornare gli studi sulla pulsione di morte che in Al di là del principio di piacere segnarono proprio il pensiero dell’ultimo Freud; ecco allora che i centri commerciali diventano i nuovi catalizzatori delle tensioni sociali (Regno a venire e il suo celebre incipit: «I quartieri residenziali sognano la violenza…»); e soprattutto ecco che un ospedale psichiatrico (La mostra delle atrocità) diventa il luogo giusto per raccontare la schizofrenia da bombardamento massmediatico da cui siamo affetti tutti noi uomini ufficialmente sani di mente, il cui diaframma tra interiorità e immaginario collettivo è ormai andato in frantumi.

Per capire quanto siano stati profetici e seminali i sogni di Ballard, basti pensare a come hanno contaminato tutta la cultura successiva, ben oltre i confini della letteratura sperimentale. Si pensi ad esempio a Ghostbuster, campione d’incassi del 1984. Chiunque abbia visto il film ricorderà la scena in cui Gozier, una divinità sumera materializzatasi dopo millenni nel cielo di New York, fa esplodere la sua voce cavernosa dicendo agli acchiappafantasmi arrampicati sulla cima dell’Empire State Building che il primo pensiero formulato dalle loro teste prenderà vita per radere al suolo la città. A quel punto i quattro uomini in tuta bianca cercano di non pensare a niente. Si dicono l’un l’altro: «facciamo il vuoto mentale, facciamo il vuoto mentale!» Pochi secondi dopo, le strade di Central Park West vengono scosse da un rumore assordante: un gigantesco pupazzo bianco vestito da marinaretto in tutto simile all’omino Michelin compare tra i grattacieli pronto a portare morte e distruzione. Dan Aykroyd, uno degli acchiappafantasmi, a quel punto confessa: «non è colpa mia, ci è entrato da sé… non ho potuto non pensarci!» E quando il suo collega Bill Murray gli chiede: «ma insomma, si può sapere a cosa diavolo hai pensato?», lui dice sbigottito: «al… al pupazzetto della pubblicità dei marshmallow che mangiavo da bambino». È qui che, pur con le forme dell’intrattenimento mainstream, gli autori del film vengono a dirci come– ancora prima delle immagini libidiche primarie – le presenze che ormai popolano i lati oscuri delle nostre menti sono i personaggi delle pubblicità che ci avevano fatto compagnia da bambini, quando ancora non sapevamo cosa fosse l’alfabeto: teneri buffi amorevoli fantasmi che, incarnati anni dopo in qualche cosa di reale, diventavano mostruosi. E cioè lo stesso concetto espresso da Ballard, in forma decisamente più inquietante e profonda, quindici anni prima nella Mostra delle atrocità.
La cosa più interessante è tuttavia capire come l’eredità di Ballard verrà raccolta, non tanto a un anno dalla sua morte, ma a dieci da quella del Novecento. Se infatti il XX secolo è stato all’insegna dei media cosiddetti caldi (tv, radio), il XXI nasce sotto le algide insegne del silicio, e la Rete, le chat, i social network, la realtà virtuale colonizzano il nostro immaginario in modo completamente diverso da come hanno fanno gli schermi cinematografici e televisivi. Non ci sarà più un’altra Marilyn, un altro Elvis, un altro Jimmy Dean (per soffermarci su una tipologia di icona molto cara alla ricerca ballardiana…), e questo non a causa di chissà quale decadenza di rappresentazione ma, semplicemente, perché le mitologie che prendono corpo in un mondo globale e totalmente interconnesso possiedono una natura completamente diversa, e hanno smesso di puntare su quelle parabole ultraindividuali in salsa cristica e dionisiaca al tempo stesso segnavano i destini delle star di un tempo. Così, gli eredi di Ballard sono probabilmente quegli scrittori che prendono la sua lezione per innestarla su scenari completamente diversi. Pensiamo a Richard Powers, e a come cala le neuroscienze nei propri solventi narrativi. E soprattutto pensiamo a un grande di inizio XXI secolo (e ahimè, scomparso prematuramente) come Roberto Bolaño: che cosa sono le mille voci tra loro interconnesse che popolano romanzi come 2666 o I detective selvaggi se non la più (fino ad ora) ardita rappresentazione della Rete in chiave letteraria?
Ultimo, ma non meno importante aspetto, dell’intellettuale del Novecento James Ballard possedeva anche un certo impegno civile. Mai apocalittico, più scienziato e sciamano che Cassandra della contemporaneità, il che non vuol dire che non fosse capace di affondi molto duri. Poco prima di morire, intervistato da Valerio Evangelisti, disse di Tony Blair: «è un caso triste. Ha portato questo paese in guerra contro l’Iraq sulla base di falsità. Ha sostenuto che Saddam aveva armi di distruzione di massa; mentre ovviamente non ne aveva. È stato un danno enorme per la pace e la stabilità del mondo e noi ne pagheremo le conseguenze». Di Berlusconi, nella stessa intervista: «Molti commentatori hanno detto: quando Berlusconi era primo ministro c’era un nuovo tipo di fascismo all’orizzonte. Controlla tutte quelle emittenti televisive, tutti quei quotidiani, ecc. Io non so se tutto questo sia vero, ma forse qui c’era l’inizio di qualcosa, l’uso dei mezzi di comunicazione di massa per un nuovo tipo di politica emotiva. Perché questa è la chiave di tutto: le emozioni». E in piena era Bush, a proposito dell’attacco alle Twin Towers, fu davvero fulminante: «In un certo senso, l’11 settembre è stata una specie di sveglia: Svegliati, America!. Io penso che si siano svegliati, ma che siano scesi dalla parte sbagliata del letto».

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Un onorevole siciliano https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-onorevole-siciliano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-onorevole-siciliano/#respond Fri, 20 Nov 2009 09:23:59 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1180 Questo articolo è apprso sul Riformista. Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato […]

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Questo articolo è apprso sul Riformista.

Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato da Lanfranco Palazzolo per le edizioni Kaos: Leonardo Sciascia deputato radicale. I soli testi «parlamentari», insieme alla relazione di minoranza redatta per la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, vengono ora riproposti in un agile volumetto Bompiani, Un onorevole siciliano, con introduzione e commento di Andrea Camilleri.
Nel ventennale della morte, questi interventi tenuti a Montecitorio offrono più di uno spunto di riflessione sul confine «civile» dell’attività più strettamente letteraria del grande scrittore siciliano. Come scrive Camilleri, Sciascia è stato sempre stato «un politico», sia quando ha scritto romanzi e racconti, sia quando ha scritto articoli che hanno fatto infuriare il dibattito pubblico, sia quando è stato consigliere comunale a Palermo, come indipendente nel Pci, o appunto parlamentare radicale. E da letterato che scruta la società siciliana e italiana (o da intellettuale «illuminista» che utilizza l’arma letteraria) si è sempre prodigato, come scrisse su Tuttolibri nel ’79, per realizzare una «salutare confusione» tra etica e politica.
Perché Sciascia andò in Parlamento? Secondo Camilleri per prendere parte dall’interno alla Commissione di inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Moro, dopo aver scritto pochi mesi prima L’affaire Moro. Ma forse c’era anche una motivazione più profonda, come dirà egli stesso in un’intervista concessa a Marcelle Padovani: contribuire nel proprio piccolo a «rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà». E farlo nelle file dell’unico partito che al momento lo consentiva, il partito radicale.
Profondamente deluso, quattro anni dopo Sciascia avrebbe lasciato la Camera con un senso di liberazione. Tuttavia nel corso della legislatura intervenne su tutte le questioni più calde: la lotta alla mafia, le restrizioni delle libertà civili e la concessione di maggiori poteri alle forze di polizia, il caso Pecorelli, il caso Donat-Cattin e il coinvolgimento di Cossiga, lo scandalo della ricostruzione del Belice, le presunte violenze subite dai terroristi detenuti, l’omicidio del magistrato Ciaccio Montalto a Trapani… Parafrasando il giudizio di Camilleri, potrebbero definirsi tutti interventi politici, ma di un impolitico, di un marziano capitato nel cuore del potere legislativo.
Sciascia parla sempre concisamente, va subito al dunque, spesso cita libri e romanzi nel bel mezzo dell’analisi dell’infuocata quotidianità politica. I testi delle sue interpellanze e interrogazioni sembrano quasi oscillare tra due fuochi: un riformismo volterriano che si fa via via più pessimista, in un paese castale, violento, irriformabile; e una tensione alla straniamento quasi pasoliniana.
Alcuni discorsi sono talmente sciasciani che meritano di essere citati per esteso. Ad esempio, intervenendo sulle misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico, dice: «Una delle cose che più mi sgomentano in questa mia breve esperienza parlamentare è la constatazione di una doppiezza tra il dire e il fare e tra il dire e il dire, che si realizza in scarti minimi di tempo e di spazio, cioè tra questa aula e il cosiddetto transatlantico: tra quello che si dice e si fa in quest’aula e quello che si dice prima di entrarvi o appena usciti». O, altrove, quando prende la parola per parlare di mafia e si dice a favore di nuove forme di controllo sugli illeciti arricchimenti, afferma: «Questa proposta va benissimo, ma bisogna allargarla, estenderla; il controllo, cioè, deve estendersi anche a noi, che stiamo su questi banchi».
In giorni in cui si discute della reintroduzione dell’immunità parlamentare, paiono davvero le parole di un alieno. Così come aliena appariva allora, a proposito della lotta alla mafia e al terrorismo, la continua riproposizione del principio secondo cui mai e poi mai lo Stato avrebbe dovuto smarrire il diritto e presentarsi come mera forza.
Per Sciascia, alla fine dei cupi anni settanta, e dopo la tragedia del caso Moro, non è il paese a essere ingovernabile, bensì le sue classi dirigenti, la sua cappa politica che ha colonizzato le istituzioni. Le sue interpellanze parlamentari andrebbero rilette insieme alle raccolte di articoli e riflessioni Nero su nero e A futura memoria. Costituiscono quasi le due facce della medaglia di una medesima analisi, i due volti di un pessimismo lucido in un paese offuscato.
Tuttavia, nel ventennale della sua morte, il ricordo della sua parentesi parlamentare favorisce anche un’altra riflessione. Sarebbe possibile oggi, per un epigono di Sciascia, trovare il medesimo ascolto in un aula parlamentare? In quell’Italia, Sciascia poteva essere politicamente iperminoritario, ma era ancora ascoltato. Oggi l’interlocuzione tra intellettuali e politica è totalmente saltata. Indipendentemente dall’autorevolezza dei primi, è la seconda a essersi completamente trasformata. Mutato il canone del dibattito pubblico e i criteri della rappresentanza politica, la critica illuministica – cui Sciascia ancora credeva – non ha più via d’accesso alla critica del Palazzo. O è inascoltata o si riproduce in farsa. Per cui leggere gli interventi parlamentari di Sciascia è come recuperare, a ogni pagina, un reperto archeologico. A essere sciasciani fino in fondo, si potrebbe dire che quel tentativo di interlocuzione è la nostra preistoria.

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Hanno detto di lui https://minimaetmoralia.it/letteratura/hanno-detto-di-lui/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/hanno-detto-di-lui/#comments Sat, 12 Sep 2009 06:20:20 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=654 Una pubblicazione straordinaria, quella di questo weekend, che la redazione di minima&moralia ha deciso in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di David Foster Wallace. Il primo è un pezzo che Nicola Lagioia ha scritto qualche tempo dopo la notizia della sua morte per la rivista Lo Straniero. A seguire due interventi, uno di Tom […]

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Una pubblicazione straordinaria, quella di questo weekend, che la redazione di minima&moralia ha deciso in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di David Foster Wallace. Il primo è un pezzo che Nicola Lagioia ha scritto qualche tempo dopo la notizia della sua morte per la rivista Lo Straniero. A seguire due interventi, uno di Tom Bissel l’altro di Dave Eggers pubblicati su McSweeney’s e tradotti dal nostro direttore editoriale e traduttrice di Wallace, Martina Testa, di cui l’ultimo ricordo.

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» Questo, molto semplicemente, il tenore dei commenti a botta calda. Io stesso – che lavoro per la casa editrice che ha pubblicato Foster Wallace fuori dagli States per prima – sono stato raggiunto telefonicamente da persone che non sentivo da mesi o che conosco solo di sfuggita: nessuna pruriginosa richiesta di informazioni sul perché e sul percome del gesto, né la voglia di chissà quale analisi definitiva sull’esperienza letteraria dell’autore di Infinite Jest – piuttosto, la voglia di condividere con qualcun altro che presumibilmente ha fatto esperienza dell’universo-Foster Wallace una notizia pubblica che, inaspettatamente, irrompe nel privato. Irrompe nel privato e fa male, questo il punto. «Cosa sta succedendo?» mi sono chiesto allora.
A differenza di Hemingway, David Foster Wallace non era una star. Non era neanche un divo della pura assenza come Thomas Pynchon. Si trattava di una persona schiva e gentile, che non se la tirava, e che al delirio metropolitano degli scenari alla Bret Easton Ellis preferiva la quiete nascosta e forse anche monotona delle università di provincia. Dunque, lo sgomento provocato dalla sua morte c’entra poco con l’isterico falò dell’effimero che circonda i campioni della società dello spettacolo quando escono di scena. Tra l’altro, molte delle persone che, appresa la notizia del suicidio, hanno sentito il bisogno d’incontrarsi o semplicemente di mettersi in contatto tra di loro (non tanto gli addetti ai lavori, ma i puri e semplici e sacrosanti lettori), interpellate sui propri gusti letterari, hanno indicato – più o meno confusamente, fuori da ogni ordine cronologico, ma sempre con passione – in Philip Roth e in Cormac McCarthy e in Houellebecq e in Céline e in Philip Dick (questi ultimi due, considerati giustamente a tutti gli effetti dei contemporanei) i loro scrittori di riferimento per il presente, le loro bussole di carta. Solo qualcuno metteva al primo posto Foster Wallace. Dunque, molto spesso, ad andarsene non era stato neanche il loro autore preferito. «E tuttavia», mi hanno tutti detto, «se si fosse suicidato Roth o McCarthy, mi sarebbe dispiaciuto moltissimo non poter leggere i loro prossimi libri. Ma come dire… non avrei sentito tutto questo scombussolamento emotivo». E per quale motivo? «Era uno di noi… solo più talentuoso», di nuovo l’immancabile risposta. Così, prima ancora di capire attraverso il passare del tempo qual è la vera eredità dei reportage di Tennis, tv, trigonometria, tornado o di Considera l’aragosta (probabilmente il superamento del gonzo journalism di Hunter Thompson e di Lester Bangs, uno sfondamento letterario capace di spianare la strada per il revival delle scritture ibride) o di romanzi-mondo come La scopa del sistema e Infinite Jest (il tramonto della stagione minimalista e, contemporaneamente, un vittorioso tentativo di superare il postmoderno mettendosi coi piedi sulle spalle proprio dei vari Barth e Barthelme fin quasi a schiacciarli?), si può cercare di isolare già da adesso di cosa è fatto il vuoto emotivo lasciato da questo scrittore. «Era uno di noi…» Sì, ma in che senso? Pur non avendo mai commesso l’errore di scrivere un romanzo generazionale, David Foster Wallace è stato lo scrittore di riferimento (non necessariamente il più amato, forse non il migliore, ma il più vicino) per moltissimi lettori dell’Occidente ricco nati dopo gli anni sessanta. Insomma, la cosiddetta generazione x. Ma di che tipo di vicinanza si trattava? Sia che ambientasse le sue storie in mondi semifantascientifici dominati dalle multinazionali che negli studi televisivi dei quiz serali o del David Letterman Show che nelle aziende del terziario che nelle classi di creative writing, i personaggi di Foster Wallace erano molto simili ai suoi lettori. Tutti nati in un mondo mostruosamente libero e competitivo (il nostro), tutti abbastanza colti, tutti cioè posseduti dalla cultura pop ma consapevoli della mostruosità che il pop iniziava a rivelare già alla fine del secolo scorso, tutti spietatamente inclini all’autoanalisi fino alle soglie della ridondanza depressiva, di conseguenza tutti a rischio di tracolli d’autostima, tutti capaci di ispezionare fino all’ultima molecola la composizione di un universo bidimensionale e scintillante che provoca inevitabili malesseri in chi lo abita ma che (pur lasciandosi ispezionare in questo modo) non si lascia invece attraversare. Ed eccola, la tragedia dei personaggi di David Foster Wallace: l’incapacità di toccare la cosiddetta real thing. O, per dirla diversamente, l’incapacità di guardare in faccia la Gorgone. Abitare un mondo perennemente acceso dalle luci dei monitor e della pubblicità e dei centri commerciali e dell’informazione giornalistica e della politica-spettacolo, avere tutti gli strumenti per capire che quel mondo rischia di minare alla base lo stesso principio di umanità di chi ne è dentro, dunque sapere che esiste per così dire un controcanto notturno oltre l’abbacinante apparenza di tutte quelle luci ma non riuscire a trovare la porta che consentirebbe di entrare e dunque di attraversare quella notte avendo in questo modo almeno la possibilità di un riscatto: ecco la condanna di tutti i personaggi di David Foster Wallace. Sentire intorno a sé il Male, ma non riuscire più neanche a raggiungerlo così da sbarazzarsene per sempre, persino (o a maggior ragione) nella sconfitta. Una condanna a cui si sottrae il Bardamu di Céline (che invece la sua notte riesce ad attraversarla) o il Barney Mayerson di Philip K. Dick (che nelle profondità dello spazio si trova faccia a faccia con il terribile Palmer Eldritch) o il Marlow di Conrad (che al termine del proprio viaggio nelle tenebre trova Kurtz) o prima ancora Achab, forse il padre di tutti i viaggiatori notturni della letteratura dell’ultimo secolo e mezzo. Una condanna alla quale – per tornare alla contemporaneità – si sottrae il protagonista di uno dei più intensi e significativi reportage di David Foster Wallace: quel David Lynch che per certi versi di Foster Wallace è l’antitesi, e che molto spesso è riuscito a salvare se stesso e tutti noi (sia pure per la durata di un lungometraggio) facendo parlare i propri personaggi direttamente dal dark side per il quale i personaggi di Foster Wallace non riescono invece a trovare mai la via d’accesso. Così, se la scomparsa di Foster Wallace ci lascia soli con qualcosa, è proprio questa terribile impasse. Trovare una strada (etica, artistica, profondamente umana) per superarla rimanendo vivi, è la scommessa che rende più preziosa qualunque eredità del genere.
di Nicola Lagioia

Avevo una sola cosa in comune con Dave Wallace: il vizio di masticare tabacco. Anzi, in realtà, ce n’era anche un’altra: tutti e due venivamo dal Midwest. Ah, e poi probabilmente ho copiato da lui più che da ogni altro scrittore. Ma la nostra amicizia, in effetti, si basava soprattutto sul fatto che tutti e due masticavamo tabacco, e lo masticavamo mentre scrivevamo, e spesso ci odiavamo per questo nostro vizio. L’ultima volta che l’ho visto, in primavera, ero reduce da un’operazione alla bocca – la mia terza operazione alla bocca, a dirla tutta. Avevamo parlato tanto della nostra abitudine ma non avevamo mai masticato tabacco insieme, ed era la prima volta che ci vedevamo da parecchi anni. Si può dire che eravamo conoscenti più che amici. È difficile instaurare un’amicizia con una persona che si ammira così tanto quanto io ammiravo Dave, e la dice lunga sul suo garbo e la sua gentilezza il fatto che, pur sapendo benissimo quanto ero in debito con lui come scrittore, mi abbia anche solo lasciato entrare nella sua vita. Comunque sia. Tornando al tabacco. Lui aveva smesso per un po’, ma poi aveva ricominciato. Io avevo smesso da tre settimane. Dopo lunghe contrattazioni, decidemmo che potevamo concederci almeno una masticatina insieme, una sola. Finita quella, ci mettemmo a giocare a scacchi. Mi stracciò due volte di seguito, senza mai smettere di esternare la sua sorpresa per quanto mi stessi rivelando una schiappa. (Prima di cominciare, mi aveva detto che i suoi amici si sorprendevano sempre di quanto fosse una schiappa lui.) Quando poi, al termine delle partite, gli chiesi di firmare la mia copia di Infinite Jest (che avevo comprato nel 1996, mentre ero al college, quando spendere 30 dollari per un libro cartonato ti mandava in bancarotta sul serio, e che da allora mi ero portato dietro praticamente ovunque, perfino nel mio soggiorno in Uzbekistan con i Peace Corps, altra cosa non facilissima, date le limitazioni di bagaglio e di spazio a cui eravamo sottoposti), lui me la firmò in un modo molto tenero e bello, ma anche un po’ sardonico, disegnando uno schemino che mostrava il progredire delle nostre partite a scacchi, quasi a lasciar intendere che mi aspettava tutta una serie di partite a scacchi con lui in futuro: fece due segni di spunta sotto il suo nome e lasciò vuoto lo spazio sotto il mio. Poco prima della fine del weekend, però, finalmente riuscii a batterlo. Mi scordai di fargli correggere lo schemino, ma mi dissi che la prossima volta che ci saremmo visti gliel’avrei chiesto, e magari ci saremmo anche fatti un’altra partita.
L’unica cosa che posso dire di Dave è che la persona che leggiamo sulla pagina – le circonvoluzioni da Via Lattea del suo cervello, l’integrità quasi da uomo di altri tempi, la capacità di rendere colloquiali le cose intellettuali e di dare eleganza alle cose scatologiche e di raccontare con onestà le cose orribili, l’impressione che dava di non cercare mai di mentire al lettore – coincide, di fatto, con la persona che era. O se non altro, con la persona che è sempre stato quelle volte che l’ho incontrato e ci ho parlato, che non sono state molte, ma che proprio per questo, adesso, mi sono ancora più care. Per quanto sia difficile crederlo, nei rapporti personali e virtuali era altrettanto spiritoso che sulla pagina. Qualche giorno dopo quel weekend passato insieme, ho ricevuto un’e-mail in cui Dave commentava lo stato in cui erano rimasti i cani suoi e della moglie dopo la partenza della mia ragazza, la quale aveva legato talmente bene con quegli animali che la separazione aveva lasciato parecchio turbate tutte le parti in causa. In questa e-mail scriveva che i cani continuavano «a vivere, sul piano emotivo, in una sorta di stato apparentemente post-coitale; lei gli ha fatto qualcosa, a livello fisico, che sembra essere stato tutt’altro che spiacevole». Gli mandammo anche dei cioccolatini, e lui ci assicurò che la moglie Karen ci si sarebbe «avventata sopra strillando di letizia, mentre io mi mordo le mani per l’invidia». «Stato apparentemente post-coitale». «Strillando di letizia». Nessun altro scrive così. Anche adesso, oggi, quando col cuore di piombo sono andato a recuperare queste e-mail, nel rileggerle, chissà come, ho riso di nuovo. Era una persona schietta, sì, e spiritosa, certo, ma era anche l’uomo più gentile e più corretto che si possa immaginare: una specie di gentilezza da vecchietta del Midwest, di correttezza non priva di ostinazione che però aveva dentro anche lo spazio per cose pesanti.
Io non riesco a capire come possa esistere un mondo in cui uno come lui ci lascia in questo modo, ma le opere di Dave, se cercavano di insegnarci qualcosa, cercavano di insegnarci che non esistono risposte semplici. In questo secondo e impenetrabile giorno dalla sua morte non riesco a levarmi dalla testa l’ultima frase di Infinite Jest, in cui Don Gately, probabilmente il personaggio più complicato, affascinante e straziante che Dave abbia mai creato, si risveglia su una spiaggia dopo una pesantissima abbuffata di droghe. «E quando si riebbe era disteso sulla schiena su una spiaggia di sabbia ghiacciata, e pioveva da un cielo basso, e la marea era molto lontana». In questo periodo la marea sembra più lontana, e il cielo più basso, che in qualunque altro momento della mia vita, e l’unico scrittore che consideravo in grado di mostrarmi esattamente quanto era lontana, e quanto ci avrebbe messo a riavvicinarsi, se n’è andato.
di Tom Bissell

Contattammo per la prima volta David Foster Wallace mentre mettevamo in piedi la rivista letteraria Might, nel 1996. Avevamo letto La scopa del sistema e quindi gli chiedemmo se gli andava di mandarci qualcosa: un articolo, un racconto, un appunto su un tovagliolo di carta. Lui ci mandò un pezzo, sul sesso all’epoca dell’AIDS, che fu di gran lunga la cosa migliore che la rivista abbia mai pubblicato. Mi ricordo che ci arrivò in condizioni impeccabili, senza un refuso o un errore di punteggiatura: di fatto era impossibile da editare. Ma uno dei nostri editor ci si mise d’impegno e cominciò a riempirlo di freghi rossi come se fosse stato il pezzo di un esordiente. Tornammo in noi appena in tempo, e ci rendemmo conto che in fatto di scrittura quel tizio ne sapeva molto di più di quanto ne sapessimo, o ne avremmo mai potuto sapere, noi.
Un paio d’anni dopo lo conobbi per la prima volta di persona. Abitavo a New York e lavoravo per Esquire: lui aveva appena pubblicato un racconto sulla rivista. Insieme ad Adrienne Miller (che all’epoca era la responsabile della narrativa) lo portammo a cena in una tavola calda dietro l’angolo. Notai con sollievo che di gastronomia sembrava saperne poco quanto me, o interessarsene poco quanto me. La tavola calda fu un sollievo per tutti e due. Parlammo del fatto che era cresciuto a Champaign-Urbana, nell’Illinois, e che io ci avevo frequentato il college, e che suo padre ci insegnava, e rivangammo le bellezze e le stramberie dell’Illinois centrorientale.
È un’esperienza molto strana e di rara intensità quella di conoscere di persona uno scrittore che consideri straordinario e rivoluzionario ma che al tempo stesso proviene dalla tua stessa parte del mondo: e che ha proprio tutta l’aria di provenire dalla tua stessa parte del mondo. Era spiritoso, aveva una correttezza perfino eccessiva e una totale mancanza di supponenza. Era – tutti l’hanno detto e continueranno a dirlo – esattamente come uno avrebbe sperato: era esattamente come uno avrebbe voluto che fosse la persona che aveva scritto quei libri. E lo si capiva già dopo essergli stati accanto un paio di minuti. Era un vero essere umano, molto più colloquiale e normale di quanto ci si poteva immaginare, vedendo ciò che riusciva ad architettare sulla pagina.
Per tutta la cena tenne una tazza sotto il tavolo, mezza nascosta alla vista, in cui sputava il succo di tabacco. Fino a quel momento non avevo idea che avesse il vizio di masticare tabacco. Era buffissimo, perché è un’abitudine molto bizzarra, e molto problematica se non si vive all’aria aperta. Un cowboy o un giocatore di baseball possono sempre sputare per terra, ma chiunque altro si deve portare appresso una tazza piena di sputo marrone. Come quella che lui tenne sotto il tavolo per tutta la cena. Dovevo trattenermi dal guardarla in continuazione.
Qualche mese dopo, Dave fu la prima persona a cui chiedemmo di scrivere qualcosa per McSweeney’s, convinti di non poter cominciare la rivista senza di lui. Per fortuna ci mandò un pezzo immediatamente, a quel punto capimmo che si poteva iniziare. Avevamo davvero bisogno del suo incoraggiamento, del suo nulla osta, perché stavamo cercando, almeno all’inizio, di concentrarci sulla letteratura sperimentale, e in quel campo lui era talmente più avanti di tutti gli altri che senza di lui tutta la nostra impresa sarebbe apparsa ridicola.
Insieme al primo pezzo ci mandò anche un assegno di 250 dollari. Era una cosa inaudita: insieme al contributo letterario, ne mandava uno finanziario. E così fu il primo benefattore della rivista, anche se insistette perché in quel primo numero la sua donazione restasse anonima. Non mi venne facile incassare quell’assegno: avrei voluto conservarlo, incorniciarlo, passare ore a guardarlo.
Il biglietto che ci mandò era scritto a corpo 8, in un carattere con le grazie, ed era ritagliato in modo tale che non andasse sprecato neanche un po’ di carta. Non aveva ancora cominciato a usare l’email, cosa che fece solo molto più tardi. Fino a quel momento, spediva buste da Bloomington, Illinois, con dentro un solo foglio, tagliato in modo tale da utilizzare solo la carta strettamente necessaria per quel messaggio. Il resto lo conservava, o lo usava per altre lettere. E così, ti capitava di trovare nella busta un foglietto di dieci centimetri di altezza e venti di larghezza. E, anche in questo caso, non c’era neanche una parola fuori posto.
Queste lettere diventarono il mio modo di comunicare personalmente con Dave. Anche se lo ammiravo come persona e come scrittore più di quanto sia mai riuscito a dirgli, restammo amici sul piano professionale. Io gli chiedevo di mandarci i suoi pezzi ogni volta che voleva, e tutto quello che ci ha mandato l’abbiamo sempre pubblicato.
di Dave Eggers

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta. Da allora ho tradotto più di 30 libri dall’inglese all’italiano. Alcune sono opere di narrativa sperimentale, o best-seller di qualità, o candidati al premio Pulitzer, o perfino vincitori del premio Pulitzer, ma di nessuno vado fiera come dei quattri libri di David Foster Wallace su cui ho lavorato. Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore.
Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi. Per quello che mi è dato capire, il motivo per cui gli veniva così difficile lavorare con i traduttori non è che considerava le sue parole talmente curate e perfette che chiunque altro, lavorandoci sopra, le avrebbe rovinate; piuttosto, aveva soprattutto paura di essere frainteso, male interpretato, o semplicemente incapace di comunicare esattamente ciò che voleva: in altre parole, era votato all’estrema chiarezza, onestà, purezza, a tutti i costi. Ho sempre pensato che la sua scrittura fosse così complessa e ricca di sfumature perché attribuiva un valore profondamente morale all’atto in sé del comunicare un pensiero, un’immagine, un’idea al mondo esterno: non voleva che la gente lo capisse male, che capisse male una qualunque cosa di quelle che diceva o scriveva; e si faceva veramente in quattro per evitarlo. Poteva sembrare geloso delle sue parole, ma in questo atteggiamento io in realtà vedo un altissimo grado di generosità.
Ho avuto anche la fortuna e l’onore di conoscerlo di persona. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a Capri per un festival letterario. Gli ho fatto da interprete in alcune interviste e nell’incontro ufficiale con il pubblico. Era con la moglie (una gran bella persona), e sembrava talmente sereno e rilassato che non ho la forza di pensare che nel profondo non fosse affatto così. Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito. Sul libretto del festival mi scrisse «Per Martina, con immensa gratitudine e affetto». Nessun sentimento è mai stato così reciproco. Mi mancherà per sempre.
di Martina Testa

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