Antoine Volodine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antoine-volodine/ un blog di approfondimento culturale Tue, 24 Jul 2018 23:05:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antoine Volodine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antoine-volodine/ 32 32 Bruciare la letteratura: “Manaraga” di Vladimir Sorokin https://minimaetmoralia.it/letteratura/bruciare-la-letteratura-manaraga-vladimir-sorokin/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/bruciare-la-letteratura-manaraga-vladimir-sorokin/#respond Wed, 25 Jul 2018 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37849 Sul fatto che l’epoca non sia – per dirla con Bruno Schulz – «geniale» non ci sono dubbi. Anche riuscire a considerarla «letteraria» è complicato. C’è semmai da temere, e molto fondatamente, che in un futuro, prossimo o remoto che sia, venga ricordata come «culinaria», vale a dire il tempo in cui gli chef divennero stelle polari, il talento aveva il suono metallico di pentole e padelle e l’epos giaceva in ciotole colme di intingoli aromatizzati al timo, si diluiva nei soffritti più sofisticati, annegava nei brodetti.

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Sul fatto che l’epoca non sia – per dirla con Bruno Schulz – «geniale» non ci sono dubbi. Anche riuscire a considerarla «letteraria» è complicato. C’è semmai da temere, e molto fondatamente, che in un futuro, prossimo o remoto che sia, venga ricordata come «culinaria», vale a dire il tempo in cui gli chef divennero stelle polari, il talento aveva il suono metallico di pentole e padelle e l’epos giaceva in ciotole colme di intingoli aromatizzati al timo, si diluiva nei soffritti più sofisticati, annegava nei brodetti.

In Manaraga. La montagna dei libri (traduzione di Denise Silvestri, Bompiani), Vladimir Sorokin immagina un 2037 durante il quale, a guerra conclusa, leggere vuol dire soprattutto cucinare, e il «book’n’grill» è l’arte di preparare i piatti migliori a partire dai classici della letteratura, in una varietà di proposte che va dal carré di agnello alla Don Chisciotte alla bistecca di tonno alla Moby Dick (ma all’origine di tutto c’è un arrosto ottenuto dalla combustione del Finnegans Wake).

Poliedrico nella scelta dei suoi «ciocchi di carta», ma con una predilezione per la letteratura russa, Géza, book’n’griller professionista, viaggia per il mondo appiccando ludicamente piccoli fuochi utili ad ammannire ai suoi commensali spiedini di storione ricavati da una copia dell’Idiota o delle Anime morte,saluta i suoi colleghi domandando «Come brucia?», sfoglia le pagine in fiamme usando uno strumento in titanio chiamato excalibur e affida il suo sistema nervoso ai servizi di tre meticolosissime pulci, intelligenti e trillanti, che per lui decifrano il mondo, fanno in sua vece manutenzione della memoria e,quando è il momento di dormire, gli costruiscono vere e proprie sceneggiature oniriche.

Dialogando a distanza con il Ray Bradbury di Fahrenheit 451 – e lavorando al contempo su quell’ironia paradossale che è oggi la materia espressiva di scrittori come Antoine Volodine e Patrik Ouředník, pienamente coscienti che dentro ogni catastrofe si annida sempre una risata feroce – Sorokin racconta l’intuizione che quanto nel Novecento fu la tragedia della bibliocastia si rideclina adesso (più o meno come tutto) in una farsa: all’epoca dello show cooking permanente, il grottesco è la forma del più spietato realismo.

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Antoine Volodine e la distopia di “Terminus radioso” https://minimaetmoralia.it/letteratura/32307-2/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/32307-2/#comments Tue, 18 Oct 2016 06:30:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32307 Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di tutto – e soprattutto, dappertutto – ci sono le piante: la malguardia, la sciugda, la sparvanella, la tartassina, la berlingotta, la vertena santa, l’iglizia, la stupifragola. Talmente fantastiche da risultare plausibili, non fanno che ondeggiare, mormorare, contorcersi, sibilare, crepitare.

Poi – ma solo come sopravvissuti, residui poco più che accidentali che affiorano da questo oceano vegetale – ci sono anche gli umani: disertori in fuga, clandestini, strutturali al sistema e allo stesso tempo dissidenti, miti, violenti, visionari, fisiologicamente mutanti, eternamente moribondi come Bargusine («assai frequentemente vittima di ciò che la saggezza popolare chiama decesso»), oppure eversivamente immortali come Nonna Ugdul (che per la sua ostinazione a non morire mai, sospettata di «deviazionismo organico» nonché di «individualismo piccolo-borghese», riceve dal Partito una nota di biasimo).

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Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di tutto – e soprattutto, dappertutto – ci sono le piante: la malguardia, la sciugda, la sparvanella, la tartassina, la berlingotta, la vertena santa, l’iglizia, la stupifragola. Talmente fantastiche da risultare plausibili, non fanno che ondeggiare, mormorare, contorcersi, sibilare, crepitare.

Poi – ma solo come sopravvissuti, residui poco più che accidentali che affiorano da questo oceano vegetale – ci sono anche gli umani: disertori in fuga, clandestini, strutturali al sistema e allo stesso tempo dissidenti, miti, violenti, visionari, fisiologicamente mutanti, eternamente moribondi come Bargusine («assai frequentemente vittima di ciò che la saggezza popolare chiama decesso»), oppure eversivamente immortali come Nonna Ugdul (che per la sua ostinazione a non morire mai, sospettata di «deviazionismo organico» nonché di «individualismo piccolo-borghese», riceve dal Partito una nota di biasimo).

Le figure che si aggirano in Terminus radioso (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia), il romanzo con cui Antoine Volodine ha vinto il PrixMédicis nel 2014, indossano abbigliamento paramilitare o camicie bianche e pantaloni a sbuffo che li fanno somigliare a personaggi tostojani.

Nel kolchoz di Terminus radioso, in una Seconda Unione Sovietica estesa su gran parte del pianeta, tra cereali preistorici e graminacee mutanti, in un futuro fossile in cui la catastrofe è insieme reale nonché figura retorica, gioco e finzione (come se Volodine avesse immerso La strada di McCarthy nella sostanza sulfurea della parodia), a sovrastare ogni cosa se ne sta una pila atomica mensilmente alimentata con tutto ciò che c’è – «motori di trattore, maestre carbonizzate, dimenticate nella loro classe durante il periodo critico, computer, spoglie fosforescenti di corvi, talpe, lupi e scoiattoli»; un totem che è al contempo un abisso che assorbe, divora e rigenera tutto quello che l’immaginazione narrativa di Volodine – gioiosa, incoercibile, letteralmente radioattiva, capace di rivelare il comico nel tragico – è stata in grado di concepire.

Tanto che Terminus radioso fa del lettore una specie di Empedocle che sporgendosi oltre la bocca del cratere contempla il magma iridescente della narrazione fino a quando – ed è proprio ciò che deve avvenire – non finisce per sprofondare al suo interno.

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