antologia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antologia/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 May 2016 15:03:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg antologia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antologia/ 32 32 La finestra di Borges https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-finestra-di-borges/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-finestra-di-borges/#comments Wed, 11 May 2016 15:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30865 Essendo mio padre un ingegnere della tipologia antica, di quelli che si pensavano anzitutto come intellettuali e vedevano l’ingegneria come un complemento delle discipline umanistiche, e dunque, di fatto, una disciplina umanistica a sua volta, in casa, da sempre, vi erano più testi letterari che scientifici1.

Essendo tuttavia, e comunque, un ingegnere, egli poneva al vertice della piramide quella letteratura la quale, piuttosto che indagare il cuore e l’anima dell’uomo, cercava di circoscrivere a formula, o almeno a proiezione, quelli del mondo. La risoluzione di misteri, l’avventura a chiave, la combinatoria, il gioco letterario, il postmodernismo di marca europea, erano le sue passioni; da ingegnere, tali passioni catalogava in implicite scale di necessità e interazione, dove la chiarezza non aveva importanza minore della volontà di scendere nei recessi dell’ignoto.

L'articolo La finestra di Borges proviene da Minima et Moralia.

]]>
labirinto

Questo racconto  fa parte dell’antologia Panamericana, in uscita in questi giorni per La Nuova Frontiera, che ringraziamo.

– Babbo!
(De Quincey)

Essendo mio padre un ingegnere della tipologia antica, di quelli che si pensavano anzitutto come intellettuali e vedevano l’ingegneria come un complemento delle discipline umanistiche, e dunque, di fatto, una disciplina umanistica a sua volta, in casa, da sempre, vi erano più testi letterari che scientifici1.

Essendo tuttavia, e comunque, un ingegnere, egli poneva al vertice della piramide quella letteratura la quale, piuttosto che indagare il cuore e l’anima dell’uomo, cercava di circoscrivere a formula, o almeno a proiezione, quelli del mondo. La risoluzione di misteri, l’avventura a chiave, la combinatoria, il gioco letterario, il postmodernismo di marca europea, erano le sue passioni; da ingegnere, tali passioni catalogava in implicite scale di necessità e interazione, dove la chiarezza non aveva importanza minore della volontà di scendere nei recessi dell’ignoto.

Se le pendici dell’Olimpo pullulavano di personaggi tanto variegati quanto potevano esserlo Arthur Conan Doyle e Hofstadter, Cipolla e Edwin Abbott, Bartezzaghi e Stevenson e Oreste del Buono (nel fumetto, pur fedele ai dettami di quest’ultimo, apprezzava Moebius ma diffidava del suo compare Jodorowsky), il pyramidion era composto da tre nomi. In basso, guardiani della soglia, sfingi portanti e veridiche incarnazioni dei ‘‘gradi blu’’ di quell’ordine iniziatico che includeva lui solo e che, intesi già nella prima infanzia, avrebbe potuto includere me, c’erano due italiani, noti fino all’ovvio, ampiamente stimati, addirittura rassicuranti: Umberto Eco e Italo Calvino. Sopra di loro, coi piedi ben piantati sulle loro capocce a mo’ di Colosso, un argentino. Si trattava naturalmente di Jorge Luis Borges.

Si dice che il compito dei figli sia uccidere i padri, o almeno superarli, o almeno credere di averlo fatto2. Nel mio caso, visto che avrei scelto la strada delle lettere e non quella delle scienze applicate, l’onere era più lieve di quello toccato ad altri: a colpi granitici di Kafka, Joyce, Proust, Faulkner, Pynchon, era fin banale smontare le mura di gesso di Calvino, quelle di mattoni di Eco. Per giocare a detestare il primo, poi, bastava leggere le sue lettere editoriali, il Marcovaldo, prcalvino-e-j-l-borgesendere le misure della limitatezza del gioco di Se una notte d’inverno rispetto a quanto si faceva, e anni prima, in America… Per il secondo, bastava ricollocarlo nell’attuale, nell’attualità, che tutto svilisce e rende prosaico. Una firma al pur encomiabile appello contro un primo ministro corrotto, una ‘‘Bustina’’ meno riuscita, e già Eco poteva scomparire nel mucchio dei personaggi da quotidiano, da settimanale.

Tutto questo, però, con Borges non era possibile. Spunti per detestarlo ve ne erano di grandiosi: l’appoggio tacito al boia Videla, sia pure per via di un incancrenito antiperonismo; l’appoggio manifesto all’altro boia Pinochet, la frase ignobile sulla ‘‘chiarezza della spada’’ rispetto alla ‘‘illegalità della dinamite’’, detta mentre i suoi aguzzini bruciavano capezzoli, strappavano unghie, elettrificavano gengive e ferite aperte, ficcavano topi nelle vagine delle oppositrici; le parole, forse ancora più ignobili, con cui cercò di giustificarsi, messo di fronte ai crimini di quei regimi: non sapevo… Non immaginavo… Sono vecchio… ‘‘pensate a me come un cieco che non legge i giornali e che conosce poca gente…’’
Parole degne di un Priebke: vecchio cieco? Sei uno dei massimi scrittori del Novecento, brutto figlio di puttana!

Pure, non funzionava. Non v’era ignominia nel mondo reale che potesse scalfire l’edificio criselefantino del suo magistero. Immaginario, eppure più vero del vero: lo si poteva ben dire.
Il fatto era che tutta la fiducia che avevo nei libri, e dunque nel mondo, veniva da lui. Avrebbe potuto dirmi, giunto che fossi al suo cospetto, Io ti ho creato, come un Thulsa Doom al primo barbaro che ne sfida il potere. Non avrei saputo cosa rispondere e mi avrebbe scacciato, fattosi Crom, o Wotan moltiplicato dalla doppia cecità, dal Valhalla, ridendo di me.

Bimbo precoce, avevo letto Il nome della rosa e il Diario minimo, Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili3, apprezzandoli più dei libri destinati ai ragazzini della mia età, così mio padre pensò di iniziarmi. Lo fece, naturalmente, con La biblioteca di Babele. Seppi solo da adulto che era parte organica di una raccolta. Mi venne presentata come cosa a sé. Presi a leggere. Lo sguardo di mio padre, immagino, andava oltre quello ironico e compiaciuto che si scambiano i Maestri mentre il novizio è nel gabinetto di riflessione, alle prese col gallo nero, prima di giungere al sole e alla luna. Era quello di un altro custode di sole e luna, quello del vecchio freak che somministra un Super Hofmann, intero, certo, perché no, al giovane europeo recato dal fato a incontrarlo nei giardini di Ruigoord4.

E psichedelico fu del resto l’effetto del racconto su di me. Ebbe a scrivere William Gibson che leggere Finzioni fu per lui equivalente all’installazione di nuovo software. A me un solo racconto della medesima raccolta fornì di una nuova scheda madre. Fu forse un rifugio: di fronte alla complessità del mondo, ridurlo a libri, una cosa tangibile, che conoscevo e avrei potuto conoscere ancor meglio, era rassicurante. Non ancora adolescente, ecco già una discreta soluzione al problema dei problemi. Ma ho ragione di credere che vi fosse d’altro, e la realtà (che altri chiama la biblioteca) sarebbe venuta a dimostrarlo.

Non che non abbia provato, in seguito, a uccidere Borges, a lasciarmelo dietro, a sputargli in faccia o almeno credere di averlo fatto. Ricordo (di nuovo il ricordo, la sua incertezza: ma mi si lasci superarla, è del resto per tale illusione che si scrive) che quando conobbi i ragazzi della rivista dove avrei pubblicato le mie prime cose, li schernii chiamandoli figli bastardi di Borges. Era solo, va da sé, che avevano avuto la mia stessa formazione, e ciò filtrava nei loro testi, nella loro estetica; quasi per sfregio passai quasi subito a un ostentato realismo. Una volta, più tardi, avevo già pubblicato due libri e guadagnato un rispetto in quella povera cosa che è il campo letterario da poter parlare senza abbassare troppo gli occhi ai venerati della mia epoca, uno di tali maestri, canuto e segnato dalle sofferenze che gli aveva cagionato il campo medesimo, al mio fare il nome dell’argentino, mi disse ‘‘Borges è un vicolo cieco. Un bellissimo vicolo, ma cieco.’’

Il motteggio mi piacque. Mi parve convincente. Lo feci mio. Sì, superare Borges! Quel vicolo cieco che non è altro! Passare oltre, lasciarsi alle spalle giochetti e orologerie! Guardare ai veri giganti, ai misteri insoluti, insolvibili, o alle verità stabilite dagli antichi, prone alla permutazione solo perché in fin dei conti immuni a ogni corruzione.

Un anno dopo, però, pubblicai ancora un libro, e in exergo mi scoprii a porre Calvino. Le città come i sogni… Calvino! Ancora non avevo superato costui, la sua biciclettina, il suo tavolo nell’ufficio torinese, il suo sorriso furbetto, e volevo prendermela con Borges? Col Venerabile Jorge (quanto sorrideva, mio padre, all’idea di ritrovarlo, per mano di Eco, a fare la parte del cattivo in quel monastero benedettino…)? Pretesa ridicola. Il vicolo, compresi, non era cieco. C’era una parete in fondo, ma si poteva essere sicuri che non avesse finestre?  C’era una tecnica difficile, forse impossibile, da superare; ma da ogni suppellettile, da ogni libro sui suoi scaffali (non serve spiegare che vicolo, in un simile caso, voleva dire anche corridoio di biblioteca), forse anche dalle crepe dei suoi muri, a ben guardare, si dipartivano universi.

Lasciarmi dietro Borges: pretesa tanto più ridicola, rifletto oggi, per chi come me non per una volta (per una volta capita a tutti) ma per due, si era perduto nel labirinto.
Chi crede nel dogma recente della psicanalisi li chiama ‘‘ricordi di copertura’’: certo è che durante l’adolescenza, e ancor più durante la giovinezza, tali e tante sono le suggestioni da cui abbeverarsi, le strade il cui solo potenziale inebria l’anima (salvo poi non sceglierne magari alcuna e stare a cazzeggiare al bar per anni: è anche questo il bello di quell’epoca della vita), i desideri e gl’incontri terreni e gli entusiasmi, che facilmente si stende una cappa sottile ma immediata e scurissima sugli eventi in cui si vacilla o si è vacillato, sospesi in quell’area liminale che divide il non vero dal vero, o meglio il potenziale infinito dall’attuale che si sceglie di vedere.

Solo adesso, solo ora che, trovandomi nell’incombenza di scrivere un racconto su Borges5, ho ripreso in mano tutti i suoi libri, Finzioni, L’Aleph, Il libro di sabbia e tutti gli altri, li ho riletti e chiosati e nuovamente ammirati alla luce delle letture fatte negli anni, tali ricordi sono tornati a manifestarsi.

Il primo6, è ovvio, e mi rendo conto quante volte finora ho usato le parole ‘naturalmente’, ‘ovvio’, ‘ovviamente’, ma sa ormai il lettore in quale territorio, in che tipo di meccanismo matematico ci troviamo, fu una biblioteca. La biblioteca di Montevarchi! Difficile immaginare luogo meno enigmatico; pochi al mondo, i dedali più miserandi. Tre piani più una stanzuccia sotterranea, un bibliotecario grassoccio, non cieco ma solo dotato di spesse occhiaie, sempre con l’aria di conoscerne ogni anfratto (non ebbe del resto mai il problema di dover viaggiare per esagoni ed esagoni, per infinite leghe), e noi pigri lì nella sala studio a scambiarci foglietti con battute sulle ragazze o i tizi ridicoli che ci sedevano intorno… Pure, in quel luogo, come del resto in ogni biblioteca – era forse questo il suo scopo quando decise di scrivere e pubblicare dei libri –, Borges incombeva. 860fda41906f28b2de88812c3122515b
Si manifestò nel primo, o secondo, o terzo, o quarto, o seicentonovantaseiesimo piano, nella forma della serie di volumi La biblioteca di Babele da lui curata per Franco Maria Ricci, che in virtù dell’incontro con costui si credette, e quindi fu, reincarnazione di Dedalo: sottili volumi azzurrini o turchesi o color bottiglia, collana di letture fantastiche curata da J.L.B.: scoprii Léon Bloy, ebbi conferma di Poe, mi fu restituito Voltaire…

Il lettore non capirà il peso di quell’incontro se prima non chiarisco un fatto: dieci e più anni dopo quell’infanzia di letture infinite, avevo traversato le aule del liceo assorto in altri, ancor più astratti interessi, e quel che mi restava dell’amore per una certa letteratura lo sublimavo in altre combinatorie e altri transfert: il gioco delle carte; quello di proiezione e di ruolo, svolto settimanalmente in una stanza dei ‘‘fondi’’ dei miei genitori7; per un breve periodo il teatro; al massimo la psiconautica. La scoperta di quella collana in fondo all’apparentemente circoscritto labirinto montevarchino segnò quindi per me un secondo inizio. Quindi, un primo perdermi, senza mio padre a far da mistagogo, nel dungeon dei libri.

Non so quanti esami di Legge persi per strada: abbastanza da ricevere la lettera di coscrizione, ma anche abbastanza da leggere tutti quei trentatré volumi, e di lì – formavano del resto una stanza centrale, circolare, con mille porte – tracimare ovunque negli infiniti piani della biblioteca: Dostoevskij e Tolstoj, Sterne e Yates e Eliot, Rimbaud e Baudelaire e Maupassant e Flaubert si appropriarono del mio orizzonte, e quando parvero lasciare la presa era solo per lasciar spazio ai contemporanei, ai giganti che, scoprivo non senza sgomento, davvero potevano camminare fra noi…

Qualche mese fa ho ricevuto un invito a presenziare, con un discorso, all’inaugurazione della nuova biblioteca del mio paese natale. Tanto minuscolo è il paese che nella lettera mi si poteva già indicare come il suo più rilevante scrittore, titolato dunque a esserne alfiere, o addirittura nume, qualora si volesse concedere il piacere novecentesco della celebrazione dei libri. La nuova biblioteca è molto più bella della precedente. Ha anche più mistero, posta com’è in quello che fu un monastero risalente addirittura al settimo secolo, ma quando vi sono entrato per pronunciare le usuali bestialità che all’‘‘intellettuale’’ si chiedono in questi casi (spero di aver salvato almeno in parte la dignità ricordando proprio la scoperta di quei volumi, proprio Jorge Luis B., il bibliotecario) capii che il labirinto era ormai altrove.

E fu lì, in effetti, che per la prima volta ricordai l’altro labirinto, quello dell’infanzia. I ‘‘fondi’’, quel complesso cantina-garage-ripostiglio-cucina aggiuntiva-stanza di servizio-stanza della caldaia che stava sotto la casa in cui ero cresciuto, e che però, per via della presenza nel medesimo edificio della casa dei miei nonni, identica e speculare a quella dei miei, si raddoppiavano a loro volta sullo stesso livello sotterraneo, dando vita a un complesso molteplice e perturbante.

Capii di essere in un labirinto a nove anni, sebbene lo ricordassi solo allora, e lo ricordi nuovamente adesso. Passare da casa dei miei a quella dei miei nonni e viceversa, aprire la porta a vetri, scendere le prime scale con la stampa del gatto, svoltare, terminare le scale, svoltare (non verso la cucina e la cantina: dall’altra parte), passare per il garage dei miei, girare la chiave della porta di separazione, traversare la stanza piena di tavoli e ziri e disegni inquadrati dei più abili alunni di mia nonna, continuare senza aprire la porta bianca, di legno, con un personaggio tra l’Humpty Dumpty e lo gnomo disegnato a pennarello (‘‘da un amico della zia, durante una festa’’, mi si riferiva, all’espressione delle mie curiosità infantili: una festa, lì?) e mai cancellato fino in fondo – l’indelebile blu resisteva protervo all’acqua ragia di mio nonno – virare sulla destra per l’altra cucina, superare la piccola biblioteca d’angolo, tutta gialli Mondadori e polvere e ragni, salire le scale, già immaginando quelle di marmo rosa che erano poi l’ingresso della casa dei progenitori…

Fare quel percorso era la norma, questione di ogni giorno, avanti, indrìa, Mi vai dalla nonna a prendere due uova, del sale, della farina? Ma quella volta realizzai la stranezza di un fatto: la parete a sinistra delle ultime scale dei fondi aveva una finestra. Ora, a destra di finestre ce n’erano varie: piccole, dal vetro zigrinato, mai aperte, infestate esse pure di ragni e mezze nascoste da cactus malaticci per la carenza di luce. Ma erano quelle che davano sull’esterno. La finestra rettangolare a sinistra non dava su niente, se non sul precedente pezzetto di corridoio, il suo armadio, l’inizio della biblioteca che poi faceva angolo.

L’elemento architettonico superfluo, assurdo. Idea balorda di mio nonno, imposta ai muratori forse per ‘‘dare luce’’, oppure stigmate del labirinto, segnacolo della Città degli Immortali? Da anni passavo dall’una all’altra casa senza rendermi conto che l’inquietudine che provavo ogni volta (specie al ritorno: specie al ritorno) era quella di un Asterione.

Ci passo oggi: anni di letture ‘‘realistiche’’ mi impongono, per meglio completare quanto vado scrivendo, di tornare a controllare i luoghi dei fatti, fissarli un’ultima volta nella memoria, specie adesso che i miei nonni non sono più e i miei genitori si preparano, ed è tutto un brulicare di muratori stranieri per casa, per le due case, per il labirinto, a trasferirsi di sopra, oltre le scale rosa che sono, mi è chiaro adesso, il cancello del cielo che io stesso domani dovrò prepararmi a varcare; ci passo oggi e ritrovo, con quella finestra rettangolare, inspiegata, l’enigma. Vagheggio il traversarla direttamente, lo scavalcarla; poi realizzo essere adulto, la bastevolezza del fare la strada a ritroso, di svoltare l’angolo, ottenendo i medesimi effetti.

Giungo così alla piccola biblioteca, non più di cento volumi, tutti gialli, qualche Urania, addirittura dei Diabolik di mia zia ragazzina, di fatto messi lì solo perché non trovavano posto altrove: eppure per la prima volta cerco al suo interno, con gli occhi e le mani di chi ha ragionevoli motivi per pensare di trovare un volume specifico. E infatti eccolo, non quello di mio padre, dato che era, e immagino sia, ancora al suo posto, ma quello di mio nonno, il Meridiano di Borges, impolverato, senza più la custodia, ma intonso, probabilmente mai aperto. Confesso che ho sperato, soffiando via le ragnatele, scacciando la tegenaria appollaiata subito dietro, che aprendolo si rivelasse di sabbia. Lo aprii: era di polvere. Mi si disfece tra le mani. Con esso mi vidi dissiparmi e quindi lo fui.

Consegno queste pagine al curatore dell’antologia cui sono destinate, nella speranza di una loro pubblicazione in volume, la quale, vogliano i numi, porti alla collocazione in almeno una biblioteca (e quindi in tutte).

panam

_______________________________

1 anche più che nell’attigua casa di mio nonno, che pure aveva formazione umanistica. Forse per l’insicurezza che, da intellettuale di provincia, segretamente lo tormentava, vi dominavano le enciclopedie; le lettere erano rappresentate da una collezione di ‘‘Meridiani’’ con qualche buco, presi perché ‘‘bisogna averli in casa’’, e da un centinaio di classici sparsi.

2 diceva Roberto Bolaño, un cileno esile che ebbi la ventura di conoscere sulle scale del palacongressi di Torino… (io distribuivo riviste, e non sapevo ancora che avrei scritto libri; tantomeno potevo riconoscere in quell’uomo malaticcio, in nero, uno dei giganti che camminano sulla Terra. Seppi anzi di chi si trattava solo anni dopo, incontrando una sua foto scattata proprio su quegli scalini, quello stesso giorno o comunque nel corso di quel Salone del Libro. Lui parlava e fumava, affaticato, con un italiano; in effetti stava sostenendo un’intervista. Notò che quel che io e i miei amici andavamo distribuendo era una rivista letteraria e chiese di vederla. Mi chiese quanto costava. La stavamo regalando perché, pur venuti fin lì per venderla, il primo giorno non ce l’aveva comprata nessuno, e ora ecco un acquirente! Non ebbi tuttavia il cuore di dirgli che veniva quattro euro:
È gratis… prego…
Non so se Bolaño avesse notato il prezzo in basso, e creduto che la mia fosse piaggeria; forse no, dato che non sapevo chi fosse: al massimo, vista quella giacchetta frusta, quel maglione sporco di cenere, avrei detto un redattore di qualche Nuovi Argomenti di lingua spagnola, non certo l’erede, più chiaro, proprio di Borges. Fatto sta che alle mie parole ebbe un breve sorriso e un’incertezza. Alla fine la prese, ma all’incalzare delle domande dell’intervistatore, la diede in mano a costui per accendersi un’altra sigaretta. Ho ragione di credere che vi rimase).
Diceva, insomma, Roberto Bolaño, che il compito dei figli sarebbe quello di sputare in faccia ai padri, ma nel mio caso mia madre si era già presa la parte dell’ordine, e quindi tale fardello. Sputare in faccia a entrambi i genitori sarebbe stato mostruoso, sarebbe stata la dannazione…

3 unica occasione in cui Calvino giunse al livello del maestro: e quindi, nonostante tutto, fu salvato.

4 ricordo adesso che un altro ‘‘giovane europeo’’, il mio amico più fraterno degli anni del liceo, durante la sua prima esperienza psichedelica, di fronte alle nostre domande – ingenue, esose, fin stupide: ‘‘cosa vedi? COSA VEDI?’’ –, pressato a dare un nome all’ineffabile che andava esperendo, ricorse proprio a Borges e disse: ‘‘l’Aleph’’.

5 l’amico che mi ha commissionato il testo, curatore di un’antologia il cui tema sono gli scrittori latinoamericani, mi aveva inizialmente affidato Ernesto Sabato. Di fronte alla mia latitanza, dovuta al fatto che con Sabato avevo sempre avuto un rapporto difficile, di letture lente e faticose, forse per la mancanza di una vera passione per la filologia che mi permettesse di apprezzarlo in virtù di quello che poteva aver dato ai miei amati Bolaño, Borges e Cortázar, la sua benevolenza, ma anche la certezza sorniona del fatto che mai mi sarei potuto esimere da un compito tanto onorevole, lo ha fatto risolvere nell’affidarmi Borges. Ammetto che, alla lettura della sua e-mail, ho pensato che sarebbe stata finalmente l’occasione per farci i conti. Ma era il me giovane a parlare, come nell’Altro. Oggi so bene che fare simili conti è impossibile: con Borges, e con tutti gli altri. Se anche solo, resa l’anima, in their mighty company I shall not be ashamed, sarà già moltissimo.

6 il primo che ricordo: il secondo nell’ordine temporale che è caro agli uomini, e a volte ai lettori.

7 forse mio nonno, il quale, avendo gettato la prima pietra e supervisionato i lavori di quella casa, se ne  sentiva demiurgo al punto di dire che l’aveva ‘‘costruita lui’’, aveva qualcosa in comune con Ricci: non mancavano infatti nell’edificio, e specialmente nel piano sotterraneo, le scelte architettoniche a dir poco bizzarre. Anche su questo torneremo.

L'articolo La finestra di Borges proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-finestra-di-borges/feed/ 6
Anni zero https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/ https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/#comments Thu, 26 Nov 2009 09:13:37 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1228 Questo articolo è apparso su Repubblica di Giorgio Falco Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio […]

L'articolo Anni zero proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo articolo è apparso su Repubblica

di Giorgio Falco

Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio condensato o piuttosto decennio concentrato, ma concentrato oltre a qualcosa di ristretto e soprattutto assorto, prevede l’eliminazione – come nel caso delle conserve alimentari – dell’acqua. Condensato, benché simile nel processo, pare più morbido e asettico, quasi materno e alieno latte condensato, e questi anni violenti e tragici ci hanno abituato – almeno nella parte di pianeta che consideriamo essere il mondo – all’occultazione, all’evanescenza. Condensato dà l’idea di trasformazione e non di eliminazione, trasformazione continua per una vita allestita sotto una grande cappa, che alterna il vapore alla liquidità, al sole beige accecante. Gli anni zero nell’antologia iniziano con l’assassinio di Carlo Giuliani e – passando attraverso l’11 settembre, guerre, disastri ambientali, crisi economiche ed emergenze sanitarie – terminano con la morte di Michael Jackson.
Pur con alcuni esiti disuguali, il merito del libro – e della sequenza che diviene linguaggio interno all’opera – è quello di far coesistere autori e argomenti molto diversi tra loro senza creare l’effetto per cui tutto è equivalente, in un mondo triste e gioioso, intervallo ininterrotto di segni e messaggi, di verità labili, intercambiabili. Contro l’ingenuità opportunistica e ironica del cinismo, senza cedere a moralismi condivisibili e ricattatori, è bene ricordare che tra la cassa da morto di Michael Jackson e lo spazio concesso a un rifugiato politico o a un apolide, c’è differenza; tra il maiale nell’allevamento intensivo – magari il virus è partito proprio da quell’anonimo maiale (le stelle sono tante/milioni di milioni/ diceva un jingle profetico anni fa) – e un terzino coreano allenato (o allevato?) dall’olandese Gus Hiddink, c’è differenza; tra il sistema di controllo finanziario e la visita di un otorino dopo gli attentati dell’11 settembre, c’è differenza; così come tra un villaggio per pensionati scandinavi in Tailandia e un centro di permanenza temporanea. Il nostro compito è intercettare quei punti di contatto nei quali si cela la struttura dell’intero fluire, l’illimitata circonferenza senza centro, bordo sul quale viviamo. Ogni ferita – per quanto suturata da infiniti eventi – porta la voglia di fare una cernita dei fatti più significativi, la lista da cui partire per un’analisi, evitando il compiacimento e la suggestione del ricordo ninna nanna. L’Italia di questi anni è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d’animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l’azione a qualcun altro, soprattutto quando l’indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l’indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, grazie al quale abbiamo creduto di raggiungere – con la continua messa in onda di immagini, parole e suoni – una vicinanza maggiore; anni zero in cui l’archivio – visivo, scritto, sonoro – ha cercato di fagocitare ogni cosa, per diventare, pur nella frammentazione, una sola, immensa immagine e parola, sincronizzata e replicabile, un unico infinito suono; e al tempo stesso, ogni singola immagine e parola, ogni piccolo suono, ha cercato di diventare autorevole, per il solo fatto di esistere all’interno dell’archivio: anche questo spiega il successo di YouTube e la diffusione definitiva del web. Sono stati gli anni zero – italiani – in cui si è consolidata l’abitudine di chiamare per nome persone coinvolte in fatti pubblici, cruenti, tragici, futili, docili, forse un prolungamento del reality, delle sue logiche di eliminazione e falsa condivisione confidenziale: Erika, Chiara, Alberto, Belen, Eluana, Meredith, Raffaele, il piccolo Tommy, il piccolo Samuele, Amanda, Olindo, Silvio, Rosa, Mike. Il corpo sociale distrutto è diventato un insieme illimitato di nomi, di pelle valicabile inserita nella sparizione, come se tutti questi nomi fossero l’unico grande corpo rimasto, senza testa, senza organi, come Giorgio, che adesso sta finendo questo pezzo.

L'articolo Anni zero proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/feed/ 3