Antonella Agnoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonella-agnoli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 04 Jul 2014 14:59:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonella Agnoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonella-agnoli/ 32 32 Che cosa vogliamo da un assessore alla cultura a Roma https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/#comments Fri, 04 Jul 2014 13:21:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21923 Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell'impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell'ultim'ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia ("Manco sotto Carraro ho visto 'na roba del genere"), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino "lui e quella sua cazzo di bicicletta", non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: 'Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo', non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l'Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno... Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l'ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo - forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po' la strategia comunicativa che l'ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

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Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell’impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell’ultim’ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia (“Manco sotto Carraro ho visto ‘na roba del genere”), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino “lui e quella sua cazzo di bicicletta”, non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: ‘Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo’, non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l’Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno… Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l’ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo – forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po’ la strategia comunicativa che l’ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

Fatto sta che, per esempio, la riapertura dopo cinque mesi della Tangenziale , con una serie di dichiarazioni da amministratore lungimirante (“Avremmo potuto solo togliere la terra con la ‘pala’, come qualcuno suggeriva ironicamente con scritte sui new jersey e invece siamo andati in fondo per risolvere il problema sulla collina mettendo in sicurezza la vita di dozzine di famiglie che abitano in palazzine che erano a rischio.”) gli ha risparmiato le ulteriori bestemmie dei circa 50000 automobilisti che per più di 160 giorni si sono sobbarcati un’ora e mezza di traffico in più per andare e tornare dal lavoro. Tra quelli c’ero anche io e mi chiedo adesso che la questione è miracolosamente risolta se per caso non ci sia stato un sesquipedale deficit di comunicazione: le spiegazioni sul senso del riassetto stradale sarebbero state provvide anche prima della conclusione dei lavori?

Altro esempio: ieri Marino si è fatto vedere anche al Ninfeo di Valle Giulia, e ha rivendicato il ruolo attivo che il Comune ha scelto di tenere di nuovo per il Premio Strega – cinquantamila euro di stanziamenti: “È importante che Roma continui questa tradizione della sponsorizzazione, non possiamo sottrarci. È un premio importante, è molto significativo che da tanti anni si tenga nella nostra città e al quale hanno partecipato scrittori importantissimi come Umberto Eco”.

Insomma credo che Marino abbia realizzato che la sua immagine pubblica, soprattutto tra i giornalisti politici e gli operatori culturali a Roma (ossia quelli che questa immagine la modellano), si sia nutrita di un fortissimo discredito e che stia provando come può a rimediare.

Purtroppo per lui la questione non è solo di immagine. Perché il busillis che si trova a maneggiare in questi giorni è una patata incandescente: la questione dell’assessore alla Cultura.

Come saprete, Flavia Barca – in giunta per circa un anno, discussa e criticata assai soprattutto per la sua abulia – si è dimessa il ventisei maggio scorso, e da allora la sede di Piazza Campitelli è vacante. Ma quest’assenza non è solo letterale, assume piuttosto significati evidentemente simbolici, e produce un’esasperazione trasversale in chiunque si occupi anche solo marginalmente di cultura a Roma. L’espressione di questa rabbia virata all’incredulità si può esprimere a) in toni goliardici con l’occupazione per un giorno dell’assessorato da parte degli attivisti del Valle – vestiti con maschere, occhialini da mare e occhiali da sole, cappelli, in mano, pinne, fucili, ombrelloni, secchielli e palette, in conferenza stampa hanno fatto loro il minimo sindacale dell’incazzatura: “Dal Palladium all’Eliseo a un’Estate Romana sbrindellata, la situazione è ormai insostenibile. Per quanto ci riguarda invece, da tempo il sindaco sostiene che la soluzione è vicina, ma sono passati mesi e non siamo riusciti a parlarne”.

Oppure si può esprimere b) con editorialesse al veleno dal tono blasè come quella di Francesco Merlo: Il grande crac culturale titolava Repubblica in prima un lunghissimo articolo che non risparmiava nulla a Marino, con tiro fittissimo di strali (e anche qualche freccia spuntata – la topica sul Romaeuropafestival che chiude); dall’editoria ai teatri, dall’opera all’archeologia, tutto – secondo Merlo – sembra gestito male, se non malissimo a Roma.

In sovrappiù, alla mancanza dichiaratamente strutturale di fondi, alla chiusura di luoghi storici (vedi ieri il pezzo sulla quella, probabile, dell’Eliseo), alla diciamo nonsimpatia di Marino, alla sua idea di mecenatismo quantomeno discutibile (vendere agli sceicchi del Qatar il “brand Roma”?), alla vacanza dell’assessorato, al comunicato dell’ultim’ora in cui liquida in due righe il lungo processo dialettico che c’è stato con gli occupanti del Valle con il precedente assessore (se ne devono andarè, è strigni strigni la sua miopissima posizione), è arrivata anche la polemica sugli esiti del bando dell’Estate Romana – Graziano Graziani l’ha ricostruita in questo pezzo, L’estate del nostro scontento, in cui al di là della contingenza delle accuse incrociate, sottolinea una questione di fondo rispetto alla questione delle politiche culturali, quella di una condivisione sulla valutazione: “Ciò che è un valore incontrovertibile per un settore della città è frutto di amicizie politiche per un’altra. Ciò che per qualcuno è una manifestazione storica, per altri è il segno di una città inamovibile che non è in grado di rinnovarsi”. Cosa significa? Che per molti anni l’organizzazione culturale a Roma è funzionata a isole, se non a feudi, automatisimi spesso divenute cancrene, con un’ignoranza reciproca rivendicata e nessuna visione di sistema.

Rispetto a questo tipo di critiche come ha reagito Marino? È molto interessante leggersi per intero l’intervista che gli ha fatto Concetto Vecchio per Repubblica. Eccola.

Sindaco Marino, “Repubblica” denuncia il degrado della cultura a Roma, il senatore Zanda la invita a un colpo di reni, e il capogruppo del Pd in Comune dice che bisogna cambiare passo. Lei pensa di essere ancora in sintonia con il suo partito e con la città?
Sì, assolutamente. Guardi che i romani sono contenti che ci sia un sindaco che vada in giro in bici. Ogni volta incontro un cittadino che mi pianta le mani sul manubrio e non mi lascia andare finché non mi ha raccontato la dimensione della buca davanti a casa sua. Preferivano forse un sindaco in autoblu?
Veramente le rimproverano di non avere una visione sul futuro della città.
Forse si dimentica la crisi nella quale ci dibattiamo. I consumi culturali diminuiscono dappertutto, le vendite dei libri sono in calo, la gente risparmia anche sulle cure odontoiatriche. La riprova è che nella notte dei musei, quando si entrava a un euro, abbiamo registrato 250mila presenze: con la mia bicicletta sono andato a controllare la fila alla mostra di Frida Kahlo, beh arrivava a piazza Venezia.
Insomma, è solo colpa della crisi?
No, non dico questo. Credo, ad esempio, che i privati devono dare di più. Così il sistema non regge. La filantropia è stata troppo trascurata. I donatori del Teatro dell’Opera hanno versato appena 3 milioni di euro su un bilancio di 58. È troppo poco. Però mi reputo soddisfatto: il Teatro l’ho ereditato con un disavanzo di 10,4 milioni euro e quest’anno avremo un attivo di 200mila.
Sì, ma la sua giunta non ha nemmeno un assessore alla Cultura. Com’è possibile?
Solo da un mese. Ho lavorato bene con Flavia Barca, ma ora serve una figura di eccellenza, che abbia chiara la dimensione della sfida. Fare l’assessore alla Cultura a Roma è come fare il ministro in un medio paese europeo.
Sarà il professore Andrea Carandini?
È una persona straordinaria, ma ho una rosa di candidati, e prima di scegliere voglio compiere un’operazione di ascolto.
E quanto ci vuole?
Il tempo che ci vuole.
Le rimproverano anche il mancato governo. Perché non fa le nomine?
A quali si riferisce?
Assessore a parte, sono senza vertice il Macro, le biblioteche, la Casa del cinema. Come lo spiega?
Ma la casa del cinema scade a settembre, sulle biblioteche opereremo a giorni e non perché il tema è stato sollevato dai giornali.
Lei che voto si dà?
Il voto me lo daranno gli elettori tra quattro anni.
E lei pensa di convincerli?
(Marino si alza e ci invita sul balconcino con vista sui Fori). Guardi lì, il Foro di Augusto. Fino a settembre la sera c’è una rivisitazione storica con Piero Angela. Abbiamo venduto 30mila biglietti a 15 euro. È un successo, no? E le Scuderie del Quirinale aperte tutta l’estate, vogliamo parlarne?
Non è troppo poco quel che ricavate dal sistema dei musei? Francesco Merlo si è trovato al Montemartini con altre quattro persone.
Ho controllato: il Montemartini fa 112 biglietti al giorno, 41mila all’anno. Non è tanto, convengo, ma i Musei capitolini fanno 500mila ingressi.
Infatti, sono gli unici. Avete un giacimento enorme e non lo fate fruttare. Non è un delitto?
I piccoli musei bisognerebbe renderli gratis. Prenda il Carlo Bilotti: ha 18 De Chirico, ma ogni visitatore ci costa 45 euro. Bisognerebbe eliminare la biglietteria, spostare il personale alle Scuderie del Quirinale: dove davvero serve.
Roma è l’unica città al mondo con due soprintendenze. Le sembra sostenibile?
Non lo è, e ne ho già parlato con il ministro Franceschini. Stiamo lavorando benissimo con lui. Guardi, quello spicchio, il Foro di Cesare: è nostro. Il resto no.
Lei a marzo è andato dagli emiri a proporre il brand Roma. Che ne è stato?
Ne ho parlato con il sultano Bin Abdulaziz, e poi l’ambasciatore in Qatar e anche con la first lady azera. Sono disposti a restaurare i nostri monumenti, ma in cambio vorrebbero esporre le nostre opere nei loro Paesi.
Il concerto dei Rolling Stones è stato un successo, ma tutti parlano solo dei 7mila euro per il Circo Massimo. Lei sconta un problema d’immagine?
Io penso che ci sia un po’ di provincialismo. È stata una straordinaria vittoria, tutti i media del mondo hanno celebrato l’evento e noi qua a parlare ancora dei 7mila euro. Mah!
Ma al suo partito che la critica sulla cultura cosa risponde?
Che ho portato la cultura nelle periferie. Lo sa che quaranta su 57 eventi dell’estate romana si terranno fuori dal centro storico. Questa è la mia visione.
La sua solitudine non nasce dal fatto che Renzi è freddo con lei? Teme l’ombra della Madia?
Non è vero. I rapporti sono ottimi. Sono reduce da un importante colloquio con Delrio.
Fare il sindaco di Roma è più difficile che fare il chirurgo?
Molto di più, in sala operatoria devi salvare una vita umana alla volta. Ma non sono preparato psicologicamente alla sconfitta. Non posso che vincere.

Non ci vuole un’analista della comunicazione per evidenziare come Marino sembri sempre sul chi va là, si dimostri scioccamente  impermeabile alle critiche, rivendichi in modo spocchioso i suoi successi (“Sono andato a controllare con la mia bicicletta…”), non usi nemmeno un minimo di captatio benevolentiae, e come per un politico dire di sé “non sono preparato psicologicamente alla sconfitta” non sia la battuta migliore. Ma è un altro il passaggio che m’interessa sottolineare, quello sulla nomina dell’assessore alla Cultura. “Ho lavorato bene con Flavia Barca per un anno, ora serve una figura di eccellenza”, dice. Il che vuol dire, per chi legge: la Barca non lo era. Anche qui, non proprio un’uscita elegante. E vuol dire: serve un nome altisonante. E l’unico che cita anche Marino è quello di Andrea Carandini, classe 1937, archeologo di fama, attuale presidente del Fai.

Ora credo che in nodo della questione sia proprio qui: nel pensare – dopo aver letto gli articoli di Merlo e di Graziani o dopo aver visto cosa vuol dire fare il sindaco di Roma per un anno – che una personalità come Carandini possa essere una figura indicata per un impegno – Marino qui lo riconosce – che “è come fare il ministro in un medio paese europeo”. L’impressione che io, come molti altri abbiamo di molti che hanno amministrato la città in questi anni è la loro poca conoscenza del territorio. L’immagine di una Roma “grande bellezza” o quella di una Roma “sacro Gra”, con un centro storico bellissimo e decadente e le periferie degradate da riqualificare è una specie di pregiudizio molle e insinuante che spinge a costruirsi idee di una città inesistenti, frutto di percezioni ristrette, semplificanti…

La critica di mancanza di visione che si rimprovera a Marino e che Marino, anche questa ovviamente, respinge al mittente ha proprio questo senso: all’assessorato di Roma non serve una figura di eccellenza, ma un amministratore dotato di competenza e umiltà da una parte e originalità dall’altra. Qualcuno che in questi anni, spesso bui, e stracolmi delle retoriche peggiori, dalla Roma futurista di Alemanno e dei gran premi automobilistici all’Eur, alla finta grandeur veltroniana, abbia lavorato con costanza anche nell’ombra, scontrandosi con le rendite di posizione, interpretando e provando a contrastrare la crisi di sistema che il mondo della cultura attraversa, provando a inventare modelli e iniziative e non solo a fare il burocrate. Ogni ambito, anche a Roma, ha prodotto per fortuna figure di questo genere, nomi riconosciuti in modo trasversale. La fatica che Barca ha fatto per un anno per conoscere, incontrare, intessere rapporti, formare tavoli di lavoro, etc… potrebbe essere risparmiata al futuro assessore, se per esempio questa consapevolezza se la fosse già creata in anni di presenza sul territorio.

Provo a farli questi nomi negli ambiti che conosco. Nel mondo del libro (tra parentesi, rimango abbastanza freddo per l’elezione di Paola Gaglianone al presidente delle Biblioteche romane eletta due giorni fa: di quale riconoscimento si faceva forte? quale inventività aveva dimostrato in questi anni? Si vedrà) spicca per la quantità e la qualità dell’impegno da anni una persona come Luisa Capelli. Antropologa di formazione internazionale, fondatrice di uno dei migliori progetti editoriali italiani degli ultimi anni, Meltemi, docente (con un contratto economicamente ridicolo) a Tor Vergata di Economia e gestione delle imprese editoriali, curatrice e organizzatrice da un po’ di tempo delle giornate sull’editoria Librinnovando, esperta come pochi altri in italia di editoria digitale, e soprattutto capace di avere una visione politica sul futuro dei libri: dai rapporti tra istituzioni e privati, alle questioni di sistema, la proprietà intellettuale, l’accesso ai contenuti, etc… È una persona con una solida formazione novecentesca, ma che non ha nessuna di quelle nostalgie bibliofile che molti spacciano per passioni, se non per competenze… Darle un ruolo di assessore o almeno di direttrice della Casa delle Letterature dimostrerebbe un coraggio inedito per Marino, e sarebbe ripagato dalla possibilità che Roma – la città di una Biblioteca Nazionale (oggi caricatura di se stessa), delle biblioteche storiche, degli archivi, della piccola e media editoria – diventasse un vero polo editoriale e una città della cultura del libro.

Vogliamo fare un’altro nome, un altro nome eccellente ma non di fama? Una donna che negli ultimi anni in tutta Italia è stata capace di ripensare intorno ai libri e alle biblioteche un diverso rapporto tra istituzioni e cittadini, facendo, nel suo piccolo, della cultura veramente la chiave di un nuovo welfare, e riconoscendo alle biblioteche il ruolo di presidi democratici? Antonella Agnoli. Qui trovate il suo curriculum. Agnoli ha lavorato in piccoli comuni e grandi città, a Venezia, a Bologna, a Seattle, a Helsinki, a Maiolatis Spontini, a Cinisello Balsamo, progettando biblioteche multimediali che nel giro di poco tempo hanno completamente trasformato l’accesso alla cultura dei luoghi dove si inserivano. Utenti della biblioteca moltiplicati anche di dieci volte, una partecipazione civile inusitata. I suoi libri, Le piazze del sapere, o l’ultimoLa biblioteca che vorrei. Non sarebbe sfidante investire su  di lei, sulla sua visione?

Per il mondo del teatro il nome che può venire in mente con facilità non solo a me è quello di Veronica Cruciani. Regista quarantenne, il cui lavoro sul palco è oggetto di una stima condivisa da tutti gli addetti teatrali, mainstream e indipendenti, ha dalla sua un’esperienza da imitare: negli ultimi dieci anni è riuscita, con un impegno e una costanza unici, a creare al Quarticciolo, nella periferia orientale di Roma, un modello di teatro di quartiere riconosciuto, lodato, tanto da chi fa teatro che da chi semplicemente ci abita vicino. La sfida di poter coniugare sperimentazione con teatro popolare (Muta Imago, Michele Santeramo o Virgilio Sieni con Valerio Aprea, Massimiliano Bruno, Geppy Cucciari), la capacità di coinvolgere le scuole, gli universitari, i centri anziani, gli utenti della biblioteca, è stata vinta. Con pochissimi soldi a disposizione – quest’anno ha fatto il direttore artistico gratis – e con la minaccia molto attuale che il budget dell’anno prossimo le venga decurtato di un quarto, ha trasformato un teatro di cintura in quello che doveva essere, non una microcattedrale nel deserto, ma un riferimento per tutto il quartiere.

Capelli e Cruciani (come anche Agnoli) hanno di fatto svolto un ruolo di supplenza in questi anni, hanno mostrato come si possa conservare e trasmettere il senso del pubblico, hanno usato i contributi degli attori privati sempre nell’ottiva di una funzione pubblica, hanno cercato di capire come trovare nuove modalità di finanziamento partecipato. Si sono fatte un mazzo encomiabile. Non è per me un valore positivo in sé svolgere una supplenza rispetto alla politica: Capelli e Cruciani sanno fare benissimo il loro mestiere – l’editore e la regista – ma hanno compreso che, in una fase di crisi, non ci si può limitare all’eccellenza nell’impegno professionale: occorre invece provare a riformare le condizioni di sistema, dato che la produzione teatrale o la produzione libraria si sono modificate profondamente negli ultimi anni.

Sono proposte quelle che ho provato a fare, che – più che i tre nomi in sé – indicano delle caratteristiche, un metodo, e soprattutto un’aspettativa. Che la politica accompagni i processi virtuosi, e non li eterodiriga. Un assessore alla cultura deve sorprenderci, inventare quello che non c’è. Non è detto che debba essere un non politico a rivestire il ruolo di assessore: ce ne sono – anche a Roma (Andrea Valeri, per esempio nel primo municipio) di amministratori locali, di funzionari che riescono a combinare insieme capacità gestionale e inventiva, rapidità nel governare la macchina amministrativa e visione. Sarebbe bello anche che Marino, che si fa vanto di un nuovo modo di fare politica, rendesse trasparenti i criteri dei suoi processi decisionali. Non si tratta di azzeccare il nome, ma di capire quali sono i desideri che esprime una città.

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Altro che Crescitalia, ovvero il Paese di domani si costruisce oggi nelle biblioteche https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/#comments Thu, 05 Apr 2012 07:10:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6998 di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

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di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

Ciò che io leggo nel disegno è, innanzitutto, l’opacità di un mondo del quale non capiamo più nulla: la società è diventata opaca, sempre più ci sentiamo vittime di forze incontrollabili che modellano il nostro destino (la globalizzazione, la finanza internazionale, l’Unione Europea) rinchiudendoci dentro muri cognitivi invalicabili. Ed è abbastanza paradossale che questo avvenga proprio nel momento in cui, grazie alla rete, ci illudiamo di poter ottenere istantaneamente qualsiasi informazione sullo schermo del nostro telefonino.
L’uomo del disegno sembra guardare lontano: è arrivato a sollevarsi in cima al muro grazie a una pila di libri e mi piace pensare che sia stato un compito lento e difficile trovare i libri e trovare il modo di salirci sopra. Forse la scena che vediamo nasconde i molti sforzi precedenti, innumerevoli fallimenti. Forse la persona che vediamo è un prigioniero e i libri sono quelli accumulati per molti anni in cella: uno all’anno, per 25 anni. Era più facile evadere dalla prigione del conte di Montecristo che da quelle mentali in cui spesso ci autorinchiudiamo.
Mai come oggi arrivare in cima al muro e capire il mondo che ci circonda è difficile: trovo fantastico che l’artista abbia saputo dirci con pochi tratti di matita come sia impossibile uscire dalla nostra cella senza l’aiuto dei libri. In fondo, i libri sono solidi, durevoli e non hanno bisogno di batteria, quindi ci si può salire sopra, cosa che non riusciremmo a fare impilando 25 iPad uno sopra l’altro.

Viviamo  in tempi di diffidenza, quando non aperta ostilità, verso i libri. Tra le giovani generazioni serpeggia la pericolosa illusione di non dover imparare più niente, perché la cultura viene gentilmente offerta già confezionata sotto forma di pagine Wikipedia. Basta cercarle e scaricarle e l’italiano sarebbe anch’esso superfluo perché esistono i correttori ortografici.
Recentemente si é letto della flessione dei cosiddetti “lettori forti”, cioè i cittadini che leggono almeno un libro al mese: nel 2011 sarebbero diminuiti di 723.000 persone, quali sono le possibili ragioni di questo calo?
Chi sono gli italiani che leggono? Sono quel “ceto medio riflessivo” che negli anni scorsi aveva il suo zoccolo duro nel settore pubblico (insegnanti, docenti universitari, studenti) e nelle professioni creative (editoria, giornalismo). Sono proprio i settori più penalizzati negli ultimi anni, che hanno visto crescere la vulnerabilità economica e sociale di queste categorie.
Un insegnante che ha 1200-1400 euro al mese per pagare l’affitto, mangiare e vestirsi avrà anche i 15 o 20 euro per comprarsi un libro? Solo se non ha famiglia: al Nord con queste cifre non si vive  in due (e non parliamo di figli). I consumi voluttuari, e quindi anche quelli culturali, sono spariti da tempo nelle famiglie monoreddito.
Lo stesso si potrebbe dire per gli studenti o i giovani precari che riescono a mettere insieme 7-800 euro al mese: non c’è spazio per acquisti di libri o giornali e non a caso c’è stata una forte reazione proprio da parte di queste categorie alla legge sul prezzo fisso del libro, che limita gli sconti al 15 %.

Ciò che dobbiamo capire oggi è che l’impoverimento economico porta con sé anche isolamento sociale (ci si vergogna di non poter più fare molte delle cose che si facevano prima, se si perde il lavoro si perdono anche gli amici) e impoverimento culturale (non si va al cinema, non si comprano libri, non si leggono giornali). Tutto questo provoca un chiudersi in se stessi, un rifiuto progressivo dei diritti/doveri della cittadinanza: la vulnerabilità porta con sé risentimento e rabbia verso ciò che esiste di più visibile del mondo esterno, le istituzioni. Poiché non sapremmo come prendercela con i “mercati” coltiviamo il rancore verso il governo, i politici, gli amministratori locali, i sindacalisti. Tutti i diversi da noi diventano dei “privilegiati”

Chi ha a cuore non solo le sorti delle biblioteche ma della democrazia deve capire che occorre contrastare questa deriva pericolosa e c’è un unico modo per farlo: far partecipare i cittadini.
Dobbiamo rassicurare senza illudere, coinvolgere  per costruire insieme.
La frontiera del nuovo welfare sta qui. Il problema è come fare e quale ruolo possono giocare le biblioteche.
Prima di entrare nel merito, però, vorrei chiedere ai parlamentari in sala, se ce ne sono, come arrivano a varare emendamenti o leggine a cui manca un requisito fondamentale: il buon senso. Su proposta dell’ex ministro Brunetta, il parlamento ha approvato martedi un emendamento secondo il quale tutti i rapporti fra la pubblica amministrazione e i cittadini dovranno avvenire, entro il 2014, on line.
Mi chiedo cosa ci fosse nella testa di chi lo ha votato: il 50%, ripeto il CINQUANTA PER CENTO, delle famiglie italiane non ha internet. Un quarto della popolazione italiana, nel 2014, avrà più di 65 anni, quindi molto probabilmente non usa il computer se non per ricevere le foto dei nipoti.

Vorrei ripeterlo per gli amministratori affaccendati per essere presenti su Twitter o FB: il Italia il 50% della popolazione non ha accesso alla rete e spesso si tratta proprio di quella parte di popolazione che ne avrebbe più bisogno per migliorare la loro condizione professionale, o semplicemente difendere il proprio tenore di vita.
Il luogo dove chi non sa come usare internet, non possiede un computer o non è in grado di compilare e spedire un curriculum utile, è la biblioteca. Le biblioteche americane sono state, in questi tre anni di crisi, ciò che ha salvato milioni di persone dalla miseria e dall’emarginazione.
Le biblioteche sono un’ancora di salvezza, come ho scritto nel mio libretto indirizzato ai sindaci, non perché possiedano dei computer collegati alla rete (in ogni caso ne possiedono troppo pochi ed è assurdo che alcune chiedano agli utenti di pagare per usarli così come é assurdo che vietino l’accesso ai social network) ma perché esse sono uno SPAZIO COMUNE.
Da qualche tempo si parla molto di “beni comuni”, facendo una gran confusione tra gli acquedotti e le opere d’arte, fra il museo del cinema e le piscine comunali. Io penso che sia più utile definire la biblioteca uno spazio comune, cioè una risorsa a disposizione della comunità. Una risorsa “aperta”, non autoreferenziale o gestita nel modo gerarchico e burocratico tipico del settore pubblico italiano.
Biblioteche come  “piazze del sapere” e una piazza è uno spazio in cui ci si può incontrare, si possono mettere in comune risorse, ci si può organizzare. La biblioteca è uno spazio NEUTRALE, quindi un luogo accogliente, dove domande di cultura e risorse di cultura possono incontrarsi, dove le domande sociali possono trovare le COMPETENZE necessarie per realizzarsi.
Voglio sottolineare la neutralità della biblioteca perché essa è un territorio frequentato da tutti i ceti sociali, da tutte le età, da tutte le nazionalità. Non è la stessa cosa organizzare un incontro nella sede di un partito o di una associazione oppure nella biblioteca civica.
La biblioteca è un luogo dove si incontrano italiani e immigrati, studenti e professori, casalinghe e pensionati.
Ha una VOCAZIONE a ricevere tutti su basi di uguaglianza.
Questa caratteristica permette di mettere insieme competenze diverse: noi bibliotecari non dobbiamo trasformarci in assistenti sociali ma dobbiamo sapere che i facilitatori e gli operatori dei servizi sociali hanno competenze che potrebbero essere usate meglio in biblioteca  che altrove. La nostra capacità di trovare informazioni, ampliare i contesti, dare spessore alla ricerca può essere messa al servizio di esperimenti di partecipazione  che coinvolgano operatori del welfare, utenti, cittadini. [esempio Sala borsa]
Il welfare tradizionale è in crisi non solo per il calo di risorse ma anche per la sua struttura burocratica, per i suoi meccanismi che premiano più chi ha l’abilità di accedere al sistema che chi ha veramente bisogno. Questo problema va affrontato in termini di apertura e di rifondazione, due strategie a cui la biblioteca può dare contributi preziosi.
Un tempo esistevano le sezioni dei partiti di massa che erano potenti dispositivi di integrazione sociale, la sezione era un luogo di informazione, di formazione, di convivialità e la sua scomparsa è stata una grave perdita per la democrazia. Oggi dobbiamo ricreare dei luoghi di eguaglianza, di informazione, di cooperazione.
Il “vecchio” welfare ha essenzialmente due grandi voci: le pensioni e la sanità, il resto sono briciole. Forse agli amministratori che si propongono di tagliare i fondi alle biblioteche andrebbe spiegato che chi ha una vita culturale attiva è più sano e vive più a lungo, come ha dimostrato uno studio norvegese che ha coinvolto  oltre 50.000 persone. Andare a teatro, cantare in un coro, leggere storie ai bambini in biblioteca rendono le persone meno depresse, migliorano la qualità della vita e le fanno vivere più a lungo. E questo è particolarmente vero per le attività creative, quindi è meglio suonare il pianoforte che andare semplicemente  al cinema.
Possono sembrare questioni marginali ma non lo sono: in Italia c’è stato un boom del consumo di psicofarmaci, per gli antidepressivi l’aumento è del 310% tra il 2000 e il 2008.

Di nuovo: ricordiamoci che nel 2015 un italiano su quattro avrà più di 65 anni: avere degli anziani attivi, che si mantengono per quanto possibile in buona salute mentale e fisica è l’unico modo per prevenire un’esplosione della spesa sanitaria. La biblioteca può essere il luogo dove non solo si promuovono stili di vita più sani ma anche quello dove si dà un senso alla giornata di molti pensionati che come unica alternativa avrebbero il bar o il televisore in salotto. Questi miglioramenti SONO MISURABILI in termini di minor spesa sanitaria e la Regione dovrebbe pensarci prima di ridurre ulteriormente i già magri stanziamenti per la cultura.
L’welfare definisce la natura stessa della democrazia moderna.

A Milano é stata effettuata una ricerca che ha interessato un campione della popolazione milanese, analizzando la relazione esistente fra stili di vita e il benessere psicologico individuale, con particolare riguardo all’accesso culturale, allo scopo di fornire una stima possibile dell’impatto della partecipazione culturale sulla percezione soggettiva del benessere. La cultura è nel nostro Paese considerata generalmente  “intrattenimento”, quindi ricondotta al superfluo. Se assurge a fattore determinante per il benessere delle persone, seconda solo alla salute fisica e comunque strettamente a questa correlata,  prima delle variabili reddito, età e occupazione, cambia le prospettive strategiche del welfare.
La salute dipende da come l’essere umano vive nel suo contesto e come partecipa alla società. La cultura è una risorsa per la costruzione di occasioni di sviluppo della società e di prevenzione del disagio,
La biblioteca è un luogo dove affluiscono persone con risorse culturali molto diverse: fare in modo che queste risorse vengano almeno parzialmente condivise è una forma di welfare di nuovo tipo, un tentativo di auto organizzazione della società sempre più necessario.
Questo Nuovo Welfare si deve porre due obiettivi: uno è l’emergenza, l’aiuto ai cittadini in difficoltà attraverso la messa in comune di risorse culturali e partecipative, di cui ho già parlato. L’altro è l’obiettivo di lungo periodo di costruire una cittadinanza informata e competente.
Gli amministratori che oggi pensano di tagliare i bilanci delle biblioteche non si rendono conto di stare segando il ramo su cui sono seduti: non ci possono essere consumi culturali per il museo del cinema, per i teatri o i concerti se non c’è un’educazione  paziente alla conoscenza e al godimento di questi prodotti. Non saranno i telefonini, e putroppo neppure la scuola in crisi, a creare gli acquirenti di libri, i frequentatori di balletto o i visitatori del  museo  di domani.
I consumi culturali hanno bisogno di un ecosistema favorevole, continuamente alimentato da iniziative diverse, da un’offerta ricca e attraente. Possiamo creare questi nuovi consumatori solo se offriamo ai giovani la possibilità di entrare in contatto con un’offerta culturale diversa da quella veicolata dalla televisione o dalle multinazionali della musica.
Una biblioteca che voglia essere un hub del Nuovo Welfare non può permettersi di stare chiusa, tanto più nel momento attuale. Eppure i tagli significano un’Italia piena di istituzioni culturali aperte poche ore la settimana, o addirittura  saltuariamente. Da anni non si assume più nessuno, il che significa un personale mal retribuito, sempre più anziano, spesso demotivato.

Gli ultimi cinque anni sono stati un incubo per tutti i valorosi colleghi che ogni giorno fanno molto più del proprio dovere, senza neppure prospettive di riconoscimento professionale perché l’unico modo per progredire, negli enti locali, sarebbe fare un concorso da dirigente abbandonando la biblioteca.
Da qualche anno, a fianco dei lavoratori in organi sono comparse le cooperative. I dipendenti delle cooperative che integrano il personale permettendo di aggirare le limitazioni imposte dal governo alle assunzioni e consentendo la gestione di varie istituzioni culturali. Le cooperative ottengono l’appalto con il massimo ribasso e costano poco: ci sono numerosi casi che gridano vendetta, di cooperative che pagano gli operatori 5 euro netti l’ora o anche meno, o che non pagano il trattamento di fine rapporto pur avendolo intascato.
Nessuno può amare il proprio lavoro se la paga è da fame e poi la precarizzazione produce professionalità spesso modeste perché nessuno decide di investire su se stesso se il rapporto con mondo produttivo é così labile.
Una biblioteca è fatta del suo personale, molto prima che delle sue collezioni.
Purtroppo, i manuali di biblioteconomia non contengono istruzioni su come essere gentili con gli utenti, come aiutare un pensionato in difficoltà, consolare un bambino che si è sbucciato un ginocchio. Per far questo abbiamo bisogno di personale giovane (la biblioteca è un lavoro anche fisicamente faticoso) che abbia l’attenzione al “cliente” propria del settore privato, sia disponibile, creativo, entusiasta.
Questo significa che i bibliotecari da assumere, o quelli che vengono impiegati dalle cooperative, non vanno valutati solo sulla base dei titoli accademici: occorre disegnare i concorsi in modo che anche i giovani con competenze psicologiche, informatiche, giornalistiche, grafiche, artistiche, possano avere una chance: saranno preziosi per la biblioteca.
Il bibliotecario di cui c’è bisogno oggi è uno che capisce cosa vuol dire lavorare in un certo contesto sociale, che usa le competenze in un ruolo di facilitatore, non di “custode” dei beni culturali.

Oggi la situazione è chiara: nel prossimo futuro non ci saranno assunzioni nel settore pubblico, nemmeno per sostituire chi va in pensione. Se non vogliamo che i servizi a cui abbiamo dedicato la nostra intera vita professionale chiudano (o vadano in malora) dobbiamo non solo fare ricorso alle cooperative ma anche promuovere l’uso di volontari amici della biblioteca che ci aiutino. Non ci sono alternative.
Anche la biblioteca più semplice ha bisogno di due persone per stare aperta e devono essere bibliotecari, se non altro perché dei volontari potrebbero semplicemente stare a casa la mattina in cui hanno di meglio da fare.
Ma non tutti gli addetti presenti in loco devono essere bibliotecari: se vogliamo proporre quelle attività che spesso sono il vero elemento per attrarre i nuovi cittadini (dalla lettura di storie per i bambini ai corsi di informatica per gli anziani) abbiamo bisogno di volontari. Spesso le biblioteche americane ne hanno centinaia e possiamo usarli anche noi.
A Torino, il progetto Volontari Senior del Comune ha permesso di inserire circa 80 volontari, selezionati sulla base delle motivazioni e competenze, a sostegno del lavoro dei bibliotecari ma se ne potrebbero trovare molti di più.
L’Italia è pinna di pensionati di mente e cervello giovanili che non si tirerebbero indietro di fronte a una ben organizzata attività di sostegno per gli studenti deboli in matematica o a corsi di italiano per gli stranieri, come si fa in molte città. E questo vale anche per le esercitazioni di scrittura per gli italiani, le consulenze per i consumatori, visite guidate della biblioteca, vendita di libri o magari corsi per imparare a disporre i fiori o a riconoscere gli uccelli quando si va in gita in montagna: c’è solo l’imbarazzo della scelta se si fa appello alla ricchezza di competenze disperse nella società civile. [2012 é l’anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra generazioni, la sfida è di migliorare le possibilità di invecchiare restando attivi e di condurre una vita autonoma continuare a svolgere un ruolo attivo nella società]

Come convincerli? Certo, non è una biblioteca polverosa, gestita da personale scostante, che invoglierà delle persone a donare il loro tempo e le loro capacità per rendere  la città più vivibile. Occorre che la biblioteca sia già percepita come uno spazio comune, un punto di incontro, un luogo amichevole, un’istituzione al servizio della comunità. Se la biblioteca si apre alla città, la città adotterà la biblioteca e non sarà difficile trovare aiuto.
Questo non significa assolvere le amministrazioni comunali dalle loro responsabilità: coinvolgere i cittadini significa anche mobilitarli perché i comuni riconoscano la necessità di operatori qualificati e ricomincino ad assumere. Questo può avvenire, però, solo se sapremo convincere la città di quanto il nuovo welfare passi per nuove biblioteche.
Da questo punto di vista, il peggior nemico del welfare basato sulla cultura è il sistema gerarchico e burocratico in cui le biblioteche sono inserite, abbiamo forme organizzative insostenibili, la PA deve riorganizzarsi e lavorare per progetti mettendo fine alla separazione verticale tra settori che potrebbero collaborare fra loro.
Recentemente sono stata a Palermo all’iniziativa sui cantieri culturali della Zisa, molto parlato di biblioteche, ovviamente diverse da quelle a cui sono abituati, mi sembra un bel segnale, e forse mai come in questo momento in tutt’Italia, soprattutto nel sud ci sono molti segnali di forte interesse  per questo particolare idea di servizio, chissà che non sia proprio la crisi a rilanciare le biblioteche? forse i cittadini mai come di questi tempi hanno capito che ce ne è bisogno.

L'articolo Altro che Crescitalia, ovvero il Paese di domani si costruisce oggi nelle biblioteche proviene da Minima et Moralia.

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