Antonio D'Orrico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonio-dorrico/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:17:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonio D'Orrico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonio-dorrico/ 32 32 La Roma fumettona di “Giallo banana” https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-roma-fumettona-giallo-banana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-roma-fumettona-giallo-banana/#respond Tue, 28 Jun 2016 13:30:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31269 Questa recensione è uscita in versione leggermente diversa su Succede Oggi (fonte immagine).

di Paolo Bonari

Nel corso di questi mesi, Giallo banana di Giovanni Di Giamberardino e Costanza Durante ha ricevuto elogi pressoché unanimi, a partire da quello di Antonio D’Orrico, che presentava e lanciava i due autori chiedendosi, non senza buone ragioni ed evitando, almeno per una volta, certe appiccicose iperboli alle quali ci ha abituato, se non avessimo trovato “i nipotini di Fruttero & Lucentini”: ad accomunare le due coppie, il gusto della parodia sociale, della satira di costume, dell’occhiolino intelligente a chi sia in grado di capire, nonché la pagina molto “scritta”, e scritta con eleganza formale e dispendio di forme espressive.

“La Roma bene”, insomma, dispone di un altro romanzo che ne documenti, più dei rapidi fasti, le lunghissime cadute: è nell’ancien régime dell’aristocrazia cittadina che ci muoviamo, apprendendo che il party più esclusivo, le animate terrazze romane, la festa immancabile, “esistono”. Tutto ciò che avviene, però, è osservato o potrebbe essere osservato dall’occhio inquisitore del “Cafonal” di “Dagospia”: il botox delle “facce traslucide”, la miseria etica dei marchesi “decadutissimi”, quella estetica della “giovane rampolla” dai modi angelici “che sorride a trentadue denti scoprendone uno aggredito da una foglia di prezzemolo” e la spietatezza della onorevole che avanza verso il buffet “sputando a terra il chewing gum che stava ciancicando per contrastare i morsi della fame”.

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di Paolo Bonari

Nel corso di questi mesi, Giallo banana di Giovanni Di Giamberardino e Costanza Durante ha ricevuto elogi pressoché unanimi, a partire da quello di Antonio D’Orrico, che presentava e lanciava i due autori chiedendosi, non senza buone ragioni ed evitando, almeno per una volta, certe appiccicose iperboli alle quali ci ha abituato, se non avessimo trovato “i nipotini di Fruttero & Lucentini”: ad accomunare le due coppie, il gusto della parodia sociale, della satira di costume, dell’occhiolino intelligente a chi sia in grado di capire, nonché la pagina molto “scritta”, e scritta con eleganza formale e dispendio di forme espressive.

“La Roma bene”, insomma, dispone di un altro romanzo che ne documenti, più dei rapidi fasti, le lunghissime cadute: è nell’ancien régime dell’aristocrazia cittadina che ci muoviamo, apprendendo che il party più esclusivo, le animate terrazze romane, la festa immancabile, “esistono”. Tutto ciò che avviene, però, è osservato o potrebbe essere osservato dall’occhio inquisitore del “Cafonal” di “Dagospia”: il botox delle “facce traslucide”, la miseria etica dei marchesi “decadutissimi”, quella estetica della “giovane rampolla” dai modi angelici “che sorride a trentadue denti scoprendone uno aggredito da una foglia di prezzemolo” e la spietatezza della onorevole che avanza verso il buffet “sputando a terra il chewing gum che stava ciancicando per contrastare i morsi della fame”.

Nobiltà e spazzatura, intrecciate, indistinte, ingiudicabili se non attraverso il metro della realtà decaduta, quello televisivo, tanto che i riferimenti sono parossistici: si va da Carlo Conti al conduttore televisivo “Dario Donti” – la replica che equivale l’originale –, fino ad Antonella Clerici e “La prova del cuoco”, “X Factor”, “Pomeriggio Cinque”, “Maurizio Costanzo Show”, “Porta a Porta”, Simona Ventura e l’“Isola dei famosi”, Raoul Bova, “La vita in diretta”, Gigi Marzullo, “Sentieri”, i tronisti e “Uomini e donne”, “Centovetrine”, Aldo Busi, Marco Travaglio, per finire con le parodie, cioè la rivista “Giovanna2000”, il Movimento 5 Teste, l’“esponente di centro destra Daniela Palanche”, “l’ex pornostar Nilly D’Abbacchio che si sganasciava sottobraccio al vincitore del premio Strega Lauro Gioviano” e “la neomamma ultracinquantenne Carmela Musso e il fedele coetaneo Ezio Mauro Lurchi”.

Sì, tutto un po’ puerile, ma senza divertimento: né nella lettura, né nella scrittura, o così sembra. Wanna Marchi in esergo scandalizza chi? Introvabili “separatisti” che continuino a ribattere sulla distinzione della letteratura dalla spazzatura? Se sberleffo è, non si capisce a chi venga rivolto, né perché la scelta realistica sembri intermittente, e si finisca per ricadere nella trasfigurazione – Carlo Conti o “Dario Donti”? –, tanto annoiata quanto noiosa.

Sorrentino, certo, “La grande bellezza”: il film stesso viene citato, come a dare l’indicazione al lettore, nonché al critico – lascerei stare Fellini, invece, perché lo sguardo di Mastroianni sulla realtà non è quello di Servillo, e tanto basti, per ora. Romanzo che si muove in un allegretto che è una marcetta e molto speziato, sovraccarico, mentre il genere, più di altri, avrebbe bisogno di asciuttezza, di una certa stilizzazione secca, pena la perdita di credibilità, lo svaccamento al posto della tensione – si gioca a fare il giallo senza crederci, qui, ma non si capisce, allora, perché uno debba arrivare fino in fondo, a meno che non sia un affezionato della “trasmissione”.

Il giallo prevede dei vuoti, non è un tutto pieno – Maigret sembra quasi un tutto vuoto… –, e l’occhio che vuole la propria parte non vuole altro che un po’ di riposo, mentre è tutto troppo, qui: i dialoghi, i colori, perfino l’intelligenza degli autori, perché è anche un po’ stupido, il giallo, e non deve guardarsi troppo addosso, mentre procede. Allora, Fruttero & Lucentini? Sì, va bene: però, siamo dalle parti del romanzo della coppia che meno preferisco, quel A che punto è la notte che, al mio gusto, allappava, non perché acerbo, ma per troppa maturità.

Romanzo molto romano, anche, a prescindere dall’ambientazione: nel senso di una colonizzazione molto capitolina dei mezzi più che dell’immaginario, ovvero della graphic novel che ha soppiantato tradizioni di più lunga data come quella letteraria, e che sembra più congeniale alla rappresentazione, quando questa sia mimetica, come nel nostro caso – la scrittura stessa sa (efficacemente) di botox, come gli zigomi dei personaggi. Forse, la letteratura non potrà che sentirsi nobilitata, oggi, dall’ancillarità al fumettone, e questo è il termine di una rincorsa, la conseguenza del sorpasso.

Ripenso alla Roma de Gli sfiorati di Sandro Veronesi, più gigionesco di Giallo banana e tuttavia simile, che mi sembra segnare una soglia: pubblicato nel 1990, dava il via a quella fumettizzazione della narrativa che si consumerà proprio lungo quel decennio e che, oggi, è maniera – inizialmente romana, ma anche bolognese, insomma di centri intensamente accademizzati, dove l’alto tasso di “creatività underground” manifestava solidarietà con l’overground istituzionale – solidarietà non più paradossale, perché decennale. Il fatto è che, quando concedi qualcosa al fumetto, quello si prende il braccio, quando la letteratura abdica al proprio ruolo di mezzo (svantaggiato) di rappresentazione bianca e nera, invidiando altre tavole, altri colori, uno si chiede perché una storia debba essere solo scritta, perché manchino le vignette.

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Dalla forma di formaggio alle forme di cultura, e ritorno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-forma-di-formaggio-alle-forme-di-cultura-e-ritorno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-forma-di-formaggio-alle-forme-di-cultura-e-ritorno/#comments Thu, 24 Apr 2014 15:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20240 di Lanfranco Caminiti

«Non era senza un vero dispiacere che per l’addietro, sostando davanti al negozio dei principali salumieri delle nostre città, non si potesse scorgere alcun formaggio di lusso che portasse un nome italiano. Fui il primo che, dopo lunga esperienza, riuscii a soppiantare l’importazione estera, mettendo in commercio i miei formaggi di lusso, uso Francesi»[1]. Parole di Egidio Galbani, lombardo, l’inventore del Formaggio del Bel Paese.

Con spirito che potremmo definire caseario–patriottico Egidio Galbani agli inizi del Novecento, in un tempo in cui i formaggi erano ancora perlopiù artigianali — la Valsassina è la “terra” da cui vengono le famiglie Cademartori, Ciresa, Galbani, Locatelli, Invernizzi, Mauri — e la cui distribuzione era limitata all’ambito locale, confeziona un prodotto per la tavola fabbricato in uno stabilimento industriale, appoggiandosi alla rete ferroviaria che andava irrobustendosi e corroborandola con una propria distribuzione attraverso furgoncini, e sostenendolo con un’innovativa campagna pubblicitaria: un successo enorme durato un secolo, oggi la Galbani è “straniera” come tanti altri prodotti italiani, della francese Lactalis dal 2006 [gli “uso Francesi” si sono riappropriati dell’imitazione italiana]. Davvero un grande spirito imprenditoriale, un “capitano coraggioso”.

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(Fonte immagine)

di Lanfranco Caminiti

«Non era senza un vero dispiacere che per l’addietro, sostando davanti al negozio dei principali salumieri delle nostre città, non si potesse scorgere alcun formaggio di lusso che portasse un nome italiano. Fui il primo che, dopo lunga esperienza, riuscii a soppiantare l’importazione estera, mettendo in commercio i miei formaggi di lusso, uso Francesi»[1]. Parole di Egidio Galbani, lombardo, l’inventore del Formaggio del Bel Paese.

Con spirito che potremmo definire caseario–patriottico Egidio Galbani agli inizi del Novecento, in un tempo in cui i formaggi erano ancora perlopiù artigianali — la Valsassina è la “terra” da cui vengono le famiglie Cademartori, Ciresa, Galbani, Locatelli, Invernizzi, Mauri — e la cui distribuzione era limitata all’ambito locale, confeziona un prodotto per la tavola fabbricato in uno stabilimento industriale, appoggiandosi alla rete ferroviaria che andava irrobustendosi e corroborandola con una propria distribuzione attraverso furgoncini, e sostenendolo con un’innovativa campagna pubblicitaria: un successo enorme durato un secolo, oggi la Galbani è “straniera” come tanti altri prodotti italiani, della francese Lactalis dal 2006 [gli “uso Francesi” si sono riappropriati dell’imitazione italiana]. Davvero un grande spirito imprenditoriale, un “capitano coraggioso”.

Il vero colpo di genio di Galbani fu il confezionamento, quello che oggi chiamiamo packaging — qui non si parla di vermi[2] e di metodologia della storia. Sulla rotonda forma di formaggio, venne applicata un’etichetta con la cartina dell’Italia — il Bel Paese, appunto — e la faccia austera e rassicurante di un signore. Che non era l’Egidio Galbani stesso, ma l’abate Stoppani.

A 24 anni, lecchese, nel 1848, anno della sua consacrazione a sacerdote, Stoppani è tra i seminaristi sulle barricate delle Cinque Giornate a Milano, e dietro le piccole mongolfiere che si sollevano per annunciare la rivoluzione in città e chiedere aiuto alle campagne c’è anche la sua formazione scientifica. Rosminiano e manzoniano, naturalista, professore di Geologia a Pavia nel ’67, passa poi al Politecnico di Milano e quindici anni dopo diventa direttore del Museo Civico di scienze naturali. È anche fondatore della sezione milanese del Club Alpino Italiano. Il suo libro, Il Bel Paese. Conversazioni sulle bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica d’Italia, è della metà degli anni Settanta, e racconta di un viaggio che partendo dalla sua Lombardia lo porta giù «a balzelloni» fino all’Etna. Il racconto di questo viaggio naturalistico è rivolto «agli institutori», con l’intento di bilanciare le belle lettere attraverso la sensibilità tecnico–scientifica. Il dispositivo fabulatorio è quello delle narrazioni a veglia: ventinove serate di un lungo e freddo inverno lombardo, in cui l’io narrante racconta a dei ragazzini per ogni serata un luogo e le sue meraviglie [per dire: le prime sette sono dedicate alle Alpi, l’VIII alle Prealpi, dalla XXIV alla XXVII al Vesuvio e le ultime due, la XXVIII e la XXIX all’Etna, tutti luoghi davvero visitati dallo Stoppani di persona][3].

Anche lo Stoppani, come il Galbani, è animato da italianità: «Vedete – dice rivolto ai ragazzi che lo ascoltano –, voi siete come siamo noi italiani in generale. Il bello, il buono, l’utile, tutto ci deve venire d’oltremare e d’oltre monti. Non dico che noi dobbiamo credere di posseder tutto, e di poter fare senza del molto che ci può venire altronde. Sarebbe stoltezza […] Ma ciascuno deve anzi tutto fare i conti in casa propria: ché il cercare l’altrui, mentre si possiede del proprio, è vergognosa mendicità».

A rigor di logica, se faccia da letterato aveva da esserci sulla forma di un formaggio dal nome Bel Paese doveva essere di Dante: «Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove ‘l sì suona»[4], o del Petrarca: «il bel paese / ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda e l’Alpe»[5], che avevano inventato la locuzione. Credo che nella scelta di Galbani verso lo Stoppani abbia giocato una declinazione “tecnica”, una rivendicazione industriale delle lettere, una considerazione solida delle cose piuttosto che effuse di allori. Inoltre, quando Galbani decide questa nominazione colta d’un formaggio, il libro dello Stoppani aveva venduto centinaia di migliaia di copie e era arrivato alla 60° edizione: un successo strepitoso durato decenni. Un vero libro di formazione “nazionale”. Un veicolo commerciale di grande popolarità, quindi. Il target — diremmo oggi — di Galbani per il suo formaggio era la stessa platea di lettori dello Stoppani: il ceto medio che si affacciava contemporaneamente alla cultura e ai formaggi, forse entrambe le cose, per gli italiani del tempo, «di lusso, uso Francesi». Oltre a essere la “traduzione” di un formaggio dal francese all’italiano, la faccia dell’autore del Bel Paese su un formaggio che si chiama Bel Paese gioca, forse inconsapevolmente, sulla natura intertestuale del linguaggio con una mise en abyme [nella critica letteraria, la mise en abyme indica un particolare tipo di “storia nella storia”, in cui la storia raccontata — livello basso, il formaggio — può essere usata per riassumere o racchiudere alcuni aspetti della storia che la incornicia — livello alto, il libro].

Un formaggio futurista?

Per quanto si sarebbe preso del “passatista” da Marinetti, a modo suo Galbani col formaggio letterato apre forse la strada al futurismo che con la pubblicità industriale ebbe un rapporto passionale e profondo. Non solo Depero fondò nel 1919 la Casa d’arte Futurista, che funzionava da agenzia pubblicitaria, ma collaborò a lungo con la Campari per cui creò una serie di importanti annunci, un progetto di Padiglione e nel 1926 portò alla Biennale di Venezia un dipinto intitolato Squisito al Selz; Marcello Dudovich collaborò per circa venti anni con i Grandi Magazzini Mele di Napoli che avevano importato e riprodotto in Italia l’esperienza dei grandi magazzini Lafayette [ancora «gli uso Francesi»], lavorò per la marca Zenit e instaurò una proficua collaborazione con i magazzini La Rinascente [nome inventato dal Grande Vate D’Annunzio]; la AEG pubblicizzò una lampadina con uno slogan marinettiano: «Uccidiamo il chiaro di luna». Molti altri — tra cui Nicolaï Diulgheroff, Prampolini, Farfa, Giacomo Balla, Bruno Munari — produssero straordinari oggetti pubblicitari[6].

A prima vista, qui ancora siamo in quel rapporto fra arte e pubblicità “ottocentesco”, quello di Aristide Bruant che si faceva dipingere i cartelloni da Toulouse Lautrec; insomma, nonostante ci siano delle ragioni, come è stato detto, nel definire questa disposizione futurista alla pubblicità come un canto, un’ode, «una celebrazione dell’epos industriale»[7], sembrerebbe ancora un rapporto da belle époque, quello proprio della nascita del poster, de l’affiche. Oggi, ne abbiamo degli esempi tecnologicamente ammodernati di questa logica, che so, Wim Wenders che presenta a Berlino lo smartphone Galaxy Note 10.1 della Nokia, con un piccolo cortometraggio chiamato Recreate Berlin, un’opera girata e montata in cinque giorni tramite proprio quell’apparecchio. Si chiama product placement, adesso: vi si sono cimentati tra i più celebrati registi di cinema, da David Lynch a Martin Scorsese a Woody Allen, come peraltro tra i più apprezzati registi italiani [Giuseppe Tornatore, Gabriele Salvatores, Gabriele Muccino, Ferzan Ozpeteck, solo per fare qualche nome]. Anche Federico Fellini girò dei famosi spot per Barilla e Campari.

Il futurismo però — il cui Manifesto, com’è noto, fu pubblicato sulla prima pagina de «Le Figaro», il 20 febbraio del 1909, un po’ all’«uso francese», insomma — era più ambizioso. Nel Numero unico futurista Campari del 1931 Depero pubblica il manifesto Il futurismo e l’arte pubblicitaria con una rivendicazione di dignità artistica totale: «Tutta l’arte dei secoli scorsi è improntata a scopo pubblicitario […] l’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria […] Arte fatalmente moderna – arte fatalmente audace – arte fatalmente pagata – arte fatalmente vissuta». Depero produsse in proprio mobili, stoffe, perfino gilet [pardon, panciotti] futuristi.

Non solo Marinetti contribuisce a una poesia pubblicitaria e industriale, con i suoi libri scritti per la Snia Viscosa, Il poema del vestito di latte del 1927 – grafica di Munari – per “cantare” il lanital, una fibra ottenuta autarchicamente dalla caseina [lo spirito caseario–patriottico ritorna, come un’ossessione], e Il poema di Torre Viscosa del 1938: «Tutto è deciso nulla salvò né avrebbe mai salvato gli eroici canneti devoti al languore / Eccole infornate costrette sul sistematico andare senza fine andare del trasportatore a nastro / di gomma funereo / Ingoiamento e digrignare delle tagliere tronfio masticare metallico / Fiato fiato fiato e tutto s’innalza in un immenso fiato nelle bocche prone degli alti silos / Poi giù trituratissima miscela stridulante d’agonie giù nei bollitori rossi ostentati ventri d’acciaio / nella trasparente cattedralica torre / Colori odori rumori di insolenza guerriera». Anche un poeta come Giovanni Gerbino arriva a stilare un suo manifesto della poesia pubblicitaria dove afferma: «Per poesia pubblicitaria non deve intendersi una filastrocca di parole gettate giù obbligatoriamente per cantare con voce lugubre le qualità d’un prodotto industriale o commerciale vergognandosi, infine, d’assumersene la paternità, com’è d’uso, con evidente malafede, in certi rimaioli passatisti, ma vera e propria poesia nel senso più alto della parola […] Esaltare un prodotto industriale o commerciale con lo stesso stato d’animo con sui si esaltano gli occhi d’una donna».

Bisognerà aspettare la pop art per avere questo stesso grado di consapevolezza del rapporto tra cultura e merce, rovesciandolo. Ecco allora apparire, sulle tele degli artisti pop, i simboli delle industrie più note dell’epoca: Coca Cola, Brillo, Campbell ecc., quegli stessi logo che scandivano la vita quotidiana. La pubblicità stessa di un oggetto diventa opera d’arte [per citare qualcosa: Jasper Johns, Painted Bronze (Ballantine Ale Cans), 1960; Andy Wahrol, Close Cover before Striking (Pepsi Cola), 1962; Richard Hamilton, Toaster, 1967].

Fosse stato in Italia, c’è da scommetterci che Wahrol invece della lattina Campbell’s Tomato Soup avrebbe dipinto la forma di Formaggio del Bel Paese di Galbani. Egidio Galbani con la sua forma di formaggio letterato fu perciò un precursore della pop art? O piuttosto un precursore della culturalizzazione pop dell’impresa?

Autarchia culturale e esterofilia

Nel gennaio 1816 esce su «Biblioteca Italiana» il breve saggio di Madame Anne Louise Germaine de Staël, Sulla maniera e la utilità delle Traduzioni, che interviene sulla crisi della letteratura italiana additandone le cause nel neoclassicismo e tanta influenza avrà sulle lettere e i letterati italiani del tempo, fino a dare abbrivio alla svolta del Romanticismo. Scrive la de Staël: «Dovrebbero a mio avviso gl’Italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini, i quali per lo più stanno contenti all’antica mitologia: né pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate, anzi il resto d’Europa le ha già abbandonate e dimentiche. Perciò gl’intelletti della bella Italia, se amano di non giacere oziosi, rivolgano spesso l’attenzione al di là dall’Alpi, non dico per vestire le fogge straniere, ma per conoscerle; non per diventare imitatori, ma per uscire di quelle usanze viete, le quali durano nella letteratura come nelle compagnie i complimenti, a pregiudizio della naturale schiettezza»[8].

Esterofilia culturale [anglofila, francofila, germanofila] e autarchia intellettuale si sono succedute e altalenate spesso da allora nel dibattito culturale italiano. Gramsci scrisse pagine belle e profonde in merito in Letteratura e vita nazionale[9]. Siamo stati anglofili: le diciotto edizioni di Self Help, di Samuel Smiles, una sorta di manuale dell’uomo che si fa da sé attraverso la “religione del lavoro”, peana dell’imprenditore dal carattere volitivo e concreto, e non piuttosto amorale e accidioso come i meridionali e i latini, nel 1889 avevano venduto 75.000 copie, un bestseller. Gli inglesi erano considerati «senza dubbio il primo popolo della terra» e per lodare l’industriosità dei piemontesi si diceva di loro — anche il D’Azeglio, lo diceva — che fossero «inglesi italianizzati». Non saremmo mai stati dei veri capitalisti, insomma, e non avremmo avuto chance nella competizione per le colonie, se non li avessimo imitati. Siamo stati germanofili: dopo la vittoria prussiana del 1870 sulla Francia, Francesco De Sanctis, ministro dell’Educazione, richiamandosi ai notevoli risultati ottenuti dalla Germania che aveva dedicato molte risorse all’educazione fisica, cominciò a promuovere una educazione più “virile”.

Lo storico Pasquale Villari parlò di «una grande vittoria dei popoli germanici e protestanti sui popoli latini e cattolici, i quali sembrano per tutto essere in decadenza» e Crispi, che ammirava Bismarck, promosse una «Associazione nazionale per l’educazione fisica e militare del popolo», mentre Carducci inveiva poetando contro quel «vecchio popolo di frati, briganti, ciceroni e cicisbei» che gli italiani non avevano mai smesso di essere. Siamo stati francofili: il francese Alfred Fouillée, agli inizi del Novecento, dopo un lungo e dettagliato esame delle caratteristiche psicologiche dei principali popoli europei, concluse che non c’era alcuna evidenza scientifica che provasse la degenerazione delle popolazioni neolatine e la loro inferiorità nei confronti degli anglosassoni. E d’altronde, la Francia non aveva dispiegato il tipo migliore di colonialismo, più sensibile degli altri ai diritti dei colonizzati? I paladini del colonialismo italiano fecero proprie queste considerazioni, con gran seguito di popolo e di letterati[10].

Siamo stati autarchici [«In alto viaggiare viaggiare senza fine la nuova costellazione le cui stelle formano la parola / AUTARCHIA», F.T. Marinetti»], perlopiù ricalcando lo Stoppani [«Ma ciascuno deve anzi tutto fare i conti in casa propria: ché il cercare l’altrui, mentre si possiede del proprio, è vergognosa mendicità»]. In genere, però, ci siamo attestati, sui caratteri delle varie lingue europee [e delle culture e dei rispettivi popoli], su quanto già scriveva il Muratori nel suo Della perfetta poesia italiana: di Carlo V si raccontava come egli solesse dire che «s’il voulait parler aux hommes, il parleroit françois; s’il voulait parler a son cheval, il parleroit allemand; s’il voulait parler aux Dames, il parleroit italien et s’il voulait parler à Dieu, il parleroit espagnol»[11].

È questa, un’idea d’Europa dura a morire chez nous. È con l’America che cambiano davvero le cose.

Americana e le traduzioni di Vittorini

Americana è un’antologia che raccoglie testi di trentatré narratori americani, dal primo Ottocento fino agli anni Trenta, progettata e organizzata da Vittorini negli anni 1939-40. I vari autori sono inseriti in nove periodizzazioni storico-critiche [Le origini; I classici; Nascita della leggenda; La letteratura della borghesia; Leggenda e verismo; Il rivolgimento delle forme; Eccentrici, una parentesi; Storia contemporanea; La nuova leggenda], presentate da Vittorini con  analisi originali. Inoltre ogni autore è introdotto da una brevissima scheda che ne riepiloga l’attività letteraria. Le traduzioni dei testi sono opera di vari autori, tra cui Vittorini stesso, Montale, Pavese, Moravia.

È ormai sedimentata una vulgata per cui l’intento di Vittorini era far conoscere la letteratura americana in Italia, dove il fascismo aveva quasi imposto una chiusura culturale verso le letterature straniere, come una sfida di libertà contro il regime. La mia personalissima idea è che la cosa sia più complessa e che Vittorini si muovesse su una sottilissima striscia di confine e contasse anche sulla simpatia che dagli Stati uniti si riversava sull’Italia e sulla curiosità di Mussolini verso l’America — la complessità, cioè, non è data solo dalla personalità di Vittorini ma dal rapporto fra il fascismo e gli Stati uniti sino all’ingresso nel conflitto mondiale. Il mito di un mondo nuovo, fatto di voci nuove e forze nuove, che esprimeva “furore”, la condizione di “vitalità” e di “ferocia” che pervade quegli autori, espressione di un vivere forte e primitivo in un mondo tutto da costruire, potevano essere tutti temi che trovavano eco in una certa mitopoiesi del fascismo.

La prima edizione di Americana [1940] fu bloccata dalla censura fascista, che per fare uscire l’opera impose al suo editore Bompiani di eliminare le note scritte da Vittorini e di introdurre una presentazione di Emilio Cecchi, che dava un’interpretazione molto limitativa della letteratura americana, con giudizi negativi su parecchi autori, a esempio Hemingway, e complessivamente sugli Stati uniti. Ma la prima edizione di Furore di Steinbeck è del 1941 [editore, sempre Bompiani], e considerando che il romanzo fosse uscito nel ’39 e avesse vinto il Pulitzer nel ’40 e nello stesso anno Ford ci avesse fatto il film, si può dire che si andava quasi più veloci allora, nelle traduzioni.

Le traduzioni di Vittorini sono spesso poco aderenti, per usare un eufemismo, al testo originale. Voglio riportare un esempio, tratto dal racconto The Gambler, the Nun and the Radio, ovvero Il giocatore d’azzardo, la monaca e la radio che diventa nelle mani di Vittorini Monaca e messicani, la radio. Già nel titolo, il gambler, un messicano, diventa una pluralità di giocatori d’azzardo, anzi di messicani — la monaca, invece, rimane singola.

But Seattle he came to know very well, the taxicab company with the big white cabs (each cab equipped with radio itself) he rode in every night out to the roadhouse on the Canadian side where he followed the course of parties by the musical selections they phoned for. He lived in Seattle from two o’clock on, each night, hearing the pieces that all the different people asked for, and it was as real as Minneapolis, where the revellers left their beds each morning to make that trip down to the studio. Mr Frazer grew very fond of Seattle, Washington.

«Ma Seattle la conosceva bene, la percorreva ogni notte in un taxi bianco che aveva la radio e andava lungo il mare. Viveva a Seattle dalle due in poi, ogni notte, e Seattle era per lui reale come Minneapolis dove i Revelers lasciavano il letto ogni mattina per recarsi allo studio in tram, prima dell’alba. Egli voleva un gran bene a Seattle, sull’Atlantico».

I tagli di Vittorini, che aveva studiato l’inglese da sé partendo dal Robinson Crusoe di Defoe e scrivendo sopra ogni parola del testo quella italiana corrispondente, sono numerosissimi e riguardano sia singoli termini che frasi intere — altro che minimalismo di Carver “prodotto” del suo editor Gordon Lish. Il termine “ballrooms” viene totalmente omesso; vengono eliminate due righe del testo americano [out to the roadhouse on the Canadian side where he followed the course of parties by the musical selections they phoned for]; “Canadian side”, letteralmente “confine sul Canada”, “confine canadese”, viene reso con “andava lungo il mare”; il termine “tram” viene aggiunto probabilmente per venire incontro a un’idea della città americana del lettore italiano; e i revellers [festaioli, modaioli] diventano Revelers, come fosse un gruppo jazz. Anche “Seattle, Washington” viene cambiato in “Seattle, sull’Atlantico”, quando in realtà si trova sul Pacifico[12].

Straordinario, Vittorini reinventò l’America per gli italiani, la rigirò a specchio persino sui suoi confini oceanici. Siamo con ogni evidenza oltre l’altalena fra autarchia e esterofilia [davvero, non so se sia il caso di parlare qui di anglofilia]: una autonomia di scrittura nel tradurre. Chissà cosa ne avrebbe detto la de Staël. Probabilmente avrebbe approvato.

Recentemente[13], Antonio D’Orrico ha confrontato due traduzioni dell’incipit del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, un longseller che ha avuto ulteriore impennata dal film di quest’anno, affiancandole, per sottolineare inorridito come da un libro a 0,99 centesimi [Fitzgerald è ormai fuori diritti] — cheap nel costo ma anche nella traduzione — c’è da aspettarsi ben poco, e che bisogna invece affidarsi alla grande distribuzione e alla qualità delle loro traduzioni. Ecco il famoso incipit: «In my younger and more vulnerable years my father gave me some advice that I’ve been turning over in my mind ever since». Questa è versione della Pivano [appena riproposta negli Oscar] che manda in deliquio D’Orrico: «Negli anni più vulnerabili della mia giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente». E ecco invece la traduzione da 0,99 centesimi che inorridisce D’Orrico: «Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora». A me non sembra male, e mi chiedo: non è invece che da qualche parte nascosta si vada covando un nuovo Vittorini?

Certo, la Pivano è un monumento nazionale delle traduzioni, oltre che essere stata un veicolo straordinario di attenzione, sensibilità e conoscenza nel portare qui da noi fenomeni e autori sempre nuovi di letteratura americana, dalla Beat generation fino a Jay McInerney e Bret Easton Ellis passando per Henry Miller e Charles Bukowski. Però, qualcosa dev’essersi rotto nel gran flusso di letteratura americana se oggi si scrive così: «Senza dubbio, la letteratura italiana deve aprirsi a orizzonti diversi, guardare al futuro, creare se stessa, autofondandosi, un pubblico a venire… Immettere la letteratura italiana in un’orbita globale significa dover leggere solo DeLillo, Pynchon, Philip Dick, Stephen King, ecc.? Oppure significa riconoscere che Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso, ecc. vanno letti in una prospettiva diversa, verificando come oggi, di fronte alla modernità, interagiscono con i lettori e la letteratura?»[14] Sembra — calco un po’ la mano, eh — una Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam [Esortazione a pigliare l’Italia e liberarla dai barbari], del Machiavelli [cap. XXVI del Principe, quello che si chiude con l’invocazione del Petrarca, c’è una circolarità di citazioni, mi rendo conto: «vertú contra furore / prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto: / ché l’antiquo valore / ne gli italici cor’ non è anchor morto», All’Italia].

Però, qualcosa dev’essersi rotto nella predominanza anglofona se alla decisione del rettore del Politecnico di Milano che i corsi post laurea vengano fatti esclusivamente in inglese 234 professori e ricercatori dell’Istituto si sono espressi contro, ricorrendo al Tar e firmando un documento – intitolato “Appello a difesa della libertà di insegnamento” – in cui la si considera illegittima perché, tra l’altro, andrebbe contro l’articolo 271 del Regio decreto del 31 agosto 1933, n. 1592[15]. Il provvedimento, in pieno regime fascista, stabiliva che: «La lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari». Il decreto non è mai stato abrogato formalmente. L’autarchia, come uno spettro, continua a aggirarsi fra noi. O, quanto meno, nelle aule universitarie.

I due «Il Politecnico» e «Il Menabò»

Qui comunque Vittorini ci interessa anche per «Il Politecnico», la rivista prima settimanale poi mensile da lui fondata e pubblicata a Milano dal settembre 1945 al dicembre 1947.

«Il Politecnico» era stata la rivista fondata da Carlo Cattaneo e pubblicata in due periodi, dal gennaio 1839 fino al 1844 e poi dal novembre 1859 fino al 1869, anno in cui si fuse con il «Giornale dell’ingegnere civile e meccanico», per dare vita al «Politecnico. Giornale dell’ingegnere architetto civile e industriale», in un certo senso una logica continuità “tecnica” che sfuma sullo sfondo l’intento “civico”. Gli intenti del periodico vennero spiegati da Cattaneo così: «appianare ai nostri concittadini con una raccolta periodica la più pronta cognizione di quella parte di vero che dalle ardue regioni della Scienza può facilmente condursi a fecondare il campo della Pratica, e crescere sussidio e conforto alla prosperità comune e alla convivenza civile. […] Il bisogno di promovere fra noi ogni maniera d’industrie è ormai troppo manifesto […] Possa il Politecnico arrecare qualche eccitamento e qualche utile consiglio ad una generazione intraprendente, da cui lo Stato sembra potersi attendere nuovi incrementi di opulenza e di splendore»[16]. Per dare ai suoi lettori «la più pronta cognizione delle ardue regioni della Scienza», Cattaneo voleva che gli articoli scritti per «Il Politecnico» potessero essere agevolmente capiti, fino a intervenire sul testo, spesso crudamente, per renderli meglio conformi a questa esigenza di chiarezza.

Il «Politecnico» di Vittorini fu una rivista non solo bellissima nella sua essenziale “povertà” — grafica prima di Abe Steiner e poi di Trevisani, che successivamente disegnò il quotidiano “il manifesto” —, quasi un “programma grafico” di Mondrian o di Rodchenko, ma piena di innovazioni straordinarie, dall’uso delle immagini fotografiche alle illustrazioni, dai fumetti ai dipinti, con poesie, racconti a puntate [a esempio: Per chi suonano le campane, ovvero For Whom the Bell Tolls di Heminway, titolo “al plurale” sicuramente voluto da Vittorini], spaziando dal Giappone alla Grecia, dalla Spagna alla Cina, con inchieste [i primi tre numeri si aprono con una “Inchiesta sulla Fiat”, anticipando i «Quaderni Rossi», con interviste di operai e impiegati] e reportage, dalla Puglia alla Sicilia, e con un linguaggio didascalico dove si spiegava, a esempio, il rapporto tra salari e prezzi o alcune innovazioni tecniche dell’industria: insomma, un programmatico intarsio di linguaggi separati, una operazione narrativa “politecnica”, appunto, sui linguaggi espressivi dell’arte.

Per illustrare gli intenti del «Politecnico» — la “corrente Politecnico”, come poi la definì Mario Alicata, l’occhiuto e sprezzante organizzatore degli intellettuali compagni di strada del Partito comunista, quando scoppiò la polemica tra Vittorini e Togliatti — riporto qui alcuni stralci dell’editoriale del numero 12 dell’8 dicembre 1945[17], Scuola umanistica o scuola tecnica?, di Giulio Preti, [si discusse molto sulla rivista di una necessaria riforma della scuola, con interventi importanti, fra gli altri di Concetto Marchesi] che si apre così: «Il difetto fondamentale dell’orientamento didattico della scuola media odierna è costituito da ciò: che non vi si impara nulla di quello che oggi serve all’uomo moderno e vi si insegnano molte cose inutili…». E prosegue: «Nell’“età della tecnica” l’uomo deve avere una capacità tecnica, ma non perciò cessa di essere uomo. La sintesi è data appunto da una mentalità razionalistica, scientifica, francamente e intelligentemente empirica, che implica e comprende in sé le attitudini tecniche ma le supera in un atteggiamento che diremmo più genericamente pratico».

Pratico, empirico. Sono i contenuti di quella battaglia di poetica che Vittorini poi sviluppò in un’altra rivista di fuoriclasse, «Il Menabò», in particolare nel numero 4 dedicato a Industria e Letteratura. «Il mondo industriale, che pur ha sostituito per mano dell’uomo quello “naturale”, è ancora un mondo che non possediamo e ci possiede esattamente come il “naturale”… Lo scrittore è di fabbriche e di aziende che racconta ma non ha interesse agli oggetti nuovi e gesti nuovi che costituiscono la nuova realtà attraverso gli sviluppi ultimi delle fabbriche e aziende… Lo scrittore parla un linguaggio di simboli per tutto ciò che riguarda le cose nuove e un linguaggio invece di cose (pur se ormai vecchio e invalido, e cioè pseudo concreto) per tutto ciò che riguarda le vecchie cose del mondo preindustriale che tutti continuiamo a vedere con gli occhi dei padri e dei nonni come se l’industria non le avesse, investendole dei suoi ritmi, modificate… E i narrativi, lungi dal trarre un qualunque vantaggio di novità di sguardo (e di giudizio) dalla nuova materia che trattano, sembrano invece trovarsene talmente impacciati che si comportano dinnanzi ad essa come se fosse un semplice settore nuovo d’una più vasta realtà già risaputa e non un nuovo grado, un nuovo livello dell’insieme della realtà umana: riducendosi con ciò a darne degli squarci pateticamente (e pittorescamente) descrittivi che risultano di sostanza naturalistica e quindi d’un significato meno attuale di altri testi letterari che magari ignorano del tutto la fabbrica, del lavoro specializzato, delle strutture aziendali, ecc. ecc. ma ne sono profondamente influenzati per riflesso dei loro effetti sulla condizione dell’uomo in generale»[18].

Il rifiuto della rottura umanesimo/antiumanesimo, l’ostinazione, cioè, a non lasciar considerare la tecnica come parte dell’antiumanesimo, che era stata la prevalente “ideologia del tempo” prima e dopo la riforma Gentile e intorno Benedetto Croce, e lo sguardo fisso sulle profonde trasformazione dell’umano dovute all’industrializzazione con il bisogno di trovare le “parole nuove”, una rappresentazione espressiva della letteratura che sapesse misurarsi con le “cose nuove”, fino quasi a proporre una separazione fra “industria” e “capitalismo”, il fastidio per il naturalismo descrittivo — quello francese dei Zola, delle “miserabili masse” — come per il “romanzo consolatorio” — da Manzoni a Mann, da Pasternak a Tomasi di Lampedusa —, sono i cardini della poetica di Vittorini come organizzatore culturale, come intellettuale militante.

Era l’Italia della ricostruzione, di un fallimento autarchico–produttivo e dello slancio industriale, che si interrogava su quale potesse essere non solo un “modello di sviluppo” ma un “modello di paese” verso il quale andare.

Tanto per esercizio retorico e per gioco di associazioni, potremmo provare a chiederci cosa avrebbero pensato della decisione del rettore e della corporativa opposizione di professori e ricercatori del Politecnico sia Cattaneo che Vittorini.

C’è un passaggio, fra le tante cose dette da Vittorini, che m’inquieta. È tratto da un testo per una progettata rivista internazionale, pubblicato nel «Menabò» numero 7. Eccolo: «Al principio del secolo, e subito dopo la guerra del ‘15–18, o anche sotto il fascismo, si sono avuti parecchi momenti in cui i contadini erano irrequieti, specie i più poveri, ed emigravano all’estero o venivano a lavorare in città. Ma si trattava in genere di correnti che cercavano solo un miglioramento economico, e al fascismo fu facile fermarle: con leggi di polizia, con richiami sotto le armi, e con piccole industrie che incoraggiò a sorgere in numerosi luoghi sperduti specie delle Prealpi, venete, lombarde o piemontesi. Oggi tutte quelle fabbrichette di villaggio difettano di mano d’opera nella stessa misura in cui ne difettano i campi, salvo qualcuna che, divenuta grande azienda, ha finito col trasformare da arcaico in tendenzialmente moderno l’ambiente sociale nel quale era stata inserita allo scopo di tenerlo fermo».

Vittorini stava parlando di Galbani e della sua industria in cui si produceva il formaggio Bel Paese? 

La «Civiltà delle macchine» di Sinisgalli

«Civiltà delle macchine»[19] è una rivista bimestrale, di cultura, su carta lucida, in formato grande, che nasce negli anni Cinquanta come house organ del gruppo industriale pubblico Finmeccanica. Ha come direttore Leonardo Sinisgalli, che aveva già diretto la rivista «Pirelli» e che chiamerà a collaborarvi diverse firme del «Politecnico» di Vittorini [ma ce ne saranno molti altri, per dire qualche nome: Gadda, Buzzati, Moravia, Argan, Giansiro Ferrata, Tofanelli]. «Io volevo sfondare — dirà Sinisgalli in un’intervista del ‘65 — le porte dei laboratori, delle specole, delle celle. M’ero convinto che c’è una simbiosi tra intelletto e istinto, ragione e passione, reale e immaginario»[20]. Il primo numero del gennaio 1953 si apre con una lettera del poeta Giuseppe Ungaretti per spiegare la scelta del titolo ma in un certo senso anche il suo progetto: «Caro Sinisgalli […] la rivista che inizia con questo numero le sue pubblicazioni si propone di richiamare l’attenzione dei lettori anche sulle facoltà strabilianti d’innovamento estetico della macchina. Vorrei anche che essa richiamasse l’attenzione su un altro ordine di problemi: i problemi legati all’aspirazione umana di giustizia e di libertà. Come farà l’uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per dominarla, per renderla moralmente arma di progresso? […] Le calcolatrici elettroniche riescono a risolvere come niente equazioni che richiederebbero, se quei conteggi avesse da farli direttamente il matematico, anni e anni di lavoro, e forse gli anni non basterebbero; ma il prodigio non è qui: il prodigio metrico non è tanto nei prodotti di calcolo di quella macchina quanto nella macchina stessa: nei suoi congegni, nelle funzioni che, dai rapporti che tra di essi istantaneamente s’istituiscono, derivano, possono senza fine derivare. In quel prodigio di metrica noi possiamo ammirare il conseguimento di una forma articolata che, per raggiungere la sua perfetta precisione di forma, dovette richiedere ai suoi ideatori e ai suoi costruttori un’emozione non dissimile da quella, anzi identica a quella, cui il piacere estetico dà vita». Sull’«indiscutibile parallelismo» riscontrabile nella più recente operosità artistica con certe configurazioni tecnico–industriali insisteva pochi mesi dopo Dorfles, trattandone come d’una spontanea, creativa colleganza. Nel ‘55 un’esposizione sulle arti plastiche e la civiltà delle macchine verrà ideata a Roma, Galleria d’arte moderna, da Sinisgalli e da Enrico Prampolini: quadri e sculture si disporranno accanto a utensili d’acciaio, organi di trasmissione e colate di fonderia, così da svelare la propria «viscerale parentela». Le copertine della rivista sono bellissime. A volte rappresentano quadri di artisti contemporanei, a volte sono fotografie di oggetti naturali, che subiscono un processo di straniamento e si mostrano nella loro valenza artistica. La copertina del numero due del 1957 ha per titolo Trucioli della Terni ed è costruita con la fotografia di semplici e normalissimi trucioli residui della lavorazione dell’acciaio.

In un articolo del febbraio 1976 su «Il Mattino» di Napoli, Sinisgalli descrive La decadenza di Milano: «L’industria […] è scaduta progressivamente perché è venuto a mancare, via via, lo stimolo, l’alimentazione, il controllo da parte della cultura. C’è una certa differenza tra la gestione della Olivetti, tenuta da Adriano Olivetti, e le successive gestioni di Peccei e Visentini. L’ing. Adriano (lo chiamavamo così, quaranta anni fa) era un capo appassionato e vivamente partecipe, fino all’esaltazione; mentre gli altri, dal poco che ho potuto dedurre da alcuni stralci di dichiarazioni, sono distaccati, gelidi, tutto sommato indifferenti.

L’Olivetti si è andata normalizzando, appiattendo, ha perduto di anno in anno il lustro della sua immagine: “È diventata come la Fiat” mi confidavano i vecchi amici che incontravo di tanto in tanto. Mi dissero che a un certo momento si pensò perfino di affidare il budget pubblicitario a un’agenzia americana! Anche all’Alitalia, con cui ho avuto a che fare per qualche anno, si pensò di affidare la difesa dell’immagine a un’agenzia americana. Temo che abbia fatto lo stesso la Bassetti. E non so bene cosa è successo alla Pirelli dopo la morte di Arrigo Castellani, che, contro le tentazioni interne di molti filistei, riuscì a difendere la priorità dell’invenzione sull’amministrazione. La crescita a macchia d’olio delle agenzie pubblicitarie, preferite […] agli uffici autonomi di una volta, la metto tra i motivi di decadenza di Milano. Alla città è venuto a mancare il sostegno dell’immaginazione. Del resto mi sono reso conto da tempo che la funzione dell’intellettuale, nell’industria non è più quella dei pionieri. L’intellettuale oggi considera come secondo mestiere il lavoro che fa nell’azienda: questa deve dargli gli alimenti non la gloria. La gloria è affidata ai quadernetti manoscritti che si porta in ufficio e che, quando si vede disturbato o si accorge di andare in trance posseduto dal demone, si trascina furtivo al cesso. […] Gli intellettuali stipendiati dall’industria si incontrano meno al loro posto, ma più spesso nei comitati di redazione di giornali e riviste, nei corridoi delle case editrici, nei grandi alberghi, nelle librerie alla moda, ai vernissage, nei teatri, nelle giurie, nei convegni, nelle crociere politico-culturali»[21].

Industria e cultura italiana d’oggi

La pasta italiana è diventata nel mondo il piatto della crisi con le esportazioni che crescono del 27% in quantità e fanno registrare nel 2013 addirittura il record storico all’estero dove non sono mai stati consumati così tanti spaghetti, penne, tagliatelle, tortellini e rigatoni made in Italy. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti sui settori che resistono alla crisi e trainano la ripresa dell’economia nazionale, sulla base dei dati Istat relativi al mese di gennaio 2013. Il presidente della Coldiretti ha affermato che «l’Italia costruirà il proprio futuro tornando a fare l’Italia, ovvero valorizzando al meglio quello che ha già di unico e di esclusivo»[22].

Il nostro futuro produttivo è la pasta? Quello che sappiamo fare meglio è la pasta? Quello che abbiamo di unico e esclusivo è la pasta? A giudicare dai dati Istat diffusi nel febbraio 2013 sembra proprio così: «Crolla l’import di auto e computer ma l’export di vino e cibo made in Italy tocca il massimo storico di 31 miliardi di euro, circa il doppio delle vetture spedite sui mercati esteri. E anche il saldo commerciale complessivo non è niente male superando gli 11 miliardi di euro, il livello più alto dal 1999. In termini generali, secondo i dati Istat diffusi ieri, l’avanzo dei prodotti non energetici (alimentari, chimici e farmaceutici, petrolio raffinato) è stato di 74 miliardi rispetto a un disavanzo energetico di 63. A sorpresa, nonostante il rafforzamento dell’euro sullo yen e sul dollaro, i mercati esteri più dinamici sono stati gli Usa (+16,8%) e il Giappone (+19,1%). Male India e Cina con un ribasso medio del 10%. Non così però per i prodotti della dieta mediterranea che sulla piazza cinese hanno registrato un boom senza precedenti: 28% in più per l’olio, 84% per la pasta, 21% per il vino, 300% per il formaggio grana e il 500% per il prosciutto»[23].

La cultura si adegua all’andamento produttivo e delle esportazioni: «Con i propri studi e il proprio lavoro ha contribuito alla crescita morale, culturale e civile della nazione. Per questo Brunello Cucinelli, imprenditore italiano del cashmere, verrà premiato oggi a Roma, nella Biblioteca della Crociera del Collegio Romano, come “benemerito della Scuola della Cultura e dell’Arte”, riconoscimento conferito dal ministero per i Beni culturali. L’imprenditore filosofo — così definito per la sua passione per la filosofia, che non resta solo teorica, ma contagia anche il suo modo di fare impresa — nel 2010 aveva già ricevuto una laurea honoris causa in Filosofia ed Etica delle relazioni umane, oltre al Cavalierato del Lavoro. Ora il nuovo premio»[24].

Certo, il cashmere non è l’olio d’oliva o il parmigiano, però non è neppure quella “meccanica strumentale”, indicata in una recente intervista dal direttore del Dipartimento per l’integrazione, qualità e sviluppo delle reti di produzione e ricerca dell’Istat, Manuele Baldacci, come uno dei settori di punta su cui investire per una possibile crescita[25]. In ogni caso, è difficile immaginare l’Italia verso cui vogliamo andare come il paese in cui si produca cashmere. La cultura si adegua al cashmere: «Dal cashmere al Salone del Libro. Oggi in Sala Azzurra alle 12, l’imprenditore Brunello Cucinelli, cui è legato uno dei marchi più noti del made in Italy d’alta gamma, tiene una lectio magistralis sul tema dei Laboratori della creatività»[26]. Ecco un florilegio di citazioni dalla lectio magistralis di Cucinelli: «Dobbiamo imparare a coccolarci di più… Da noi si lavora come Benedettini, mente, anima e preghiera. Mente e anima si devono incontrare… Credo nella dignità dell’uomo. Si è creativi quando l’ambiente di lavoro è un po’ speciale… Potrei scommettere un milione di dollari: per la nostra Italia e la nostra Europa il meglio deve ancora venire… I libri mi hanno indicato la vita e la vita mi ha fatto capire i libri. Dei libri non potrei farne a meno»[27].

Se non è culturalizzazione pop dell’impresa, questa… 

Il «prodigio metrico» del lavoro precario

In un recente pamphlet, che è riassunto e messa a nudo della propria poetica, Walter Siti scrive: «Dal mio punto di vista, è necessario segnalare quanto ci sia di contrario al realismo nelle scritture che più sembrano rilanciarlo. Se il realismo significa sospendere e battere in breccia gli stereotipi, allora saranno nemiche del realismo tutte le cadute in una qualunque forma di stereotipia. Spesso da alcuni testi–capostipite, in cui l’esperienza della realtà è intensa e originale, nascono filiere e sottogeneri che tendono pian piano alla maniera; pensiamo per esempio ai “romanzi sul precariato”, che a partire da Pausa caffè di Giorgio Falco (o da Il mondo deve sapere di Michela Murgia) sono diventati un vero e proprio filone della recente editoria: pieno di cliché giovanilistici, sapido di un’ironia e autoironia che ammicca all’antico sottogenere del romanzo aziendale, tra Frassineti e Villaggio»[28].

L’Italia non è più un paese dove sia possibile dare ascolto al «prodigio metrico» delle macchine, di cui parlava Ungaretti scrivendo a Sinisgalli per la rivista di Finmeccanica. Non è per infierire, ma la miserabilità scandalistica che ha investito e travolto proprio la Finmeccanica è un’epitome del nostro “stadio industriale”. Forse, come abbiamo vissuto una modernizzazione selvatica, disordinata e arrembante — passando in un breve volger d’anni da paese agricolo a paese industriale, con la difficoltà e la resistenza di raccontare questo «nuovo livello dell’insieme della realtà umana», come scriveva Vittorini —, ci è toccato in sorte un post–industrialismo, un postfordismo selvatico, disordinato e arrembante.

Eppure, nella metrica del lavoro precario — che è la forma propria della “macchina linguistica” della forma del capitale d’oggi, «un mondo che non possediamo e ci possiede» — a me sembra possibile rintracciare quel linguaggio di parole e cose capace di spaccare la realtà, di leggerne e “tradurne” il conflitto.

Conclusioni

«Ogni momento di crisi economica porta con sé nuove opportunità a chi è in grado di coglierle, e sono i creativi culturali, in senso lato, ad essere i primi interpreti di un mondo che cambia. Le master class della scuola Holden vogliono mettervi a diretto contatto con le storie di successo di chi in questa fase di cambiamento ha saputo osare».

È il programma della Scuola Holden di Torino, quella fondata da Alessandro Baricco, per le Master Class 2012[29].

«Docenti di alto profilo — Abbiamo scelto come docenti, professionisti che ricoprono un ruolo di assoluto market leader nel loro settore. Il primo workshop sarà tenuto da Jeanne Bordeau, esperta di comunicazione aziendale e docente alla Sorbona a Parigi. Per riassumere: Branding e comunicazione d’impresa, quali frontiere? Contenuti didattici:

– Analisi della coerenza linguistica nelle imprese (dal management alla pubblicità).

– Analisi linguistica (come riconoscere le tipologie di parole).

– Creazione del linguaggio di un brand (come usare le parole giuste per un prodotto)».

Di Jeanne Bordeau, docente della Master Class, «assoluto market leader», si dice che «parlerà della creazione del linguaggio di un brand, ovvero di come usare le parole giuste per un prodotto e dell’importanza della coerenza linguistica nelle imprese».

L’importanza della coerenza linguistica nelle imprese. Non è proprio ciò che “inventò” Egidio Galbani col suo Formaggio del Bel Paese? C’era proprio bisogno di rispolverare gli «uso Francesi»?

Nicotera, 1 giugno 2013



[1] Dal sito ufficiale della Galbani: http://www.galbani.it/prodotti/bel_paese/storia/storia.html

[2] Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, 1976

[3] Mario Isnenghi, Storia d’Italia – I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, Laterza, 2011

[4] Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXXIII

[5] Petrarca, Canzoniere, Sonetto CXLVI

[6] Elio Grazioli, Arte e pubblicità, Bruno Mondadori, 2001

[7] Claudia Salaris, Il futurismo e la pubblicità, Lupetti & Co., 1986

[8] Qui: http://it.wikisource.org/wiki/Sulla_maniera_e_la_utilità_delle_Traduzioni

[9] A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Einaudi, 1953

[10] Silvana Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Laterza, 2010

[11] Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, 1963

[12] Workshop della prof.ssa Adele D’Arcangelo, docente di traduzione Inglese/Italiano presso l’Università di Bologna, si può vedere qui: http://www.vittorininet.it/supporto/elio/totale_approfondimenti.htm

[13] «La Lettura», inserto del «Corriere della Sera», domenica 26 maggio 2013

[14] Stefano Jossa, L’Italia letteraria, il Mulino, 2006

[15] Si può leggere qui: http://www.edscuola.it/archivio/norme/decreti/rd1592_33.pdf

[16] «Il Politecnico, Repertorio mensile di studj applicati alla prosperità e coltura sociale», Volume 1, Anno Primo = Semestre Primo, 1839. Si può leggere qui: http://it.wikisource.org/wiki/Il_Politecnico

[17] «Il Politecnico», ristampa anastatica, Einaudi, 1975

[18] Ho perduto il numero 4, ma mi è rimasto il numero 10, curato da Italo Calvino, che contiene un florilegio di citazioni da Vittorini — articoli, interviste — tra cui diverse relative al numero 4. «Il Menabò», 10, Einaudi, 1967

[19] V. Scheiwiller (a cura di), Civiltà delle macchine. Antologia di una rivista 1953-1957, Scheiwiller, 1989

[20] http://www.fondazionesinisgalli.eu/

[21] http://mpigreco.altervista.org/a/recensioni/civiltadellemacchine.html

[22] http://www.agi.it/economia/notizie/201305111018-eco-rt10024-crisi_boom_per_la_pasta_italiana_all_estero_27

[23] «Corriere della Sera», 16 febbraio 2013

[24] «Corriere della Sera», 19 aprile 2013

[25] «GliAltri» online: http://www.glialtrionline.it/2013/05/29/istat-nessun-allentamento-dellausterity-niente-crescita-per-i-prossimi-80-anni/

[26] «Corriere della Sera», 18 maggio 2013

[27] http://censurer16.tawaba.com/chan-9025639/all_p3.html

[28] Walter Siti, Il realismo è l’impossibile, Nottetempo, 2013

[29] http://old.scuolaholden.it/Fondamenta/masterclass-fondamenta

L'articolo Dalla forma di formaggio alle forme di cultura, e ritorno proviene da Minima et Moralia.

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Ascolti d’autore: Gaetano Cappelli https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-gaetano-cappelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-gaetano-cappelli/#comments Wed, 19 Feb 2014 17:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18188 Questa è la versione integrale dell’intervista a Gaetano Cappelli pubblicata sul numero di giugno di Outsider, all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. Qui le puntate precedenti.

«Il Grande Romanzo Italiano esiste e si intitola Parenti Lontani»: parola di Antonio d’Orrico. Gaetano Cappelli, lucano fifty-something, oltre che del romanzo-saga che gli è valso il Premio John Fante, è autore anche di altri fortunati titoli come “Volare basso”, “Baci a colazione” e l’ultimo “Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi”, oltre che viscerale e raffinato musicofilo.

Come definiresti la tua passione per la musica?

Esistenziale: nel senso che la musica è legata alla mia esistenza fisica e mentale. Non posso farne a meno. L’unico momento “silenzioso” della giornata è la sera quando, a letto, leggo romanzi.

L'articolo Ascolti d’autore: Gaetano Cappelli proviene da Minima et Moralia.

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cappelli

Questa è la versione integrale dell’intervista a Gaetano Cappelli pubblicata sul numero di giugno di Outsider, all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. Qui le puntate precedenti.

«Il Grande Romanzo Italiano esiste e si intitola Parenti Lontani»: parola di Antonio d’Orrico. Gaetano Cappelli, lucano fifty-something, oltre che del romanzo-saga che gli è valso il Premio John Fante, è autore anche di altri fortunati titoli come “Volare basso”, “Baci a colazione” e l’ultimo “Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi”, oltre che viscerale e raffinato musicofilo.

Come definiresti la tua passione per la musica?

Esistenziale: nel senso che la musica è legata alla mia esistenza fisica e mentale. Non posso farne a meno. L’unico momento “silenzioso” della giornata è la sera quando, a letto, leggo romanzi.

Quanti dischi compri?

Mah, non tantissimi. In un mese 4, 5. Ho paura di intasare le mie librerie già zeppe di libri. Ogni tanto regalo sia gli uni che gli altri. Recentemente ho dato via la gran parte dei vinili. Tenendo solo le rarità, tipo i meravilliousi Shandar di La Monte Young e Terry Riley o il sublime In den Garten Pharaos dei Popol Vuh.

Sei un frequentatore di concerti?

Non mi piacciono i concerti negli stadi. Per il resto, se capita qualcosa di veramente interessante…

La musica che ascolti ha qualche tipo di influenza su quello che scrivi?

Direi moltissima. Parenti lontanti è dedicato a Harold Budd, il mio primo romanzo a Jon Hassell. L’ultimo, Romanzo irresistibile della mia vita vera  raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, a Franco Battiato anche se lui non se n’è accorto… deve aver avuto molto da fare in questo periodo. Diciamo, in generale,  che in certe musiche si definisce meglio il mood di quello che, in un certo momento, vado scrivendo.

Ascolti musica mentre scrivi?

Certo, ma parlare d’ascolto è un po’ troppo. Diciamo che la uso, alla maniera di Satie,  come tapisserie.

Anni fa ti occupavi di critica musicale, è vero?

Ho iniziato con quello! Scrivevo su “Re Nudo” con Tomangelo eravamo conosciuti come i fratelli cosmici… quanto tempo è passato.

Hai anche scritto un libro, a quattro mai con tuo fratello, “Minimal trance music ed elettronica incolta”: di cosa si trattava?

Il libro si chiamava Minimal trance music ed elettronica incolta:  sarà nata lì la mia passione per i titoli lunghi? È stato un autentico cult, uno dei primi libri, e non solo in Italia, su quel tipo di musica. Per anni, e già avevo scritto un bel numero di romanzi, ho ricevuto lettere e telefonate di appassionati che invece mi richiedevano quel libretto… e la cosa un po’ mi seccava ahahah inoltre il minimal era fuori catalogo da tempo.

Come spiegheresti l’elettronica ad uno scettico?

Scettici? Ancora ci sono scettici sull’elettronica? Peggio per loro.

Ti è capitato di usare elementi pop nei tuoi libri, in “Parenti lontani” addirittura un’icona come Madonna. Quanto è importante poter attingere all’immaginario pop per ricreare un’epoca e delle situazioni credibili ad essa collegate?

Nei miei romanzi entra tutto. Quello che è reale e quello che è irreale. Chi scrive ha tra i suoi primi compiti di rendere ogni cosa credibile. Ogni tanto, qualcuno mi chiede se sono davvero stato io a suggerire il nome Madonna alla Ciccone. E questo mi dà un gran  piacere!

Il miglior disco per un viaggio in macchina?

It’s a Beatifull Day degli omonimi ma è introvabile ahahah.

Il miglior disco per un tentativo di seduzione erotica?

Older  di George Michael.

Il disco che, già dopo pochi istanti di ascolto, è capace di rievocarti la giovinezza?

In Search of Lost Chord  dei Moody Blues, citato anche per la copertina paurosamente kitsch, in Parenti lontani: ah, struggimento!

Esiste un disco che da ragazzo non amavi e che, col tempo, hai riscoperto?

Bitches Brew di Miles Davis.

Un disco che, al contrario, amavi e che ora non riesci più ad ascoltare?

Be’, i dischi di James Taylor o Cat Stevens, ma non perché non mi piacciano: mi mettono tristezza, troppa nostalgia! Battisti lo ascolto solo alla radio. Stesso motivo.

A chi affideresti la colonna sonora di un ipotetico film sulla tua vita?

A Stan Getz con un’ orchestra di soli archi.

Top 5 secca: i tuoi cinque album di tutti i tempi.

Ummagumma Pink Floyd, Kind of Blue Miles Davis, The Plateaux of Mirror di Budd e Eno, Hossiana Mantra Popol Vuh, L’era del cinghiale bianco Franco Battiato.

Mi dici il motivo per cui hai scelto ciascuno dei cinque dischi?

Perché sono dei capolavori che non mi stanco mai di ascoltare…  continuano a far da colonna sonora al romanzo irresistibile della mia vita vera!

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Intervista a Alessandro Piperno https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alessandro-piperno/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alessandro-piperno/#comments Wed, 15 May 2013 13:48:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14376 Questo pezzo è uscito su Vice.

Mi trovo a pranzo con Alessandro Piperno di sabato, in un ristorante dei Parioli ben riscaldato, a tema oro-verde-legno molto autunnale, famoso per il suo tiramisù destrutturato e per le famiglie bionde che lo frequentano come fosse casa loro. Piperno è vestito con uno dei suoi completi da Sherlock Holmes, non ricordo bene quale, ma comprende sempre una pipa, una giacca comoda, degli occhiali, e colori da cucina inglese.

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Alessandro-Piperno_h_partb

Questo pezzo è uscito su Vice.

Mi trovo a pranzo con Alessandro Piperno di sabato, in un ristorante dei Parioli ben riscaldato, a tema oro-verde-legno molto autunnale, famoso per il suo tiramisù destrutturato e per le famiglie bionde che lo frequentano come fosse casa loro. Piperno è vestito con uno dei suoi completi da Sherlock Holmes, non ricordo bene quale, ma comprende sempre una pipa, una giacca comoda, degli occhiali, e colori da cucina inglese.

Quest’aria ricercatamente antiquata accompagna in maniera degna la sua biografia: insegna letteratura francese all’università di Tor Vergata, professione che gli permette di distanziarsi dagli interlocutori quando vuole citando Chateaubriand o Baudelaire o Proust, di preferenza. Ha scritto due saggi, Proust anti-ebreo e Il demone reazionario. Sulle tracce del «Baudelaire» di Sartre. Deve la sua fama (e quest’intervista) a due romanzi pubblicati uno nel 2010 e uno nel 2005. Il primo si chiama Con le peggiori intenzioni ed è la saga di una famiglia di ambiente ebraico romano che comincia con un Caravaggio e culmina in un paio di mutandine adorate feticisticamente dall’ultimo esponente della famiglia Sonnino: il libro ha avuto uno straordinario successo grazie anche al sostegno del critico del Corriere della sera Antonio d’Orrico, che ama la letteratura colta e più o meno disinibita. Dopo un lustro di stesure multiple e rinvii continui della pubblicazione, è uscito di recente il nuovo romanzo, Persecuzione, che tratta delle accuse di pedofilia a un oncologo pediatra romano ebreo. Nel giro di un anno uscirà il seguito, dal titolo Inseparabili. I due libri insieme compongono l’opera Il fuoco amico dei ricordi: in origine doveva essere un libro solo, ma poi Piperno si è fatto prendere la mano.

Come è successo a noi in quest’intervista. Intervista che peraltro non è la cosa più pulita dell’universo: ho tratto diversi vantaggi dall’esistenza di Piperno. All’epoca di Con le peggiori intenzioni, erano pochi gli autori letterari nati negli anni Settanta che volevano essere prima romanzieri che intellettuali. Essendo sempre stato il mio scopo, mi faceva piacere che un autore più grande e ferrato di me facesse una professione simile di fiducia nel romanzo. Devo anche confessare che Piperno ha scritto una recensione del mio ultimo romanzo, quindi è come se stessi, molto romanamente, ricambiando un favore. Detto questo, in realtà mi ha chiesto Vice di intervistarlo e io ho detto sì, ma ai sensi di colpa e alla vergogna non c’è mai fine.

Ci vediamo per parlare del suo secondo libro, Persecuzione, primo volume di un dittico il cui secondo capitolo uscirà l’anno prossimo. Persecuzione è ambientato nella ricca gated community dell’Olgiata, Roma, negli anni Ottanta, e parla di un oncologo pediatra ebreo socialista che finisce al centro di un caso di pedofilia a causa di un delirante scambio epistolare con la fidanzatina di uno dei suoi due figli maschi. Come gli ho detto in altre occasioni, mi piace molto che questo libro esibisca un’ambientazione così esageratamente borghese.

Che ne dici?

In realtà la tua lettura del mio libro in chiave classista mi è sempre molto misteriosa.

Cosa intendi per classista?

La trasgressione che starebbe nello scrivere di qualche cosa che per qualche ragione non ha niente a che vedere con la letteratura di questi anni: i ricchi dell’Olgiata negli anni Ottanta… Veramente è un retropensiero che quando scrivo non ho, che non voglio avere, e fondamentalmente scrivo solo di ciò che mi appassiona, però non è che faccio continuamente affidamento a un’idea precisa, préalable, della mia condizione di scrittore che si occupa di ambienti… di un generone romano… perché poi l’ambiente non è nemmeno così alto… C’è un altro luogo comune: che io mi occupi di alta borghesia: ma che alta borghesia… si tratta di buiaccate, di professionisti. Ammesso che l’alta borghesia esista in Italia, non è certo quella che metto in scena io. Non è che metto in scena gli Agnelli o i Moratti. Parlo di famiglie più o meno agiate, sull’orlo del precipizio.

Il fatto è che più in alto di così non c’è ancora arrivato nessuno. Nessuno scrittore della nostra generazione ha scritto di gente più ricca della tua. [Tranne forse, ora che ci penso, Edoardo Nesi.]

Sì però è una cosa in fondo abbastanza sorprendente…

(Altoparlante) “Attenzione, si prega di spostare una Hyundai grigia…”

Be’, volevo qualcosa di più impressionante…

Una Cayenne… Puoi sempre scriverlo. Comunque: da quel punto di vista… sono molto più preoccupato di chiedermi: Sto scrivendo un romanzo ebraico?, (peraltro, senza riuscirci), che chiedermi se sto scrivendo un romanzo sulla buona borghesia romana. Mi pare che la cosa sia talmente destituita di ogni importanza per me che in realtà scrivo di quello che conosco, di quello che mi piace, di quello che mi appassiona. Molti intervistatori che hanno apprezzato il libro mi chiedono ‘Ma non è stanco…?” (tra l’altro, come se avessi scritto trecento libri) “… di scrivere di un ambiente così piccolo?

Ma piccolo che vuol dire?

Infatti, e poi di cosa dovrei parlare? Dei cinesi? Henry James scriveva di quei cinquecento miliardari in giro per il mondo, e leggere James oggi, sebbene nessuno di noi purtroppo vanti alcuna relazione possibile con il tenore di vita di quelle persone lì, nessuno di noi non si identifica nei Carteggi di Aspen. Devo dire che così come non capisco chi nota questo fatto, così sono abbastanza aperto quando leggo un libro: non è che noto se il libro ha un’ambientazione diciamo così pauperistica, non me ne frega un cazzo, se non mi piace non mi piace. Molto simpaticamente Walter Siti mi mette nell’esergo del suo libro [Il Contagio], in cui dico: “Ancora borgate?, guarda che esiste pure Madison Avenue…” E in effetti era una conversazione tra noi, che messa come Walter l’ha messa, e ha fatto bene, sembrava una dichiarazione, in realtà era una delle mie battute cazzare… Il tono era “baaaasta co ste periferie, hai rotto il cazzo…”

Quel libro parla di cocaina. Nei tuoi libri la droga non è presente.

La droga non è presente nei miei libri come non è presente nella mia vita. Ma non è presente nella mia vita in un modo che tu non hai idea. In un modo che io non ho mai visto la cocaina. Non ho mai avuto vicino una persona che si faceva di cocaina. Conosco un sacco di cocainomani, però non ho ne ho mai sentito il profumo, non l’ho mai vista, non sono mai stato in una casa in cui a un certo punto ci si faceva. Mai. Quindi non la conosco, perciò non ne scrivo.

Tu stavi ai Parioli quando hai fatto il liceo? [Glie lo chiedo perché ci vediamo sempre ai Parioli ma lui abita dall’altra parte di Roma.]

No, stavo a Monteverde.

Noi ci vediamo sempre ai Parioli, praticamente. Questa tua associazione con i Parioli da cosa deriva?

È assolutamente… insensata.

Insensata.

Sì, nel senso che…

Sei veramente un impostore, quindi.

Un impostore, sì.

Ci vediamo ai Parioli per parlare di ebrei, e poi fondamentalmente non sei ebreo e non vivi ai Parioli.

È così. In realtà, mentre mi sforzo di inventarmi ebreo, non mi sono mai sforzato di inventarmi pariolino. Non me ne frega un cazzo.

Quindi Leonardo Colombati è il tuo amico scrittore veramente pariolino?

Be’, lui lo è autenticamente, però devo dire che lo sono quasi tutti i miei amici.

E tu dove sei andato al liceo?

Al Nazareno, in centro.

Ah, quello dietro Burger King.

Via del Tritone. La scuola dei bocciati.

E perché sei andato là?

Era l’unica scuola cattolica che era disposta a prendere un mezzo ebreo. Mia madre riteneva che io e mio fratello dovessimo studiare in una scuola cattolica. In realtà non una scuola cattolica in sé e per sé, ma una scuola privata: le scuole private sono tutte cattoliche, e loro sono gli unici che non fecero problemi. Non chiesero il certificato di battesimo. Quindi mia madre si commosse e ci mandò lì. Tieni conto che io iniziai andare a scuola alla fine degli anni Settanta e la scuola pubblica era in un momento di particolare trucuglio… Poi io e mio fratello avevamo un po’ le stigmate del disadattamento. Siamo sempre stati due disadattati.

Il tuo modo ce l’ho presente. Il modo di tuo fratello?

Molto simile. Molto diverso nella prassi. Siamo molto diversi, vestiamo in modo diverso, però siamo sempre stati degli outsider e siamo sempre stati percepiti come fortemente eccentrici. Non c’è nessun ambiente dove io mi senta accolto.

Lo capisco, so il rapporto che c’è tra la scrittura e l’essere al margine di un mondo, quindi è strano che tu sia percepito come rappresentante di un certo ambiente.

È abbastanza grottesco. Il fatto del pariolino. Ma anche… ho visto in questi anni mutare continuamente la mia immagine presso gli intellettuali. All’inizio sono stato disprezzato e combattuto perché avevo avuto un grosso lancio da Mondadori… Dopodiché ho iniziato a scrivere verbosi articoli sul Corriere sui massimi sistemi in salsa proustiana mostrando di avere una discreta conoscenza dell’opera di Chateaubriand e a quel punto sono stato riabilitato nella coscienza di alcuni. Poi sono diventato un terzista, che non sta con gli uni né con gli altri, però per alcuni un terzista rispettato, per altri invece in quanto terzista l’emblema del trasformismo. La volta scorsa ebbi clamorose recensioni sul Foglio, che stavolta mi ha stroncato, l’altra volta c’erano giornali tipo Liberazione e manifesto che fecero la corsa a stroncarmi e invece stavolta sono tutti a cazzo dritto. E non ha senso.

In base a cosa ai giornali di sinistra è piaciuto il tuo libro?

Questo non lo so, ma non credo che il libro sia importante, l’importante sei tu. E chi sei tu? Sei uno che non fa il pagliaccio. Ci sono un sacco di nostri colleghi che per vendere quattro copie in più fanno i pagliacci…

In che modo? Senza fare nomi, dimmi le azioni.

Stando sempre in scena, facendo grandi presentazioni in teatri, andando in televisione continuamente, scrivendo sceneggiature. Insomma facendo tutto quello che più o meno in Italia può garantire un po’ di successo a uno scrittore. La mia intransigenza, che non viene da un pregiudizio ideologico ma da una vocazione forte, credo che mi abbia giovato presso… “Ah, Piperno è strano, però almeno…” Questa cosa che mi è capitata la guardo con una grande passione romanzesca nel senso che in fondo, quando dico – con una banalità che non mi fa onore – che il protagonista del mio libro, Leo Pontecorvo, c’est moi, intendo dire che la sua vicenda, sebbene distante dalla mia…

Cioè, un socialista sospettato di pedofilia…

Cioè un socialista sospettato di pedofilia con un sacco di…

(Altoparlante) “Attenzione si prega di spostare una Porsche colore grigio scuro, ripeto…”

Ah, finalmente.

…sebbene io non abbia niente a che fare con Leo, cos’è che mi interessa del suo destino umano? Il fatto che sostanzialmente ciò che viene detto su di lui muta per ragioni che sono assolutamente indipendenti dalla sua volontà, completamente affidate all’imponderabile.

E d’altra parte, settimane fa, quando abbiamo parlato di questo libro, mi hai detto che lui però crede a questa persecuzione, le va incontro come l’insetto verso la luce.

Be’, ma quando noi veniamo stroncati da Libero o da Liberazione, che ne so io, non abbiamo la stessa sensazione di essere perseguitati…? Ci facciamo delle pippe mentali, ma in realtà dietro spesso non c’è niente. C’è il fatto che molto spesso a una persona il libro che hai scritto non è piaciuto. Basta, punto.

Però te vuoi essere condannato in via definitiva e distrutto.

Sì, certo. Il meccanismo che ho messo in scena è un meccanismo che capisco molto. Ripeto: la cosa veramente interessante è come il destino umano, nello specifico il mio, sia affidato a cose che non hanno niente a che fare né con la mia volontà né con i miei atti. Io, per riabilitarmi come scrittore, non ho fatto nessun atto se non di omissione. Ed è una cosa incredibile, perché quando scrissi Con le peggiori intenzioni  non ero meno intransigente di oggi. Anzi, forse lo ero in qualche misura molto di più. Sulla letteratura non faccio sconti. Un mio caro amico che è un editor importante mi ha detto: “Ti rendi conto che di questo libro, con la storia che ha, con l’ambiente che ha, se ne facevi trecento pagine invece di quattrocento, se toglievi tutta l’ultima parte del viaggio a Londra coi figli, poteva essere Umberto Eco?” Ma sticazzi!

Se levavi il viaggio a Londra… che è veramente la cosa più bella del libro…

Non so che dirti. So che non me ne frega un cazzo. L’unico brandello di ottimismo che mi anima, e che probabilmente ha a che fare con il calvinismo che mi è stato inculcato, è che in realtà se tu fai le cose come ti pare e le fai bene, poi ti leggeranno più a lungo nel tempo. Se non fingi. E molto spesso gli editori non sono lungimiranti, sono molto hic et nunc.

Il libro ha due grandi situazioni fondamentali, per me: il Viaggio a Londra Col Papà, e la Settimana Bianca della Famiglia Ricca.

(Altoparlante) “Attenzione, si prega di spostare con la massima urgenza una Porsche…”

Devo dire che sono attratto dai paradisi perduti come tutti quelli che fanno il nostro mestiere. E le immagini che io associo al Paradiso hanno a che fare con la mia adolescenza anni Ottanta. Peraltro un paradiso che per mie ragioni nevrotiche mi era completamente precluso. Perché io non stavo bene psichicamente. Ero molto più disturbato. Ero molto infelice, ipocondriaco, non dormivo la notte, mi auscultavo continuamente per sentire malattie. Non riuscivo a andare a letto. Tra le altre cose, e questo ci sarà nel prossimo libro, Inseparabili, dove racconto la morbosità di un rapporto fra due fratelli che si amano e che hanno destini inversi… mi ricordo che non riuscivo a andare a letto se mio fratello non tornava. Ricordo che una volta rimasi sveglio ad aspetttarlo… mio fratello come tutti i diciannovenni con patente nuova di zecca tornava alle cinque di mattina… io ne avrò avuti sedici.

Grave. A sedici è grave.

E vivevo nell’angoscia facendo come la piccola vedetta lombarda, mi mettevo lì ad aspettare, guardando se rientrava questa macchina, e c’erano i primi telefonini e provavo a chiamarlo continuamente…

E lui come reagiva?

Ma io in realtà facevo di tutto per non farmi vedere. Non rispondeva al telefono ma all’epoca il telefono non aveva neanche l’avviso che qualcuno ti ha cercato.

Quindi potevi essere più stalker.

Quindi potevo essere più stalker. E in ogni caso veniva fatta in un momento di grande… in cui l’avevo dato per morto, alle quattro di notte.

Quindi anche lui era un outsider e però si divertiva più di te.

Ecco, uno che rientra alle cinque di mattina non è detto che si diverta.

Be’ almeno riusciva a uscire.

Sì, sicuramente.

Quindi la racconti come età dell’oro perché non l’hai potuta afferrare e godere.

Non l’ho goduta per niente. Però in realtà oggi io guardo Wall Street e mi commuovo. Ma non è che mi commuovo per il tenore di vita, che mi fa cacare, è un tenore di vita di un’orripilante volgarità, per cui preferisco cento volte stare tutto il giorno con Chateaubriand piuttosto che andare in un locale downtown con quei cafoni. Mi commuove la fotografia. Mi commuovono le macchine, l’atmosfera.

Il senso di futuro.

La cocaina nell’aria. C’è qualcosa… Credo di essere uno dei pochi che si commuove leggendo Bret Easton Ellis. Ed è forse lo scrittore più intelligente di questi anni. Forse è lui il grande. Non è Franzen. Con tutto il rispetto, lo sai. Credo che se c’è un lettore che riconosce che nelle pagine londinesi c’è la ricerca del paradiso perduto…

…E all’epoca c’era la ricerca del paradiso…

Certo, certo. Prendi uno come Nanni Moretti. Io devo dire, non capisco un cazzo di cinema, di questioni formali, e molte persone che conosco che fanno cinema dicono che Moretti non è un genio, diciamo, non è Scorsese. Però, perché Nanni Moretti ha il potere, su di me, soprattutto nei suoi primi film, di emozionarmi così tanto? Proprio perché in lui, al di là di qualsiasi sovrastruttura ideologica, di cui lui è diventato una sorta di campione, è uno che è alla continua ricerca del paradiso perduto. E quindi, quando tu vedi i suoi bar anni Settanta di una Roma che ormai si è meritata la qualifica di morettiana, con il latte macchiato, con il nuoto dei bambini al pomeriggio, quell’atmosfera satura, dolce, piccolo-borghese, di latteria romana… Be’, cazzo, è sua, è lui…

Ed è questa la cosa che conta.

Ed è questa la cosa che conta. Al cospetto di tutto questo c’è una serie di epigoni, imitatori, gente che l’ha preso seriamente, che ha creduto che la sua fosse un’estetica assolutamente geniale… In realtà la sua forza sta nel fatto che lui ha contatto con quello che il mio amato Proust chiamava la Patria Interiore, che è quel luogo dove tutto palpita.

E lui è stato aiutato a fraintendere questa cosa, a non capire che il cuore di quella cosa era la sua poetica. Se tu ci pensi forse il suo vero film sarebbe riprendere la gente che va al Nuovo Sacher a vedere altri film. Cioè ha fatto la cosa di quartiere, radicata, quello è il paradiso perduto, se vai al cinema di Moretti a Trastevere, con la vecchia insegna…

Lo è.

È come Disneyland.

D’altra parte lui, come tutte le persone che sono in cerca del paradiso perduto, è pieno di vezzi. E quindi le sachertorte, le scarpe, le cose, è pieno di feticismo. Come lo sono io.

E però secondo me in lui c’è questa mancanza di rigore nel cercare di capirsi e capire come andare avanti.

Cosa è successo a Nanni Moretti? Ti dico, è un caso che io conosco benissimo. Nanni Moretti è sostanzialmente diventato ciò che lui stesso osteggiava da ragazzo. È diventato un uomo di straordinaria influenza e potere. E se tu diventi un uomo di straordinaria influenza e potere devi comprometterti in qualche modo. Le cose che mi fanno sorridere… Una delle sue battute più belle sta in Bianca. Finisce il film, lui viene arrestato, va via, questo matto furioso, e lui dice: “Brutto morire senza figli”. Battuta splendida, struggente, vera, disperata. Lo ritrovo vent’anni dopo che fa un film come Aprile in cui, anche se in un modo autoironico e morettiano, perché dentro di sé si rende conto, fa una sorta di secondo me misera rappresentazione della gioia di aver vinto le elezioni e aver avuto un figlio. Da È brutto morire senza figli al documento familista sinistrorso. È una parabola melanconica.

Il che vuol dire: il paradiso perduto cercalo nella tua opera ma non cercarlo nella realtà se no poi diventi compiaciuto nella tua opera.

Non so se funziona proprio così. Direi che il momento in cui ti scordi che quello che devi fare è cercare il paradiso perduto, è il momento in cui ti organizzi la vita altrimenti. E quindi lui è finito a fare cose molto meno belle… Poi ti dico, per me conta, anche in letteratura… Anche i miei molti detrattori dicono che scrivo bene. Questa cosa mi dà un po’ fastidio perché sembra un po’ la maestrina, che ama usare la parola difficile…

Guarda, io però sono ancora scandalizzato dal tuo lessico. Il tuo lessico è un lessico, non posso dire coatto, però greve. Anche usare sempre aggettivi forti… è un lessico quasi da arricchito della letteratura. E la sua logica intrinseca per quello che scrivi fa sì che io te lo possa dire, però sono scelte su cui bisognerebbe pensare.

Sicuramente non è uno stile sorvegliato.

Né efebico.

Con dei tratti di brutalità. Però in realtà quello che passa è l’idea di uno che con la sintassi italiana ci sa fare.

Sì, ma lo dicevo per dire che non puoi semplicemente dire che uno scrive bene.

E infatti arriviamo al punto, a Moretti: scrivere bene, e tutti gli esperti mi dicono che Moretti scrive male, tiene male la cinepresa in mano, per così dire, è qualcosa di cui mi frega poco. Scrivere bene non serve a niente. Così come girare bene non serve. Basta sapere fare il necessario per creare l’atmosfera che ti interessa creare. E devo dire che nessuno nel cinema italiano di questi trent’anni è riuscito a creare un’atmosfera più riconoscibile di quella morettiana. E così non me ne frega un cazzo della bella scrittura calligrafica.

Direi tutto fuorché la tua scrittura sia calligrafica.

Ogni tanto incontro dei lettori che mi dicono “Ho imparato tante parole col suo libro…” È una cosa che mi dà un senso di asfissia.

Come dice un altro scrittore pariolino, Giordano Tedoldi: in Italia ci sono i Piccoli Maestri, gli scrittori che insegnano alla gente le cose alte. Solo che poi diventa una parodia della ricerca di educazione e istruzione. Ah scrivi bene e ho imparato qualcosa. Quando poi ti segnalano cosa hanno imparato è sempre roba imbarazzante.

Ma poi chi legge per imparare è un coglione. Non so.

Questo tema del paradiso perduto mi ha fatto riconsiderare il modo in cui parli di sesso. I tuoi libri creano un ambiente in cui io sento che possono succedere delle cose, che ci si può divertire, che i personaggi saranno autorizzati a divertirsi, a differenza del grosso dei libri impegnati dei nostri coetanei in cui ogni scopata la pagherai sempre cara, non è assolutamente concessa a cuor leggero ai personaggi. Ora, nei tuoi libri c’è un ambiente di sensualità nel rapporto con le cose, nel rapporto con gli spazi, i protagonisti possiedono i loro ambienti e quindi ti aspetti che in quegli ambienti succeda qualcosa. Però di fatto queste cose non succedono veramente, si parla sempre di esperienze sessuali non accadute. Cioè le mutandine delle Peggiori intenzioni e la bambina in Persecuzione. C’è un collegamento tra la letteratura come luogo in cui scoprire la patria interiore, l’infanzia e tutto, e il fatto che poi alla fine queste grandi scopate non arrivano?

Be’, diciamo che è tragicamente autobiografico, mettiamola così. Scopare è una cosa così bella da immaginare per me, e così disastrosamente incombente quando mi trovo a dovere espletare la bisogna, diciamo. Quindi in realtà mi fa piacere che l’immagine che esce dai miei libri sia un’immagine di sesso potenzialmente libero e depravato…

Forse tu chiami depravato quello che io chiamerei solo libero. Insomma: è un ambiente in cui si è in possesso dei mezzi di produzione del piacere.

Sì, sì. Quello indubbiamente. Però in realtà tutto questo non ha alcuna implicazione con la mia vita, purtroppo. C’è più un sogno di un sesso che non ho mai avuto, che probabilmente non avrò mai. Insomma. È difficile scrivere molto di sesso e poi farlo anche. Chi scrive molto di sesso ho l’idea che scopi poco. Non so se Henry Miller era un grande trombettiere.

Miller scriveva per insegnare alle persone come passare le serate. È un caso anche un po’ irritante. L’elemento pedagogico di Miller mi leva abbastanza il divertimento. In realtà dalla tua risposta mi rendo conto che il punto non è neanche quello che si racconta ma il tipo di sensazione che uno scrittore dà di cosa sono i corpi, cosa è il rapporto delle persone con…

Ti dico: sono commosso dai corpi, dagli oggetti, dalla relazione che intercorre tra noi ed essi.

Alla fine nel famoso viaggio a Londra c’è una cosa che vale anche per definire la tua visione del sesso: quando il padre va in albergo a Londra in camera con questi due figli adolescenti e scopre la loro puzza, fondamentalmente. È scandalizzato dalla presenza fisica dei ragazzini nella sua stanza. Il padre andava tenuto lontano dai figli, in quel genere di famiglia, perché i figli rappresentano una verità fisica scandalosa.

Sì, che lo conturba. Poi tieni conto che con scaltrezza narrativa, tenendo conto che uno quando scrive lancia messaggi subliminali che vengono colti subliminalmente, quella parte si giustificava nella mia testa come un primo elemento, anche se posto alla fine del libro, del rapporto complicato e terribile che quest’uomo intrattiene con l’infanzia. Tenendo conto che fa l’oncologo pediatra, che la sua vita viene distrutta da un’adolescente, che ha dei figli adolescenti con cui ha un rapporto piuttosto squilibrato… Quindi in realtà tutti questi elementi mi servivano da contrappunto alla sua condizione di uno che non è mai diventato adulto, e che quindi è implicato continuamente dall’infanzia. Non a caso viene messo in scacco da un’adolescente, e dai suoi figli, e dai suoi pazienti.

E per questo una scena chiave del libro è quando lui da sotto, dalla sala interrata, vede il figlio farsi male giocando a calcio.

È una scena alla quale tengo molto, e dà l’idea di tutto il libro e della irresolutezza di Leo Pontecorvo.

Quindi insomma il tuo libro ha questa idea oblomoviana della persona chiusa nel suo ambiente, che diventa la sua conchiglia, e però tutto il rapporto con la memoria è un rapporto assolutamente fisico, come il rapporto che uno ha col proprio corpo quando scia, poi la puzza dei ragazzini in albergo a Londra, e l’incidente di gioco. Quindi alla fine c’è molto corpo anche se è un libro che è tutto speculazione, che è continuamente ripensare a quello che è successo… che in realtà è oltre il concetto di flashback…

Ti ringrazio per averlo detto. Perché del libro hanno scritto: “È un lungo flashback”. Ma è difficile parlare oggi di flashback. Perché in realtà questa tazzina di caffè per me è satura di flashback, nel senso che è l’emblema della mia vita, non a caso ne parlo anche nel libro, faccio una sorta di elogio del caffè. (Basta andare a Latina, per non dire a Firenze, perché il caffè faccia cacare. In Italia il caffè lo bevi bene a Napoli e poi a Roma, dove fanno pure meglio il cappuccino.) ll caffè è tutto, il caffè spiega tutto. Però dire che il caffè… per questo sono così pazzo di Nabokov.

Perché Nabokov fa vedere che il ricordo è presente. E che tu sei passato.

In Parla, ricordo, Nabokov dice che non esiste il tempo, ma il ricordo ha una sua concretezza. Quando noi, soprattutto in un momento di forte pathos emotivo, come quello che capita a Leo, ci immergiamo in un passato così struggente e palpitante, dire che quello sia passato non serve.

Anche perché o ci stai dentro e lo stai ricordando e a quel punto ti distrugge da quanto è presente, oppure non arriva. Quindi il flashback non esiste, fondamentalmente.

Il flashback così come lo concepiamo…

È molto più una costruzione di quanto non lo sia l’io.

È così. Lo è, a tal punto che al cinema i più cafoni lo fanno seppiato.

Il flashback è il preservativo sul ricordo. Quando il ricordo arriva forte, sparisce il presente.

E mi sarebbe piaciuto che più che di flashback si parlasse di una compresenza costante di presente e ricordo.

(Altoparlante) “Attenzione, si prega di spostare con la massima urgenza una Audi A4 di colore grigio metallizzato”.

Eh, eh…

Dipende dall’età. Se è giovane, l’Audi può andare. E insomma dicevo: la compresenza struggente fra passato e presente. Un libro che io ho amato tantissimo negli ultimi anni, forse quello che ho amato di più, che è il Teatro di Sabbath, è un lungo monologo interiore di un personaggio, sostanzialmente, che sta in un momento di grossa impasse, diciamo, in cui la compresenza del passato e del presente è tale che tu non hai una sensazione continua di flashback. È tutto un flashback. [Poi per vie traverse che sarebbe troppo noioso mettere per iscritto, arriviamo a un punto di interesse generale…] Io ho un rapporto molto difficile con la sessualità. E questo credo derivi dal fatto che non riesco, forse per una forma di perverso narcisismo, a percepire me stesso come un oggetto sessuale. Nel senso che ho una ripugnanza per me stesso, e questa ripugnanza la leggo negli occhi delle mie partner, ed è tra l’altro un atteggiamento vetero-adolescenziale, che è il motivo per cui di solito si dice che uno a quarant’anni scopa bene e a diciotto è un disastro. Diciamo che io probabilmente non sono uscito da quella stagione lì. Quindi in realtà…

Ma scusa, neanche da adulto, ora che puoi trasformare il sesso in una cosa cerebrale – voglio dire: in maniera credibile…?

Non voglio parlare in dettaglio di cose intime; sono in realtà abbastanza disgustose da nominare. Però ti ripeto, non ho un buon rapporto col sesso, è una cosa che continua ad angosciarmi.

Quindi non hai trovato una strada per far passare certe cose…

Non lo so. Voialtri scrittori che approfittate della vostra condizione di scrittori per scopare in giro… A me non è mai mai mai accaduto.

Ma quella vicenda del pompino?

Quella è l’unica volta che è capitato.

Rispiegamela un po’.

Mi è capitato che una mi abbia provato a sedurre, ma glie l’ho impedito. Era piuttosto carina, ero piuttosto eccitato, ma poi, sentendo che ero stato a quel festival, [Giovane Scrittore di Successo] mi disse: “Ah, e ti sei fatto [la tipa]?” Sostanzialmente era una groupie che si faceva tutti gli scrittori in serie. E anche altri amici se la sono fatta. E io anche quella volta lì che pensavo di… invece…

E qual è stato il motivo per cui hai rifiutato?

Tendenzialmente rifiuto la poligamia. Sto con la mia compagna da sei-sette anni. Sono fedele. E le sono fedele più nella prassi che per vocazione. Sono il contrario di un ipocrita. Anzi forse sono un libertino ipocrita.

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Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che così. https://minimaetmoralia.it/libri/pare-che-il-senso-della-fine-di-julian-barnes-sia-un-capolavoro-ecco-e-tuttaltro-che-cosi/ https://minimaetmoralia.it/libri/pare-che-il-senso-della-fine-di-julian-barnes-sia-un-capolavoro-ecco-e-tuttaltro-che-cosi/#comments Sun, 12 Aug 2012 23:53:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9011 Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D'Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell'anno, etc...

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Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D’Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell’anno, etc…

E non è affatto vero che nessuno legge più le recensioni, magari non si lascia incantare da quella più posata di Franco Cordelli: anzi le legge, se le ritaglia, va spedito in libreria facendo esaurire le copie, e vuole vedere esaudita immediatamente questa promessa di bellezza folgorante.
Cosa che, a dispetto di Romagnoli e D’Orrico, il romanzo di Barnes non fa; allo stesso modo per cui i bagnoschiuma rivitalizzanti non è che ti fanno resuscitare.

Ma insomma di cosa parla questo osannato vincitore del Man Booker Prize 2011?
Di un gruppo di ragazzi inglesi degli anni ’60: Tony (la presentissima voce narrante), Alex, Colin, a cui un giorno si aggiunge l’intelligentissimo, affascinante, wittgensteiniano Adrian. Studiano letteratura e tutto, sono abbastanza viziati e saccenti, aspettano una rivoluzione sessuale che ancora non arriva, fanno battute presuntamente brillanti. Ragazzi. Un giorno accade che muore un loro compagno di scuola, Robson. Aveva messo incinta una ragazza, si è suicidato. I quattro commentano la vicenda riflettendo ognuno come può sul senso della vita. Poi accadono altre cose: Tony trova finalmente una ragazza (Veronica) con cui ha una relazione un po’ impacciata anche a causa dei genitori darwinisticamente borghesi di lei, i quattro si separano perché gli studi e la vita li portano da varie parti ma rimangono in contatto scrivendosi lunghe lettere. Poi Tony e Veronica si lasciano, poi Veronica si mette con Adrian, poi Tony prima fa finta di niente e poi invece si incazza e scrive una lettera ai due tagliando definitivamente i rapporti. Dopo un po’ Adrian si toglie la vita, in modo molto filosofico-razionale pare, lasciando un biglietto con una sibillina frase sul senso del tempo. Fine della prima parte, più o meno.
La seconda parte è ambientata oggi: Tony ci racconta che si è sposato e separato da Margaret – una donna per cui non pare provare altro che un affetto da amici di bar (Barnes la definisce “pratica” in contrapposizione con l'”enigmatica” Veronica, in una polarità che non ci vuole chissà quale lettura femminista per definire riduttiva e banale), ha una figlia che si chiama Susie che si caga zero il padre, sta invecchiando, riflette molto sulla vita, sul tempo, sui ricordi. Un giorno gli arriva una lettera da parte della madre di Veronica che gli lascia in eredità cinquecento sterline e non si sa perché il diario di Adrian, che però dovrebbe essere custodito da Veronica.
Le restanti pagine, capite bene, il lettore vuole capire come si risolve il rebus di quest’eredità imprevista, sapere che c’è scritto sul diario di Adrian, che c’entra la madre di Veronica con tutta l’ambaradan… il che significa anche che senso ha tutta la storia di Tony. E Barnes non delude le aspettative del giallo: confeziona un finalino sorprendente, abbastanza inverosimile da poter risultare letterario. Impossibile non uscirne spiazzati.
Il punto fondamentale è che tutta la suspense del libro è retta da un trucco che l’autore gioca quasi scorrettamente con il lettore. Invitandolo, attraverso la voce di Tony, a ragionare più volte sul valore che diamo ogni volta alle interpretazioni del passato per dare senso al presente (in quest’accezione il libro di Frank Kermode, Il senso della fine, cripto-omaggiato nel titolo, serve come sorta di riflessione pervasiva e invadente sulla letteratura come storia della ricezione, direbbe Gadamer, nume tutelare di Kermode), lo seduce e lo tratta in definitiva da fesso. Tony per tutta la vita non ha capito come sono andate le cose nel suo passato che così tanto hanno evidentemente influenzato il corso della vita di tutte le sue persone care; e gli altri personaggi lo stuzzicano fino a prenderlo quasi in giro. Veronica soprattutto gli ripete fino allo sfinimento: “Ma non capisci, ancora non capisci?”, facendolo sentire chiaramente un po’ un coglione, e ma facendoci sentire un po’ coglioni anche noi lettori in definitiva, simili a questo povero protagonista, all’oscuro degli eventi che gli capitano sotto gli occhi. Il punto è però che quello che Tony e noi lettori non cogliamo – la verità parallela che per tutta la vita ci è sfuggita (colta la non proprio difficile possibilità di immedesimazione con il protagonista rincitrullito?) – non l’avremmo proprio potuta cogliere, ma manco con fiuto e pazienza da detective. E quindi Tony non ha grandi colpe se si è barricato in un’esistenza un po’ da retroguardia invece di osare, e anche noi lettori non potevamo immaginare – con due lacerti di indizi sparsi male – un retroscena tanto complicato e inverosimile come quello che ci si rivela al finale. Per questo Barnes gioca sporco, prima arruffiandosi il lettore con una serie di digressioni (alcune anche belle, altre ridondanti) e poi facendolo sentire al centro di una trama in cui tutti sanno qualcosa che lui dovrebbe avere sotto i suoi occhi ma che non vede. Questo trucco provoca ovviamente della suspense, ma è come quel gioco che si fa da adolescenti appunto in cui c’è uno viene preso in giro da un gruppo che fa finta che c’è un’evidenza che se lui avesse un minimo di ingegno capirebbe subito.
Certo non è solo quest’escamotage narrativo a tenere viva l’attenzione per 150 pagine. C’è la scrittura di Barnes ovviamente, che se uno volesse fare il critico indolente definirebbe “sorvegliata e avvolgente”, che se uno volesse fare il critico onesto definirebbe “professionale”, e che se uno volesse fare il critico beffardo definirebbe “ruffiana” – una specie di misto tra un Bennett e un Kundera, una prosa saggistica, alle volte sentenziale, alle volta digressiva, un midcult che ammicca alla letteratura ogni riga, con citazioni esplicite e malcelate.
Ma c’è dell’altro: la pruderie e la disillusione, temi che strizzano al lettore l’occhiolino proprio nel momento in cui gli danno di gomito. Non si capisce perché i quattro più riconosciuti maestri inglesi viventi, Martin Amis, Julian Barnes, Ian McEwan, Kazuo Ishiguro abbiano dedicato i quattro loro ultimi romanzi (La vedova incinta, Il senso di una fine, Chesil Beach, Non lasciarmi) a una storia di amicizia e amore (evocata e misinterpretata) ambientata in un passato sospeso tra un mondo di vecchi valori e il mondo della liberazione dei costumi; e tutti questi romanzi hanno tutti un tono di un vago intimismo apocalittico, parlano appunto di morte, di fine, di una Storia che poteva andare in un modo e invece non è proprio andata così.
Ecco, proprio come se in quel passaggio degli anni della contestazione, della crisi della borghesia, si fosse consumata una delusione definitiva, tale che dal punto di vista di quella generazione dopo quel disincanto lì non è possibile nessun’altra illusione mai più né per noi né per nessuna generazione futura. Per questo forse Il senso di una fine come tutti i romanzi dolcemente disperati ci attrae molto, per questo è un romano molto regressivo, da un punto di vista politico ça va sans dire, ma soprattutto da un punto di vista letterario.

Ps. La traduzione ottima è di Susanna Basso, alla quale avrei voluto chiedere tutto il tempo qual è l’espressione inglese che lei traduce “il prezzo del sangue”.

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Carver, Ligabue e il rumore (a vuoto) di D’Orrico https://minimaetmoralia.it/letteratura/carver-ligabue-e-il-rumore-a-vuoto-di-dorrico/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/carver-ligabue-e-il-rumore-a-vuoto-di-dorrico/#comments Fri, 04 May 2012 09:20:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7737 Sabato scorso su «La Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», Antonio D'Orrico ha definito Ligabue "il Raymond Carver italiano". Emiliano Sbaraglia ha scritto una lettera per dirci la sua.

Cara minima & moralia,

come molti ho conosciuto minimum fax grazie a Raymond Carver. O meglio, ho conosciuto Raymond Carver grazie a minimum fax. Era il 1998, si fantasticava di un’associazione culturale dal titolo “Panta Ray”, per cercare di diffondere la lettura di uno scrittore allora ancora poco conosciuto, ma già molto amato da chiunque lo leggesse. Un po’ quello che era successo (e che ora in Italia succede sempre grazie ai minimum) per uno dei suoi maestri riconosciuti, Richard Yates, che l’Esquire definì “uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”, un altro di quelli che, penna alla mano, abbattono ogni convenzionalità e ogni categoria di genere. D’altra parte era lo stesso Carver a non voler sentir parlare di minimalismo e minimalisti, quasi quanto il vecchio Carlo Marx aveva in uggia marxisti e zone limitrofe.

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Sabato scorso su «La Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», Antonio D’Orrico ha definito Ligabue “il Raymond Carver italiano”. Emiliano Sbaraglia ha scritto una lettera per dirci la sua.

Cara minima & moralia,

come molti ho conosciuto minimum fax grazie a Raymond Carver. O meglio, ho conosciuto Raymond Carver grazie a minimum fax. Era il 1998, si fantasticava di un’associazione culturale dal titolo “Panta Ray”, per cercare di diffondere la lettura di uno scrittore allora ancora poco conosciuto, ma già molto amato da chiunque lo leggesse. Un po’ quello che era successo (e che ora in Italia succede sempre grazie ai minimum) per uno dei suoi maestri riconosciuti, Richard Yates, che l’Esquire definì “uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”, un altro di quelli che, penna alla mano, abbattono ogni convenzionalità e ogni categoria di genere. D’altra parte era lo stesso Carver a non voler sentir parlare di minimalismo e minimalisti, quasi quanto il vecchio Carlo Marx aveva in uggia marxisti e zone limitrofe.

Immaginiamo quindi la reazione che avrebbe potuto suscitare in un tipo come Carver, specie nel tempo della “pacchia” dell’ultimo suo decennio insieme a Tess Gallagher, l’ultima pagella di Antonio D’Orrico per l’inserto domenicale del “Corriere della Sera”, che per sintetizzare inizia così: “Non abbiamo un Raymond Carver italiano. Mi correggo, non avevamo un Raymond Carver italiano. Ora c’è e si chiama Luciano Ligabue”. Poi l’analisi di una delle firme più temute della critica letteraria italiana si avventura nello specifico: “Anche se versi come: «Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei». O come: «C’è la notte che ti tiene tra le sue tette, un po’ mamma un po’ porca com’è». O, soprattutto, come: «Ci han concesso solo una vita / soddisfatti o no, qua non rimborsano mai» a Carver non sarebbero dispiaciuti”.

Per scrivere di Ligabue come del Carver italiano in occasione dell’uscita del suo ultimo libro (dall’accattivante titolo “Il rumore dei baci a vuoto”) ci vuole veramente un bel pelo sullo stomaco, tanto per citare Vasco, paragone forse più calzante seppur indigesto al cantante di Correggio. Non fosse altro perché D’Orrico va ad alimentare, dalle pagine del primo quotidiano nazionale, quella confusione dei ruoli così tanto di moda nel panorama editoriale italiano (e non solo), dove chi parla di cucina in televisione vende più libri di uno scrittore “puro”. Ma al di là di questo, il solo confronto tra la scrittura di Carver e quanto scrive il “Liga” appare privo di qualsiasi supporto critico. Per carità, lo ammetto: non ho ancora letto l’ultima fatica letteraria di Luciano Ligabue; ma confesso non senza qualche vergogna che nel 2004, durante il Salone del Libro di Torino, mi sono procurato di soppiatto “La neve se ne frega”, presentato in pompa magna nel corso di quella edizione. E a meno che in questi anni, tra una canzone e un concerto, il “nostro” non abbia frequentato numerosi ed efficaci corsi di scrittura creativa (dei quali ho sempre diffidato), la differenza con il nostro Carver credo sia rimasta abissale. Anche perché, per l’appunto, si parla di due mestieri diversi.

Diverso ancora è poi il mestiere di critico letterario, che in virtù delle competenze maturate in materia dovrebbe consigliare al lettore qualcosa per cui vada la pena spendere in tempo e denaro, in un periodo in cui tempo e denaro diventano di giorno in giorno risorse sempre più difficili da trovare.

C’è infine uno spazio da riempire, quello appunto della pagella ne “La Lettura” del Corriere. Uno spazio di cui Ligabue, grazie alla vasta popolarità raggiunta dai suoi “versi in musica” (che secondo D’Orrico ricordano Neil Young), non ha certo bisogno per far conoscere i suoi libri.

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