Antonio Franchini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonio-franchini/ un blog di approfondimento culturale Tue, 21 Sep 2021 13:12:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonio Franchini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonio-franchini/ 32 32 Il Vecchio lottatore, l’omaggio emingueiano di Antonio Franchini https://minimaetmoralia.it/libri/vecchio-lottatore-lomaggio-emingueiano-antonio-franchini/ https://minimaetmoralia.it/libri/vecchio-lottatore-lomaggio-emingueiano-antonio-franchini/#comments Wed, 11 Nov 2020 13:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44577 di Marco Renzi

Antonio Franchini non ha mai nascosto la passione per la lotta e le arti marziali, le quali trovano ampio spazio anche nei suoi libri.

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di Marco Renzi

Antonio Franchini non ha mai nascosto la passione per la lotta e le arti marziali, le quali trovano ampio spazio anche nei suoi libri. Anche quando non ha parlato di combattimento in modo diretto, lo scrittore e editor napoletano (ormai milanese d’adozione) ha portato alla luce nella sua narrativa un corpo a corpo con la vita e col mondo intero: nell’Abusivo (2001) e in Cronaca della fine (2003), per esempio, si è confrontato rispettivamente con Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalle mafie a soli ventisei anni nonché suo conoscente, e con Dante Virgili, controverso e misterioso autore della Distruzione (1970), una persona col quale lui ebbe a che fare nelle vesti di curatore editoriale – e non solo. Tutti e due, in modo se vogliamo opposto, contribuiscono a popolare l’universo franchiniano, fatto di personaggi solitari e ostinati, sempre e comunque combattenti, spesso perdenti.

Per quanto riguarda il ring, il tatami, i pugni e i calci, il pensiero va ai lottatori ritratti in Gladiatori (2005) in collaborazione col fotografo Piero Pompili e a quelli di Quando vi ucciderete, maestro? (1996), dove fanno la loro comparsa anche Mishima e, appunto, Ernest Hemingway.

Non stupisce dunque l’uscita del Vecchio lottatore (NN, 2020), dove la dichiarazione d’intenti risiede nel sottotitolo: e altri racconti postemingueiani.

C’è in effetti molto del vecchio Papa in queste narrazioni brevi: come vedremo, non mancano gli omaggi; soprattutto, sono presenti una ricorsività e un’insistenza quasi ossessive su temi cari tanto a Hemingway quanto a Franchini, che con quel «post» piega tutto alla sua collaudata poetica, a uno stile levigato ma non del tutto minimale, a tratti distante e alle volte prossimo a quello di un autore il cui spettro si aggira costantemente per le duecentocinquanta pagine del libro.

Si comincia con un racconto all’apparenza poco emingueiano, Le Leonardiadi, dove un padre è alle prese con le gare sportive dei figli: ciò lo porta a rievocare la sua infanzia e a rapportarla a quella dei bambini di oggi, super-impegnati e incapaci di annoiarsi, fino a mettere a nudo la stanchezza mentale del genitore dinanzi all’energia fisica della figlia; la stessa figlia che nelle ultime righe gli domanda perché non abbia partecipato pure lui alla corsa campestre. La voce narrante mette in atto un’autopsia della propria sconfitta, e col suo inevitabile accenno alla fisicità, alle sfide con se stessi e con gli altri, fa delle Leonardiadi l’incipit ideale di una raccolta che riprenderà il tutto in chiave man mano sempre più esplosiva.

Pesca alla trota in Carnia ci riporta all’uomo a tu per tu con la natura; qui, il personaggio di Gualtiero Zanon è un misto tra Francis McComber e Santiago: il narratore in prima persona ne riporta le vicende, con la morte ad assisterlo sottotraccia fino alla fine. In Un marlin imbalsamato si replicano i medesimi scenari e s’incontra per la prima volta Francesco Esente, (assai probabile) alter-ego dell’autore, in una delle tranche più emingueiane del lotto.

Un marlin che non aveva pescato lui, ma proveniva dal momento più importante del passato di ogni uomo, quello che meno di ogni altra epoca gli appartiene, il momento della sua nascita, e un osservatore poco attento poteva scambiarlo per un esemplare appena catturato e inalberato con la fierezza che fino a un certo momento della storia gli uomini amavano ostentare mettendosi in posa accanto ad animali ammazzati.

Addio alle armi si affaccia invece prepotentemente su Gli ultimi italiani di Caporetto, un racconto sulla guerra scritto da uno nato e vissuto in tempo di pace: e non è un caso che il conflitto sia spesso raccontato tramite i libri – non solo solo Hemingway, ma anche Gadda e Ungaretti, nonché «l’immensità del cielo vuoto nello sguardo del principe Andrej». Caporetto/Kobarid diviene una meta di viaggi in luoghi al principio solo letterari, a poco a poco sempre più coincidenti con la Storia grazie agli incontri con gli autoctoni. La leggenda, tuttavia, pare prevalere sempre sulla realtà; e la solita sensazione la si prova nel leggere A un aficionado, intrinsecamente legato a Fiesta: all’inizio tende a una scrittura saggistica che viene poi fagocitata dalla figura di Ermanno Doris, esperto di tori e di corride, «il più grande aficionado d’Italia»; infine, si trascina in una disamina con al centro il parallelo tra scrittura e tauromachia, oltre ad affrontare gli squilibri senili di Hemingway, che in tarda età tornò sull’argomento con scarsi risultati.

Grande fiume dai due cuori è il commovente ricordo di due amici scomparsi, i cui nomi reali non vengono celati sotto altri fittizi: Sergio Altieri, editor, traduttore e scrittore con lo pseudonimo Alan D. Altieri, e l’arrampicatore Roberto Bonelli; entrambi avevano amato sfidare i propri limiti. Nel loro racconto torna Francesco Esente, così come in Non ho scopato con Hemingway, prima una conversazione al bar dove si cita La trilogia di New York di Paul Auster, e dopo un’altra fitta serie di dialoghi scaturita da un appuntamento del narratore – che qui come altrove non è mai il vero protagonista delle sue storie – con una vecchia scrittrice e il suo ex-marito.

Nel Suicidio dell’indiano si abbraccia uno dei racconti più indimenticabili e rappresentativi di Hemingway, Le nevi del Kilimangiaro. Le riminiscenze infantili – l’innamoramento per la valletta televisiva Margaret Lee – si fondono con la fascinazione per il leopardo, animale dall’abbacinante bellezza, anch’essa oggetto del suddetto racconto. Enigmatico il finale con i cervi nel parcheggio di un supermercato statunitense, a testimonianza dell’imprevedibilità dell’America profonda.

Chiude la raccolta il testo che le dà il titolo, un testo attraversato dagli episodi della travagliata esistenza del lottatore Evan Tanner, ma in prevalenza incentrato sui personaggi di Aurelio Silva, Sacramento Diaz e il Vecchio: riduttivo chiamarli solo lottatori; meglio definirli filosofi o maestri di vita. La loro quotidianità è un perenne rimettersi in gioco: coi loro muscoli segnati dagli anni, sfidano i più giovani e di conseguenza la morte.

Impossibile per un amante dei precedenti lavori di Antonio Franchini non apprezzare la sua ultima fatica, invero un ottimo viatico anche per chi non avesse mai letto nulla di uno scrittore forse più noto per il suo lavoro editoriale – per anni con la narrativa di Mondadori, oggi in forza a Giunti.

Il vecchio lottatore brilla per la sua forza espressiva, per una prosa sempre all’altezza di un narrato che non rinuncia a ibridare il saggio con l’autobiografia, con l’inchiesta e il reportage, che svuota il racconto avventuroso dalla retorica e parzialmente dal suo furore epico: risiede qui, con tutta probabilità, il sostrato emingueiano, al di là dei richiami extra-testuali qua e là disseminati, che non disturbano ma intensificano la forza di questi nove, ottimi racconti.

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L’editoria italiana e l’anno che verrà https://minimaetmoralia.it/editoria/leditoria-italiana-e-lanno-che-verra/ https://minimaetmoralia.it/editoria/leditoria-italiana-e-lanno-che-verra/#comments Wed, 13 Jan 2016 14:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29629 di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

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di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

Ma il 2016 vedrà anche le prime pubblicazioni de La Nave di Teseo, nuovo soggetto editoriale di Elisabetta Sgarbi (ex direttore editoriali di Bompiani), che sembra aver riunito attorno a sé nella diaspora da «Mondazzoli» autori come Umberto Eco, Pietrangelo Buttafuoco, Mauro Covacich, Michael Cunningham, Viola di Grado, Hanif Kureishi, Nuccio Ordine, Carmen Pellegrino, Lidia Ravera e Susanna Tamaro, creando non pochi problemi alla Bompiani che dovrà capire come gestire la transizione e rinfoltire il suo parterre di autori.

Il nome della nuova casa editrice si ispira alle Vite Parallele di Plutarco. Teseo dopo aver salvato i prigionieri dal labirinto cretese e dal suo Minotauro, torna ad Atene con una triremi. Come ringraziamento gli ateniesi inviarono, ogni anno, la nave di Teseo per un viaggio rituale a Delo, Isola di Apollo. Questo viaggio durò per mille anni e gli ateniesi sostituirono, man mano che si usuravano, le parti della barca con sue copie perché apparisse sempre la stessa pur non essendo più costituita dagli elementi originali. Questo processo di continua rigenerazione ha dato luogo a un famoso paradosso (il paradosso di Teseo appunto) su cui i filosofi greci si sono a lungo interrogati: «la nave che appare la stessa che usò Teseo, poiché costituita da parti identiche a quelle originali, assemblate con la medesima perizia, capaci di lavorare all’unisono, è la nave di Teseo o è un’altra nave?» Non c’è risposta esatta al dilemma, dipende dal valore che date alla tradizione e alla sua possibilità di integrarsi con il cambiamento. Ma forse i lettori di questo nuovo marchio editoriale si porranno questa domanda. Quanto sarà diversa l’offerta delle due bande blu, simbolo prescelto per La Nave di Teseo, rispetto alla Bompiani dell’era Sgarbi?

Riuscirà a creare un proprio tratto distintivo che porterà il lettore a ‘fidarsi’ di quelle bande a forma di chiglia di nave, perché garanti di una ricerca di nuovo che non può prescindere dalla qualità del testo (binomio sempre più a rischio nei successi editoriali del 2015)?

Riuscirà questa nave a fare ciò che spesso risulta difficile agli imprenditori e quindi agli editori italiani che vogliono giustamente guadagnare sul bene libro: puntare a fidelizzare i lettori nel lungo periodo?

La sfida è quanto mai avvincente e sarà un piacere vederne gli sviluppi.

Ma non sarà l’unica. Un altro marchio storico dell’editoria italiana ha fatto delle scelte nel 2015 che influenzeranno non poco l’offerta editoriale del prossimo biennio. Parliamo di Giunti, casa editrice dalle radici fiorentine, fondata nel 1841 come tipografia e poi diventata il terzo gruppo editoriale italiano. Nel giro di pochi mesi Mondadori ha perso due editor storici della narrativa italiana: Antonio Franchini (responsabile per anni della narrativa italiana in Mondadori e punto di riferimento per il marchio di Segrate) e Giulia Ichino (uno degli editor di punta della narrativa italiana e ‘allieva’ di Franchini). Entrambi sono passati in Giunti, dimostrando la volontà dell’editore fiorentino di rafforzare la sua quota di mercato nella narrativa italiana, puntando sulla grande esperienza e sulla capacità di anticipare le tendenze dei lettori da parte dei due editor.

Mondadori non è rimasto a guardare, affidando la narrativa italiana a Carlo Carabba (già da tempo editor per la case editrice di Segrate oltre che poeta e responsabile della storica rivista Nuovi Argomenti) e quella straniera a Marta Treves (altro editor storico della Mondadori, responsabile per anni del segmento young adult).

Insomma l’anno che verrà ci fa sperare in molteplici cambiamenti nel panorama editoriale italiano e sono certo che non saranno tutti negativi. Ai lettori l’ardua sentenza.

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Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/albinati-nori-e-la-didattica-della-scrittura-narrativa/#respond Wed, 23 Dec 2015 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29490 (fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

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snoopy

(fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

Se E.M. Forster avesse avuto modo di soccorrerlo, il suo suggerimento sarebbe stato essenziale: raccontare una storia è «only connect». Nient’altro che connettere. Una formula – la ritroviamo non solo in Casa Howard ma anche al centro del monumento dedicato allo scrittore inglese nella chiesa di Saint Nicholas a Stevenage – che sintetizza quanto Forster svilupperà nel 1927 in Aspetti del romanzo, uno di quei libri in cui un narratore, modificando per un momento la propria postura, non racconta ma si mette a ragionare sul suo lavoro. Non necessariamente con strumenti critici rigorosi, semmai in quella particolare attitudine, al contempo acuta e rarefatta, propria di chi con un determinato tema, in questo caso la scrittura, intrattiene un rapporto agonistico.

La medesima attitudine che riconosciamo in Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura di Edoardo Albinati (Fandango), un libro in cui lo scrittore romano raccoglie le riflessioni sulla scrittura maturate (anzi, per usare un’espressione cara allo stesso Albinati, «messe a frutto») negli anni di insegnamento a Rebibbia.

Centrali, nel suo ragionamento, sono due parole. Materia, che ricorrendo a partire dal sottotitolo chiarisce la natura fisica della scrittura, la sua qualità di fatto concreto e contraddittorio, una sostanza discontinua e incoerente di cui Albinati esplora il riverbero con una precisione che fa pensare a quella meditazione sullo scrivere che Adorno concentra nelle quattro pagine che aprono la seconda parte di Minima moralia. La seconda parola è dissipazione: «L’atto creativo è stimolato dalla distruzione di un immenso lavoro preparatorio buona parte del quale viene svolto in maniera automatica e pressoché inconsapevole nell’ascolto quotidiano», scrive Albinati. Ciò che diventerà scrittura è l’effetto di un’ininterrotta silenziosa arsione di alternative, ipotesi differenti se non contrastanti, un processo di negoziazione interiore durante il quale chi scrive non liquida l’alone che circonda ogni termine ma lo riconosce come ciò di cui prendersi cura. La pagina che il lettore si ritrova tra le mani è l’eco di quel processo, una forma necessaria alla condivisione eppure incommensurabile al lavorio invisibile della negoziazione interna.

Quando Albinati parla del rogo come «figura del testo» viene in mente un’intuizione di Antonio Franchini che nel ’96, in Quando vi ucciderete, maestro?, unendo nella medesima riflessione letteratura e combattimento descriveva le ostea leukà: così come del corpo del guerriero bruciato sulla pira resta percepibile, tra le fiamme, solo un biancheggiare d’ossa, allo stesso modo nella nostra memoria le parole di una narrazione poco a poco si dissolvono, la maggior parte delle scene sparisce e resistono soltanto alcuni microscopici particolari. La combustione, dunque, come misura non solo dell’origine ma anche dell’esito del testo.

In Scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti con esercizi svolti (Corraini Edizioni, illustrazioni di Yocci) Paolo Nori prende spunto dalla sua esperienza didattica e in sei lezioni ondivaghe racconta la scrittura lontano da qualsiasi tentazione prescrittiva. Collegando tra loro Šklovskij, le autobiografie orali raccolte da Alfredo Gianolio in Vite sbobinate e i precetti di Bukowski, Nori chiarisce che per scrivere occorrono straniamento (che rallentando il riconoscimento permette di passare dal déjà vu al jamais vu), semicolti (nel senso del tenere viva la percezione di ciò che accade quando nel parlato si allenta «la sorveglianza sintattica e grammaticale sulle cose che diciamo») e poi una sedia. Nonché – e qui Nori condivide con Albinati il medesimo bisogno di tangibilità – occorre «usare le parole sentendo il peso e il materiale di cui sono fatte, scrivere come se si prendesse in mano la penna per la prima volta».

Sentire la scrittura come corpo, dunque, se non come organismo. «Io penso alle mie frasi come a piccoli organismi neri, maculati gialli o rosso vivo, tondeggianti, dotati di tentacoli: delle specie di ofiure» scriveva nel ’97 Giulio Mozzi in Parole private dette in pubblico, un altro libro fondamentale per riflettere su quella specifica declinazione del linguaggio che è la narrazione.

Scrivere di scrittura – che si tratti di una riflessione intenzionale oppure, come per la Lettera di Lord Chandos di von Hofmannsthal o per LTI, i taccuini di Victor Klemperer sulla lingua del Terzo Reich, di libri che non nascono con un obiettivo didattico – è nella sua manifestazione migliore un discorso mai normativo, raramente del tutto logico e compiuto, semmai un avventurarsi rabdomantico che procede per collaudi empirici, un dire facendo e un fare dicendo. Una specie di rêverie. Se ciò che Albinati e Nori (e prima di loro Franchini, Mozzi e altri ancora) hanno scritto insegna è perché i loro libri procedono senza l’obbligo di un’utilità immediata e misurabile: perché divagano concentrati, si permettono la fantasticazione, capovolgono prospettive, sciolgono i nessi dati. Perché sentono sempre che la lingua è materia in azione. Sperpero naturale, dialogo fitto con l’errore, smarrimento strategicamente indotto.

Resiste come unica certezza (ma sono possibili obiezioni anche su questo) la risposta che Wisława Szymborska diede a una lettrice nella sua posta letteraria: «Tutto a questo mondo si distrugge per il continuo uso, tranne le regole grammaticali. Se ne serva con più coraggio, Signora – bastano per tutti!»

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La città amara di Leonard Gardner https://minimaetmoralia.it/interviste/la-citta-amara-di-leonard-gardner/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-citta-amara-di-leonard-gardner/#comments Mon, 26 Oct 2015 06:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28845 «La fabbrica non assume personale al momento. Le squadre per le pesche sono al completo. Tornate quando i pomodori saranno maturi», annunciò un giovane dall'aria austera. Billy Tully ed Ernie Munger dovevano osservare sempre la fila degli ultimi, che porta in nessun dove, fosse essa per salire sul pullman dei pugili, o a bordo di quello degli stagionali della terra che guadagnano la giornata.

Fat City è l'unico romanzo, scritto magistralmente, di Leonard Gardner, oggi ottantunenne. Pubblicato nel 1969, è diventato un classico. Nel 1972 è stata fortunata anche la trasposizione cinematografica diretta da John Huston, che nel giudizio dell'autore conferì al film una certa autenticità. Fazi lo ripubblica col titolo Città amara (204 pagine, 17.50 euro), traduzione curata da Stefano Tummolini. L'autore, assumendo la prospettiva della natia Stockton, ha ritratto il sogno americano che si spegne all'alba. Questa è la storia di due boxeur semiprofessionisti, uno debuttante, l'altro neanche trentenne, il cui talento non varca il quartiere, che già si sente morire, del loro manager, dei loro amori e della sussistenza nell'America rurale della California Central Valley.

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fatcity

As I went walking I saw a sign there
And on the sign it said “No Trespassing.”
But on the other side it didn’t say nothing,
That side was made for you and me.
This land is your land – Woody Guthrie

«La fabbrica non assume personale al momento. Le squadre per le pesche sono al completo. Tornate quando i pomodori saranno maturi», annunciò un giovane dall’aria austera. Billy Tully ed Ernie Munger dovevano osservare sempre la fila degli ultimi, che porta in nessun dove, fosse essa per salire sul pullman dei pugili, o a bordo di quello degli stagionali della terra che guadagnano la giornata.

Fat City è l’unico romanzo, scritto magistralmente, di Leonard Gardner, oggi ottantunenne. Pubblicato nel 1969, è diventato un classico. Nel 1972 è stata fortunata anche la trasposizione cinematografica diretta da John Huston, che nel giudizio dell’autore conferì al film una certa autenticità. Fazi lo ripubblica col titolo Città amara (204 pagine, 17.50 euro), traduzione curata da Stefano Tummolini. L’autore, assumendo la prospettiva della natia Stockton, ha ritratto il sogno americano che si spegne all’alba. Questa è la storia di due boxeur semiprofessionisti, uno debuttante, l’altro neanche trentenne, il cui talento non varca il quartiere, che già si sente morire, del loro manager, dei loro amori e della sussistenza nell’America rurale della California Central Valley.

Gardner scava sotto la superficie dei personaggi e dell’ambiente che ha respirato. Presenta con mirabile asciuttezza e chiarezza la cultura del mondo che gli interessa. In questo romanzo è perfetto il necessario equilibrio letterario fra esperienza, osservazione e immaginazione. Joan Didion, letteralmente entusiasta, lo definì la metafora esatta dell’assenza di gioia nel cuore. Ha ragione Antonio Franchini, che nella postfazione annota: «L’aderenza fra i personaggi, la loro lingua e le loro azioni è totale. La psicologia dei personaggi è nelle loro gesta».

Nel capitolo in cui descrive una giornata di lavoro senza speranza sotto un sole cocente, quando Tully è curvato per cogliere le cipolle dal campo, Gardner viene a bussarti e ti strappa pure un pezzo di anima. Stockton, che all’epoca contava ottantamila abitanti, crebbe su un ampio delta molto fertile. La ricchezza dei terreni e delle risorse idriche, fondamentale per lo sviluppo di un importante centro agricolo, si sa, non è equa. La fatica dei braccianti tramontava nelle numerose taverne e nei bordelli ad alto tasso di alcol. «Tully se avesse avuto un destro migliore sarebbe arrivato in cima alla lista. Se avesse saputo colpire un po’ più forte e incassare meglio. Tutto il resto ce l’aveva, ma poi si è lasciato abbattere dalla sfortuna. Mi sa che adesso ha ripreso ad allenarsi, giù all’YMCA. Ha ancora le sue carte da giocare».

Gardner, lei conosce molto bene il mondo di cui scrive, e che trascende. Qualsiasi cosa scriviamo è in una qualche maniera autobiografica? 

«Sì, ho provato sulla pelle l’avidità del mondo che schiaccia i personaggi. Anch’io ho boxato negli abissi, ho raccolto l’odore della Lydo Gym, ma devo ammetterle che non sono mai stato un granché. Facevo lo sparring partner dei dilettanti e dei professionisti, che lavoravano pure nei campi. Uomini per bene che picchiavano forte. Li osservavo e mi raccontavano. Ho svolto lavori poco gratificanti. Fra i quali il parcheggiatore, tre giorni a settimana, in un ristorante di San Francisco. Ero squattrinato, tuttavia credo sia stato fondamentale per ricercare le ragioni del mio scrivere un romanzo. Tiravo su qualche dollaro maneggiando l’infelicità. Mi interessava scrivere degli oppressi, dei lavoratori sfruttati, e dunque della condizione che vivevo. Era un’urgenza fisica e loro mi hanno messo tra le mani una storia. Poi ci sono voluti quattro anni e quattro stesure del libro».

I due protagonisti non sono splendidi perdenti. Perché, anche quando vincono i rispettivi incontri, sprofondano nell’abisso della sconfitta? Tully su tutti.

«Billy perde l’amore che non riesce a provare, ma che tuttavia lo fa sprofondare. Il modo in cui interpreta la boxe è un tutt’uno con la sua identità. Avverte lo sconforto proprio della subalternità sociale di un personaggio dall’esistenza sperduta. Sale sul ring per sconfiggere la vita che l’ha creato, per lottare contro la sua povertà. Neanche trentenne pensa di aver sprecato già la sua opportunità. Tornando a boxare, prova ad arginare il tempo, che ha sempre remato in direzione contraria. Ho cercato di raffigurare Tully come l’uomo più malinconico che sia mai esistito, o almeno come è apparso a me. In ognuno di noi si cela qualcosa di lui. Fat City, la terra dell’abbondanza per tutti, è un obiettivo irrealistico, che non può essere raggiunto».

I suoi personaggi offrono altrettanti punti di osservazione. Ci racconta com’è nata la figura del manager, che sembra distante da lei?

«La ringrazio, è interessante, poiché quando ho sentito il bisogno di scriverlo, non avevo riferimenti, non avevo idea di come crearlo. Mi sedetti a pensare probabilmente per un paio di ore in uno stato meditativo. In quel momento imparai qualcosa del mio essere scrittore. Lo sforzo di concentrazione mi ha presentato Ruben Luna. Tutto è cominciato a fluire. Ritengo che una qualche forma del talento di uno scrittore risieda nella capacità di volare sopra ai problemi, di sciogliere i nodi. Molti si arrendono, in quell’occasione invece rimasi seduto. I personaggi e il romanzo nella propria sostanza compiuta si sono rivelati a me. Le confesso che è abbastanza emozionante quello che successe. Quando ho iniziato a scrivere di questo manager, allenatore, di periferia ho compreso l’aspetto eccitante nel processo creativo della scrittura e la ragione che spinge le persone a voler scrivere romanzi».

In una lunga intervista a The Paris Review William Faulkner dichiarò: «Se potessi, riscriverei tutti i miei lavori. Sono convinto che lo farei meglio. Questo è l’abito mentale più salutare per un artista». Quali sentimenti nutre per Fat City a quarantasei anni dall’uscita?

«Devo dire che lo amo ancora molto. L’ho riletto recentemente, realizzando a differenza delle altre volte quanto all’epoca fosse oscura la mia visione della situazione. Non ero depresso, ma non trovavo un senso soddisfacente della vita. Quando gli Stati Uniti iniziarono a sganciare le bombe sul Vietnam, ebbi la percezione di quanto la razza umana potesse essere una causa persa. In fondo ero  interessato a descrivere le difficoltà senza fine dell’essere poveri in America. Solo ora mi sono reso conto appieno di quanto abbia messo con successo su carta le implicazioni, i problemi psicologici che affliggono le persone danneggiate dalla povertà estrema».

Aveva riposto una qualche speranza nella scrittura, nel futuro del romanzo che avrebbe poi segnato la sua vita?

«Ho creduto in me stesso come scrittore, sapendo bene che cosa volessi dalla mia professione e ho avvertito la sensazione di riuscirci. Ho lavorato duro con la speranza di preparare un buon romanzo, il cui interesse avrebbe resistito allo scorrere delle stagioni. Non è molto originale, lo so. Credo che ogni scrittore sogni di raggiungere varie generazioni di lettori. L’avverarsi di questo sogno è stato una sorpresa. Ti svegli la mattina con le buone recensioni dei critici, con l’affetto dei lettori e degli aspiranti scrittori che vengono ancora a cercarti».

Si è identificato nel successo di Città amara?

«Non sono mai stato timido di fronte alle esigenze del pubblico. Al college aspiravo alla carriera di attore. Il successo di Fat City ovviamente mi ha gratificato. Se sia diventato arrogante o meno lo devono dire gli altri. Spero di essere rimasto una personalità accettabile. Non sono piombato nella disperazione di essere all’altezza dell’opera prima, perché insieme a lei ho ricevuto tutti i riconoscimenti a cui uno scrittore può mirare. Forse ne ho goduto eccessivamente, mentre avrei dovuto lavorare duro su un altro libro».

Non vorrei apparirle invadente. Perché ha pubblicato un solo romanzo?

«La sua domanda non è scortese, ma scomoda. Dopo il romanzo mi offrirono lavori di sceneggiatura per il cinema, short stories per la televisione. Gli Stati Uniti sono un paese costoso in cui vivere e in media i romanzieri non guadagnano molto. Quando arrivano offerte dal cinema o dal piccolo schermo non hai scelta. E alla fine accetti. Nonostante ciò non ho una buona scusa per soddisfare l’interrogativo. Il tempo non mi mancava. In fondo non c’è una risposta. Chiunque mi domandava: «Quando scriverai il secondo romanzo?» È gravosa la pressione su chi debutta con un tale riscontro. Non è semplice, malgrado la materia prima disponibile. Tutti se lo aspettavano e non è arrivato. Ora ci sto riprovando».

Ha gettato via molto materiale?

«In realtà non butto mai via tutto. Esiste sempre qualcosa su cui costruire, da migliorare. Leggo, rileggo».

Com’è stata la sua infanzia, e che cosa l’ha avvicinata alla scrittura?

«Le vicende della mia infanzia sono strettamente correlate alla volontà di scrivere. All’età di sette anni patii una lunga malattia. Una febbre drammatica che per un anno e mezzo non mi permise di alzarmi dal letto. Non mi reggevo sulle gambe finanche per andare in bagno. Il mio cuore era a rischio. Avendo frequentato la prima elementare sapevo a malapena leggere. Divoravo libri per bambini, mia madre leggeva, mentre mio padre inventava storie meravigliose. Mi innamorai dell’arte del racconto e volevo crearne a qualsiasi costo. Tornai a scuola solo una volta compiuti i dieci anni. Comunque ero tremendamente interessato allo scrivere piccole storie, che poi consegnavo all’insegnante. Mi disse che ero bravissimo. Le leggeva ad alta voce in classe, ciò mi incoraggiò a continuare.

Ho imparato a trascorrere ore e ore a contemplare le cose nel letto della mia stanzetta al fianco di mia sorella. Poi devi sederti sulla tua scrivania e allontanare il desiderio delle cose interessanti proprie della socialità, delle nottate trascorse in compagnia. La solitudine è una condizione necessaria. Ti perdi nelle combinazioni della tua immaginazione e negli aspetti tecnici. Come risolvere i piccoli problemi dentro alle frasi, ciò che fa impazzire a lungo molti scrittori. Appunti una nota su una frase da riprendere al mattino, il pensiero con cui ti svegli. Anche qui si misura la personalità di uno scrittore. Sono abbastanza sicuro che sia uscita la mia personalità di scrittore».

La boxe riesce ancora ad appassionarla? La letteratura ha sempre qualcosa da chiedere a questa disciplina?

«Sì, mi attrae, la seguo. Come allora spogliata dagli elementi dell’esaltazione propria dell’intrattenimento. Tuttora non ci siamo liberati di tanti cliché. La boxe non è metafora di qualcos’altro. È due ragazzi, spesso emersi dalla classe più povera della nostra società, che salgono sul ring, che si affrontano, mentre qualcun altro paga per vederli. È la vita ad assomigliarle. A me interessano quelli che campioni non diventano, che crollano e si rialzano. Il mio agente letterario ha ora per le mani un testo, una short story a proposito di un boxeur della mia Stockton. Diciassettenne lavorai presso la pompa di benzina del quartiere. Credevo che questo lavoro rappresentasse un futuro concreto per me. Mio padre, un ispettore dell’ufficio postale, anch’egli boxeur dilettante che ammiravo, cantastorie del pugilato, mi trasmise la passione.“Non riuscivano neanche a sfiorarmi col guantone”, gli piaceva dire e mi regalò un paio di guantoni. A diciotto anni prendevo a pugni il sacco nel garage».

Che cosa ricorda dell’incontro con Muhammad Ali?

«Sì ho scritto di lui, come d’altra parte di Foreman e Sugar Ray Leonard, per alcuni magazine. Ho dovuto cedere alla sua personalità travolgente, ai suoi scherzi. Le meravigliose qualità atletiche erano pari al fascino di una personalità complessa, divertente e impegnata per i diritti civili. C’è chi si atteggiava a essere un duro. Lui lo era».

Il libro narra il rovescio del sogno americano. Toni Morrison, in un intervento recente, forse ha sintetizzato l’oggi nel modo migliore: «Quando ero ragazza, eravamo cittadini di seconda classe, ma restava la parola: cittadina, cittadinanza. Negli anni Cinquanta e Sessanta hanno cominciato a chiamarci consumatori. E allora noi abbiamo consumato. Ora non utilizzano più queste parole. Siamo contribuenti americani». Ha ancora senso parlare di mobilità sociale, il cuore di quel sogno?

«La maggioranza degli americani probabilmente non ha ancora realizzato la disintegrazione del sogno. È sempre più complicato uscirne vittoriosi. Per i poveri è difficile vivere negli States. L’American dream è ormai alimentato, plasmato dalle famiglie influenti, da Wall Street. Sono rare le eccezioni che spezzano il cerchio dell’esclusione. Nell’adolescenza avevo un’idea granitica dell’America. Fu uno shock, quando presi coscienza che si stava scucendo, che andava in pezzi. Non sapevo come reagire a quello smarrimento. Sul libro riversai quella sensazione. Stockton è ancora un luogo ad alto tasso di povertà e criminalità. È stata una delle prime città a dichiarare bancarotta, quando è iniziata l’ultima crisi. I giovani pugili che si allenano nella palestra Yaqui Lopez Fat City Boxing Club, vicina alla Lydo, poi demolita, che sorgeva nel sottoscala di un hotel, dovranno certamente affrontare le stesse difficoltà dei miei personaggi».

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Speciale Walter Siti – terza parte https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/speciale-walter-siti-terza-parte/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/speciale-walter-siti-terza-parte/#comments Fri, 05 Jul 2013 14:19:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14897 Pubblichiamo un testo di Andrea Cortellessa e una sua recensione a Resistere non serve a niente uscita su doppiozero il 2 luglio 2012.

Vincere non serve a niente?

di Andrea Cortellessa
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?» L’alternativa, fino a qualche tempo fa, non mi si poneva proprio. E invece – mi pare di non sbagliare: per una qualche ragione sottilmente sadomasochistica, proprio a partire dall’edizione successiva all’uscita di Senza scrittori – l’invito alla serata finale dello Strega mi arriva puntuale ogni anno. Ma solo stavolta sono restato incerto fino all’ultimo. Quest’anno poi, con mia grande sorpresa, il sempre gentile Stefano Petrocchi mi aveva anche invitato a far parte degli Amici della Domenica. Già allora, all’inizio dell’anno, i rumors davano per candidati alla vittoria due scrittori “veri”, Aldo Busi e Walter Siti. Non era elegante esplicitarlo, ma doveva significare qualcosa la coincidenza fra questa circostanza e l’offerta che mi veniva fatta. Già, ma cosa esattamente? Del resto anche Tiziano Scarpa, vincitore dell’edizione sbertucciata da Senza scrittori, era uno “scrittore vero”; e così due anni dopo Emanuele Trevi, perdente per un soffio. E cosa vuol dire la formula, poi ripetuta in tutte le salse, “stavolta ci sono gli scrittori veri”? Cos’è uno scrittore “non vero”? Di cosa parliamo esattamente, insomma, quando parliamo di Premio Strega? Domande senza risposta.

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Pubblichiamo un testo di Andrea Cortellessa e una sua recensione a Resistere non serve a niente uscita su doppiozero il 2 luglio 2012.

Vincere non serve a niente?

di Andrea Cortellessa

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?» L’alternativa, fino a qualche tempo fa, non mi si poneva proprio. E invece – mi pare di non sbagliare: per una qualche ragione sottilmente sadomasochistica, proprio a partire dall’edizione successiva all’uscita di Senza scrittori – l’invito alla serata finale dello Strega mi arriva puntuale ogni anno. Ma solo stavolta sono restato incerto fino all’ultimo. Quest’anno poi, con mia grande sorpresa, il sempre gentile Stefano Petrocchi mi aveva anche invitato a far parte degli Amici della Domenica. Già allora, all’inizio dell’anno, i rumors davano per candidati alla vittoria due scrittori “veri”, Aldo Busi e Walter Siti. Non era elegante esplicitarlo, ma doveva significare qualcosa la coincidenza fra questa circostanza e l’offerta che mi veniva fatta. Già, ma cosa esattamente? Del resto anche Tiziano Scarpa, vincitore dell’edizione sbertucciata da Senza scrittori, era uno “scrittore vero”; e così due anni dopo Emanuele Trevi, perdente per un soffio. E cosa vuol dire la formula, poi ripetuta in tutte le salse, “stavolta ci sono gli scrittori veri”? Cos’è uno scrittore “non vero”? Di cosa parliamo esattamente, insomma, quando parliamo di Premio Strega? Domande senza risposta.

Come senza risposta resta l’altra domanda che mi vado facendo da qualche giorno, cioè che cosa esattamente voglia dire quando a Siti – ho assistito a due sue uscite, all’immediata vigilia della serata al Ninfeo – faccio i miei auguri. Me lo auguro, glielo auguro davvero, che Resistere non serve a niente vinca il Premio Strega? Non posso non pensare al passaggio-chiave di Scuola di nudo: «In una gara di sci la tragedia della mia vita: desidero sempre che vincano quelli per cui non faccio il tifo. Tutto è cominciato col terrore insopportabile che mio padre perdesse, e quindi tenevo per qualcun altro: tifavo contro di lui per non affrontare la disperazione di vederlo sconfitto. Da quel momento la passione superficiale si è divisa dall’appartenenza profonda: quelli contro cui mi schiero sono, in verità, i miei. Non dunque l’atteggiamento nobile di chi sta con i perdenti, ma quello pazzoide di chi vuole che perdano coloro per cui sta».

Secondo me è questo in realtà che pensa, Walter al Ninfeo prima che inizi lo spoglio, quando a qualcuno (che la mattina dopo lo riporta sul sito di Repubblica) dice: «Mi sono dato perdente già da ieri. È una bella tattica per restare tranquillo. Un esercizio zen. Tutto quello che viene è in più. Ho pregato fin dall’inizio il mio editore di non informarmi e di tenermi fuori dai meccanismi del premio perché mi rendeva ansioso». Non si è dato per perdente: ha fatto il tifo contro se stesso (e il suo conto in banca). Che è poi, come s’è visto e forse non solo per uno come lui, l’unico modo in cui si possa vincere.

Fatto sta che, come a malincuore avevo risposto di no a Petrocchi (a malincuore perché, per uno che ha il complesso di Redmond Barry, non può non far piacere andare a una festa dove prima si rifiutavano di invitarti), così alla fine, ieri sera, ho risolto di restare a casa. Per evitare l’ominosa diretta di Rai Uno, fino all’una passata mi sono barricato su Sky, prima nella replica di Lisicki-Radwanska a Wimbledon (entusiasmo smodato per le spalle muscolose, e luccicanti di sudore, della Serena Bionda che ha saputo mettere KO quella Nera!) poi in uno strampalato film a basso costo in seconda serata. C’erano dei tremendi teppisti adolescenti in un sobborgo di Londra che, perseguitati da alieni in forma di scimmioni vagamente kubrickiani ma coi denti fosforescenti (?), alla fine riuscivano a salvare la città dall’invasione, e uscirne come gli eroi del quartiere.

Quando distrattamente faccio il mio ultimo zapping, in televisione appare la faccia di Walter – smagrita e, mi pare, un po’ impaurita. La cornice, inconfondibile, è quella di Marzullo (anche se la trasmissione è in lieve differita, le domande sono state tagliate, si sente solo la voce dell’intervistato). «Siti da Marzullo», penso, «può voler dire una cosa sola. Anzi, due». La prima è che Resistere non serve a niente, come volevasi dimostrare, alla fine lo Strega lo ha vinto. La seconda è che il Premio, come volevasi dimostrare, è un dono avvelenato: non solo fa ammattire chi vi partecipa (come si è visto l’anno scorso), ma disintegra chi lo vince. Già la campagna promozionale del libro, quand’era uscito, non aveva promesso niente di buono. Walter da Fabio Fazio, per esempio, non mi era piaciuto neanche un po’. Era arrivato fino a citare Madre Teresa di Calcutta. Da Marzullo, poi. Pregustavo le battute da sborone, i sorrisi piacioni, i sogni che aiutano a vivere meglio. L’inizio della sua trasformazione in un mostro dai denti fosforescenti, insomma. Invece niente (solo qualche faccetta un po’ troppo gaudente mentre «la bravissima Giovanna Bizzarri» intona con sussiego la canzone da lui scelta, Et maintenant di Gilbert Bécaud). Niente. Piuttosto che a un mostro peloso e fosforescente, somiglia al teppista di periferia chiamato a salvare il mondo. Evoca persino – mise en abîme da manuale, in una cornice come questa – la rubrica di critica televisiva che tiene su «La Stampa», La finestra sul niente.

Gli mando un sms: «Auguri Walter: adesso sì che ne hai bisogno».

 

Futile

 

Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste

Pleased to meet you
Hope you guessed my name,
But what’s puzzling you
Is the nature of my game

Rolling Stones, Sympathy for the Devil
 

Certo non inventava niente Walter Siti nel teorizzare, e ampiamente praticare, un «io sperimentale» quale narratore, punto di vista focalizzante e protagonista indiscusso dei suoi primi romanzi. Si ricorderà come già Italo Svevo, a proposito del suo Zeno, scrivesse a un ammirato Montale: «pensi ch’è un’autobiografia e non la mia». Ma, se si avvicina al vero quanto sostiene (esagerando) il Daniele Giglioli di Senza trauma (Quodlibet 2011) – che proprio quella che è invalso definire autofiction, insieme al noir “politico”, sia il genere egemone della narrativa italiana degli ultimi anni – ciò si deve principalmente a lui. All’esemplarità cioè che – presso i narratori più giovani, unico termometro fededegno d’autorevolezza quando i media guardano solo alle classifiche di vendita – s’è conquistato Siti, non tanto con l’esordiale e straripante Scuola di nudo (Einaudi 1994), quanto con la serie in apparenza compatta costituita da Troppi paradisi (ivi 2005), Il contagio (Mondadori 2008) e Autopsia dell’ossessione (ivi 2010; opere, in realtà, fra loro assai diverse e per certi versi l’una in polemica con l’altra; è vero infatti quanto gli viene rimproverato – che Siti scrive tanto, forse troppo – ma altrettanto vero è che gli addendi di questa serie tutt’altro che seriali risultano a una lettura ravvicinata).

Che rispetto a questo ciclo (o pseudo-ciclo) Resistere non serve a niente segni una decisa soluzione di continuità lo dice lo stesso Siti. Persino con brutalità. Nella prima pagina della narrazione (dopo due cornici iniziali): «La condanna di Antonio Franchini (l’editor della Mondadori) a proposito del mio ultimo» – Autopsia dell’ossessione appunto, pubblicato dalla SIS in stagione punitiva e col minimo sindacale di tiratura – «era stata esplicita, lapidaria nella sua rozzezza: “sei tornato a scrivere un libro per froci”. Così m’ero proposto di non deludere più nessuno, avrei espulso l’erotismo omosessuale dal mio orizzonte letterario» (19). Naturalmente l’affermazione appena citata – lo ha scritto Marco Belpoliti su L’Espresso – ha il valore di una negazione, in senso freudiano; ma è invece genuina quale presa di distanze dalla propria tradizione. Cioè appunto dall’interrogazione dell’io sperimentale quale fine (e insieme mezzo) dell’opera. Se è frocio, in termini non denotativi ma metaletterari, un libro il cui unico personaggio che conti si riveli quello con le fattezze del proprio autore (un testo omodiegetico, cioè, per dirla col gergo narratologico; e, aggiungo, omofocalizzato), viceversa sarà eterosessuale (cioè eterofocalizzato) un testo in cui il personaggio che conta è un altro. Cioè un personaggio “vero”, tridimensionale – round, «tondo», come lo definiva l’Edward M. Forster di Aspetti del romanzo (in contrapposizione a quelli flat, «piatti», stereotipicamente bidimensionali). E sarà, si può aggiungere, un vero romanzo quello che ruota attorno al centro di gravitazione d’un simile personaggio. Mentre altra cosa – seppur splendida – erano da considerarsi i testi precedenti.

Ed è allora davvero Resistere non serve a niente il primo, “vero” romanzo di Siti. Tale mi era potuto apparire, per la verità, già il precedente Autopsia dell’ossessione (rinvio a quanto scritto sul «Caffè illustrato», 57, novembre-dicembre 2010): nel quale uno dei passi saggistici metanarrativi che vi intercorrevano diceva che «Il grande nemico dell’ossessione è mettersi nei panni dell’ossessionante; per questo l’ossessione, pur essendo una storia, è il contrario del romanzo» (p. 209). Materia prima di Autopsia dell’ossessione era appunto, almeno in apparenza, il mettersi nei panni dell’ossessionante rivale (nella passione per il culturista marchettaro Angelo): la bravura di Siti consisteva in quel caso nel condurre l’intero testo da quel punto di vista senza però poter evitare, né voler dissimulare, il rispecchiamento dei rivali l’uno negli occhi dell’altro. Danilo Pulvirenti, l’antiquario fanatico protagonista di Autopsia dell’ossessione, si rivelava così un vero e proprio doppelgänger del «professore bavoso» (p. 203) che l’aveva fatta da protagonista nei libri precedenti (non senza tornare tale, a tradimento, nell’ambiguo lieto fine appiccicato a forza allo scenario fosco e delirante che lo aveva preceduto). Allo stesso modo, della “pseudotrilogia” dell’io sperimentale, Autopsia si rivela specchio rovesciato; un’abiura che dissimula una variazione sul tema. Un gioco di prestigio, insomma.

Resistere non serve a niente fa un passo ulteriore. Il protagonista indiscusso, il «feroce bankster» (come si autopresenta a p. 26) Tommaso Aricò – proveniente da un ambiente degradato che pare uscito dagli scenari del Contagio, e oltretutto omonimo del protagonista di Una vita violenta di Pasolini – che giovanissimo accumula una fortuna smisurata grazie ai micidiali hedge funds e ad altri non meno mortiferi paraphernalia finanziari, non è semplicemente un doppio, una maschera, una proiezione dell’autore. Non mancano neppure qui, si capisce, giochi di specchi fra lui e chi dice «io» (e che alla fine, 316, viene chiamato «Walter Siti»): le psicologie dei due, nello studiarsi con attenzione, tendono sempre più a commisurarsi l’una all’altra («Eccoci ancora di fronte, sempre più simili l’uno all’altro ma diversi da come eravamo partiti», 311).

Ma ciò non toglie che Tommaso resti, dall’inizio alla fine, un “vero” personaggio. Non è solo perché ha conosciuto la «prigione mobile» (103) dell’obesità, insomma, che è un personaggio «tondo» secondo la dicotomia di Forster. Il quale ne indicava un esempio nella Becky Sharp della Fiera delle vanità di William Thackeray: arrampicatrice sociale che sempre resta, anche all’apice del successo, dolorosamente consapevole del fango da cui proviene («l’unica cosa che gli importa», si dice di Tommaso, «è mettere più cielo possibile tra il sole del futuro e le proprie radici avvelenate, analfabete»: 90). Glielo dice in faccia, l’autore al personaggio: «M’ero programmato un Thackeray e mi ritrovo tra le mani un Philip Roth, se va bene…» (168). Mentre infatti Thackeray entra direttamente nella testa di Becky, come l’ottocentesco narratore onnisciente che è (differente però la strategia dello stesso autore in Barry Lyndon, in cui è il protagonista a narrare la propria parabola), il narratore del 2012 in un simile ruolo si trova comprensibilmente a malpartito («onnisciente sarebbe solo Dio, se esistesse», commenta a p. 50), e sebbene annunci il proprio «ritiro» dalla scena della narrazione non se ne allontanerà mai del tutto: tornando a farvi capolino in più d’un’occasione e in effetti continuando a svolgervi, dall’inizio alla fine, quanto meno il ruolo di “microfono” del Marlowe di Conrad (o dello Zuckerman di Roth, appunto).

Ciò non toglie che Tommaso riesca, proprio come quelli di Thackeray, un personaggio irresistibile. Non serve a niente resistere, infatti, ai “ganci” per l’immedesimazione, agli ami per il lettore che Siti a profusione dissemina nel costruirlo: la furia di riscatto (dalla catastrofe sociale di partenza – il padre è un killer della mafia carcerato da una vita – ma anche dall’handicap corporeo dell’obesità), il talento inspiegabile e appunto irresistibile (è un personaggio che conta anche perché dispone di un genio illimitato nella matematica), il cinismo strafottente (e dunque simpaticissimo), la neppure troppo segreta vena nichilistica («il progetto che affascinava Tommaso era quello di distruggere il mondo», 228, e si pensa proprio alla conclusione della Coscienza di Zeno quando, a p. 234, si parla di «un libro-ordigno») dipingono una figura, oltre che memorabile, appunto straordinariamente coinvolgente. Il miracolo di Siti – luciferino miracolo – consiste però nel farci appassionare così tanto a un personaggio che nel corso della narrazione si rivela – assai più del Pulvirenti di Autopsia dell’ossessione – un vero demone. Una figura del Male, cioè.

Un personaggio «tondo», dice Forster, si riconosce perché «cresce e cala e ha sfaccettature come gli esseri umani» (1927, trad. it. Garzanti 1991, p. 78). Si modifica, cioè, davanti ai nostri occhi mentre leggiamo: mentre la sua vita ficta si snoda nella narrazione. Ed è esattamente quanto succede a Tommaso in Resistere non serve a niente. Il romanzo prevede infatti non uno ma due snodi (o, avrebbe detto Henry James, due giri di vite) che, del personaggio in questione, mutano profondamente la natura. Nel capitolo programmaticamente intitolato «Il patto cambia», si viene infatti a sapere che Tommaso, nel mondo astratto e immateriale della mega-finanza sul quale surfa in modo impareggiabile, non è solo il più spregiudicato fra coloro che si muovono nella zona grigia tra legalità e illegalità; ben al di là di questo ci sono i capitali mafiosi che in realtà – veniamo a sapere – usano questo suo talento come proprio strumento. Al narratore confessa infatti (225): «se arrivo prima su certe informazioni non è perché sono così bravo… sono anche bravo, ma ho sempre potuto contare su un aiutino. […] Da parte di gente che le cose le può anche modificare… sanno quello che succederà perché lo fanno succedere loro…». Zuckerman-Siti gli chiede allora: «Stai dicendomi che sei sostenuto, o addirittura fai parte di una associazione criminale?». E Tommaso gli risponde divertito: «Questo ti farebbe orrore?».

La domanda è ovviamente retorica; se Tommaso attrae il narratore è proprio perché si muove in quella zona grigia. Ed era difficile non nutrire anche prima il sospetto che la linea d’ombra del crimine, Tommaso, l’avesse da tempo attraversata (i due all’inizio, nello stringere il loro patto irridendo compiaciuti i moralismi e le ipocrisie dei «fighetti di sinistra», si complimentano a vicenda: «“È intelligente”: lo pensiamo l’uno dell’altro ed è l’alibi di entrambi», 46): «Se tu non mi avessi già giudicato» – e dunque implicitamente  assolto, osserva Tommaso – «non ti saresti spinto così avanti» (225). Infatti il capitolo seguente, il cui titolo parafrasa il passo evangelico posta da Leopardi in esergo alla Ginestra («Gli uomini preferiscono le tenebre»), porta Zuckerman-Siti a diretto contatto con un capomafia, Morgan Lucchese, che di Tommaso è più o meno coetaneo e strutturalmente è in sostanza un suo doppio, solo più esplicito e privo di sfumature: il che consente all’autore di esplorare nei dettagli anche tecnici il bicefalo sistema finanziario-criminale che fa da sfondo al romanzo (con tanto di doppio grafico, alle pp. 274-5, dell’architettura dei clan di Cosa Nostra a specchio di quella delle «banche depositarie» più o meno off shore – citate sono anche Barclays, Morgan Stanley, Unicredit…).

È questo il tratto “savianesco” del libro (il nome di Roberto Saviano, sul quale in passato Siti ha scritto pagine di grande intelligenza, figura tra i ringraziamenti): il corpo contenutistico che furbescamente gli ha conquistato una sorprendente visibilità mediatica (con tanto di comparsata televisiva da Fabio Fazio). Ma la sua reale sostanza è ben altra. E infatti pressoché opposta funzione a quella che ha in Gomorra, a ben vedere, ha in Resistere non serve a niente la stessa presenza “viva” e non stereotipata della criminalità. Se qualche lettore intelligente (e non troppo benevolo) di Saviano ha potuto osservare che la plasticità e la vividezza della sua rappresentazione di quel mondo si deve anche alla sua omogeneità antropologica con esso, e all’ambigua attrazione di cui si venano la sua esecrazione e la sua denuncia (attrazione con ogni probabilità contraccambiata da chi per ritorsione lo ha condannato a morte), non si può immaginare antropologia più distante di questa, invece, dall’esperienza di un Siti cresciuto – come insegna Scuola di nudo – entro la serra protetta e soffocante della Scuola Normale di Pisa. È proprio questa distanza ad attrarlo: e a fargli desiderare così tanto, come già nei confronti del mondo borgataro dei libri precedenti, di esporsi al suo contagio. Solo che, a fronte del capitale simbolico (e non solo) mobilitato dall’universo orrendo di Morgan Lucchese, il piccolo spaccio del quartierino e la marchetteria borgatara del libro che al Contagio s’intitola sono spiccioli d’abiezione, argent de poche dello scandalo.

Ma soprattutto, come si diceva, la prospettiva di Siti è simmetricamente inversa a quella di Saviano: ammesso che in questi vi sia, un’attrazione segreta per l’oggetto della propria esecrazione, quella di Gomorra è per l’appunto un’esecrazione. Che infatti si struttura (non solo retoricamente, come dimostrano le successive conseguenze) come una denuncia. Simmetricamente inverso, Resistere non serve a niente sotto l’apparenza di una denuncia (come è stata presa dalla ricezione mediatica di cui sopra, in qualche modo incoraggiata da ipocrite dichiarazioni pubbliche dell’autore) ha invece proprio l’attrazione, quale sua reale molla conoscitiva.

Un’attrazione, del resto, tutt’altro che segreta. Dal momento che sin dall’inizio il rapporto fra chi scrive e chi viene scritto si presenta come scambio di favori: Tommaso risolve il cruccio abitativo dello scrittore sfrattato (acquistando l’immobile in cui risiede), «e io in cambio scriverò un libro sulla sua vita (“devi dirmelo tu chi sono”)» (49) non esente da un certo ammiccamento da spin doctor («pensa piuttosto a combinare qualcosa di glamour che renda giustizia alla nostra categoria», incita Tommaso il suo beneficiato cliens, «…sono stufo di quelle robe americane che ci fanno sembrare tutti degli isterici», 50). Ma nel momento in cui «il patto cambia» si fa evidente che una tale «complicità può non essere simbolica» (si dice «Walter» a p. 215).

Se fino a quel momento la complicità del narratore-portavoce era infatti coi provocatori disvalori di un simpatico avventuriero, un immoralista in sedicesimo del quale ritrarre, a contorni neppure troppo acidi, l’irresistibile ascesa come un Hogarth del ventunesimo secolo, ora i giochi cominciano a farsi seri. Quel che più interessa, dal punto di vista strutturale, è che se il personaggio di Tommaso come detto si modifica – avvitandosi verso il peggio – non si modifica, di contro, l’atteggiamento del narratore nei suoi confronti. La presenza scenica di «Walter», anzi, da questo momento in avanti si intensifica. E non certo per contrastare le idee e i comportamenti di Tommaso. È questa la sua vera complicità. La simpatia e l’immedesimazione che eravamo pronti a concedere al Barry Lyndon della finanziarizzazione, in una sorta di scivolamento progressivo e costante, siamo ora indotti a provarla anche per il quaquaraquà di Cosa nostra, il consigliori dei corleonesi, l’Harry Potter delle cosche. E poi, ancora oltre.

Difatti ho parlato di un secondo giro di vite. Che ci porta in un territorio estraneo alla cronaca finanziaria nonché alla cronaca nera; ma più in generale estraneo ai ritmi, ai linguaggi, alle temperature della cronaca tout court. Un territorio di pertinenza della letteratura, invece: forse ancor più che della filosofia che, pure, tanto lo ha indagato. È nel territorio del Diavolo che entriamo, nella dimensione del Male (nella «Nota al testo» conclusiva, Siti ammette ma non spiega: «La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso», si limita a osservare a p. 319). Sempre nel capitolo-chiave, «Il patto cambia», «Walter» si trova nella necessità di far visita al luogo-simbolo d’aggregrazione di coloro che oggi si oppongono allo stato di cose esistente: il Teatro Valle occupato, a Roma. Senza neppure uno dei commenti che ci attenderemmo, il suo occhio percorre «gli eterni look da okkupazione», descrive gli striscioni e gli slogan, annovera le presenze inevitabili del «vecchio Bifo», della Guzzanti, di Monicelli (in effigie), di Concita De Gregorio Lidia Ravera Teledurruti gli attori politicizzati e insomma tutto il radicalscicchismo in precedenza acutamente irriso e moralmente disintegrato. Poi però, al momento di uscire, si imbatte «in una specie di clown, non capisco se maschio o femmina», il quale «alza le dita a V, le guance e le sopracciglia impiastricciate di glitter» e gli dice «hasta la victoria siempre». Al che il narratore commenta, a sintesi di quanto pensa di quel luogo e di ciò che rappresenta: «Come no? E la bellezza salverà il mondo» (224). La frase, si sa, è quella attribuita al Principe Myškin nell’Idiota, e nella cultura postmoderna – al netto dell’ambiguità di Dostoevskij, com’è ovvio, qui invece ripresa e accentuata sino allo scherno dall’esibita carnevalizzazione – rimbalzata ossessivamente, nei contesti più diversi (sino a figurare tatuata sul braccio del tennista serbo Janko Tipsarević, per ciò stesso appellato “filosofo” dai colleghi dell’ATP), come slogan consolatorio, generico e, dunque, semanticamente vuoto.

Il sarcasmo sferzante col quale viene ripetuta dal narratore è la sintesi, in epitome, dell’atteggiamento anti-virtuistico e immoralistico di Siti, dei suoi intenti da «demoralizzatore totale» (come una volta si definì James G. Ballard). Quella che si condensa con aforisma memorabile nel titolo Resistere non serve a niente, insomma, non è l’ideologia solo di Tommaso, o di Morgan. «Il lato oscuro della globalizzazione» (216) – quello in cui, con un altro dei micidiali aforismi che scandiscono il testo, «le vittime sono invidiose dei carnefici», 282 – viene presentato come qualcosa cui non ha senso opporre resistenza, appunto, perché iscritto nella natura delle cose. E infatti nei discorsi diretti dei personaggi viene illustrato con metafore prese dalle scienze naturali («la finanza mondiale è irresistibile come la marea e noi dobbiamo essere la Luna», dice Morgan a p. 240; Tommaso parla di «calamità naturali, terremoti e tsunami», 219). Le stesse usate però dalle parole del narratore, che per lunghi tratti del resto parafrasa senza virgolette quelle dei personaggi. Per esempio a p. 217: «la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre». Un sottile quanto insidioso scivolamento mimetico fa sì, dunque, che la medesima metaforologia “naturale” si ritrovi anche nelle parole direttamente pronunciate dal narratore (il quale per esempio definisce la situazione finanziaria una «slavina generalizzata» a p. 153), laddove non si trova a parafrasare alcunché.

S’è detto che il narratore si fa strumento di Tommaso (al modo in cui Tommaso, come s’è visto, si rivela strumento di Cosa nostra) «ai limiti del favoreggiamento e oltre». Tanto è vero che, proprio qui, egli si autodefinisce «un utensile dismesso» (243). Ma il modo in cui si fa strada nel testo l’ideologia dell’autore, per gradi e insensibilmente, suggerisce come a essere vero sia – piuttosto – il contrario. È l’oltranza provocatoria degli atteggiamenti e degli statements di Tommaso a consentire a Siti di prendere posizioni, ed esprimere giudizi, in modi sconosciuti ai suoi libri precedenti (che se “scandalizzavano” era proprio per la compiaciuta epochè praticata dall’autore sulla materia trattata: «Il mio destino è osservare la vita», diceva Troppi paradisi a p. 57, «non sono fatto per intervenire o per schierami. Dimenticare, glissare, saltare»). Verso la fine, invece, il narratore di Resistere non serve a niente si rivolge al personaggio in questi termini: «forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore» (a p. 314).

Più d’una volta (per esempio a p. 42, a p. 49, a p. 167) Tommaso viene paragonato a un alieno, un extraterrestre. E in effetti il titolo del romanzo di Siti ricorda irresistibilmente, è il caso di dire, la frase-slogan dei Borg, gli arci-nemici appunto alieni dell’equipaggio dell’Enterprise nella seconda serie di Star Trek (1987-94; la prima serie si trova citata, en passant, in Troppi paradisi a p. 9): Resistance is futile (slogan che scopro – http://en.wikipedia.org/wiki/Borg_(Star_Trek) – essersi poi ampiamente diffuso nella cultura pop contemporanea). È almeno in apparenza su un supporto differente dall’io sperimentale d’antan, insomma, che Siti ha voluto sperimentare un innesto di quelli acrobatici, davvero transgenici: quello di un’ideologia aliena, in quanto tale disumana, su una psicologia umana, troppo umana (e infatti irresistibilmente coinvolgente). Del resto il narratore lo confessa, rivolgendosi sempre a Tommaso: «sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori dall’umano ci fosse qualcosa… può darsi che tu abbia scelto l’evangelista sbagliato» (170).

Che Siti abbia sempre avuto nostalgia di una dimensione extra-umana della quale sognarsi partecipi (o dalla quale sospettare di provenire) lo dice la quantità di riferimenti alla mitologia gnostica cosparsi nei suoi libri precedenti; ma qui, blasfemo, aggiunge la dimensione cristologica (meta-umana, appunto). Seppure in modo deforme e imperfetto, e in forma di parziale preterizione, egli si presenta qui, infatti, niente meno che come l’evangelista di Tommaso (suo il nome, fra l’altro, dell’autore del più conosciuto dei vangeli gnostici): proprio al modo in cui, con ambiguità tormentosa, Dostoevskij si presentava quale evangelista del nuovo Cristo – Myškin, appunto.

Ma come quello a Saviano (si parva licet) anche il riferimento a Dostoevskij di Siti è perverso, infido, profondamente traditore. Perché mentre l’invenzione di Myškin rappresentava una provocazione in quanto Dostoevskij aveva preteso di farne l’«uomo assolutamente buono» (come scrisse alla nipote Sonija Ivanova), l’adesione di Siti ai valori di Tommaso è provocatoria in quanto egli incarna, al contrario, l’assolutamente cattivo. Non certo in quanto speculatore finanziario, e neppure perché complice della mafia. Parlavo prima, infatti, di un secondo giro di vite narrativo, che sposta ulteriormente in avanti (se così si può dire) l’asse morale di Resistere non serve a niente. Un giro di vite che si colloca nelle ultime trenta pagine del testo e che si consuma, dunque, davvero a tradimento: quando il lettore s’è cioè abituato a concedere a Tommaso, se non l’adesione incondizionata della prima parte, almeno l’ambigua attrazione della seconda.

I suoi lettori sanno come il più lacerante emblema del Male sia rappresentato, per Dostoevskij, dalla sofferenza dei bambini (c’è anche, sul tema, una ricca monografia italiana recente: Angeli sigillati di Antonina Nocera, Franco Angeli 2010). Dal primo romanzo, Povera gente, sino alla disputa fra Ivan e Aleša Karamazov nell’opera ultima, è questo enigma a sostanziare la sua implacabile interrogazione metafisica. E non è un caso che tanto spesso ricorrano, nei suoi intrecci, le violenze inflitte all’infanzia incolpevole – soprattutto nella forma più spregevole, quella dell’insidia sessuale. Come ha fatto notare il giovane George Steiner nel suo mirabile Tolstoj o Dostoevskij (1959, trad. it. Garzanti 1995, pp. 197-8), il Diario di uno scrittore registra con insistenza morbosa i casi di violenza contro i bambini, e anche alle radici di Delitto e castigo – documentate dagli abbozzi – figura la passione sadica per i «bambini violati» di Svidrigajlov, questa specie di doppio iperbolico (e destinato alla catastrofe) di Raskol’nikov.

Sicché si può dire che fermenti sempre questo medesimo plesso lancinante, alle radici del tema dell’atto gratuito che da quest’opera di Dostoevskij, come si sa passando per Gide, s’è imposto alla coscienza moderna. In ogni caso, sintetizza Steiner (op. cit., p. 199), «Dostoevskij considera la sofferenza dei bambini, e soprattutto la loro degradazione sessuale, come il simbolo del male concentrato in un’unica azione irreparabile. […] Torturare o violentare un bambino equivale a profanare nell’uomo l’immagine di Dio proprio dove essa è più luminosa. Ma, ancor più spaventosamente, è mettere in dubbio la possibilità di Dio, o, con una formulazione più rigorosa, la possibilità che Dio abbia una qualche affinità con la sua creazione» (è appunto questo il rovello di Ivan Karamazov).

Nell’ultimo capitolo di Resistere non serve a niente, intitolato «Che cos’è una magnolia?», torna il tema faustiano («siamo davvero i nuovi alchimisti, i soli che si orientano nel pianeta in bollitura», 107) del «patto». All’inizio s’era saldato in questa chiave il rapporto fra Tommaso e il suo «evangelista» narratore; ma ora la sua natura demoniaca – proprio come, in precedenza, la «complicità» fra i due – non può più considerarsi con tanta facilità «simbolica». Quello che stringono Tommaso e un industrialotto alla canna del gas viene definito, infatti, «un patto che non è di questa terra» (298). L’industrialotto riesce ad avere Tommaso a cena, e gli piacerebbe cavarsela come in qualche commediaccia all’italiana: offrendogli – in cambio del finanziamento in grado di evitargli la revolverata alla tempia – i favori di una moglie più che consenziente. Ma Tommaso, che di «super-merce» (204) muliebre ne consuma già sino alla noia, decide di rilanciare («I peccati banali non mi interessano», 296): quella che chiede all’industrialotto – che a tale richiesta quasi non fa una piega, badando soprattutto ad assicurarsi che il corrispettivo bonifico venga versato in anticipo – è la figlia dodicenne.

Quando si produce l’incontro con Isabella, Tommaso scruta nei dettagli, con disgusto sottile che tuttavia non lo fa perdere d’animo (proprio come accadeva all’Humbert Humbert di Nabokov), il suo «corpo non specializzato», grassottello e sudaticcio. È chiaro che non prova alcuna attrazione per lei. Tommaso non è un pedofilo. Il suo, infatti, è in realtà un “patto” con se stesso: un perfetto atto gratuito dostoevskiano. «Sotto la maglietta non porta reggiseno perché il seno è solo abbozzato, sembrano le mammelle di un maschietto obeso; com’ero io, pensa Tommaso, e il cazzo gli dà segni di vita» (299). Così può succedere quello che deve succedere. Al che il narratore, in clausola, fa due distinti (e direi opposti) commenti: «la dignità umana è una bufala» (che è quanto viene da pensare, dopo, a Tommaso) e «Lo schifo può essere una soluzione» (nel senso – abbastanza ipocrita – che «se i desideri che conducono al peccato cominciano a ripugnarti, forse qualcosa di nuovo può cominciare»: 302).

In modo come s’è visto perfettamente dostoevskiano, in realtà, l’episodio serve al personaggio di Siti quale eclatante argomento di anti-teodicea, sull’assenza o indifferenza di Dio cioè (già il tema-guida di Troppi paradisi, si ricorderà, era orientato nella medesima direzione: «il consumismo è una protesta per l’inesistenza di Dio», p. 133). Le spie in tal senso, in Resistere non serve a niente, sono numerose. Al padre di Isabella che tenta di giustificarsi per la goffa e pecoreccia profferta di sua moglie, a sorpresa Tommaso risponde: «Che credo in Dio, lo sai?» (296). Ma, quando poi lui gli fa la sua controfferta, l’unico barlume di resistenza che riesca a opporgli l’industrialotto suona: «Chi te l’ha ordinato? Dio, non credo…». Al che Tommaso risponde, coerente con tutto ciò che ha detto e fatto sino a quel momento: «La responsabilità è tutta mia, non c’è nessun altro di mezzo» (297).

E infatti tutto il suo comportamento, nella narrazione, è ordinato alla smentita e alla cancellazione del disegno divino: il suo gioco superiore – che in pochi istanti, con un click di mouse, mette a repentaglio i destini di interi paesi e popolazioni – lo definisce «un gigantesco risiko, uno sberleffo cosmico» (251). Mentre un giorno il suo doppio Morgan, a Cipro ascoltando ubriaco Amy Winehouse, alza gli occhi al cielo e, nello «spazio vuoto tra una palma scarmigliata e l’altra, quel che crede di leggere non è un miracolo né tanto meno un perdono ma piuttosto un permesso, una tabula rasa» (264). È appunto la tabula rasa nichilista – la febbre di Kirillov nei Demoni – che a questi personaggi permette, e anzi in qualche modo impone, di tuffarsi nell’estasi del Male.

Ma se di fronte a loro l’atteggiamento del narratore «Walter», come abbiamo visto, è di sostanziale e incrollabile complicità, non riesco a non interrogarmi – giunto a questo punto – su quale sia, invece, l’atteggiamento dell’autore Siti. So bene di commettere in tal modo la più clamorosa delle ingenuità, di infrangere la prima norma che governa ogni narrazione “inattendibile” quali sono sempre e in particolar modo, a dispetto delle apparenze, quelle di Siti. Ma a questa tentazione, stavolta, non ho modo di resistere. La cosa che mi ha davvero infastidito nell’atto appena descritto di Tommaso (e lo ha fatto molto), è un suo aspetto in apparenza marginale. S’è detto che il suo gesto non ha moventi passionali, sessuali. Non ha cioè alcuna parte, in esso, il Desiderio – primo motore immobile, invece, di tutti i libri precedenti di Siti. Quello di Tommaso nei confronti di Isabella è uno stupro tutto intellettuale, e anzi come s’è visto addirittura (a)teologico. Forse rappresenta un’altra ingenuità chiedersi il perché di qualcosa che per definizione un perché non ce l’ha, come appunto un atto gratuito; eppure avere a che fare con un romanzo – un’architettura di parole, calibrata come sempre quelle di Siti, con echi e raccourcis mai casuali – mi spinge irresistibilmente a farlo.

E dunque. Appena prima che Tommaso vada dal padre a fargli la proposta che sappiamo, in seguito a una baruffa coi fratelli Isabella s’è chiusa in camera. E «andando in bagno Tommaso ha notato un cartello sulla sua porta, tenerissimo di privacy infantile: “Vietato l’ingresso –  Pericolo di morte” e sotto un teschio con le ossa incrociate» (296). Appena una decina di pagine prima, all’inizio del capitolo, vediamo lo stesso Tommaso pasteggiare in un ristorante di estremo lusso, nel centro di Roma percorso dalle «proteste dei giovani» (286; siamo al Pantheon, il Teatro Valle è lì a pochi metri). Gli capita un piccolo incidente: è alla cassa per pagare quando vede che di fronte alla vetrina del ristorante si danno di gomito «due ragazze molto giovani, quasi due adolescenti». Il loro aspetto e il loro abbigliamento gli fanno escludere che siano due possibili clienti.

A un certo punto infatti le due ragazzine si accovacciano davanti alla soglia del locale, si abbassano jeans e mutandine (l’occhio del narratore indugia, au ralenti, su questo istante: «il doppio diaframma dei vetri ne rifrange la bizzarra postura e i lampi di acrilico multicolore – poi due mezzelune rosa di efebica nudità»): le due piccole rivoluzionarie si mettono «a pisciare per spregio davanti a quel tempio borghese del lusso (così probabilmente presentano l’azione a se stesse)» (286). Tommaso non pensa nulla e nulla – per una volta – gli fa dire il narratore. Sente solo un’inspiegabile attrazione nei loro confronti: «già mulina nel cervello varie ipotesi di approccio – una consolazione, un blando rimprovero paterno, un “avete ragione” a mezza bocca», tutte ipotesi per lui perfettamente equivalenti come si vede; allorché una delle due, con perfetta scelta di tempo, proietta nella sua direzione uno sputo. Col quale non centra il suo viso come avrebbe voluto, ma gli sfiora solo il mento, atterrando su una spalla della sua giacca. È un’epifania: «più delle auto in fiamme e dei cartelli stradali usati come arieti, quell’umidore carnale è il marchio a fuoco della giovinezza finita e di una progressiva, inquietante, perdita di lucidità» (287).

Se fossimo in uno dei libri precedenti di Siti non ci stupiremmo a scorgere, in una scena del genere, la genesi del desiderio. È sotto la lente del desiderio, appunto, che negli altri libri venivano regolarmente tradotte le emergenze storiche e politiche (rinvio a quanto scritto in Il romanzo della politica La politica nel romanzo. Almanacco Guanda, a cura di Ranieri Polese, Guanda 2008). Ma quello che nasce, stavolta, non è un desiderio. Bensì una volontà di vendetta: che per proprio oggetto sceglie chi detiene quanto colui che la esercita sente di aver perduto – la giovinezza finita. Lo stupro di Isabella comincia qui, insomma; e a dimostrarlo è un dettaglio rivelatore. Sotto i giubbotti colorati delle ragazze del ristorante, infatti, Tommaso fa in tempo a scorgere che indossano «magliette coi teschi» (286). Esattamente il dettaglio tenerissimo che, di lì a poco, definitivamente lo attrarrà nell’abiezione.

Questo cortocircuito, seppur spostato verso la fine, è il vero centro del romanzo di Siti. Quello che lo spinge a mettere in scena, per il suo personaggio, un atto decisivo che è estraneo al proprio immaginario sessuale, il suo personale desiderio (che infatti viene dichiarato estinto all’inizio del romanzo – il quale del resto segue l’altro, che dell’ossessione annunciava l’autopsia). Ma dal punto di vista di un’ipotetica verosimiglianza non è così congruo che domini i pensieri di un men che quarantenne, qual è Tommaso, il senso della giovinezza finita. Il quale riguarda invece, molto evidentemente e appunto molto dichiaratamente, il narratore. Nonché, al di là di esso, l’autore che porta il suo stesso nome. Era stato infatti proprio il narratore, e non Tommaso, a visitare il Teatro Valle e a pronunciare, con parole dostoevskiane, il più sprezzante dei giudizi nei confronti della passione di futuro dei giovani compagni delle due ragazze colle magliette coi teschi. E quando, alla fine del libro, viene pronunciato l’aforisma che lo intitola, è «Walter» a farlo – con aggiunta eloquente: «Resistere non serve a niente… il sangue dei vecchi non lo vuole nessuno» (313). S’è visto poi come sia stato direttamente l’autore a comminare, alle ossessioni valoriali di Dostoevskij, il più sulfureo dei contrappassi. Per dirla con l’ennesimo aforisma: «L’eternità non è più di moda» (49).

È stato sempre Steiner a indicare come in Dostoevskij «i delitti contro i bambini sono l’altra faccia, reale e simbolica, del parricidio», cioè dell’altro grande tema ossessivo della sua opera (op. cit., p. 200). Un tema che com’è noto Freud – nel saggio più acuto fra quelli da lui dedicati alla letteratura, quello sull’autore del «romanzo più grandioso che mai sia stato scritto» ossia I fratelli Karamazov (Dostoevskij e il parricidio, 1927) – ha ricollegato al complesso di Edipo. Ma è in uno scritto assai meno noto, Un’esperienza religiosa, scritto più o meno insieme a quello su Dostoevskij, che Freud applica esplicitamente il meccanismo edipico alla tematica religiosa in precedenza affrontata in Totem e tabù e nell’Avvenire di un’illusione: la lotta contro Dio (Freud parla anzi, propriamente, di «resistenza contro Dio»), che si spinge nell’ateo sino al decidio, altro non è che «una riproduzione della situazione edipica»: cioè ovviamente della lotta contro il Padre (trad. it. di Renata Colorni in Opere, X, Boringhieri 1978, p. 516).

Nei libri di Siti – che seguono, seppur con lievi e significative sfasature, lo snodarsi del vissuto “empirico” dell’autore, per dirla sempre col lessico narratologico – l’emersione dell’Edipo procede di pari passo con l’invecchiamento dei suoi genitori reali (nonché ovviamente col proprio). Ma è anche simmetrica al precisarsi e approfondirsi della dimensione politica, di quest’opera. Se in questo senso un punto di svolta non si può non indicare in Troppi paradisi, vi si dovranno rileggere quelle che sono in assoluto, con ogni probabilità, le pagine più belle mai scritte da Siti: il capitolo iniziale intitolato «La miseria dei miei» e dedicato, appunto, alla catastrofe dell’invecchiamento. L’invecchiamento dei genitori ottantenni, l’invecchiamento proprio, l’invecchiamento della realtà tutta (e persino dell’irrealtà, una volta ben funzionale a sostituirla). «La mia coazione al semi-lusso», confessa «Walter Siti», «è anche una reazione alla miseria dei miei» (p. 18): cioè alla loro parsimonia antica e out-of-date, figlia dei valori di un tempo esautorato e obsoleto. Passando per la formazione di compromesso di Autopsia dell’ossessione, alla fine del quale la madre veniva uccisa dal doppelgänger Pulvirenti (che forse, alla maniera di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore gaddiana, dopo tanto averlo desiderato, in effetti solo fantastica di averla fatta fuori), è in Resistere non serve a niente – dove la sua coazione incontra il lusso vero, sia pure per l’interposta persona di Tommaso – che il nodo di «Walter», nonché quello di Siti, finalmente viene al pettine.

Il sangue dei vecchi non lo vuole nessuno. I vecchi genitori di «Walter» – memorabili co-protagonisti del primo capitolo di Troppi paradisi – in Resistere non serve a niente sono liquidati in poche battute. E “liquidati” non è una metafora. Di sua madre, a un certo punto,  gli chiede Tommaso «Ma… è morta?» e lui risponde: «Peggio, non è più in grado di rispondere… l’unica cosa che manca a una morte dignitosa è una salma» (212). Mentre la pratica paterna, già archiviata da qualche tempo, così la commenta «Walter» rivolgendosi a Tommaso (e così giudicando il proprio operato): «se invece che un povero commesso viaggiatore mio padre fosse stato proprietario di un negozio, voi gli avreste rovinato la vita… in realtà sto sputando sulla sua tomba» (311-2).

Tommaso e il suo mondo valoriale hanno insomma consentito «per procura» (314; e cfr. Troppi paradisi, p. 57), a «Walter», quanto vagheggiava almeno da Troppi paradisi («Come si fa a uccidere una madre senza lasciare tracce?», p. 305) – e che il troppo isterico Pulvirenti di Autopsia dell’ossessione non era riuscito a fare “davvero” fino in fondo: simbolicamente uccidere i propri genitori.

L’ambivalenza torturante del proprio rapporto coi genitori «Walter» l’ha confessata una volta per tutte, del resto, già in Scuola di nudo (pp. 154-5), col tramite esemplare d’uno spettacolo televisivo: «In una gara di sci la tragedia della mia vita: desidero sempre che vincano quelli per cui non faccio il tifo. Tutto è cominciato col terrore insopportabile che mio padre perdesse, e quindi tenevo per qualcun altro: tifavo contro di lui per non affrontare la disperazione di vederlo sconfitto. Da quel momento la passione superficiale si è divisa dall’appartenenza profonda: quelli contro cui mi schiero sono, in verità, i miei. Non dunque l’atteggiamento nobile di chi sta con i perdenti, ma quello pazzoide di chi vuole che perdano coloro per cui sta». Il disamore profondo che «Walter» nutre nei confronti dei suoi, insomma, è un costante scommettere al ribasso. E qual è infatti la specialità di Tommaso Aricò – il virtuosismo che gli permette una fulgida ascesa proprio negli anni della Grande Crisi, quando i suoi colleghi speculatori annaspano – se non appunto questa? Rispetto al compagno di scalata Folco, che «è più portato a comprare» e che ci lascerà infatti le penne, Tommaso è uno specialista del «vendere giocando al ribasso; prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il crollo previsto è inevitabile» (121).

Con tutta evidenza, non si tratta solo di affari. Per lui questa speciale abilità ha qualcosa di più intimo, simbolico e quasi trascendente (mio l’ultimo corsivo): «in quei momenti si sente come un profeta vendicativo con la spada sguainata. A vendicare che cosa non saprebbe dirlo nemmeno lui» (121; e si rammenti la frase di «Walter», su Tommaso proprio fantasmatico «vendicatore», 314). Il fatto è che Tommaso e «Walter» professano e praticano, in campi diversi, la medesima «religione profonda»: «un rancore vecchio quanto me», spiega il secondo in Troppi paradisi (p. 127), «mi spinge ad apprezzare tutto quello che distrugge la vita, o la sputtana, dimostrando che è identica ai suoi surrogati». E distruggere la vita, per «Walter» che per scelta sessuale si preclude di produrne di ulteriore, non può che consistere nell’annichilire chi gliel’ha data.

Quanto più fa soffrire, nelle prime pagine di Troppi paradisi, è l’incapacità d’amare che si capovolge nel suo contrario. L’odio per i genitori, a più riprese scatenato in «Walter» dalla loro «miseria», a questo si deve in realtà: «Lo so cosa vorrebbero da me, amore e non cibo – ma quello non posso darglielo da tanto tempo, ve l’ho detto che sono mediocre» (p. 16). In Resistere non serve a niente la stessa generosità – che allude alla medesima sfera trascendente – è preclusa invece a Tommaso, nei suoi rapporti con l’altro sesso: «la fede che sarebbe necessaria a un grande amore è condizione non più recuperabile» (144; e infatti poco prima, citando un innominato Céline, dell’amore si dice che «è l’infinito alla portata dei cani»: 143).

Ma a quali valori è impossibile restare fedeli? Per quale parte, che malgrado tutto si continua a sentire la propria, si fa un così nevrotico tifo contro? A quale DNA, nel tempo remoto ma nelle viscere così prossimo, ci si sente ancora legati? Quali legami si vorrebbe con tutte le proprie forze recidere – se necessario uccidendo chi storicamente, ma anzitutto visceralmente appunto, ne è portatore? A queste domande ha per tempo dato risposta la scena più memorabile di Troppi paradisi, il suo cuore di tenebra: «penso a mio padre, intimidito dall’enormità dei telegiornali; a mio padre che posa piano la forchetta quando parlano di corruzione, e mia madre antica staffetta partigiana di Montefiorino che inveisce “an n’am menga mazè abasta, quand a psìven”, non ne abbiamo ammazzati abbastanza, quando si poteva» (p. 48). È appunto la Resistenza – in tutti i sensi fisici e metafisici, storici e trascendenti (il «Principio Resistenza» di Zanzotto…) – quella che «Walter», e insieme a lui Siti suo metafisico complice, hanno deciso di uccidere dentro loro stessi. Eseguendo la sentenza, finalmente, in Resistere non serve a niente.

Non serve a niente resistere sino al provocatorio, protervo lieto fine appiccicato alle sue ultime pagine – riconsegnando a Tommaso la magnifica merce Gabry, il suo paradiso prêt-à-porter –, onde ricavare la morale di Resistere non serve a niente. Come la lettera rubata essa ci viene consegnata all’inizio, prima dell’inizio anzi. È tutta nel titolo, il primo e più comprensivo degli aforismi che lo punteggiano. Una morale politica. È un pensiero compiutamente e consapevolmente di destra, cioè, quello dall’inizio alla fine professato da Resistere non serve a niente. Quel pensiero che da sempre ha terrore del futuro e detesta chi si sforza di produrlo («Sono l’Occidente perché detesto i bambini e il futuro non mi interessa», memorabile sentenziava Troppi paradisi a p. 186). Quel pensiero che da sempre considera la storia un fenomeno naturale, al quale come tale – appunto – è inutile opporsi. Quel pensiero che da sempre, della natura umana, considera solo e ossessivamente il Male. Quel pensiero che da sempre osserva esclusivamente il pessimismo della ragione, irridendo e compiangendo quella volontà che altro potrebbe concepire.

Certo siamo in presenza di una destra moralmente, oltre che tecnologicamente, «all’altezza dei tempi» (315). Alla fine del capitolo “ideologico”, «Gli uomini preferiscono le tenebre», al capomafia Morgan viene lasciata torrenzialmente, irresistibilmente la parola. Ed è lui che ci proietta «nel cuore del teorema» (281): «la democrazia è il dio morto della modernità che sopravvive come un idolo di cartapesta» (281), «la democrazia è contro natura» (innegabile la degnità di p. 279: e infatti la destra di ogni tempo è la legge di natura che venera), «le oligarchie implicite devono uscire allo scoperto» (280: se necessario redigendo «per procura» un manifesto in forma di romanzo) e finalmente regnare, come è loro diritto sempre di natura, sugli esseri umani ridotti a «organismi collettivi, colonie tipo i coralli o le spugne, compattati dalla scienza come nell’alto medioevo li compattava la religione» (281).  Resistance is futile. Come no? E Resistere non serve a niente – purtroppo – è il libro più bello dell’anno.

Ancora più provocatorio era stato Tommaso. Che a un certo punto s’era trovato a pronunciare la frase-scandalo: «un’alternativa c’è ma si chiama rivoluzione» (166). Naturalmente la pronuncia – allo stesso identico modo in cui il narratore aveva detto che «la bellezza salverà il mondo» – solo per «risolvere un teorema per assurdo» (134): appunto il «teorema» che più avanti spetterà alla sua versione hard, Morgan, dispiegare per esteso. La morale di Siti è quella che in Troppi paradisi lo aveva fatto innamorare della televisione appunto perché in essa aveva scoperto «il luogo in cui si può raccontare solamente che non c’è speranza di cambiare il mondo» (p. 78). Ed è la stessa morale che ora lo spinge a inscenare, implacabile, un patto che non è di questa terra.

Ma ognuno riconosce i suoi, Walter. E tu lo sai bene che noi, invece, siamo della razza che rimane a terra.

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di Tito Lima

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

A dire il vero sì. Succede spesso, soprattutto nei primi mesi che seguono l’uscita di un libro, che la critica si focalizzi inevitabilmente sul suo contenuto più chiaro. Penso che in questo senso abbia colpito molto soprattutto il titolo. Altre considerazioni potrebbero venire in seguito. E qualcosa già si sta muovendo, penso a un pezzo di Andrea Cortellessa uscito su “Nazione Indiana” che già possiede uno sforzo critico maggiore: collega Resistere non serve a niente agli altri miei libri, parla un po’ di più anche dell’aspetto religioso del romanzo, del rapporto con il male.

Quando ha iniziato a immaginare di scrivere un libro che avesse come protagonisti squali della finanza internazionali e nuovi mafiosi?

Più o meno tre anni fa, anche se si tratta di un argomento che mi portavo dietro da parecchio tempo. Già in un libro uscito nel ’99, Un dolore normale, c’era stato un maldestro tentativo di agganciare il problema. Andai a Gela, cercai di parlare con qualcuno di lì, una storia che in parte riferisco nel libro e che era andata completamente “a pallino”… rispetto al protagonista di quel libro, Domenico Imparato, si fa allusione al fatto che la famiglia ha dei rapporti che non si capiscono bene; nascondono fucili tra i meloni. Durante gli anni ho mantenuto questa suggestione verso la criminalità: ma l’idea vera e propria di Resistere non serve a niente mi è venuta quando in Italia si è cominciato a parlare insistentemente della cosiddetta “zona grigia”, di queste persone che pur riciclando denaro di provenienza illecita possono frequentare senza troppi problemi i migliori salotti italiani. Magari perché esperti d’arte, o di bella presenza, eccetera. Leggendo di questi imprenditori, commercialisti, ho voluto creare un personaggio che appartenesse a questa zona grigia. Tanto è vero che fino a metà libro non si capisce quale tipo di denaro maneggi il mio personaggio (Tommaso Aricò, ndr): potrebbe sembrare tranquillamente un broker molto bravo, con notevole intuito per le vendite. Aggiungo che mi ha sempre affascinato – e anche spaventato – il pensiero che sotto l’aspetto esterno di una persona se ne potesse nascondere un altro: un specie di doppia natura. Ricordo che da ragazzo mi colpivano molto certi gialli di Agatha Christie, che pure non sono affatto spaventosi per l’ambientazione… in particolare uno di quelli in cui si scopre che gli assassini del libro erano un tempo gente normale, cambiati completamente da una offesa subita; ecco, l’idea che uno abbia una faccia molto rassicurante e che dietro si nascondi qualcosa di diverso mi ha sempre molto colpito. All’inizio quindi l’impulso per scrivere questo romanzo non era politico; il livello politico si è aggiunto in seguito, assecondando il mio discorso sul desiderio infinito, che questa volta prende la strada del denaro.

A questo proposito, a quale esigenza ha risposto l’introdurre nel romanzo elementi di cronaca politica, o se vogliamo anche gossippara, penso alle “Olgettine” o ai riferimenti alle feste per così dire eccellenti di cui abbiamo letto negli ultimi tempi?

Più che a una esigenza narrativa del tipo “voglio fare un romanzo a chiave”, “voglio scrivere un libro-pamphlet”, si tratta di voler introdurre effetti di realtà, procedimento che ho utilizzato anche altrove, come in Troppi paradisi. Quando scrivo, ho bisogno che i lettori credano il più possibile che quello che leggono sia vero. E allora se faccio riferimenti a persone che la gente conosce, o a fatti noti, è più facile creare questa specie di illusione, di trompe l’oeil. Insieme ai personaggi finti ne metto alcuni reali, che la gente ha visto in televisione o di cui ne ha sentito parlare… e quindi è più facile far passare la finzione.

Quando scrive un romanzo ha un tipo di lettore a cui si riferisce, voglio dire si preoccupa di chi e come leggerà le sue storie?

Sinceramente no; però ho in mente un “lettore ideale”. Un “lettore ideale” che voglio far cascare nella mia trappola. Continuo a pensare al realismo come a un inganno, il trompe l’oeil a cui accennavo prima; dunque tento di creare una trappola verbale che possa attirare il lettore e indurlo a identificarsi nei miei personaggi. Nel caso di Resistere non serve a niente, poi, l’identificazione era particolarmente importante, perché Tommaso Aricò diventa via via un protagonista decisamente negativo, un personaggio che fa cose terribili; e allora prima che il lettore potesse giudicarlo, mi interessava che si identificasse in lui. Di qui tutta la prima parte del romanzo: la sua infanzia, il problema dell’obesità, il rapporto con la madre; prima portare il lettore “dalla parte” del personaggio, per poi fargli ricevere in faccia la botta di sapere che è uno… così. E sa, è difficile, una volta che ci si è identificati in qualcuno, dis-identificarsi.

Fa parte quindi delle sue “trappole” l’aver scritto un romanzo che da un lato, sin dal titolo, non offre vie di scampo; e allo stesso tempo aver creato personaggi che non vengono “giudicati” dall’autore? Questa soluzione crea un effetto ancor più spiazzante nel lettore…

Sì, infatti. Non riesco mai a distanziarmi in un modo giudicante dai personaggi di cui parlo. Non è il mio modo di scrivere. Ci sarebbero due modi con cui si può giocare l’identificazione; il modo che usa Saviano, per esempio: “voglio fare in modo che il lettore si trovi proprio lì, dove io lo porto, perché stando lì lui possa indignarsi ancor di più”. Un uso apertamente politico dell’identificazione. Ti faccio vedere cosa è accaduto a Beslan, te la illustro anche con particolari minimi, in modo che la commozione ti prenda alla gola.

Un modo da cui potrebbe discendere un maggiore invito alla “resistenza”, se vogliamo.

Certamente: la commozione ti prende alla gola, ti indigni perché la crudeltà umana può arrivare fino a quel punto, e quindi cerchi di reagire. Io invece seguo una strada diversa. Ti porto fino lì, lettore, tu vedi quello che succede, e poi le conclusioni le tiri tu. Non ti spingo a fare né una cosa né l’altra. Ogni tanto, invece, prendo un po’ in giro le posizioni che sembrano più consolidate. Ad esempio, quando in Resistere non serve a niente scrivo del Teatro Valle. Non voglio dire che nel mio pensiero qualunque forma di protesta sia inutile; siamo qui per protestare, ci mancherebbe. Però quando la protesta diventa un po’ stereotipata, allora scatta in me l’ironia.

Un’ironia che qui però si fa sferzante, “giudicante”, no?

Ecco, forse sì, questo è l’unico caso in cui forse sono “giudicante”. Come succede spesso, si è portati a giudicare con più ironia le persone che ci sono vicine, di cui possiamo vedere più facilmente le sciocchezze. Mentre l’ambiente dei mafiosi non riesco a prenderlo in giro per il semplice fatto che non lo conosco direttamente. Ci ho anche provato a vedere se era possibile conoscere qualche criminale… il problema è che o sono già pentiti, e allora ci tengono a passare per brave persone che hanno reciso il loro legame con le mafie; o, se sono nell’esercizio delle loro funzioni, col cavolo (qui Siti ha una risata beffarda, ndr) che riesci a parlargli. Altrimenti penso che mi scatterebbe lo stesso meccanismo. Se mi trovassi a una cena di camorristi anche lì mi verrebbe di vedere come mettono la forchetta, come mangiano, come parlano della loro famiglia. Ma non li conosco abbastanza da vicino.

Il personaggio Walter Siti e la persona reale Walter Siti: nella sua letteratura le posizioni si confondono da sempre.

Sì, sin dall’inizio è la cifra su cui ho giocato. Sempre meno, però. Al principio i miei libri erano delle vere autobiografie, mentre in Resistere non serve a niente il personaggio che si chiama Walter Siti si mantiene più dietro le quinte. Però continuo ad avere bisogno della complicità. Nel Contagio entravo a pieno dentro la vita della borgata; la cocaina, eccetera. Lo faccio per contaminarmi, per contagiarmi, perché altrimenti ho l’impressione di descrivere da fuori, con troppo distacco, e quindi in qualche modo di sentirmi illeso: io il buono, e loro i cattivi; un atteggiamento che non mi piace. Ad esempio in Resistere non serve a niente ho inventato che Aricò regala a Siti l’appartamento –  cosa che purtroppo non è vera visto che sono in partenza per Milano dal momento che sono sotto sfratto – perché quella cosa lì mi rendeva complice. Anche se ho parlato molto di meno di me, avevo bisogno di creare complicità. Al punto che lui (Aricò, ndr) a un certo punto quasi glielo dice (a Siti, ndr): qui siamo al limite dell’accusa di favoreggiamento. Perché se io accetto di scrivere la sua storia e di depistare seguendo le sue direttive, allora sì che lo favorisco. È evidente che non è vero, nessun magistrato mi ha detto niente (altra risata beffarda, ndr) però mi sono inventato questa sorta di favoreggiamento per accentuare questo legame.

Accennava al Contagio, il suo romanzo del 2008. Esiste una continuità morale e psicologica tra i personaggi di quel libro e la fauna criminale di Resistere non serve a niente?

Sicuramente. Persino in termini materiali: ho voluto fare di Tommaso uno che nasceva proprio lì, in borgata. Qualcuno ha notato che si chiama Tommaso come il protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il Tommasino di Pier Paolo Pasolini. Giancarlo De Cataldo mi ha scritto una mail dicendomi: è come se Tommaso Puzzilli cinquant’anni dopo avesse fatto carriera. Ho fatto altri giochini di cui nessuno per ora si è accorto, e pace: Tommaso nasce il 2 agosto del 1976, e andando indietro di nove mesi, al suo concepimento, si va alla notte della morte di Pasolini. Ma esiste anche una continuità psicologica: Tommaso è un personaggio che non si programma mai per il futuro. Malgrado faccia una carriera fulminante, la sua esigenza è solo di non fare la fine del padre. Anche nei rapporti d’amore, Tommaso ha la stessa incapacità ad amare che hanno molti personaggi del Contagio. Più che altro vuole possedere, ma non riesce a instaurare un rapporto vero d’amore né quando è lui che desidera né quando è lui ad essere desiderato.

Dopo due “false partenze”, lei comincia il racconto con una citazione del suo vecchio editor, Antonio Franchini di Mondadori, che in riferimento al suo ultimo romanzo avrebbe commentato “sei tornato a scrivere un libro per froci”. Un omaggio, una stilettata, o una semplice esigenza narrativa?

Più che altro un’esigenza narrativa, effettivamente. Volevo intanto sottolineare il fatto che questo romanzo non fosse omosessuale, e questo è un espediente per fare in modo che non ci fosse una dichiarazione mia, il che sarebbe stata una cosa un po’ scema. Anche se molti mi hanno fatto notare che si tratta di una negazione freudiana… il modo che lui (Tommaso, ndr) ha di trattare le donne assomiglia a quello con cui i miei antichi personaggi omosessuali trattavano gli uomini. E poi, dopo le due false partenze, non mi dispiaceva che ce ne fosse una terza: il fatto di dire “volevo scrivere un romanzo diverso, più positivo, impegnato”, e invece è venuto fuori questo qui. Infine evidentemente la frase di Franchini mi aveva anche ferito, quindi è ovvio che me la sono ricordata.

Lei scrive: “Il denaro non serve per comprare, ma per comprendere e quindi dirigere”. È così?

Per me no: serve per comprare, anche un’illusione di felicità. Ma ad alti livelli è così. Quando nella fase preparatoria del romanzo andavo a trovare questo mio amico che gestisce un hedge found, mi colpiva molto la possibilità che loro hanno di essere in presa diretta con il mondo. Hanno degli analisti dappertutto che li aggiornano ora per ora su dove investire, cosa bisogna fare… ai tempi di Fukushima lui aveva sulla scrivania un contatore che gli dava in tempo reale il livello di radioattività. Il denaro ti permette di sapere un sacco di cose in più.

Documentandosi, informandosi sul mondo finanziario internazionale, che idea si è fatto? “Resistere non serve a niente”?

Un po’ sì, è così. Anzi, mi meraviglia che se ne parli così poco, a parte fenomeni come Occupy Wall Street che però sembrano già essersi affievoliti. Si parla dei mercati, ma rimane un mistero da chi sono composti. Io so i nomi dei principali leader politici mondiali. Ma dovessi indicare i nomi di quindici grandi finanzieri, non li saprei fare. L’unico che mi viene in mente è Soros… ma adesso è in pensione. Sono soggetti che possono giovare di una grande segretezza e della difficoltà degli stati a introdurre leggi. Basta pensare a cose molto semplici come la Tobin Tax… nessuno riesce ad applicarla. Ho l’impressione che sia diventato un contropotere molto forte, che possa fregarsene degli stati nazionali.

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Denaro e letteratura https://minimaetmoralia.it/libri/denaro-e-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/libri/denaro-e-letteratura/#comments Mon, 02 Jul 2012 09:46:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8538 Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Resistere non serve a niente» di Walter Siti (Rizzoli).

Non conosco altri scrittori che abbiano raccontato in maniera così documentata l'ambiente dell'alta finanza internazionale e i suoi addentellati criminali, aggiungendo inoltre quel tocco “glocal” che la tecnica di cut-up sul parlato dialettale tipica della scrittura di Siti è così appropriata ad esprimere e che difficilmente un romanziere americano (un Easton Ellis, per dire), dall'alto del suo centralismo linguistico e culturale, saprebbe riprodurre. Come spiega il narratore: “se c'è una superiorità che Morgan sente come liberatoria è aver potuto constatare di persona quanto la periferia non sia più periferica: conosce il progetto spaziale ucraino in Brasile, la mini-Beirut commerciale e godereccia a Ciudad del Este, le banche iraniane in Albania e la maxifonderia cinese in Uganda” (dietro il nome di Morgan si nasconderebbe un personaggio centrale dell'ampio Sistema che controlla buona parte del mercato planetario, fine teorico dell'inevitabile, strutturale, porosità esistente tra finanza e violenza, tra globalizzazione economica e reti clandestine, tra legale e illegale).

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Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Resistere non serve a niente» di Walter Siti (Rizzoli).

Non conosco altri scrittori che abbiano raccontato in maniera così documentata l’ambiente dell’alta finanza internazionale e i suoi addentellati criminali, aggiungendo inoltre quel tocco “glocal” che la tecnica di cut-up sul parlato dialettale tipica della scrittura di Siti è così appropriata ad esprimere e che difficilmente un romanziere americano (un Easton Ellis, per dire), dall’alto del suo centralismo linguistico e culturale, saprebbe riprodurre. Come spiega il narratore: “se c’è una superiorità che Morgan sente come liberatoria è aver potuto constatare di persona quanto la periferia non sia più periferica: conosce il progetto spaziale ucraino in Brasile, la mini-Beirut commerciale e godereccia a Ciudad del Este, le banche iraniane in Albania e la maxifonderia cinese in Uganda” (dietro il nome di Morgan si nasconderebbe un personaggio centrale dell’ampio Sistema che controlla buona parte del mercato planetario, fine teorico dell’inevitabile, strutturale, porosità esistente tra finanza e violenza, tra globalizzazione economica e reti clandestine, tra legale e illegale).

Personalmente non so nulla di “operazioni off-shell”, di SIV, PIC, di “future”: prendo atto della presenza di più che affidabili consiglieri che l’autore ringrazia nella nota finale e ammiro la tessitura di tecnicismi e la sua capacità di saldare in profondità l’idioletto, o meglio il socioletto, al carattere dei suoi personaggi. Vale lo stesso per quanto riguarda le peripezie politico-finanziarie di questi ultimi, che non sapendo giudicare nel merito apprezziamo nel metodo, limitandoci a contemplare gli strani prodotti di un mondo lontano ma da cui, a quanto pare, dipendiamo molto più di quel che pensiamo. Straniamento che comunque Siti non si preoccupa di impedire, semmai favorendolo con svisate espressionistiche e visionarie che per brevi istanti sollevano l’impianto romanzesco dal suo ancoraggio empirico, lasciandolo fluttuare in spazi dove l’immaginazione surriscaldata di un Ballard (“Non dico il denaro, ma la proiezione olografica del denaro emette feromoni che ubriacano le menti digitalizzate” pare venuto fuori dalla Mostra della atrocità) si accoppia con la fanta-politica del Petri più metafisico (l’operazione occulta al corpo morto berlusconiano di pag. 246).

Resta una sfasatura alla quale, anche fatta la tara dei dubbi intorno allo statuto del testo (Vero? Falso? Fiction? Non-fiction?) che abbiamo fra le mani e preso per buono trattarsi proprio di un “romanzo realista” – con tutte le complicazioni che ha sempre incontrato qualsiasi dichiarazione di realismo (“le réalisme c’est l’impossible… pare l’abbia detto Picasso” cita il personaggio Walter Siti verso la fine del libro) – anche prese le giuste distanze e consegnato questo testo a un ipotetico lettore del 2200 che vi troverà senz’altro materiale utilissimo per un ricerca etnografica sulla nostra epoca, resta una sottile sfocatura che a volte disturba la visione, non per forza negativamente. “Ti ho delegato a vivere temi che sono miei” confessa il personaggio dello scrittore al suo amico finanziere di cui questo libro ricostruisce la vita, aggiungendo: “in pratica scriverò un romanzo per procura”. E in effetti i suoi temi ci sono tutti, ma i suoi temi sono anche temi di tutti, temi in qualche modo “classici”: l’ambizione e l’affermazione sociale come tentativo di riscatto da un’infanzia minorata (il protagonista è stato un bambino obeso, cresciuto in un ambiente umile); il culto della bellezza fisica contrapposto al valore etico della bellezza morale (eros e agape, incarnati nelle due figure della giovane Gabry, fiammante modella, e Edith, più attempata e poco avvenente poetessa) altrimenti aggiornato secondo la più puntuale dicotomia: culto dell’immagine vs esperienza ruvida della realtà.

Infine la riflessione intorno al denaro come prodotto seminale di un processo di progressiva e onnipervasiva astrazione-mercificazione dell’esistente. Tutto ciò costituisce la matrice immaginaria che ha dato vita a ogni romanzo dell’autore: all’autobiografia è stata qui sostituita la narrazione in terza persona (molto oscillante, tuttavia), all’omosessualità l’eterosessualità, all’astrazione dell’immagine e dei corpi anabolizzati dei bodybuilders quella più impalpabile dei flussi finanziari. Se c’è una peculiarità di questo scrittore è quella di sapere saldare un molto privato discorso sentimentale alla rappresentazione accurata di specifici ambienti sociali: l’università (quello che  meglio aderiva al suo vissuto, e forse anche perciò Scuola di nudo resta il suo libro migliore), la televisione, le borgate romane, ora la finanza. Mappare le stratificazioni della realtà contemporanea utilizzando come sonda le proprie idiosincrasie è un operazione a cui Siti non ha rinunciato neppure in questo nuovo romanzo, dove si è tuttavia ben guardato dal correre il rischio di scrivere “un libro per froci”, secondo la definizione ormai famosa tra gli addetti ai lavori (e pure citata dallo stesso Siti in apertura del libro) che diede Antonio Franchini, editor di Mondadori, del suo precedente romanzo.

La sensibilità dello scrittore modenese “tiene” perfettamente anche in ambiente etero, per così dire, e proprio quella sottile sfasatura tra realtà documentaria e fantasmi personali che percepiamo (anche) in questo romanzo è ciò che lo distingue nettamente da un saggio o da una ricostruzione affidabile dei rapporti tra criminalità e “finanzcapitalismo”. A chi piace, Siti piace non solo per i suoi temi ma anche per il lirismo che tende le sue parole, per il mai appagato bisogno di frugare in zone dello spirito poco conosciute (bassifondi o alte sfere) ficcando le dita nei punti più dolenti. E per il vitalismo che attraversa, nonostante tutto, le sue più cupe esternazioni, le più sornione dichiarazioni di impotenza, i suoi lamentosi sarcasmi. Questa energia può venire meno nel momento in cui i pretesti narrativi si logorano per eccesso di frequentazione, com’è successo in Autopsia dell’ossessione (e non perché troppo sessualmente connotato). Non succede in questo libro, che riporta la scrittura di Siti al massimo della sua intensità e che personalmente collocherei tra le sue opere più convincenti. Se ci coinvolge così direttamente, se ci chiama in causa in maniera così urgente, ci dev’essere qualcosa di robusto, in questo autore, che regge in alto la sua ostentata disperazione permettendole di vedere lontano.

Azzardo: Siti è l’autore più religioso della nostra letteratura contemporanea. Andate a controllare quante volte le parole dio, dèi, assoluto, fede, sacro, onnipotenza ricorrono in questo e negli altri suoi libri. Il morto che circola tra le pagine di questo romanzo è forse la vittima di quel “delitto perfetto” di cui parlava Baudrillard, ovvero la realtà. Ma un corpo si intravvede, comunque, sotto un sudario che (in copertina) potrebbe benissimo ricordare la sacra sindone. È forse da una simile, febbricitante, tensione ideale, solo apparentemente demolita dai miti d’oggi e “deviata” (diceva René Girard, pensatore cui Siti deve molto) sull’immanenza della “magnifica merce”, che può emergere il soprassalto necessario a pensare altrimenti, scuotersi di dosso la mediocrità. Questa potenzialità percepiamo nelle sue pagine, alla faccia dell’apocalisse o della tabula rasa postumana in cui lo scrittore, per sua stessa snobistica ammissione, gode a immaginarsi. Quando chiudi Resistere non serve a niente potresti anche avere voglia di imbracciare il fucile (o di andare a vivere sui monti).

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A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-del-futuro-del-libro-in-italia-prolegomeni-per-unanalisi-cafonamente-marxista-dellindustria-editoriale-italiana/ https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-del-futuro-del-libro-in-italia-prolegomeni-per-unanalisi-cafonamente-marxista-dellindustria-editoriale-italiana/#comments Mon, 06 Feb 2012 01:17:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6438 Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest'appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c'era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c'erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media... Ora, dopo un po' di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l'interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l'hotel di lusso: "È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi". Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull'editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale... e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

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Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest’appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c’era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c’erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media… Ora, dopo un po’ di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l’interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l’hotel di lusso: “È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi”. Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull’editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale… e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

Gallizio ci ha rassicurato subito dicendo che l’avremo capito nel corso dell’incontro. Subito dopo Antonio Franchini ha fatto una interessante e malinconica storia in pillole di Mondadori editore vista da uno che ci lavora da trent’anni e che si è appassionato anche a quello che c’era prima di lui, spulciando l’archivio: Mondadori che negli anni ’60, ’70 pubblicava Nabokov, Simenon e Kundera. Mondadori che faceva fare delle schede sui manoscritti che arrivavano che oggi a rileggerle danno un’idea della qualità media molto più bassa del panorama presente articolatissimo e insintetizzabile. Di Mondadori che allora per tenere d’occhio gli scrittori napoletani, bastava dare un’occhiata a quello che facevano Rea, La Capria, la Ortese, e oggi bisogna conoscere almeno una ventina di persone. Il mestiere dell’editor Mondadori come è cambiato: è più difficile selezionare e direzionare il lavoro se il livello in generale si è alzato, se gli autori si sono moltiplicati, se l’alfabetizzazione di massa produce di più e di meglio. Mondadori che ha deciso di fare un restyling della collana Sis, perché ogni tanto è giusto che la grafica editoriale cambi: libri in brossura, e con un formato più grande.

Un sacco di notizie, ha commentato Gallizio. Gallizio che poi ci ha tenuto a dire come questo breve incontro voleva partire da una prospettiva inedita che ci accomunava tutti. Nella piccola Sala Cassiopea eravamo tutti appassionati di storie, non era così? Come negarlo? Ecco che a Franchini sono seguiti altri interventi, anche interessanti ma ovviamente molto vaghi, non essendo chiara nemmeno l’area che circoscriveva il discorso. Qualcuno portava la sua esperienza personale, qualcuno citava le classifiche effettivamente sorprendenti dei best-seller su Amazon, qualcuno tipo Giulia Blasi ragionava sugli esperimenti di libri tratti dai blog (pochi esempi commercialmente validi, tipo quelli di Pulsatilla o quello di Carolina Cutolo), qualcuno come Nicola rifletteva su come sia cambiato secondo lui il rapporto tra editor e autore, etc…

A un certo punto io ho detto la mia. Ho detto che avevo l’impressione che il tema-convitato-di-pietra non fosse il dibattito sull’editoria, la letteratura, le storie, insomma non mi sembrava che si avesse bisogno del mio umile pensiero di intellettuale letterator, ma mi sembrava che Mondadori stesse manifestando implicitamente un problema di business. Mi sembrava, restando sul generico ovviamente, che Mondadori avesse attraversato gli ultimi cinquant’anni di editoria mantenendo una posizione dominante ogni volta con una strategia diversa, e che la domanda che non veniva posta esplicitamente a questo gruppetto di cui io facevo parte era: e adesso? Fino agli anni ’70 Mondadori era una delle più importanti case editrici perché faceva ricerca: e lo faceva in fondo con un’idea di editoria forse non molto diversa da quella che descrive Calasso in un articolo per il Corriere del dicembre scorso e che – sempre secondo Calasso – ha dato la direzione dagli inizi del ‘900 in poi: “l’idea della casa editrice come forma, come luogo altamente idiosincratico che avrebbe accolto opere reciprocamente congeniali, anche se a prima vista divergenti o addirittura opposte, e le avrebbe rese pubbliche perseguendo un certo stile precisamente delineato e ben distinto da ogni altro”. Un’idea che filogeneticamente Calasso fa risalire a Kippenberg in Germania e Gallimard in Francia. Adelphi si è ispirata e si ispira ancora a quest’idea, e forse allora non è un caso che oggi gli autori citati da Franchini – Simenon, Nabokov, Kundera – siano nel catalogo Adelphi. Come forse non è un caso che la grafica delle copertine Adelphi è la più immutabile che io conosco nel panorama italiano. Ispirata all’arte di Beardsley, creata con la complicità di Enzo Mari…, confrontatela con la nuova-di-zecca della Sis Mondadori a firma di Giacomo Callo, con le solite facce di adolescenti che guardano in tralice, o pre- o post- orgasmiche, e fatevi un’idea vostra di quali siano più belle, o quali funzionino di più in termini commerciali.

           

Dagli inizi degli anni ’90, la situazione dell’editoria è profondamente cambiata. Lo raccontava Richard Nash in un articolo sulla Lettura un paio di settimane fa, in cui citava anche il caso di minimum fax tra le varie case editrici indipendenti che sfruttano le trasformazioni tecnologiche per nascere. Se per impaginare un libro basta un personal computer, mettere su una casa editrice sarà molto più semplice, alle volte addirittura un gioco da ragazzi (quali erano appunto Marco Cassini e Daniele Di Gennaro nel 1994). Ma Mondadori negli anni ’90 non entra in crisi, anzi. E come fa? La mia idea è che sposti scientemente la sua posizione dominante sul resto della filiera: se nel 1994 la possibilità di riconoscere e decidere di pubblicare un autore interessante è identica per una minimum fax e una Mondadori (e allora non sarà un caso che Cassini e Di Gennaro decidano di comprare i diritti di un Raymond Carver, soffiandolo proprio alla Mondadori che ce l’aveva in catalogo nei Classici Moderni, in traduzioni parziali e addirittura monche di interi pezzi che ne stravolgevano il senso), vorrà dire che la forza industriale di Mondadori si dimostrerà nella sua potenza di fuoco negli altri segmenti: distribuzione Mondadori, promozione Mondadori, librerie Mondadori, e anche per un bel po’ cartiere di proprietà Mondadori (e anche per un bel po’ un presidente del consiglio proprietario o giù di lì). Non serve aver letto Il capitale per intuire che il potere economico ce l’ha chi possiede i mezzi di produzione. E quindi minimum fax resta per vent’anni una casa editrice indipendente che deve puntare sulla qualità per emergere (fidelizzare i lettori, sperare di battere la concorrenza editoriale di qualità sempre più diffusa), Mondadori diventa sempre di più una casa editrice generalista che deve contare sulla quantità e per cui la qualità non è più un parametro essenziale. Come del resto ha ricordato Gian Arturo Ferrari, ex-amministratore delegato di Mondadori (1997-2009) e ora semipensionato a capo del cadaverico Centro per il Libro e la Lettura, in un articolo su Repubblica di luglio scorso, in cui confessava che gli editori non possono non pubblicare tantissimo e anche quindi indiscriminatamente.

Siamo agli anni ’10, e pare, si dice, che la carta non sarà più il mezzo di produzione del libro. Pare dunque che tipografia, distribuzione e librerie non siano più come si dice asset fondamentali per l’industria culturale. Resta la promozione, uno dice. E infatti c’era proprio uno in saletta che aveva detto poco prima che prendessi la parola: “Ma allora secondo voi dovremmo investire sulla promozione, sull’ufficio stampa, sulla pubblicità?”. A qualcuno in Mondadori non sarà sfuggito questo cambiamento, e a fine luglio 2011 questo qualcuno deve aver deciso di fare un accordo con Amazon, cominciando con 2000 titoli…

La questione di mantenere per il futuro l’egemonia di Mondadori allora è risolta? Pare di sì. Perché allora si respira un’atmosfera di ansia? che fa commentare me e Nicola all’uscita: sembrava una riunione di Lehman Brothers che chiedono a un centro sociale di pensionati come fanno loro a gestire i loro risparmi. Beh forse perché è chiaro rispetto ai rapporti di forza che oggi fanno apparire Mondadori in una posizione migliore rispetto ad Amazon, uno si può onestamente chiedere se fra tre anni queste posizioni non saranno esattamente rovesciate. Dato che Amazon avrà la posizione dominante nei mezzi di produzione dell’industria editoriale, i Kindle e i magazzini, cosa può offrire Mondadori? Un buon ufficio stampa? Una buona campagna di marketing? Ossia, per dirla in un modo un po’ duro, se io fossi Fabio Volo fra tre anni (mi rendo conto, è un’ipotesi per assurdo molto molto dura anche per me), e avessi appena finito il mio nuovo romanzo e le condizioni economiche di Mondadori sono se va benissimo il 15% di royalties e quelle di Amazon se va malissimo il 35%, perché io dovrei decidere di continuare a pubblicare per Mondadori? Per il marchio? Per la tradizione? Per la pubblicità sulle riviste del gruppo?

Facevo tutto questo discorso non parlando da esterno, già. Perché io sono, confessavo, un autore del gruppo Mondadori. Fra pochi mesi dovrebbe uscire, se Dio vuole, il mio romanzo per Einaudi. E allora qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore. E questa ragione, nel momento in cui l’autore diventa un soggetto economicamente rilevante, può essere una delle cose che una casa editrice può offrire. La stessa probabilmente che offriva Kippenberg nel 1910 e Gallimard nel 1920

E quindi?, mi è stato chiesto a questo punto. Come sarà il futuro? Che strategie possiamo avere? A queste domande da centomila dollari sono rimasto un po’ ammutolito. Ma dentro di me ho pensato: Cari, se parliamo di letteratura, posso sproloquiare qui tutto il tempo, ma se parliamo di business editoriali, mi viene da dire che le strategie si pagano… E quindi, ho detto, spero che nei prossimi anni Mondadori ritornerà a essere una piccola casa editrice indipendente e di ricerca come negli anni ’60.

Risatine. Qualche altro intervento. Grazie a tutti. Distribuzione gratuita di campioni della nuova collana. Aperitivo: dove ho mangiato a scrocco cose buonissime e tantissime. Non si sa mai, approffittiamone finché dura.

L'articolo A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana proviene da Minima et Moralia.

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