Antonio Gramsci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonio-gramsci/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Dec 2020 09:37:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonio Gramsci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonio-gramsci/ 32 32 Parlare di sé per parlare di tutti. Le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/parlare-di-se-per-parlare-di-tutti-le-lettere-dal-carcere-di-antonio-gramsci/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/parlare-di-se-per-parlare-di-tutti-le-lettere-dal-carcere-di-antonio-gramsci/#respond Thu, 03 Dec 2020 07:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47067 di Riccardo Gasperina Geroni Opera postuma e ancora viva le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ci restituiscono, a distanza di quasi un secolo, il pensiero tormentato e acutissimo di un uomo d’eccezione. È merito del lavoro di Francesco Giasi, direttore della Fondazione Antonio Gramsci e studioso gramsciano di lungo corso, se possiamo rileggere le […]

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di Riccardo Gasperina Geroni

Opera postuma e ancora viva le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ci restituiscono, a distanza di quasi un secolo, il pensiero tormentato e acutissimo di un uomo d’eccezione. È merito del lavoro di Francesco Giasi, direttore della Fondazione Antonio Gramsci e studioso gramsciano di lungo corso, se possiamo rileggere le lettere in una nuova edizione edita per i Millenni di Einaudi. L’opera raccoglie 511 lettere, di cui 12 inedite, e acclude un ricco album fotografico, sigillato dalla foto di Gramsci morto, sul cui corpo, livido, gonfio e sofferente, si sono anche scritte le tracce della truce storia italiana del fascismo, che imprigiona il fondatore del Partito comunista italiano l’8 novembre 1926.

Nella lunga e articolata ricostruzione della genesi delle lettere, libro inventato editorialmente da Togliatti come omaggio all’amico scomparso, Francesco Giasi mostra come le lettere siano il «parallelo esistenziale» della stesura dei Quaderni dal carcere, a oggi considerati una delle punte del pensiero filosofico italiano del Novecento. Per lo più indirizzate alla moglie Giulia Schucht e a sua sorella Tatiana, esse sono testimonianza di una inesausta vitalità di pensiero. «Le lettere – sono le parole del curatore – costituiscono un autoritratto concepito nelle condizioni concesse, compromesso dalla censura, dai tempi di scrittura, dalle cadenze degli invii, dalla vigilanza della direzione del carcere, e riescono di rado a far luce sulla vita quotidiana di Gramsci». Qualche traccia di quotidianità è tuttavia possibile scorgerla: «per vivere tranquilli in carcere – scrive il 12 novembre 1927 –, occorre abituarsi al purissimo necessario; tu [Tatiana] capisci bene che ogni piccola comodità, in questo ambiente, diviene una specie di vizio che è poi difficile estirpare, data l’assenza di distrazioni»; oppure il 27 agosto dell’anno successivo Gramsci confessa: «ciò che mi ha reso duro il carcere, finora (a parte tutte le altre privazioni che sono portate dalla mia situazione) è stato l’ozio intellettuale».

In ogni caso, sarebbe un errore leggere questa raccolta come un semplice documento o tutt’al più una testimonianza particolarmente significativa. È tra le tante cose soprattutto un’opera dal valore letterario, se è vero che la prima edizione, quella del 1947 (con 218 lettere edite), vinse nello stesso anno il Premio Viareggio. E infatti la scrittura letteraria, insieme alla speculazione filosofica, costituiva una difesa attiva contro la censura, così anche contro la solitudine della situazione carceraria. C’è in particolare una lettera molto nota che vorrei qui richiamare e che è esemplificativa della densità letteraria di questi testi. La lettera, scritta il 6 marzo 1933 e indirizzata, come spesso accadeva, a Tatiana, prende spunto dal quadro di Theodore Géricault, La Zattera della medusa, composto tra il 1818 e il 1819 e ora al Louvre. Nella lettera, Gramsci non si limita a raffigurare l’evento del quadro, il naufragio di alcuni uomini che sono così costretti dalla necessità a cibarsi di carne umana per sopravvivere, ma dinamizza l’ecfrasi integrandola con i pensieri dei futuri naufraghi quando non avrebbero ancora potuto immaginare che cosa sarebbe presto accaduto. Nessuno di questi poveri uomini, scrive Gramsci, «pensava di diventare… naufrago e quindi tanto meno pensava di essere condotto a commettere gli atti che dei naufraghi, in certe condizioni, possono commettere, per esempio, l’atto di diventare… antropofaghi».

Eppure, la mancanza di viveri suggerisce ai naufraghi l’impensabile, e quella che era una ipotesi teorica e remota si presenta ora con tutta la sua violenza e immediatezza. Il tragico apologo (richiamato anche nel Quaderno 15, sotto il titolo Note autobiografiche) ricorda non solo il presente della vita di Gramsci, ma il presente fascista dell’Italia, la sua trasformazione molecolare: «il più grave è che in questi casi la personalità si sdoppia: una parte osserva il processo, l’altra parte lo subisce, ma la parte osservatrice […] sente la precarietà della propria posizione, cioè prevede che giungerà un punto in cui a sua funzione sparirà, cioè non ci sarà più autocontrollo, ma l’intera personalità sarà inghiottita da un nuovo ‘individuo’ con impulsi, iniziative, modi di pensare diversi da quelli precedenti».

Parlava di sé per parlare di tutti. Queste lettere vanno ancora oggi decriptate, rilette alla luce dell’impossibilità di dire impunemente la verità, e in questo risiede il loro gradiente letterario e affabulatorio, così affascinante e così disperato per il loro autore morto giovanissimo, il 27 aprile del 1937.

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“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/#comments Wed, 22 Mar 2017 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29237 (fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

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alfredo

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?

«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.

«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?

«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.

«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».

La soddisfa la politica in materia del governo Renzi?

«Nella legge di stabilità non c’è nulla per il Mezzogiorno. L’assenza di centralità della questione è la critica. Critico, sono polemico anche con il Partito Democratico che l’ha trascurata in questi anni. Abbiamo subito la falsa teoria delle forze di destra italiane, l’asse del nord Bossi-Berlusconi secondo cui il problema era la famosa questione settentrionale. Liberalizzare, diminuire i poteri dello Stato, affidare lo sviluppo italiano alla spontaneità dei mercati e dunque il Mezzogiorno è stato totalmente sacrificato. Oggi siamo arrivati a un punto di quasi non ritorno. È grave che si sia accentuato lo sviluppo dualistico del Paese in un contesto di  Mezzogiornificazione dell’Europa, di frattura crescente tra Nord e Sud. La questione del Mezzogiorno è la questione centrale, molto più importante dello spread o di cose con cui ci hanno dilaniato, perché è il limite della nazione italiana. Le impedisce di compiere il salto, perché il Sud non è una regione, è un terzo del paese, è storia, regni, monarchie, ed è lì ancora il nodo che tuttora resiste: l’arretratezza del blocco storico italiano. Se mi si chiedesse qual è il vero difetto anche della politica economica del governo Renzi, direi è questo».

A più riprese lei segnala, quale tratto distintivo del divorzio dal Novecento, il tramonto della civiltà del lavoro, di quell’insieme di diritti conquistati con lotte dure. Frullano i numeri, prematuri, sugli effetti del Jobs act. La convincono i principi che l’hanno ispirato?

«Il Jobs act è incompatibile con la civiltà del lavoro novecentesca, però va contestualizzato in un dato internazionale. Abbiamo subito la svolta di destra, che c’è stata a livello mondiale, quando si è rotto il compromesso democratico tra il capitalismo e la democrazia. In cui certo il capitalismo manteneva il proprio dominio, il suo potere in ultima istanza di essere, decidere dello sviluppo, ma c’era il potere dello Stato e delle economie locali, dei diritti nazionali. Veniva meno la base stessa dell’impianto riformista che era riuscito a contemperare gli squilibri del mercato con la funzione redistributiva dello Stato sociale. Il capitalismo finanziario assoggettava la realtà a una logica che confliggeva in modo radicale con la soggettività e l’autonomia dell’uomo. Ricordiamoci che il socialismo è stato protagonista del secolo scorso, non solo perché difendeva gli ultimi, ma perché aveva creato degli strumenti di lotta straordinari dal sindacato al suffragio universale, dal partito politico di massa allo Stato sociale. Con la globalizzazione sono venuti meno i vecchi strumenti dell’agire politico della sinistra. Che cosa inventiamo? Bisogna inventare. I miei occhi hanno visto rompersi la grande conquista avvenuta negli anni in cui mi impegnavo, diventavo adulto, entravo nella lotta politica».

Lei, ricordando la fase costituente della Repubblica italiana, sottolinea come la Carta sia stata scritta con la consapevolezza degli ultimi, in rappresentanza degli esclusi. La bellezza dell’articolo tre. Oggi si riforma in nome di chi e che cosa?

«La Costituzione nasce da questa nuova idea che il lavoro poi è in definitiva il fattore fondamentale dello sviluppo e della civiltà di un paese. È l’uomo alla base di tutto. Invece abbiamo assistito a una reazione culturale, diffusione di senso comune spaventoso che la legge costitutiva del consorzio umano è il mercato, è a questo che bisogna sottoporsi, non solo lo scambio economico materiale ma anche i destini. Ho voluto dire e lo ripeto che la Costituzione non è mai stata molto amata dalla vecchia classe dirigente per una ragione molto semplice: non l’hanno fatta loro. Questa è stata la peculiarità di cui non vedo molti paragoni nella storia dell’Italia. La Costituzione italiana è stata fatta dai fuoriusciti; sia Togliatti sia De Gasperi e dalle masse da loro dirette, operai, contadini e cattolici che furono tenuti ai margini della vita dello Stato unitario. La borghesia è stata travolta in quella fase dalla caduta del fascismo. È stata zitta e si è nascosta dietro le tonache dei preti. Prese la testa quella pattuglia di cattolici democratici. Questi hanno scritto la Costituzione, non c’è dubbio. Dunque non è molto amata. Dopo l’espianto dei grandi partiti storici andava in scena una idea molto vaga del nuovismo, transizione verso non si sa bene quale Seconda Repubblica. Un riformismo subalterno e senza popolo. Il vuoto non è stato riempito e non può essere riempito dal riformismo debole di questi anni. Non siamo stati in grado di esprimere un’egemonia».

La sovranità appartiene al popolo, è scritto nell’articolo uno della Costituzione italiana.

«Occorre rovesciare la logica secondo cui all’inizio ci sono i mercati, le loro esigenze, e poi gli altri si devono adeguare. I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione nel senso che governano il simbolico che è pur necessario. Le grandi decisioni vengono prese altrove, il tema di fondo è la crisi della democrazia. Chi comanda? L’oligarchia finanziaria dominante, la libera circolazione dei capitali, il capitale va dove vuole che vada questo potere difficilmente definibile. La crisi radicale della democrazia sta portando il mondo a dei rischi gravi, perché il mondo più si connette, unifica più ha bisogno di un potere indipendente che pensi i bisogni, le necessità del governo del mondo, un governo del mondo affidato alla spontaneità degli interessi sempre più sofisticati dei grandi mercati finanziari è un mondo veramente a rischio. Significa la perdita di identità. Che cosa tiene insieme i popoli? I fatti di questi giorni pongono il quesito. È questo vuoto di legittimità del potere, che fonda il rischio di nuove guerre. Ecco a cosa penso quando parlo della rottura di un ordine. Penso a qualcosa che non è una forma del capitalismo che si sono succedute».

Molti invocano una nuova Bretton Woods, Cina inclusa che ambisce al riconoscimento ufficiale della seconda economia mondiale in un mondo multipolare. Il 30 novembre il Fondo Monetario Internazionale aggiungerà la moneta cinese a quelle che determinano il valore dei Diritti Speciali di prelievo. Tradotto: lo yuan acquista un ruolo di moneta di riserva. Una Bretton alla quale la Cina è interessata per regolare il dominio del dollaro. Lo ritiene un rimedio al caos?

«Nel ventennio ‘50-’70 l’ordine, il sistema uscito da Bretton Woods, seppur non abbia prodotto politiche redistributive, di livellamento delle diseguaglianze, ha garantito un progresso del benessere materiale mondiale mai così rapido. Nel ‘71 Nixon ne ha decretato il tramonto.

Decisione fatale presa nei Settanta dall’oligarchia dominante angloamericana che dette ai conglomerati finanziari il potere di circolare senza alcun vincolo con effetti disastrosi di spiazzamento delle strutture sociali e della produzione reale. La globalizzazione formidabile espansione che ha incrinato gli assetti politici e culturali faticosamente stabilizzati dopo la seconda guerra mondiale. Il mondo inondato di debiti e di rendite. Certamente Bretton Woods fa del dollaro la moneta di riserva, però accetta anche di sottomettere il dollaro a dei vincoli, i cambi fissi e l’obbligo che al dollaro corrisponda l’oro. Nuova Bretton: la Cina sta ponendo questo problema.

Io credo si vada verso uno scontro. L’America non è più la superpotenza di una volta, però il declino del dollaro non è dietro l’angolo ed è Wall Street il cuore del potere finanziario mondiale, nonostante tutto. Dai documenti che ho avuto modo di studiare la Cina pone il problema del privilegio esorbitante della valuta americana, superare il fatto che il dollaro sia la moneta di riserva, sostituendolo con una moneta globale atta a garantire una stabilità generale. Il dollaro consente all’America di indebitarsi come vuole, mentre tutto il nostro guaio è che dobbiamo sottoporci alle leggi di questa economia del debito. I debiti sia dei privati sia pubblici, visti gli ultimi dati, superano di quattro volte il prodotto reale. I debitori per sostenere la massa di debito sempre maggiore devono sempre più incidere sulla ricchezza reale a cominciare dai diritti sociali, dallo stato sociale, i servizi pubblici. È un gioco che non può durare all’infinito».

In un brillante articolo, d’inizio secolo, lei qualificava come endemica una guerra di dimensioni mondiali, allora già cominciata. Il ritorno alla guerra come crollo di un ordine. È inevitabile la riduzione delle forme e dei contenuti della politica moderna a scelte di guerra?

«Guerra chiama guerra. Stiamo constatando che poco si risolve. I massacri del terrorismo islamico ci dicono quanto i valori della civiltà umanistica siano a rischio. Esso rivela problemi inediti e molto complessi come quelli di una frattura molto profonda che dilania il mondo islamico. Il fatto stesso che un così radicale estremismo si incarni in giovani arabi di seconda generazione, che in Europa sono nati e hanno fatto le nostre scuole, dice che ci troviamo di fronte a qualcosa di più e diverso da un antico contrasto religioso.

È significativo che detestino anche i costumi e le tradizioni di una parte del loro mondo e si sentano estranei alle stesse comunità musulmane d’Europa: una degenerazione che nasce da una crisi estrema di identità. La Jihad dà loro un senso di appartenenza, un’identità sia pure spaventosamente irrazionale. Forse non ci rendiamo conto dei disastri che stanno sconvolgendo l’area del Medio Oriente e l’insieme del mondo arabo. I massacri tra le stesse fazioni musulmane, ai quali si aggiungono le rovine e gli odi seminati dallo scorrazzare degli eserciti stranieri. Pensiamo al cinismo e al tempo stesso alla stupidità delle operazioni militari americane oppure all’iniziativa francese, la quale per eliminare Gheddafi ha ottenuto il risultato di distruggere in Libia ogni parvenza di Stato. Si aggiungano la massa di donne e bambini che vagano tra un campo profughi e un altro. E qui mi fermo. I musulmani che vivono permanentemente in Europa sono ormai decine di milioni. Il funzionamento dell’economia francese come di quella italiana si bloccherebbe senza di loro. La scuola raffigura questo cosmo. Il futuro nostro e dell’Europa non dipende dalla stupidità delle spedizioni militari ma dalla capacità di elaborare un nuovo modo di stare insieme».

Come valuta la reazione del socialista François Hollande?

«Ovviamente all’inizio prevale il “sentire”. La paura che genera l’aggressione. Prima di tutto la Francia si sente colpita, li ha in casa. Poi però bisogna capire le ragioni interne ed esterne. Capire affinché non si ripetano mattanze. Lo stile di vita che sentiamo attaccato: ricordiamo che non è per tutti. Interroghiamoci sulla scuola. La situazione della banlieue credo sia spaventosa, lì non entra neanche la polizia. Quanta disperazione e quanto incitamento al terrorismo viene alimentato non dal Corano, ma da certe periferie parigine e di molte altre città europee? In Italia ancora non siamo a questo punto, seppure esistano dei quartieri orribili, prevale ancora un miscuglio di sentimenti. La differenza è culturale, più che urbanistica. La questione coloniale nella banlieue è irrisolta. Poi, senza voler ridurre a dinamiche di politica interna, lui è incalzato da Le Pen e Sarkozy, dal clima generale nazionalista. Se non si erge come il grande presidente, teme di essere spazzato via. La Francia ha una vecchia partita con la Siria, nella grande spartizione attuata nel Medio Oriente. Non dimentichiamo tutta la turbolenza che ha segnato il processo di indipendenza. C’è un dato più di fondo secondo me. Per tante ragioni, fra le quali fondamentalmente la diffusione capillare delle informazioni, i popoli non sono più ignari. Percepiscono come si vive bene, come si vive male. Che cos’è la ricchezza. Diventa molto difficile impedire che masse arretrate da un punto di vista economico, ma già consapevoli della compressione propria della marginalità, vogliano accedere. Siamo dentro a una crisi di civiltà. Tutto questo purtroppo avviene nel silenzio della sinistra battuta, perché rimasta all’Ottocento, al Novecento, perché non ha pensiero su queste cose».

Il terrorismo e lo stato di guerra dichiarato (La France est en guerre, ha detto Hollande, ndr) paradossalmente riposizionano l’Europa al centro del mondo?

«Si riaprono terreni importanti. Vogliamo riunire le forze? Allora tutto il sistema di Bruxelles, come è stato concepito, va cambiato. Qui cambia veramente lo scenario. L’Europa è tante cose, è il papato, è l’impero, l’illuminismo come l’olocausto. In definitiva però l’Europa è la patria dei diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo e l’idea di progresso li ha inventati l’Europa. Tutto richiede un’Europa nuova, impone la ridefinizione del suo ruolo nel mondo. Può l’Europa proporsi come faro di civiltà e progresso, come garante dei diritti dell’uomo, se perdura un ordine economico che riduce tutto a un contrasto sempre più profondo tra creditori e debitori? Era ed è giusto contestare un modello che ha provocato una inaccettabile perdita di sovranità e diritti sociali come ci dice il caso greco. Mi rivolgo anche alla sinistra per dire: l’europeismo non è un cane morto. È anzi ancora un terreno inevitabile sul quale la sinistra può pensare ancora a una sua funzione. In un mondo del genere senza un’unione salda, l’Europa sparisce. I problemi, come qualcuno s’illude a sinistra, non si risolvono uscendo dall’euro, dall’Europa. Tutte le società anche le più avanzate vengono messe in discussione. C’è l’esaurirsi dell’illusione che il mondo possa essere governato senza il potere politico, senza grandi idee che si traducano in un potere di direzione».

C’è vita a sinistra?

«La sinistra è destinata a scomparire se non si ricolloca all’altezza dei conflitti reali, più radicali. Tocca ai figli sconfiggere lo scetticismo dei padri, che si frappone all’avvento di una società più inclusiva e di un nuovo pensiero umanistico. Occorre definire un altro modello di sviluppo. La riduzione della società a società di mercato infila l’esistenza umana in un processo autodistruttivo».

Si è pentito di aver coniato, rilanciato nei suoi scritti, l’idea di partito della nazione in riferimento al Pd?

«No, per nulla. Ribadisco l’idea che un partito, se vuole contare, anche da sinistra deve uscire dai vecchi confini della cultura di classe e porsi i problemi di essere un partito in grado di dirigere una nazione. Il compito della politica è capire dentro quale idea nazionale, coerente con la mondializzazione, si possa ridefinire il nostro stare insieme. È in questo senso che ho parlato di un partito della nazione. A proposito del partito dobbiamo parlare delle ragioni di una nuova unità del popolo italiano. Mi sembra l’abc, oltretutto è ciò che ci avevano detto i nostri padri. Poi Renzi usa l’espressione partito della nazione in un altro senso, un partito in cui non importa essere di sinistra o destra. Alt, no. Finisce il partito, come è già finito il partito, espressione di disegni conflittuali. Ho smesso di usare questo argomento, perché me l’ha rubato Renzi. Sento di non dover accettare la riduzione della politica alla gestione di un eterno presente. Il ripiegamento rassegnato verso una forza moderata.».

Il Pd è un partito a misura di militante?

«“Alfrè, sto partito è inagibile”, mi ha detto una volta un caro amico, un proletario di Albano Laziale. Nelle nostre sezioni domina l’impressione dell’uomo senza potere, che è alla base, di non contare più niente, perché il gioco politico è dominato dalle cosche, dai capibastone. Mi diceva vado in sezione e non conto più niente: “Stanno sempre a parlà di chi devono fare assessore o altri incarichi”. Ha ragione. Che fa lui? Si candida? A che cosa? Non ha una clientela, non ha i soldi per fare le elezioni, perché ci vogliono pure un sacco di soldi. Dunque non è un partito per gli ultimi, ma dei notabili. In questo senso dice che è inagibile».

Quale cultura politica esprime la leadership del Premier Matteo Renzi?

«Eh, non lo so. Questa è la domanda. Non è un uomo della sinistra e non lo nasconde. Non è neanche un uomo della sinistra democristiana. Ignoro quale sia la sua base culturale. È un uomo di grandissima qualità, energia, intelligenza, ma ritengo questo sia il suo vero punto debole: una cultura di base e un’idea di fondo di dove portare il paese; sono l’immediato, il successo, la propaganda e c’è una bella differenza. Non vedo che cosa c’è dietro Renzi, perché tra l’altro sente che per governare in questo modo deve disintermediare, distanziare tutte le forze intermedie. Si chiamino sindacato, Chiesa cattolica, laicato, Confindustria. Questo è il punto, dove però fallirà, come si è visto anche nei fatti accaduti a Roma. Lo sfarinamento dei gruppi dirigenti».

Le chiedo un ricordo del segretario Enrico Berlinguer. E aggiungo: davvero nella fase finale la sua alterità costituiva un chiudersi nella propria “purezza”, rinunciando a rivolgersi al Paese?

«La diversità è il segreto di Berlinguer. Enrico è stato l’ultimo comunista. Il comunista te lo dico così: sì, certo, l’uomo che sta in questo mondo, ma non è di questo mondo. Il comunismo è fallito per tante ragioni come disegno politico, però io l’ho vissuto e Berlinguer questo era, come una parte del gruppo dirigente, non un’altra. Era sì l’oggi, le lotte, i contadini, i patti agrari, ma era anche l’idea di una rivoluzione italiana nel senso di un cambiamento profondo del rapporto fra dirigenti e diretti. Era il compimento del Risorgimento, era la trasformazione della plebe in popolo. Era l’unificazione del popolo italiano. L’Unità si vendeva ad Aosta come a Caltanissetta, cosa che allora non faceva nessuno. Berlinguer è stato l’ultimo che ha diretto in nome di questo. Tu sei un sognatore? No, io penso che il mondo attuale possa essere cambiato radicalmente. Non sto facendo l’assalto al palazzo però sono questo, è questa la mia diversità. Non mi vergogno affatto. Anzi sento che oggi ritorna il bisogno di una forza che ridia la parola all’impossibile, però per ottenere il possibile».

Non avete salvaguardato il nesso vitale, profondo, tra passato e presente?

«L’impossibile, a cui ti accennavo, noi per tante ragioni, errori, non siamo riusciti a trasmetterlo alla nuova generazione. La mia generazione – poi chi siamo ormai, che ancora conserva… – ma la generazione dei vostri padri, dei D’Alema, dei Veltroni. Si sono ubriacati con l’idea di essere uguali agli altri. Sono diventati liberisti. La politica cos’è se non il destino dell’uomo, la libertà dell’uomo di decidere il proprio destino alla faccia dei meccanismi di mercato. No, io decido che l’Italia è una Repubblica fatta in questo modo. Non interpello Wall Street in proposito. Se tu non riconquisti questo. Se tutto sta nelle compatibilità…».

 A proposito di Aldo Moro afferma: «Più passa il tempo, più emerge la gravità di quel delitto».

«C’era un’eresia profonda nel pensiero di Moro, per la quale siamo arrivati a un delitto politico. Non era una questione di governo, per quella avrebbero magari sequestrato Andreotti. Naturalmente non eravamo tutti d’accordo. Non è che Berlinguer non concedesse chissà che cosa rispetto ai socialisti, e dunque bisognava scegliere loro. I socialisti erano andati nell’altra direzione. Berlinguer non è che fosse moroteo. Pensava – e in questo s’incontrò con un pensiero analogo di Moro, come diceva Moro ai suoi – il destino non è più nelle nostre mani. Se volevamo portare a compimento una trasformazione dell’Italia dovevamo ripartire dal basso. Ridare la parola alle grandi masse, quindi a un grande incontro fra le masse di sinistra e quelle cattoliche. Non bastava cambiare governo, ma risuscitare lo spirito che c’era stato nella resistenza. La penso così, io sono diverso da altri. Rispetto moltissimo Giorgio Napolitano, che non la penserà così».

All’epoca aveva già compreso Pier Paolo Pasolini? Si riconosceva nell’ossessione pasoliniana per un potere che non ha più antidoti che lo possano contenere, per la penetrazione della società dei consumi là dove non era riuscito neanche il paleofascismo?

«Ho conosciuto poco Pasolini, ma non l’ho mai considerato arretrato o banalmente nostalgico delle lucciole. Coglieva una cosa che coglievo anch’io. La società di massa, che è la società della comunicazione, che cambiava in profondità la cultura. Lui era Pasolini, molto apprezzato. Quando è stato assassinato sono stato alle notizie di allora. Poi non è così, questo è un paese strano, possibile che non c’è mai un delitto di cui si sa, in cui si arriva. Non so».

Lei scrive: «Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso». Un debito, aggiungeremmo, che nessun uomo onesto può ripagare. In quanto parte della classe dirigente ha mai avvertito una quota di corresponsabilità?

«Sì, avverto il peso di questa eredità. Quella del debito è una tragedia di cui la classe dirigente che ha governato dovrebbe assumersi tutte le responsabilità. A cominciare da Craxi. All’epoca ero responsabile economico ed ero amico del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. L’Italia fino a Craxi non ha avuto un grande debito. So benissimo come è stato formato il debito, facendo pagare le tasse a pochi, aumentando le spese e costruendo su questo delle fortune politiche. Il salto del debito dal 30-40% a superare il 100% è avvenuto negli anni Ottanta. Dopodiché ha continuato ad accumularsi un debito così alto, perché la nostra crescita è ferma da trent’anni».

Parri definì la lettera di Giaime Pintor al fratello il documento più alto e nobile della Resistenza. C’è un passaggio molto intenso nel libro, quando lei rievoca quella lettera e l’incontro con Luigi Pintor, che venne a casa sua con l’animo stravolto. «(…) Quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo».

«La politica non come manovra, ma come consapevolezza di una missione, un compito che va oltre l’immediato. La politica non riducibile soltanto al qui e ora, che ha bisogno anche di una sua componente utopica. Decidemmo di vendicarlo. Chiedemmo al Pci, attraverso un canale clandestino, di essere arruolati nei Gap, il ristrettissimo gruppo di combattenti che sotto la guida di Giorgio Amendola organizzavano a Roma gli attentati, le sparatorie e i sabotaggi che tutti sanno, per esempio via Rasella. Ma di questo non voglio parlare. Ridefinire poi il comunismo italiano come lo strumento originale capace di far leva sulle masse profonde per rendere inscindibile il nesso tra società e politica, tra la cultura, la democrazia e il socialismo».

Mi racconta la bellezza della politica?

«Qualcuno dei leader di oggi sogghignerà se dico che, dopo la Liberazione, il sentimento che mi dominava era un bisogno lancinante, una vera e propria fame di ritrovare la gente, il popolo italiano, non più quello delle adunate. Il desiderio di conoscere i luoghi dove lavorava, la fabbrica, la geografia delle città. Avevo fame dell’Italia vera. C’entrava poco il mito sovietico. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea. Rivoluzione? Una parola troppo grossa. Si parlava molto però, e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale del paese. Il mio amico, Pietro Ingrao, è stato per me la scoperta della passione politica, non come professione e orizzonte irraggiungibile bensì consapevolezza della propria vita. Abbiamo cominciato che lui era capo cronista dell’Unità. Le inchieste nelle borgate romane, lo stare in mezzo alla gente. Il lavoro con le case editrici, penso a Laterza ed Einaudi. La più grande passione laica, la fusione tra politica e vita»

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Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek https://minimaetmoralia.it/interviste/quello-succede-turchia-intervista-pinar-selek/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quello-succede-turchia-intervista-pinar-selek/#comments Tue, 17 Jan 2017 07:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33390 «Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l'inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l'uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l'unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c'è stato».

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pinarselek

«Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l’inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l’uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato».

All’età di 9 anni il colpo di stato del 12 settembre 1980 le ha sottratto il padre, arrestato insieme a centinaia di migliaia di oppositori, che trascorse cinque anni in carcere. Nell’ambito delle sue ricerche sulla questione curda le è toccata la stessa sorte, poiché Selek realizzò alla fine degli anni Novanta una sessantina di interviste in Kurdistan, Francia e Germania. L’11 luglio 1998 è arrestata dalla polizia a Istanbul, accusata di complicità col PKK, e dopo il sequestro del materiale attinente alla ricerca, torturata affinché confessasse i nomi dei propri contatti. Mantenne, tutelò la segretezza delle fonti, e nella prigione Ümraniye venne a sapere dalla televisione dell’accusa di essere associata all’attentato terroristico dello Spice Bazaar, avvenuto un mese e mezzo prima. Il processo non è chiuso, malgrado le tre assoluzioni pronunciate. Selek è costretta di vivere in esilio dal 2009, ora in Francia.

Negli ultimi mesi è stata in prima fila nel chiedere la liberazione dell’amica scrittrice Asli Erdoğan, alla quale è stato ritirato fisicamente il passaporto, che a sua volta si era esposta pubblicamente per Selek. La prossima udienza del processo che vede imputata Erdoğan, insieme ad altre dieci persone, si terrà il 14 marzo. Uscita dal penitenziario femminile di Bakirköy, a Istanbul, dove era reclusa dallo scorso agosto, beneficia dal 29 dicembre del regime di libertà provvisoria.

«Nella mia vita ora c’è una grossa macchia nera e l’unico modo per affrontarla è la scrittura – dice Asli Erdoğan, intervenuta via Skype all’anteprima milanese di Tempo di libri –. Viviamo in un momento in cui bisogna chiedersi cosa significhino le parole reato, diritto, colpa, condanna, libertà, innocenza; tutte parole che in Turchia sono rimesse in discussione. Mi hanno pesato moltissimo l’incriminazione e la carcerazione del tutto ingiuste e infondate, fuori dal diritto, legate a una mia manifestazione di solidarietà e a motivi politici».

Erdoğan non crede che la nuova udienza sarà l’epilogo della vicenda giudiziaria. Dei capi d’imputazione contestati permane quello di propaganda terroristica. È sostanzialmente accusata per aver espresso la propria solidarietà al giornale filo-curdo Özgür Gündem, col quale in passato ha collaborato la stessa Selek.

Nel mese di marzo a Milano nella grande area verde del Monte Stella, dove è situato il giardino dei Giusti di tutto il mondo, verrà piantato un albero col nome di Selek. Nel giardino ogni anno vengono piantati nuovi alberi per onorare gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, testimoniato contro i tentativi di negare i crimini perpetrati.

Selek, è possibile comparare la sua complessa vicenda giudiziaria con quella che coinvolge Erdoğan?

«Non è la stessa cosa, ma ci sono dei punti in comune senza dubbi. Vogliono punire gli intellettuali che si impegnano nella dimensione pubblica, civile. Le punizioni sono varie e non riservate solamente alle personalità più esposte come me e Asli. Il processo penale a mio carico viene reiterato di assoluzione in assoluzione da 18 anni, ed è divenuto un caso internazionale solo dopo che ho lasciato la Turchia. Prima ero una delle tante e dei tanti perseguiti per la libera manifestazione del proprio pensiero. I libri di Asli sono tradotti in francese e italiano, dunque la si legge e conosce. Moltissime persone come noi sono in prigione, torturate o uccise e fuori dal paese nessuno sa il loro nome. In fondo siamo due piccoli punti noti in quadro repressivo purtroppo vasto».

In che modo il processo è stato protratto per diciotto anni?

«La mia esperienza è stata un po’ particolare e ancora non è finita, si protrae da tanto tempo. Il processo è difficile perché sono stata accusata di aver compiuto un attentato, sbattuta con questa incriminazione infamante in prima pagina dalla stampa. Dopo l’arresto mi hanno torturata, ho trascorso due anni e mezzo in prigione senza che la pubblica autorità ammettesse che era a causa del mio lavoro accademico, universitario di ricercatrice, ma adducevano altre ragioni in tutta evidenza fittizie. Il processo può andare così a lungo, perché perdura e si riproduce la medesima struttura di potere che lo anima. Risulto sempre assolta, tuttavia la necessità è di non archiviare il caso. Quando diventi veramente un simbolo come me, non lo possono permettere. L’essere conosciuta a livello mediatico ti protegge e al contempo assumi tuo malgrado il ruolo dell’icona, che influisce in modo negativo ai fini della risoluzione».

Lei scriveva per il giornale Özgür Gündem, perché quelle pagine, le cronache sono così temute?

«È un giornale che fornisce notizie sulla situazione dei curdi. Non bisogna mai dimenticare che la Turchia è in guerra, e su entrambe i fronti quotidianamente ci sono dei morti. È un contesto di violenza assoluta e fino a quando non c’è la pace con la volontà bilaterale di risoluzione del conflitto, questa repressione straordinaria appare normale in un contesto bellico. Senza la discussione, la circolazione delle idee non c’è alcuna possibilità di stabilità e convivenza pacifica. Fino a qualche anno fa coltivavamo questa speranza in Turchia, perché con la violenza nulla si risolve. Ora il paese sta sprofondando in una spirale mediorientale e non solo per i curdi, per i siriani e poi gli iracheni. In questo momento non sussistono le condizioni per poter affrontare nel dibattito pubblico la questione curda».

Che cosa ricorda del giorno nel quale l’arrestarono?

«È stato l’inizio di un incubo e della resistenza. Ciò che non dimenticherò mai è la tortura, colpa delle scariche elettriche che mi hanno inflitto. Appena arrestata hanno perpetrato queste pratiche insieme alle botte, in assenza della mia volontà di delazione delle fonti intervistate per le mie ricerche e pubblicazioni. Hanno atteso non più di mezz’ora prima di torturarmi a livello fisico e psicologico. Resistenza perché non immaginavo giungessero a quel punto. Credevo potessero imprigionarmi a lungo. In Turchia, dopo la mia infanzia, tutti i principali sociologi, scrittori coscienti hanno provato la solitudine del carcere. Mio padre vi ha trascorso cinque anni. Non ritenevo di poter essere mai etichettata come una terrorista e di subire quel tipo di violenza».

L’esilio è l’unica cura efficace contro l’oppressione?

«Non penso, dipende dalle esperienze individuali. Non c’è una ricetta unica, ciascuno può decidere solo insieme alla propria coscienza. Se si cercava la giustizia in Turchia, bisognava esiliarsi, o rassegnarsi alla prigione, o ancora morire. Io non sono voluta fuggire. Ho resistito a lungo fino al 2009 pur di non lasciare la Turchia, dopo essere uscita dalla prigione nel 2002. In questo periodo ho lottato insieme a Hrant Dink, agli altri militanti, affermando che occorreva restare in Turchia. Tuttavia davanti al rischio dell’ergastolo ho maturato l’idea di partire. Non credo alle frontiere, sono immaginarie, non credo al concetto di Stato-nazione. Sono femminista, antimilitarista, libertaria e sento di appartenere a movimenti transnazionali: le lotte sono universali».

Nel libro La maschera della verità ricorda come il suo professore di lettere a scuola affermasse che le parole terrorista e armeno avessero una radice comune. È cambiato qualcosa?

«Terrorista è chi utilizza la violenza per terrorizzare l’altro e incutere la paura allo scopo di imporre le proprie idee e politiche. Anche gli Stati lo fanno. Spesso si fa un uso improprio di questa parola per squalificare dal dibattito pubblico chi contesta senza commettere delitti. Il pericolo più grave che corriamo è la legittimazione della violenza da una parte e dall’altra del fronte».

Lo Stato turco potrebbe sopravvivere al riconoscimento dei drammi e violenze del passato novecentesco?

«Il riconoscimento dei crimini commessi nel passato non ha indebolito la Germania. Al contrario dà la forza per l’avvenire. I potenti necessitano del negazionismo quanto della paura per dominare. Hanno paura della giustizia e dei suoi riflessi sul potere. Il negazionismo è decisivo per comprendere la continuità del sistema repressivo, della struttura politica repressiva in Turchia. Niente di nuovo, tutti immaginano che sia cominciato ora con Recep Tayyip Erdoğan e con le sue mire neoimperiali. Sono stata torturata diciotto anni fa e in precedenza la stessa sorte è toccata a mio padre. Bisogna capire la continuità del nazionalismo turco, la struttura nazionalista dello Stato, basandosi sul genocidio degli armeni rimosso e poi sul massacro dei curdi, sull’esclusione dei greci. Ripeto il genocidio è fondamentale per interpretare l’odierna struttura politica».

La dimensione multiculturale negata della società turca è stata distrutta senza ritorno?

«Ritengo sia già distrutta e non si possa tornare indietro, tuttavia si può creare qualcosa di nuovo, nuove ricomposizioni, il passato però non torna».

Il movimento femminista turco ha toccato già tre secoli. Qual è la condizione attuale?

«È una storia lunga, ma in realtà il movimento femminista è emerso con forza in Turchia negli anni Ottanta. Ai tempi dell’Impero Ottomano esisteva un movimento profemminista soprattutto armeno e greco, che ha perso di consistenza e peso politico dopo il genocidio. Con il Kemalismo alle donne non è stato permesso di organizzarsi, esclusa la possibilità di creazione di formazioni politiche autonome in favore di una sorta di femminismo di Stato, un’eguaglianza formale che nulla aveva a che fare con la libertà. Molte donne si dichiaravano già salve, emancipate. Il movimento femminista ha dovuto lottare contro il nazionalismo, il militarismo per dire che il femminismo era un’altra storia, che includeva tutti i rapporti sociali, la sessualità. Il movimento è emerso battendosi contro le distorsioni proprie del nazionalismo. La questione chiave è che il movimento con le sue critiche ha aperto in Turchia la strada ad altri movimenti sociali, prendendo il posto della sinistra rivoluzionaria degli anni Ottanta. Ora c’è una regressione forte, ma il movimento è diffuso, impiantato ovunque e ha sviluppato un adattamento tattico, talvolta invisibile, che definirei un radicalismo pragmatico. Sono certa che resisteremo».

La sua famiglia ha sognato il cambiamento, pagando un prezzo alto. Crede ancora alla parola rivoluzione?

«Nel mio romanzo, già tradotto in tedesco e francese che probabilmente verrà pubblicato in Italia, parlo di una mezza speranza che rende più attivi e cito sempre Gramsci: “Bisogna unire il pessimismo dell’intelligenza all’ottimismo della volontà”».

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Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/#comments Fri, 12 Feb 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29875 Cinquant'anni senza Elio Vittorini: l'intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

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elio vittorini

Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono non azzeccatissimo, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Se Picasso ha i suoi grattacapi con la Pravda[2], la grana di Vittorini assumerà le severe sembianze di Palmiro Togliatti. Fin dagli esordi, il Politecnico avrebbe dovuto decisamente agganciarsi alla linea rivoluzionaria del Pci. O almeno queste erano le intenzioni di Vittorini, che non esita a definirsi comunista; d’altro canto, Togliatti e compagnia guardano con attenzione al nucleo di intellettuali che gravita intorno alla redazione di viale Tunisia, a Milano.

Ma bastano pochi numeri della rivista per chiarire a entrambi le parti che, insomma, dev’esserci stato un equivoco. La visione politico-culturale di Vittorini è tutt’altro che ortodossa, e il suo lavoro al Politecnico – generoso, appassionato, a volte persino caotico – ne è uno specchio.  Che riflette, ad esempio, la grande fascinazione per la letteratura e il mondo americano. Uno dei suoi primi colpi è la pubblicazione a puntate di Per chi suona la campana di Ernest Hemingway[3]. Racconta: «Era il 1942 quando riuscii ad avere, via Svizzera, una copia di For whous the bells tolls. Cominciai allora io stesso a tradurlo, sapevo che presto non ci sarebbe più stato Mussolini ad impedire di pubblicarlo. Ma poco tempo dopo venni arrestato, e la mia traduzione andò perduta col testo». Poco male: la prima puntata del romanzo di Hemingway campeggia sulla rivista, accompagnata da un disegno di Renato Guttuso.

politecnico_vittorini

Non solo Hemingway, però. Sul primo numero del Politecnico, nell’elegantissimo formato ideato da Albe Steiner, c’è un pezzo di Henry Miller (titolo sibillino: L’America non è sempre il paradiso). Più avanti troveranno spazio opere o interventi di Charlie Chaplin, Walt Withman e persino di un altro zio Walt d’America, Disney in persona. Accade sul numero 20: l’articolo firmato dal creatore di Mickey Mouse («Walt Disney: la mia officina») è corredato con disegni di Paperino – definito nella didascalia un papero furente – e Topolino («Il topo ragazzo Mickey Mouse è uno dei personaggi più sconsolanti di Disney: euforico, furbo ma non troppo. Un uomo che non sa di essere un topo[4]»).

E insomma se è vero che fu il Politecnico a pubblicare le prime lettere dal carcere di Antonio Gramsci, e che in copertina figuravano pezzi come «Principio di carattere e principio di casta[5]», e all’interno saggi di Georg Luckás, d’altro canto l’ortodossia filo-Pci era ben altra cosa. La tentazione è quella di immaginare lì a Botteghe Oscure una sequela di alzatine di spalle a ogni numero del Politecnico.

Ad esempio: sin dal secondo numero Vittorini affida a Oreste Del Buono (e ad altri collaboratori) il compito di “sdoganare” il fumetto[6], con l’obiettivo di illustrare la dignità del nuovo formato: ecco i balloons con Braccio di Ferro, Barnaby o il signor O’Malley. Passano pochi giorni e Nilde Iotti censura su Rinascita la “sottoletteratura dei fumetti”, incapace di veicolare contenuti ideologici, formativi o culturali. Anni dopo, intervistato da Umberto Eco su Linus, Vittorini dirà candidamente: «Avevamo cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria, ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno spirito di fumetto c’era anche nel tipo di impaginazione che usavamo per il Politecnico».

Ma la dialettica, al Politecnico, era piuttosto vivace anche dall’interno. Franco Fortini, al fianco di Vittorini dalla prima uscita della rivista[7], tiene una rubrica intitolata Diario di un giovane borghese intellettuale. Ecco quello che compare sotto la voce 13 settembre: «Vittorini mi scrive, indignato per il mio “Kafka” “astruso e inutile”. Dice che è contro lo spirito del Politecnico. Ho telefonato, molto di malumore, a Milano, ma Vittorini non c’era […] Può darsi che sia davvero astruso e inutile, letterario e sbagliato. La buona volontà non basta, è noto. Ed effettivamente, scrivendolo, sentivo di non aver risolto quasi nulla. Ma è possibile oggi parlare altrimenti di Kafka? Non si corre il rischio, parlandone, di riprendere il tono degli innumerevoli articoli che compaiono dovunque sulla sua opera, articoli psicologico critici, mistico letterari, e francamente insopportabili?». La polemica si riferisce al numero 37: il servizio di copertina presenta “cinque inediti di Kafka”, accompagnati da due pezzi critici, uno di Carlo Bo e uno di Fortini.

La verità è che di carne al fuoco, nella cucina di viale Tunisia, ce n’era davvero tanta. È come se Vittorini – e i suoi collaboratori – non vedesse l’ora di rovesciare sulla nazione tutte le istanze represse da vent’anni di dittatura, con una miscela di curiosità intellettuale e zelo pedagogico. La rivista considera ogni linguaggio una tecnica, ma non vuole eccedere negli specialismi. Parla ai lettori in modo rigoroso ma non accademico; invita a uscire «dai compartimenti stagni dei tecnicismi e a rendere traducibili i diversi linguaggi, riconducendoli ai concreti motivi umani da cui hanno avuto origine».

Anche in questo caso, l’accavallarsi di idee e spunti rischia di generare disarmonia – e alzatine di spalle a Botteghe Oscure – eppure le intenzioni sono decisamente moderne. Ecco quanto scrive Vittorini a un suo redattore, Marcello Venturi[8], sulla struttura e sulla direzione che avrebbe dovuto seguire per scrivere i suoi reportage: «Vorrei ora impegnarti in un lavoro nuovo. […] Prendendo come esempio l’articolo sulle Puglie, desidererei che qualcosa di simile tu mi facessi su qualche paese tipico della tua zona. politecnico Come lavorano, come mangiano, come amano gli uomini e le donne di famiglie di diversi ceti sociali, le condizioni della donna e dei giovani, le abitazioni di uomini ricchi e poveri. Questo lo schema, ma tutto deve essere raccontato, vivo». E reportage del genere compariranno via via sui numeri del giornale. Italo Calvino ne firma due (Liguria magra e ossuta e Riviera di Ponente), Giorgio Caproni uno (Viaggio tra gli esiliati di Roma).

(Da rivedere la sezione dedicata alla critica musicale: con un pezzo siglato “Firmus”, il Politecnico intona il funerale del jazz, perché «appare chiaro che artisticamente parlando è stato un fenomeno assai circoscritto e di modesta portata[9]»).

Dopo tanto abbozzare e far grossomodo finta di nulla, la prima vera cannonata per il Politecnico arriva per mezzo di un articolo su Rinascita, firmato da Mario Alicata. Dirigente del Pci, intellettuale raffinato – lavorò con Giaime Pintor e Luchino Visconti – Alicata scrisse: «Bisognava lavorare a una cultura nuova, e lavorare per una cultura nuova significa riuscire a creare e diffondere un linguaggio nuovo. Orbene, il linguaggio col quale essi vogliono parlare è risultato quanto mai astratto ed esteriore: intellettualistico, insomma. Mi si chiederà che cosa intendo per intellettualismo. Ecco, per esempio secondo me è intellettualismo giudicare “rivoluzionario” e “utile” uno scrittore come Hemingway, le cui doti non vanno al di là d’una sensibilità da “frammento”, da “elzeviro”, e “rivoluzionario” e “utile” un romanzo come Per chi suona la campana,che rappresenta la riprova estrema dell’incapacità dell’Hemingway a comprendere e a giudicare (cioè, poi, a narrare) qualcosa che vada al di là d’uno suo quadro di sensazioni elementari e immediate: egoistiche».

Ora, si capisce che per Vittorini le parole “Hemingway” e “incapace” non possono comparire nella stessa frase, eppure il direttore del Politecnico prova a non cadere nella provocazione e a rispondere nel merito. E quindi, risponde: «Qui si incorre in una serie di errori. Si vede in Alicata il Partito comunista stesso».

E: «L’errore principale è di ritenere il Politecnico comunista per il fatto di essere diretto da un comunista».

E: «La politica agisce sul piano della cronaca, la cultura sul piano diretto della storia».

In un crescendo wagneriano la polemica giunge al culmine. A scrivere al Politecnico è stavolta il segretario del Pci in persona, Palmiro Togliatti. La lettera, come riferisce nel sommario Vittorini, arriva quando il giornale era “già pronto per andare in macchina”, e viene pubblicata nella sua versione integrale. L’immagine che mi viene in mente di Togliatti si sovrappone a quella di un gatto. «Ma davvero si può arrivare a un punto tale per cui una rivista comunista non potrà esprimersi criticamente a proposito di una pubblicazione culturale fatta da comunisti, senza che s’apra la ridicolissima campagna sulla nostra intolleranza, sul soffocante controllo che noi pretenderemmo esercitare sopra le attività intellettuali?».

E: «La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione!».

E: «Quando il Politecnico è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia […] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, a una astratta ricerca del nuovo, del diverso, del sorprendente».

E: «A noi rincrescerebbe che il Politecnico non riuscisse a fare opera di rinnovamento. Il nostro voleva essere più che altro un richiamo alla serietà del compito che vi sta davanti».

E il punto che preferisco, dove sul finire della frase Togliatti incontra Edgar Allan Poe: «Negli ultimi tempi del fascismo, ci furono tentativi di reazione al cretinismo ufficiale; ma anch’essi scarsamente efficaci, perché mancanti di unità e anche di serietà, tanto che si esaurirono nell’attività intermittente, come un fenomeno di fuggevole fosforescenza sopra un corpo in decomposizione, di piccoli gruppi slegati l’uno dall’altro».

Vittorini scrive sul numero 35 un’accorata risposta al segretario del Pci, Suonare il piffero per la rivoluzione?, il cui culmine arriva in questi due passaggi, a): «Se Hemingway, mettiamo, si compromette politicamente, noi potremo considerare nemica la sua persona, ma i suoi libri non sono nemici, sono ancora nostri amici[10], e io ho molto in contrario a vederli rifiutati come letteratura della borghesia reazionaria»; e b): «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre».

Ma a quel punto il destino del Politecnico, che già non era in una fase diciamo espansiva, è segnato. In una lettera inviata a Italo Calvino nel 1956, Vittorini scrisse: «Se qualcosa di pubblico mi piacerebbe di fare, di questi tempi, non sarebbe di dirigere un Politecnico, ma di tornarmene in Sicilia e mettere in piedi un quotidiano[11]». Eppure, Vittorini, che impeto, e quanta libertà, possiamo ancora ritrovare sulle pagine di quella tua rivista.

 

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[1] Opinione sua.

[2] E non sarà l’unica volta: qualche anno dopo il PCUS non gradirà un suo ritratto commemorativo del compagno Stalin.

[3] «Più importante di Joyce e Proust, è lo Stendhal dei nostri giorni».

[4] Di fianco all’intervento di Disney ecco il pezzo «Come si studia la storia nell’U.r.s.s.»

[5] Esattamente, “casta”.

[6] Con un pezzo intitolato «Il mondo a quadretti».

[7] E per esempio nel numero doppio 33/34 ha scritto un saggio bellissimo sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

[8] Partigiano, giornalista all’Unità, futuro direttore della collana Universale economica Feltrinelli. Così lo introduce Vittorini: «Marcello Venturi è un altro giovane che non ha mai pubblicato un rigo. Un altro scrittore del Politecnico. È toscano delle parti di Lucca. Suo padre è ferroviere».

[9] Il pezzo è del 1946. Nel 1965 John Coltrane pubblica A love supreme.

[10] I libri sono degli amici. E Vittorini ancora in difesa di Hemingway: «Giuseppe Mazzini, per citare un esempio illustre, scrisse che Leopardi era un poetucolo decadente al paragone del grande poeta civile G.B. Piccolini».

[11] Quando Vittorini lascia il Pci, Togliatti non rinuncia a un’ultima stoccata e con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia fa uscire su Rinascita un pezzo intitolato Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato: «A dire il vero, nelle nostre file pochi se ne sono accorti. Pochi si erano accorti, egualmente, che nelle nostre file egli ci fosse ancora. Vittorini? Sì, era stato accanto a noi nel combattimento contro la tirannide interna e l’invasore straniero. Come tanti altri. Né meglio, né peggio, dicono […]. Fondò una rivista che finì per scontentare tutti perché conteneva di tutto e non conteneva nulla […]. (Scrisse libri) di cui è difficile parlare, perché è a tutti difficile trovar la pazienza di leggerli sino alla fine. Nei precedenti, almeno, qualcosa c’era […] Vittorini pensa che rimanga, per lui e per gli altri, la libertà. Ma già ragiona, egli stesso, come uno schiavo».

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Le belle bandiere e la sinistra senza trattino https://minimaetmoralia.it/interventi/le-belle-bandiere-e-la-sinistra-senza-trattino/ https://minimaetmoralia.it/interventi/le-belle-bandiere-e-la-sinistra-senza-trattino/#comments Wed, 11 Nov 2015 06:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29056 Pubblichiamo un intervento di Ilda Curti, assessore della città di Torino dal 2006, collaboratrice della rivista Gli Stati Generali e membro della Direzione nazionale del Partito democratico. È ricercatrice associata dell'Università di Aix-en-Provence (Nella foto, migranti a Torino: fonte immagine).

di Ilda Curti

Sono una donna di sinistra. Qualsiasi cosa voglia dire oggi, mi riconosco nelle bandiere, nelle parole, nelle scelte di campo. Nelle canzoni, nei simboli, nella storia. Nell’essere partigiana.

Sono una potenziale elettrice e una potenziale militante di tutto quello che sta a sinistra del PD attuale. Tuttavia mi interrogo – e interrogo – sul perché appartengo alla minoranza di sinistra dentro il PD e provo un senso di stanchezza appena lambisco le belle bandiere sventolate da quella sinistra al di fuori – che pure sono le mie – e per le occasioni sprecate che stanno dietro a quelle belle bandiere.

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Pubblichiamo un intervento di Ilda Curti, assessore della città di Torino dal 2006, collaboratrice della rivista Gli Stati Generali e membro della Direzione nazionale del Partito democratico. È ricercatrice associata dell’Università di Aix-en-Provence (Nella foto, migranti a Torino: fonte immagine).

Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.

La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini, 1961

 

di Ilda Curti

Sono una donna di sinistra. Qualsiasi cosa voglia dire oggi, mi riconosco nelle bandiere, nelle parole, nelle scelte di campo. Nelle canzoni, nei simboli, nella storia. Nell’essere partigiana.

Sono una potenziale elettrice e una potenziale militante di tutto quello che sta a sinistra del PD attuale. Tuttavia mi interrogo – e interrogo – sul perché appartengo alla minoranza di sinistra dentro il PD e  provo un senso di stanchezza appena lambisco le belle bandiere sventolate da quella sinistra al di fuori – che pure sono le mie – e per le occasioni sprecate che stanno dietro a quelle belle bandiere.

Parliamo degli sfridi: quelle scale di grigio che impediscono di avere davanti la scacchiera dei buoni e dei cattivi, dei bianchi e dei neri, degli indiani e dei cow-boys. In un mondo globalizzato, iniquo, dalle disuguaglianze accentuate e i centri di potere delocalizzati, non basta rinchiudersi nelle rassicuranti categorie del ‘900. Forse dobbiamo andare a ritroso, rispolverare Karl Marx  spogliandolo della poderosa influenza hegeliana di filosofia della storia che si fa carne e progetto di società. Perché non  possiamo dimenticare l’acuta analisi di Bauman sul futuro liquido, sulle vite di scarto, sulla società frammentata e priva di soggetti che si riconoscono come classi sociali e quindi, come tali, capaci di entrare in un rapporto dialettico, conflittuale o antagonista con il potere. Dobbiamo ricordarci delle visioni apocalittiche di Ballard di Millenium People: la rivolta dei forconi ce ne ha dato un assaggio. Lì non c’era rivoluzione, ma rivolta senza politica.

Ridisegnare la scacchiera del potere, dei potenti, di chi sta sotto e di chi sta sopra significa farsi permeare dalla contemporaneità, adottare dei codici alfabetici che ci consentano di capire dove siamo, cosa siamo e quale visione di società esprimiamo. Per il futuro, per i prossimi 20 anni. Per le generazioni che verranno. Significa rispondere alla domanda “so what?”, e quindi? Come, con quali strumenti, con quali risorse, attrezzi, modalità, con quali processi politici e con quali soggetti sociali affrontiamo la sfida.

Soprattutto non possiamo ignorare il concetto di egemonia culturale che Gramsci ha regalato alla sinistra italiana e mondiale.  Un concetto che ha permeato la storia della sinistra del ‘900 e che ha permesso al PCI e a tutto quello che gli stava intorno o di fianco di essere, per decenni, quel laboratorio di complessità e di dialettica, scontro e crescita,  conflitto e pacificazione tra intellettuali, classe operaia, proletariato e società diffusa.

Il concetto di egemonia culturale mi permette di introdurre un tema a me caro: quello della pedagogia della complessità, quel compito difficile e faticoso che implica il corpo-a-corpo, la pugna, il continuo scontro e confronto con gli sfridi, le scale di grigio, le contraddizioni che nella scacchiera delle nostre città, dei nostri territori, ribalta e confonde il quadro dei buoni e cattivi mischiando le carte in continuazione.

Sventolare da soli le proprie belle bandiere – appagati dallo stare dalla parte giusta e buona del mondo – aumenta il divario, scava muri invalicabili, non fa cambiare idea a nessuno, non ci salva dal baratro di ferocia e ineguaglianza a cui siamo destinati, come società europee e locali.

Quando nelle assemblee di abitanti di case popolari i nostri vecchi compagni – onestamente a sinistra da sempre – ci urlano di riaprire i forni per zingari e immigrati non vale dire che sono razzisti o che manca integrazione, o che è colpa di questo o quello  mentre si discetta di beni comuni in un locale di San Salvario. Dentro quelle urla c’è Bauman, c’è tutta la sociologia e l’antropologia  che vogliamo ficcarci dentro, c’è un male profondo che parte da lontano e sarebbe ingeneroso attribuirlo solo alla cronaca del presente. C’è la disuguaglianza e la ferocia di un mondo che cambia, di una globalizzazione che non fa prigionieri,  di un’egemonia culturale morta e sepolta, ma anche di una sinistra che sventola belle bandiere senza accorgersi che sono strappate, lacerate, ferite. Quelle urla non vanno ignorate: vanno ricucite e rammendate, senza dar loro ragione.

In questi anni nel corpo-a-corpo, negli sfridi e nelle fatiche della contemporaneità, nel fango della povertà estrema a fianco della povertà meno estrema, nel conflitto tra ultimi e penultimi, non eravamo in tanti. Anzi, eravamo proprio pochi: la platea era affollata dai corvi della destra, di quelli che entrano con le taniche di benzina nei fuochi del conflitto sociale. A spegnere gli incendi eravamo pochi, soli, lottatori inzaccherati di fango che tentavano di instillare buon senso, razionalità. Ci siamo riusciti, talvolta: abbiamo rammendato qualche strappo sapendo che altre mani e altri aghi sarebbero stati necessari. Tra i giovani disoccupati di Vallette, i rifugiati del Pakistan, tra gli abitanti di Falchera a contatto con i campi rom, tra la rivolta di alcuni abitanti di Barriera al mercato di libero scambio – che è una risposta sociale, razionale e politica alla povertà italiana e straniera – non eravamo in tanti che, a mani nude e con la bussola etica ben presente, pugnavamo nel fango.

L’accademia benecomunista ci impartisce e dispensa lezioni, ci spiega chi sono i buoni e chi sono i cattivi, sventola belle bandiere ma non ci offre ne’ ago ne’ filo per rammendare e ricucire le nostre comunità lacerate. Scivola con mirabilia dialettica alla domanda; so what? Ci lascia soli nella pugna.

Mette tutti noi dalla stessa parte – i cattivi a trazione renziana – e così facendo impugna belle bandiere appena uscite dalla lavanderia, sposta l’asticella più in la, sta dalla parte giusta e buona del mondo e dimentica che senza egemonia culturale non c’è sinistra, non c’è visione di società e non c’è futuro.

Sono anni che aspetto il momento in cui la sinistra – quella senza trattino – accetti con coraggio la sfida della contemporaneità: sono pronta, mi interessa, ci metterei il naso e porterei le mie bandiere fruste, lacere, dalla trama assottigliata.  Le metterei  a disposizione:  per me la politica è sguardo sul mondo e sono piuttosto stanca di avere un ruolo. Quindi non competo nell’agone elettorale, tranquilli.

Desidero quel momento in cui, oltre a descrivere molto bene le responsabilità degli altri (il PD, Renzi, il Governo, i poteri forti, il turbocapitalismo, la finanza, l’Europa), inizi davvero una stagione in cui riscrivere con un nuovo alfabeto la storia che ci scorre sotto i piedi. In cui rimettere in discussione – per salvarli e riformarli e non per distruggerli – i luoghi di rappresentanza: dai partiti ai sindacati, agli organismi intermedi della società senza i quali non può esserci pedagogia della complessità e quindi nemmeno egemonia culturale.  Ma che non possono essere difesi per come sono, semplicemente perché in alcune pratiche sono indifendibili, tutti.  E mentre si sventolano le belle bandiere, gli organismi intermedi agonizzano e chi da il colpo di grazia acquista pure consenso. Con il risultato di avere da una parte il potere – invisibile, globale, nascosto, ademocratico – e dall’altra la moltitudine senza rappresentanza, senza classi, senza politica. Sola, con la rabbia e il click-mi-piace.

Sono anni che ci provo e poi sbadiglio, perché sento sempre le stesse parole e lo stesso sventolio di bandiere e sempre meno mani a sostenerle.  Spesso sempre le stesse, da anni.

Allora sto nelle mie contraddizioni: faccio la sinistra dentro il PD che mi impedisce di sventolare belle bandiere e sentirmi dalla parte buona e giusta del mondo, però provo a rammendare, ricucire, convincere qualcuno a guardarla in un altro modo. Scommetto sul fatto che dopo Tony Blair è arrivato Jeremy Corbyn e nel frattempo a nessun labourista cockney di stampo trozkista è venuto in mente di fondare un nuovo partito.

Continuerò nella mia vita ad essere una elettrice ed una militante di sinistra– perché “la dimensione dannata della politica”, scrive Edgar Morin, è come una pelle e non si può strappare. Lo sarò a prescindere, dal ruolo e dalle posizioni. Perché la passione politica è come un diamante – è per sempre – mentre il ruolo politico e istituzionale deve essere a tempo determinato. E spero, prima o poi, di non provare più questa noia amara e triste nel vedere quante occasioni si sono sprecate. E non sempre per colpa degli altri. Continuerò a cercare di far ridiventare stracci le belle bandiere.

 

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I muli della vergogna https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/ https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/#comments Fri, 26 Jun 2015 12:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27558 Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d'esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l'autore e l'editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

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portella

Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d’esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l’autore e l’editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

Ma le loro erano soprattutto storie di ribellione. Andare a cercarsi il proprio futuro da un’altra parte del mondo era stata una forma di disubbidienza, una protesta contro il destino di miseria e di ingiustizia che gli toccava nell’isola e che si configurava come una consegna all’umiliazione cronica e senza rimedio. E a volte una disubbidienza maggiore era pure tornare, per ripartire magari qualche anno dopo.

Mi raccontavano storie di viaggi, quindi, ma anche di resistenze: i piroscafi sull’Oceano, le lotte contadine, la propaganda antifascista. Ce n’era una che mi ripetevano spesso: la storia di un presidente della Federterra di Piana degli Albanesi, che nel 1921 fu ucciso dalla mafia: uno sulla cui tomba avevano scritto soltanto Lenin, e che alla figlia aveva dato il nome di Rosa Lussemburgo, Rosa Lussemburgo Stassi, in memoria della rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg…

Da ragazzo, credevo che le inventassero per impressionarmi, ma non aveva importanza perché erano più avvincenti dei romanzi di Salgari. Finché, molti anni dopo, all’università – studiavo storia del Risorgimento – il mio cognome lo trovai per davvero in un libro dello storico inglese Eric Hobsbwam che si intitolava I ribelli. Fu come il recupero di una prova fossile, a distanza di tanto tempo. Hobsbwam lo segnalava, insieme ad altri cognomi di Piana degli Albanesi (Matragna, Schirò, Barbato) come quello delle famiglie più indomite della zona che avevano partecipato alle rivolte dei Fasci siciliani alla fine dell’Ottocento[1], sottolineando tuttavia che Piana degli Albanesi era considerata un focolaio di ribellione già molto prima del 1893, tanto che Trevelyan l’aveva definita “la roccaforte della libertà nella Sicilia occidentale”.

Una lunga tradizione, quindi, di rivoltosi, che risaliva fino alla lotta contro le armate imperiali del padiscià Murad Han e di Maometto II alla fine del Quattrocento e alla fuga dal nido delle aquile.

Quando cominciavano a parlare i miei vecchi, sembrava di sentire la voce di Maqroll il gabbiere: il tempo si confondeva, la sopravvivenza diventava una lezione, la tristezza e la rassegnazione erano fuori luogo. Ogni storia cominciava sempre con la stessa antica espressione, Sciatu meu. Così iniziò anche il primo racconto che ascoltai della strage di Portella.

Sciatu meu, la valle era tutta una giostra di bambini. Arrivavano contadini da ogni paese. Da San Giuseppe Iato, Altofonte, da Montelepre, da San Cipirello… Erano due anni dalla fine della guerra, in Sicilia quattro. Ma ancora non si sapeva in che ordine sarebbero tornate le cose. Nell’isola avevano vinto le sinistre. C’era clima di attesa, e di speranza.

A Portella, quel 1 maggio, era salito il mio bisnonno e altri zii, e da loro veniva questa testimonianza. Io ascoltavo tutta quella storia con il fiato sospeso, come se ogni volta il finale potesse cambiare. Ma quello che mi colpì da subito e che mi lasciò una traccia fu la descrizione dei muli.

Da ogni lato della montagna si inerpicavano muli. Da una parte venivano su carichi di nespole, vino, carciofi e pane. Dall’altra, nascosti tra insenature di roccia e sentieri di pascolo, risalivano il costone pieni di moschetti militari e fucili americani.

Tu i muli li vedi, e ti sembrano uguali, diceva mio padre. Invece uguali non sono. Alcuni quella mattina portavano la morte, sotto coperte di spago; altri dispensavano pane e frutta. Erano muli contrari nella dignità e nella soma.

Prima di essere un’isola, la Sicilia è stata per me una lingua e quei muli furono una delle prime M disegnate del mio alfabetiere.

Gli animali, in letteratura, hanno avuto sempre a che fare con la lingua. Quando Gregor Samsa viene trasformato in uno scarafaggio, la prima cosa che perde è il linguaggio. Presto i suoi familiari, addossati alla porta della sua stanza, non lo capiranno più. La perdita del linguaggio è la precipitazione nella condizione di alterità. Diventare un animale vuol dire entrare a far parte di un esercito silenzioso di senza voce.

Il racconto del mio bisnonno rimandava agli stessi piedi e alle stesse scarpe. Nel 1947 il mondo non era cambiato dal secolo precedente, soprattutto tra quelle montagne. E i contadini che salivano là sopra, quel 1 maggio, erano i rivoltosi di quella terra. I disertori. I disubbidienti. I senza voce. E come in un racconto perfetto, in quella Piana si compendiò la “vocazione fatale alla morte” a cui i disertori sono destinati.

Fu un punto di svolta, per tutta la storia precedente e per quella futura. Da una parte si consumò la sconfitta definitiva del movimento contadino e cominciò inesorabile e rapidissima la scomparsa di un mondo che era durato secoli. Dall’altro, si anticiparono con un facsimile perfettamente replicabile tutte le stragi che sarebbero seguite e si testò il modello di quella che in seguito sarà chiamata la strategia della tensione.

Qualche tempo prima, Gramsci aveva definito la Sicilia il paradigma della contemporaneità, e la sua espressione resta ancora validissima. Isola plurale, precisò Gesualdo Bufalino. Isola continente, isola mondo, isola della peste e non della provvidenza, metafora dell’Italia e archetipo dell’Europa. Un’isola abitata dal contrasto, sia nella natura che negli uomini: lussureggiante o secca, nera di vulcano e bianca di sale, taciturna e loquace, sanguinaria ed eroica, miscredente e devotaUn’isola dove si sono pregate tante religioni diverse e parlate decine di lingue: il greco, il latino, l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, l’arbresch, e ora tutti i dialetti dei nuovi migranti e dei nuovi profughi che risalgono dall’Africa. Un’isola lacerata dalla criminalità e dal coraggio, dal culto della morte e dalla follia del vivere, dal riserbo e dall’ostentazione, dal desiderio di fuga e dalla vocazione alla più assoluta solitudine.

In una terra così, l’identità è un’esuberanza barocca, un gioco di specchi. Il sangue è misto e impuro, le maschere si moltiplicano, i soprannomi si sostituiscono ai nomi. La realtà si trasforma in un teatro, è una recita continua, morte compresa, e il teatro diventa all’opposto uno dei pochi luoghi dove si possono togliere gli abiti di scena. La ragione si nasconde nella follia, la verità nella menzogna e nella contraffazione. Ogni alfabeto è ribaltato e sottosopra e indica il contrario.

Perché tutto nasce da un pessimismo radicale della Storia. La Storia non esiste. È un imbroglio e un’impostura.

La Storia, in una terra percorsa da sempre da eserciti invasori, non è che una solenne bugia, una frode, una scrittura privilegiata, un racconto manomesso che solo attraverso un’altra  manomissione, quella letteraria, può essere svelato. L’intera letteratura siciliana da Verga a Pirandello a Sciascia non è che questa inesauribile riflessione sulla doppiezza e sull’irrimediabile ambiguità del mondo.

Eppure proprio in quest’isola dove è impossibile definire sé stessi (tanti e diversi sono i caratteri genetici e i temperamenti dei suoi abitanti) e dove, di conseguenza, è altrettanto impossibile definire l’altro da sé, si è sviluppata la coscienza, e quasi l’orgoglio e la superbia ma anche il pudore, di una diversità. Un sentimento che rende i siciliani simili agli ebrei, sosteneva Sciascia, per un comune destino di diaspora, per essere andati fuggiaschi ed espatriati per tutti i mari della terra.

Chi da un’isola proviene, per quanto vada lontano, disegnerà tutto a forma di isola: sarà un’isola la stanza dove lavora, un’isola la famiglia in cui vive.

Portella della Ginestra, per chi non c’è mai stato, ha questa forza simbolica. E’ un valico tra due montagne: brullo, con il sasso Barbato, il sasso da cui parlavano gli oratori sin dall’epoca dei fasci siciliani. Un luogo dove fioriscono solo le ginestre. Quella strage su un popolo inerme e in festa fu il battesimo della nostra Repubblica, il primo mistero d’Italia, che tanti processi – e il primo e il più importante si svolse a Viterbo, dove sarei andato a vivere – non hanno risolto.

Ma non sapevo, non avrei mai pensato, che un giorno su tutto questo avrei sentito il bisogno di scriverci un romanzo. E che quel romanzo sarebbe stato il primo che avrei pubblicato e che una sera, a Siracusa, Vincenzo Consolo e Massimo Onofri lo avrebbero benedetto, iniziandomi alla mia avventura letteraria.

Mi accorgo adesso che il primo personaggio di quella storia era un uomo che ha la malattia della balbuzie: non riesce a terminare una frase se non scrivendo perché soltanto così nessuno lo interrompe o si mette a ridere. È un fuori norma anche lui, un errore per la società. Un barbaro, nel senso originario del termine. L’etimologia di bàrbaros (βάάρβαρος) è infatti «balbettante»: indicava gli stranieri che non sapevano parlare in greco. Il primo criterio di definizione di «straniero» non è legato quindi a una differenza fisica, antropologica o geografica, ma all’uso della lingua. La lingua è la mappa del territorio, è il confine e il valico, l’aggressione e la discordanza, e ogni guerra di conquista non è altro, in definitiva, che una guerra per imporre la propria lingua. Per questo l’altro va cercato nella voce incerta, nella parola irregolare. Se la scrittura è la lingua di chi balbetta, più estesamente la letteratura è la lingua dell’Alterità.

In carcere, il mio contrabbandiere scriverà una storia dove la verità è una maschera ambigua e sfuggente, un filo di fumo, come tutte le storie della sua isola. Successivamente la riforma agraria si fece, ma fu una specie di truffa: i grandi latifondisti divisero le loro proprietà intestandole a famigli e prestanome, mantenendone quindi il possesso grazie anche all’opera di avvocati solerti e ben pagati che non persero tempo e sapevano come depositare gli atti di proprietà. Ai contadini andarono le terre che non si potevano coltivare, le pietraie… in molti ci provarono, andarono sulle montagne, ma fu impossibile ricavarci qualcosa. E questo generò una grande ondata migratoria verso l’America, di nuovo, o le fabbriche in Germania, in Belgio e poi nel Nord Italia. Emigrazione che oltre ai contadini coinvolse pure i minatori: negli anni cinquanta chiusero in Sicilia anche molte miniere di zolfo. Io sono il prodotto di tutta questa catena di conseguenze. La mia famiglia abbandonò la Sicilia alla fine di quel decennio. Ma è a quei muli che non ho mai smesso di pensare. Fratelli nella fatica ma opposti nel carico: i primi con la frutta e il pane, gli altri con le armi.

Erano loro il vero obiettivo da colpire. Giuliano e la sua banda non erano stati assoldati solo per sparare sui “comunisti” il giorno della festa dei lavoratori, il 1 maggio 1947, ossia sui contadini e sulle loro famiglie. Li avevano pagati per corrompere e inquinare per sempre il dialetto asinino della sofferenza e uccidere un simbolo secolare.

Per questo è così triste la morte di quegli animali.

I primi a cadere sono i muli della frutta. Li avevano disposti a siepe, alla base del campo. Il manto gli si colora di rosso, le ginocchia si piegano, sulla terra livida si spargono nespole e carciofi. Dopo di loro stramazzano i cavalli, sollevando intorno un nuvolone di polvere e nitriti. I cani danno in smanie, la gente s’impietra, stordita, incredula, poi qualcuno s’accascia: un ragazzo, una bambina, la massa ondeggia, colpita, si rompe, le donne gridano, grida il falegname dal suo masso, grida il maresciallo, grida mio padre, chi fugge nelle scarpate, chi sui costoni, chi si stende tra le rocce. Alla fine si conteranno undici morti e ventisette feriti. Uno che si chiamava Provvidenza (nome verghiano per eccellenza) perderà vista e parola.

 


[1] Eric J. Hobsbawm, I ribelli, Torino, Einaudi, 1980, p. 130.

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Retorica della ripartenza e immaginazione del tempo nuovo https://minimaetmoralia.it/arte/retorica-della-ripartenza-e-immaginazione-del-tempo-nuovo/ https://minimaetmoralia.it/arte/retorica-della-ripartenza-e-immaginazione-del-tempo-nuovo/#comments Thu, 06 Nov 2014 14:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24070 Questo articolo è apparso, con il titolo redazionale Ripartenza e tempo nuovo. Gian Maria Tosatti e Antonio Gramsci, su Artribune. (Immagine: Gian Maria Tosatti, My dreams they'll never surrender)
All’identità storica e culturale dell’Italia fascista, che si supponeva (e si suppone) monolitica, si contrapposero diversi punti di vista narrativi sulla realtà italiana così come essa si era andata costruendo nel passato recente e come si stava sviluppando nel presente.

A loro volta, questi punti di vista furono in grado di generare racconti differenti del Paese, gli autentici punti di origine del futuro immediato: oltre a quelli elaborati dagli intellettuali esiliati (“Giustizia e Libertà”, “Lo Stato operaio”), soprattutto quello elaborato in carcere da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni che, composti tra 1929 e 1935 (l’autore muore nel 1937), videro la luce solo fra 1947 e 1951. In Gramsci c’è “un costante assillo di partire dall’esperienza di una grande sconfitta per cercarne le ragioni, per scoprire le insufficienze di uno schema di rappresentazione della realtà rivelatosi inadeguato, per congetturarne i mutamenti di posizione necessari”(P. Spriano, Introduzione a A. Gramsci, Scritti politici, Roma 1967, p. XXXVIII).

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Gian Maria Tosatti My dreams they'll never surrender (2014) Castel Sant'Elmo Napoli_veduta dell'installazione

Questo articolo è apparso, con il titolo redazionale Ripartenza e tempo nuovo. Gian Maria Tosatti e Antonio Gramsci, su Artribune. (Immagine: Gian Maria Tosatti, My dreams they’ll never surrender)

La ricerca (…) è di storia della cultura e non di storia  letteraria, meglio di storia letteraria in quanto parte e aspetto di una più vasta storia della cultura.

Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale

All’identità storica e culturale dell’Italia fascista, che si supponeva (e si suppone) monolitica, si contrapposero diversi punti di vista narrativi sulla realtà italiana così come essa si era andata costruendo nel passato recente e come si stava sviluppando nel presente.

A loro volta, questi punti di vista furono in grado di generare racconti differenti del Paese, gli autentici punti di origine del futuro immediato: oltre a quelli elaborati dagli intellettuali esiliati (“Giustizia e Libertà”, “Lo Stato operaio”), soprattutto quello elaborato in carcere da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni che, composti tra 1929 e 1935 (l’autore muore nel 1937), videro la luce solo fra 1947 e 1951. In Gramsci c’è “un costante assillo di partire dall’esperienza di una grande sconfitta per cercarne le ragioni, per scoprire le insufficienze di uno schema di rappresentazione della realtà rivelatosi inadeguato, per congetturarne i mutamenti di posizione necessari”(P. Spriano, Introduzione a A. Gramsci, Scritti politici, Roma 1967, p. XXXVIII).

I Quaderni dunque si dispongono a un’immane operazione intellettuale: filtrare una quantità sterminata di materiali culturali elaborati dall’Italia postunitaria e borghese, alla ricerca delle radici del presente e delle ragioni profonde di questa sconfitta. Che, insieme al luogo fisico e mentale in cui essa viene elaborata – il carcere: lo spazio e il tempo della prigionia – diventano i generatori di un nuovo, inedito punto di vista sulla realtà italiana. Al monolite distopico del totalitarismo realizzato, il “cervello a cui per vent’anni bisogna impedire di funzionare” (la frase fu pronunciata dal pubblico ministero Michele Isgrò durante la requisitoria finale del processo contro Gramsci, nel 1928) è in grado, da solo, di opporre un intero mondo immaginario e culturale perfettamente coerente, fatto di narrazioni intrecciate tra loro in maniera articolatissima, di temi attuali e soprattutto di un punto di vista: di uno sguardo.

Ancora oggi – forse più che negli anni Trenta e Cinquanta – si tratta di far funzionare il cervello, e i cervelli. Si tratta di attivare processi mentali, immaginativi, creativi che sono stati troppo a lungo sopiti, sedati. Per vent’anni, ancora.

Come si immagina un tempo nuovo per la nazione. Immaginazione sotterranea, che sotterraneamente scorre rispetto all’attuale retorica della ripartenza.

***

E allora, un’opera nuova parte dalle premesse delle altre opere che la circondano e che occupano il suo tempo e il suo spazio, e le modifica: come afferma Frank Underwood, “se non ti piace come sono disposte le carte sul tavolo, ribalta il tavolo”. My dreams, they’ll never surrender (2014) di Gian Maria Tosatti a tutta prima si presenta come un’opera ambientale con forti richiami, da una parte all’estetica poverista anni Sessanta-Settanta, dall’altra a un modello specifico – il leggendario The Weather Project (2003) di Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra. Da questi riferimenti, però, l’opera di Tosatti si discosta in maniera decisa e percettibilissima: oltre al forte impatto emotivo e visivo con questo ambiente, oltre all’umile sole di latta che riverbera la luce artificiale del faro e al desolato, commovente campo di grano, c’è tutto quello che non si vede e che sostanzia questo lavoro.

My dreams,… ha vinto il concorso per l’opera permanente a Castel Sant’Elmo: ciò vuol dire che non solo essa rimarrà, occupando quello spazio attraverso il tempo, ma che riflette nel suo stesso funzionamento interno su quello che realmente rappresenta e vuol dire questa “occupazione” (fisica, mentale, artistica). L’enorme cisterna è l’unico luogo dove non arriva – non è arrivato e non arriverà – nemmeno un raggio di sole: è la prigione, lo spazio concentrazionario per eccellenza. La chiusura di ogni orizzonte e di ogni opportunità– qualcosa con cui in Italia, nell’ultimo decennio in special modo, abbiamo singolarmente familiarizzato.

È esattamente questa chiusura che può generare, nelle condizioni giuste, una nuova visione e un nuovo progetto: l’immaginazione del tempo nuovo.

L’opera avrebbe potuto essere realizzata in un qualunque materiale indistruttibile, non deperibile: e sarebbe allora ricaduta quasi certamente nel terreno della retorica e dell’autocelebrazione, dando corpo e visione a un’immagine del Paese che si discosta dal suo presente; a una rappresentazione culturale che, come quasi sempre avviene, consola e assolve invece di incidere il tessuto della realtà. Queste centomilaspighe di grano, invece, marciranno negli anni a meno che qualcuno non decida di “aver cura”: e se nessuno si preoccuperà di tenere vivo questo lavoro, la sua “morte” non sarà una vera scomparsa, ma una forma più sottile e inquietante di vita. Una non-vita. L’esatta percezione, la rappresentazione fedele di quello che stiamo diventando; non solo di come una comunità nazionale esperisce e vive il proprio rapporto con l’arte e con la cultura, ma di come negli ultimi anni siamo scivolati e stiamo ancora scivolando in una dimensione estranea e sconosciuta di esistenza.

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Forza Gramsci! Le tentazioni di Santanchè e il destino de “L’Unità” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/forza-gramsci-le-tentazioni-di-santanche-e-il-destino-de-lunita/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/forza-gramsci-le-tentazioni-di-santanche-e-il-destino-de-lunita/#comments Thu, 24 Jul 2014 05:39:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22428 di Sara Ventroni

“L’Unità non deve morire”, il thriller dell’estate. La trama? C’è uno storico quotidiano di sinistra che rischia di chiudere. Migliaia di lettori mandano messaggi di solidarietà ma nessun capitano coraggioso corre in soccorso. Intanto, il più grande partito di centrosinistra volge altrove lo sguardo. A quel punto un’imprenditrice di destra – con molta mascella e senza scrupoli - minaccia di comprare un pacchetto azionario: già sogna, la perfida cuneese, di stappare un Dom Perignon accavallando i tacchi sulle edizioni rilegate delle annate clandestine.

Ma non siamo in un romanzo, e la realtà sa essere più amara dell’immaginazione.

Perché l’Unità rischia di chiudere davvero, anche se la redazione è viva e il giornale – come è accaduto lo scorso febbraio, con l’inserto per il novantesimo compleanno – è ancora capace di andare a ruba.

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di Sara Ventroni

“L’Unità non deve morire”, il thriller dell’estate. La trama? C’è uno storico quotidiano di sinistra che rischia di chiudere. Migliaia di lettori mandano messaggi di solidarietà ma nessun capitano coraggioso corre in soccorso. Intanto, il più grande partito di centrosinistra volge altrove lo sguardo. A quel punto un’imprenditrice di destra – con molta mascella e senza scrupoli – minaccia di comprare un pacchetto azionario: già sogna, la perfida cuneese, di stappare un Dom Perignon accavallando i tacchi sulle edizioni rilegate delle annate clandestine.

Ma non siamo in un romanzo, e la realtà sa essere più amara dell’immaginazione.

Perché l’Unità rischia di chiudere davvero, anche se la redazione è viva e il giornale – come è accaduto lo scorso febbraio, con l’inserto per il novantesimo compleanno – è ancora capace di andare a ruba.

Sull’orlo di un esaurimento nervoso, l’Unità va esaurita nelle edicole: così, con un paradosso di fine luglio, rischia di finire in malora la storia di un quotidiano che ha ancora molto da raccontare.

In questa faccenda manca la logica. Se fosse un romanzo, diremmo che la trama non tiene.

In questi mesi sono stati detti e scritti mille e uno motivi per cui l’Unità non deve chiudere. Sono tutti motivi giusti. Ed è giusto ricordarli. S’è evocato lo spirito di Antonio Gramsci, e s’è ricordata – come testamento politico – la sua lettera del 1923: “Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale”.

Si sono raccontate storie, ricordi e memorie: non per nostalgia, ma per far sapere ai potenziali futuri acquirenti che la testata non è una scatola vuota. Un brand cool. Un marchio registrato con l’apostrofo.

Se oggi il nome de l’Unità ha valore di mercato è perché sotto il logo non c’è il nulla, ma un valore storico capace di attrazione sul presente. Bisogna diffidare delle contraffazioni. L’Unità ha un sapore riconoscibile. Se alteri la chimica perdi il gusto, come la Coca-Cola. Diversamente dalla Coca-Cola, però, l’Unità ha una formula segreta che tutti conoscono. Tutti sanno di cosa è composta: l’Unità, per sua natura, è di sinistra. E a novant’anni non si cambia.

Si sono raccontate, in questi mesi, le ragioni della ragione, ma non si sono dette le ragioni del Cuore, inteso come organo cartaceo, glorioso inserto della nostra adolescenza, l’I-Ching di conforto per trovare un nonsenso a questo mondo che un senso, purtroppo, ce l’ha.

C’è chi si è formato su Benedetto Croce, chi sul Manuale delle Giovani Marmotte; la mia generazione non ha fatto la guerra, ma si è inventata una coscienza clandestina sul “settimanale di resistenza umana” partorito dall’Unità.

Noi che in meno di quarant’anni abbiamo visto il Partito cambiare quattro nomi come fosse un taglio di capelli; noi che abbiamo visto morire due Repubbliche e non abbiamo fatto niente per salvarle; noi quasi-coetanei involontari di Capezzone, eravamo destinati a diventare ottimisti come dei funzionari di partito e malinconici come dei clown. Abbiamo la battuta facile e la memoria lunga. Oggi possiamo scandire i titoli come fossero decasillabi: “Scatta l’ora legale: panico tra i socialisti”. Oppure: “Il PCI cambia nome: da oggi si chiama Mario”. Parliamo di pagine indimenticabili. Perché ci vuole coraggio a ridere nel pianto, sperando di ritrovare, nel buon umore, anche il buon senso.

Ridere della propria fine imminente è sintomo di salute. È segno che si ha ancora la forza di scongiurarla, la fine. Se dunque l’Unità ha i giorni contati, è ora di passare alla satira come prosecuzione della lotta con altri mezzi. Il romanzo de l’Unità non è un noir: non c’è spargimento di inchiostro, e nessuno muore alla fine. Nemmeno il giornale. La storia dell’Unità è un’opera aperta.

Nel primo finale Daniela Santanchè si reca nella più vicina edicola e compra l’Unità per un euro e trenta. Poi passa all’abbonamento annuale.

Nel secondo finale Daniela Santanchè visita in carcere Marcello Dell’Utri portandogli in dono un quaderno vuoto dove scrivere un falso “quaderno dal carcere” di Gramsci.

Nel terzo finale Daniela Santanchè si fa la permanente e irrompe a piazza Affari gridando: “Opa e sempre, Resistenza!”

Questo articolo è uscito su “L’Unità”. Ringraziamo l’autrice.

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Una specie di guerra (II) https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra-ii/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra-ii/#comments Fri, 18 Jul 2014 14:56:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22293 Questo articolo è uscito su Artribune. Qui la prima parte.


Noi non apparteniamo a una generazione che ha vissuto o che ha memoria della ribellione.

Dobbiamo costruire, ricostruire praticamente da zero l’idea stessa - e la pratica - di questa ribellione.

Al contrario dei nostri genitori e dei nostri fratelli maggiori (ma, stranamente, come i nostri nonni), siamo nel deserto e ci troviamo a dover imparare il modo di attraversarlo. Anche dire “noi” non ha molto senso, a questo punto. Noi chi? Siamo soli, siamo sempre stati soli – e stiamo imparando sulla nostra pelle che cosa vuol dire questo “noi”. Noi chi?

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3_Pino Pascali Contraerea (1965)

Questo articolo è uscito su Artribune. Qui la prima parte. (Immagine: Pino Pascali, Contraerea)

 

Ora finalmente ero solo, padrone di me,

e avevo davanti ai miei occhi la città generosa

che mi aveva subito offerto lavoro.

Goffredo Parise, Il padrone (1965)

(…) in quella piccola città ecclesiastica, in quella

pasticceria molto cittadina, parevano piuttosto che

vestiti, anticipazioni del ballo mascherato della Gorina.

(…) Pareva di spiare in un teatro d’opera

durante la prova generale.

Alberto Moravia, La mascherata (1941)

 

Noi non apparteniamo a una generazione che ha vissuto o che ha memoria della ribellione.

Dobbiamo costruire, ricostruire praticamente da zero l’idea stessa – e la pratica – di questa ribellione.

Al contrario dei nostri genitori e dei nostri fratelli maggiori (ma, stranamente, come i nostri nonni), siamo nel deserto e ci troviamo a dover imparare il modo di attraversarlo. Anche dire “noi” non ha molto senso, a questo punto. Noi chi? Siamo soli, siamo sempre stati soli – e stiamo imparando sulla nostra pelle che cosa vuol dire questo “noi”. Noi chi?

Attorno a me continuo a vedere persone che, ognuna nel suo campo specifico e nel proprio contesto di riferimento, conducono una lotta molto dura in condizioni impervie. La maggior parte sta al massimo al galla, resistendo per il momento agli urti: quelli che sono stati e sono in grado di costruirsi una parvenza di ‘carriera’, lo fanno in realtà accettando tutta intera la situazione data e i suoi presupposti. L’ingiustizia di tutto questo.

Non c’è il minimo addestramento collettivo a resistere a questa ingiustizia, a orientare la propria esistenza verso il rifiuto di queste regole nuovissime eppure così antiche.

Qualche tempo fa, in un pub che incredibilmente era molto anni Novanta (e non una ricostruzione anni Novanta), un mio amico ha posto la questione nei termini più brutalmente semplici e al tempo stesso più lucidi: “Fino a quando potremo menare questa vita?” Esatto. Fino a quando potremo fare finta che questo tutto sommato ci sta bene, che è accettabile, che non ci possiamo fare nulla di nulla?

La solitudine è la chiave di questo momento storico. La percezione desolata – seppure oscura, monca, distratta – che quello che viviamo è un tempo distopico, dotato di colori distopici, di convenzioni distopiche, di una lingua distopica (Neolingua) e – dunque – di una cultura distopica.

(La tristezza di questa percezione.)

Che per resistere all’onda di sdegno e disgusto che monta e che ogni volta viene negata e ricacciata indietro, è stata addirittura allestita una “rivolta generazionale” che annulla il senso stesso della rivolta, una rivolta che rifiuta ogni forma di conflitto e di opposizione e di critica dell’esistente perché né è la conferma precisa e l’ultima validazione – e che altro non è se non una sostituzione su base anagrafica di figure e figurine nello schema, nella commedia, nella scena. Una simulazione, una “mascherata” basata sulla rimozione sistematica di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati. Rimandati.

***

E seguitiamo a vivere nella finzione generalizzata: a convivere con essa. La finzione muta, cambia pelle, aspetto. Ma gli italiani rimangono patologicamente affezionati ad essa: tutta intera la struttura psichica del Paese si agita, respira, opera attraverso e dentro questa finzione. Il discorso critico e autocritico non è mai un’opzione vera, reale. Affrontare, esperire, gustare e godere persino l’amarezza e la gloria del fallimento non è – e non è mai stata – una possibilità praticabile a livello diffuso. (Meglio agitare le retoriche del made in Italy, della ripartenza, dell’ottimismo-a-ogni-costo.) Installarsi nella condizione “ulteriore” è un punto di vista scomodo. L’intelligenza non serve dunque più? Persino l’impegno civile, la difesa a oltranza di un determinato sistema di valori, è recitazione, simulazione – l’ennesima parte in commedia. E in questo “fare finta” (fare l’artista, fare lo scrittore, fare il politico, fare il curatore…) si macera la vita individuale e collettiva.

“Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, perché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò che è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti. Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’” (Antonio Gramsci, Arte e cultura, in Letteratura e vita nazionale).

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Contro l’oppressione fascista che voleva ridurre l’uomo a cosa https://minimaetmoralia.it/interventi/contro-loppressione-fascista-che-voleva-ridurre-luomo-a-cosa/ https://minimaetmoralia.it/interventi/contro-loppressione-fascista-che-voleva-ridurre-luomo-a-cosa/#comments Thu, 24 Apr 2014 23:28:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20259 Con questa foto di un gruppo di partigiani fiorentini e con questo brano tratto da Passato e avvenire della Resistenza, discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, alla presenza di Ferruccio Parri, vogliamo augurare buona liberazione a tutti: buon 25 aprile!

di Pietro Calamandrei

[..] Ma fino da allora cominciò la Resistenza: contro l’oppressione fascista che voleva ridurre l’uomo a cosa, l’antifascismo significò la Resistenza della persona umana che si rifiutava di diventare cosa e voleva restare persona: e voleva che tutti gli uomini restassero persone: e sentiva che bastava offendere in un uomo questa dignità della persona, perché nello stesso tempo in tutti gli altri uomini questa stessa dignità rimanesse umiliata e ferita. Cominciò così, quando il fascismo si fu impadronito dello Stato, la Resistenza che durò venti anni. Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile.

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Con questa foto di un gruppo di partigiani fiorentini e con questo brano tratto da Passato e avvenire della Resistenza, discorso tenuto da Piero Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano, alla presenza di Ferruccio Parri, vogliamo augurare buona liberazione a tutti: buon 25 aprile!

di Pietro Calamandrei

[..] Ma fino da allora cominciò la Resistenza: contro l’oppressione fascista che voleva ridurre l’uomo a cosa, l’antifascismo significò la Resistenza della persona umana che si rifiutava di diventare cosa e voleva restare persona: e voleva che tutti gli uomini restassero persone: e sentiva che bastava offendere in un uomo questa dignità della persona, perché nello stesso tempo in tutti gli altri uomini questa stessa dignità rimanesse umiliata e ferita. Cominciò così, quando il fascismo si fu impadronito dello Stato, la Resistenza che durò venti anni. Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile. Non si combatteva più sulle piazze, dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine dalle quali fino dal 1925 cominciarono ad uscire i primi foglietti alla macchia, nelle guardine della polizia, nell’aula del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. E ogni tanto in quella lotta sorda c’era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio rincuorava i superstiti a continuare: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gobetti, Rosselli, Gramsci, Trentin. Venti anni di resistenza sorda: ma era resistenza anche quella: e forse la più difficile, la più dura e la più sconsolata.

Vent’anni: e alla fine la guerra partigiana scoppiò come una miracolosa esplosione. Lo storico che fra cento anni studierà a distanza le vicende di questo periodo, narrerà la guerra di liberazione come una guerra che durò venticinque anni, dal 1920 al 1945, e ricorderà che la sfida lanciata dagli squadristi del 1920 fu raccolta e definitivamente stroncata dai partigiani del 1945. E il 25 aprile finalmente i vecchi conti col fascismo furono saldati: e la partita conclusa per sempre.
Non bisogna credere, come qualche pietoso oggi vorrebbe per carità di patria, che gli orrori degli ultimi due anni siano stati così spaventosi solo perché il nemico era mutato: perché gli oppressori non erano più soltanto i fascisti nostrani, ma erano gli invasori tedeschi, gli Unni calati dai paesi della barbarie.
E’ vero sì, che gli ultimi due anni portano il nome di Kesselring; ma Kesselring fu l’ultimo dono che Mussolini fece all’Italia; fu l’ultimo volto di una follia che da venti anni preparava l’Italia a quell’epilogo spaventoso. Su su, regione per regione, borgo per borgo, porta per porta, la furia barbarica, chiamata in casa nostra dal dittatore impazzito, passava e livellava come una falce. […]

La Resistenza alla fine li spazzò via; ma non bisogna oggi considerar quell’epilogo soltanto come la cacciata dello straniero. Quella vittoria non fu soltanto vittoria contro gli invasori di fuori: fu vittoria contro gli oppressori, contro gli invasori di dentro. Perché, sì, veramente, il fascismo fu un’invasione che veniva dal di dentro, un prevalere temporaneo di qualche cosa di bestiale che si era annidato o si era ridestato dentro di noi: e la Liberazione fu veramente come la crisi acuta di un morbo che finalmente si spezzava dentro il nostro petto, come lo strappo risoluto con cui il popolo italiano riuscì con le sue stesse mani a svellere dal suo cuore un groviglio di serpi, che per venti anni l’aveva soffocato.

Vittoria contro noi stessi: aver ritrovato dentro noi stessi la dignità dell’uomo. Questo fu il significato morale della Resistenza: questa fu la fiamma miracolosa della Resistenza.
Aver riscoperto la dignità dell’uomo, e la universale indivisibilità di essa: questa scoperta della indivisibilità della libertà e della pace, per cui la lotta di un popolo per la sua liberazione è insieme lotta per la liberazione di tutti i popoli dalla schiavitù del denaro e del terrore, questo sentimento della uguaglianza morale di ogni creatura umana, qualunque sia la sua nazione o la sua religione o il colore della sua pelle, questo è l’apporto più prezioso e più fecondo di cui ci ha arricchito la Resistenza.

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Archeologia del futuro. Detroit e noi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/archeologia-del-futuro-detroit/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/archeologia-del-futuro-detroit/#comments Fri, 25 Oct 2013 15:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16067 L’amministrazione statale riprende a funzionare, dopo giorni di tensione sulla tenuta degli Stati Uniti il Congresso ha annunciato che il rischio di shutdown è, per ora scongiurato. Ma la chiusura forzata di alcuni pezzi d’America è già iniziata. Da qualche mese infatti è stato annunciato il fallimento di Detroit: la città fabbrica per antonomasia, che dalla catena di montaggio di Charlot a Papa Hobo di Paul Simon, da Motown a Eminem, da Aretha Franklin ai White Stripes, ha influenzato il nostro immaginario ben al di là di quanto pensiamo. Quello che (non) ricordiamo di Detroit è un viaggio che dura un secolo e ci accompagna attraverso l’ascesa e il declino del mito dell’industria come forza trainante della modernità, della felicità, del benessere condiviso, per tutti. Pubblichiamo questo articolo in occasione dell’apertura del Festival di Storia dedicato quest’anno all’American Revolution.

Il 18 luglio 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento. A 110 anni dalla fondazione della Ford, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, una grande città ha gettato la spugna. È stato il governatore dello Stato del Michigan Rick Snyder a darne l’annuncio con un video. Una decisione difficile e spaventosa, ha detto: “La città in crisi da ormai mezzo secolo non ha più la possibilità di sostenere uno standard decente di servizi pubblici, la bancarotta”, ha concluso Snyder, “è inevitabile”. Wikipedia ha immediatamente recepito la notizia e già il giorno successivo, nella sezione dedicata alla storia della città si può leggere: “Fra il 2000 e il 2010 la popolazione della città è scesa del 25%, passando dal 18° posto nella classifica delle città più popolose, al 10°. In seguito a questo fenomeno di spopolamento la città ha dovuto ridisegnare il suo ruolo all'interno dell'area metropolitana. La inner city di Detroit ha visto negli ultimi anni  l'apertura di tre casinò, nuovi stadi, e di un progetto di rivitalizzazione dei docks. Malgrado questo molti quartieri rimangono in difficoltà. Il Governatore dello Stato ha dichiarato l’emergenza finanziaria nel marzo del 2013, nominando un commissario ad acta. Il 18 luglio del 2013, Detroit ha dichiarato fallimento. Il caso più eclatante nella storia degli Stati Uniti”.

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marchand_meffre

L’amministrazione statale riprende a funzionare, dopo giorni di tensione sulla tenuta degli Stati Uniti il Congresso ha annunciato che il rischio di shutdown è, per ora scongiurato. Ma la chiusura forzata di alcuni pezzi d’America è già iniziata. Da qualche mese infatti è stato annunciato il fallimento di Detroit: la città fabbrica per antonomasia, che dalla catena di montaggio di Charlot a Papa Hobo di Paul Simon, da Motown a Eminem, da Aretha Franklin ai White Stripes, ha influenzato il nostro immaginario ben al di là di quanto pensiamo. Quello che (non) ricordiamo di Detroit è un viaggio che dura un secolo e ci accompagna attraverso l’ascesa e il declino del mito dell’industria come forza trainante della modernità, della felicità, del benessere condiviso, per tutti. Pubblichiamo questo articolo in occasione dell’apertura del Festival di Storia dedicato quest’anno all’American Revolution. (Fonte immagine)

Yeah, don’t forget the Motor City

(Can’t forget the Motor City)

Dancing In The Streets

Martha And The Vandellas 1964

Il 18 luglio 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento. A 110 anni dalla fondazione della Ford, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, una grande città ha gettato la spugna. È stato il governatore dello Stato del Michigan Rick Snyder a darne l’annuncio con un video. Una decisione difficile e spaventosa, ha detto: “La città in crisi da ormai mezzo secolo non ha più la possibilità di sostenere uno standard decente di servizi pubblici, la bancarotta”, ha concluso Snyder, “è inevitabile”. Wikipedia ha immediatamente recepito la notizia e già il giorno successivo, nella sezione dedicata alla storia della città si può leggere: “Fra il 2000 e il 2010 la popolazione della città è scesa del 25%, passando dal 18° posto nella classifica delle città più popolose, al 10°. In seguito a questo fenomeno di spopolamento la città ha dovuto ridisegnare il suo ruolo all’interno dell’area metropolitana. La inner city di Detroit ha visto negli ultimi anni  l’apertura di tre casinò, nuovi stadi, e di un progetto di rivitalizzazione dei docks. Malgrado questo molti quartieri rimangono in difficoltà. Il Governatore dello Stato ha dichiarato l’emergenza finanziaria nel marzo del 2013, nominando un commissario ad acta. Il 18 luglio del 2013, Detroit ha dichiarato fallimento. Il caso più eclatante nella storia degli Stati Uniti”.

Come può una città dichiarare bancarotta? Negli Stati Uniti, alle città, sono affidati  i servizi di base per i cittadini: scuole pubbliche, vigili del fuoco, illuminazione pubblica. Più tasse vengono incassate più alta è la capacità di una città di investire, mancando quasi totalmente i trasferimenti dallo stato centrale; ma ormai da cinquant’anni un fenomeno di suburbanizzazione interessa le metropoli americane. Le classi benestanti si trasferiscono in aree limitrofe alla città, iniziano a pagare le tasse alla contea che non ridistribuisce niente alla inner city. Così le aree ricche hanno i servizi, quelle povere, nelle quali il nucleo storico è stato ormai abbandonato, non hanno alcuna possibilità di sostenersi. Da tempo l’emergenza Detroit ha posto a Washington il problema di ripensare il rapporto fra governo centrale e città, che rimangono, comunque, il motore essenziale dell’economia americana. L’80% degli americani vive in aree urbane, e il rischio bancarotta è altissimo, per tutti.

Il Sindaco di Detroit ha lanciato qualche anno fa un’idea: “fare di Detroit una città «a macchia di leopardo», coi quartieri oggi abbandonati rasi al suolo e trasformati in parchi o utilizzati per nuove attività produttive. In questo modo il comune non dovrebbe distribuire i servizi – acqua, luce, polizia pompieri – in un’area troppo vasta. Ma servirebbero enormi investimenti che nessuno è in grado di sostenere” (Massimo Gaggi, Corsera, qui). Il caso Detroit ha suscitato reazioni contrastanti, se la destra, infatti ha subito imputato al welfare cittadino le ragioni del fallimento (fare una ricerca su google con le parole Detroit e socialism è illuminante) il Washington Post ha invece titolato We saved the automakers. How come that didn’t save Detroit? Abbiamo salvato l’industria dell’automobile, perché non siamo riusciti a salvare Detroit? Domanda posta in termini più radicali da The Nation: “Se Detroit fosse stata una grande banca avrebbero permesso il suo fallimento? Se i pensionati fossero stati azionisti sarebbe stato possibile operare tagli brutali come quelli messi in campo dal governatore Rick Snyder sulla pelle dei lavoratori? Farsi la domanda significa già darsi una risposta”.

Richard Woolf economista della New School di New York, intervistato da Amy Goodman per Democracy now, ha affermato che il problema non è economico e finanziario ma essenzialmente politico: Detroit è lo specchio della democrazia americana. Il governo della città, lasciato alle Big Three: Ford, GM e Chrysler, ha dato questi risultati. L’intervista è stata ripresa da The Guardian, citiamo: “ Che tipo di società è quella che permette a un esiguo numero di persone di prendere decisioni che cambiano radicalmente la vita di milioni di cittadini senza che gli stessi vengano minimamente coinvolti? Quando queste decisioni del capitale hanno condannato Detroit a 40 anni di declino quale tipo di società ha sollevato i responsabili dall’assumersi responsabilità e agire sulle conseguenze coinvolgendoli magari nella ricostruzione della città?”

Massimo Gaggi ha scritto “Sullo sfondo il timore di uno scontro politico a sfondo razziale, col governatore, repubblicano e bianco, sospettato di voler mettere alle corde la metropoli democratica e all’80 per cento nera. Snyder ha cercato di evitare questo rischio muovendosi in modo molto graduale: non ha mai criticato apertamente il sindaco (nero) di Detroit, l’ex campione di basket Dave Bing e quando, quattro mesi fa, ha deciso di commissariare la città, ha cercato di farlo col consenso del primo cittadino e ha scelto per l’operazione un professionista: Kevyn Orr, anch’egli di colore” (qui). Una questione all’apparenza tutta interna, che non rimanda affatto a motivi strutturali di cui anche noi, con il nostro Marchionne, siamo in parte corresponsabili (timidi i riferimenti a Torino e a Marchionne sulla stampa nazionale; lo hanno fatto però su alcuni blog come Nicola Chiappinelli su Squer.it)

Ma è stato Sandro Moiso, su Carmilla, (Detroit è morta viva DetroitI parte), dieci giorni prima del crack, a restituire il quadro più dettagliato di una storia che non può essere liquidata semplicemente come scontro razziale, e che viene da lontano, molto lontano: “Oggi qualcuno parla ancora di Rinascimento di Detroit e di rilancio della sua industria dell’auto. Soprattutto la più che asservita informazione italiana che tesse ancora le lodi di Sergio Marchionne e delle scelte FIAT. Così viene sottolineato come il dimezzamento degli stipendi degli operai della Chrysler abbia permesso a questa industria di rilanciare la produzione di veicoli di lusso come la Jeep Grand Cherokee. Lo stabilimento della Chrysler è rimasto l’unico in città, le altre industrie si sono trasferite fuori o altrove, e occupa 4663 dipendenti dei 20mila che ancora trovano impiego negli stabilimenti automobilistici cittadini, a fronte dei duecentomila che un tempo erano occupati negli stessi. Un’area urbana grande come quelle di San Francisco, Boston e l’isola di Manhattan messe insieme è abitata da 700mila persone di cui l’ottanta per cento è costituito da afro-americani, mentre almeno ottantamila edifici risultano essere completamente vuoti ed inutilizzati. Questo è il risultato non della crisi e della globalizzazione oppure del Welfare State, ma delle scelte che il capitale ha operato, e continua ad operare, là dove la classe ha acquisito livelli di coscienza e di auto-organizzazione tali da metterne in gioco la catena di comando e la sua stessa esistenza”. (Detroit è morta viva DetroitII parte)

Trame. L’ascesa di Detroit come moderna città industriale risale ai primi anni del Novecento, la corsa all’oro dell’industria americana sembra realizzarsi in questa cittadina del Michigan. Grazie alla sua posizione alla confluenza dei Grandi laghi la città ha adeguate risorse idriche per avviare un moderno sito industriale. Nei primi dieci anni del Novecento intorno a Detroit nascono General Motors, Cadillac, Chrysler.  Henry Ford fonda a Detroit la prima fabbrica dotata di catena di montaggio: in pochi anni la città diventa la capitale mondiale dell’automobile, le sue fabbriche l’icona della modernità (footage spettacolari, retorica a pioggia nel documentario Thelife of Henry Ford). Negli anni Venti sorgono nuovi quartieri, il profilo della città cambia, e neanche la crisi del 1929, che pure a Detroit ha una delle sue radici più profonde, riesce a interrompere l’immigrazione di migliaia di lavoratori. Gli abitanti di Detroit raggiungono i 2 milioni nei primi anni Cinquanta, la città diventa la quarta per numero di abitanti degli Stati Uniti. Detroit è la capitale mondiale dell’automobile, il luogo nel quale viene coniato il sogno dell’utilitaria, di un consumo alla portata di tutti, ma anche dell’operaio massa, schiacciato dalla catena di montaggio, compresso in ritmi di lavoro che la fabbrica fordista sintetizza come un’antonomasia.

L’immaginario industriale (ma anche quello post-industriale) del XX secolo si forgia nella città dell’automobile: Antonio Gramsci ragiona nei suoi Quaderni sul fordismo e sulla trasformazione del lavoro. Charlie Chaplin scrive Modern Times dopo aver parlato con un giornalista di Detroit. Jimmy Hoffa organizza qui il più grande sindacato americano. Isaac Asimov descrive Trantor, capitale della Galassia centrale, ispirandosi alla città-fabbrica. Sono le automobili, che hanno reso Detroit quella che è, a portare i suoi abitanti lontani dalle fabbriche: il movimento inizia negli anni Cinquanta, con la costruzione del più grande raccordo anulare degli Stati Uniti, le grandi strade che congiungono il centro urbano alle periferie sono all’origine dell’espansione dei quartieri dove una middle class bianca trova rifugio da una città sempre più operaia, e nera.

Nel 1930 è a Detroit che Wallace Muhammad ha fondato The Nation of Islam, poco più che una setta fino a quando Malcolm Little, alias Malcolm X, viene nominato assistant minister nel Tempio n. 1 diventando il Rosso di Detroit, the Detroit Red: “…before long, my nickname happened. Just when, I don’t know—but people, knowing I was from Michigan, would ask me what city. Since most New Yorkers had never heard of Lansing, I would name Detroit. Gradually, I began to be called “Detroit Red”—and it stuck.”  The Autobiography of Malcolm X . A Detroit, il 23 giugno del 1963, due mesi prima del più noto I have a dream, Martin Luther King, di fronte a 25.000 persone, pronuncia un dicorso che apre la strada, negli anni, a una più radicale forma di lettura della realtà da parte del leader pacifista. King indica nelle rivendicazioni degli operai neri il motore che darà la spinta alla fine della segregazione in ogni parte del paese : “As I move toward my conclusion, you’re asking, I’m sure, “What can we do here in Detroit to help in the struggle in the South? … work with determination to get rid of any segregation and discrimination in Detroit,  realizing that injustice anywhere is a threat to justice everywhere. And we’ve got to come to see that the problem of racial injustice is a national problem. No community in this country can boast of clean hands in the area of brotherhood. Now in the North it’s different in that it doesn’t have the legal sanction that it has in the South. But it has its subtle and hidden forms and it exists in three areas: in the area of employment discrimination, in the area of housing discrimination, and in the area of de facto segregation in the public schools. And we must come to see that de facto segregation in the North is just as injurious as the actual segregation in the South. And so if you want to help us in Alabama and Mississippi and over the South, do all that you can to get rid of the problem here” (qui l’intero discorso).

Come nel suo ultimo discorso, il 3 aprile del 1968, agli spazzini di Memphis, una cosa è per lui sempre più chiara: i diritti civili sono niente senza giustizia sociale. E Detroit è la scuola dove si apprende questa lezione. Infatti, il conflitto fra neri e bianchi nella città dell’automobile si fa radicale, politico. Sono ragioni sociali, di povertà, salari insufficienti, sfruttamento, che nel 1967 la incendiano: scoppia una delle rivolte più violente della storia degli Stati Uniti, 43 morti. Nel documentario Paradise lost  i repertori e le voci del riot che raggiunge il suo apice quando il presidente Lyndon Johnson invia l’esercito (qui il discorso alla nazione). Sandro Moiso su Carmilllaonline: “Di fatto la città finì con l’essere occupata militarmente da 8000 soldati della Guardia Nazionale e 4700 paracadutisti del 32° Airborne oltre che da 360 agenti della Michigan State Police. Nei giorni successivi la presenza massiccia di truppe sul territorio urbano contribuì ad incrementare il numero degli uccisi, dei feriti e degli arrestati, ma rischiò anche di degenerare in scontri a fuoco tra soldati della Guardia nazionale (prevalentemente bianchi) e paracadutisti (prevalentemente neri). Tanto che  fu ordinato ai paracadutisti di far ricorso alle armi soltanto su ordine o in presenza di un ufficiale bianco”.

Suoni. Eppure, a partire dai tardi anni Cinquanta, la città del Michigan rappresenta anche il più importante trampolino di lancio per il soul che grazie alla Motown records porta la musica dei neri a influenzare il mercato discografico nazionale. Fondata da Berry Gordy Jr. nel 1959 lancia Marvin Gaye, Stevie Wonder, Diana Ross & the Supremes. E ancora  i Temptations, Aretha Franklin, Martha & The Vandellas: la Motown Records incarna il sogno degli afro-americani che ce l’hanno fatta. E malgrado non vi siano connessioni politiche esplicite fra l’etichetta discografica e il movimento per i diritti civili il fatto che, nel 1966, la musica soul sia la musica dei giovani americani tout court, aumenta il senso di frustrazione di chi, nella città dell’auto, non ha visto alcun cambiamento. Marvin Gaye e Stevie Wonder sono fra gli artisti più critici nei confronti di Gordy, lo accusano di non vedere la differenza “between a black owned business or a business owned by blacks”. C’è un video girato nel 1965: Martha & The Vandellas cantano Nowhere to run dentro la catena di montaggio, un inno all’ottimismo e all’integrazione. Ma è il titolo che suona come un monito per gli afro americani di Detroit dopo il massacro del 1967. Non c’è nessun luogo dove scappare.

Meno nota è la storia della controcultura musicale di Motor Town. L’ha raccontata Sandro Moiso su Carmilla, vale la pena leggerlo: “Perché Detroit fu una delle capitali del rock alternativo e del rock blues degli anni sessanta e settanta. Tutti ricordano i luoghi sacri del rock’n’roll: Memphis e la Sun Records, San Francisco e la scena acida e psichedelica, New York e la provocazione delinquenziale dei Velvet prima e del primo, selvaggio punk poi; i fuori di testa texani e i compiti bostoniani indecisi tra psichedelia selvaggia e pop. Ma Detroit ragazzi…oh, Detroit!?! Fu la patria di quella che Bob Seger battezzò con il titolo di un suo brano: Heavy Music”. Musica pesante, musica di protesta, ce lo ha raccontato anche Searching for Sugar Man, il film documentario basato sulla biografia del cantautore Sixto Rodriguez, figlio di operai di Motown.

Ha scritto Sandro Portelli, in un saggio pubblicato anche da Le parole e le cose: “Sebbene il rock and roll avesse innegabili radici proletarie, il lavoro e i rapporti di classe sono stati uno dei grandi silenzi della controcultura e del rock dagli anni Cinquanta in poi. Tuttavia, come ha ricordato Bruce Springsteen nel suo discorso di Austin nel 2012, c’è un filone blue collar nel rock che non è mai del tutto scomparso – per esempio, in certe voci che venivano dalla città operaia per eccellenza, Detroit, come gli MC5 o Bob Seger.”. Heavy music e soul, e poi il rock da Iggy Pop and The Stooges ai White Stripes. E il pop, Madonna, è nata qui, così Eminem che all’ottavo miglio, il quartiere fuori dal raccordo dove è cresciuto, ha dedicato il suo film autobiografico, 8 Miles, appunto, quasi un trattato per gli adolescenti sul rap bianco, le sue ragioni sociali, il rapporto con la fabbrica, ma anche con la città, i suoi luoghi abbandonati, ormai entrati a far parte della contemporanea iconografia di Motown.

Luoghi fotografati da Yves Marchand e Roman Meffre in uno dei più interessanti lavori di archeologia della memoria apparsi negli ultimi anni, grazie all’editore Steidl: “Detroit, capitale industriale del XX Secolo ha giocato un ruolo fondamentale nel modellare il mondo così come lo conosciamo. La logica sulla quale la città è cresciuta è stata alla fine la stessa che l’ha portata alla rovina. E oggi, caso unico nel panorama urbano, le sue rovine non sono particolari isolati ma disegnano complessivamente il volto della città. Sono diventate parti integrante del profilo urbano. Detroit conserva ogni tipo di architettura di una città americana in uno stato di mummificazione. I suoi monumenti, splendidi e decadenti, sono, come le Piramidi o il Colosseo, o l’Acropoli, ciò che resta di una grande impero”. (Ringrazio gli autori che mi hanno consentito di pubblicare le loro foto qui).

Il debito nei confronti di Detroit da parte della cultura pop americana è stato messo in evidenza, recentemente, da Beyoncè che, qualche giorno dopo il crack finanziario ha tenuto un concerto nello stadio di Motown. In quell’occasione ha dedicato alla città A change is gonna come, di Sam Cooke. Durante la performance sono passate sul maxischermo una serie di immagini che hanno tracciato la storia della città, da Ford a Eminem, passando per le fotografie di Marchand e Meffre. Chiuse da una frase Nothing stops Detroit. Niente può fermare Detroit, città di carbone e monossido, come cantava Paul Simon nel 1971. La canzone era Papa hobo e diceva: It’s carbon and monoxide/The ol’ Detroit perfume/And it hangs on the highways/In the morning/And it lays you down by noon. Eppure oggi Detroit è ferma all’apparenza, raccoglie la polvere della sua storia, Let me collect dust, scriveva David Bowie in Panic in Detroit. Perché, per dirla con Lady Ciccone, alla fine niente è indistruttibile, neanche Motown.

Visioni. Se andate a cercare la lista di film girati a Detroit vi colpirà il numero esiguo di pellicole importanti. Robocop, girato negli anni Ottanta, per alcuni profezia allucinata di un futuro prossimo, 8 Miles, appunto, Gran Torino. In queste ultime due pellicole la fabbrica rimane sullo sfondo, la crisi è in primo piano, la città un enorme teatro spaventoso o in decadenza, dove i conflitti sociali sono ridotti a questioni personali e l’unica liberazione possibile passa attraverso l’azione individuale. È stato invece il cinema documentario a raccontare la città dell’automobile in ogni suo aspetto, forse per questo il suo skyline non è entrato a far parte del nostro immaginario quanto le sue fabbriche. Uno sguardo dal basso sembra essere quello più appropriato per raccontarla, come ha fatto Julian Temple che, in Requiem for Detroit, ha attraversato la città in automobile ripercorrendo l’itinerario storico della sua grandezza e del suo crollo.

Eppure Detroit fa parte della nostra immaginazione, ed è ancora scritta nel nostro futuro: è la Trantor delle Cronache della Galassia di Asimov. Interamente ricoperta di metallo, ad eccezione del palazzo imperiale, quando l’Impero entra in crisi, Trantor inizia la sua decadenza che si conclude con il sacco della città e l’abbandono degli edifici. Sul pianeta rimangono soltanto uomini e donne che innestano, negli spazi un tempo ricoperti di metallo, campi da coltivare, terreni per pascoli. Il 23 luglio 2013 la trasmissione di Radio Tre Tutta la città ne parla ha parlato di Motown (scaricabile in podcast qui): in quella occasione Giorgio Zanchini ha intervistato americanisti, come Marco D’Eramo e urbanisti. Fra le soluzioni indicate per il recupero del centro della città quella degli orti urbani: riconvertire le aree fabbricate in spazi per l’agricoltura, un ritorno alle origini, ma anche uno slancio nel futuro disegnato da Asimov. “Non è strano, per un americano, vivere l’esperienza di una città che cresce, si estende, occupa tutti gli spazi disponibili; ma certo è davvero un’esperienza singolare vedere la campagna riapparire laddove erano stati palazzi o fabbriche”: nel 2007 la rivista Harpers ha dedicato a Detroit un lungo reportage, Motown è stata nominata la nuova Arcadia una città che rinasce proprio dal verde che la ricopre.

 

Del resto, la scrittrice e attivista femminista Grace Lee Boogs, intervistata da Julian Temple, in Requiem for Detroit ha affermato: “Puoi guardare a questa città e dire, che disastro, oppure “hey guarda  questo è il futuro”.

Detroit.  Detroit.

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New Realism: Un dialogo con Antonio Gramsci https://minimaetmoralia.it/libri/new-realism-dialogo-antonio-gramsci/ https://minimaetmoralia.it/libri/new-realism-dialogo-antonio-gramsci/#comments Thu, 13 Dec 2012 08:08:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12015 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris: è uno Spettro che si aggira per l’Europa!. La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris:«è uno Spettro che si aggira per l’Europa!». La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

­Io (passandogli una bustina di zucchero): Conviene cominciare dal piano teorico. Di “nuovo realismo” in Italia ha parlato per la prima volta Ferraris, presentandolo come antidoto al decostruzionismo e al pensiero debole.

Gramsci tace. Tira fuori un quaderno dal cappotto e lo appoggia sul distributore del caffè. Annota ‘pensiero debole’, con l’aria poco convinta.

Io: Ci sarebbe la diatribatra Ferraris e il maestro Vattimo… ma lasciamo stare: fin qui è una questione di nicchia. Per chi (come te) non sia mai stato turbato dalle argomentazioni di qualche filosofo che ha preteso di dissolvere ogni verità in un gioco d’interpretazioni, il nuovo realismo può sembrare una difesa contro i mulini a vento. Ma in Bentornata realtà, ora, Ferraris e De Caro propongono un nuovo attacco che aiuta a far chiarezza: si tratta di recuperare nozioni come ‘verità’ e ‘realtà’ di contro a un ampio e eterogeneo movimento “postmoderno” internazionale che insistendo sul condizionamento culturale di ogni giudizio (da Kuhn a Foucault, da Feyerabend a Rorty) le ha ritenute obsolete, mettendo però in dubbio la validità oggettiva della scienza e minando le basi documentarie del giudizio storico. Riabilitare queste nozioni sarebbe indispensabile per poter esercitare quella stessa funzione di critica dei saperi e delle istituzioni che era cara al movimento postmoderno.

In questo senso il realismo, come chiarisce De Caro nel suo saggio, non è già una tesi particolare, ma piuttosto una funzione fondamentale della filosofia, a cui si è fatto male a rinunciare. Si è realisti quando si afferma che qualcosa – il corpo, la mente, i numeri, le specie, il narcisismo, le classi sociali, il bosone di Higgs, Dio – esiste indipendentemente dalle teorie con cui lo definiamo. Si potrebbe dire che ‘realismo’ è sinonimo di ‘filosofia’, da quando Platone tentò di stabilire ciò che «è veramente», provando a guardare oltre i limiti delle effettive conoscenze umane. L’antirealismo sarebbe invece un proposito paradossale, che non si può a rigore nemmeno formulare, proprio perché anche i suoi promotori credevano nella verità delle proprie tesi.

Gramsci (finisce il caffè e getta il bicchierino di plastica, fa per chiudere il quaderno pieno di nomi, m’incalza): Insomma: dogmatici contro scettici. Che cosa c’è di “nuovo”?

Io: Come mostra la presenza, in questo volume, di anziani maestri della filosofia delXX secolo (Putnam, Searle, Eco) qualche forma di realismo non è mai venuta meno. Lo saprai meglio di me, tu che hai polemizzato da marxista contro il realismo sovietico. Il “nuovo” realismo si propone però di assimilare la lezione costruttivista dei suoi avversari. Putnam: «noi siamo effettivamente in contatto con le proprietà degli oggetti […] ma queste proprietà sono in parte antropocentriche».«Ogni fatto è intrecciato con aspetti normativi». Esempio: le particelle atomiche sono definite da una teoria fisica, che trae il suo valore di verità dai fatti sperimentati, ma al tempo stesso organizza questi fatti secondo norme del pensiero umano, come la semplicità e la coerenza.

Altro esempio: la definizione di malattia dipende da schemi culturali (pensa alla passata medicalizzazione dell’omosessualità), ma al tempo stesso richiede un sottofondo oggettivo rispetto al quale distingueregli errori di questi schemi. Searle e De Caro provano così la quadratura del cerchio, individuando il problema comune nel trovare una prospettiva unitaria tra il “realismo del senso comune”, che ammette l’esistenza di oggetti postulati dalle “pratiche quotidiane”, come corpi e alberi, e il “realismo scientifico”, che considera reali le entità definite dalle scienze.

Searle: «Credo che il problema fondamentale della filosofia contemporanea consista nel tentativo di conciliare la nostra autorappresentazione di esseri coscienti, ragionevoli ecc., con la visione secondo cui la struttura della realtà è composta, in ultima analisi, da particelle fisiche prive di mente e di significato». Un modo di risolvere il problema è distinguere diverse descrizioni degli oggetti, tutte condizionate da una medesima realtà di fondo (lo «zoccolo duro dell’Essere» di cui parla Eco): così una falce e un martello possono essere alternativamente utensili, ammassi di molecole, prove di colpevolezza, opera d’arte, simbolo politico [a Gramsci brillano gli occhiali]. Ma non si possono interpretare come strumenti per viaggiare nel tempo: la realtà dice NO a questa interpretazione.

Gramsci (un po’ confuso): Siamo d’accordo: la Realtà con la R maiuscola è là fuori, non nei capricci dei letterati o nella poesia. Su questo sarebbe stato già d’accordo un critico militante come Francesco De Sanctis. Ma è dunque questa la tesi del nuovo realismo?

Io: No, questa è solo una premessa. I curatori citano Montale, un poeta dei tuoi tempi (che ti consiglio): «Il nuovo realismo dice anzitutto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”». Il resto è per ora un programma. Tentando di stabilire cosa esiste veramente e in che senso, le tesi (e i “realismi”) si moltiplicano. De Caro: «mai nessun filosofo è stato del tutto realista e mai nessuno del tutto antirealista». Nelle pagine del libro trovo discusse almeno 19 versioni di “realismo”. Il programma, formulato un po’ in astratto, è di combinarli. In particolare, l’idea di realtà va elaborata mediante l’analisi e il confronto dei discorsi disciplinari più diversi, come estetica, semiotica, psicoanalisi, fisica, metafisica, neuroscienze.

Gramsci (finendo di scrivere e ripetendo pensoso “…neuroscienze”): Qui [mi punta l’indice] si dà troppo peso alla percezione, alle scienze e poco alla Storia. Quasi che la realtà fosse un dato atemporale, come in quella che ho chiamato «la concezione della realtà oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica». Si trascura così lo sviluppo attraverso cui l’uomo elabora e modifica la realtà.

Io: Siamo d’accordo: una volta concesso che una qualche Realtà è là fuori, nel senso che quel che accade non si crea poeticamente, è fondamentale riconoscere che la stessa idea di realtà ha una storia – come mostra, per esempio, l’impatto della scienza moderna su tutte le riflessioni qui raccolte. Ciò non comporta affatto il relativismo, mentre previene l’idolatria del “fatto” scientifico. Proprio un tuo contemporaneo, Cassirer, sottolineava che la verità oggettiva, intesa come perfetto rispecchiamento tra conoscenze e realtà, è un limite ideale cui tende per approssimazione il progresso dei sistemi di sapere, e che non si può dare mai una volta per tutte (Putnam, a p. 15, è sul punto di ricordarlo; e oggi i “realisti strutturali” fanno altrettanto)».

Gramsci (annotando su un quaderno il nome di Cassirer): Questo è molto importante! La consapevolezza storica, infatti, non significa solo che la realtà ha un passato, ma anche che ha un futuro. Forse, postulando una realtà immobile, perdono di vista questa discontinuità!

Io: A quest’obiezione, nel libro, dà voce Recalcati, contrapponendo la «regolarità» della realtà con il «trauma» del Reale, che la «scompagina». La distinzione resta ancora troppo generica (“Reale” è un sintomo, un amore, un’esperienza mistica, una scoperta scientifica…), ma invita a un chiarimento fondamentale: si dice ‘reale’ qualcosa di dato, presente, al limite risaputo; ma si dice ‘reale’ anche qualcosa di non ancora dato e ignoto, potenzialmente futuro. Si capisce allora come la formulazione di una nuova verità (una scoperta scientifica, una diagnosi medica, l’accertamento di un magistrato) possa modificare la realtà presente, e in fin dei conti cambiare l’esperienza.

Gramsci (esultando): …e cioè cambiare il mondo!

Io (facendo con la mano un vago gesto di assenso): Eccoci comunque all’aspetto politico della questione, che sta molto a cuore ai nuovi realisti. Ferraris opponeva il nuovo realismo al berlusconismo, che avrebbe approfittato della debolezza della nozione di verità per fare i propri interessi. Insieme a De Caro, ora, rivendica una funzione politica della filosofia: questa non fornirà mai «la cura del cancro», ma ha «la capacità di rivolgersi a uno spazio pubblico, consegnando a questo spazio risultati elaborati tecnicamente, però in forma linguisticamente accessibile». Quest’apologia della filosofia riflette uno stato di cose: i dipartimenti di filosofia qui da noi chiudono, e si cercano nuove strade per sottrarsi alla mortificazione cui la disciplina– come in genere tutto il pensiero critico – è costretta da politiche di governo ostili all’istruzione e alla ricerca. In questa proposta l’approfondimento scientifico nella sua inevitabile complessità non deve mai perdere di vista l’obiettivo didattico e civile della divulgazione (per es. sugli allegati dei quotidiani). Anche se…

Gramsci (interrompendomi): Purché non si cada nella semplificazione, proprio mentre indeboliscono la scuola e l’università. E poi… attenzione! Galilei si divulgava benissimo da solo.

Io: Come darti torto? D’altra parte, se è necessario stampare manifesti per reclamare un interlocutore politico, si capisce che vengano meno molti distinguo, come quando alle manifestazioni, sotto la bandiera che dice “Giustizia”, ci capita di trovarci accanto chi non la pensa come noi. Così il nuovo realismo cala sul tavolole sueparole d’ordine apertamente politiche: ‘critica’, ‘illuminismo’.

Gramsci (con aria scontenta): Ma come si fa a raccogliere questi valori sotto una formula come quella del Manifesto di Ferraris: «Il mondo ha le sue leggi e le fa rispettare»?

Io: I nuovi realisti rispondono che la realtà va prima conosciuta, per poterla cambiare. Si dissociano nettamente dal “realismo politico”.

Gramsci (schiarendosi la voce, con tono da comizio): Vedremo se questi filosofi riusciranno – come ho scritto una volta – ad assolvere il loro compito di «suscitare nuovi modi di pensare». Procedano pure al dialogo con le forze politiche, ma stiano attenti a non dimenticare che la “realtà” di cui parliamo si modifica, anche nelle scienze come la fisica… e l’economia.

Io (annuendo): Questo libro, dicono i curatori, intende «avviare un confronto»: c’è da auspicare che sia più ampio possibile, che non si blocchi alle polemiche personali, che insieme a eminenti studiosi del passato coinvolga anche chi nello “spazio pubblico” già lavora, spesso senza supporti istituzionali;che si torni a discutere di problemi specifici senza perdere di vista la capacità della filosofia di “guardare attraverso” le teorie e le narrazioni che descrivono la realtà semplificandola (In fondo, le bugie di Berlusconi non facevano leva proprio su questo? Sul togliere complessità presentando “una storia italiana” senza fratture e con una sola via d’uscita? E non dice oggi Monti – basandosi sulle “previsioni” dell’economia – che in realtà«la crisi ha colpito» e dunque il futuro è già scritto? Se un tale realismo fosse «inemendabile» non ci sarebbe tolto ogni futuro che non sia prolungamento del presente?)

Gramsci (stanco, ma finalmente soddisfatto): Ne parlerò su “L’Ordine Nuovo”.

Io: Da che anno vieni?

Gramsci (con aria fiera): Il 1921. Torno da Livorno. Abbiamo fondato il Partito Comunista d’Italia!

1921. Rabbrividisco. Tra un anno avrà cose ben più gravi di cui occuparsi. Tra cinque lo arresteranno. Gramsci chiude il quaderno, si stringe nel cappotto, poi dice:

Toglimi un’altra curiosità: che cos’è questo PD?

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Reset Benedetto Croce: come liberarsi – o quasi – del filosofo di Pescasseroli e magari immaginarsi un diverso modo di fare scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/reset-benedetto-croce-come-liberarsi-o-quasi-del-filosofo-di-pescasseroli-e-magari-immaginarsi-un-diverso-modo-di-fare-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/reset-benedetto-croce-come-liberarsi-o-quasi-del-filosofo-di-pescasseroli-e-magari-immaginarsi-un-diverso-modo-di-fare-scuola/#comments Sun, 19 Aug 2012 10:07:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9067 Questo pezzo è uscito nella mirabile rassegna estiva del manifesto intitolata Cono d'ombra, una rassegna di intellettuali dimenticati o poco frequentati. Andate a ripescare in rete gli altri notevolissimi pezzi.

di Marco D'Eramo

Un mistero incombe sulla cultura europea del primo '900. Un mistero a tutt'oggi insoluto. E questo mistero ha nome e cognome, data di nascita e di morte: Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 - Napoli 1952). Rispetto ai «Coni d'ombra», il problema non è capire come mai Croce sia finito nel dimenticatoio (relativamente parlando), quanto capire come non vi sia stato relegato fin dall'inizio. Sulla sua influenza non ci sono dubbi. Pur non essendosi mai laureato e professandosi, con Giordano Bruno, «accademico di nulla accademia», Croce ha esercitato per decenni una sorta di tirannia sulla vita accademica italiana: «Sulla sua estetica si sono formati letterati come Mario Fubini, Natalino Sapegno, Francesco Flora, Luigi Russo; alla sua concezione della storiografia hanno guardato storici come Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Walter Mauri, Arnaldo Momigliano, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso» (Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento).

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Questo pezzo è uscito nella mirabile rassegna estiva del manifesto intitolata Cono d’ombra, una rassegna di intellettuali dimenticati o poco frequentati. Andate a ripescare in rete gli altri notevolissimi pezzi.

di Marco D’Eramo

Un mistero incombe sulla cultura europea del primo ‘900. Un mistero a tutt’oggi insoluto. E questo mistero ha nome e cognome, data di nascita e di morte: Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 – Napoli 1952). Rispetto ai «Coni d’ombra», il problema non è capire come mai Croce sia finito nel dimenticatoio (relativamente parlando), quanto capire come non vi sia stato relegato fin dall’inizio. Sulla sua influenza non ci sono dubbi. Pur non essendosi mai laureato e professandosi, con Giordano Bruno, «accademico di nulla accademia», Croce ha esercitato per decenni una sorta di tirannia sulla vita accademica italiana: «Sulla sua estetica si sono formati letterati come Mario Fubini, Natalino Sapegno, Francesco Flora, Luigi Russo; alla sua concezione della storiografia hanno guardato storici come Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Walter Mauri, Arnaldo Momigliano, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso» (Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento).

Uno stile avvocatizio

Impressionante è la grandezza di cui lo ammanta Antonio Gramsci (pur con molte critiche) che addirittura ne fa un «papa della cultura». In un paragrafo intitolato Il Croce uomo del Rinascimento, il fondatore del Pci scrive: «Si potrebbe dire che il Croce è l’ultimo uomo del Rinascimento e che esprime esigenze e rapporti internazionali e cosmopoliti (…) Il Croce è riuscito a ricreare nella sua personalità e nella sua posizione di leader mondiale della cultura quella funzione di intellettuale cosmopolita che è stata svolta quasi collegialmente dagli intellettuali italiani dal Medio Evo alla fine del ‘600. (…) La funzione del Croce si potrebbe paragonare a quella del papa cattolico e bisogna dire che il Croce, nell’ambito del suo influsso ha saputo condursi più abilmente del papa: nel suo concetto d’intellettuale, del resto, c’è qualcosa di ‘cattolico e clericale’» (in Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce). E ancora Gramsci ricorda che l’operetta poi diffusa come Aestetica in nuce era in origine la voce «Estetica» affidatagli dall’Enciclopedia Britannica nell’edizione del 1928 cui contribuirono, tra gli altri, Henri Bergson, Niels Bohr, Albert Einstein; e che il Breviario d’estetica era una serie di lezioni commissionategli nel 1912 da un’università americana, il Rice Institute di Houston,Texas. E Giuseppe Galasso, che dal 1989 amorevolmente cura la riedizione delle opere crociane per la sua Adelphi, ci rammenta che quel Breviario fu tradotto «in tedesco nel 1913; in portoghese nel 1914; ungherese nel 1917; in Inghilterra nel 1921; in rumeno nel 1922 e nel 1971; in francese nel 1923; in spagnolo nel 1923 e 1938; in olandese nel 1926; in ceco nel 1927; in svedese nel 1930; in Jugoslavia nel 1938. E poi in danese nel 1960; in polacco nel 1961; in norvegese nel 1961; in ebraico nel 1983. Ben oltre – come si vede – dopo la morte di Croce» (corsivo mio). Il catalogo dell’Università di Berkeley in California enumera 951 volumi riferiti a Croce, di cui più di 420 sono edizioni varie degli 80 e passa volumi di opere crociane e degli oltre 30 volumi del suo carteggio; mentre altri 430 sono libri dedicati a Croce o di cui Croce ha curato la prefazione (De Sanctis) o la traduzione (Basile) o per cui ha scritto contributi: altri 100 sono volumi in cui si parla anche di Croce. Certo se l’influenza di un autore, il suo peso nella cultura mondiale si misurasse dai chili di carta che ha scritto, Croce sarebbe l’intellettuale più influente della storia umana. Ma proprio queste nude cifre dovrebbero metterci la pulce nell’orecchio. Va bene una vita attiva e disciplinata, ma come si fa a scrivere quel che ha scritto Croce e a leggere quel che ha letto, oltre all’indefessa attività di organizzatore culturale? Non è possibile. Delle due l’una, o non ha letto tutto quel che pretendeva (e la sua lettura era «diagonale» per essere eufemisti), ma la sua erudizione era davvero stupefacente, o scriveva con una fluidità incredibile. Può darsi che siamo troppo influenzati da Wittgenstein, ma mi è sempre parso che la prolissità vada a scapito della profondità. Kant ha scritto probabilmente un cinquantesimo di quel che ha prodotto Croce, e il pur torrentizio Hegel avrà sfornato un decimo scarso del filosofo di Pescasseroli e persino Marx ed Engels, che ci si sono messi in due, saranno arrivati a produrre insieme la metà. A rileggerlo oggi, lo stile crociano, è insopportabilmente avvocatizio, da arringa, con frasi lunghe decine e decine di righe: l’impressione è netta che il periodare gli venisse fuori già bello e pronto, strutturato, bilanciato (oh quelle immancabili triadi di aggettivi!) e che i suoi manoscritti riportassero solo rarissimamente una traccia di ripensamento, di dubbio. E in effetti è sterminata la lista delle certezze crociane, l’elenco di tutto ciò su cui il Nostro non ha dubbi. Aborrisce Verlaine («che è mai codesta categoria dei poeti martiri o dei poètes maudits se non una goffa esaltazione adulatoria forgiata a sé medesimo dal tre volte falso Verlaine?»), Joyce, Kafka, Proust (che nella Recherche du temps perdu «si dimostrava più volte artista e poeta, ma altresì malato di quella raffinatezza odierna che scopre una strana parentela con quella ‘puerilità’, che l’Alfieri notava e sorvolava»), Rilke (il cui travaglio «si dimostra veramente un caso estremo e singolare… d’impotenza creativa, perché egli … non mai riuscì a pensare un concetto che avesse consistenza di concetto e che non fosse un falso e vecchio concetto che a lui pareva grande e originale scoperta di verità»), Musil, Mallarmé, Pirandello (la cui arte consiste «in alcuni spunti artistici, soffocati o sfigurati da un convulso inconcludente filosofare»). Non che a volte le sue stroncature non siano preveggenti: ecco Martin Heidegger «Scrittore di generiche sottigliezze, arieggiate a un Proust cattedratico, egli che nei suoi libri non ha mai dato segno di prendere alcun interesse o di avere alcuna conoscenza della storia, dell’etica, della politica, della poesia, dell’arte, della concreta vita spirituale (…) oggi si sprofonda di colpo nel gorgo del più falso storicismo, in quello, che la storia nega, per il quale il moto della storia viene rozzamente e materialisticamente concepito come asserzione di etnicismi e di razzismi, come celebrazione delle gesta di lupi e volpi, leoni e sciacalli, assente l’unico e vero attore, l’umanità (…) E così si appresta o si offre a rendere servigi filosofico-politici: che è esattamente un modo di prostituire la filosofia, senza con ciò recare nessun sussidio alla soda politica…» (La Critica, n. 32, 1934). Ma non parlategli di modernità, di scienza, d’industria. Facendo propria una definizione di Giambattista Vico, ecco Croce sostenere che i matematici sono «ingegni minuti» (Logica come scienza del concetto puro), che «gli uomini di scienza sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico» (La Critica n. 6, 1908). Secondo il nostro era assai improbabile che i nuovi congegni della logica matematica «offerti sul mercato» entrassero nell’uso e prevalessero, quando invece la logica matematica governa le nostre vite per mezzo dei computer e quando gli aborriti numeri danno perfino il nome alla nostra epoca: «l’era digitale» (digit in inglese vuol dire cifra). In realtà Croce non sa di cosa parla, non sospetta quanto sia essenziale la componente estetica nella creazione matematica, non immagina gli abissi di profondità dei problemi che i nuovi concetti della fisica dischiudono. La verità è che nessuno «può oltrepassare i limiti del proprio cervello sociale» (Marx), cioè nessuno può pensare in modo diverso da quel che la sua vita materiale, la sua condizione, il suo reddito, lo spingono a fare. E Croce era un agiatissimo possidente meridionale che per sua sfortuna non dovette guadagnarsi da vivere e quindi disprezzò sempre l’economicismo, e rimase sordo alla dimensione prometeica della rivoluzione moderna e industriale.

Odio contro il moderno

Croce ha sempre pensato che industrialismo e civiltà di massa fossero accidenti transitori della «storia dello spirito», come se – in un tipico esempio di periodare crociano – fossero mode già presenti «nelle stesse forze del mondo moderno, nella sua infaticabile attività d’imprese industriali e commerciali, di scoperte tecniche di macchine sempre più potenti, di esplorazioni geografiche, di colonizzamenti e sfruttamenti economici, nella sua tendenza a conferire il primato agli studi scientifici e pratici sugli speculativi e umanistici, nell’avviamento e nell’ampiamento conferito alle stesse ricreazioni e giuochi sociali, a quel che si chiamò lo sport, dalle biciclette alle automobili, dai canotti e dai yachts alle aeronavi, dalla boxe e dal foot ball allo sky (vorrà dire lo sci, n.d.r.), che tutti in vario modo cospirano a dare troppo larga parte nel costume e nell’interessamento al rigoglio e alla destrezza corporale, scapitandone al confronto le parti dell’intelligenza e del sentimento». (Storia d’Europa nel secolo decimonono, 1931). A proposito di quest’opera, va detto che se uno storico dell’anno 5.000 d. C. come unico materiale sul XIX secolo europeo disponesse della Storia di Croce, sarebbe fritto: della mondializzazione dell’Europa poco o niente, dell’industrializzazione, del dispotismo esercitato sulle colonie, della rivoluzione tecnologica non avrebbe il ben che minimo accenno (p. es. due righe in tutto sul Congresso di Berlino). Quanto diversa dalla storia di Eduard Fueter scritta all’incirca negli stessi anni! Quel futuro storico sarebbe però felice di sapere che l’800 europeo ha visto il trionfo della «religione della libertà» (leggerne la controprova negli Olocausti tardovittoriani di Mike Davis, trad. it. Feltrinelli). L’odio contro il moderno si accompagna a un’altra serie di idiosincrasie, contro l’illuminismo e poi contro il positivismo. Allergie mentali che ne sottintendono una ancora più profonda, ben messa in luce da Norberto Bobbio che nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano (1960) ci regala una serie di impressionanti citazioni crociane, tra cui questa: «Rifiutare allora d’iscriversi al gran partito positivista (…) era il medesimo che esser considerato cervello balzano dai benevoli e questurino travestito dai positivisti esaltati e spadroneggianti, i quali erano per giunta tutti repubblicani e democratici». (Cultura e vita morale). L’alterigia del possidente prorompe dalla critica contro la «mentalità massonica»: «La mentalità massonica semplifica tutto: la storia che è complicata, la filosofia che è difficile, la scienza che non si presta a conclusioni recise, la morale che è ricca di contrasti e di ansie (…) Cultura ottima per i commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli, perché cultura a buon mercato; ma perciò stesso pessima per chi deve approfondire i problemi dello spirito, delle società, della realtà». (La mentalità massonica, 1910). Cari «commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli», non avete scampo. Non siete ancora l’aborrito volgo, ma poco ci manca. La plebe è fatta da quei «lazzari» su cui Croce ha scritto pagine sprezzanti (sulla natura controrivoluzionaria della masnada che da sempre denuncia i propri padroni) ed etimologie argute (raccolte da Galasso in Un paradiso abitato da diavoli) che fanno risalire i lazzaroni ai lebbrosi e ai «lazzaretti». Parlando delle Considerazioni di un impolitico (1918) di Thomas Mann, Croce scrive: «E certo bisogna pure protestare contro il volgo, definirlo, satireggiarlo, respingerlo da sé con violenza: giova sfogarsi; la pazienza ha i suoi limiti. Ma, fatto tutto ciò (e pochi lo hanno fatto così bene come il Mann), il volgo resta: resta, perché opera (a suo modo, ben s’intende), e adempie i suoi molteplici uffici, tra i quali anche di stimolare ed accrescere, nell’aristocrazia, la coscienza dell’aristocrazia».(Pagine sparse). Almeno il volgo selve a qualcosa! Sotto la patina del profondo pensatore cominciamo a scorgere un groviglio di stereotipi, di luoghi comuni ottocenteschi, di psicologia terra terra da feuilleton. Su nessun tema si vede così bene come sulla sua visione delle donne. Eppure, nota Gramsci, Croce dimostrò «di non curarsi di queste vanità mondane convivendo liberamente con una donna molto intelligente che manteneva vivacità nel suo salotto napoletano frequentato da scienziati italiani e stranieri e sapeva destare l’ammirazione di questi frequentatori; questa unione libera impedì al Croce di entrare nel Senato prima del 1912, quando la signora era morta e il Croce era ridiventato per Giolitti una persona rispettabile».

Una diagnosi su cui sorridere

Ma basta leggere come parla della poetessa Gaspara Stampa, «simpatica figura…, perché come non provare simpatia per una giovane donna, bella, adorna di cultura e d’ingegno, modesta, affettuosa, delicata e amante: amante perdutamente, senza ritegno; amante e abbandonata dall’uomo amato; vissuta ancora qualche anno tra i ricordi di questo amore e il disegnarsi di un nuovo affetto in quel cuore che aveva già provato la passione; e morta giovane?». Il problema della Stampa era un altro. È che: «Era donna; e, di solito, la donna, quando non scimmiotteggia l’uomo, si serve della poesia, sottomettendola ai suoi affetti, amando il suo amante o i suoi figli più della poesia, laddove nell’uomo accade il contrario. La tendenza pratica della donna si rivela in questa impotenza teoretica e contemplatrice. Donde, le sciatterie della forma, non idoleggiata e accarezzata; donde, il limite che si avverte anche nelle migliori liriche…» (La Critica, n. 7, 1909). Così che alla fine viene da ricambiare a Croce un po’ di quella condiscendenza che elargiva con tanta prodigalità e sorridere alla diagnosi secondo cui «il problema attuale dell’Estetica è la restaurazione e la difesa della classicità contro il romanticismo» (Aestetica in nuce). Il problema vero è che queste scempiaggini sono state egemoni per decenni nell’apparato scolastico italiano. Tutti noi, anche chi non ha mai letto una riga di Croce, siamo stati vittime del crocianesimo per cui i grandi poemi andavano letti a spizzichi, isolandone le parti che «sono poesia» da quelle «che non lo sono», cosicché quasi nessuno ha letto di seguito La commedia o l’Orlando furioso o il De rerum natura, non sapendo che si perde. Siamo tutti vittime della cultura del florilegio. E, più in generale, delle due culture. Il baratro che con Croce (e Giovanni Gentile) si è aperto in Italia tra cultura umanistica e cultura scientifica non è mai stato più colmato, anche se quasi nessuno legge più Croce, nonostante reiterati tentativi d’innescare una Croce Renaissance.

Secoli che svolazzano

Forse la migliore epigrafe al destino culturale di Benedetto Croce è la conclusione che nel 1869 (in Innocents Abroad) lo scrittore americano Mark Twain trasse dalle sue visite alle antichità italiane: «Dopo aver girellato tra le imponenti rovine di Roma e di Pompei, o dopo aver dato un’occhiata alle lunghe file di sfregiate e innominate teste imperiali che scandiscono i corridoi del Vaticano, una cosa mi ha colpito con una forza come mai prima: il carattere irrilevante, effimero della fama. Uomini avevano vissuto lunghe vite nel tempo antico e lottato febbrilmente sfacchinando come bestie nell’oratoria, nella strategia militare, o nella letteratura e poi si adagiavano e morivano, felici possessori di una storia durevole e di un nome immortale. Bene, venti piccoli secoli svolazzano via e che rimane? Un’astrusa iscrizione su un blocco di pietra su cui antiquari avidi si affannano, arzigogolano e non ne cavano nulla tranne un nudo nome (che storpiano) – niente storia, niente tradizione, niente poesia, niente che possa dare neppure un momentaneo interesse».

 

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di Linnio Accorroni

Londra, 25 novembre – (Adnkronos) – Una copia della prima edizione di L’origine della specie, il libro con cui Charles Darwin (1809-1882) 150 anni fa rivoluzionò le scienze naturali, è stata battuta ad un’asta di Christie’s a Londra per la cifra record di 103.250 sterline, pari a 114.600 euro. Il nuovo primato mondiale è stato stabilito da uno dei 1.250 esemplari della prima edizione dell’opera che ha segnato la nascita della teoria evoluzionista, pubblicato da W. Clowes and Sons for John Murray nel 1859 a Londra.

L’astuccio di scrittura di Annie Darwin (1841-1851) non era un semplice giocattolo da bambini, ma una versione in formato ridotto di un oggetto posseduto da un adulto, uno dei primi segni che la fanciulla sarebbe diventata presto una giovane donna, ambita e desiderata non solo per le sue indubbie qualità temperamentali. A vedere infatti il dagherrotipo in cui all’età di 8 anni appare eretta, tranquilla, sicura di sé, pienamente consapevole di essere fotografata, era facile profetizzarle un luminoso avvenire. L’astuccio di Annie è un piccolo contenitore in marocchino, con una serratura ed una chiave per la chiusura del coperchio incardinato. Sul coperchio sono impresse le parole «Astuccio di scrittura» in lettere d’oro. Dentro, fogli di carta da lettere con relative buste, punte d’acciaio per le penne d’oca, un piccolo temperino con un manico di madreperla, ceralacca e sigilli. Quattro sono le lettere superstiti di Anna basate sulla descrizione di semplici, quasi banali quotidianità; annotazioni che ritraggono un’esistenza d’ordinaria felicità vissuta nella quiete della Down House: Dick ha ucciso un coniglio nel frutteto…Siamo andati a prendere un tè da zia Sarah; …stiamo per ricevere un gattino…Ho ricevuto una matita su cui è scritto il mio nome.

L’astuccio di scrittura è stato rinvenuto da Randal Keynes, figlio di un bisnipote di Emma Darwin (1808-1896), moglie e cugina di Charles (1809-1882), in uno di quei luoghi topici tanto prediletti dalla fiction narrativa: un baule, in questo caso pieno di ricordi di famiglia. L’attenzione di Randal Keynes, autore di questo bellissimo Casa Darwin (Einaudi, 2007) fu calamitata proprio da un foglio rinvenuto nel baule e intestato laconicamente Anne. Un appunto su cui si dipanava, mossa ed inquieta, la grafia nervosa di Charles. Erano piccole memorie quotidiane su come la bambina aveva passato ogni giorno ed ogni notte nei suoi ultimi mesi di vita: a tarda sera ha pianto… è molto stanca… al mattino è stato poco bene. Una cronaca inesausta, una specie di attestazione cronachistica di uno stato di salute che si faceva sempre più grave. Attraverso la narrazione della storia del rapporto fortissimo che legò Charles alla sua prima figlia, Randal Keynes ci dice molte cose anche sulla nostra ed altrui vita, sulla forza costante degli affetti, il paradosso del dolore, il valore dei ricordi e i limiti della conoscenza umana.

Anna morì a Malvern per seguire una cura idroterapica che non riuscì però a guarirla dalla tubercolosi. Alcune righe delle lettere che suo padre scrisse da quella località a sua moglie, rimasta a Down House in attesa della sua ottava gravidanza, danno il senso dell’immenso dolore che pervade un padre, impotente di fronte a questa vita che si spegne lentamente: Non so, ma credo che sia meglio per te sapere come trascorre ogni ora. Per me è un sollievo perché mentre ti scrivo posso piangere tranquillamente Qualche giorno dopo: Ha un po’ freddo e le ho dato un po’ di brandy e spero dorma e si scaldi. Non ho mai visto niente di più commovente come la sua pazienza e gratitudine; quando le ho dato un po’ d’acqua ha detto: “ ti ringrazio tanto”. Povera bambina mia. La sua gentilezza mi commuove profondamente In un’altra lettera: vorrei che tu potessi vederla ora, la perfezione stessa della gentilezza, della pazienza e della gratitudine; ti ringrazia finché ti fa perfino male sentirla. Povera cara piccola anima. Nell’ultima lettera scrive fra l’altro: La povera cara bambina ha avuto una vita molto breve ma spero felice, e Dio sa solo quali sofferenze potevano essere in serbo per lei. È spirata senza un sospiro. Che desolazione pensare alle sue maniere franche, cordiali. Non ricordo di averla mai vista disobbediente.

Nell’astuccio di Anna c’è un nastro giallo sul quale sono incollate perline di vetro; sulla punta delle penne d’oca c’è ancora traccia dell’inchiostro secco. Poi c’è un foglio di carta sul quale è segnata una data ‘23 aprile 1851’ (il giorno della sua morte) e una folta ciocca di bei capelli castani. Poi un altro foglio strappato da un taccuino su cui è disegnata la mappa di un cimitero: tomba di Anne Darwin a Malvern. In una lunga memoria scritta da Charles e redatta di getto una settimana dopo la morte di Anne, si legge fra l’altro: Tutta la sua personalità brillava del piacere di recare piacere.[…] Ognuno sentiva di conoscerla interamente e di avere piena fiducia in lei: ho sempre pensato che, qualunque cosa fosse potuto accadere, avremmo avuto nella nostra vecchiaia almeno un’anima che ci avrebbe voluto bene e che nulla avrebbe potuto cambiare.[…] eretta nella persona, spesso gettava un poco la testa all’indietro, come a sfidare il mondo nella sua allegria. Poi nella chiusa di questi ricordi: Quando fu così esausta da non poter più parlare, apprezzava tutto ciò che le veniva dato e diceva che il tè era buonissimo. Quando le detti un po’ d’acqua mi disse: “ti ringrazio tanto” e queste, credo, furono le ultime dolci parole che mi rivolsero le sue cara labbra.

Non so perché (o forse sì, ma preferisco non confessarmelo): questa reiterazione di continui ringraziamenti da parte di Anne mi ferisce quasi più della sua malattia.

Proprio nei giorni in cui mi commuovevo leggendo questo libro, mi è capitato di riprendere in mano Sacche di resistenza di John Berger. In alcune pagine dedicate ad una sua curiosa corrispondenza con il subcomandante Marcos, lo scrittore, che oggi vive more eremitico in un piccolo villaggio delle Alpi francesi, parla di Gramsci e delle pietre di Ghilarza, cittadina nel cuore della Sardegna, vicino a quella Ales, dove l’autore delle Lettere dal carcere era nato. A quattro anni, Gramsci era caduto e questo incidente gli aveva causato quella malformazione alla spina dorsale che ne aveva per sempre compromesso la salute. Vicina alla scuola che Gramsci ha frequentato c’è oggi un piccolo museo allestito in suo onore. Foto, copie di libri, qualche lettera. In una teca due pietre da cui sono stai ricavati due pesi rotondi grandi più o meno con un pompelmo. Ogni giorno Antonio le usava per fare esercizi per irrobustire le spalle, per correggere la malformazione della spina dorsale, per raddrizzare la schiena.

Anche Benjamin aveva una passione per le cose piccole. Scrive il suo amico Gershom Scholem che la sua ambizione mai raggiunta era quella di far entrare 100 righe nella normale facciata di una lettera. In particolare, nell’agosto del 1927, trascinò il suo amico al Museo di Cluny a Parigi per mostrargli, nella sezione ebraica, due chicchi di grano su cui un’anima gemella era riuscita trascrivere l’intero Shema’ Israel, cioè la professione di fede della comunità ebraica, quella che veniva pronunciata nel culto sinagogale.

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