Argo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/argo/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Oct 2024 07:22:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Argo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/argo/ 32 32 “Filosofeggiare in versi è stato ed è ancora voler giocare alla lotteria secondo le regole degli scacchi”: Paul Valery e la “scrittura di potenziamento della mente” https://minimaetmoralia.it/poesia/filosofeggiare-in-versi-e-stato-ed-e-ancora-voler-giocare-alla-lotteria-secondo-le-regole-degli-scacchi-paul-valery-e-la-scrittura-di-potenziamento-della-mente/ https://minimaetmoralia.it/poesia/filosofeggiare-in-versi-e-stato-ed-e-ancora-voler-giocare-alla-lotteria-secondo-le-regole-degli-scacchi-paul-valery-e-la-scrittura-di-potenziamento-della-mente/#respond Fri, 25 Oct 2024 07:22:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54382 Pubblichiamo, ringraziando l'editore, alcuni passaggi dal libro Paul Valéry "Ciò che scrivo non è scrivere" (modelli di pensiero, problemi di poesia) a cura di Andrea Franzoni

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, alcuni passaggi dal libro Paul Valéry “Ciò che scrivo non è scrivere” (modelli di pensiero, problemi di poesia) a cura di Andrea Franzoni (Argolibri, 2024, il libro è stato realizzato in sinergia con la casa editrice Industria&Letteratura) che riunisce per la prima volta in Italia tre quaderni di Paul Valéry: il primo, Ego scriptor, è stato già tradotto per Adelphi (Quaderni, vol. 1, 1986), mentre gli altri due Poésie, e Poїetique, sono inediti in Italia. Scrive Andrea Franzoni nella sua introduzione: “Il testo qui tradotto appartiene a quella scrittura di potenziamento della mente che Valéry operava ogni giorno, dal 1894 al 1945, tra le quattro e le sette del mattino circa: compilò così 261 quaderni di vario formato, cui una prima edizione apparve in 29 volumi negli anni ’60, per il Centre National de la Recherche Scientifique. Il titolo che abbiamo scelto viene da questa particolare forma testuale, che non appartiene né all’aforisma, né al diario, né alla poesia, né alla filosofia, ma che passa tra tutte queste discipline con sguardo distaccato, di creatore e osservatore della creazione. […] Tutti e tre i quaderni trattano di poesia. Del fenomeno poetico umano o di quello linguistico combinatorio. Della poesia pura e dell’arte del rifiutare, scomporre e collegare armonici di suono e di senso. L’espressione delle osservazioni di Valéry è una forma ibrida tra “poesia in nota” e “annotazione di un vento poetico” limpido, ma che passa velocemente. La sintassi di questi quaderni è tra gli elementi a mio avviso più peculiari e importanti di questa scrittura. Trattini, virgole e a-capo muovono il concetto che l’autore esprime in un respiro non normalizzato né continuo, innaturale direi, letterario, avvolto di un’intenzione che muove la frase, molto spesso, verso un’esposizione maggiore, intenzionale, di alcuni concetti o parole: e da quest’esposizione deriva un’idea del senso – un senso inteso come ritmo”.

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Ogni dispositivo poetico si basa su un fatto matematico avviluppato. (1902. Senza titolo, II, 703.)

Filosofeggiare in versi è stato ed è ancora voler giocare alla lotteria secondo le regole degli scacchi. (1913. P 13, V, 151.)

Fondo e forma – Vecchia questione –

Ma l’arte dei versi, la sua pratica mostra le «idee» come una specie di materia.

Relativamente, si accorda. Le idee diventano materia nel momento in cui le si lavora senza alterare (per esempio) l’immagine principale. Ora, lo scopo di questo lavoro è che queste idee siano in grado di soddisfare delle condizioni autonome – tale metro – tale rima – tale tono, tale funzione all’interno di un discorso (da cui esse potrebbero essere estrapolate per servirne altri –) tale funzione in qualcun altro.

Si lavora per renderle non-arbitrarie, localizzarle, associarle ad altre idee. E in fondo per farle diventare 1) il percorso pseudo-naturale di un individuo, il pensiero artificiale – 2) elementi di memoria e attenzione. Bisogna farne qualcosa di chiaramente pensabile. Un eccitante. Un catalizzatore. Fornire al contempo il pungolo e il movimento di chi si sveglia. (1915. Senza titolo, V, 668.)

L’abitudine di meditare libera alla fine dal potere della scrittura e dalla sua smania. Tutto appare una perdita di tempo – Tutto ciò che scriviamo somiglia a quelle migliaia di inezie intellettuali che bisogna sconfiggere per riuscire a pensare in modo puro ed esatto – prima di trovare tale pensiero o tale modo – ingenuo, necessario; arduo e spontaneo – semplice e faticoso – che sta al di sopra di tutto. Anche se questo stesso modo viene proprio dalla volontà di scrivere o fissare. (1920. C 10, IV, 427.)

La letteratura non è mai stata il mio obiettivo. Ma, qualche volta, lo è stato scrivere modelli di pensiero. Progetti per un’immaginazione o per una relazione. Messinscene psicologiche, modi per rappresentarsi qualche sistema. (1910. E 10, IV, 620.)

W Non è lontano ormai il tempo in cui potremo fare un’opera d’arte decidendo sin dall’inizio che essa dovrà soddisfare p + q condizioni simultanee, le p formali e le q significative.

A) formali, ovvero lunghezza, tono, strumenti o elementi

B) concessi o divieti enumerati, – condizioni convenzionali – cambiare o ripetere – tali effetti, – distribuzioni dei massimali e dei minimali – ovvero il reale –

B) significative, ovvero l’immaginario, le cose, il soggetto, il riassumibile, la parte cui si dovrà credere, imitativa, e queste condizioni distinte, indipendenti trasformate in dipendenti dall’abilità e dalla volontà che sono propriamente Arte – ben definite, rapportate a un soggetto-campione, corpo e possibilità. Si farà un calcolo per renderle dipendenti e raggiungere così l’apparenza desiderata. Perché fare un’opera d’arte consiste nel costruire un’apparenza. (1924-25, X, 658-659.)

La poesia (come arte) comincia non appena la parte fisica del linguaggio viene chiamata a combinarsi con quella significativa, in un effetto.

E non solo la parte fisica o sensibile del linguaggio ma anche quelle proprietà che esso possiede a titolo intrinseco, – ovvero le relazioni tra le significazioni che possono formare dei sintagmi o che si organizzano al di là di ogni specifica applicazione e operando sul dizionario in maniera sistematica – (le prime, d’altronde, sono evidenti, le altre, molto nascoste –). Si ottiene così un deposito, un tesoro implicito di sostituzioni. Ecc. il linguaggio «comune», strumento pratico – viene inserito, applicato, solo attraverso imprevisti personali, specifici. La circostanza lo genera; lo utilizza, lo annulla… come mezzo e organo di gesti automatici o volontari, che hanno un «obiettivo» o una necessità locale – – Ma il sistema delle possibilità del linguaggio – ecc.

Da notare come la matematica abbia questo in comune con la poesia e con la musica: che in essa il fondo diventa l’atto della forma. La «verità» dipende da condizioni formali. «L’esistenza» non è che la non-contraddizione – questa una condizione. (1932. Senza titolo, XV, 881.)

Poeta – La mia opera non viene da un bisogno – è il lavorio mentale ad essere in me bisogno – (a cominciare dallo stimolo). Ciò che mi stimola – mi stimola a questo stesso lavoro e non al suo prodotto – (se non fosse che l’idea di prodotto è, in quanto scopo, condizione del lavoro – ma non la sola né la principale). L’opera, dunque, è ai miei occhi applicazione. Mentre per la maggior parte delle persone, essa è il capitale dell’istante.

– –

Dunque, la Grande Opera è per me la conoscenza del lavoro in sé – della trasmutazione – mentre le opere sono applicazioni locali, problemi particolari. – Problemi nei quali, a titolo di condizioni indeterminate, rientrano le caratteristiche dell’Altro = l’idea che mi faccio dell’azione esterna delle opere. (1933. Senza titolo, XVI; 744.)

Ego

Sono più che altro un inventore di idee – o di prospettive. Ed è questo, in fondo, che fa anche la mia «poesia» – Non che io vi inserisca volutamente delle «idee». Al contrario, non voglio che ci siano – perché un’idea che mi interessa mi sembra richiedere un trattamento del tutto diverso e mi stimola e spinge a uno stato diverso, una composizione nuova dove virtualmente inserirla, e che non sono «poetici». Ma se, anche solo minimamente, entro in una forma e una linea di canto, concepisco l’avvenire di questo germe in quanto poema, sotto forma di problemi – o serie di problemi – e qui le «idee» intervengono – come soluzioni.

– – – Qualche parola, come un arco di curva, si propone – Si tratta di tracciare una curva che passa per dei punti fissi – rime ecc. « Mignonne, allons voir si la rose » 1– – ?? E poi? Qui un andare e venire dal dizionario delle rime, più o meno mentale, e il senso nascente e l’intenzione, e il movimento o ritmo.

– L’idea della costruzione del poema o delle opere mi eccita, mi esalta più di ogni altra opera, – e questo (nota bene) quanto più l’immaginazione si rende indipendente dalla persona e dalla personalità del costruttore. Non c’è qualcuno che fa. Sonnambulismo di chi è attento – vale a dire di chi si trasforma tramite una conservazione (1941-1942. Senza titolo, XXV, 373.)

Io penso avendo troppa coscienza della qualità di pensiero del mio pensiero, con un’appercezione della natura mentale del mentale troppo rapida per impelagarmi in una finzione concreta o astratta, romanzo o storia o metafisica, al punto da impegnarmi in un’opera lunga e sostenuta in uno di questi generi, che richiedono invece che si perda la percezione delle uguali possibilità di sviluppo, e quella degli intrecci che si propongono in ogni momento.

La mia immaginazione si oppone ogni momento a qualsiasi immagine, e la mia libertà di formulare si oppone ad ogni formula. È qualcosa che dapprincipio ho coltivato in me attraverso il lavorio dei versi, il cui segreto sta tutto nella subordinazione dei prodotti immediati dello spirito alle condizioni del linguaggio come stimolo probabile. (1943. Senza titolo, XXVII, 199.)

 

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La Magna Grecia in Campania, seconda parte https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-magna-grecia-in-campania-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-magna-grecia-in-campania-seconda-parte/#respond Thu, 17 Sep 2015 05:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28465 (fonte immagine)

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte, nei prossimi giorni pubblicheremo la terza e ultima puntata.

PAESTUM. Basta costeggiare per un breve tratto il fiume Sele, l’antico Silarus. Nascoste dai canneti, piccole imbarcazioni di pescatori di anguille aspettano l’alba in un’atmosfera sospesa. I rumori dei campeggi nelle vicinanze scompaiono. Tra i campi bruciati, ronzio incessante e lontanissimi motori. In un attimo tutto è perduto. Tutto è come lo immaginarono sei secoli prima di Cristo. Raccontavano di Giasone e dei suoi compagni. Della celebre nave che prese il nome dal costruttore figlio di Arestore, Argo, e che dopo peripezie infinite tra il Mar Nero, l’Egeo, l’Adriatico, fiumi come il Danubio e l’Eridano (il Po), finì per ancorare proprio da queste parti. I cinquanta uomini di bordo, detti Argonauti, scesero a terra, lasciarono ben nascosto il vello d’oro (il sacro ariete alato) per cui erano partiti, e si misero a costruire un santuario in onore di Era Argiva.

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atuffatore

(fonte immagine)

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Matteo Nucci scritto per il Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte, nei prossimi giorni pubblicheremo la terza e ultima puntata.

PAESTUM. Basta costeggiare per un breve tratto il fiume Sele, l’antico Silarus. Nascoste dai canneti, piccole imbarcazioni di pescatori di anguille aspettano l’alba in un’atmosfera sospesa. I rumori dei campeggi nelle vicinanze scompaiono. Tra i campi bruciati, ronzio incessante e lontanissimi motori. In un attimo tutto è perduto. Tutto è come lo immaginarono sei secoli prima di Cristo. Raccontavano di Giasone e dei suoi compagni. Della celebre nave che prese il nome dal costruttore figlio di Arestore, Argo, e che dopo peripezie infinite tra il Mar Nero, l’Egeo, l’Adriatico, fiumi come il Danubio e l’Eridano (il Po), finì per ancorare proprio da queste parti. I cinquanta uomini di bordo, detti Argonauti, scesero a terra, lasciarono ben nascosto il vello d’oro (il sacro ariete alato) per cui erano partiti, e si misero a costruire un santuario in onore di Era Argiva.

Ne resta il perimetro, oggi, tra i campi abbandonati, quasi invisibile, nascosto dall’erba bruciata dal sole. Sono poche pietre ma in quelle pietre risuona un tesoro. Spariscono anche i ronzii degli insetti. Resta soltanto la musica che suonò uno degli Argonauti, il divino Orfeo, mentre la nave, dopo aver sostato davanti al promontorio di Circe, avvicinava la sua punta a Salerno eppoi seguiva la costa a sud verso la Foce del Sele. Era una musica straordinaria e unica, capace di una malia tale che gli uomini dell’equipaggio non ascoltarono neppure il richiamo seducente e omicida delle Sirene. Forse la cantavano ancora, mentre costruivano il tempio restituito alla luce dagli acquitrini nel 1927. Le metope che raccontano gesta eroiche, storie letterarie e danze leggere, si possono osservare in copia nella masseria che, sulla strada, a poche decine di metri, è stata trasformata nel Museo Narrante dedicato a Era Argiva. Gli strepitosi originali invece sono stati spostati nove chilometri a sud, negli stessi luoghi in cui gli abitanti dei dintorni si trasferirono per sfuggire alle continue piene del fiume. Luoghi destinati all’immortalità.

La città fu chiamata dai greci d’Italia Poseidonia. Un secolo dopo, in mano lucana, prese il nome di Paistom. Sotto i romani venne infine ribattezzata Paestum. Di essa, restano molto più che pietre perimetrali di un santuario. Restano colonne doriche massicce, tre templi magnificamente conservati e di bellezza inaudita, esempi unici di fronte a cui ogni parola appare insufficiente. Forse il motivo di tanta eternità sta nella caducità da cui sorsero. I coloni che avevano velocemente abbandonato la Foce del Sele provenivano infatti da una delle città greche del sud Italia più lussuose e più effimere: Sibari. I primi ad arrivare, attorno al 600, avevano lasciato le coste calabre e la città ricchissima ma sovraffollata. Novant’anni più tardi li raggiunsero tutti gli altri, dopo che Sibari venne distrutta da Crotone. I tre templi che oggi contempliamo estasiati, li costruirono in quel secolo breve, dedicandoli a Atena (il tempio detto di Cerere), a Era (il tempio detto Basilica) e probabilmente a Nettuno, quello che è il più completo e impressionante. Meta obbligata del Grand Tour (necessario visitare il Museo “Paestum nei percorsi del Grand Tour”, poco lontano dal sito, a Capaccio), di chi sfidava i pericoli dei luoghi paludosi, solitari, abitati da malattie e briganti, Posidonia, per tutti Paestum, ospitò fra gli altri, nel 1777 Giovanni Battista Piranesi, autore di tavole impressionanti.

Chiusa da una cinta muraria lunga quasi cinque chilometri, la città però non è solo i suoi templi. Nello spazio pubblico dell’agorà, un ekklesiasterion (sede delle assemblee) fu costruito a inizio V secolo, e insieme all’heroon (edificio consacrato al culto di un eroe) domina sui resti delle abitazioni, sull’anfiteatro romano, le terme e altri santuari. Ma lo spazio principale, dopo i templi, fu costruito nel 1952 su progetto razionalista datato 1938: è un museo unico e ospita pezzi da capogiro. Vasi come il cratere di Europa e il toro o l’anfora del pittore di Afrodite. E soprattutto la famosissima Tomba del Tuffatore, scoperta in una piccola necropoli a sud di Poseidonia nel 1968. Le pareti interne della tomba accompagnavano il defunto tutto attorno al suo corpo con le immagini più dolci del suo percorso terreno: uomini sdraiati giocano a cottabo, lanciando gocce di vino in un bersaglio. Chi vince merita la dolcezza della musica e dell’eros. L’eros spinge a una dimensione spirituale superiore, come spiegò Platone. E infatti l’immagine finale, quella dipinta proprio sopra agli occhi chiusi del morto raffigura l’uomo che si tuffa, slanciandosi perfetto contro lo sfondo bianco della pietra, curioso ormai del mare in cui sta per infilarsi, un mare che rappresenta l’aldilà, la nuova dimensione in cui sta penetrando.

“I lucani impararono molto dai greci ma anche i greci avevano imparato dagli etruschi… Venga con me” mi dice uno dei custodi storici del Museo, Nicola Verrone. Mentre ripercorre le glorie di ogni sala e invoca ristrutturazioni e ammodernamenti necessari, mi spinge giù nei sotterranei dove sono raccolte opere che prima o poi troveranno la luce che meritano. Racconta tutto quel che è possibile raccontare su una tomba lucana. Mostra ombre, simboli, colori. Spiega che i greci di Poseidonia impararono a dipingere le tombe dagli etruschi e che i lucani si mescolarono ai greci e a loro volta ereditarono da loro tecniche e immagini. È un vulcano di storie e alle storie antiche mescola le sue, quelle della sua famiglia e di chi vive oggi a Paestum e eredita tradizioni millenarie.

Quando mi saluta, indicandomi la via verso il sud, ho l’impressione una volta di più che i miti antichi non finiscano mai e che basti rileggerli negli uomini e nei luoghi antichi che essi continuano a abitare. Adesso per esempio, seguendo le indicazioni di Verrone, benché di greco a Agropoli non ci sia più nulla di rilevante se non il nome, mi pare impossibile negare che sia su quel promontorio che Eracle si fermò di ritorno dalle sue fatiche in Iberia dove aveva catturato i buoi del gigante Gerione. E soprattutto mi pare impossibile negare che qualche decina di chilometri più a sud, a punta Licosa, la Sirena Leucosia potesse essere irresistibile per chiunque, anche per chi, come Orfeo, era capace di musiche superiori. Qui non doveva essere la musica infatti a sedurre i marinai, ma il sogno di una specie di paradiso terrestre. Così mi sembra di vederlo, Odisseo, al largo di questi scogli di pace assoluta, raggiungibili con una lunga camminata dal sentiero di Vaddunauto. Mi sembra di vederlo lì, in mare aperto, che dopo aver otturato le orecchie dei compagni con del miele compresso e aver loro ordinato di non dar retta per nessuna ragione alle sue suppliche, adesso, legato forte all’albero della nave, solleva i sopraccigli implorandoli di liberarlo e cambiar rotta, perché il paradiso gli sembra davvero a un passo. (2-continua)

 

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Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone https://minimaetmoralia.it/estratti/vivi-da-morire-dialogo-facchetti-giovanni-falcone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/vivi-da-morire-dialogo-facchetti-giovanni-falcone/#comments Sat, 23 May 2015 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26963 Oggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il "cuntaru" per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l'editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano...

L'articolo Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone proviene da Minima et Moralia.

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giovanni-falconeOggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il “cuntaru” per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l’editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano…

 

Ho sognato uno stadio che naufraga come la baleniera Essex. Non ci posso credere. Solo in sogno si possono vedere certe cose. La Essex è quella nave che, nel 1820, venne attaccata e affondata da un cetaceo gigantesco. Melville si ispirò a quella storia per scrivere Moby Dick. E lo stadio in tempesta, nel mio sogno, da cosa fu assalito? Sembrava preda degli urti possenti di un leviatano. E un personaggio, come Achab, o come un argonauta, apparve d’improvviso, tra vele lacerate e alberi spezzati, ritto sulla tolda di uno stadio, sommerso da murate d’acqua. Uno stadio nave. Uno stadio baleniera. Non lo so. L’ho sognato, forse dopo che sono morto in quella clinica. Io, un atleta, spezzato ancora giovane da un male tenebroso.

Questo non è il mio posto, non è il mio stadio. Eppure mi sembra lo stesso del mio sogno. E questo prato lo ricordo per davvero. Ci ho giocato. E questa veduta con il monte. Si chiama Monte Pellegrino, giusto? Si nota subito, quando si arriva a Palermo. Ma quel giorno… oh, scusate, caro giudice, non mi sono presentato. Sono Giacinto Facchetti, capitano dell’Inter e della nazionale.

Caro Facchetti, piacere. L’avevo già riconosciuta. Lei è un uomo famoso. Il difensore che ha inventato il ruolo del terzino sinistro goleador.

Anche lei è famoso, giudice. Almeno quanto me, se non di più.

Ma lei è stato indubbiamente più amato di me.

Ecco il suo famoso sorriso, giudice. Non si inquieti, se mi permetto di sottolineare quel sorriso un po’ amaro e un po’ ironico che le abbiamo visto tante volte in tv o nelle foto. Così disincantato e consapevole. Mi dica, posso sedermi accanto a lei? Che ci fa qui, stasera? Le piace il calcio?

Prego, si accomodi. Mi hanno lasciato solo, non trovo più i colleghi con i quali ero venuto. Ma sa, da quando possiamo circolare liberamente, senza scorte intendo, senza apparati di sicurezza intorno, siamo tornati un po’ bambini, non ci siamo più abituati, e specialmente in mezzo alla folla ci perdiamo sempre. Che bella veduta, da qui non la conoscevo. In vita non fui un grande frequentatore dello stadio…

Eh sì, questa veduta invece io me la ricordo. Qui ho giocato veramente. Ma poi quella partita vera un giorno l’ho sognata. E, sa come sono i sogni, l’ho sognata diversamente da come si era svolta nella realtà. Nel sogno, dopo il mio gol, che nella realtà segnai effettivamente, il monte è scomparso. Il monte è finito sott’acqua. Io sono sempre stato un uomo razionale. Ma quel sogno mi è rimasto impresso.
Perché certi sogni restano così impressi? Forse per me può valere l’ipotesi che ho giocato davvero per tutta la vita in una squadra da sogno? Sarti, Burgnich, Facchetti. Quella formazione dell’Inter del mago Helenio Herrera la conosceva a memoria tutto il mondo. Quella volta, giocando a Palermo, io confermai la mia fama. Andai in gol, da terzino e da capitano. E ho fatto vincere la squadra.

Credo di ricordare anch’io quella partita.

* * *

Palermo-Inter, 21 settembre 1969, Stadio La Favorita

Franco Causio, detto il Barone, in prestito dalla Juve, porta in vantaggio i rosanero. Ma i nerazzurri non mollano.
Il mediano Bertini pareggia su rigore. La partita si riapre. Quando manca ormai una manciata di minuti al fischio finale,
Facchetti si invola sulla sinistra, travolge d’istinto un muro di maglie rosanero e scambia il pallone con Mazzola,
che glielo restituisce dentro l’area di rigore avversaria. Il tiro del terzino sinistro dell’Inter e della nazionale è secco e
violento, un diagonale imprendibile per il portiere palermitano. È il gol della vittoria dei milanesi.

* * *

Solo che è stato strano, caro giudice. Perché poi ho sognato quella partita che davvero ho giocato. Ma l’ho trasfigurata.
Nel mio sogno, subito dopo il gol… non so spiegarle, ricordo che dopo il gol alzai gli occhi per esultare.
Guardai il monte, intravidi il castello. I compagni mi circondarono per l’abbraccio di rito. All’improvviso, senza un tuono, il cielo si squarciò. Tutto si annebbiò dentro una barriera d’acqua che ci cadde addosso. Il monte scomparve alla mia vista. Non si vedeva più nulla. Era come annegare in un mare infuriato. Lo stadio sembrava una nave durante l’ultimo naufragio. Scappammo tutti, cercando la via degli spogliatoi. Dal campo si percepiva nelle curve il movimento di masse umane che si agitavano come un animale gigantesco finito sotto l’acqua. Una balena che si inabissava e riemergeva. Mi sembrava di vederne la coda immensa, risalire da onde alte come montagne, in un oceano in tempesta, in mezzo ai fulmini. Era un maremoto gelido. Una scena primordiale, da era primitiva. Più che un sogno, un incubo.
Accanto a me, persone che non riconoscevo si strappavano gli abiti di dosso e restavano in mutande, come per nuotare più liberamente. L’intero stadio si sgombrò in pochi istanti. Migliaia di persone lo evacuarono come fuggendo da un terremoto. Eppure non ci furono morti, feriti, incidenti. Dieci minuti dopo il cielo sgombro si era riempito di gabbiani. E il monte era riapparso. Nello spogliatoio, tutti bagnati, scoppiammo a ridere per quanto era successo. Era stata una bomba d’acqua. Oggi le definiscono così. Sembravamo dei naufraghi. Forse davvero ho solo sognato.
Il mondo si era rovesciato, era tutto sottosopra: il basso andava verso l’alto, l’alto verso il basso, il mattone volava, la piuma cadeva. E tutto era finito sotto l’acqua.
Non avevo mai più ripensato né al mio sogno né al mio vero gol qui a Palermo fin quando, caro giudice, qualcuno non mi ha ricordato una sua frase. Una volta ha detto che anche per lei la vita è stata come una partita di calcio, durante la quale c’è stato un momento in cui aveva sentito che la gente faceva il tifo per la sua squadra. Ma che poi aveva avvertito d’improvviso il silenzio dello stadio, la neutralità dei suoi tifosi, e questo mi ha fatto pensare. Io sono stato capitano della nazionale e, fuori da ogni retorica, rappresenterà pure qualcosa. Un simbolo condiviso, per esempio. Ora, per me, la beffa è questa: l’uomo che ha detto che la sua vita, un po’ come la mia, è stata una lunga partita di calcio è anche lui considerato un simbolo, quanto e più della mia fascia di capitano dell’Italia. Si è detto anzi che rappresenti qualcosa di davvero importante. Ma cosa, esattamente? Un eroe civile? Ma allora mi chiedo, per esempio, perché quest’uomo, che lei è stato, ha dovuto morire prima che gli venisse attribuito questo ruolo. E perché, negli ultimi anni della sua vita, sia stato tanto osteggiato. E la sua morte sia ancora così avvolta nel mistero. Non capisco perché chi lo ha combattuto in vita, aspramente, come fosse una lotta per la vita e per la morte, poi da morto lo ha invece celebrato. Come se fosse stato sempre al suo fianco. E invece io so che non è vero. Vedo che sorride, alle mie parole. Mi scusi, non vorrei tediarla con questi miei discorsi. Siamo qui per vedere una partita e rilassarci. Di nuovo la mia Inter contro il suo Palermo.

* * *

Palermo-Inter, 28 aprile 2013, Stadio Renzo Barbera

È il 9’ del primo tempo, il difensore centrale dell’Inter cincischia con il pallone nella sua aerea di rigore e non si
accorge che alle sue spalle c’è in agguato il furetto rosanero, il capitano Fabrizio Miccoli, che gli strappa letteralmente
la palla dai piedi e l’appoggia al suo compagno di squadra, lo sloveno Ilicic. Per quest’ultimo non è difficile battere da
pochi metri il portiere nerazzurro. Palermo in vantaggio e Inter che, sei minuti dopo, perde pure il suo capitano, Javier
Zanetti, per il primo, vero infortunio della sua lunga carriera. Il risultato rimarrà questo fino alla fine. Un brodino caldo per l’ammalato rosanero che con questa vittoria risicata spera ancora nella salvezza e di non precipitare negli abissi della serie B.

* * *

Caro Facchetti, vede? Abbiamo vinto. Ci siamo vendicati di quel suo vecchio gol. Ma, mi creda, io me ne intendo di ricordi. Per tutta una vita li ho verbalizzati. Lei sul serio ha sognato la vera partita che ha giocato. Ma nel sogno ha reso fantastiche le circostanze. Anzi, le dirò di più. Lei, sognando la sua partita vera, nella fantasia onirica ha trasferito il ricordo o l’informazione di un nubifragio che in questo stadio ci fu davvero, ma non nel 1969, bensì nel 1972. Il Palermo giocava con il Milan, e l’arbitro all’80’ dette ai rossoneri un rigore inesistente. Rivera lo trasformò, il Milan vinse e, per ripicca, il buon Dio mandò giù tonnellate d’acqua. Lei, caro Facchetti, con i suoi sogni, se avesse deposto davanti a un giudice, avrebbe fatto arrestare un innocente. Se l’avessi interrogata da magistrato, avrei pensato che lei volesse depistare l’indagine. Non mi guardi così, stavo scherzando.
Ma certo è strano che le sia venuto in mente tutto questo. Un naufragio, poi. Chissà che metafora sottende. Ci vorrebbe
Freud. E quella figura che ha intravisto, addirittura Achab. Chi rappresenterebbe? Forse me? Non mi identifico nel capitano del vascello che inseguiva Moby Dick.

Forse non era Achab. Forse era invece un argonauta, Argo, il primo uomo che secondo il mito greco sfidò gli oceani, alla ricerca del vello d’oro e alla conquista di terre sconosciute.

Lei mi lusinga. Ma non mi identifico nemmeno in Argo. Io ero e resto un semplice uomo dello Stato.

Dottor Falcone, le sue parole mi danno la certezza che il mio è stato solo un sogno, ma resta significativo. Identifica, con rispetto parlando, le nostre figure. Io sono stato il primo terzino italiano a fare gol. Come lei è stato il primo giudice italiano a lasciare l’area del quieto vivere e del semplice contenimento del crimine mafioso, e per la prima volta ha percorso palla al piede tutto il campo e ha provato a segnare nella porta avversaria. Sa cosa diceva Nílton Santos, difensore del Brasile campione del mondo nel 1958? Diceva questo: “Non invidio i terzini di oggi per quello che guadagnano ma perché possono attaccare. Ai miei tempi se ti spingevi in attacco e la tua squadra subiva un gol in contropiede venivi mandato alla forca.” Ecco, io me ne sono infischiato della forca, e mi sono spinto in avanti ogni volta che potevo: per fare male all’avversario, per bucare la rete. Anzi lei assomiglia di più al primo terzino veramente moderno del calcio italiano, Francesco Rocca, detto Kawasaki che con la maglia della Roma arava la fascia sinistra e martellava la difesa avversaria con i suoi cross venticinque, trenta volte a partita. Un portento. Proprio come lei, giudice.

Me lo ricordo Rocca, se non sbaglio dovette smettere per un grave infortunio che lo rese zoppo.

Per carità, giudice, non era questo che intendevo. Me ne scuso. Era solo per dirle che oggi se un terzino, tra quelli che vanno per la maggiore, attacca la difesa degli avversari per tre o quattro volte a partita, diventa automaticamente un fenomeno. Se mi permette proprio come hanno fatto tanti suoi colleghi, dopo di lei: poca investigazione, molte chiacchiere televisive, molta autopromozione.

Non si deve scusare, Facchetti. Lei sa cosa mi disse Michele Greco, il capo di Cosa Nostra, quando l’interrogai dopo l’arresto? Lei è come Maradona, quando ha la palla bisogna atterrarlo. Ma quella era una minaccia, non una metafora.

 

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