Arto Lindsay Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/arto-lindsay/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Jun 2014 13:53:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Arto Lindsay Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/arto-lindsay/ 32 32 Incontro con Arto Lindsay https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arto-lindsay/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arto-lindsay/#respond Sat, 21 Jun 2014 13:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21659 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica.

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica. (Fonte immagine)

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

Questo sessantunenne occhialuto che ancora sostiene di «non saper suonare la chitarra» (e che proprio per questo è diventato uno dei chitarristi più imitati dall’universo indie rock), lo incontro in un albergo romano a due passi dalla Rai: l’occasione è la presentazione di un doppio CD antologico intitolato Encyclopedia of Arto, equamente diviso tra estratti dal suo catalogo solista e una selezione di brani dal vivo. Siamo a oltre trentacinque anni dalle prime prove dei DNA: la New York no wave è morta e sepolta, a Manhattan ci abitano solo i ricchi e persino «quartieri di Brooklyn come Williamsburg e Greenpoint sono diventati un brand».

Più che un cambio di prospettiva è un rivolgimento pressoché totale, e infatti da circa un decennio Lindsay è tornato a vivere in quella che di fatto è la sua patria elettiva: il Brasile. Che poi è il paese in cui è cresciuto, ben prima di trasferirsi nella New York delle avanguardie downtown, dei Television e di Patti Smith: «erano gli anni 60. Abitavo in una minuscola città nello stato del Pernambuco che sembrava rimasta al medioevo; i miei primi contatti con la musica del mondo “lì fuori” risalgono agli anni del liceo, quando conobbi dei ragazzi figli di diplomatici americani che mi raccontarono dei gruppi californiani e dei festival rock. Però in Brasile c’era già stato il movimento tropicalista che fu un autentico shock: musicisti come Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Os Mutantes…».

In pieni anni 80, subito dopo aver sciolto i DNA, Lindsay riprenderà il bagaglio brasiliano dell’adolescenza fino a reinventarsi produttore di quelli che erano stati i suoi idoli di gioventù: a lui si deve il suono contaminato di Estrangeiro, uno degli album più celebrati di Caetano Veloso, nonché la riscoperta di un outsider come Tom Zé. Lindsay ricorda come «negli anni 60, Veloso e i tropicalisti erano vere e proprie popstar. Li vedevi alla televisione, li sentivi alla radio, erano estremamente popolari e anche coraggiosi, perché per l’epoca era una musica nuova, rivoluzionaria. Fu un momento molto bello ma anche molto breve: la dittatura militare si stava inasprendo, il clima si fece pesante, e nel 1969 Veloso e Gil vennero arrestati. Alla fine se ne scapparono a Londra».

I militari erano andati al potere nel 1964; Lindsay ricorda come «lo scorso 31 marzo ricorrevano i 50 anni dal colpo di stato, e in Brasile se ne è parlato molto, perché rimane una questione aperta: come è potuto accadere? Perché non ci fu reazione?»; sono temi «ancora molto sentiti nella società brasiliana», che a decenni di distanza dal golpe «vive di nuovo un periodo delicato». Il riferimento è alle proteste di piazza contro i mondiali di calcio e la presidente Dilma Rousseff: «manifestazioni del genere in Brasile non se ne vedevano da tantissimo tempo. In un certo senso, a pesare è anche la delusione del dopo-Lula. Il suo stesso partito è diventato come qualsiasi altro partito politico brasiliano: un luogo di potere e di corruzione. È stato coinvolto in scandali terribili, e col passare degli anni la situazione è sempre più degenerata. Anche le politiche contro la povertà di Lula, pur mosse dalle migliori intenzioni, alla fine rispondevano alla più classica politica neoliberista. E con Dilma Rousseff siamo ancora nel pieno di questo processo».

Sui mondiali di calcio l’opinione di Arto è, da perfetto brasiliano, duplice: «Sono arrabbiato per il modo in cui sono stati organizzati: FIFA e CBF [la federazione calcistica brasiliana] si sono comportate come vere e proprie organizzazioni criminali. Resto totalmente e convintamente dalla parte di chi protesta, e credo che questo sia il momento giusto per manifestare. E però sono anche un appassionato di calcio, e non smetterò mai di tifare Brasile… Quindi capisci, è come se fossi doppiamente eccitato: per le proteste, ma anche per le partite…».

Tratta Brasile-New York a parte, l’altro paese con cui Arto Lindsay intrattiene da sempre un rapporto preferenziale, è proprio l’Italia. È un legame che risale agli anni della no wave e delle scorribande con DNA e Lounge Lizards (il gruppo fake-jazz fondato da John Lurie) e a raccontarlo oggi getta una luce insolita sull’influenza  che l’avanguardia newyorchese subì da parte  del nostrano binomio arte-politica: «eravamo molto presi dall’Autonomia e dal movimento del ’77. A New York la rivista Semiotext(e) dedicò un numero speciale alla situazione italiana, e a noi – che alla rivista eravamo molto legati – piaceva un sacco  questo legame tra politica, teoria, creatività e vita di tutti i giorni. Tempo dopo, quando suonammo coi Lounge Lizards in Italia, mi trattenni a Bologna per un po’ e produssi anche un disco di una formazione locale, gli Hi-Fi Bros. Era divertente, ci esibivamo nelle situazioni più disparate: teatri d’opera, Feste dell’Unità, squat punk…».

D’altra parte, l’interesse era reciproco: la no wave e i DNA in particolare furono la colonna sonora ufficiosa di esperienze come Frigidaire, la rivista nata nel 1980 che ospitò i fumetti di Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, Massimo Mattioli (nessuna parentela col sottoscritto) e ovviamente Andrea Pazienza. E l’inconfondibile volto di Arto Lindsay, questo bislacco incrocio tra un impiegato di banca e un nerd prosciugato dalle troppe anfetamine, per qualche tempo fu veramente tra le icone sotterranee delle avanguardie post-settantasettine. «Mi ricordo che i ragazzi di Frigidaire vennero anche a trovarci a New York: c’era Tamburini, l’autore di Ranxerox, e Emi Fontana, che poi divenne la compagna dell’artista Mike Kelley. Di Frigidaire conservo ancora diversi numeri. Recentemente ho anche riacquistato i volumi di Ranxerox in portoghese. Roba seria».

Ma l’episodio più curioso (o se vogliamo inquietante) è un altro: «nel 1981 le Brigate Rosse rapirono James Lee Dozier, il generale NATO. Ora, mentre lo tenevano sequestrato, i brigatisti obbligavano Dozier a indossare un paio di cuffie da cui mandavano musica a volume altissimo, presumo per impedirgli di ascoltare nomi e conversazioni che potevano compromettere l’operazione. Vuoi sapere che musica era?». È una domanda che non mi aspetto: che razza di musica possono scegliere dei militanti armati di estrema sinistra per confondere un ostaggio? Canti rivoluzionari? Gli Inti Illimani? Beethoven, come in Arancia Meccanica? La risposta di Lindsay comunque non si fa attendere: «un disco dei DNA».

L’immagine di un gruppo di brigatisti che colleziona dischi di una delle più aspre e cacofoniche formazioni dell’underground post-punk è – concedetemelo – singolare. Resta il dubbio su come faccia Lindsay a sapere certe cose: «Mah, sono voci che girano, magari è solo una leggenda…». Decido di non indagare oltre: in fondo, tante volte la no wave è stata descritta come «terrorismo in musica»… Nel frattempo lo stesso Lindsay ha in qualche modo smussato gli angoli, e specie i suoi lavori solisti sono un raffinatissimo incrocio tra pop sperimentale e recuperi brasiliani. Un riassunto lo trovate sul primo CD di Encyclopedia of Arto. Sul secondo, quello dal vivo, c’è lui da solo con la chitarra; ed è ancora l’Arto tagliente e atonale delle primissime prove, quando per spiegare che musica facevano i DNA rispondeva: «è come un tizio ciccione che cade dalle scale. O al limite un topo intrappolato in un computer».

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New York Ballerina https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/ https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/#comments Thu, 07 Mar 2013 09:38:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13423 (Fonte immagine.)

La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

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La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

New York è la città della danza

New York dev’essere la città col maggior numero di ballerini. Te ne accorgi facendo la conta delle compagnie di danza presenti in città e delle scuole di danza e degli spazi dove almeno una volta a settimana c’è la prima di uno spettacolo di danza. Danza danza danza. La trovi al Bac (Baryshnikov Arts Center), meraviglioso spazio aperto e diretto da Mikhail Baryshnikov, che è sia residenza per ballerini sia spazio dove presentano i loro spettacoli importanti compagnie di danza contemporanea. La trovi nello spazio di Cedar Lake, un grande capannone a Chelsea dove i ballerini provano i loro spettacoli e che ogni tanto aprono al pubblico per mostrare il loro work in progress. La trovi nei teatri e nelle scuole, in coreografie grandi e piccole, destinate a girare il mondo, o a nascere e morire in città.

Una tra le più belle l’ho vista quest’estate, Vespers del Company C Ballet, musiche di Tom Waits, in scena due ballerini, un lui e una lei, lui vivo, lei in pigiama bianco e morta, nella loro vita immaginaria dovevano essersi amati moltissimo. Lui non accettava che fosse morta, e la faceva ballare, muovendo gambe e braccia e testa e gomiti e ogni cosa. Hanno duettato così per un po’. Il pubblico in sala piangeva. Anch’io piangevo. Sono tornata a rivedere Vespers qualche giorno dopo. Poi volevo rivederlo, ho cercato in rete anche pochi minuti ma niente. Ogni tanto mi rimetto a cercarlo, più o meno una volta al mese, vorrei rivedere la ragazza morta ballare, fino a oggi non l’ho ritrovata.

Si può ballare qualsiasi cosa

Tempo fa Lorenzo Mattotti mi disse che si può disegnare qualsiasi cosa. Se metti dei limiti è meglio che cambi mestiere. Lo stesso vale per la danza. L’estate scorsa ho passato tre mesi a New York. Guardavo danza quasi quotidianamente. A volte da sola, quasi sempre con un amico che stranamente (e per fortuna) aveva stabilito con la danza la mia stessa relazione e prospettiva. Andavamo a vedere qualunque cosa, e ne uscivamo ogni volta stupefatti, come sotto sortilegio, incapaci di avere un punto di vista critico o anche solo di verbalizzare quello che avevamo visto, desiderosi di svegliarci l’indomani e vederne ancora. A distanza di tempo, se dovessi descrivere alcuni o tutti gli spettacoli che ho visto e vedo la cosa che mi viene da dire è che si può ballare qualsiasi cosa. I ballerini di Yung-Li Dance che danzano la relatività di Einstein, quelli di Cedar Lake che ballano il decostruzionismo di Jacques Derrida, il New Chamber Ballet che usa Stockhausen per mettere in scena un triangolo amoroso, la Trisha Brown Dance Company che fa ballare le opere di Robert Rauschenberg. Questi ballerini possono ballare qualsiasi cosa, mi dico.

La mia educazione sentimentale

Se dovessi scrivere una lista delle cose che hanno contribuito alla mia educazione sentimentale, ai primi posti ci sarebbe Saranno famosi, la serie tv. Avevo circa tredici anni e guardavo e riguardavo sempre le stesse puntate cercando di capire chi volevo essere. Lì dentro cercavo il mio futuro. Poi alla fine vinceva sempre Coco. Vinceva nelle puntate in cui ballava. Vinceva sempre perché ballava. Io volevo essere Coco Hernandez, volevo ballare e volevo abitare a New York. Ora di anni ne ho quarantuno, non sono Coco Hernandez, non faccio la ballerina, a New York ci abito ogni tanto, guardo ininterrottamente spettacoli di danza. È la mia educazione sentimentale che me lo impone. Fortunatamente. E poi mi fermo. Potrei scrivere di danza all’infinito. Potrei guardare danzare all’infinito. Potrei danzare all’infinito. Dice Leonard Cohen, Dance Me To The End of Love. Dico io, la soluzione sta nella danza. Qualunque cosa voglia dire.

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