Azeglio Vicini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/azeglio-vicini/ un blog di approfondimento culturale Thu, 15 May 2014 15:18:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Azeglio Vicini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/azeglio-vicini/ 32 32 La leva calcistica italiana del ’64 https://minimaetmoralia.it/sport/schillaci-vialli-mancini/ https://minimaetmoralia.it/sport/schillaci-vialli-mancini/#comments Fri, 16 May 2014 05:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20740 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero della rivista Icon.

Quando a metà del secondo tempo gli venne chiesto di scaldarsi, Salvatore Schillaci si rivolse all'allenatore Azeglio Vicini: “Mister, ma sta dicendo a me?”.

Era la prima partita del Mondiale del 1990, l'Italia stava dominando l'Austria ma non riusciva a segnare. Schillaci aveva ventisei anni e quella era la sua seconda presenza in assoluto con la maglia della Nazionale. Anzi, fino all'anno prima giocava in Serie B: partecipare anche solo a venti minuti di un Mondiale (per giunta in casa: l'ultimo grande evento sportivo ospitato in Italia) doveva sembrargli una cosa tanto eccezionale quanto assurda. Lo aveva acquistato la Juventus, e quella già era una fortuna abbastanza grande per un ragazzo cresciuto in un quartiere popolare di Palermo, su “campi pietrosi e strade mezze asfaltate”. Oppure, sempre per dirlo con parole sue: “in mezzo ai delinquenti, in mezzo a gente che mi voleva bene”. Entrando in campo per sbloccare la partita con l'Austria era normale che avesse dei dubbi: “Pensai di tutto, addirittura di fare brutta figura”.

L'articolo La leva calcistica italiana del ’64 proviene da Minima et Moralia.

]]>
salvatore-schillaci

Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero della rivista Icon. (Fonte immagine)

Quando a metà del secondo tempo gli venne chiesto di scaldarsi, Salvatore Schillaci si rivolse all’allenatore Azeglio Vicini: “Mister, ma sta dicendo a me?”.

Era la prima partita del Mondiale del 1990, l’Italia stava dominando l’Austria ma non riusciva a segnare. Schillaci aveva ventisei anni e quella era la sua seconda presenza in assoluto con la maglia della Nazionale. Anzi, fino all’anno prima giocava in Serie B: partecipare anche solo a venti minuti di un Mondiale (per giunta in casa: l’ultimo grande evento sportivo ospitato in Italia) doveva sembrargli una cosa tanto eccezionale quanto assurda. Lo aveva acquistato la Juventus, e quella già era una fortuna abbastanza grande per un ragazzo cresciuto in un quartiere popolare di Palermo, su “campi pietrosi e strade mezze asfaltate”. Oppure, sempre per dirlo con parole sue: “in mezzo ai delinquenti, in mezzo a gente che mi voleva bene”. Entrando in campo per sbloccare la partita con l’Austria era normale che avesse dei dubbi: “Pensai di tutto, addirittura di fare brutta figura”.

Quattro minuti dopo “Totò” Schillaci sarebbe saltato in mezzo agli imponenti centrali di difesa avversari, lui che era un metro e settantacinque, e avrebbe segnato di testa il gol vittoria. Il primo di sei gol (alcuni belli, altri solo fortunati) con cui diventerà capocannoniere del Mondiale.

C’è stato un periodo, durante il mese di durata del torneo, in cui quasi tutti gli italiani si sono immedesimati nel suo talento forse troppo semplice, grezzo, ma efficace. L’Italia degli anni novanta si specchiava negli occhi fuori dalle orbite di Schillaci e nella sua gioia senza vergogna, senza etichetta, senza nessuna angoscia riguardo al futuro, senza nessun messaggio a parte la gioia stessa per un gol.

La star italiana del torneo, in teoria, sarebbe dovuto essere Gianluca Vialli: il cross che “Totò” ha messo dentro contro l’Austria veniva dal suo piede destro. Vialli offriva un tipo di coinvolgimento completamente diverso da Schillaci. A differenza sua, ad esempio, Vialli sapeva parlare perché era di buona famiglia: era nato in un castello. O meglio: in una villa fuori Cremona che chiamano «il castello». Era figlio di un imprenditore di provincia, quel tipo di figlio borghese che lascia l’azienda familiare al fratello (prefabbricati in calcestruzzo, dallo scorso dicembre però è in liquidazione) per mettersi l’orecchino e giocare a calcio.

Non era ancora il monumento vivente alla virilità degli anni della Juventus, aveva i ricci e non la testa rasata e giocava con i calzettoni calati sui polpacci. Alla Juventus gli avrebbero fatto togliere l’orecchino ma ai tempi della Sampdoria era famoso, oltre che per il “fiuto del gol”, perché tagliava calzini e mutande ai compagni di squadra.

Prima che iniziasse il Mondiale, era apparso fuori forma ma davanti alle telecamere aveva detto sorridendo di sperare che la fatica fatta in preparazione lo avrebbe ripagato al momento giusto: “quando sarà il momento di tirare fuori… quelle cose là, insomma”.

Invece, dopo quel cross con l’Austria e un’altra partita senza gol contro gli Stati Uniti, Vialli verrà messo in panchina fino alla semifinale con l’Argentina in cui Vicini lo preferirà, a sorpresa, a Roberto Baggio. Al diciassettesimo di quella partita Vialli anticipa un difensore al limite dell’area e calcia al volo verso il portiere argentino. Il tiro è forte e la respinta di pugno corta: Schillaci è lì e ha porta in vantaggio l’Italia. Dopo il gol si vede Vialli esultare per conto suo, col pugno chiuso, guardandosi attorno in cerca dello sguardo di qualche compagno. Ma stavano tutti correndo da Schillaci.

Forse Vialli sentiva la mancanza in campo del suo compagno d’attacco alla Samp: Roberto Mancini, l’ideale del dieci raffinatissimo, con i piedi sensibili e i capelli al vento. Ma di origini umili, quasi in senso biblico: il padre falegname di Jesi e la madre preoccupata per quel tredicenne che va a Bologna in mezzo agli “sbandati” per diventare calciatore.

Mancini era un tipo ancora diverso di italiano rispetto a Vialli e Schillaci. Quello di talento e antipatico, che se la prende con i compagni per un passaggio sbagliato e che quando i giornali lo criticano, e lui segna, esulta gridando in direzione della tribuna stampa (come aveva fatto in semifinale dell’Europeo del 1988 contro la Germania dell’Ovest). Precocissimo, a diciotto anni Bearzot stava per portarlo al Mondiale spagnolo dell’82, ma arrivato in ritardo una sera durante un ritiro preliminare Mancini si è rifiutato di chiedere scusa.

A Mancini non ha giocato neanche un minuto di Italia ’90. Vicini lo aveva fatto esordire in Under 21 e schierato titolare all’Europeo di due anni prima e Mancini per spiegarsi quell’esclusione ha detto (più di dieci anni dopo al Corriere della Sera) che la sua sola colpa poteva consistere nel giocare in una provinciale “e non in una società politicamente più forte. E Vicini, si sa, non è mai stato un cuor di leone”.

Oggi sappiamo che i gol di Schillaci non sarebbero bastati per evitare l’eliminazione ai rigori con l’Argentina. Quello era il suo apice personale, il punto più alto di una carriera strana che lo avrebbe portato nel campionato giapponese, estrema periferia del calcio che conta, appena due anni dopo. Vialli e Mancini, forse proprio come rivalsa per quel Mondiale buttato, hanno vinto lo Scudetto ’90/’91, portando l’anno dopo la Sampdoria in finale di Coppa Campioni contro il Barcellona (persa ai supplementari).

Schillaci, Vialli e Mancini compiranno cinquant’anni tra pochi mesi. Sono i più illustri rappresentanti della leva calcistica italiana del ’64, quella stretta tra il calcio glorioso degli anni ottanta e la grandeur dopata dai soldi delle tv private del decennio successivo. Nessuno dei tre è stato portato da Sacchi al Mondiale americano e quella del 1990 resterà la loro unica occasione di vincere la Coppa del Mondo. Anche se magari a cinquant’anni la delusione gli sarà passata.

Schillaci è tornato nella sua Palermo per migliorare le strutture calcistiche dei quartieri popolari: “perché i veri giocatori sono poveri”; è arrivato terzo all’Isola dei Famosi e ha fatto il boss nella serie Squadra antimafia. Vialli vive a Londra, è sposato con una sudafricana e quando non è in tv come commentatore si gode la pensione giocando a golf. Mancini è passato senza soluzione di continuità da calciatore nemico degli allenatori ad allenatore polemico ma di successo a livello internazionale. Adesso che scrivo il suo Galatasaray è terzo in classifica nel campionato turco.

L'articolo La leva calcistica italiana del ’64 proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/sport/schillaci-vialli-mancini/feed/ 12