Baden Powell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baden-powell/ un blog di approfondimento culturale Sat, 07 Dec 2013 08:08:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Baden Powell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baden-powell/ 32 32 Scritture primarie https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/ https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/#comments Sat, 07 Dec 2013 15:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16924 Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull'Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

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Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

Il libro di Cuperlo, d’altronde, è il più vecchio non solo perché è uscito quattro anni prima, perché parte dal remoto 1921, perché è stato scritto dal più vecchio fra i tre candidati (Cuperlo ha 14 anni più di Renzi e Civati). È il più vecchio perché Cuperlo scrive senza guizzi, mettendo in fila capitoli troppo lunghi per spiegare efficacemente e troppo piatti per raccontare appassionatamente. E anche perché ha un opacissimo titolo dialettale (Cuperlo è di Trieste), che oltretutto rimanda alla fiducia riposta da alcuni vecchi militanti nello statuto del Pci: “xe inutile far polemica col partito… gavemo un Statuto no? E te sa perché el se ciama Statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta zercar!”. Come dire: il nome è cambiato, ma il partito è sempre quello (dall’88 al ’90 Cuperlo è stato segretario nazionale della Fgci, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani). Inutile cercare tanto in giro: fidatevi del partito e tutto si risolverà. Non sarà un caso che nei titoli dei capitoli ci si riferisca spesso a un noi che è da identificare proprio col Pd: “La crisi e Noi”, “Il Nord, la Destra e Noi”, “La Sicurezza, la Destra e Noi”.

Ancora oggi, d’altra parte, Cuperlo è l’unico dei tre ad aver inserito il nome del partito nel proprio slogan: “Bello e democratico. Il tuo Pd per il paese di tutti”. (Paese, tra l’altro, è definizione dalemiana: Un paese normale, s’intitolava il libro pubblicato da Mondadori – già di proprietà berlusconiana – nel 1995. E soprattutto lo slogan ricorda un tormentone canoro di qualche tempo fa: la sovrapposizione fra democratico impossibile va considerata un lapsus?). Per i due candidati ‘giovani’, invece, il noi è sempre riferito a qualcosa di più ristretto – il gruppo di lavoro, i collaboratori, la cerchia dei sodali – o a qualcosa di molto più largo: la generazione a cui si appartiene, le persone stufe di come vanno le cose; nel caso del sindaco Renzi anche al noi municipale di Firenze.

De bello democratico

Civati e Renzi parlano soprattutto in prima persona. Entrambi amano citare un pantheon pop fatto di cantanti, registi, attori (Civati un po’ di meno); entrambi amano la frase a effetto, il gioco di parole (Renzi un po’ di più): tutte conseguenze del comune imprinting generazionale. Ma le differenze non sono soltanto di misura.

In Civati il gioco di parole è quasi sempre allusivo, basato sul ricalco di quella che si suppone un’enciclopedia in comune col lettore (o elettore). Dal marxiano – marxista sarebbe davvero troppo – Uno spettro (non) si aggira per l’Italia che apre Il manifesto del partito dei giovani (2011) al cinematografico Giovani, carini e soprattutto disoccupati, dal latineggiante De rottamatione fino ai vari L’abbiamo fatta Grosse Senza Sel e senza ma. Nei suoi testi, didascalicamente scanditi da brevi paragrafi, Civati nomina Ugolino e Anchise, parla di crowdsourcing e del Compagno Excel, cita ironicamente Cicerone (Quo usque tandem?), con l’idea di raggiungere un pubblico che condivide la sua stessa cultura: laureati, insegnanti, il nuovo precariato intellettuale. Per questo può permettersi di riportare molti dati statistici, di chiamare in causa scrittori coetanei come Lagioia, Raimo, Parrella; può parlare, senza dilungarsi in spiegazioni, di Erasmus o di startup.

Renzi invece non si limita, come Civati, a citare Vecchioni o Gino Paoli. Fa sua l’intuizione di Tiziano Scarpa per cui ormai “è la cultura pop che fonda la nostra identità nazionale”, e (senza probabilmente averla mai letta) la trasforma in una modalità di scrittura totalizzante: in quell’immaginario ambienta tutta la sua narrazione. Le auctoritates evocate nelle epigrafi di Fuori! (2011) sono Clint Eastwood, Jose Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina; tanto che, quando si vedono spuntare Baden Powell e Calamandrei, viene in mente la jovanottiana “grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” (non è lui, d’altronde, il più grande politico dopo il big bang?). In altri suoi libri s’incontrano Balotelli e Guardiola, “il derby di personalismi”, “il catenaccio di una sinistra rassegnata”, come a ribadire che Renzi – più che con la Fgci – ha una certa dimestichezza con la Figc (la Federazione Italiana Giuoco Calcio).

La banale bellezza

Rispetto a Civati, Renzi non spiega: racconta. Per questo allunga i capitoli e accorcia le frasi; e non si limita a un tono affabile, ma satura la sua scrittura di segnali discorsivi: marche di (finto) parlato che diventano, tramite l’iterazione, una specie di marchio di fabbrica: “Ok, lo so: la maggioranza dei miei colleghi politici dice che tutto va male”; “Intendiamoci, bisogna anche saper sorriderci sopra”, “Fortunatamente o sfortunamente, sia chiaro”. I suoi aggettivi preferiti sono semplice banale, perché la sua sfida (altra parola chiave) è “la rivoluzione del buon senso”, che deve riuscire a convincere anche gente come suo nonno e sua zia (entrambi protagonisti di aneddoti). Infatti i suoi giochi di parole non richiedono un particolare sostrato culturale: “contro tromboni e trombati”, “sa di fuffa e forse perfino di muffa», «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto” (“c’è un problema di vocali”, commenta lo stesso Renzi: come quelle che si compravano alla Ruota della fortuna?).

Il fatto è che la rivoluzione di Renzi (Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, 2012) consiste soprattutto in questa banalizzazione (“Dante era un ganzo … Detta male: gli garbava di vivere”), in questa semplificazione sempre attenta a “non buttarla in politica”. Il suo stil novo più che uno stile è una elasticissima postura. Riflette la sua immagine fluida, cangiante: dal giubbotto alla Fonzie con cui si presentò dalla De Filippi alla tenuta da maratoneta della domenica, dalle maniche arrotolate alla fascia tricolore. Immagine ben diversa da quello di Pippo Civati, che Paolo Virzì descrive come “lo studente che primeggia a scuola e che però passa volentieri i compiti ai compagni più somari … metà Bob Kennedy, metà Stefano Accorsi”.

Renzi non cerca, come Civati, la geometria numerica delle 10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito (2012) o dei 101 punti per cambiare (la cifra vuole alludere ai franchi tiratori contro Prodi, ma finisce col ricordare la carica dei piccoli dalmata). Al “futuro interiore” di Civati, Renzi preferisce il presente assoluto di Adesso!; all’introspezione centripeta per cui “il Pd deve aprire le porte e le finestre, senza temere infiltrati”, l’estroversa vocazione del Fuori!; alla negazione che – come insegnano i cognitivisti – rischia sempre di affermare (Non mi adeguo! vorrebbe richiamare l’Indignatevi! di Hessel, ma evoca pericolosamente il “non capisco, ma mi adeguo” di Quelli della notte), Renzi risponde con la rimozione: Oltre la rottamazione (titolo che peraltro conferma l’ispirazione di Adesso!: l’album di Claudio Baglioni che seguì La vita è adesso s’intitolava proprio Oltre).

Entrambi, Renzi e Civati, hanno scelto d’inserire nel loro slogan il cambiamento. Ma Civati rimane prigioniero del paradosso tautologico (“Le cose cambiano, cambiandole”) e di un logicismo un po’ logorroico: la mozione congressuale che porta questo titolo è lunga ben 70 pagine. Mentre Renzi sceglie un “L’Italia cambia verso”, declinato in un documento di sole 18 pagine. Slogan forse poco felice in sé (“vien subito in mente un’Italia che prima magari grugniva, e adesso che fa? squittisce?”, ha commentato Annamaria Testa), che però acquista forza grazie alla soluzione grafica di contrapporre specularmente una parola negativa e una positiva, scrivendo la prima da destra verso sinistra: “paura / coraggio”, “burocrazia / semplicità”, “il cavaliere / gli italiani” (dunque il primo va a sinistra, gli altri a destra).

Appare così evidente, una volta per tutte, il passaggio di Renzi dall’ideologia (“sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo”) all’ideografia. Nel vestiario, nel vocabolario, nella scelta dei testimonial, tutta la sua comunicazione procede accostando simboli diversi, secondo una logica prettamente narrativa, cioè (come ci ha insegnato Matte Blanco) onirica: in cui si può tranquillamente violare il principio d’identità e non contraddizione. Molto meglio e molto più di qualunque discorso argomentativo, questa comunicazione iconica riesce nell’intento di trasmettere emozioni a un pubblico il più vasto possibile. E poi, se rivoluzione vuol dire etimologicamente capovolgimento, cosa c’è di più rivoluzionario che scrivere i contrari al contrario? Basta col “perdere bene”: ora l’imperativo (l’infinito, a dire il vero) è “vincere”.

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Le lingue salvate e le geografie del sangue https://minimaetmoralia.it/interventi/le-lingue-salvate-e-le-geografie-del-sangue/ https://minimaetmoralia.it/interventi/le-lingue-salvate-e-le-geografie-del-sangue/#comments Thu, 19 Jul 2012 12:44:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8689 Pubblichiamo un testo di Fabio Stassi, inserito in versione integrale all'interno dell'edizione tascabile di «È finito il nostro carnevale», letto alla conferenza del 28 ottobre 2010 per la X Settimana della lingua italiana a Salvador.

 A Raoul Poleggi, fratello hipotetico di inchiostro e di silenzio

Vengo da un’isola chiamata Sicilia.

Sono figlio di immigrati, di una famiglia siciliana che si trasferì a Roma negli anni Cinquanta, poco prima della mia nascita. La mia Sicilia, come ha scritto Elio Vittorini alla fine di Conversazione in Sicilia, è solo per avventura Sicilia: solo perché questo nome mi suona meglio del nome Persia o Venezuela o Brasile.

Ma è anche come dire, a rovescio, che di qualsiasi luogo io possa scrivere, che sia Persia o Brasile, quel luogo per me sarà sempre Sicilia. Perché questo nome non indica soltanto un posto fisico, una terra rintracciabile su qualsiasi mappamondo.

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Pubblichiamo un testo di Fabio Stassi, inserito in versione integrale all’interno dell’edizione tascabile di «È finito il nostro carnevale», letto alla conferenza del 28 ottobre 2010 per la X Settimana della lingua italiana a Salvador.

 A Raoul Poleggi, fratello hipotetico di inchiostro e di silenzio

Vengo da un’isola chiamata Sicilia.

Sono figlio di immigrati, di una famiglia siciliana che si trasferì a Roma negli anni Cinquanta, poco prima della mia nascita. La mia Sicilia, come ha scritto Elio Vittorini alla fine di Conversazione in Sicilia, è solo per avventura Sicilia: solo perché questo nome mi suona meglio del nome Persia o Venezuela o Brasile.

Ma è anche come dire, a rovescio, che di qualsiasi luogo io possa scrivere, che sia Persia o Brasile, quel luogo per me sarà sempre Sicilia. Perché questo nome non indica soltanto un posto fisico, una terra rintracciabile su qualsiasi mappamondo.

Io non sono cresciuto nella mia isola d’origine.

Sono cresciuto in una città chiamata Roma, e questa città ha per me un volto preciso, un volume, una consistenza tattile: è fatta di quartieri, di palazzi, di vicoli che conosco bene.

La Sicilia, no. La mia Sicilia è un paesaggio interiore. È un effetto acustico, una vibrazione, una sequenza di sillabe… è soprattutto una lingua. Perché non è importante la città dove hai vissuto; è molto più importante, e decisiva, la lingua nella quale sei stato allevato. Non si cresce in un luogo, si cresce in una lingua.

Io sono cresciuto nel dialetto siciliano.

Ogni volta che ne sento l’accento, la cadenza, il modo di pronunciare le vocali, tutto questo è per me come una musica familiare da cui riaffiora istantaneamente, e istintivamente, il suono della mia infanzia.

Le parole sono davvero delle scatole sonore che contengono molte cose: hanno a che fare con la nostra vita, oltre che con il loro significato. Involontariamente, custodiscono la nostra memoria. E la lingua dell’infanzia è la più importante di tutte, perché è la lingua nella quale, per la prima volta, si sente nominare il mondo. È la lente attraverso cui lo si scopre, e si continuerà a osservarlo per tutta la vita.

Le prime sillabe sulle quali mi sono messo in piedi, nello stesso modo esatto in cui ho imparato a camminare, me le ha insegnate mia nonna, la mia avô. I miei genitori, allora, lavoravano entrambi e tutto il tempo lo passavo con lei.

Se ripenso a quel primo apprendimento dell’universo che avevo intorno, dagli oggetti: una bottiglia di anice sulla tela cerata di un tavolo, un armadio di legno con un disegno ipnotico di cerchi concentrici sulle ante, le trecce d’aglio appese in cucina, fino al nome dei colori, degli animali, delle persone di famiglia, all’odore di olio e cannella di un ripostiglio, a una sala da pranzo piena di donne, io ripenso a mia nonna, alla sua voce, ai suoi piedi deformati, a una specie di collare che aveva costruito perché aveva paura di perdermi, per strada, che scappassi via, e allora mi teneva al guinzaglio, e mi portava al mercato, la mattina, e mi mostrava ogni cosa e di ogni cosa mi diceva il nome.

Io ho imparato il mondo in siciliano, da una nonna che era nata a Buenos Aires, aveva vissuto a Montevideo, si era rifiutata di trasferirsi a New York e a 19 anni aveva fatto già tre figli con uno di Tunisi…

Ho imparato da lei la prima luce, e la tenerezza disperata dell’infanzia e della vecchiaia, e una tristezza spagnola e africana, una ribellione per l’ordine omicida del mondo. Ho imparato da lei che bisogna allevarsi da sé, nascere di una nascita più dura, non smettere mai di nascere, e che ogni figlio di emigranti è partorito come in un trasloco.

Anche gli altri miei nonni erano siciliani, e anche loro si erano trasferiti a Roma. Ma i loro padri, e nonni, e trisavoli, a loro volta venivano da luoghi lontani: una da Cartagine, una bisnonna era catalana, un altro albanese, uno abitava a Piana dei Greci… Parole catalane, parole africane e parole in arberesh, il dialetto degli albanesi in Italia, sono rimaste ancora in mio padre e in me…

Questi altri miei nonni andavamo a trovarli tutti i sabati pomeriggio, e alle feste. Così, nelle due case nelle quali ho abitato, da bambino, si è sempre parlato una lingua diversa da quella che si parlava nelle strade. E si può dire che io non sia uscito da quelle due case fino all’età di sei anni.

Parlare una lingua, o un dialetto, lontano dal suo posto, è un atto di grande nostalgia: è l’unico modo che si ha per mantenere quel luogo vivo, e presente. Ma se si è figli di emigrati, ciò che di quel luogo rimane vivo è una proiezione fantastica, una specie di miraggio, di visione.

Attraverso il potere della lingua, mi è stata donata la memoria di luoghi dove non avevo mai vissuto. La coscienza di appartenere a una luce diversa, la luce del Sud, una luce che vedevo solo l’estate, e l’attenzione per il diritto e per il rovescio delle cose, per usare le parole di Albert Camus, che scriveva in francese ma era di Orano, Algeria, e che teorizzò l’uomo mediterraneo…

I primi racconti che ho ascoltato erano tutte storie di emigrazione. Si parlava degli anni della guerra, di tempi di miseria, fame e paura, eppure li si rievocava con allegria perché erano storie di quando nessuno aveva ancora abbandonato la nostra isola, e la povertà non veniva vissuta come una disgrazia. Tutti questi fatti venivano ripetuti a voce alta, nelle riunioni familiari, ogni settimana, e gli adulti facevano a gara a chi ne aveva di più coloriti o li sapeva raccontare meglio.

Erano i primi anni del boom economico, ma fu un’epoca, quella, ancora popolata da grandi narratori orali. Io ne osservavo i gesti, il modo in cui le loro mani si muovevano, e venivo avvolto da questo fiume di parole e di nomi.

La mia era una famiglia umile, di ciabattini, bidelli e fattorini telegrafici, eppure lo strappo che aveva segnato le loro vite, l’essere dovuti partire da piccoli villaggi di costa o dell’entroterra contadino siciliano e il ritrovarsi precipitati in una metropoli come Roma negli anni euforici e spartiacque dei miracoli industriali, aveva generato una necessità di racconto, un’urgenza fisica di pronunciare le cose che erano accadute, di dargli voce, come per convincersi della loro realtà.

La migrazione, e l’esperienza dei migranti, erano il tema musicale di ogni vicenda, la tonalità dentro la quale si diramavano tutte le avventure, proprie o di altri, ma sempre l’effetto finale ricadeva su una ricostruzione epica e nostalgica di una terra che non esisteva più, per loro, di un mondo che era improvvisamente scomparso, e che in ogni caso sarebbe cambiato per sempre.

In definitiva, si raccontava di tutto quello che si era perduto.

La vita, allora, in Italia, non era soltanto dolce, ma agra, come l’aveva definita Luciano Bianciardi: dolce era la memoria; agro il presente, la fatica, il sentimento della mancanza. E le parole erano fiato, le storie erano fiato e imperlavano l’aria, gli affetti erano fiato.

L’espressione più calorosa e benevolente che si poteva usare per un bambino era dirgli fiato mio. Sciatu meu.

Il fiato era tutto quello che si possedeva: respiro e racconto insieme. Fu forse per questo che da subito, per me, la letteratura e la vita furono la stessa cosa.

Attraverso il fiato e l’abilità di questi narratori che non sapevano leggere, e scrivevano male, e facevano errori di grammatica, ma erano stati marinai, e violinisti, ed erano sopravvissuti alla guerra e alla miseria e alla loro stessa partenza, io ho imparato le regole e le funzioni, l’uso delle metafore e delle iperboli, e il rispetto, e il culto, per le parole. Ma non meno importanti della lingua nella quale sono cresciuto, sono stati i silenzi che ho ascoltato.

C’era questa cucina, nella casa degli altri miei nonni, che aveva sempre un odore di caffè tostato e segatura. Una cucina piccola, al pianterreno di una casa popolare. E dentro questa cucina c’era un uomo che ci viveva. Un fratello di mia nonna, che io chiamavo zio.

Ne vedevo l’ombra, dietro il vetro della porta.

Si era costruito un banchetto, nell’angolo vicino alla finestra, e lo aveva riempito di attrezzi: viti, chiodi, forme di cuoio, colle, tacchi di legno, forbici…

Risuolava scarpe, mio zio. Lavorava per ore, il lavoro di un artigiano.

Se riuscissi ora, parlando, a farvi passare una mano sul suo volto, ne sentireste la barba ispida che ricopre le sue guance, e i baffi, le spalle curve, e quell’aria sempre assente, di bestia malata.

Io mi portavo i libri, o gli album di figurine, e mi sedevo al tavolo di quella cucina. Più che vederlo lavorare, lo ascoltavo.

Presto iniziai a riconoscere quando aveva sete o cosa pensasse di un ospite che fosse appena entrato in casa, e di cui ci arrivavano i discorsi, e la voce, dal salotto.

Capivo tutto dal modo in cui batteva il suo martello, se con frenesia o rabbia o indolenza.

Non sapendo più usare la lingua degli adulti, quello era l’ultimo modo che gli era rimasto per comunicare la sua coscienza del mondo a un bambino.

Martellava il chiodo di ogni parola contro le forme di legno delle sue scarpe.

Mi avevano detto che quando la mia famiglia era emigrata, mio zio si era legato alle sedie, e lo avevano dovuto portare via come si porta una valigia. Appena arrivato a Roma, si era ferito le gambe e chiuso in quella cucina, perché nessuno lo portasse più fuori da una casa.

Ho iniziato a scrivere per cercare il segreto che si nascondeva dietro al suo silenzio, e non mi sembra d’avere fatto altro che cercare di raccontare, ogni volta da capo, la sua storia.

Forse è per il suo esempio che ho sempre immaginato il lavoro di uno scrittore come quello di un uomo seduto davanti al suo banchetto, con tutti gli strumenti necessari, e lo spettacolo della pazienza.

Mio zio, il Ciabattino misantropo che somigliava a Bartleby,  lo scrivano di Melville, o al Wakefield di Hawthorne che prese una stanza in affitto di fronte alla casa in cui viveva con la sua famiglia e vi andò ad abitare per più di vent’anni, inosservato a tutti, senza nessuna ragione apparente per questo suo volontario esilio, mi insegnò tutte le possibilità espressive di questa lingua universale che chiamiamo silenzio.

La sua taciturna ostinazione mi ha sempre ricordato lo strano vuoto che devono misurare gli acrobati che camminano sul filo. Dentro c’erano tutte le storie della mia famiglia, tutte le parole e tutte le lingue che ci avevano abitato, tutte le terre che avevamo dovuto abbandonare, tutti i nomi delle nostre migrazioni, generazione dopo generazione: la fuga dall’Albania, alla fine del Quattrocento, con i profughi del ribelle Scanderbeg, e poi il nord Africa dei bisnonni, Tunisi, il suono leggendario di Cartagine, fino a questa parola che suonava come miele e come veleno: AMERICA. L’America dell’Argentina, dell’Uruguay, del Brasile. L’America delle ferrovie costruite dagli italiani, che in Sicilia ci tornavano solo per fare figli. Perché un paese ci vuole, scriveva Pavese, non fosse per il gusto di andarsene via. O di tornarci.

Di ogni passaggio, di ogni spostamento, erano rimaste tracce che si mischiavano all’impianto del dialetto siciliano, il sanguemisto di parole che venivano da fuori: l’arberesh, il berbero, il catalano, l’inglese storpio degli emigranti, lo spagnolo dei tanghi di Carlos Gardel, la melodiosa lingua portoghese… E tutte queste lingue erano come un’Amazzonia misteriosa.

Il silenzio di mio zio il Ciabattino, lo sapateiro, era lo stesso dello zingaro Melquiades, che a Macondo vendeva astrolabi e rimedi per il mal di testa: un silenzio asiatico, perché mostrava, e conteneva, l’altro lato delle cose.

Tutto questo ha formato il vocabolario meticcio della lingua nella quale sono cresciuto e in cui convivevano le isole che si erano perdute e l’avventura di ogni nuova città. Questa è stata la mia lingua salvata, come la chiamava Elias Canetti, la geografia del mio sangue.

* * *

Ma ci può essere un luogo in cui convivano tutti i luoghi.

Dove non ci siano parole sbagliate nella bocca, e sguardi sbagliati negli occhi.

Un’idea di futuro, che per me ha sempre avuto il nome di Brasile.

Ho incontrato il Brasile, la prima volta, a vent’anni, in una basilica degli Angeli. Nelle mani di un chitarrista che eseguivano un valzer per un amore impossibile.

Avevo visto il manifesto, per strada. Entrai e mi fermai a sentire.

Un uomo piccolo, con i capelli ricci, seduto al centro di una navata, suonava piegato sulla chitarra come un ciabattino sul suo banco. Si chiamava Baden Powell.

Toccò poche note sospese, in cima alla tastiera. Un accordo di nona, di una sensibilità intollerabile.

A valsa de Eurídice. Il Valzer di Euridice.

Non lo dimenticai più.

Quella musica somigliava alla voce di mia nonna.

Al silenzio del mio sapateiro.

A tutte le storie di migrazione che avevo ascoltato.

La bossa nova mi abitò subito, come se quella musica, in qualche modo, avesse a che fare profondamente con me, come se il mio respiro, il mio fiato, avessero esattamente quel ritmo, quella cadenza, quel balanço. Anch’io mi sentivo desafinado, lievemente stonato rispetto al mondo, sempre un po’ in anticipo o un po’ in ritardo. La mia vita si muoveva in levare, non in battere.

Solo un popolo che conosceva questa tristezza aveva potuto creare una musica così. Un popolo che portava in sé la memoria e la nostalgia di altri luoghi, come le portavo io per la mia Sicilia. Luoghi da cui erano partiti i nostri antenati. Luoghi che si chiamavano Africa o Europa o Asia.

Euridice era la terra perduta di tutti i migranti, la casa dell’infanzia che si sarebbe voluto recuperare e alla quale non si smetteva di sognare il ritorno.

Perché la casa dell’infanzia è una specie di santuario.

E una casa dell’infanzia smantellata, anche nella memoria, è un santuario profanato.

La tristezza del popolo brasiliano, una tristezza africana, ed europea, e asiatica, e infine, dopo che il Nuovo Continente fu colonizzato nel sangue, anche americana e tropicale, così lontana da tutti gli stereotipi del Brasile esotico, del Paradise-Now, è la tristezza di Orfeo strappato per sempre dalla sua terra e dal suo amore. Un Orfeo negro e desterrado, sradicato, ma che trattiene ancora la speranza di poter essere felice da qualche parte, nel mondo, perché la peggiore omologazione è desistir da esperança.

È per tutto questo che anche il Brasile, per me, è un’isola.

Una smisurata isola in mezzo alla nebbia dell’Oceano.

Un’isola appena scoperta e ancora misteriosa, la descrive Caetano Veloso nella sua autobiografia Verdade tropical.

Un nome senza paese e un paese senza padre, per lo scrittore e psicanalista Contardo Calligaris.

Un tempo sognato che bisognava sognare, canterebbe Ivano Fossati.

Le mani di Baden Powell avevano la stessa dolorosa eleganza che avevo visto da bambino nei piedi di Pelè.

Sono i miei ricordi più lontani.

La discesa dell’uomo sulla Luna e il Mondiale di calcio del ’70.

La Coppa Rimet è stata l’epicentro fantastico della mia infanzia.

Quell’estate la seleçao la sottrasse, nell’ultima finale, proprio agli azzurri. Perché quel trofeo aveva il fascino che hanno la cose che sono definitive: chi l’avesse vinta tre volte, se la sarebbe aggiudicata per sempre.

I francesi la chiamarono la Victoire aux ailes d’or, gli spagnoli la Diosa, gli italiani la Coppa Rimet, i brasiliani la mulerzinha alada.

Quel torneo fu un calendario di avventure e un atlante di luoghi che non ho mai smesso di immaginare: Montevideo, Parigi, Rio…

Montevideo, per prima.

Il mio bisnonno se ne era andato a Buenos Aires, dove aveva aperto una macelleria, poi si era trasferito dall’altro lato del Rio de la Plata. Di Montevideo, mia nonna conservava delle cartoline in bianco e nero degli anni dieci e venti del Novecento, dove si vedeva il lungomare, e un viale largo, alberato, la Ciudad Vieja. Dopo parecchi dubbi, se andare a nord, a Nuova York, o tornare in Sicilia, suo padre decise di restare in Uruguay. Ma commise un errore. Venne a Palermo un’ultima volta, per chiudere per sempre tutto quello che aveva in sospeso in Italia, prima di adattarsi definitivamente all’America. Ma non venne solo. La portò con sé. Mia nonna era già promessa sposa a un boxeur professionista, ma aveva sedici anni, era bella come un girasole e a Palermo, in pochi giorni, se ne scappò con uno nato a Tunisi. Suo padre ripartì senza di lei e non la perdonò mai.

Quando me la raccontava, quella città, il suo nome risuonava ogni volta come una possibilità inevasa, aveva una magia e una malinconia insieme perché conteneva anche un dolore, e uno strappo, e questo dava alla sua voce e alla sua lingua mista di dialetto siciliano e di spagnolo una particolare incrinatura. A Montevideo avrebbe potuto vivere un’altra vita, ma le cose erano andate diversamente. Nessuno ci tornò più, e nessuno ne tornò indietro: il padre di mia nonna morì lì, di crepacuore, qualche tempo dopo.

Quando la Coppa Rimet iniziò, il 13 luglio del 1930, a Montevideo nevicava.

Non accadde più, dopo di allora.

Sin dall’inizio, quel torneo riguardò la memoria, e la bellezza, il sentimento della vittoria e l’epica della sconfitta. La sua vita coincise con la parte centrale di un secolo pieno di tragedie e di utopie, di rivoluzioni, di guerre e di dittature, di grandi battaglie per l’uguaglianza e per i diritti civili. Durò dal 1930 al 1970. Quarant’anni esatti, nel mezzo: il cuore del Novecento. E dentro quel cuore, la Montevideo di mia nonna, la Parigi di Hemingway e di Django Reinhardt, e una città che si chiama come un fiume di gennaio…

Quando seppi che la Coppa Rimet l’avevano rubata, nel 1983 – un sacrilegio – e fusa con un fornellino da campo, per un giro di droga, quella coppa divenne ai miei occhi il simbolo di tutte le speranze che avevamo perduto.

Imparai allora gli accordi di una canzone che Vinicius de Moraes e Carlos Lyra avevano composto la notte del 1964 in cui in Brasile si era appena instaurata la dittatura. Era un mercoledì delle ceneri e la loro marcha cominciava così:

Acabou nosso Carnaval

È finito il nostro carnevale…

Quel pezzo non ho mai smesso di suonarlo e  molti anni dopo comprai un quaderno e scrissi quel verso sulla prima pagina.

Volevo raccontare la storia dell’uomo che rubò la mulerzinha alada.

La storia di un furto e di una leggenda.

Di un amore simile a quello di Orfeo per Euridice.

Ma anche la storia di quando il futebol aveva le ali, e i numeri in campo andavano dall’1 all’11.

Di quando esisteva Parigi, e un chitarrista monco che si chiamava Django, e un calciatore con una gamba più corta di nome Mané Garrincha.

La storia di quando ci si batteva contro le ingiustizie perché l’ingiustizia contro cui battersi, in ogni tempo e luogo, è sempre la stessa.

La storia di quando era meglio morire che perdere la vita.

E i libri ti lasciavano addosso una cicatrice.

La storia di chi scriveva nei volantini Abaixo a dictadura militar e Viva a democracia.

La storia di quando tra gli uomini c’era un rispetto, un trattarsi da pari a pari, qualunque fosse il loro stato.

La storia di quando si poteva giocarsela finché si aveva fiato.

E i desideri, quelli veri, erano il tema della vita.

Perché, come dice Rigoberto, tutto svanisce, ma non i desideri che abbiamo avuto. Ecco, forse adesso si può finalmente parlare di “identità multipla”. Così l’ha teorizzata uno scrittore franco-libanese, Amin Maalouf. Siamo il prodotto di tante voci, di tanti libri, di tante persone.

Tante e irriproducibili sono le linee delle nostre impronte digitali.

Più è ricca la nostra carta d’identità, meno correremo il rischio di restare prigionieri della purezza, questa parola così sporca, che indica la miseria di una sola appartenenza, di razza, religiosa, linguistica, politica, sotto la cui ossessione i peggiori crimini della storia sono stati perpetrati.

Ed è proprio qui, nella terra di tutte le molteplicità, a Salvador de Bahia, la città di Jorge Amado, che identità e molteplicità assumono un significato davvero universale, il più esteso possibile; qui, per una serie miracolosa di coincidenze, tutte le cose che avevo perduto mi sono tornate agli occhi, in una sola settimana, una dopo l’altra; qui sono felice, come non sarei da nessun’altra parte nel mondo, di poter affermare la mia identità multipla di scrittore siciliano, e italiano, e albanese, e tunisino, e catalano, e cartaginese, e forse sudamericano, che appartiene al nostro tempo meticcio.

Per questo vi ringrazio e continuo a credere, in maniera infantile, nell’utopia di una letteratura che abbia ancora al centro il personaggio-uomo, e che sia libera, e cosmopolita, sguardo molteplice e senza gerarchie, fiume che scorre in un mondo senza confini e senza frontiere.

Obrigado

Fabio Stassi

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All’armi siam di moda https://minimaetmoralia.it/interventi/allarmi-siam-di-moda/ https://minimaetmoralia.it/interventi/allarmi-siam-di-moda/#comments Fri, 01 Apr 2011 12:23:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4103 Questo articolo è uscito su Diario di Francesco Pacifico Topgirl, magazine la cui missione sta tutta nel nome, ha pubblicato di recente un servizio di sei pagine su tre giovani fascisti, con grande scandalo dei giovani antifascisti in rete («è inaccettabile»). Gli intervistati sono belli, vestono come si deve con camicie Ben Sherman e altri […]

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Questo articolo è uscito su Diario

di Francesco Pacifico

Topgirl, magazine la cui missione sta tutta nel nome, ha pubblicato di recente un servizio di sei pagine su tre giovani fascisti, con grande scandalo dei giovani antifascisti in rete («è inaccettabile»). Gli intervistati sono belli, vestono come si deve con camicie Ben Sherman e altri capi alla moda, vivono più attivamente del ragazzo italiano medio e perciò, secondo la redazione della rivista, sono un tema interessante di cui parlare. La ragazza ha 16 anni, capelli lunghi lisci e frangetta; i due camerati maschi hanno l’aria di sapere il fatto loro. Il servizio, tante foto, didascalie su marche e modelli culturali, e un articolo succinto ma vario, racconta la loro sottocultura come fosse alla pari con qualunque altra. Ne descrive i rischi intrinseci – la violenza, il razzismo, il tautologicamente inevitabile reato di apologia del fascismo – ma a mio parere li fa sembrare rischi come tanti altri: questi ragazzi, semplicemente, sono contro l’aborto e la droga, amano Mussolini, la croce celtica e la svastica, «simbolo scelto da Hitler per la sua bandiera», scrive la redattrice. Succinta descrizione che mi fa domandare se ormai non siamo a un punto in cui il nome Hitler non è più sinonimo immediato di Male: nell’articolo, alle imprese del leader tedesco e dell’alleato italiano non si accenna neppure. Prevale, nelle sei pagine, il senso che questi ragazzi siano tutto sommato più in gamba della massa indistinta dei loro coetanei.

Di fronte al presunto dissolversi del patto sociale in Italia, di fronte alla sbadataggine, alla violenza, alla maleducazione, all’illegalità diffusa, alla cultura della droga, i giovani fascisti propongono una via di disciplina e senza droga per soddisfazioni più ingenti. Propongono al giovane borghese di staccarsi dalla borghesia, imparare l’obbedienza tramite il Führerprinzip, esaltarsi con i gruppi hardcore neri e i loro testi vitalisti, rinfacciare agli italiani di essere smidollati, indegni della bandiera, fannulloni. Dice uno dei fascisti di Topgirl: «Mi rendo conto che i ragazzi siano più attratti dai centri sociali che non dalla nostra attività: noi promettiamo disciplina, lavoro e poi, forse, divertimento. Inoltre il nostro è un movimento fortemente gerarchizzato, non esiste iniziativa personale e si obbedisce a un capo».

Ora la questione sembra essere la seguente: se questa minoranza di neofascisti prenderà piede con la violenza verbale, fisica ed estetica cui sono affezionati, e gli scontri come quello di piazza Navona lo scorso ottobre diventeranno la norma, finiremo dalla padella della crisi economica alla brace di nuove marce su Roma e leggi razziali?

Per contribuire alla riflessione vorrei raccontare della mia adolescenza in un gruppo scout cattolico con esigua ma solida partecipazione fascista. (Abbandonandomi ai ricordi, questa settimana ho scritto una decina di cartelle sulle radici paramilitari dello scoutismo, la sua corruzione e “bamboccizzazione” da parte dei cattolici progressisti italiani nel secondo dopoguerra, e la corretta rilettura filologica da parte di alcuni miei capi fascisti tra gli anni Ottanta e Novanta, ma non c’è spazio, dunque, in breve…) Gli scout nascono da un esperimento dell’esercito britannico. Nella guerra anglo-boera di fine Ottocento i ragazzini furono usati come staffette per consegnare informazioni. Il clima militare sembrò spronarli a diventare veri uomini tutti d’un pezzo, al che il fondatore Baden-Powell intuì che ci si poteva costruire sopra un progetto pedagogico (anche i Balilla saranno un progetto pedagogico, no?). Lo scoutismo è intrinsecamente paramilitare e a quelle radici i miei capi fascisti lo vollero riportare.

Voglio perciò raccontare alcuni capisaldi della mia vita scout criptofascista, per dare un assaggio di cosa si prova a essere oggetto di sogni pedagogici di estrema destra. Tenete presente la terminologia: gli esploratori si dividono in “reparti”, e poi in “squadriglie”; nelle squadriglie, di 6-7 persone, vige il principio gerarchico, fatto rispettare dal caposquadriglia e dal suo vice. Con questo e altri dispositivi si educano gli adolescenti segaioli alla responsabilità, al coraggio, all’onore; è un progetto educativo coerente, basato su rituali smaglianti, petto in fuori e una violenza blanda, sotterranea e affezionata per instaurare ordine e disciplina.Alcune usanze, per dare l’idea.

L’alzabandiera. È una struttura in aste di legno e cordini, elevata dai ragazzi del reparto (12-15 anni) all’inizio del campo estivo: una sorta di spartano altare della patria che sembra una piramide magra, alla cui cima si isseranno, ogni mattina del campo, le bandiere d’Italia, d’Europa, dell’associazione, per poi ammainarle al tramonto. Della cerimonia quotidiana si occupa una squadriglia, mentre tutti gli altri interrompono le loro attività per salutare da ogni punto del campo le bandiere salite al cielo. Il campo pulsa al ritmo dell’alzata e dell’ammainata: tutti si fermano come in un video dei R.E.M. e salutano la bandiera. La giornata va scandita con la forma, il rito, perché la comunità respiri all’unisono.

L’ispezione. All’ordine esteriore, collettivo, deve corrispondere un ordine interno del singolo, perciò esiste l’ispezione: ogni pomeriggio, la squadriglia deve mostrare ai capi la propria tenda e l’angolo cucina; vestiti, biancheria ed effetti personali vanno sistemati negli zaini, i sacchi a pelo spianati sugli stuoini. Ciascuno limita la propria libertà personale, si rende disponibile a farsi radiografare ogni giorno: l’assunto è che la libertà personale è organica all’ordine generale.

La mazzettata. Ma l’italiano, scout o meno che sia, non sa cosa sia la disciplina nemmeno dopo una dieta di ispezioni e alzabandiera. Servono dunque le sanzioni, e siccome in un gruppo cattolico non puoi stabilire ufficialmente sanzioni pesanti, emergono spontanee sanzioni improvvisate e manesche. Esempio: un giorno, a 19 anni, irritai un mio capo (alto e forte e bello come Gassman) perché c’era gente da aiutare e io continuavo a gravitare intorno a un capannello di persone, sul grande prato di Formello, senza mettermi al lavoro. Gassman aveva in mano una di quelle mazzette con la capoccia di gomma, martelli leggeri per piantare picchetti da tenda, e me la diede in testa come a dire «pussa via». Non ricordo se mi fece male o meno, probabilmente poco, era pur sempre di gomma, ma rimasi scandalizzato dalla portata simbolica del gesto, uno che ti dà un martello in testa per richiamarti all’ordine. Questi rimedi sono estremi o estremisti? Ossia, sono necessari a mali estremi o derivano da una visione esasperata dell’emergenza? Era così grave che io stessi battendo la fiacca? E a livello nazionale: di fronte alla mia negligenza moltiplicata per decine di milioni di italiani, un fascista al potere quali rimedi estremisti userà? E quanta sarà la sua frustrazione per dover raddrizzare i costumi di un paese di idioti perdigiorno?

La stira. Analogo bisogno di esser raddrizzato mostravo anche a 13 anni. Un giorno di quell’estate ultraormonale gironzolavo per il prato centrale del campo senza pantaloni: coi soli slip e la canottiera, bianchi. Era in visita un ex grande capo scout, una persona bella e carismatica e fascista. Non ricordo come si svolse, ma quest’uomo, padre di vari figli biondi, ridendo della mia imperdonabile mise scollacciata, lanciò la carica: 4-5 persone si avventarono su di me da vari punti del prato per farmi la stira, ossia stropicciarmi l’uccello in qualche modo non erotico. Urlai molto per protesta e ricordo che me la cavai senza stropicciamenti: fui solo molto sballottato, fra le risate.

Violenza psicologica o no? Se un genitore lo sapesse toglierebbe il figlio dal gruppo?

Il totem. Stira e mazzettata sono i casi concreti di una concezione in buona fede dell’educazione del giovane per la quale la violenza fa maturare. Ma ancora più bella e catalizzante è quella violenza che non si presenta come sanzione ma come esaltazione rituale. Il totem è una cerimonia per far entrare nella virtuale Tribù dei Piedi Neri guide ed esploratori al terzo anno di reparto. Nella tribù ognuno ha un totem, un nome come gli indiani, tipo Toro Seduto. La cerimonia si tiene una notte al campo estivo e consiste in alcune prove che gli iniziandi devono superare, tipo mettersi della verdura in scatola nelle mutande, andare nel bosco a cercare oggetti ben nascosti, farsi spruzzare acqua gelida, mezzi nudi, al cerchio del fuoco, mentre si cerca di indovinare l’identità di ammennicoli vari toccandoli e annusandoli. Alla fine ti danno il nome di totem e salti sopra il fuoco al centro del cerchio, gridandolo. Le prove ti rendono appiccicoso, sporco, bagnato e fiero di te.

È un’esperienza suggestiva: i Piedi neri verso le due svegliano i più piccoli (compresi quelli di 12 e 13 anni, che non prenderanno il nome ma assisteranno alla cerimonia) battendo coi bastoni su taniche di plastica vuote, gridando canti insensati e paurosi. I piccoli non sanno in che giorno si terrà il totem: vengono assaltati dopo due ore che dormono e gli si grida di correre al fuoco. Si può gridare quanto si vuole, umiliare, terrorizzare. Dà molta soddisfazione. Una volta al fuoco, i piccoli non iniziandi devono seguire la cerimonia con paranoica attenzione: appena si distraggono vengono costretti a bere una mestolata da una pentola in cui si è versato di tutto: caffè, minestra, tè, sedani, avanzi della cena. Fa vomitare e si chiama “bibitone”, è il nostro ironico olio di ricino.

La ragione profonda di questa cerimonia è che non si può desiderare una comunità ordinata, sana, sobria, onorevole, senza che ogni tanto, la notte, si sia liberi di urlare e terrorizzare a piacere. Il totem peraltro non fa parte delle attività educative ufficiali. È esoterico, è l’altra faccia della civiltà, come i riti iniziatici della massoneria o della società segreta americana Skull and Bones. È la controparte notturna, diciamo dionisiaca, della ricerca dell’ordine che avviene di giorno. Non posso dimenticare mia sorella che faceva il totem: lei e i suoi compagni di sventura furono legati, bendati e costretti a camminare in fila indiana su una striscia di terra fra un dirupo e un laghetto artificiale, sotto la luce presaga e guizzante delle torce. Materiale per l’analista o esaltante coreografia?

E ora, il bilancio. I ragazzini del mio gruppo sono diventati fascisti? Al massimo un paio su decine e decine. Io sono diventato fascista? No. La violenza ha rovinato delle vite? No. Ho i lividi? No. Insieme ai bei ricordi (molti dei quali irriferibili, ero adolescente), conservo però di quel periodo una sensazione sgradevole, come se avessi un turacciolo in bocca. Mi sono chiesto a lungo perché; la risposta me l’ha data l’altro giorno un amico con cui ho fatto gli scout: «Ci siamo veramente rotti le palle. È stato noioso, non c’erano stimoli, non circolavano idee, c’era solo questa fissa per l’ordine, non abbiamo imparato niente».

Ora, le faccende della società italiana sono molto più importanti della vita parrocchiale di un sottoquartiere di Roma nord abitato da fascisti, aristocratici, chierichetti e cocainomani. Ma in un tema in cui è facile esagerare con le supposizioni e le paure, l’unica sicurezza è questa noia.

Una comunità in mano ai fascisti produce poco più che la pratica della disciplina, lo sforzo di Sisifo per raddrizzare i comportamenti devianti e un’enorme rassegna stampa paranoica sui pericoli del tempo presente. Un regime basato solo sul controllo e incapace di stimolare i suoi sudditi mette tra parentesi la ricerca e la produzione di idee e dunque rende difficile formare dei nuovi Olivetti, Moro, Pasolini, Giovanni XXIII, Rubbia, Levi Montalcini… Come risultato, alcuni fascisti al potere potrebbero trovarsi costretti a comprare materia grigia in India, America, Cina. Il che sarebbe un bel paradosso per i militanti patrioti. Ma secondo me è in questa direzione che si va quando, per esempio, ci si accanisce contro i “centri sociali” come se fossero (insieme ai “romeni”, altra parola spauracchio) il male assoluto, liquidando come irrilevante il fatto che in anni privi di pensiero, come gli Ottanta e i Novanta, è in quei luoghi abusivi e disordinati che a basso prezzo e senza sponsor sono circolate la buona musica, l’avanguardia, la sperimentazione di immaginari, estetiche, pratiche sociali e di solidarietà. I centri sociali, tipico obiettivo delle ansie d’ordine da casalinga dei militanti fascisti, hanno aperto orizzonti culturali alla mia generazione, permettendoci di comprendere ciò che si faceva all’estero, di seguire l’evoluzione dei costumi e del pensiero.

(Ironia dello Zeitgeist, mentre rileggevo l’articolo ho saputo che il sindaco Alemanno ha fatto chiudere il Rialto Occupato, uno dei pochi posti dove a Roma circolava qualche idea. Ovviamente è stato detto: 1) che il Rialto non era un vero luogo di idee, ma un locale, per giunta costoso; 2) verrà comunque riaperto «molto presto» in una sede a Porta Portese. Ma era proprio necessario chiudere un posto nel centro di Roma dove si facevano mostre, feste, si ascoltava musica, si incontravano persone? Qual è l’obiettivo? Chiudere con ogni pretesto qualunque luogo di aggregazione creativa finché non saremo costretti a divertirci solo in casa e nei cinema dei centri commerciali?)

Il misto di hardcore, musica celtica, birra e quei caratteri pacchiani usati dai fascisti per istoriare le loro sedi con scritte bellicose mi fanno pensare molto più a un franchising culturale, simile a quello dell’hip hop ma più asfittico, che non si è mai evoluto, da quando lo scopersi da piccolo a oggi che lo ritrovo nei servizi su CasaPound e le sezioni del Blocco studentesco.

Questi ragazzi parlano esattamente come i miei capi scout e io so che quel mondo non produrrà altro che una cultura dell’ordine, come una mamma nevrotica non produrrà altro che pattine per non rigare il parquet e piumini per spolverare gli angoli più irraggiungibili della casa. Penso sia per questo motivo che poi su Topgirl i giovani fascisti dicono cose come: «Ho avuto invidia delle immagini (quelle dei ragazzi con le mazze in piazza Navona, ndr), invidia dello scontro. Sia chiaro però: non giustifico la violenza a scopo offensivo, ma solo difensivo». Sì, sarà pure a scopo difensivo, il punto è che i giovani fascisti, se gli levi la violenza, muoiono soffocati dalla stessa noia che producono.

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