Baggio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baggio/ un blog di approfondimento culturale Fri, 13 Jun 2014 08:02:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Baggio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baggio/ 32 32 I Mondiali e il tempo che passa https://minimaetmoralia.it/sport/mondiali/ https://minimaetmoralia.it/sport/mondiali/#comments Fri, 13 Jun 2014 08:02:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21463 Pubblichiamo un articolo di Andrea De Benedetti uscito sul portale Treccani.

di Andrea De Benedetti

«Mondiali»: basta la parola, e ne basta una sola. Troppo lungo, troppo inutilmente pleonastico «campionati mondiali» per spiegare un concetto che sta tutto dentro un aggettivo sostantivato.

Un aggettivo sostantivato e soprattutto un’antonomasia. Perché quando si parla di «Mondiali» si intendono solo ed esclusivamente quei Mondiali: quelli che si disputano negli anni pari non bisestili, quelli che per un mese scaraventano qualunque problema, anche il più serio, alla periferia della nostre preoccupazioni, quelli che l’Italia ha vinto quattro volte e che se Baggio, in un lontano pomeriggio americano del ‘94, non avesse sbagliato un certo rigore, allora chissà.

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Pubblichiamo un articolo di Andrea De Benedetti uscito sul portale Treccani. (Fonte immagine)

di Andrea De Benedetti

«Mondiali»: basta la parola, e ne basta una sola. Troppo lungo, troppo inutilmente pleonastico «campionati mondiali» per spiegare un concetto che sta tutto dentro un aggettivo sostantivato.

Un aggettivo sostantivato e soprattutto un’antonomasia. Perché quando si parla di «Mondiali» si intendono solo ed esclusivamente quei Mondiali: quelli che si disputano negli anni pari non bisestili, quelli che per un mese scaraventano qualunque problema, anche il più serio, alla periferia della nostre preoccupazioni, quelli che l’Italia ha vinto quattro volte e che se Baggio, in un lontano pomeriggio americano del ‘94, non avesse sbagliato un certo rigore, allora chissà.

Per chi segue il calcio, il Mondiale (declinato al singolare suona ancora più solenne) è innanzitutto la principale unità di misura del tempo che passa. Un anno è spazio troppo breve per cogliere il dipanarsi delle cose, per intuire i sommovimenti della storia. Quattro, invece, scandiscono con implacabile esattezza i passaggi chiave della vita. Suppondendo di nascere in un anno mondiale, quattro anni dopo ci si ritrova all’asilo, a otto si frequentano le elementari, a dodici le medie, a sedici le superiori, a venti si è universitari, a ventiquattro laureati, a ventotto precari, a trentadue padri di famiglia. E così fino alla dipartita, una quindicina di mondiali dopo. Tra un’edizione e l’altra c’è tempo per sposarsi e separarsi, diventare ricchi e finire in miseria, perdere l’innocenza o la verginità, essere governati dalla sinistra o dalla destra.

Durante il mese di competizione, in compenso, il tempo si paralizza. Anzi, regredisce a quello stato di infanzia perenne che è la nostra autobiografia di calciofili e di italiani. Per una partita della Nazionale abbiamo chiuso negozi, sprangato sportelli pubblici, messo in stand-by interi comparti, a partire dalla politica. E continueremo a farlo: ci si può scommettere.

Sul campionato, sulle coppe europee, sullo straripante palinsesto settimanale di partite trasmesse in tivù a ogni ora si può discutere, negoziare, fare compromessi e rinunce. Sul Mondiale giammai. Nella graduatoria degli eventi più visti nella storia della televisione italiana i primi trentanove posti sono occupati da altrettante partite di calcio, trentasei delle quali con la Nazionale in campo. E naturalmente non è un caso.

Il paradosso è che in un paese come il nostro in cui persino il Parlamento sospende le sedute durante le partite degli azzurri, non tutti fanno il tifo per la Nazionale. C’è infatti una minoranza non così sparuta di connazionali che aspettano il Mondiale per tifare apertamente contro: perché ci sono troppi juventini, perché non ce ne sono abbastanza, perché ci sono troppi neri, perché sono ragazzi viziati, perché siamo un paese già abbastanza degradato, perché se vince l’Italia si fa un favore al governo in carica, perché se perde possiamo finalmente fare la secessione.

Nel 1994, all’indomani delle prime elezioni vinte da Forza Italia, ci fu chi si illuse che perdere contro il Brasile avrebbe accelerato la caduta del berlusconismo, che invece è durato vent’anni. E anche fuori dal nostro Paese non è sempre stata così diretta e trasparente la correlazione tra trionfi calcistici e consenso politico, sul quale pesano ormai molto più il prestigio di vederseli assegnati e la promessa di conseguente benessere che non il successo sportivo in sé.

Ognuno ha il suo Mondiale del cuore, archetipo emotivo e implicito termine di paragone di tutti quelli posteriori. Chi, adolescente, ha fatto le ore piccole per vedere Italia-Germania 4-3 o ha esultato per la vittoria a Spagna ’82, mezz’ora dopo ne aveva già nostalgia, perché intuiva che dopo una gioia così perfetta la vita non avrebbe potuto far altro che peggiorare. E anche se poi ci siamo ritrovati tutti a urlare come ossessi al rigore di Grosso contro la Francia, c’era qualcuno, da qualche parte, che quella sera del 2006 rimpiangeva Chinaglia e il suo «Vaffa» al citì Valcareggi, perché il «suo» mondiale, ancorché disgraziato, era quello del ‘74.

Corollario di questa nostalgia – una nostalgia che ha nei quattro anni tra un’edizione e l’altra il suo ideale tempo di incubazione e il suo relativo decorso – è il rimpianto del calcio di una volta, la convinzione che i Mondiali veri non esistono più da un pezzo e che quelli che ci ostiniamo ad aspettare non siano che un surrogato commerciale di una nobile idea ormai estinta.

L’ultimo e definitivo passaggio di questo processo sarebbero i Mondiali in Brasile, una volta consumati i quali consegneremo definitivamente il calcio nelle mani di oligarchi russi e petrolieri qatarioti, che ne faranno un’ulteriore provincia – la più grande – del loro impero. E c’è un che di altamente simbolico e straordinariamente malinconico nell’idea che questo passaggio possa avvenire proprio in Brasile, dove il rude gioco del pallone è assurto al rango di arte e magia e dove tutti gli amanti del calcio si sentono in qualche modo a casa.

A meno che si tratti dell’ennesima proiezione emotiva della nostra caducità e di una nostalgia mai elaborata. Nel qual caso bisognerebbe dare ragione a chi invece sostiene che il calcio non sia mai stato così universale e forse nemmeno così pulito, perché con due miliardi di occhi addosso non potrebbe permettersi il benché minimo alone di sospetto.

Di sicuro in Brasile ci saranno più controlli di sempre, più televisioni di sempre, più soldi di sempre e forse anche più campioni di sempre. Soprattutto, ci saranno più «stranieri» di sempre: svizzeri nati in Kosovo, ivoriani con passaporto belga, italiani di origine ghanese, francesi di ogni dove e tantissimi brasiliani che giocheranno con una maglia diversa da quella del Brasile. Il che farà forse inorridire un’altra categoria di nostalgici, quelli della purezza della razza e delle identità senza sfumature. Ma stiamo parlando di una minoranza. A dimostrazione del fatto che il passato non merita sempre tutto questo rimpianto.

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Arrigo Sacchi e l’arte del pallone https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/#comments Thu, 14 Nov 2013 08:12:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16356 Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell'sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall'argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo.

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Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo. Ha la seria pazzia di un artista modernista: dalla sua voce più pudica che passionale non si ascolta il calcio romantico alla Baricco, ma un ispirato sogno neoclassico, pulito, in parole usate col compasso:

E l’Argentina come giocava?

Giocava a zona, una zona pressing.

E la zona senza pressing com’è? Che differenza c’è tra la zona senza pressing e la zona con pressing?

La zona copre gli spazi e quindi fa una difesa passiva. La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l’hanno gli altri.

(Ci siamo arrivati così: stava dicendo che da responsabile della primavera e del settore giovanile della Fiorentina, nel 1983 aveva commesso “un errore, ne ho commessi tanti, quello di obbligare tutti gli allenatori a giocare a zona, tutti gli allenatori delle giovanili”. Poi, spiegando il suo gioco: “La mia era sempre una zona pressing, eh: non era solo una zona. Ebbi la fortuna alla Fiorentina di incontrami con Passarella, Passarella giocava nella Fiorentina, e tante volte lo chiamavo il martedì a parlare ai giocatori, a spiegare come loro giocavano nell’Argentina…”)

E all’epoca chi giocava con la zona senza pressing?

Aveva provato Liedholm, e aveva provato anche Vinicio col Napoli, io ero andato a vedere la sua preparazione alcuni anni prima…

E invece l’Olanda giocava col pressing?

Eh sì, l’Olanda giocava col pressing. Nella zona il riferimento è principalmente il campo, mai l’avversario, invece nella zona pressing devi sapere quando è più giusto coprire lo spazio o andare sull’uomo e devi avere una collaborazione costante, si difende collettivamente, questa fu la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora ora – e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se deve essere una squadra… se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo.

Lei giocava col 4-4-2, ma in generale la zona…

No, non è così: io ho giocato in tanti modi diversi, perché il sistema di gioco non è così importante: il sistema di gioco è importante per mettere di più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche, io ho giocato il 4-3-3… Il 4-4-2 io non l’ho mai fatto, era un 4-4-2 quando ci difendevamo, a volte quando ci difendevamo era anche un 5-3-2.

E chi scendeva dietro dal centrocampo?

Dipendeva: se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla… E per far questo occorreva una squadra molto…

Tonica.

Qual è la differenza tra uno sport di squadra e uno sport singolo? È data dalla connessione che si trasforma in sinergia. Ma se non c’è un collegamento la connessione sarà minima e la sinergia sarà minima. Per far questo quindi tu devi muovere undici giocatori in modo organico e che siano nelle distanze giuste e che si vadano a smarcare nei tempi giusti e che in fase difensiva siano nelle posizioni giuste, nelle coperture giuste: avere in poche parole undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla, questo era l’obiettivo, difficile ancora ora si immagini venti venticinque anni fa.

Immagino la fatica dal punto di vista atletico, mettersi in condizioni di…

No no, altetico no: noi non spendevamo niente rispetto agli altri, noi eravamo sempre in aerobia, perché quando sei corto gli scatti non sono mai più lunghi di dieci, quindici metri, è quando sei lungo che gli scatti vanno sui venti, trenta, quaranta… Tanto che i miei giocatori – il povero Brera disse “li massacra tutti” –, Maldini ha finito di giocare a quarantun anni, Costacurta trentanove, Filippo Galli anche lui sui quarant’anni, Baresi trentasette, Tassotti trentasette. Eccetto Van Basten, poverino, perché ha avuto problemi al ginocchio, hanno avuto tutti una carriera lunga, molto lunga, perché, fra parentesi, la fatica era divisa per undici, mentre nelle squadre italiane giocavano in realtà tre quattro giocatori perché il portiere non si muoveva dalla porta e non giocava, dunque il difensore centrale non si muoveva dall’uomo perché doveva marcare: c’era un calcio specialistico. Io ho sempre pensato ad un calcio globale, ho sempre pensato di avere una squadra non di avere un singolo, e quindi allenavo la squadra per migliorare il singolo, non partivo dal singolo per arrivare alla squadra, non so se mi sto spiegando…

(Si potrebbe lasciar parlare Arrigo Sacchi di calcio senza neanche leggere il suo curriculum. La passione pedagogica toglie ogni distanza e sacralità alla telefonata: non sto parlando con chi ha vinto le prime due coppe dei campioni e il primo scudetto del Milan berlusconiano tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, sto parlando con un ex calciatore dilettante appassionato di calcio, figlio di imprenditore, che cominciando ad allenare a ventisette anni guadagnava meno che dal padre. Uno che ha “sempre amato il calcio moltissimo, una passione enorme, tanto che quando andavo alle elementari facevo la radiocronaca virtuale. Giocavo come tutti i bambini. Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, da piccolino, era il regista cinematografico o il direttore d’orchestra o l’allenatore, quindi sono stato fortunato perché sono riuscito a fare una di queste cose. Mi sentivo proprio la vocazione di insegnare ed ero attratto da quelle squadre che giocavano un calcio di dominio, un calcio da protagoniste…” Non una leggenda, uno che dice: “Smisi di giocare a calcio, e nessuno pianse”. Smise per un’infiammazione, andò ad allenare la squadra del paese, Fusignano, in Romagna: il direttore sportivo faceva il bibliotecario. Sto ascoltando uno che perdeva tutte le partite del precampionato con il Bellaria di Igea Marina in quarta serie “perché se lei vuol costruire una baracca non deve fare delle fondamenta, ma se vuole costruire un grattacielo deve fare le fondamenta e finché fa delle fondamenta va sottoterra e non sopra”. Uno che in quarta serie allenava giocatori di dieci anni più anziani. Uno che avendo allenato la primavera del Parma, poi il Rimini, le giovanili della Fiorentina, quindi il Rimini, arrivato alla prima squadra del Parma la porta in vantaggio a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, e invece di inserire un difensore per un attaccante e coprirsi, in vantaggio di uno a zero mette un altro attaccante. Così, a Milano lo notano, e arriva un’offerta.)

…E Berlusconi, lui mi chiese un favore: lui sapeva che io dovevo incontrarmi con una società il venerdì, mi chiese, disse “Guardi io devo andar via alcuni giorni, le chiedo un favore, di rimandare quell’appuntamento, e noi ci ritroviamo qua lunedì prossimo”. Dissi “Sì”, però non ero convinto, andando a casa dissi no, non posso fare una figuraccia del genere, rimando un appuntamento e poi… e la mattina telefonai a Rognoni [responsabile dei servizi sportivi Mediaset, NdR] e gli dissi “Guarda, ringraziali molto ma non me la sento di fare una figuraccia del genere… Io mi devo ancora incontrare, non posso dire rimandiamo…” dice “Sei matto? Al 99% sei tu l’allenatore del Milan”. Dissi: “No no, non me la sento” e andai agli allenamenti del Parma. Ricordo che quel giorno la sera torno a casa e mia moglie mi dice “Guarda, chiama subito Ettore Rognoni che t’ha cercato due o tre volte”, e mi fa “domani sera hai degli impegni?” “No”. “Allora non ci sarà Berlusconi ma ci sarà Galliani, Paolo Berlusconi, Confalonieri”. Dico: “Mah per me son anche troppi” e andai su, e allora lì capii che volevano veramente prendermi come allenatore. Andai su e firmai in bianco. “Voi avete un grande coraggio”. Io dico: “O siete dei fenomeni o siete dei suicidi’. E comunque io firmo in bianco, e presi meno di quanto prendevo a Parma… E feci un contratto… Io facevo sempre contratti di un anno solo perché volevo smettere… perché…

Perché se non era bravo, meglio smettere… (Così disse quando smise di giocare.)

“No no, non era quello. Smettere perché facevo fatica e lo stress mi uccideva…”

Ah quindi è sempre stato così? (Smise di allenare per questa ragione, lasciando l’Atletico Madrid nel 1999 dopo le esperienze con la nazionale maggiore e un breve ritorno al Milan. Lavorò poi come direttore tecnico per il Parma e per il Real Madrid.)

Io non volevo dare la vita per… E siccome io faccio parte del partito melius abundare quam deficere, è una certezza, si può sempre far di più e meglio, quindi le notti mie erano insonni, mi sembrava sempre di rubare, di non essere un buon professionista, e tutti accettavano volentieri perché dicevano Se va male non abbiam spese. Eppure anche col Milan andai bene, vincemmo il campionato e dissi: “Adesso raddoppiamo però”, solo che il secondo anno partimmo malissimo e Biscardi annunciò che il martedì sarei stato esonerato, nel caso perdemmo tre quattro partite consecutive.

Trovo molto affascinante come ha saltato a piè pari l’anno dello scudetto… Insomma, è un anno importante, voglio dire…

Sì, fu un anno importante, il primo. All’inizio non ci fu prevenzione, diffidenza sì, ma non prevenzione quindi non trovai un ostacolo, e fu bravissima la società e Berlusconi fu bravissimo perché noi partimmo male, perdemmo la prima partita in casa, perdemmo la prima partita nella coppa UEFA, poi perdemmo in casa in coppa UEFA dall’Espanol e dissero che non sarei arrivato, non al panettone, ma a mangiare le favette, e Berlusconi: mi ricordo perdemmo 2 a 0, io tutta la notte tornai a casa, non andai a letto, studiai il Verona che dovevamo giocare la domenica e alle otto, le nove mi telefonò Berlusconi e mi disse: “Ha bisogno?” Dissi: “Sì” e venne il sabato e fece un discorso cortissimo ma efficacissimo, disse con i giocatori: “Questo allenatore lo sento io, gode della mia massima stima e fiducia, chi di voi lo seguirà rimarrà, chi non lo seguirà dovremmo rivedere…” Fu diretto, molto, mi diede veramente una gran mano. Quindi il primo anno si concluse in un trionfo inaspettato e fantastico perché riempivamo lo stadio in continuazione ovunque andavamo, dove c’erano conservatori che mi vedevano come il diavolo e l’acqua santa perché vedevano in me uno che attentava alla loro conoscenza, a quello che avevano sempre scritto del calcio.

Cosa scrivevano del suo gioco?

No, dicevan che li massacravo i giocatori, poi per loro il calcio era un’altra cosa, era fatto del singolo, era fatto del contropiede, io dicevo no, non è solo contropiede, noi facciamo anche contropiede ma noi vogliamo essere padroni del campo e del pallone, vogliamo avere inziativa…

Il termine “ripartenza” l’aveva inventato lei?

M’han detto di sì… ci son delle parole che… non lo so…

E invece il concetto di intensità lo usava già allora?

Mah, forse era un termine che usavo e quindi dopo è stato riportato… Tutte le grandi squadre hanno avuto un comune denominatore, tutte, al di là del sistema di gioco, al di là delle epoche diverse e son sempre state delle protagoniste, non ho mai visto squadre che lasciassero il gioco alle altre diventare delle grandissime squadre: potevano vincere ma non…

E quindi che dice delle squadre di Mourinho?

Ma Mourinho è un personaggio straordinario nella sua completezza…

Be’ sì certo, su più livelli diciamo, ma le sue squadre non dominano… giusto?

Be’, no non è vero, dipende: non dominano con il Barcelona ma con le altre dominano, l’anno scorso col Milan dominava sempre… Non dominano col Barcelona di Guardiola perché adesso può darsi che… Ci son state tre squadre che a parer mio hanno modificato questo calcio e hanno consentito a questo sport di aggiornarsi, modernizzarsi ed essere sempre al top: l’Ajax, il Milan e il Barcelona adesso, tre fenomeni, quasi tutte a distanza l’una dall’altra di vent’anni, dove ognuna ha raccolto il testimone dall’altra aggiornandola ai vent’anni dopo.

Oggi la maggior parte delle squadre sono cacofoniche, se fossero delle orchestre sarebbero state…

Qual è la squadra meno cacofonica nel campionato italiano adesso?

La Juventus è la squadra più armoniosa…

Be’ sì è molto bella da vedere. Io sono della Roma, quindi…

Be’ adesso la Roma ha preso un maestro, che ha fatto il corso con me, il supercorso di Coverciano l’abbiam fatto assieme, allora il supercorso era un anno scolastico, adesso il supercorso si fa in trentadue giorni: o eravamo noi degli stupidi e questi dei geni… o apprenderanno meno… Zeman non m’ha mai annoiato, le sue squadre non m’hanno mai annoiato, mi divertono, a volte raggiungono dei vertici fantastici… È un maestro, le sue squadre hanno… c’è un’impronta importante. La maggior parte delle squadre se lei non leggesse non saprebbe chi è l’allenatore. Le squadre caratterizzate, che hanno un gioco come leader, lei sa subito chi è l’allenatore. Ci sono poche squadre che sono intonate: Zeman ha la capacità e la tempistica dei movimenti, l’attacco alla profondità, i tempi di gioco, il posizionamento, in fase difensiva un attimino meno ma è una squadra che ti emoziona a vederla perché quando gioca bene la palla scorre, è come un sogno che si sta realizzando.

E come si fa ad educare la squadra a questo scorrere della palla?

Quando io allenavo, Berlusconi non voleva che venissero a vedere gli allenatori, io li ho sempre fatti venire perché ho detto: “Ho avuto tanto dal calcio, devo dare qualche cosa”, però dicevo: “Guardi che se non hanno la chiave copiano l’esercizio ma non hanno la sensibilità”. Io ho un cugino che è direttore d’orchestra. Un giorno in modo provocatorio dissi: “Ma che differenza c’è tra te e Muti? Se suonate Beethoven o la Tosca, lo spartito è quello”. Lui disse: “Be’, se Muti ha un’orchestra di duecento orchestrali, quello meno importante è quello che batte i piatti: se questo li batte un attimo prima o un attimo dopo, un po’ troppo forte, un po’ troppo piano, lui lo sente”. Allora se un giocatore è mezzo metro avanti, mezzo metro indietro, parte un attimo prima o parte un attimo dopo, lei guarda e non lo vede; chi ha questa sensibilità lo vede e sa didatticamente cosa fare per corregerlo. Io adesso sto facendo questo: insieme a Maurizio Viscidi siamo gli allenatori di tutti gli allenatori delle nazionali giovanili italiane, noi alleniamo loro, andiamo a vedere gli allenamenti, gli diciamo che cosa è giusto fare, dove stanno sbagliando, io oggi ho visto gli allenamenti che faceva l’Under 17 e l’Under 20, dove vedi l’allenatore… Non lo so, l’altro giorno giocavamo contro il Portogallo e la distanza, il tempo di sganciamento del terzino si verificava troppo presto quindi la distanza era maggiore, quando la distanza è maggiore il passaggio sarà meno veloce, meno preciso e quindi più facile da intercettarsi – e la richiesta tecnica sarà maggiore…

La richiesta di energie?

La richiesta tecnica del giocatore che è in possesso palla: se sei a dieci metri è facile se sei a trenta metri sarà più complessa, no?, e ci sarà più tempo da parte dell’avversario per intervenire. Se un giocatore si allarga e invece deve stringere, allora devi fare delle simulazioni di partita, devi, capendo quello che non sta venendo fuori, fare delle esercitazioni, ma devi poi rifare la stessa esercitazione bene, benino, male, malissimo, è come suonare non so Volare, un’orchestra la può suonare benissimo, malissimo, però è sempre Volare”.

Ma quindi adesso comunque il suo metodo è diventato la norma, se hanno preso lei.

In Italia c’è un grande problema. Purtroppo le squadre sono meno lineari di quanto fosse la torre di Babele. Perché quando andavo in un club cercavo di mandarne via il più possibile? Perché quando arrivi trovi che negli ultimi cinque anni ci son stati cinque allenatori diversi quando non son stati otto, dieci, e ognuno ha portato dei giocatori suoi che erano adatti per il suo gioco e quindi che non son funzionali al progetto.

Van Basten mi chiedeva sempre “ma perché noi dobbiamo vincere e convincere quando agli altri basta solo vincere?” e io dicevo “tu vedi la gente come si diverte”. Io arrivai che avevamo 33.000 abbonati, mi pare che il secondo anno avevamo qualche cosa come 60.000, dico: “Noi ci dobbiamo divertire per una proprietà transitiva, così riusciamo a far divertire il pubblico”. World Soccer, che è la bibbia del calcio mondiale, attraverso i suoi esperti due o tre anni fa stilò l’elenco delle squadre più belle di tutti i tempi e misero al primo posto il Brasile del ’70, al secondo posto l’Ungheria del ’53, al terzo posto l’Olanda del ’74, al quarto posto, e prima squadra di club, il Milan dell’89, e allora quando ci siam trovati non molto tempo fa per una partita che facemmo qui a San Siro, gli dissi: “Hai capito perché bisognava vincere e convincere?” Per me una vittoria senza merito non è una vittoria: adesso ai giovani dico vale più della vittoria il modo in cui la si ottiene. Perché questo non è un paese per giovani? Perché noi non giochiamo un calcio per giovani, perché giochiamo un calcio difensivo. Secondo lei i giovani sono capaci più a rompere o a costruire?

Giochiamo un calcio individuale, specialistico, giochiamo un calcio di trucchi, di mestieranti. I giovani hanno bisogno di giocare un calcio d’attacco, di generosità, dove sbagliano molto ma creano anche molto, un calcio fatto di entusiasmi e hanno bisogno di avere un filo conduttore che è il gioco. Se lei facesse l’allenatore e non fosse sicuro del suo lavoro andrebbe a prendere dei giocatori giovani?, o dei giocatori esperti che saprebbero completare quello che lei non sa? Se fosse sicuro del suo lavoro, andrebbe a prendere dei giocatori giovani che sa che sono più recettivi, con una capacità di apprendimento maggiore, una generosità maggiore, con un’energia maggiore, con un entusiasmo maggiore. Non ci sarebbe storia. Allora lei vede si capisce subito chi è più allenatore e chi è più gestore, chi è più allenatore è chi ha delle grandi idee e va sui giovani.

Se ha delle grandi idee ci deve lavorare ossessivamente.

Nell’89 andammo a Tokyo, vincemmo la coppia intercontinentale, in tre quattro mesi avevamo vinto tutto, ma non mi era piaciuta la partita, festeggiavamo, facemmo una cena a metà della cena dissi con i collaboratori: “Finita la cena ci riuniamo che voglio parlar con voi”. Sapevo che non era il momento però avevo fretta. Uno mi disse: “Dai, Arrigo, prendiamoci una sera di riposo”, e io risposi: “Sì, così gli altri ci superano”. In questa ossessione, che Pavese un giorno definii ossessione arte, questa ossessione è quella che ti brucia e la stessa che ha bruciato e sta bruciando il mio amico Guardiola, è quella che ti permette di fare qualche cosa che altrimenti non sarebbe possibile fare.

A proposito di Guardiola come funzionano i rapporti tra i grandi allenatori, lui è venuto a chiederle consigli?

Noi siamo amici da sempre, lui ama il calcio quindi gli piace parlare di calcio e quando io facevo delle conferenze in Spagna un paio di volte l’ho visto che veniva, poi parlavamo, ci trovavamo. E un giorno mi chiese: “Arrigo, dai, dimmi un nome di un difensore per iniziare il gioco”. “Guarda, questa è una richiesta che in Italia non me l’ha mai fatta nessuno perché da noi il difensore deve rompere, non costruire”. I difensori nostri per farli venir su, loro son cento anni che vedono che non torna nessuno, per far ritornare gli attaccanti che son cento anni che non ritornano… Il Barcellona è diventato grande pur mettendo via dei giocatori individualmente fenomenali, Ronaldinho, Deco, Ibrahimovic e sostituendoli con emeriti sconosciuti o con dei giocatori normali come Villa e uno dice ma com’è possibile? Anche l’Argentina ha Messi, ma quanto serve il Barcellona a Messi se con l’Argentina fino adesso ha sempre deluso?

Guardiola che domande le faceva?

Si parlava… e quando prese Ibrahimovic gli dissi: “Hai preso un bravissimo giocatore ma che conosce la sua musica e vuol cantare la sua musica”.

E lui che disse?

Mi spiegò i movimenti che gli chiedeva, però dopo ha visto com’è andata a finire… Voleva un giocatore che attaccasse la profondità, voleva un giocatore che andasse dalla parte opposta. Noi abbiamo una cosa in comune. Io son stato al Milan quattro anni e andai via perché mi sembrava di esser ritornato all’epoca della scuola quando piuttosto che andare a scuola mi sarei fermato a zappare la terra con i contadini perché non ce la facevo più dallo stress e Guardiola adesso sta vivendo la stessa situazione, io spero lui riprenda perché è un genio del calcio e non so se riprenderà però me lo auguro, m’ha telefonato un mese fa, ci siam parlati per un paio d’ore e ha detto: “Fra poco devo smettere anche con lei perché mi brucia l’orecchio”. Adesso lui va via, va lontano, va in un altro continente, e non so se riprenderà, mi dispiacerebbe…

Allenare la nazionale è meno stressante?

La nazionale… Ha presente un eunuco in un harem con delle belle donne? Ecco, la nazionale è questa, dove diventi un teorico. Io non ho mai detto che un giocatore della nazionale è un mio giocatore, perché non era un mio giocatore. Io sono testardo, anche lì io ho cercato di dare un gioco,  agevolato dal fatto che avevo convocato specialmente nella prima parte parecchi giocatori che erano stati al Milan. Arrivammo secondi al mondiale [USA ’94, NdR] e fu un capolavoro quello, veramente, di volontà, di impegno, e arriviamo alla finale in un ambiente non consono a noi perché giocando noi un calcio in velocità a quelle temperature era problematico, però c’era una straordinaria volontà, un gruppo molto coeso, determinato, è come sempre poi, quando c’è il gioco non è che se ne avvantaggiano in maniera uguale, chi ha più attitudine se ne avvantaggia ancora di più…

Attitudine a cosa?

Baggio le sue migliori partite le ha fatte con la nazionale più che nei club. Baggio ricordo che quando lo chiamai lui stava andando male con la Juventus tanto che ero andato a vederlo a Genova e davanti a me c’era l’avvocato Agnelli, nell’intervallo parlavamo, e gli dissi: “Ma Avvocato, chi è dei suoi che è in forma?” E lui sa cosa mi disse? “I tre tedeschi”, per dirmi che non c’era nessuno in forma… Io a Baggio dissi: “Guarda, ti chiamo, non so se ti farò giocare però t’ho chiamato perché ho fiducia”. E lui fu bravissimo devo dire finché io lo sostituì in una partita, una partita drammatica per noi perché avendo perso la prima se perdevamo pure la seconda tornavamo subito a casa, ci trovammo dopo dieci minuti in una situazione di 38 gradi a dover giocare tutta una partita in dieci contro undici e io presi la decisione più difficile, quella meno ovvia, di togliere il giocatore più famoso che avevamo e lui in quel momento capì che io non ero l’allenatore suo, ero l’allenatore di tutti. Fu molto bravo con noi, da noi giocava come secondo attaccante, dove cercavamo di utilizzarlo nel migliore dei modi, avendo un attaccante che gli aprisse gli spazi, che andasse più di lui in profondità in modo che lui potesse andare a raccogliere la palla incontro o di fianco, cercammo d’avere più gioco noi degli altri, io avevo una statistica dei palloni che lui toccava mediamente nella squadra di club; dissi “Se tu ti muovi con la squadra, la toccherai due o tre volte in più” e così fu. Ci diede dei grandi risultati. Fu una fatica immane, il campionato del mondo è una cosa che ti distrugge e dove devi dar fondo a tutte le tue esperienze, conoscenze.

E non le veniva di cambiare sistema?

Ma io non avevo un sistema, io non ho un sistema. Ho il gioco del calcio, non ho sistema.

(Questa non è una domanda: è un bell’aneddoto sul denaro, saltato fuori in un punto del racconto, e mi pare una bella conclusione.)

Quando decisi di smettere di lavorare per far l’allenatore, io dissi con mio padre: “Ho capito che vivrò una vita sola e quindi devo viaggiare”, perché purtroppo morì mio fratello e dovetti io far la parte commerciale: “Devo viaggiare e non mi piace il lavoro, a me piace il calcio. Vivendo una vita sola dico smetto di lavorare e vado a fare l’allenatore”. Andai a fare l’allenatore al Cesena e il presidente mi disse “cosa vuole?” e io dissi “mi dia lei quello che vuole”, e lui disse: “No: poco, ma mi dica lei”, e prendevo di stipendio in un anno quello che a lavoro con mio padre io prendevo in un mese, e quando dovevo fare dei contratti all’inizio mi vergognavo sempre perché mi vergognavo di chiedere dei soldi per una cosa che mi piaceva così tanto, e quando mi son fatto pagare, e le assicuro che ho preso molto di meno di quanto avrei potuto… l’unica volta che ho preso davvero dei soldi fu il secondo anno al Milan. Dicevano che Berlusconi mi voleva mandare via e Biscardi disse che mi avrebbe mandato via il martedì. Galliani disse: “Ti vuol parlare il Presidente”, e andammo ad Ascoli. Lui entrò, mi abbracciò e disse: “Lei ha la fortuna che è il più bravo di tutti, però non posso tutti gli anni darle il doppio”, perché io avevo chiesto per il secondo anno il doppio del primo. Mi disse: “Perché vedi, Arrigo, ormai in campionato siamo staccati, e la Coppa dei Campioni son vent’anni che non la vinciamo”. Allora io dissi: “Guardi, Dottore, se non vinciamo la Coppia dei Campioni mi dà l’ingaggio che vuole lei, la cifra che mi ha proposto lei, però se la vinciamo quella differenza me la moltiplica per tre”. E così fu e devo dire che io ho una clip di lui che mi viene in campo ad abbracciare e lui ricordo che mi disse: “Non ho mai speso meglio i miei soldi”.

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Su Francesco Totti https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/ https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/#comments Mon, 30 Sep 2013 14:51:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15560 Questo pezzo è uscito sul blog l'Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

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FTotti

Questo pezzo è uscito sul blog l’Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Le sue azioni erano così in alto che si poteva permettere di essere scettico dicendo che se le cose fossero andate male avrebbero saputo con chi prendersela: «Hanno portato un vecchio, hanno portato quello che ha rovinato il gruppo».  Nel derby dell’otto aprile aveva realizzato il suo nono gol in totale alla Lazio, raggiungendo Marco Delvecchio e Dino Da Costa in cima alla classifica dei marcatori, sempre all time, della stracittadina: «Il mio record più bello». Lo aveva festeggiato a lungo e per un attimo sembrava si fosse fermato il tempo, anche se in realtà le lancette correvano e quello di Totti era il gol dell’1-1 di una partita che la Roma, proprio per quelle ambizioni non ancora sopite, avrebbe dovuto provare a vincere. Poco dopo il New York Times gli aveva dedicato un bel pezzo, in cui le dichiarazioni di Totti, secondo il quale solo Messi faceva cose che lui non immaginava di poter fare, venivano interpretate come mancanza di «false modesty» anziché, secondo la lettura italiana, semplice arroganza. Totti a quel punto voleva raggiungere il record di Piola (lontano quarantasette gol) ma non dipendeva solo da lui. Con un solo anno di contratto (scadenza giugno 2014) sarebbe stato difficile, anzi impossibile, ma lui si diceva fiducioso, sicuro di poter trovare un accordo con la società.

Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare. Ma anche la Roma capace di risorgere dalle sue ceneri e vincere lo scudetto nel 2001, il terzo della storia romanista, scucendolo direttamente dall’odiata maglia celeste. In quel periodo seguivo con così grandi speranze la Roma (speranze rafforzate dalla vittoria per 3-0 sulla Fiorentina in Supercoppa) e credevo così tanto che potesse diventare una delle migliori squadre europee, che sono andato allo stadio a vedere Roma-Real Madrid l’11 settembre (la mia prima partita di Champions League, la prima della Roma dopo la finale tremenda del 1984) e nonostante un tipo seduto affianco a me con in testa una bandana americana e il clima poco festoso, devo ammettere che mi sono emozionato. Per la cronaca: abbiamo perso 1-2, una punizione al bacio di Figo da trenta metri, un cross al bacio di Figo per la testa di Guti, poi Totti su rigore.

Nonostante quella sconfitta una parte di me pensava che ero stato fortunato a capitare nel momento storico in cui la Roma stava davvero per tornare grande, e in effetti la prima metà di stagione è stata strepitosa. Le mie speranze sono naufragate nel pareggio esterno con il Venezia già retrocesso (2-2), a cinque giornate dalla fine, in cui di fatto è diventato chiaro che non avremmo vinto il secondo scudetto consecutivo e che forse l’era Capello sarebbe stata meno interessante di quel che credevamo. Già qualche settimana prima, dopo il 5-1 sulla Lazio, la Roma aveva perso il primato in classifica perdendo a Milano con l’Inter lo scontro diretto, e alla fine è andata bene che siamo arrivati secondi grazie al 4-2 proprio della Lazio sull’Inter all’ultima giornata (quel famoso cinque maggio 2002). E le stagioni successive avrebbero confermato i timori più che le speranze.

Il campionato  2002-2003 della Roma è stato a dir poco mediocre (ottavo posto) e in Champions League, dopo aver preso tre gol in casa dal Real Madrid ed essersi rifatti al Santiago Bernabeu (gol di Totti)  la squadra di Capello è stata eliminata come ultima del secondo girone di qualificazione che avrebbe dato accesso ai quarti, vincendo una sola partita. Quella che era la migliore Roma da quasi due decenni, per due anni di seguito non è riuscita ad arrivare neanche ai quarti di Champions League. Come se non bastasse, nella doppia finale di Coppa Italia è stata battuta dal Milan 4-1 all’Olimpico, a cui è seguito un inutile 2-2 a San Siro (3 gol di Totti in due partite, tutti su punizione).

L’anno dopo (2003-2004), sembrava essere tornata la Roma migliore, capace di battere la Juventus 4-0 e 4-1 l’Inter, ma perdendo entrambi gli scontri diretti col Milan alla fine è arrivata di nuovo seconda. In Coppa Uefa si è fatta eliminare agli ottavi dal Villareal ma anche questo non sarebbe stato poi così grave se a fine stagione Capello (che ha portato la visione di gioco di Totti a un livello superiore con uno schema fisso che prevedeva che lanciasse in diagonale alle sue spalle, senza guardare, senza guardare ma con la solita precisione golfistica, per uno tra Del Vecchio e Batistuta, e che tuttavia gli diceva: «Francesco, hai il culo basso») non avesse fatto le valigie e lasciato Roma per Torino, la Roma per l’odiata Juventus, si dice di notte, per evitare incontri spiacevoli.

Ed è al termine di una delle più brutte stagioni che ricordi, quella 2004-2005, quella dei quattro allenatori (Prandelli → Voëller → Del Neri → Bruno Conti), di un altro mediocre ottavo posto in campionato, del girone di qualificazione di Champions League concluso senza neanche una vittoria e della sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter (0-2 in casa all’andata, 0-1 al ritorno a Milano), che Totti ha dovuto scegliere tra la sua Roma e il Real Madrid. Come sappiamo, Totti alla fine ha scelto di rinnovare: «Preferisco vincere uno scudetto qui che dieci altrove». Questa frase ai romanisti piace molto, ma poteva essere interpretata anche come mancanza di ambizione.

A ventotto anni (quasi ventinove) Totti aveva già battuto il record di Pruzzo (107 gol) diventando il più grande cannoniere della storia della Roma e, d’accordo, non era un mercenario, non era un calciatore moderno, ok, ma perché non potevamo vincerli noi dieci scudetti? Come andava preso quel rinnovo: era un contentino alla tifoseria arrabbiata, il parafulmine da ogni critica, o Totti avrebbe davvero riportato la Roma sulla strada del successo? Totti si stava accontentando? Aveva scelto di restare perché pensava davvero che avrebbe vinto qualcosa di importante o perché a Roma si poteva fare le magliette tipo quella Vi Ho Purgato Ancora?

Comunque già nel caso di quel quinquennale (10,5 milioni di euro lordi a stagione) del maggio 2005 si parlava di contratto “a vita” e un ruolo in società di “reciproca soddisfazione” una volta terminata la sua carriera. Se non vi rendete conto di quanto è lontano il 2005 pensate che è l’anno di nascita di YouTube, dell’uragano Katrina, degli attentati alla metro di Londra e che appena smaltita la folla di fedeli al Vaticano per i funerali di Giovanni Paolo II, un mese dopo il rinnovo di cui sopra, Totti ha riempito di un tipo di fedeli diverso le scalinate di Santa Maria in Aracoeli sposando Ilary Blasi in diretta Sky, dando poi il ricavato in beneficenza al canile di Porta Portese.

Appena usciti gli sposi dalla chiesa è partito il coro «un capitano/ c’è solo un capitano», io passavo dalle parti di piazza Venezia e mi sono fermato a guardare, e questa è la cosa più simile a un matrimonio regale che possa avere Roma, visto che il Papa non si può sposare. (E non posso fare a meno di ricordare che pochi giorni dopo Del Piero, una delle nemesi con cui Totti è stato confrontato nel corso degli anni, si è fatto sposare da Don Ciotti in un paese sulle colline torinesi, in gran segreto, una cerimonia che il Corriere della Sera ha definito «sobria, molto intima», col capitano della Juve accompagnato da una «piccola comitiva», dodici invitati in tutto.)

Mentre scrivevo questo pezzo mi consultavo con un amico romanista, la persona che ho sentito parlare meglio di Totti in tutta la mia vita e che quindi adesso chiamerò il Mio Amico Tottiano. Gli ho chiesto secondo lui qual è stato il picco nella carriera di Totti. Il Mio Amico Tottiano ha risposto: «Nessuno. Ho visto tutte le partite della Roma all’Olimpico, tranne cinque o sei, dal 1997 a oggi, e nel 90% di esse Totti è stato il migliore in campo. Non il migliore della Roma, in generale, considerando anche gli avversari. Quindi direi un unico picco lungo sedici anni». Per il Mio Amico Tottiano la Roma viene comunque prima di Totti, ma sostiene che dal vivo non ha mai visto un giocatore migliore di Totti. Che gli è sembrato meglio Totti di Cristiano Ronaldo. Ho chiesto anche ad altri Amici Tottiani e ho riscontrato una certa difficoltà ad ammettere l’inferiorità del Capitano di fronte anche a grandissimi campioni come Cantona, Zidane, per non parlare dei rivali italiani R. Baggio e Del Piero. Per quanto sia sbagliato fare confronti è interessante la loro difficoltà ad ammettere: «Sì: ___________ è più forte di Totti e avrei preferito che la Roma avesse speso i suoi soldi per ___________ anziché per il Capitano».

Dopodiché, ci sono due ipotesi.

La prima è che il suo momento migliore corrisponda alla sequenza Europeo  2000/Scudetto 2001. A favore di questa tesi ci sono: il cucchiaio a van der Sar in semifinale, il premio come Man of The Match in finale e in generale l’idea che se fosse dipeso soltanto da lui quella partita forse l’avremmo vinta: non solo grazie al tacco con cui, dopo aver difeso palla e aspettato esattamente il momento giusto, manda Pessotto al cross per  il gol di Del Vecchio che ha portato l’Italia in vantaggio (al minuto 4.00 del video qui sotto col commento in giapponese e tutti i tocchi di Totti in quella partita) ma anche per un’occasione in cui ha messo Del Piero davanti alla porta per il possibile raddoppio (minuto 4.56: Del Piero incrocia malissimo di sinistro cadendo goffamente a terra) e un’altra di poco successiva in cui resiste a una carica a centrocampo con una specie di piroetta prima di lanciare in diagonale Del Vecchio che però calcia sull’esterno della rete (minuto 5.50).

Totti stesso ritiene che se l’Italia avesse vinto quella finale, magari gli avrebbero dato il Pallone d’Oro (lo ha detto sempre nell’intervista di Gazzetta del 29 marzo scorso, ma in realtà in quell’edizione 2000 Totti è arrivato quattordicesimo nella classifica di France Football e il suo miglior piazzamento è dell’anno successivo, quinto, probabilmente merito dello scudetto). Riguardo la finale con la Francia però va detto che i suoi critici più pignoli gli rimproverano di aver sprecato quello che sarebbe potuto essere l’ultimo pallone della partita, a pochi secondi dalla fine dei quattro minuti di recupero, con un lancio a Pessotto in fuorigioco che ha lasciato il tempo alla Francia per giocare l’azione del pareggio di Wiltord (nel video giapponese questo passaggio non c’è; ed è forse a partire da quel giorno che Totti diventa il miglior giocatore al mondo nel perdere tempo tenendo palla sulla bandierina del calcio d’angolo vicina alla porta avversaria, a volte anche a cinque minuti dalla fine della partita). Per quanto riguarda il periodo scudetto, c’è chi sostiene che Totti sia stato poco più di un comprimario, il protagonista di un film con molti protagonisti, gente come Batistuta, Samuel, Cafu, Emerson, Montella. Che se fosse dipeso veramente da lui, avremmo vinto molto di più in tutti questi anni. Un punto di vista comprensibile.

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