Baldassarre Castiglione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baldassarre-castiglione/ un blog di approfondimento culturale Tue, 13 Dec 2016 13:31:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Baldassarre Castiglione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/baldassarre-castiglione/ 32 32 Difendere Roma. Quando Raffaello scrisse a Leone X https://minimaetmoralia.it/cultura/baldassarre-castiglione-raffaello/ https://minimaetmoralia.it/cultura/baldassarre-castiglione-raffaello/#comments Tue, 13 Dec 2016 13:31:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33066 Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Lo Stato c’è, e batte un colpo. E che colpo: da pochi giorni il Ministero per i Beni Culturali ha acquistato (per un milione e centomila euro: meno di un terzo della cifra standard che costano le infinite ed effimere ‘grandi mostre’) la parte dell’archivio di Baldassare Castiglione che restava in mani private. È come dire che, da oggi, il Rinascimento appartiene un po’ di più a tutti gli italiani.

Baldassarre non fu solo un finissimo diplomatico e un grande scrittore: egli fu soprattutto un attrezzatissimo intellettuale, capace di plasmare – con le sue idee e la sua prosa – una intera stagione della nostra storia culturale. L’archivio che oggi diventa pubblico contiene, tra l’altro,il manoscritto autografo che accoglie gli abbozzi del suo capolavoro, il Cortegiano: un libro che ebbe oltre 150 edizioni, in tutte le principali lingue d’Europa, contribuendo come forse nessun’altro testo a dar forma alla società di corte, perno dell’antico regime fino alla Rivoluzione francese, e oltre.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Lo Stato c’è, e batte un colpo. E che colpo: da pochi giorni il Ministero per i Beni Culturali ha acquistato (per un milione e centomila euro: meno di un terzo della cifra standard che costano le infinite ed effimere ‘grandi mostre’) la parte dell’archivio di Baldassare Castiglione che restava in mani private. È come dire che, da oggi, il Rinascimento appartiene un po’ di più a tutti gli italiani.

Baldassarre non fu solo un finissimo diplomatico e un grande scrittore: egli fu soprattutto un attrezzatissimo intellettuale, capace di plasmare – con le sue idee e la sua prosa – una intera stagione della nostra storia culturale. L’archivio che oggi diventa pubblico contiene, tra l’altro,il manoscritto autografo che accoglie gli abbozzi del suo capolavoro, il Cortegiano: un libro che ebbe oltre 150 edizioni, in tutte le principali lingue d’Europa, contribuendo come forse nessun’altro testo a dar forma alla società di corte, perno dell’antico regime fino alla Rivoluzione francese, e oltre.

L’archivio ha avuto una storia rocambolesca. Nel 1940 la famiglia lo vendette come carta da macero, e solo l’intervento dell’allora direttore dell’Archivio di Stato di Mantova evitò il peggio: rendendosi conto dell’errore terrificante, e cercando di salvarsi la faccia, i discendenti di Baldassarre lo ricomprarono, e ne affidarono una parte allo Stato. Un’altra parte, invece, fu collocata nella Villa di Casatico: che però nel 1977 subì un clamoroso furto.

Per rimettere insieme questo preziosissimo fondo documentario mancava ora  la porzione più pregiata: quella che dal 1946 è depositata in un caveau di banca, dove – nonostante la disponibilità della famiglia – non era facile studiarla. Il valore dell’operazione è triplice: assicurare al pubblico un complesso «di straordinario valore storico e culturale» (come ha scritto Amedeo Quondam, massimo studioso di Castiglione, nella relazione al Ministero), ricomporre un insieme unitario, poterlo finalmente offrire alla ricerca internazionale.

Il merito dell’operazione è di Gino Famiglietti, direttore generale degli Archivi. Massimo esperto della legislazione del patrimonio ed estensore dell’attuale Codice dei Beni culturali, Famiglietti ha pagato duramente i suoi contrasti con i vertici politici del Collegio Romano, fino all’esplicita contrarietà alle riforme del Ministero imposte dal governo uscente. Ora egli conclude l’acquisto dell’Archivio Castiglioni in modo esemplare, in collaborazione con l’Ufficio Centrale di Bilancio e la Corte dei Conti: dimostrazione concreta che il problema dei beni culturali non è la ‘burocrazia’ di una pubblica amministrazione che si vorrebbe abolire, ma la qualità (morale e intellettuale) di coloro che la incarnano. E la loro capacità di esercitare un giudizio critico sul potere politico.

Tutto questo ha direttamente a che fare con il cimelio forse più prezioso tra quelli dei quali siamo ora tutti proprietari: la minuta (autografa di Castiglione) della lettera che Raffaello indirizzò a papa Leone X nell’autunno del 1519. Il testo che Raffaello volle premettere alla sua pianta della Roma antica è forse il più alto di tutta la storia della tutela: sia per ciò che vi si legge, sia per la risonanza che esso ebbe a cavallo tra Sette e Ottocento, quando il vandalismo rivoluzionario e le spoliazioni napoleoniche fecero nascere quell’imperativo della conservazione che arriva diritto fino a noi. Il più importante traguardo di questa linea culturale è l’articolo 9 della Costituzione italiana, ed è davvero impressionante come le idee di Raffaello messe in carta da Castiglione ne prefigurino il dettato.

Questa coppia di amici intellettuali (per sempre rappresentata dal ritratto strepitosamente vivo che Raffaello dipinse a Baldassarre) seppe esprimere perfettamente ciò che oggi proviamo di fronte al nostro patrimonio culturale in rovina: «grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria». Le rovine di Roma non suscitano riflessioni estetiche, ma politiche: il disfacimento dell’eredità classica è la morte della patria. E la colpa di chi è? «Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle?»

Chi doveva conservare ha invece distrutto: e siamo già a I vandali in casa di Antonio Cederna (1956). La conclusione: «Non deve adunque, Padre Santissimo, essere tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità lo aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della fama italiana, per testimonio del valore e della virtù di quegli animi divini che pur talor con la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato e guasto dalli maligni e ignoranti».

Parole che descrivono già il patrimonio culturale come fondamento dell’identità «italiana»: l’idea di lungo corso che spiega perché la parola «nazione» figuri, tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, solo nell’articolo 9, in rapporto al paesaggio e al patrimonio. Si affacciala convinzione che la tutela non sia un fine in sé, ma serva allo sviluppo della conoscenza, e che dunque sia orientata alla costruzione al futuro (la parola chiave è «oggidì).

Infine, la consapevolezza che solo il potere pubblico può fare tutela: e che spetti agli intellettuali ricordare al potere i propri «doveri», e la gerarchia delle priorità (la cultura non può essere «tra gli ultimi pensieri» di chi governa).

Queste parole di cinque secoli fa ci interpellano con forza straordinaria: e che oggi la Repubblica abbia voluto acquistare e tutelare proprio le carte su cui esse presero forma è un segnale carico di futuro.

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Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 4 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tempo-fuori-sesto-guy-debord-contro-la-modernita-4/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tempo-fuori-sesto-guy-debord-contro-la-modernita-4/#comments Thu, 30 Aug 2012 09:00:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8834 Pubblichiamo la quarta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Ricordando Guy Debord come fondatore dell'Internazionale Situazionista, cineasta eterodosso e autore della Società dello Spettacolo, si tralascia spesso una quarta fase della sua attività, pure molto ricca e rivelatrice: quella di animatore delle edizioni Champ Libre, fondate nel 1969 dal produttore cinematografico Gérard Lebovici con lo scopo di diventare la «Gallimard della rivoluzione».

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Pubblichiamo la quarta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Ricordando Guy Debord come fondatore dell’Internazionale Situazionista, cineasta eterodosso e autore della Società dello Spettacolo, si tralascia spesso una quarta fase della sua attività, pure molto ricca e rivelatrice: quella di animatore delle edizioni Champ Libre, fondate nel 1969 dal produttore cinematografico Gérard Lebovici con lo scopo di diventare la «Gallimard della rivoluzione».

Vicina agli ambienti dell’ultra-sinistra, Champ Libre ripubblica la Società dello Spettacolo nel 1971 e si posiziona in maniera sempre più chiara contro la vulgata maoista, trotzkista e leninista. L’influenza di Debord su Lebovici diventa dominante a partire dal 1974, quando lo scrittore inizia a collaborare intensamente con Champ Libre. Nel 1983, l’editore compra un intero cinema nel quartiere latino, lo Studio Cujas, dove proiettare a ciclo continuo le opere cinematografiche di Debord (di cui Lebovici è anche produttore). Nulla a che vedere, qui, con il redditizio mercato della contestazione: Lebovici dava fondo alle sue sostanze in pura perdita, per convinzione ideologica, gusto dell’estremo, o forse follia. Anni dopo, Debord smentì di essere mai stato l’eminenza grigia del suo mecenate — il che basta a convincerci del contrario. Come ultima follia, Lebovici s’invaghisce nel 1984 del criminale Jaques Mesrine, che esalta come modello libertario e di cui pubblica l’autobiografia. Pochi mesi dopo, l’editore viene assassinato in circostanze tuttora misteriose.

Scorrendo il catalogo di Champ Libre, è possibile tenere traccia degli sviluppi del pensiero di Debord e della minuscola frangia di libertari antimoderni che si andava costituendo: oltre al già citato Bruno Rizzi, vari testi sulla storia dell’anarchismo soprattutto riguardanti l’esperienza spagnola del 1936, le opere complete di Bakunin, studi di strategia tra i quali spicca Clausewitz, molti dadaisti, alcuni «poeti dello scorrere» citati nel film In girum, Baltasar Gracian e Baldassarre Castiglione, eccetera. La pubblicazione di una sola opera di Shakespeare, Amleto nella traduzione di Marcel Schwob, suggerisce la possibilità di fornire una lettura politica dell’opera.

Negli anni Ottanta si segnala l’incontro con George Orwell, formidabile e imprevisto colpo di fulmine, di cui verranno pubblicate ben otto opere in un decennio. Non è difficile intuire che cosa, nell’autore della distopia 1984, abbia potuto sedurre i debordiani. E tuttavia è curioso come il radicalismo di Champ Libre, che sembrava dovesse sfociare nell’anarchismo più dirompente, abbia finito per avvicinarsi al pensiero di un tranquillo socialista democratico. Nella lettura post-situazionista, Orwell è il pensatore che smaschera il totalitarismo burocratico nelle sue tre forme spettacolari — fascista, comunista e capitalista — e il romanziere visionario che profetizza il destino delle democrazie occidentali. Il suo promotore più infaticabile è oggi Jean-Claude Michéa, filosofo debordiano anticapitalista partigiano della decrescita, che gode di grande successo editoriale in Francia. Ma è concepibile una rivoluzione orwelliana? Michéa resta vago, e i suoi libri certo non sono un invito alla lotta bensì piuttosto all’adozione di un’etica anarco-conservatrice. D’altronde i tempi cambiano: per un secolo i filosofi hanno cercato di cambiare il mondo; ora si tratta d’interpretarlo.

Gli eredi di Lebovici continueranno l’avventura di Champ Libre, e la pubblicazione di Orwell, fondando la casa editrice Ivrea, dove troviamo ripubblicata una vecchia conoscenza: quel L’Assassinat de Paris che tanto aveva colpito Debord negli anni Settanta. Quasi trent’anni dopo la morte di Lebovici, il catalogo Champ Libre continua a esistere in una piccola libreria dietro l’Hôtel de Cluny, quinto arrondissement, portando avanti con coerenza il progetto di Debord — in un’ordinata marginalità. Difficile tuttavia credere che l’editore conservi ancora qualche legame con l’autonomismo delle origini: è molto probabile che i novelli anarco-conservatori siano ben più conservatori che anarchici.

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