Banksy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/banksy/ un blog di approfondimento culturale Sun, 08 Dec 2024 20:27:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Banksy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/banksy/ 32 32 Cancel culture e statue: una matrice religiosa? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cancel-culture-e-statue-una-matrice-religiosa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cancel-culture-e-statue-una-matrice-religiosa/#respond Sun, 08 Dec 2024 20:27:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54573 di Caterina Panetta La caduta di una statua racchiude in sé un destino ineluttabile. Quando la vediamo schiantarsi a terra, ne percepiamo il peso e soprattutto, il fragore. Ne restiamo colpiti. Forse siamo eredi inconsci della scena cult nel film Ottobre di Sergej M. Eizenstein, in cui l’enorme scultura raffigurante lo zar Alessandro III viene […]

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di Caterina Panetta

La caduta di una statua racchiude in sé un destino ineluttabile. Quando la vediamo schiantarsi a terra, ne percepiamo il peso e soprattutto, il fragore. Ne restiamo colpiti. Forse siamo eredi inconsci della scena cult nel film Ottobre di Sergej M. Eizenstein, in cui l’enorme scultura raffigurante lo zar Alessandro III viene abbattuta da una moltitudine inferocita. Insieme al monumento, crolla una civiltà, un’epoca e con essa il suo sistema di valori. È sempre stato così. La sorte di un’egemonia è, inevitabilmente, quella di dissolversi e farsi sostituire da un’altra, a meno che essa non si trasformi, o non si adegui ad una narrazione degli eventi passati più in linea con i tempi.

È un processo che avviene attraverso l’abbattimento di simboli precisi, legati alla celebrazione di personaggi carismatici – imperatori, condottieri, rivoluzionari e via dicendo – sotto forma di parabola, in un primo momento ascendente e fulgida, poi rovinosamente diretta verso l’abisso. È stato questo il caso di Napoleone, Mussolini, Hitler, Lenin, Saddam e lo scià di Persia tanto per fare qualche esempio.

Oggi sono le vittime di razzismo, colonialismo, discriminazione sessuale e di genere a rimuovere le statue dai luoghi pubblici. In altre parole, coloro che troppo a lungo si sono sentiti oppressi ed esclusi dalla storia e quindi ignorati da una narrazione che non li rispecchiava; questo fenomeno, nato negli Stati Uniti, è solo uno degli elementi della cosiddetta cancel culture. Se ne parla da circa dieci anni, ma si tratta di una forma di protesta con radici ben più antiche che affondano nel movimento per i diritti civili degli afroamericani. A fare questo collegamento e a spiegarne il significato è la linguista statunitense Anne C. Hudley, specializzata nello studio della lingua ebonics, anche conosciuta come African American Vernacular English: “se non hai la capacità di fermare qualcosa attraverso mezzi politici, quello che puoi fare è rifiutarti di partecipare”. E ancora, in merito all’abilità di cancellare: “un’abilità di sopravvivenza vecchia quanto l’uso del boicottaggio da parte dei neri del Sud”. Questo uso del verbo cancel inteso come “non partecipazione” – come forma di resistenza civile – compare dapprima nel Black Twitter, un punto di ritrovo social per la comunità afroamericana, e in seguito nel movimento Black Lives Matter (BLM), a partire dalla morte di George Floyd nel 2020. Le oltre duemila proteste successive a tale evento portarono, tra le altre cose, all’abbattimento di statue percepite come simboli del suprematismo bianco, come per esempio quella del generale Robert. E. Lee, emblema sudista della guerra civile, e del razzismo di stato come quelle dei i presidenti George WashingtonAndrew JacksonThomas Jefferson e Ulysses S. Grant, possessori di schiavi o fautori di politiche di conquista verso i territori dei nativi americani.

In sostanza, l’abbattimento di monumenti che rappresentano una certa prospettiva WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) è diventato una forma di attivismo politico, quello della cultura woke (da “stay awake”), ovvero – nel suo significato originario – consapevole della violenza sistemica (di stato) contro gli afroamericani e, per estensione, contro ogni gruppo sociale discriminato.

In Italia, tra gli altri, è Tomaso Montanari ad occuparsi di questa recente forma di iconoclastia nel suo Le statue giuste (2024). La sua riflessione parte dal concetto di piazza; uno spazio pubblico, condiviso e quindi politico. Parlando dei monumenti che vi si trovano, Montanari evoca una “santificazione” di personaggi pubblici, percepiti dalla società come modelli di virtù civili: “guardatelo, prendetelo a esempio, fate come lui”. Secondo lo storico dell’arte, la cancel culture – che lui preferisce definire come un movimento che oggi “polarizza il dibattito intorno ad alcuni segni del passato nello spazio pubblico” – mette in atto, con la rimozione delle statue dai luoghi di ritrovo all’aperto, una forma di “distruzione creativa” che genera dialogo tra il passato, il presente e il futuro. Diversamente che in altre epoche, dice sempre Montanari, il fenomeno odierno avviene all’interno un sistema democratico e non di regime. Non si tratta certo di un fenomeno nuovo. La distruzione delle immagini risale alle origini della storia dell’umanità: “Iconolatria (il culto delle immagini) e iconoclastia (la loro distruzione) sono le due invisibili facce di una stessa medaglia (la medaglia della contesa sul loro significato) almeno fin dai tempi in cui Aronne acconsentì alla realizzazione del vitello d’oro, e subito dopo Mosè lo distrusse, e ne sciolse la polvere in un’acqua che fece poi bere agli israeliti. […]. La distruzione delle immagini è una caratteristica tipica dell’identità culturale occidentale almeno quanto lo è il culto di quelle stesse immagini.”

Il libro si concentra su vicende italiane recenti; i martiri della Repubblica, il colonialismo e il ventennio fascista. Nelle sue conferenze però, il Rettore dell’Università per Stranieri di Siena allarga il discorso citando, per esempio, episodi di iconoclastia religiosa, come quello in cui nel 1972 il geologo ungherese László Tóth – per dirla con L. Zampa “Bello, onesto, emigrato Australia” e soprattutto, convinto di essere Cristo risorto – colpì la Pietà di Michelangelo, all’interno della basilica vaticana, con dodici martellate. Lo studioso passa in rassegna anche monumenti a illustri personaggi del passato rinascimentale, di cui sono piene nostre piazze; spesso mercenari, torturatori, inquisitori, guerrafondai. Montanari auspica una “risemantizzazione” – parola orrenda nel suo ridondante tecnicismo, ma condivisibile nella sostanza – ovvero un dialogo con il passato attraverso il conferimento di un significato aggiornato, complesso, inclusivo di punti di vista discordanti. È accaduto nel Regno Unito, a Brighton, con la statua in bronzo del commerciante di schiavi E. Colston, prima abbattuta e poi collocata in un museo. Dagli anni Novanta, la scultura è stata protagonista di diverse installazioni da parte di artisti contemporanei allo scopo di reinterpretarla. La mattina del 18 ottobre 2018, in occasione della giornata contro la schiavitù, un’installazione non ufficiale, particolarmente interessante, apparve ai piedi del monumento: raffigurava un centinaio di figure supine disposte attorno alla figura di Colston come in una nave negriera. Persino Banksy pubblicò sul suo profilo Instagram, in seguito all’abbattimento della statua, un disegno che illustra la sua personale soluzione: “Ecco un’idea che si rivolge sia a chi sente la mancanza della statua di Colston sia a chi non la sente […] Lo tiriamo fuori dall’acqua, lo rimettiamo sul piedistallo, gli mettiamo un cavo attorno al collo e facciamo fare alcune statue di bronzo a grandezza naturale di manifestanti nell’atto di tirarlo giù. Tutti contenti. Un giorno straordinario commemorato”. Una sorta di damnatio memoriae 2.0. rivisitata secondo i criteri del politicamente corretto e dell’inclusività che però non rinuncia, come rileva Montanari, al dialogo con il passato e alla sua reinterpretazione.

È una soluzione non rinuncia neanche all’aspetto creativo, che in fondo è il più importante in un’opera d’arte. In Italia, è accaduto qualcosa di simile a Milano e a Trieste con le statue a Indro Montanelli e Gabriele D’Annunzio, entrambe imbrattate con secchiate di vernice ed epiteti quali “stupratore” e “razzista”. Seppure in maniera conflittuale, il dialogo con la storia non si interrompe e, soprattutto, rimane vivo.

La damnatio memoriae è un fenomeno antico quanto la storia del mondo: il racconto che viene messo in discussione è ovviamente quello del nemico; esso non viene mai integrato ma piuttosto sostituito con un nuovo resoconto o, più semplicemente, con l’oblio. Nella Roma antica, ai personaggi pubblici che si erano macchiati di reati molti gravi veniva riservata appunto la “condanna della memoria”; le statue raffiguranti gli imperatori caduti in disgrazia venivano abbattute, i loro palazzi distrutti, il loro nome abraso dalle iscrizioni e non più trasmesso ai discendenti. Si trattava di una sentenza sancita direttamente dal Senato, e quindi dallo Stato, alla quale anche le classi inferiori erano invitate a partecipare. Tuttavia, quando una figura pubblica veniva condannata all’oblio, se ne distruggeva sì l’effige ma si lasciava il piedistallo della statua, oppure nelle iscrizioni si lasciava l’abrasione del nome. L’aspetto visibile della cancellazione era parte della punizione stessa. Si trattava di un atto politico, per certi versi pragmatico. Marco Antonio subì la damnatio memoriae perché aveva perso la battaglia di Azio e, nella narrazione di Ottaviano Augusto, era diventato un traditore della res publica. Caligola, Nerone, Domiziano e Commodo subirono la stessa condanna in quanto invisi al Senato. In altre parole, il fenomeno non era che una delle tante facce di quell’antica abitudine, mai abbandonata, di riscrivere la storia dal punto di vista dei vincitori.

La cancel culture invece è qualcosa di diverso. Malgrado siano in molti a pensare che, negli Stati Uniti, il riferimento teorico di questo fenomeno sia il marxismo culturale dei campus universitari, delle classi accademiche e giornalistiche che guardano ad esso come ad un effetto collaterale del progresso e della giustizia sociale, la cosiddetta cultura della cancellazione rivela invece – nonostante le apparenti motivazioni politiche – una matrice religiosa, di stampo protestante. Tale origine fa riferimento alle chiese riformate (principalmente battiste e pentecostali), nelle quali molti attivisti si sono formati. La religione pervade la comunità afroamericana negli Stati Uniti da sempre. Secondo una ricerca del Pew Research Centre, la probabilità di ascoltare sermoni che abbiano come tema i rapporti interraziali o la riforma del sistema penale, e quindi sermoni politici, è maggiore in una chiesa frequentata da una comunità a maggioranza afroamericana rispetto a qualunque altra. Nell’attivismo nero, l’ideologia protestante è presente nel forte interesse per le questioni sociali, nell’impegno politico, nell’ accento posto sulla comunità locale, nell’idea di lotta politica non violenta a sfondo razziale, di cui Martin Luther King (di fede battista) e Nelson Mandela (metodista) furono i padri, nelle regole di comportamento non dogmatizzate, ma anche nella morigeratezza puritana, nei rigidi giudizi morali, nella divisione manichea di Bene e Male, Buono e Cattivo, Bianco e Nero.

Facciamo un passo indietro. Tra Sette e Ottocento, negli stati del Sud, le chiese battiste praticavano la disciplina ecclesiastica (church discipline), ovvero la pratica di istituire dei processi una volta al mese, il sabato, contro coloro che avevano commesso dei peccati specifici. Se giudicati colpevoli, gli imputati ricevevano un’ammonizione oppure la scomunica, ovvero venivano ostracizzati dalla comunità. Il consumo di alcol, il ballo sociale e convinzioni giudicate errate venivano considerati crimini. Ciò che accomuna tale pratica alla cancel culture è una certa etica della purezza che si propone di estirpare comportamenti considerati nocivi per la comunità e per lo Stato.

È possibile rintracciare un’ispirazione religiosa anche all’interno dell’attivismo di BLM. Nelle interviste, i leader del movimento attribuiscono alla matrice spirituale un ruolo molto importante: Patrisse Cullors, co-fondatrice di BLM, lo spiega in questo modo: “The fight to save your life is a spiritual fight” (trad. mia: la lotta per salvare la tua vita è una lotta spirituale). Tricia Hersey, altra co-fondatrice del movimento, attribuisce all’educazione ricevuta in seno alla Black Pentecostal Church of God in Christ la sua visione del corpo umano come un “veicolo dello Spirito”. Nel 2016, Hersey ha addirittura fondato un nuovo movimento pastorale vocato al diritto di vivere con lentezza: The Nap Ministry. Tuttavia, è intorno al concetto di “transformative justice” (giustizia trasformativa), un approccio filosofico alla pacificazione, che si salda il legame con il mondo evangelico, in particolare con la tradizione quacchera e il suo rifiuto delle gerarchie, della guerra, degli alcolici e la sua contrarietà alla schiavitù. La cosiddetta giustizia trasformativa è un approccio che si basa sul “fare la cosa giusta”, il coltivare all’interno della società concetti che prevengano la violenza quali la guarigione (dai torti subiti), la responsabilità, resilienza e sicurezza per tutti. Riecheggiando i processi di disciplina ecclesiastica dei secoli passati, il crimine diventa un problema della comunità, da risolvere attraverso la mutua comprensione. Cara Page, affiliata a BLM, ad avere coniato il termine “healing justice”(giusizia terapeutica).

Tornando all’iconoclastia, essa fa storicamente parte del fervore religioso protestante, più precisamente calvinista (l’approccio battista ne è una derivazione). Nel XVI secolo, in Olanda, Francia e Germania diversi riformatori calvinisti, appellandosi al Pentateuco e ai Dieci Comandamenti, fomentarono la distruzione delle reliquie e la rimozione di immagini raffiguranti la Madonna, i santi, i miracoli nelle chiese. In Fantasmagorie (2023), la storica dell’arte Tania de Nile descrive l’atmosfera dell’epoca: “Tra il 1560 e il 1630 si assiste infatti nell’Europa centro-occidentale ad una cruenta ondata di persecuzioni cui corrisponde un sensibile aumento di processi contro le streghe. […] le divisioni causate dalla Riforma protestante, i dissidi politici e sociali seguiti al progressivo accentramento dei poteri, l’affermazione degli stati nazionali e l’aumento delle diseguaglianze tra città e contado determinano un clima di incertezza e paura nel quale urge scovare dei colpevoli”. Un clima cupo, quasi apocalittico, che richiama gli scenari fantastici, da caccia alle streghe appunto, dei quadri di Hieronymus Bosch, in cui la corruzione e il vizio hanno sempre un aspetto mostruoso, o anche Pieter Brughel il Vecchio e i suoi proverbi dipinti che raffiguravano le debolezze della natura umana.

Oggi nel mondo sono le tracce del passato schiavista a incarnare il male assoluto. Ça va sans dire, alla base del bisogno di abbattere i simboli di razzismo e, per estensione, discriminazione di genere c’è un profondo senso di ingiustizia sociale, rafforzato dal fatto che per troppo tempo le discriminazioni non sono state percepite come crimini. Ancora oggi, in molti paesi occidentali inclusa l’Italia, le pene collegate a tali reati non vengono percepite come adeguate alla loro gravità (e spesso non lo sono). Accade allora che, con la rimozione di statue che rappresentano personaggi controversi, si cerchi di porre rimedio ad uno squilibrio etico nella società. Uno squilibro che non è tra classi sociali ma piuttosto tra gruppi etnici di appartenenza.

Ad essere in crisi oggi è il concetto di uomo occidentale, ovvero quell’idea secondo la quale la cultura cristiana e illuminista, europea e americana, ma soprattutto bianca e al maschile, sia una cultura superiore alle altre. Quindi, alla luce di una nuova sensibilità attivista, legata al genere e all’etnia, Cristoforo Colombo non è più un grande esploratore ma un razzista, emblema della supremazia bianca (CNN), come anche Winston Churchill (New York Times); James Cook era un assassino per l’imperialismo britannico (CBC), e la regina Vittoria la regista del genocidio (CNN). Picasso era un misogino (The Guardian), Voltaire un antisemita colonialista e razzista (Foreign Policy).

Ad un sacrosanto revisionismo storiografico sono poi seguiti atteggiamenti giacobini che hanno portato a considerare, per esempio, Via col Vento come un film che sarebbe meglio non vedere, o almeno non prima di avere prestato la dovuta attenzione all’introduzione della rete televisiva HBO, che ci spiega che cosa dovremmo pensarne. In Olanda, all’Università di Leida, un quadro che rappresenta dei signori di mezza età, seduti ad un tavolo a fumare un sigaro è stato temporaneamente rimosso dalla sala professori (e successivamente riappeso al contrario) perché ritenuto offensivo. L’autore del dipinto, l’artista novantenne Rein Dool, ha definito tale rimozione “una triste sciocchezza” e in effetti lo è, se non fosse per il fatto che sono proprio quegli uomini bianchi, rappresentati nel quadro intorno allo Stammtisch (tavolo da osteria per clienti abituali maschi) ad essere sotto processo in virtù dei valori che – nel bene e nel male – essi rappresentano o potrebbero rappresentare: una certa idea di sé, intrisa di influenze calviniste e capitaliste, ma soprattutto di classismo, razzismo e sessismo.

Il problema razziale affonda, in parte, le sue radici nell’ambiente religioso protestante cinque e seicentesco. La stessa etica della purezza dei processi sette e ottocenteschi nelle chiese battiste è presente anche nel suprematismo bianco – con accezioni chiaramente diverse – anch’esso di ispirazione squisitamente calvinista. Tornando agli Stati Uniti, secondo Kelly J. Baker, studiosa di religione e odio razziale, esiste una correlazione tra cristianesimo protestante e supremazia bianca che risale alla fondazione: “I primi coloni arrivati nel Nord America, come i puritani, ritenevano di essere “la città posta sopra il monte” (un evidente riferimento al detto di Gesù contenuto nel Vangelo di Matteo 5,14) e che questa fosse la loro terra, sulla quale avevano il diritto di dominare. Il Klan (Ku Klux Klan, anche noto come KKK, nda) non ebbe ovviamente origine con i puritani, ma trasse da quel mito fondatore – così come una varietà di altri movimenti in periodi diversi della storia americana – la propria retorica e lo spunto per le proprie pratiche.” E ancora, a proposito dell’atteggiamento dei cristiani non membri del KKK: “C’era chi si opponeva, ma senza mettere in discussione l’argomento della supremazia bianca. Eppure le posizioni del Klan su questo punto erano inequivocabili: i membri del Klan prendevano tonaca e cappuccio per dire che l’America aveva bisogno di essere salvata, dagli immigrati e dalle persone di colore”.

Nel suo celebre saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905), il padre della sociologia Max Weber rintraccia le origini di tale pensiero: Lutero aveva parlato della predestinazione, ovvero di come Dio avesse già deciso chi sarebbe stato meritevole di raggiungere la salvezza, secondo un suo disegno imperscrutabile, a patto che il prescelto avesse fede. Pertanto, le opere meritorie erano del tutto inefficaci e inutili allo scopo. Per Giovanni Calvino, è la ricchezza, in senso materiale, a rendere tangibile la grazia divina. La prosperità, intesa come benessere generato dal lavoro, diventa una vocazione religiosa. La parola tedesca Beruf (professione, mestiere) racchiude in sé il lemma ruf (chiamata). Colui che lavora è quindi colui che è stato chiamato da Dio a svolgere un compito. È un predestinato. Dio è con lui è ciò spiega il successo in ambito professionale. Di conseguenza, i poveri sono gli esclusi dalla grazia divina, a causa dei peccati commessi.

I poveri sono diventati gli oppressi, ovvero le popolazioni sottomesse dal colonialismo che oggi rivendicano un posto più giusto nella storia. Più che altrove è in Sudafrica, un paese che come gli Stati Uniti ha vissuto la segregazione razziale (apartheid), che tale forma mentis riesce a espletarsi senza nessun tipo di filtro. A Pretoria, esiste il monumento ai Voortrekker, i contadini afrikans un tempo conosciuti come boeri. L’opera celebra l’esodo di questa popolazione dai territori del Capo verso l’interno del continente, avvenuto nel 1834 e conosciuto con il nome di Great Trek. È una specie di strano mausoleo all’interno del quale si trova un lunghissimo fregio in candido marmo di Carrara raffigurante i suddetti contadini che avanzano su carri che sembrano usciti da La Casa nella Prateria e, più avanti, scene di battaglia in stile sarcofago romano in cui i guerrieri Zulu incontrati sulla via vengono massacrati dai coloni e dagli zoccoli dei loro cavalli. Il biancore del marmo lucido accentua la durezza delle scene rappresentate. È una narrazione che lascia atterriti, piuttosto disinvolta nell’esaltazione dell’Uomo Bianco, che diventa il Predestinato. In Storia di una fattoria africana (1883), Olive Schreiner illustrò questo modo di pensare in maniera puntuale. Nel romanzo viene narrata la vita in una tenuta di afrikaner nell’entroterra. Si tratta di un racconto epico, che ruota intorno all’emancipazione femminile ai suoi albori e alla religiosità dei protagonisti, in cui i personaggi dalla pelle scura appaiono come comparse sullo sfondo, muti testimoni della vita dei loro padroni. Infatti, in una scena in cui la famiglia si riunisce intorno alla matriarca Tant’Sannie, seduta su una sedia e con il libro dei canti in mano per la messa della domenica, gli schiavi della fattoria vengono descritti nel modo seguente: “The Kaffer servants were not there because Tant Sannie held they were descended from apes, and needed no salvation.” (trad.mia: “i servi kafir (arabo per miscredenti, ovvero i neri) non c’erano in quanto Tant’ Sannie riteneva che discendessero dalle scimmie e non avessero bisogno della salvezza”). Parole certamente offensive, xenofobe, che oggi nessun editore pubblicherebbe che però rievocano l’idea antica secondo cui le popolazioni africane sono maledette da Dio in quanto discendono da Cam, il figlio dannato di Noè. Un’idea fatta propria, ancora nel 1843, dal reverendo J. Priest per confutare l’abolizione dello schiavismo negli Stati Uniti nel suo volume Slavery, as it Relates to the Negro, or African Race, Examined in the Light of Circumstances, History and the Holy Scriptures ; With an Account of the Origin ofthe Black Man’s Color […] in cui il reverendo di Albany arriva addirittura ad affermare che Cam fosse nato di colore: “God, who made all things, and endowed all animated nature with the strange and unexplained power of propagation, superintended the formation of two of the sons of Noah, in the womb of their mother, in an extraordinary and supernatural manner, giving these two children such forms of bodies, constitutions of natures, and complexions of skin, as suited his will. Those two sons were Japheth and Ham. Japheth He caused to be born white […], while He caused Ham to be born black […], events and products wholly contrary to nature, in the particular of animal generation, as relates to the human race.” (trad. mia: Dio, che ha creato tutte le cose e dotato la natura di uno strano e inspiegabile potere di propagazione, ha sovrainteso alla formazione di due dei figli di Noè, in modo straordinario e soprannaturale, nel grembo della loro madre, donando a questi due figli forme di corpi, costituzioni e carnagioni secondo la sua volontà. Questi due figli erano Jafet e Cam. Egli fece nascere Jafet bianco […], mentre Cam lo fece nascere nero […], eventi e prodotti del tutto contrari alla natura, in particolare per quanto riguarda la generazione animale e la razza umana.”.

Il fregio marmoreo e il romanzo di Schreiner forniscono una visione che incarna la narrazione storica degli afrikaner, inaccettabile nella gran parte dell’Occidente. Se il fregio si fosse trovato negli Stati Uniti, è plausibile pensare che sarebbe stato rimosso dalla sua sede dagli attivisti di BLM, o magari dalla giunta comunale stessa. Eppure, è proprio il fregio ai Voortrekker a rivelare, emotivamente, la tragedia del popolo Zulu, la loro sofferenza nonché il razzismo e il conflitto devastante del tessuto sociale sudafricano. Paradossalmente, è proprio quell’opera scolpita nel marmo a rendere eterno il supplizio di quegli impavidi guerrieri neri e a preservarne la memoria.

Nei secoli, gli uomini hanno abbattuto le statue e i simboli in cui non credevano più nel momento in cui hanno percepito un’aria di cambiamento. È proprio questo che esprime il fenomeno della cancel culture, mediante le tensioni tra memoria storica, giustizia sociale e libertà di espressione. Tensioni che originano dal fatto che esistono dei particolari periodi storici con cui la società non ha ancora fatto i conti. In Italia, questo accade soprattutto con il ventennio fascista. Ciò ha portato, per esempio, al fatto che un artista come Adolfo Widlt, scultore di enorme talento, sia stato ignorato per decenni e omesso dai manuali di storia dell’arte a causa della sua vicinanza al regime mussoliniano. È innegabile che il concetto di politicamente corretto, che pure ha avuto il merito di accrescere la sensibilità e il rispetto verso innumerevoli tematiche, raggiunge talvolta degli eccessi come quando, per un comportamento scorretto nel privato, una frase infelice, un insulto, è possibile perdere il lavoro, la carriera e, negli Stati Uniti, la preziosissima assicurazione sanitaria. O un contratto importante, come nel caso italiano di Marco Castoldi, in arte Morgan, per un’accusa di stalking. O ancora, un corso di letteratura russa all’Università Bicocca di Milano per via del conflitto in Ucraina. Ci sono casi in cui l’atteggiamento del politicamente corretto sfiora il ridicolo, come quando nascono progetti per riscrivere i libretti d’opera al fine di renderli più inclusivi, come il Critical Classics. Opera without victims. Oppure quando il curatore di un museo decide di coprire sculture di Nudo (Musei Capitolini, 2016) o un quadro preraffaelita che a quanto pare incoraggia l’oggettivizzazione della donna (Manchester Art Gallery, 2018).

Nonostante gli attivisti del nostro tempo definiscano come non violenta la loro lotta politica, rimane il fatto che la rimozione di una statua è un atto violento. Come anche l’ostracismo verso una persona, chiunque essa sia, che se ha commesso un reato è giusto che venga giudicata, ed eventualmente condannata, da un tribunale e non dalla società tutta, in secula seculorum. La parola chiave è inclusività, l’intento è quello di rimuovere il male e l’ingiustizia dal mondo. O dalla vista, poiché tutti sanno che questo è impossibile. Ciò che avviene realmente è che si esclude l’altro, ovvero chi non la pensa allo stesso modo.

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, diceva qualcuno. Del resto, le rivoluzioni di epoca moderna hanno tutte attraversato il loro momento estremista. Ancora una volta, soffiano i venti del cambiamento. La cancel culture rappresenta semplicemente una fase di questo cambiamento, che terminerà una volta che l’elaborazione del passato sarà completata.

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La street art è morta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-street-art-e-morta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-street-art-e-morta/#respond Tue, 19 Jul 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31601 Pubblichiamo la versione ampliata di un pezzo uscito originariamente su Vita.

di Sabina de Gregori

Banksy, il Bufalo Bill della Street Art, è sbarcato a Roma. Certo non lui, che non si sa chi sia e ha smesso di essere importante saperlo, ma le sue opere.

Fino al 4 settembre 2016 Palazzo Cipolla ospiterà “Guerra, Capitalismo & Libertà. La più grande esposizione di opere dell’artista noto come Banksy”.

Lo dichiaro subito: ho lavorato come consulente scientifico e per la didattica della mostra, questo mi permette di parlarne con maggior cognizione di causa.

Diventato planetariamente famoso grazie alle incursioni che ha fatto nei musei più grandi del mondo tra il 2004 e il 2005, in cui è entrato mascherato e ha appeso alcuni suoi quadri all’interno delle sale in perfetto stile situazionista, Banksy è oggi il re Mida dell’arte di strada. Tutto ciò che inventa e su cui mette le mani diventa oro.

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Pubblichiamo la versione ampliata di un pezzo uscito originariamente su Vita.

di Sabina de Gregori

Banksy, il Bufalo Bill della Street Art, è sbarcato a Roma. Certo non lui, che non si sa chi sia e ha smesso di essere importante saperlo, ma le sue opere.

Fino al 4 settembre 2016 Palazzo Cipolla ospiterà “Guerra, Capitalismo & Libertà. La più grande esposizione di opere dell’artista noto come Banksy”.

Lo dichiaro subito: ho lavorato come consulente scientifico e per la didattica della mostra, questo mi permette di parlarne con maggior cognizione di causa.

Diventato planetariamente famoso grazie alle incursioni che ha fatto nei musei più grandi del mondo tra il 2004 e il 2005, in cui è entrato mascherato e ha appeso alcuni suoi quadri all’interno delle sale in perfetto stile situazionista, Banksy è oggi il re Mida dell’arte di strada. Tutto ciò che inventa e su cui mette le mani diventa oro.

Impegnato politicamente, irriverente e sfrontato negli ormai venticinque anni di attività ha portato avanti innumerevoli progetti. Uno di questi è stato il Santa’s Ghetto nel 2005: ha invitato a dipingere sul muro di separazione israeliano gli street artist più famosi del mondo, dichiarando: “Per il diritto internazionale il Muro è illegale e trasforma la Palestina nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. Per i graffitari è una missione imprescindibile”. Fino ad arrivare all’ultima marachella, il parco della tetraggine Dismaland, i cui resti dopo la chiusura sono serviti per la costruzione di strutture nel campo profughi di Calais.

A cavallo tra una rock star e un artista, un provocatore e un paladino della giustizia, è conosciuto anche da chi di arte contemporanea e Street Art non sa nulla.

La mostra, voluta da Fondazione Terzo Pilastro e da 999Contemporary, raccoglie 150 pezzi provenienti esclusivamente da collezioni internazionali, lasciando volutamente fuori i lavori realizzati in strada.

La scelta di esporre solo opere prodotte per il mercato è in assoluta controtendenza con quella discutibile adottata dai curatori della recente “Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” svoltasi a Palazzo Pepoli di Bologna, dove interi muri sono stati trasferiti dalla strada al museo, perdendo così di senso ed efficacia.

Ma dove sta andando la Street Art? La si può ancora definire così anche se è sempre meno Street e sempre più Art? E l’illegalità che fungeva da gasolina? La Street Art è morta. Meglio essere brutali e dire le cose come stanno.

Bisogna ripartire dal principio: che cos’è la Street Art per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi? E’ un’evoluzione del graffitismo. Quest’ultimo, nato come sottocultura dei ghetti newyorkesi negli anni ’70 del Novecento, ha avuto una prima brevissima fiammata sui treni di Philadelphia. Prima di questo ci furono le tag che, insieme all’hip hop, sono nate dalla necessità delle minoranze di avere una voce propria che ne affermasse l’identità. Le tag si sono evolute nel bombing che si è evoluto nel graffitismo da cui è nata la Street Art. Ed è proprio qui che siamo ora, nel seguito della frase: noi stiamo esistendo nel tempo della definizione del seguito di questa frase.

Queste sono riflessioni necessarie per cercare di capire il momento in cui viviamo: abbiamo la possibilità di essere testimoni diretti del mutamento dell’arte, della trasformazione di una corrente nata più di trent’anni fa e che piano piano si sta assestando su territori più riconoscibili, cambiando la propria fisionomia. È chiaro ormai che l’arte di strada è entrata a pieno regime in quella contemporanea, rivedendone i perimetri e ampliandone i linguaggi. Soprattutto grazie all’artista britannico che per primo è riuscito a portare all’attenzione di un pubblico vasto ed eterogeneo temi come la Guerra, il Capitalismo e la Libertà: connotati collettivi che non possiamo far finta non ci appartengano.

Se intendiamo la Street Art come proseguimento di una corrente profondamente rivoluzionaria e irriverente, illegale e fortemente politica allora no, non c’è più. Ha perso le caratteristiche per cui è nata, la spinta sociale, il grido ad alta voce, l’appropriamento (il deturpamento, per alcuni) di spazi privati. Sempre di più negli ultimi anni la Street Art è entrata nelle gallerie, nei musei, nei circuiti dei collezionisti, nelle aste e sul mercato. Quindi, modificando i suoi aspetti fondamentali è già diventata un’altra cosa.

Le nostre città si sono colorate, i nostri quartieri riqualificati, alcune zone rivalutate. Quasi quotidianamente i giornali riportano le ultime notizie dal mondo street, manifestazioni e festival crescono in modo esponenziale, molti comuni richiedono l’intervento degli artisti, si esprimono grandi critici e semplici fruitori; insomma, la Street Art è diventata certamente di moda. Ma, contemporaneamente, è cominciato un processo di grande importanza: sempre più persone riescono a distinguere tra arte e vandalismo e si è sedimentata l’educazione, estetica, visiva e sociale a riconoscere la qualità artistica di quello che si osserva. Credo che quest’ultimo sia il risultato più importante, in questo modo l’arte ha servito uno dei suoi scopi: quello di migliorare la vita, accrescerla.

Ora che il Banksy effect ha investito Roma avremo l’occasione per vedere le sue opere più note ormai diventate veri e propri brand, e anche pezzi mai esposti prima. Ma sarà utile anche per utilizzare l’arte come riflessione su chi siamo e chi vogliamo essere. Quei 15 minuti di notorietà previsti da Andy Warhol nel 1968 si stanno tramutando per tutti noi nel desiderio di avere 15 minuti di anonimato. E perché mai, chi ha già questa fortuna, dovrebbe rinunciarvi?

La Street Art è stata un’avanguardia, e le avanguardie negli eserciti hanno vita breve, aprono la strada per le retroguardie che poi hanno il compito di costruire gli accampamenti. È un meccanismo storico, fisiologico, una trasformazione che perde di freschezza e di novità, ma che diviene più interessante dal punto di vista teorico. Smette di essere dirompente e diventa clamorosamente più profondo.

Quindi perché continuare a chiamarla con un nome che non la rappresenta? Di certo, siamo già nel territorio della Post Street Art e sarebbe più corretto, almeno per il momento, chiamarla Arte Contemporanea Urbana.

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Spaesamento: la street art in mostra a Bologna https://minimaetmoralia.it/arte/street-art-bologna/ https://minimaetmoralia.it/arte/street-art-bologna/#respond Fri, 25 Mar 2016 14:15:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30375 di Licia Vignotto

(foto di Donatella Polletti)

Innanzitutto non c’è nessuno che s’accalca per entrare. Affrontare a Bologna la mostra dedicata alla street art, voluta a Palazzo Pepoli da Fabio Roversi Monaco, è un’esperienza a dir poco straniante. Venerdì 17 marzo è il primo giorno di apertura al pubblico, sono le sei di sera.

Dopo tante polemiche, rimbalzate sulle principali testate nazionali e internazionali per i graffiti di Blu staccati senza il suo consenso ed esposti con entrata a pagamento, ingenuamente pensavo che attorno alla collettiva si sarebbe radunata la classica folla di addetti ai lavori e curiosi. Invece? Niente. È vero che una parte del microcosmo intellettuale locale – principe il collettivo Wu Ming – ha dichiarato di voler boicottare l’evento, sarà questa l’unica ragione della diserzione?

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di Licia Vignotto

(foto di Donatella Polletti)

Innanzitutto non c’è nessuno che s’accalca per entrare. Affrontare a Bologna la mostra dedicata alla street art, voluta a Palazzo Pepoli da Fabio Roversi Monaco, è un’esperienza a dir poco straniante. Venerdì 17 marzo è il primo giorno di apertura al pubblico, sono le sei di sera.

Dopo tante polemiche, rimbalzate sulle principali testate nazionali e internazionali per i graffiti di Blu staccati senza il suo consenso ed esposti con entrata a pagamento, ingenuamente pensavo che attorno alla collettiva si sarebbe radunata la classica folla di addetti ai lavori e curiosi. Invece? Niente. È vero che una parte del microcosmo intellettuale locale – principe il collettivo Wu Ming – ha dichiarato di voler boicottare l’evento, sarà questa l’unica ragione della diserzione?

Entro dall’ingresso principale del palazzo, in via Castiglione, pago tredici euro e ci sono dentro: “Street Art. Banksy & co. L’arte allo stato urbano”, curata da Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, probabilmente l’esposizione italiana più dibattuta e contestata degli ultimi vent’anni.

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Si comincia con il ratto, figura emblematica delle prime esperienze cresciute nell’ambiente punk europeo, si prosegue attraversando epoche e continenti. Si passa dai quaderni di schizzi dei primi writers della New York anni Settanta ai poster d’ispirazione sovietica di Obey. Dalle composizioni realizzate con i cubi di Rubik dal parigino Invaders ai dipinti ad olio dei gemelli brasiliani Os Gemeos. Gli organizzatori, la fondazione Genius Bononiae assieme ad Arthemisia Group, sono riusciti a radunare un numero considerevole di pezzi, e non si può negare il valore del percorso e il rilievo degli elementi scelti. Tuttavia sono tanti gli aspetti che stridono e confondono.

Gli strappi di Blu innanzitutto, ma non solo loro. I disegni, lo spray su tela o su legno, gli acrilici e gli oli, tutto ciò che è stato realizzato su supporti tradizionali si apprezza senza troppa fatica – scricchiola forse Banksy, quando viene infilato in una grossa cornice barocca e dorata.

È meno spontaneo apprezzare ciò che è stato divelto dalla strada: la porta sopra la quale è stato appiccicato “Lo spazzino” di carta di Swoon, le finestre asportate da Vienna, dove gli stancil di Faile si mischiano agli adesivi pubblicitari attaccati al vetro da chi passava di lì, gli sportelli in plastica dei contatori del gas, le ante da frigorifero, pezzi di città devitalizzati e inorganici come arti asportati. Dov’è finito il corpo di cui erano parte? L’effetto è macabro, soprattutto di fronte alle superficie più ampie, le saracinesche e i muri.

Lo straniamento rimbalza sulle bacheche. In un paio di teche si possono osservare frazioni incomprensibili di ciò che una volta è stata Pea Brain, l’ochetta dipinta da Cuoghi Corsello sulla facciata del vecchio Link, ritrovo simbolo della Bologna anni Novanta. L’impressione di trovarsi all’interno di un museo archeologico è fortissima, solo che al posto delle classiche anfore sbeccate trovate in qualche sito romano, si possono osservare pezzi sparsi di storia recente: “pittura murale in frammenti, 4 pezzi, 20×15 cm”.

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Blu

Le didascalie da catalogo rafforzano la sensazione, suggeriscono l’idea che la street art sia qualcosa di definitivamente morto e sepolto, a tal punto sepolto da poter essere scavato, riesumato ed esposto col cartellino. Recita un pannello didascalico: «In assenza di politiche conservative ragionate, la storicizzazione non si ferma ma prende le forme religiose della reliquia». Idea che si rafforza davanti alle fotografie dei ragazzi che per primi iniziarono ad esprimersi con le tag –  adolescenti, quasi bambini, sorrisi strafottenti. Il confronto tra la loro leggerezza e la gravità della polemica discussa in queste settimane – alimentata da artisti e intellettuali nel migliore dei casi over40 – è impietoso. Considerazione che non svaluta la portata del gesto autocensorio di Blu, che ha protestato contro la musealizzazione non autorizzata delle sue opere uniformando col grigio gli edifici che aveva dipinto in vent’anni di frequentazione bolognese, ma che anzi a maggior ragione lo comprende.

Come ha fatto notare Enrico Gullo, nel suo ultimo articolo apparso su Prismo, in questi giorni si è svolta una battaglia focalizzata sul diritto d’autore, sulla proprietà dell’opera d’arte realizzata in uno spazio pubblico, sulla necessità o l’impossibilità di approcciare la street art in modo decontestualizzato, ma si è perso di vista il focus della guerra, che è fondamentalmente una guerra contro il tempo. Pretesa immortalità contro fattiva mortalità. La mostra dichiara esplicitamente di essere guidata da «ideali di salvaguardia, restauro e conservazione dell’esperienza urbana». La performance di Blu scuote le coscienze perché ricorda ciò che nessuno vuole ricordare: tutto a questo mondo nasce, cresce e muore. Ironia della sorte, lo stesso memento mori è suggerito dalla mostra, nonostante sia stata organizzata per procedere in direzione contraria.

Qualcosa si rompe dentro quando si guardano le scritte nere di Uniposca del pannello di Giancarlo Guidotti, “Frammenti di un’occupazione scolastica, 1990, intonaco strappato e trasportato su tela”. È il relitto di un naufragio, vestigia di un mondo che è stato e ora non è più.

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Blu

Un ultimo appunto merita il rapporto contraddittorio con la legalità. La maggior parte dei pezzi esposti sono state realizzati illegalmente, coinvolgendo oggetti e spazi di proprietà privata, e proprio nell’utilizzo indebito del bene altrui risiede parte della loro potenza. Ciò nonostante Genius Bononiae ha avvertito l’impellenza di smarcarsi da eventuali responsabilità educative e ha posizionato all’interno delle sale un disclaimer: lo scopo della mostra è studiare, approfondire, esibire le modalità attraverso la quale si è espressa la street art, «non intende supportare in alcun modo la loro pratica qualora sia in contrasto con la legge». Inoltre: «gli organizzatori […] invitano al rispetto della legge e a non compiere atti che, in qualsiasi modo, possano andare a detrimento dei diritti e dei beni altrui».

Il cortocircuito è totale quando si incrociano “L’imbianchino” di Boxi, con una bomboletta nella tasca dei pantaloni e uno straccio in mano per ripulire il muro, e “La città pulita” di Dran, dove un operatore ecologico munito di giubbino giallo catarinfrangente, rullo e secchio di vernice copre di grigio non solo il graffito sul muro ma anche il writer che l’ha disegnato, seduto a terra vicino alla propria opera, il capo piegato sulle ginocchia, la faccia nascosta dentro al cappuccio.

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L’arte gentile dell’anonimato https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/larte-gentile-dellanonimato/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/larte-gentile-dellanonimato/#comments Wed, 23 Mar 2016 06:30:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30344 Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Chi è Banksy? Chi è Elena Ferrante? Siamo disposti ad arrampicarci sulle più improbabili congetture pur di riuscire a dare un volto, una biografia, una foto senza trucco ai pochi artisti o scrittori che hanno scelto di negare al circo mediatico la propria persona. Non tolleriamo che qualcuno «si nasconda» dietro uno pseudonimo: e basterebbe la scelta del verbo «nascondersi» per rivelare lo spirito vagamente inquisitoriale col quale guardiamo a chi vuole parlare solo con le proprie opere.

Molti che non hanno mai visto un Banksy, né letto una riga della Ferrante si sono, negli ultimi giorni, appassionati all'abilissima cronaca della caccia alla loro identità anagrafica:  poterli mettere a sedere tra gli ospiti in un programma del primo pomeriggio (quando «non c'è due senza trash», come canta Fedez) sarebbe il sogno di qualunque venditore di immagine.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Chi è Banksy? Chi è Elena Ferrante? Siamo disposti ad arrampicarci sulle più improbabili congetture pur di riuscire a dare un volto, una biografia, una foto senza trucco ai pochi artisti o scrittori che hanno scelto di negare al circo mediatico la propria persona. Non tolleriamo che qualcuno «si nasconda» dietro uno pseudonimo: e basterebbe la scelta del verbo «nascondersi» per rivelare lo spirito vagamente inquisitoriale col quale guardiamo a chi vuole parlare solo con le proprie opere.

Molti che non hanno mai visto un Banksy, né letto una riga della Ferrante si sono, negli ultimi giorni, appassionati all’abilissima cronaca della caccia alla loro identità anagrafica: poterli mettere a sedere tra gli ospiti in un programma del primo pomeriggio (quando «non c’è due senza trash», come canta Fedez) sarebbe il sogno di qualunque venditore di immagine.

Intendiamoci, il culto della personalità degli artisti è un culto antico. Se è vero che esso conta tra i molti tratti che si sono esasperati e radicalizzati nel passaggio dalla«società dello spettacolo» (Guy Débord 1967) alla totalitaria «civiltà dello spettacolo» (Mario Vargas Llosa 2012), è anche vero che la storia dell’arte come la intendiamo oggi rinasce – dopo l’anonimato del millennio medioevale – con un’autobiografia d’artista: quella di Lorenzo Ghiberti, alla metà del Quattrocento. Leggendo Plinio e altre fonti antiche, gli uomini del Rinascimento scoprivano una legione di artisti: ne conoscevano i nomi e i successi, le conquiste figurative e le avventure personali. I testi erano stati davvero più duraturi del bronzo (come aveva predetto Orazio), e se le opere avevano fatto naufragio, le biografie si erano in qualche modo salvate.

È su queste basi che Giorgio Vasari edifica un monumento storiografico che tuttora ci condiziona: le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550 e 1568) culminano nell’apoteosi di un Michelangelo divino, contro cui Roberto Longhi mostrava, nel 1950, tutta la sua insofferenza («e s’è già troppo sofferto del mito di artisti divini e divinissimi, invece che semplicemente umani»). Parliamo ancora con le parole di Vasari quando chiamiamo «divi» e «dive» gli attori o le cantanti che ci sembrano più grandi, e la medaglia ha il suo rovescio: quello dell’artista sporco, sociopatico e assassino. Caravaggio, dunque: caso in cui l’arte ci sembra indissolubile dalla biografia, lo stile del pennello da quello della spada.

Ma è proprio con Caravaggio che diventa evidente il prezzo enorme di questa affermazione di una forte individualità eterodossa: quando le sue pale d’altare vengono rifiutate dalle chiese ed entrano subito nelle grandi collezioni private, inizia a rompersi il nesso opera-funzione. Inizia il lungo processo verso l’arte di oggi: che«non fa perdere all’arte la sua qualità di arte, ma le fa perdere il suo legame diretto con la nostra esistenza: l’arte diventa una splendida superfluità» (Edgar Wind).

Consapevolmente o no, è contro tutto questo che lotta il writer Blu quando cancella le opere che aveva fatto sui muri di Bologna perché non vengano staccate ed esposte nell’ennesima mostra di cassetta sulla Street Art. È in questo senso che l’anonimato di Banksy non sembra solo un vezzo personale, o la conseguenza del carattere illegale dello scrivere sui muri, ma un programma artistico, etico, politico.

Un’«arte senza nomi» che prova a riportare indietro le lancette della storia: a prima di Ghiberti. Ottimi studi sulle firme e i ritratti degli artisti (soprattutto italiani) del Medioevo hanno ormai messo in crisi «l’immagine romantica dell’artista che annulla la sua personalità nell’opera condotta insieme ad altri, a maggior gloria di Dio», ma è innegabile che «percorrendo a ritroso il Medioevo si direbbe che i tratti individuali degli artisti, i loro stessi nomi sfumino e si confondano insieme, unificati in una sorta di configurazione collettiva» (Enrico Castelnuovo).

E proprio Peter C. Claussen (lo storico dell’arte che più di ogni altro ha saputo censire le tracce individuali degli artisti medioevali) ha sottolineato l’anonimato che cancella gli artisti dall’epicentro del gotico francese, tra il 1130 e il 1250: le grandi cattedrali dell’Île-de-France continuano ad apparirci come capolavori collettivi voluti e costruiti da comunità civili.

È in questo senso che la Street Art rifiuta l’eredità del moderno, cercando altrove. Per molti versi viviamo in un nuovo Medioevo: nelle nuove città torri sempre più alte separano la vita lussuosa dei nuovi signori feudali da quella della massa dei servi, non della gleba, ma di un mercato senza regole. A redimere la programmatica bruttezza dei non luoghi dove vive la maggior parte degli occidentali è nata un’arte che appare collettiva per natura, e generata quasi in opposizione simmetrica a quella mainstream. Se quest’ultima è un’arte privata per definizione, un’arte da interno che nasce per gallerie e per case di lusso, o per musei, simili a lounges aeroportuali, nei quali si paga un biglietto, la Street Art è un’arte pubblica, un’arte da esterno che si vede gratis perché aderisce come una seconda pelle ai luoghi dove vive e lavora chi possiede quasi solo la propria pelle.

La prima non puoi comprarla perché costa milioni, la seconda non puoi comprarla perché non è in vendita: e negare il nesso arte-mercato è un altro tratto che nega tutta la tradizione moderna, tornando al nesso medioevale arte-comunità. E anche per macchine tritatutto come il mercato dell’arte e l’industria delle mostre non è facile digerire la Street Art: perché quando la sradichi, ne uccidi anche il valore estetico.

In questo gioco di contrari, il divismo esasperato dei Jeff Koons, Damien Hirst o Maurizio Cattelan trova un corrispondente perfetto nell’anonimato di Banksy.

Dei writers – come di molti artisti medioevali – conosciamo solo le firme, e – proprio come accade per l’arte europea dell’alto Medioevo – non possiamo interpretarne l’arte alla luce delle biografie: non possiamo individualizzarla, e dunque siamo ‘costretti’ a leggerla come un’arte davvero collettiva.

E questa strategia funziona: difficilmente vedremmo i cittadini insorgere in difesa di un museo d’arte contemporanea, mentre in molte città d’Europa (e ora a Bologna) succede che la comunità si preoccupi della sorte di un’arte che sente’sua’ anche grazie all’eclissi della personalità del creatore. Non di rado i writers italiani mettono in atto progetti di notevole valore civico, oltre che artistico: come il collettivo FX, che ricopre con il testo dell’articolo 9 della Costituzione i muri di cemento che l’hanno violato distruggendo il paesaggio. O come il Gridas (Gruppo Risveglio dal Sonno), che ha raccontato l’epopea collettiva dei cittadini di Scampia non «coprendo le brutture» del quartiere, ma «usandole in modo creativo» (lo raccontano Alessandro Dal Lago e Serena Giordano in Graffiti. Arte e ordine pubblico, il Mulino 2016).

Se oggi in molti pensiamo che «le parole dei profeti /sono scritte sui muri della metropolitana / e negli androni dei palazzi» (come recitava, già nel 1964, la fine di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel) è anche perché i writers continuano a pensare che la loro arte valga più del loro egotismo. Un messaggio, questo sì, profetico.

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L’uomo di roccia https://minimaetmoralia.it/inchieste/luomo-di-roccia/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/luomo-di-roccia/#comments Tue, 22 Jan 2013 09:37:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12573 Ci scrive Nicola Villa: sull'ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l'inchiesta di quest'ultimo, L'uomo di roccia, una storia su un "corpo scelto" dell'esercito, un "marine all'italiana" che aiuta a capire com'è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent'anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell'entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all'aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell'autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l'ho fatto come tanta gente del sud, che vede l'esercito come l'equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l'ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un'altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

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Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

Dopo la sua prima e unica missione fuori dall’Italia, si è messo in società con un amico e hanno acquistato una casa da ristrutturare a Spoleto, solo che sono stati penalizzati dal passaggio lira-euro e dall’inesperienza, insomma l’affare non è andato bene. Ma Riccardo ha capito da quel giorno che il campo immobiliare faceva per lui. In pochi anni è riuscito a entrare in uno studio di geometri e ora ha un lavoro che gli piace e che gli dà soddisfazioni.

“Ho fatto un anno di università. Scienze delle comunicazioni. Ma non faceva per me. Mi sono ritrovato a fare le lezioni dentro i cinema e non ero abituato, mi sono perso subito. I primi due giorni quello a fianco a me giocava a carte e quello sopra di me si rollava le canne, ho detto giochiamo a carte e facciamoci le canne. Dopo due mesi ho deciso di arruolarmi e dare il massimo”.

Il massimo per Riccardo era la brigata Folgore e il nono gruppo di incursori col moschin. Nel 2003 ha fatto il concorso come Allievo Ufficiale di Complemento e lo ha superato. È stato mandato nel Comando Militare Scuola Fanteria di Cesano. Poco distante da Formello, dove abitava con la sua famiglia. Cinque mesi di addestramento, quello che si chiama C.A.R.

“Quando esci di lì sei già graduato. È un corso fatto per chi ha studiato. Io sono perito industriale e sono finito nel genio. Ho dovuto fare un casino per farmi spostare in fanteria, perché dal genio non potevo entrare nella Folgore. Tutti pensavano che avessi dei problemi a casa, anche perché non uscivo mai dalla caserma, ma abitavo a dieci minuti di macchina da Cesano e sapevo che non sarebbe stata un’esperienza utile se tornavo a casa la sera.

Poi avevo il problema che nel genio ti mandano o a Civitavecchia o alla Cecchignola, vicino Roma e i miei compagni non si spiegavano perché avessi fatto di tutto per finire in fanteria, dove ti spediscono chissà dove in Italia. Però il mio scopo era diventare Parà”.

Riccardo è riuscito a farsi spostare in fanteria e ha inoltrato la richiesta per la brigata Folgore. Dopo poche settimane è stato mandato al C.A.PAR.

La Caserma Gamerra di Pisa è il Centro Addestramento Paracadutisti da molti anni. Le prove di ingresso fisiche sono dieci flessioni con lo schiaffo, sia con le mani che con i piedi, cinque trazioni, 1500 mt. percorsi almeno in 6:30 minuti, salto in alto di almeno un 1,20 mt. e il salto dalla torretta. Dopo questo inizia il Corso Palestra e l’addestramento. Carrucola, tappeto, teoria del lancio, addestramento ai malfunzionamenti, tutta una serie di prove, pratiche e teoriche, che in un mese preparano la recluta al primo lancio. Ma soprattutto inquadramento nella filosofia Folgore, che è diversa da quella degli altri corpi.

“È stato come entrare a far parte dell’élite. C’è una grossa differenza tra avere fatto il militare e avere fatto il paracadutista. Cioè il militare è fare quello che dovevi fare, il parà è fare qualcosa in più rispetto a quello che dovevi fare. Dentro la brigata trovi persone di un certo spessore, molto più preparate e che hanno un’esperienza più consistente. C’è gente che si è fatta la Somalia e l’Iraq o l’Afghanistan, non ci sono persone che scaldano le sedie. È come se il militare semplice fosse l’asilo e la Folgore fosse l’università”.

Alla fine del corso c’è un’ulteriore prova fisica. Salto sul telo da cinque mt., fune a nove mt., 5000 mt. percorsi in venticinque minuti, il muro del pianto e il salto dalla torre dell’ardimento. È una torretta da cui ci si lancia attaccati a una carrucola da 14 mt. È la prova selettiva per eccellenza, se non hai paura, sei pronto. Ai militari che stanno per lanciarsi viene chiesto di urlare il proprio cognome e durante la discesa devono contare dimostrando di rimanere lucidi. Poi c’è il primo lancio.

“Doveva essere aprile o maggio del 2004. Il primo lancio ti caghi sotto e basta. Sono bassi, circa 600 mt. Hai il paracadute agganciato all’aereo, appena esci c’è il gancio della fune di vincolo che lo apre, ma comunque ti puoi fare male lo stesso ”.

Riccardo mi mostra il suo gancio. C’è scritto C.A.PAR, Pisa. È un pezzo di metallo fatto a moschettone su cui è inciso l’anno di ingresso e la matricola. Viene dato ai militari che si congedano.

Non c’è solo Pisa, a Livorno c’è il comando centrale, e un’altra caserma è a Pistoia. Riccardo ha la sua idea sul perché la brigata Folgore è dislocata per lo più in Toscana:

“Penso sia per un motivo politico che li hanno messi tutti lì. Hanno messo nel posto più rosso di tutti il corpo più nero e stronzo di tutti”.

Ma torniamo ai lanci. Dopo il terzo prendi il brevetto, dopo il quinto sei paracadutista a meno che non ti ritiri. E il quinto lancio lo fai con la MG, un mitragliatore che pesa intorno ai dodici chili, legato da sotto l’ascella fino alla caviglia. Più lo zaino. La discesa è di tre metri al secondo e il rischio di spezzarti qualcosa è molto presente.

“Io una volta ho fatto l’altalena. Stavo scendendo tranquillo e all’ultimo una folata di vento mi ha sollevato le gambe e sono atterrato seduto. Mi sono schiacciato tre vertebre. Ma comunque non dici niente, sopporti, perché è tutto basato su un’altra filosofia. Tu sei lì perché sei un duro. Non sei una femminuccia. E questo ti forgia il carattere, oltre che il fisico. Se per un anno sei costretto a fare flessioni con gente che ti prende a calci, ti assicuro che diventi un orco. E oltre a questo ti abituano a sopportare e a tenere duro in situazioni che escono dall’ordinario”.

Dopo l’anno da allievo ufficiale, passato per metà a Cesano e per metà a Pisa, Riccardo ha partecipato a un altro bando di lavoro. Questa volta della durata di due anni. Per passare bisognava avere un punteggio elevato e visto che Riccardo veniva da un gruppo scelto, dove ci sono degli standard che vanno rispettati anche dopo l’incorporazione, è passato senza grandi problemi.

Per due anni avrebbe avuto uno stipendio di tutto riguardo:

“Mi hanno pagato sin da subito, il primo periodo a Cesano prendevo novanta euro al mese, poi quando sono entrato nella Folgore ho iniziato a prendere sui 1.200 euro. Però non pensare che si mangia sempre alla mensa e che fai una vita a scrocco. Comunque sei in un corpo scelto, quindi magari a pranzo si mangia a mensa, però poi per il resto del giorno ognuno fa come crede. Io avevo il mio frigo in camera e mangiavo con i miei amici, comunque ero tenente, non sarei stato visto di buon occhio a mangiare tre pasti al giorno alla mensa. Ormai è un lavoro, non sei più una recluta. Alle quattro e mezza staccavo e me ne andavo in palestra e facevo le mie cose”.

Ma lo stipendio aumenta di molto quando si va in missione. Questo è uno dei motivi, secondo Riccardo, che spinge tante persone, senza la dovuta preparazione, a partire. Riccardo prendeva 4000 euro al mese quando era in Kosovo, ma le sue motivazioni erano ben diverse dai soldi. Lo ha fatto perché sentiva la missione come se fosse la sua tesi di laurea dopo tanti addestramenti.

Al tempo in cui le Nazioni Unite e un comando inter-force, guidato dagli americani, stavano fermando in Kosvo la rappresaglia serba, Riccardo stava facendo il diavolo a quattro per essere mandato in qualche contesto caldo. Ha impiegato più di un anno per andare a dirigere un plotone in Kosovo, durante le operazioni di peace keeping.

È stato affidato al lavoro di intelligence, di cui preferisce non parlare. È arrivato in Kosovo a bordo di un cl 30 dell’aviazione italiana nella città di Prizren. La caserma in cui era distaccato era tedesca. Le prime settimane ha avuto grandi difficoltà nel coordinare le operazioni in inglese, perché non l’ha mai studiato. Poi ha scoperto che i tedeschi amavano bere. Quando staccavano dal lavoro andavano in una specie di pub all’interno della base. Un giorno c’è andato anche lui.

“Al terzo boccale parlavamo tutti un inglese fluente e da allora non ho avuto più problemi”, mi dice.

La cosa interessante delle missioni all’estero è che, soprattutto all’inizio, sembrano un sogno. Hai l’idea di quel posto, ti ci sei immaginato partendo dai film che hai visto e dalle fantasie che ci fai sopra. Riccardo mi racconta che l’eccitazione la fa da padrone in quel periodo. Non vedi l’ora di partire e di mettere in pratica quello che hai imparato e di immedesimarti in un modello. Fatichi a prendere sonno la notte. Poi succede qualcosa che interrompe questo flusso di pensieri e ti avvicina alla realtà della situazione; e questa cosa accade molto spesso in maniera brusca e irruenta. Allora le cose cambiano.

Quel giorno, che Riccardo chiama “il punto di non ritorno”, lui se lo ricorda bene. È avvenuto la sua seconda settimana in Kosovo.

Una mattina è andato con un’autista da Prinzer a Pristina per raccogliere delle informazioni. Lui era sotto tenente e doveva dirigere una serie di operazioni in loco di osservazione. Sono partiti molto presto con una jeep. Il caso ha voluto che sulla via del ritorno, invece di percorrere la strada che avevano fatto all’andata, sono stati dirottati su un’altra via per consegnare dei documenti in una base inter-force.

Quando è tornato nel suo ufficio, alcune ore dopo, ha saputo che c’era stato un attentato sulla strada che avrebbe dovuto percorrere. È stato mandato immediatamente sul posto per fare un sopralluogo. Si era portato una macchina fotografica per documentare l’evento. L’attentato era stato fatto a una jeep militare. Un’autobomba era esplosa al passaggio del mezzo, l’autista si era salvato, mentre l’ufficiale che gli sedeva accanto aveva perso entrambe le gambe ed era morto poco dopo.

Riccardo non è rimasto più di tanto scosso dalla scena in sé per sé, ma dal fatto che avrebbe potuto esserci lui su quella jeep. Perché se non avesse dovuto fare la deviazione e lasciare i documenti in un’altra base, sarebbe passato per quella via, proprio in quell’orario.

Da quel giorno le cose sono cambiate. Riccardo ha iniziato a vivere a contatto con la realtà quotidiana di un paese distrutto dalla guerra. Ai semplici sogni che faceva prima della partenza ha iniziato a sostituire il desiderio di tornare; al puzzo della spazzatura bruciata a ogni angolo della strada dentro i bidoni, il desiderio di bere una birra sugli scalini di casa.

“Ma non mi sentirai mai parlare con questi toni con un altro militare che è stato in missione”, mi dice. Perché in sostanza non si parla della morte e oltre a questo c’è una certa retorica della brigata Folgore che fa passare anche l’esperienza più dura come una passeggiata.

Un suo caro amico, che fa parte della brigata, tempo fa si è rotto una spalla sciando, da allora Riccardo lo chiama “l’uomo di vetro”.

Un certo tipo di retorica forse è stata inventata per sfatare la presenza della morte, perché guardando alcuni dati relativi all’esercito americano, i militari in missione sembrano più fragili rispetto a quello che danno a vedere. La presenza della morte e della violenza è molto più di un semplice spettro da scacciare, è qualcosa che destabilizza la mente, qualcosa che non molti sono pronti a vivere.

Secondo un recente studio, svolto tra il 2004 e il 2008, del comando per la salute del U.S.A. Army, il tasso di suicidi tra i militari è in crescita dell’80%.

Il numero di militari che si sono tolti la vita nel 2010 è più alto di quelli morti in battaglia: 468 contro 462. E c’è di più, uno studio pubblicato su “The American Journal of Public Health” dice che dopo il secondo turno di missioni almeno un quarto dei soldati riporta dei disturbi mentali, e l’età più a rischio è quella compresa tra i diciassette e i ventiquattro anni.

Riccardo conosce il disordine traumatico che si può provare di ritorno da una missione, ma ha una sua idea riguardo a questi dati:

“La preparazione mentale a certe cose non esiste. Non ci sarà mai un allenamento in cui uno ti spara addosso, non ti prende e tu ti abitui a convivere con la morte lentamente. Ti puoi abituare al pericolo, a convivere con l’adrenalina, come lanciarti dall’aereo. Ma non c’è la possibilità di allenarti psicologicamente a quello che vedrai e farai sul campo. Ti addestri nel momento in cui ci sei.

C’è chi riesce a diventare un uomo di roccia, tutto il tempo che è in missione, torna a casa e non dimentica, ma va avanti. E chi non ci riesce. Ma non è colpa di nessuno. Dipende dal tuo carattere. È come quando vai in Brasile e vedi i bambini che muoiono di fame. I primi giorni gli dai qualche soldo, dopo una settimana non gli dai più niente altrimenti ti seguono milioni di bambini. Se tu però lo dici in giro può darsi che la gente ti risponda male: come, tu giri con il cocktail e quei ragazzini muoiono di fame? Quindi si può vivere in due modi la stessa situazione: adattarsi o viverla male.

La stesa cosa è in missione, anche se non ti sparano dietro, tu sei dall’altra parte del mondo, lontano da casa e tutto quello che vedi sono macerie e povertà. Dopo che lo vedi e vivi per sei mesi e vivi allertato da questa situazione, uno shock l’hai subito per forza.

Quando sono tornato dal Kosovo mi dava fastidio l’illuminazione stradale di Roma. Mi ricordo il primo aperitivo dopo sei mesi, sono rientrato a casa quasi subito. Non ero più abituato. Troppa gente sconosciuta. Ero vissuto in un ambiente in cui se vedevo un mucchio di gente non identificata dovevo stare allertato perché poteva accadere di tutto. Mi è venuta l’ansia e sono andato via. Ma una cosa è viverlo come panico momentaneo, tu sai che devi solo riadattarti a una nuova situazione. Altra cosa è non riuscirci”.

Questo discorso non fa una piega se i numeri fossero più bassi. Ma probabilmente c’è un’incapacità di fondo da parte del giovane militare americano di adattarsi ai nuovi contesti internazionali e alle nuove guerre. Sia l’ambiente di provenienza, sia la formazione, sono molto distanti rispetto a quello che poi affronterà in un posto come l’Afghanistan. Anche se i dati parlano di un’ impennata di arruolamenti in U.S.A., nel 2009 sono stati 170.000 i giovani di leva e poco più nel 2010, siamo sicuri che sanno a cosa stanno andando incontro come dice Riccardo?

“C’è da dire però che tu lo sai a priori a cosa vai in contro, e se non ti ci volevi trovare non ti saresti arruolato”.

In Italia si è arrivati all’ovvia conclusione che un soldato in ferma breve VFP1 non può essere mandato in missione all’estero, perché non ha sufficiente esperienza per muoversi in un contesto internazionale. Dopo l’anno di naja, il militare (che per legge non deve avere più di venticinque anni per arruolarsi) diventa parte di un corpo e acquisisce la pratica necessaria, ma, soprattutto, impara una professione, si specializza in un campo e inizia la sua carriera.

Fino a venti anni fa non sarebbe stata possibile una guerra come quella in Afghanistan, dove hanno fatto la comparsa i primi droni e dove un cecchino dell’esercito inglese può ammazzare un talebano a circa 2475 mt. (attuale record mondiale di uccisione a distanza).

L’Esercito Italiano lo ha preventivato e ha progettato un nuovo tipo di soldato, più tecnologico rispetto al passato e più professionale. Si chiama soldato-futuro. Di base è un nuovo tipo di equipaggiamento che verrà fornito ai nostri militari in sostituzione del vecchio. Armi più leggere e precise, equipaggiamento di ultima generazione. Ma dietro c’è anche una filosofia diversa che si sta facendo largo nell’E.I. da un po’ di anni.

“Ultimamente abbiamo partecipato a due guerre vere. Afghanistan e Iraq. Posti dove ci sono quaranta gradi di giorno e meno dieci di notte. Quindi la dotazione del soldato italiano si è dovuta evolvere per forza. Mi sono congedato sei anni fa. In quel periodo avevamo in dotazione il Land Rover Defender, che è un 4×4 fantastico, ci vai ovunque. Gli americani hanno l’Hummer che è più grande, più ricco, però in una cittadina con i viottoli, l’Hummer rischia di incastrarsi. Quindi, il Defender è certamente più spartano, ma funziona benissimo, è più che sufficiente per il compito che deve svolgere”.

Quello che dice Riccardo può essere un riassunto della dotazione dell’esercito italiano fino a oggi e sulla filosofia che c’era dietro. Si puntava sul numero e non sulla qualità, facendo sempre il confronto con l’esercito occidentale di riferimento, quello a stelle e strisce.

“Noi dicevamo sempre che se tu prendi un americano e lo lanci in mezzo alla foresta con solo la roba che ha addosso, probabilmente muore dopo una settimana. Se ci mandi un militare italiano, che ha la metà dell’equipaggiamento, probabilmente lo ritrovi dopo lo stesso periodo che sta facendo un barbecue con la gente del posto”.

Gli americani sono visti come dei super robot fragili. Hanno un equipaggiamento quasi al top di gamma, ma non sono stati addestrati ad arrangiarsi. Mentre l’esercito italiano, meno ricco e meno equipaggiato, ha una capacità innata: sa improvvisare.

Ma le cose stanno cambiando, i militari sono sempre più appassionati al loro lavoro e sempre più qualificati, e cercano di ottenere il meglio per andare in missione.

“Appena entri in caserma loro ti danno tutto, calzini, mutande, mimetica, il kit da barba. Ma è la sufficienza scarsa. Se le cose ti piacciono, te le compri da solo. Io ho ancora il mio baule nero, pieno di roba che mi sono comprato, tipo cinturone, gibernaggio, orologio. Ma funziona così ovunque. Se sei uno a cui piace fare il suo lavoro vuoi il meglio e non ti accontenti di un jacket scomodo, con pochi agganci o con poche tasche, te ne compri uno appena uscito, fatto con materiale tecnico. Sei un professionista e vuoi la migliore dotazione”.

Oltre internet, dove si può acquistare di tutto, ci sono i PX (post exchange), anche conosciuti come NEX (navy exchange). Sono degli empori situati all’interno delle basi, nelle zone di guerra, dove si può acquistare di tutto. La dotazione dell’esercito non prevede un mirino Red Hot, uno speciale vetrino con pallino rosso (molto usato nei videogiochi di guerra), lì lo puoi comprare. Non prevede orologio con Gps e profondimetro, lì lo puoi comprare. Non prevede degli anfibi in materiali derivati dall’alpinismo sportivo, super leggeri, lì li puoi acquistare. Facendo anche degli ottimi affari, perché tutto è venduto sottocosto.

Riccardo si era comprato il Rambo 2, un pugnale da lancio, molto simile a quello che si vede nel film. Manico in alluminio forato, tarato in modo tale che in qualunque modo lo lanci, cade sempre di punta. Lama nera lunga 25 cm., liscia su un lato e seghettata sull’altro. Ha comprato anche un’accetta spacca porte, che portava sempre dietro la schiena dentro una custodia di cuoio.

“A un certo punto mi sono comprato l’orologio Suunto, con Gps, altimetro e tutto. Sono andato al PX nella base dei finlandesi per prenderlo. L’ho pagato poco più del costo di produzione. Ora in dotazione ti danno la bussola, che sicuramente va benissimo. Ma vuoi paragonarla a un Suunto con Gps, bussola, altimetro e barometro?”

Proprio come ha fatto Riccardo, l’E.I. sta investendo sempre più su una formazione professionale. Gli scenari internazionali sono troppo complessi per un militare di leva semplice (cosa che non avviene in U.S.A.), quindi si cerca sempre più di inquadrare le giovani leve nell’idea che il militare è un mestiere serio e che bisogna essere portati per farlo. Che bisogna investirci soldi e tempo.

Oltre a questo c’è l’immagine che deve dare l’esercito dei propri ragazzi mandati al fronte. In Afghanistan sono morti 51 soldati italiani dall’inizio delle operazioni, pochissimi rispetto a quelli americani o afghani; l’opinione pubblica prende sempre molto male la perdita di un nostro militare, quindi con una sensibilità così elevata in Italia, non possono che diventare più professionali i soldati mandati al fronte, quanto meno per salvare la faccia dell’Arma.

I nuovi equipaggiamenti, che hanno già superato i primi test di collaudo, presto entreranno in servizio per aumentare la qualità delle nostre truppe. Un salto che non sarà solo tecnico, ma anche di consolidamento della nuova filosofia delle forze armate.

“Per combattere un talebano, che è il nemico perfetto (un uomo che è pronto a farsi saltare in aria è il nemico perfetto), serve gente addestrata e ben equipaggiata. Un militare di naja non può più fare la differenza”.

Ma se le guerre sono sempre più complesse e c’è bisogno di professionisti per combatterle, la vecchia naja rimane un rimpianto come esperienza di vita, come educazione, soprattutto tra gli ex militari: “Ti insegnava a stare al mondo. Ti facevi mille amici e alla fine non era una gran perdita di tempo. Erano solo dieci mesi”, mi dice Riccardo. La perdita infatti è vista nella formazione umana, non tanto nella professione.

Riccardo ci tiene a sottolineare che l’esercito è un mondo del lavoro normale, con i suoi orari di ufficio, i suoi contratti di lavoro e le sue leggi interne all’azienda che, simpatiche o antipatiche che siano, vanno rispettate. In questo modo lui ha imparato a stare in un posto di lavoro e a confrontarsi con altre persone.

“Molte sono una scemenza, per dire la barba. Non c’è una legge fatta per cui tu non puoi portare la barba, serve solo all’inizio per farti capire che la musica è cambiata. Tu non hai voce in capitolo su nulla, sei l’ultimo arrivato e chiunque ti vuole rompere le scatole, te le rompe. Questo in sostanza è per distruggere quelle che sono le ribellioni stupide. Perché se vai a leggere la libretta, dice solo che la barba la puoi portare, basta che sia in ordine e i capelli corti e sistemati. C’è solo una piccola cosa che dice che deve essere staccata dai capelli altrimenti, lì passano gli elastici della maschera antigas, se hai la barba, ci passa l’aria dentro. Quindi sono tutta una serie di piccole regole che servono a una cosa sostanziale, farti capire che la tua vita è cambiata e che devi sottostare a delle leggi per far funzionare il sistema. E partono dalle cose più semplici, come la barba.

Con questo impari un sacco di cose. La prima è che l’opzione di rispondere come ti pare, non è preventivata. Se tu a un tuo superiore rispondi male, finisci in cella di rigore. Ecco perché nell’esercito non ci sono mai scioperi, è una vita di comunità basata su regole che accetti da subito. Logicamente devi essere portato, altrimenti fai la fine di quelli del Grande Fratello, che, dopo due settimane là dentro, impazziscono ed escono. Devi essere pronto a sopportare e a capire le ragioni delle altre persone, anche le puttanate, perché a un certo punto ti rendi conto che sono le puttanate di tutta la vita. Quando andrai a fare un altro tipo di lavoro, i giochi non cambieranno tanto. Per questo non sono a favore dell’abolizione della naja. Era tutto calcolato. Se tu lavoravi o facevi l’università, tu non partivi o se partivi eri graduato, quindi partiva chi doveva partire. Lì puoi essere un figlio di papà o un poveraccio che rubava, lì si stava tutti insieme e o sopravvivi o sopravvivi”.

Riccardo mi racconta di una signora che, alcuni giorni fa, gli ha fatto cambiare i colori delle pareti interne di un appartamento che sta ristrutturando almeno dieci volte questa settimana, prima di scegliere il colore giusto. Lui sa che la pazienza che ha messo per fare questo lavoro gliel’ha data l’esercito.

In questi valori credevano anche l’ex ministro della difesa Ignazio la Russa e dell’educazione Gelmini, che hanno cercato di importare la formazione militare nelle scuole della Lombardia. Doveva essere un progetto pilota (che poi è arrivato alla sua quarta edizione), a cui hanno aderito novecento alunni. La circolare che aveva come titolo allenati per la vita è stata riportata da Famiglia Cristiana pochi giorni dopo spiegando il progetto.

Il corso prevedeva un addestramento soft da svolgere al posto di educazione fisica all’interno dell’orario scolastico. Corsa, tiro con pistole ad aria compressa, flessioni, orienteering, studio del diritto internazionale e della costituzione; questo come diceva la circolare per: “avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alle forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.

Il governo Berlusconi ha investito anche su un altro piccolo progetto a partire dal luglio 2010 chiamato mini-naja. L’ex ministro della difesa La Russa ha finanziato con 19,8 milioni di euro una serie di corsi della durata di tre settimane a cui si sono sottoposti centinaia di ragazzi sperimentando quella che è la vita nell’E.I.

È stata un’ovvia mossa per cercare di reclutare nuovi giovani che non ha avuto un grande seguito, perché il numero complessivo di militari continua a rimanere basso secondo le stime del Ministero degli interni, che aveva prefissato 190.000 unità nel 2012 e invece se ne ritrova 178.571.

Inoltre, il programma di mini-naja è stato smantellato dall’attuale ammiraglio Di Paola, portando la spesa da sette milioni preventivati a solo un milione.

Nonostante tutto, è interessante il numero dei volontari in ferma breve, che rimane alto. L’ultima stima affidabile la offre il Ministero degli interni: nel 2010, 19,020 reclute sono state incorporate nell’esercito.

Riccardo è convinto che la naja sia stata una perdita per tutti. Una possibilità che aveva lo società di insegnare a stare con i piedi per terra a molti ragazzi che altrimenti sono finiti allo sbando. Ma intanto si va sempre più verso il perfezionamento dell’E.I. Verso una specializzazione per sostenere le nuove guerre del ventunesimo secolo.

“Prendi un maresciallo nell’idea comune che c’è in Italia. È uno con la pancia, che probabilmente viene dal sud, che non si muove dalla poltrona che ha conquistato con le unghie, insomma quello che vedevi nei film. Prendi un maresciallo di oggi. È uno che ha studiato, tre anni di accademia, che conosce l’inglese, che si è fatto varie missioni, che si è specializzato in qualcosa e che ogni anno deve fare delle prove fisiche per risultare idoneo. Ma non solo questo, è anche gente preparata mentalmente a certe cose”, mi dice Riccardo.

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