bao publishing Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bao-publishing/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Dec 2013 15:03:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg bao publishing Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bao-publishing/ 32 32 Un’anticipazione del nuovo numero dello “Straniero” https://minimaetmoralia.it/fumetto/il-fenomeno-zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/il-fenomeno-zerocalcare/#comments Mon, 02 Dec 2013 06:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16762 Il numero 162-163 di dicembre 2013 – gennaio 2014 dello "Straniero", mensile diretto da Goffredo Fofi in libreria  in questi giorni ospita uno speciale dedicato al graphic novel, con una copertina disegnata da Paolo Bacilieri. All’interno si possono leggere gli interventi e le riflessioni sul lavoro del fumetto e le tavole inedite di Marco Corona, Manuele Fior, Roberto La Forgia, Giacomo Nanni, Ratigher, Davide Reviati, Alessandro Tota e Andrea Bruno. Inoltre un’intervista a Michelangelo Setola e Edo Chieregato e saggi e recensioni sulle opere di Zerocalcare, Gipi, Rutu Modan, David B., Sanna, Yoshihiro Tatsumi, Sammy Harkham, Jacovitti e Linus. Anticipiamo l’articolo di Nicola Villa sul fenomeno Zerocalcare.

Il fenomeno Zerocalcare

di Nicola Villa  

Il titolo di questo articolo è lo stesso di una commedia demenziale americana degli anni ottanta nella quale un gruppo di studenti sfigati, non per forza secchioni ma esperti in cose elettroniche e videogiochi, si prendeva una rivincita sulle confraternite più popolari di un college, quelle formate da studenti campioni di football e che hanno come iniziali le lettere del greco antico. Il film è stato rifatto in varie forme per tutti gli anni novanta e ancora oggi ci sono cartoni animati, come l'ultimo della Pixar, che richiamano quello schema narrativo. "La rivincita dei nerd" può essere anche il titolo del successo di Zerocalcare, un fenomeno che non ha pari nella storia del fumetto e dell'editoria nel nostro paese: come il gruppo di studenti sfigati del film, alla fine, riusciva ad avere la meglio nei confronti degli studenti buzzurri e palestrati, così un fumettista trentenne romano pubblicato da una piccola casa editrice milanese, la Bao Publishing, si contende le classifiche dei bestseller che sono da sempre terra di conquista dei grandi gruppi editoriali.

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Il numero 162-163 di dicembre 2013 – gennaio 2014 dello “Straniero”, mensile diretto da Goffredo Fofi in libreria  in questi giorni ospita uno speciale dedicato al graphic novel, con una copertina disegnata da Paolo Bacilieri. All’interno si possono leggere gli interventi e le riflessioni sul lavoro del fumetto e le tavole inedite di Marco Corona, Manuele Fior, Roberto La Forgia, Giacomo Nanni, Ratigher, Davide Reviati, Alessandro Tota e Andrea Bruno. Inoltre un’intervista a Michelangelo Setola e Edo Chieregato e saggi e recensioni sulle opere di Zerocalcare, Gipi, Rutu Modan, David B., Sanna, Yoshihiro Tatsumi, Sammy Harkham, Jacovitti e Linus. Anticipiamo l’articolo di Nicola Villa sul fenomeno Zerocalcare.

Il fenomeno Zerocalcare

di Nicola Villa  

Il titolo di questo articolo è lo stesso di una commedia demenziale americana degli anni ottanta nella quale un gruppo di studenti sfigati, non per forza secchioni ma esperti in cose elettroniche e videogiochi, si prendeva una rivincita sulle confraternite più popolari di un college, quelle formate da studenti campioni di football e che hanno come iniziali le lettere del greco antico. Il film è stato rifatto in varie forme per tutti gli anni novanta e ancora oggi ci sono cartoni animati, come l’ultimo della Pixar, che richiamano quello schema narrativo. “La rivincita dei nerd” può essere anche il titolo del successo di Zerocalcare, un fenomeno che non ha pari nella storia del fumetto e dell’editoria nel nostro paese: come il gruppo di studenti sfigati del film, alla fine, riusciva ad avere la meglio nei confronti degli studenti buzzurri e palestrati, così un fumettista trentenne romano pubblicato da una piccola casa editrice milanese, la Bao Publishing, si contende le classifiche dei bestseller che sono da sempre terra di conquista dei grandi gruppi editoriali.

L’ascesa di Zerocalcare, alias di Michele Rech romano del 1983, e insieme quella della Bao, non può non suscitare simpatia: quando esordisce all’inizio del 2012, dopo più di 10 anni passati nei centri sociali romani a disegnare locandine e ad autoprodursi, con l’albo La profezia dell’armadillo. Colore 8-bit il segnale precoce è che il titolo raggiunge rapidamente il primo posto nella classifica di vendite di Amazon.it, a testimonianza che i giovani non vanno più a comprare in libreria ma cercano i prezzi più bassi sul web. Le vendite schizzano in alto, probabilmente superano le 50mila (oltre la quinta ristampa). Verso la fine del 2012 Zerocalcare dà alle stampe quello che può essere definito il suo primo graphic novel, Un polpo alla gola, un romanzo di formazione che diventa il bestseller underground del natale 2012 in barba ai soliti titoli e ai soliti nomi nell’annus horribilis per l’editoria italiana che sente l’onda lunga della crisi economica.

All’inizio di quest’anno il meglio del sito del fumettista, zerocalcare.it, che viene aggiornato con una breve storia una tantum ma sempre di lunedì (il giorno più sfigato e odiato della settimana), viene pubblicato nell’albo Ogni maledetto lunedì su due sempre dalla Bao ed è un successo annunciato perché le storie sul web sono state già dal novembre 2011 condivise sui social network da decine di migliaia di persone. Giornali e media tradizionali si sono già accorti di lui: fioccano interviste, una anche su “Rolling Stone”, recensioni, segnalazioni e aumentano le collaborazioni tra cui “Internazionale”. Nel settembre di quest’anno viene pubblicato Dodici, il secondo graphic novel ovviamente per la Bao, che appare anche nelle classifiche-scaffale delle librerie Feltrinelli e viene recensito da quasi tutti i giornali e riviste che si contendono le tavole in anteprima. All’ultimo Lucca Comics, di inizio novembre, il firma-copie di Zerocalcare è quello più ambito: sembra che ci siano state file di più di sei ore d’attesa, il che significa migliaia di persone, molte di più di quelle che in passato hanno accolto un ospite straniero come Art Spiegelman, per esempio.

Zerocalcare è, in poche parole a effetto, il primo fenomeno di cultura giovanile italiana degli anni dieci del nuovo millennio. Poco importa che sia molto romano e che il suo linguaggio sia uno slang giovanile romanesco post-dialettale, reso dominante proprio dalla televisione. Un fenomeno su cui è importante riflettere al di là della “rivincita” di vendite e di pubblico, perché rappresenta una fedele fotografia della pessima, terribile e deprimente condizione giovanile in cui i lettori si immedesimano totalmente. Il suo successo non è determinato dalla bravura tecnica e dall’originalità del tratto: in questo senso Zerocalcare non fa parte della nuova onda di narratori grafici italiani alla ricerca di un disegno distintivo che lavorano molto sulla tecnica, sulla trama e raggiungono anche un notevole successo internazionale (si pensi a Manuele Fior), ma è più un fumettista tradizionale all’italiana anche nel rapporto di filiazione col pubblico, che difficilmente si estenderà oltre confine.

Chi elogia il suo disegno mette l’accento sulle influenze straniere, soprattutto giapponesi, che gli amanti di fumetti  definiscono il suo tratto “mangoso”, ma pochi prendono in considerazione i precedenti del nostro fumetto. Zerocalcare è, a pensarci bene, un diretto figlio di Silvia Ziche e di Silver, forse in crescita, migliore di loro ma ancora molto grossolano e non ai livelli di Andrea Pazienza. In un certo senso i suoi personaggi sono un avanzamento di Lupo Alberto ma non così tanto da arrivare a Zanardi. Anche per quanto riguarda la trama, la costruzione di un plot, non si può parlare di originalità: i suoi libri più deboli sono proprio i più ambiziosi come Un polpo alla gola, un romanzo di formazione sul senso di colpa, e l’ultimo Dodici, un racconto di fantascienza del quotidiano in cui il quartiere di Rebibbia, periferia di residenza da dove viene il fumettista romano, viene invaso dagli zombie.

La profezia dell'armadillo - Thumb

L’elemento di originalità e di successo di Zerocalcare è tutto nei due albi più irregolari, La profezia dell’armadillo e Ogni maledetto lunedì, ed è rappresentato dall’invenzione delle molteplici coscienze del protagonista. La struttura delle storie che compongono questi libri è sempre uguale e ricorda un po’ il modello fisso dei Simpson, la ventennale serie a cartoni americana: una premessa A che apparentemente deve portare a una conseguenza B, si trasforma in una imprevedibile conseguenza R, S, T, Z perché il quotidiano sfugge completamente al nostro controllo, perché le regole della nostra post-modernità non hanno più logica. La sua abilità è saper raccontare questa quotidianità, quasi sempre storie che hanno luogo nel privato dell’appartamento e davanti al computer, con un’ironia che sembrava scomparsa, soppiantata da un cinismo generalizzato: Makkox, una sorta di fratello maggiore e scopritore, definisce Zerocalcare un natural, nell’introduzione a La profezia dell’armadillo, capace di volare con leggerezza senza neppure rendersene conto.

Nelle storie di Zerocalcare è rappresentata la quotidianità di un trentenne di oggi, disoccupato, cinico e abulico, che è messo alla prova e fallisce regolarmente affidandosi a una coscienza bislacca e comica. Una coscienza che assume, di volta in volta, l’aspetto di un personaggio rassicurante e nostalgico pescato da un retroterra di cultura pop. Zerocalcare è sostanzialmente un fenomeno postmoderno di riproposizione di una sottocultura pop giovanile formativa, quella rappresentata dalla televisione privata negli anni novanta, interiorizzata, metabolizzata e riproposta come elemento aggregante. Chi ama e si identifica nei suoi fumetti è cresciuto guardando tutti i film animati della Disney, guardando in tv gli statici cartoni animati giapponesi (le cosidette anime), giocando ore e ore ai videogiochi e comprando i manga in fumetteria. Chi ama e si identifica nei suoi fumetti ha una vita molto simile a quelle del suo protagonista, le stesse nevrosi e paranoie. Ne condivide anche le serie televisive che creano dipendenza, scaricate da internet e viste la notte nella solitudine della camera da letto in un appartamento di periferia del quale si riesce a pagare faticosamente l’affitto a fine mese. Chi ama e si identifica nei suoi fumetti, preferisce delegare alla propria responsabilità, non reagendo e affidandosi a un universo pop rassicurante e adolescenziale.

L’immagine-metafora più riuscita, che è come un sottotesto in Ogni maledetto lunedì, è quella di un naufragio (la società è la nave e i giovani sono in terza classe). I superstiti, tutti coetanei trentenni, sono ognuno singolarmente aggrappato a tavole di legno per non andare a fondo, tutti soli e contemporaneamente nelle stesse condizioni, non hanno altra alternativa che tenersi a galla, mentre alcuni riescono anche a costruirsi una zattera (un misero impiego alle Poste), qualcuno rimedia addirittura un motoscafo (i privilegi di classe sociale) e altri non ce la fanno più a reggersi e vanno a fondo “quasi sempre in silenzio o forse sei tu che sei troppo impegnato a stare a galla per accorgertene”. L’assenza di speranza per un presente che sta colando a picco è totale ed è notevole in proposito l’incipit di Dodici nel quale non c’è alcun stupore che “fuori” siano tutti “morti”. La società è già morta prima di esserlo davvero, già popolata di morti che camminano. Nonostante il pessimismo, Zerocalcare individua una reazione collettiva, una lucina in fondo al tunnel, nell’antagonismo giovanile. Ma questa risposta è una comoda e particolare forma di snobismo che afferma l’appartenenza a una tribù urbana, l’orgoglio di far parte di una minoranza che ha liberato piccole zone cittadine dalle regole dello Stato e dei privati, dove giocare al gioco del purismo e del massimalismo senza voler cambiare veramente ciò che è fuori, accontentandosi del laboratorio sociale permanente e ininfluente: il centro sociale come contenitore autoreferenziale di esperimenti e eventi giovanili.

Peraltro, al di là del male sociale, Zerocalcare tocca un pessimismo interiore più profondo, riuscendo a svelare una crepa esistenziale più grave della sua generazione. È il caso del trait d’union di La profezia dell’armadillo, il tentativo di elaborazione del lutto di un’amica d’infanzia. La visione che ne esce è anche peggiore di quella della nave-società, perché non solo non è possibile “superare” la scomparsa di un coetaneo, cioè capirne i motivi, ma è impossibile, ripensando alla vita insieme, all’amicizia, individuarne qualsiasi possibilità comunicativa: è talmente grave il livello di “imbozzolamento” nel proprio basso cinismo che la relazione è un’utopia. L’unica strada possibile è la sospensione temporanea delle proprie paure e narcisismi: la parte più bella del fumetto è proprio quando solo per una sera il protagonista Zerocalcare e la sua amica riescono a “lasciare fuori” dalla stanza le loro rispettive coscienze e a parlare per la prima volta in maniera aperta e sincera. È un momento di inconsueto pudore a cui il lettore non è ammesso, ma si vede l’armadillo (“Grillo parlante” prediletto e non a caso originale e non frammento di cultura pop) fuori dalla porta, seduto accanto un mostro scuro, enorme e silenzioso, rappresentazione della depressione dell’amica.

Zerocalcare ci parla di una condizione realistica e drammatica, una generazione esclusa dal mondo del lavoro, una generazione di vite-fotocopia quella dei nerd, nutriti a cultura pop e merendine, non dei natural, in fin dei conti, ma dei normal. Sui social non appena viene pubblicata una nuova storia tra i commenti che l’accompagnano il più diffuso è “geniale”; le recensioni che si leggono sono piene di “geniale”; anche Makkox nella già citata introduzione, una finta ammissione di invidia, gli attribuisce un bel “geniale”. Verrebbe da dire la genialità dei normali! L’impressione, infatti, è che non ci sia nulla di geniale, ma anzi che l’effetto del fenomeno Zerocalcare sia più quello di un riconoscimento generazionale e, immediatamente dopo, di una consolazione collettiva.

“Siamo tutti Zerocalcare” si legge nelle bacheche di Facebook o nei tweet dei trentenni, ed è come se si compiesse la rivincita definitiva dei nerd: tutti uguali, tutti con gli stessi riferimenti di massa culturali senza alcuna  vergogna, perché anche l’estetica nerd, quella dello sfigato di successo è stata fagocitata e risputata dal mercato: non sono infatti nerd i programmatori di computer? gli hipster creativi con gli occhialoni che popolano i festival di musica indie? non hanno tutti gli stessi piercing e gli stessi tatuaggi? Una generazione di accettanti e consapevoli che il consumo culturale è l’unica strada dalla culla alla tomba: essere sfigati sì, ma finalmente normali e unici, come tutti.

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L’idolatria del lunedì https://minimaetmoralia.it/fumetto/zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/zerocalcare/#comments Fri, 01 Feb 2013 10:02:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12759 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti e non passa giorno in cui qualcuno non ti consigli di comprare i suoi libri, non importa quante volte ripeti  che già li conservi nella medesima nicchia dei grandi. Che poi, io stesso sono uno scopritore tardivo: quando vidi la sua striscia (per ora il prodotto calcariano meno convincente, ma confido che debba solo prendere le misure al formato) sostituire l’onorata Red Meat su Internazionale, pensai, “embe’?”, salvo poi ritrovarmi qualche settimana più

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti, né passa giorno in cui qualcuno non ti consigli di comprare i suoi libri, non importa quante volte ripeti  che già li conservi nella medesima nicchia dei grandi. Che poi, io stesso sono uno scopritore tardivo: quando vidi la sua striscia (per ora il prodotto calcariano meno convincente, ma confido che debba solo prendere le misure al formato) sostituire l’onorata Red Meat su Internazionale, pensai, “embe’?”, salvo poi ritrovarmi qualche settimana più tardi a tormentare chiunque mi capitasse a tiro con La profezia dell’armadillo. Se poi ci aggiungiamo il fatto che a Lucca Comics lo stand del suo editore Bao publishing aveva una bolgia di fan vista di rado per un fumettista, e che proprio mentre La profezia dell’armadillo esplodeva, Zerocalcare era già pronto con Un polpo alla gola, il suo secondo lavoro non meno buono del primo, potremmo pensare che non ci sia più bisogno di parlare di lui.

E invece di Zerocalcare è necessario parlare tanto più adesso, perché, con Un polpo alla gola che – uscito da appena un mese e edito da una piccola realtà come Bao – sfonda le 40’000 copie vendute e passa le ultime tre settimane al primo posto della classifica generale di vendite di Amazon, con La profezia dell’armadillo, uscito un anno fa, stabile al 3° posto, si configura come qualcosa che trascende la nicchia degli appassionati di fumetto (o quella degli utilizzatori di social network più avveduti, poiché l’esplosione è stata innescata in primo luogo dai tasti “share” della sua striscia del lunedi), per diventare una questione culturale di rilevanza nazionale: la dimostrazione che il libro a fumetti in Italia può ancora funzionare al punto di fare cifre importanti, e dunque, di conseguenza, che vale la pena investire sul fumetto.
Zerocalcare funziona perché, per quanto sia “fumetto d’autore”, nel senso di opera libera da costrizioni di serie, è anche fumetto popolare. È popolare perché parla di una quotidianità che riguarda tutti, certo, ma soprattutto perché trae la sua linfa dall’immaginario pop più profondo, andando però oltre il citazionismo: quello che fa è raccontarci di come tale immaginario innervi le anime di due generazioni cresciute con Junior TV. Al di là della sua grande sensibilità nell’isolare e catalogare la “casistica” della vita di tutti i giorni, l’invenzione più fortunata di Zerocalcare sono infatti le sue “coscienze”, che si manifestano, a seconda dei casi, ora nella forma di David Gnomo, ora in quella dell’Uomo Tigre, ora di Sirio dei Cavalieri dello Zodiaco o Shu di Ken il guerriero – ma anche di Vandana Shiva o del sergente Hartman di Full Metal Jacket, perché l’autore ha una facilità d’inclusione assoluta, figlia questa più dell’ibridazione dei meme in stile 4chan che del modernismo –, fino all’Armadillo, unica incarnazione che non rimandi ad altri personaggi (se non, nella funzione narrativa, allo Hobbes di Calvin & Hobbes), e alla coscienza di Camille, amica del protagonista la cui morte è il leitmotiv del primo libro, presentata come il mostro lupesco che tormenta il Gatsu di Berserk. Per mezzo di questo dispositivo, Zerocalcare ci ricorda che il seme gettato da tanti anime visti quando erano ancora solo “cartoni animati giapponesi”, e le emittenti locali, trovata una miniera di contenuto a basso costo, ce li sparavano addosso tutti, senza distinzioni tra shojo (per ragazze), shonen (per ragazzini) e seinen (per ragazzi un po’ più grandi), non è andato perduto: la portata mitopoietica di quelle opere viene oggi ripresa dal fumettista romano, il quale fa dei loro eroi qualcosa di non dissimile da apparizioni divine – se per dio si intende, crowleyanamente, un perno simbolico grazie al quale provare a spiegarsi meglio la realtà – e suggerisce che non dobbiamo vergognarci se, in epoca di secolarizzazione estrema, l’iconoclastia è stata sostituita da una forma “sana” di idolatria nostalgica.
Come capita spesso con le opere seconde, ce stanno già quelli che dicono che il primo era mejo (scrivo così perché merita una menzione anche la lingua di Zerocalcare, che riproduce la parlata giovanile nell’unico modo possibile in Italia: tramite il preciso inserimento di elementi dialettali, in modo abbastanza moderato da evitare di finire nell’abisso della pseudocomicità regionale, ma sufficiente a trovare il “polso” del linguaggio dei suoi giovani, e con esso quello di tutti quanti), tuttavia si tratta di un allarme infondato: se è vero che La profezia dell’armadillo era più ricco di fuochi d’artificio, è anche vero che era frutto di un accumulo di materiali più lungo rispetto a Un polpo alla gola; ancor prima di ciò, nel decretare la superiorità dell’opera seconda e dare adito a grandi speranze per la terza, è il fatto che Un polpo alla gola ha ambizioni romanzesche, laddove La profezia dell’armadillo si riduceva in fin dei conti a una serie di sketch collegati dal filo rosso della morte di Camille. Guardiamo poi anche ai disegni, che graphic novel, termine orrendo che piace a quelli che ancora si vergognano a dire “fumetto”, vuol dire pur sempre fumetto, e nei fumetti i disegni sono importanti: i disegni di Zerocalcare sono tuttora in evoluzione – le stesse storie dell’Armadillo esistono in una versione precedente, più grezza, e nel sito personale dell’autore si possono vedere disegni ancora anteriori – e in Un polpo alla gola si iniziano a scorgere le stigmate di una maturità stilistica che potrà darci diverse soddisfazioni; intanto, godiamo a vedere la fortunata sintesi di elementi giapponesi (su tutti, l’espressione del Calcare terrorizzato, ma sono molte le soluzioni grafiche ereditate dal manga), statunitensi (c’è Robert Crumb, ma il tratto ricorda anche Penny Arcade) e italiani (probabilmente il suo ascendente grafico più diretto è Lupo Alberto), e il rinforzarsi di tutta una serie di stilemi. Stilemi non solo grafici: anche nella costruzione delle vicende esiste già una “gamma Zerocalcare”, che tuttavia pare anche in grado di ampliarsi progressivamente, senza cedere al gusto facile del tormentone: per dire, in Un polpo alla gola non c’è traccia di armadilli.

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