Basquiat Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/basquiat/ un blog di approfondimento culturale Mon, 16 Feb 2015 09:51:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Basquiat Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/basquiat/ 32 32 Turner e l’arte della serietà https://minimaetmoralia.it/arte/turner-mike-leigh/ https://minimaetmoralia.it/arte/turner-mike-leigh/#comments Fri, 13 Feb 2015 16:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25439 di Gaia Manzini

Vado a vedere Turner con un certo scetticismo, non perché non ami Mike Leigh o William Turner (tutt’altro), ma perché le biografie degli artisti hanno il potere di spiazzarmi. Sembra che partano per raccontare la storia di un processo creativo e invece finiscono sempre per fare altro. Mi ricordo ancora di come Pollock (diretto e interpretato da Ed Harris nel 2000) mi abbia a suo tempo affascinato ma anche fatto infuriare.

La follia, la depressione, l’alcolismo dell’artista sono il nucleo magnetico di tutto l’impianto narrativo, la motivazione forte per la quale si sta raccontando quella storia. Sono descritti in modo estetizzante per il pubblico che ama i geni sregolati, in preda a sofferenze, stranezze e bizzarrie, segni inequivocabili del talento che si ammira, ma che si è ben contenti di non avere. Se sei pazzo che almeno tu sia un genio; se sei un genio sicuramente è perché sei pazzo. Anni fa, davanti al Campo di grano con volo di corvi di Van Gogh, una conoscente, sconvolta dalla potenza del quadro, mi si avvicina e senza giri di parole esclama: “S’è tagliato un orecchio!”.

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di Gaia Manzini

Vado a vedere Turner con un certo scetticismo, non perché non ami Mike Leigh o William Turner (tutt’altro), ma perché le biografie degli artisti hanno il potere di spiazzarmi. Sembra che partano per raccontare la storia di un processo creativo e invece finiscono sempre per fare altro. Mi ricordo ancora di come Pollock (diretto e interpretato da Ed Harris nel 2000) mi abbia a suo tempo affascinato ma anche fatto infuriare.

La follia, la depressione, l’alcolismo dell’artista sono il nucleo magnetico di tutto l’impianto narrativo, la motivazione forte per la quale si sta raccontando quella storia. Sono descritti in modo estetizzante per il pubblico che ama i geni sregolati, in preda a sofferenze, stranezze e bizzarrie, segni inequivocabili del talento che si ammira, ma che si è ben contenti di non avere. Se sei pazzo che almeno tu sia un genio; se sei un genio sicuramente è perché sei pazzo. Anni fa, davanti al Campo di grano con volo di corvi di Van Gogh, una conoscente, sconvolta dalla potenza del quadro, mi si avvicina e senza giri di parole esclama: “S’è tagliato un orecchio!”.

Tornando ai biopic: il Mozart di Milos Forman non è forse descritto come un mezzo idiota imparruccato di rosa? Modigliani va alla grande perché soffre, vive in povertà, la sua vita è una tragedia annunciata. Anche Basquiat funziona bene tra gloria, eroina e morte prematura.

Turner invece giganteggia in senso opposto. Con avvincente lentezza, mette in scena un professionista routinario e noioso in tutta la sua prosaicità. L’eccezionale interpretazione di Tony Spell mostra un uomo non bello, non raffinato, senza alcun fascino o vezzo d’artista. Niente scene di follia, tavole rovesciate, tele infrante, urla belluine. Nessun abbaino, soffitta, catapecchia, ma una casa borghese e un mènage familiare di felice convivenza con il vecchio padre e la domestica inetta, almeno fino alla storia d’amore con Sophia Booth. Nessun vizio: droga, alcol, scazzottate di gruppo. L’unico vizio, o tic, è l’arte, la propria.

Per due ore e mezza si è avvinti da un uomo con le unghie sporche e la pinguedine dilagante, che interloquisce tra grugniti, grufolamenti, gorgoglii, sputi, inspirazioni affannose e roche, che ogni tanto si lascia andare ad appetiti sessuali degni di un cinghiale in primavera; che dorme vestito in posizione supina, camicia e panciotto allacciato sul ventre prominente, e si alza che è ancora buio per prendere un treno e andare a vedere l’alba, studiarne la luce, riportarne l’impressione visiva.

Uno che se va in un bordello lo fa per ritrarre l’ultima arrivata senza toccarla con un dito, che coltiva la solitudine come necessaria, vive attraverso il pennello e arriva a farsi legare all’albero maestro di un vascello durante una tempesta per capire come la luce si rifranga tra le nuvole, senza che questo appaia un atto folle, ma solo un modo efficace per carpire un segreto alla natura. Una semplice trasferta di lavoro, insomma.

Turner è un bisbetico, burbero, misantropo che ignora l’ex amante e le figlie che di tanto in tanto si presentano alla porta, ma da uomo di mondo intesse relazioni efficaci con l’Accademia e ha un piccolo atelier dove mostra e vende a buon prezzo i suoi quadri, prendendosi gioco dei critici tromboni. Mostra la sua sgradevolezza e se ha qualcosa da tenere nascosto, la stortura che lo alimenta, è la propria umanità, la passione per la vita.

È un workaholic moderno, tutto rigore e austerità, disciplina e dedizione, fedele solo alla sua ossessione, unica vera luce di cui sembra dotato. Morirà gridando “Il sole è dio!”.

Nelle vedute folgoranti di Turner non c’è niente della cupezza, dell’incuria, della pesantezza di Turner. Lui è l’uomo che rinuncia a tutto per darlo al suo lavoro. Non viene da dire arte, anche se di arte si tratta. Turner è un libero professionista all’ennesima potenza. Va oltre il mito romantico dell’artista, dell’ispirazione, della sofferenza e fa della serietà e dell’abnegazione l’unica via per regalare luminose emozioni.

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Natale a casa De Sica https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/ https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/#respond Thu, 02 Jan 2014 13:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17236 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall'omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Un grande terrazzo, inferriate alle finestre, molta quiete. Molte opere d’arte in un salone grande-borghese, cotto al pavimento, un po’ Sunset Boulevard. In un portariviste, solo giornali con in copertina Lui (spicca un Sette di qualche tempo fa). Una cucina a vista dietro un vetro, tipo ristorante stellato o casa bling ring; un maxi frigorifero a doppia anta, metallico, incrostato di calamite, con molti cornetti napoletani scaramantici, e frasi “fatevi i cazzi vostri!”, e una foto del Dalai Lama. Un boudoir tutto boiserie bianche, con una nicchia e la sua statua, e quadretti anche molto importanti col loro lumino ottonato, da museo, o tea room, o Olgiata. Una gardenia viola, in vaso; librerie di mogano; vezzosi posacenere di ceramica bianchi con la sua cifra, C, e sopra coroncina dorata nobiliare; un ripiano con i premi: tre Telegatti, due David di Donatello, decine di “biglietti d’oro”, il premio del botteghino, in cui CDS è vincitore imbattuto: foto in cornici e cornicette d’argento, su tavolini bassi: lui con la moglie Silvia Verdone (in una foto, giovanissimi, lei con aria di trionfo, da cacciatrice di impegnativa preda; in una meno antica, lui in smoking e lei in gran sera, lui molto sorridente, luminoso; lei un po’ provata).

Molti quadri, da collezionista non improvvisato: Turcato, Depero, un Sebastian Matta importante; uno regalato da Cesare Zavattini, suo padrino e mentore («un comunista vero, dava metà dei soldi che prendeva con le sceneggiature al Partito. Stava a via Angela Merici, sulla Nomentana, in un sottoscala, e unico lusso un parquet che fece mettere, una volta, ma si riempì subito di bolle per l’umidità – ciac-ciac»). Un ritratto in bianco e nero di Andy Warhol e Basquiat, la celebre foto di Tony Curtis e Jack Lemmon truccati e vestiti da donna (A qualcuno piace caldo) di Annie Leibovitz. «Agli americani noi gli abbiamo dato Caravaggio, gli abbiamo dato Michelangelo, gli abbiamo dato Morandi. Loro chi ci hanno dato? Sta monnezza». Ride.

CDS è comparso, anticipato da un grosso cane simpatico e da uno piccolo che sta in disparte, poi da una filippina che dice Signor-Christian-arriva-subito-sta-preparando ed è un momento molto Vanzina. Poi Signor Christian entra, dolcevita grigio e blazer, gentilezza e puntualità e affabilità grande-borghese, e qualcosa in più. Effetto straniamento. Ti vien voglia di toccarlo, lo conosci già, perché è come quando si va a New York per la prima volta, ma in realtà l’hai già vista tante volte nei film; con lui è ancora peggio, perché si ha una sorta di effetto-Droste; puoi chiudere gli occhi e solo con la sua voce è Sapore di mareYuppies, più citazioni e saccheggi di suo padre Vittorio (VDS) e Alberto Sordi: i tempi, le pause, le facce; i dialetti, i birignao e la presa in giro dei birignao.

CDS è soprattutto Figlio di papà. Così si intitola un suo libro di memorie (Mondadori, 2008).

Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica, ciociaro, padre del neorealismo, nato nel 1901, morto nel 1974; regista di culto ma anche attore popolare, bell’uomo, 4 premi Oscar che ne segnalano l’eclettismo: Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri Oggi Domani, Il giardino dei Finzi Contini. Grande giocatore d’azzardo, come è noto. Questa casa dove stiamo adesso è quello che rimane alla disfatta economica: un tempo VDS era un enorme proprietario immobiliare grazie ai proventi dei film, possessore di luoghi anche simbolici della capitale: tutta piazza Santiago del Cile – Parioli in purezza, ci stanno Angelo Guglielmi e molti psicanalisti junghiani; grandi gastronomie, l’unico vitel tonné buono di Roma; poi tutta via Cortina d’Ampezzo, dunque Finte Bionde, Moccia, Smart, romanordismo in purezza. E gli studi televisivi Dear della Rai sulla Nomentana – Dear sta per De Sica-Amato-Rizzoli, un tempo comproprietari), Domenica In, Prova del Cuoco, l’Eredità, eccetera.

Tutto perso al tavolo da gioco. Aneddotica di CDS su VDS: quando il croupier del casinò di Sanremo (nonché papà di Eugenio Scalfari) dà a VDS il “viatico” cioè nel codice dei giocatori le centomila lire per tornare a casa quando ti sei giocato tutto («l’alternativa era spararsi, come i granduchi russi, dietro le tende. Si sentiva un colpo di pistola. Pum. Erano bravissimi a suicidarsi dietro le tende»). Ricchezza: «Le automobili a Roma ce l’avevamo noi, ce l’aveva Gronchi, presidente della Repubblica, ce l’aveva il chirurgo Valdoni, e altre dieci persone». A proposito di presidenti, CDS chiama al Quirinale per farsi passare Mauro Leone, figlio del presidente della Repubblica, suo compagno di scuola. «Sono De Sica, mi passi Leone». Passano minuti. Poi: «Proonto» con inconfondibile accento napoletano. È il capo dello Stato. Imbarazzo. E poi: «Maurooo! Maurooo! C’è Christian che ti vuole, corri!», sempre un presidente sotto impeachment, poi riabilitato.

Familismo umorale: CDS è come tutti sanno figlio di Maria Mercader, bellezza spagnola, e per anni amante di VDS, che poi la sposerà dopo un divorzio dalla prima moglie Giuditta Rissone; divorzio non riconosciuto dallo Stato italiano, di qui pubblica riprovazione e scomunica – sic – da parte del Vaticano. VDS per anni continuerà a frequentare le due famiglie l’una all’insaputa dell’altra, di qui «doppie case, doppi natali, doppi capodanni, con spostamento in avanti delle lancette»; come nel primo Fantozzi quando il direttore d’orchestra Maestro Canello si fa due veglioni invece che uno. Raccomandazioni: quando CDS parte per il Sudamerica (ha fatto la maturità, collegio Nazareno, Roma super-bene, compagno di banco come è noto di Carlo Verdone; è fidanzato con una venezuelana e tenta la fortuna come showman in Sudamerica)  all’aeroporto, la mamma piange. VDS, chiamandolo quando sta per salire sulla scaletta: «Christian! Christian». CDS: «Che è». VDS: «Mi raccomando, prima di entrare in scena, un po’ di grigio sulle palpebre!».

Anche il cinepanettone – d’ora in poi: CP – che sarebbe il tema di questa intervista, è una cosa di famiglia. Non solo perché CDS è protagonista del primo episodio della saga, il celebre Vacanze di Natale, 1983, regia di Carlo Vanzina, di cui salutiamo il trentennale. Piuttosto perché i prodromi sono da ritrovarsi proprio in casa De Sica, e, per estensione, Sordi. Nel 1937 Mario Camerini dirige infatti un primo Signor Max, storia di un giornalaio sub-proletario di via Veneto che si finge il conte Max Orsini Varaldo (suo squattrinato mentore) e parte per Cortina, con tutte le dinamiche miseria-nobiltà che si conoscono. Nel 1957 Giorgio Bianchi dirige un secondo Conte Max in cui protagonista è Alberto Sordi e VDS fa il conte squattrinato. Nel 1991 il figlio CDS dirige un nuovo Conte Max in cui lui è anche il giornalaio-finto conte. Nel 1959 poi Sordi e VDS sono protagonisti del prequel riconosciuto dei CP, Vacanze d’inverno, 1959, regia di Camillo Mastrocinque, che racconta ancora una volta le gesta proletarie a Cortina coi soliti plot (interessante che anche Neri Parenti, regista degli ultimi CP, sia stato scomunicato, come VDS).

CDS ha appena finito di girare quello nuovo, di CP, che esce a Natale, «si intitola Colpi di fortuna, sono tre episodi, nel mio faccio un industriale ricchissimo, un Brunello Cucinelli della situazione, che ha saputo resistere alla crisi perché molto superstizioso. Sono in Mongolia per fare affare con dei mongoli, e ho bisogno di un interprete. Ma l’unico disponibile è Francesco Mandelli, famoso per essere uno jettatore tremendo, porta una sfiga micidiale, tanto che nemmeno la sua famiglia lo vuole vicino. Io prima penso che porti fortuna, poi mi accorgo che porta sfiga». Questo, dice CDS, sarà l’ultimo, perché il contratto quinquennale che lo lega al produttore Aurelio De Laurentiis non è stato rinnovato. CDS sogna adesso di fare un altro musical, dopo il successo di Un americano a Parigi: Tributo a George Gershwin Parlami di me. Gli piacerebbe uno spettacolo su «Cinecittà, dalle origini, i telefoni bianchi, alla Dolce Vita, Hollywood sul Tevere, a oggi: in fondo una volta si sognava di entrare in un kolossal, oggi al Grande Fratello, ma alla fine sempre a Cinecittà si sogna di andare». Ma non gli si crede molto. Un CP è per sempre.

Tanto più che CDS non sembra interessato a entrare in un meccanismo di ecologia attoriale alla Pupi Avati: di diventare venerato maestro non gliene importa molto. Di andare a Capalbio all’Ultima Spiaggia, con quell’acqua verdastra, non sembra avere molta voglia, meglio Capri dove è cittadino onorario. Soldi, ne ha fatti tanti. Ed è probabilmente l’attore più famoso d’Italia. Con Pupi Avati pure un film l’ha fatto: era Il figlio più piccolo (2010), in cui faceva un padre imprenditore molto fijo de na mignotta, e chi si aspettava tutto un «sopire, troncare», e un De Sica minimalista e ronconiano è rimasto molto molto deluso, perché lì c’era esattamente la stessa maschera di sempre: il borghesone cinico tutto battute e facce e boccucce, con un sovrappiù di cattiveria (alla fine il padre imprenditore scarica tutte le rogne societarie sul figlio un po’ ritardato e che lo ammira tanto), e addio venerato maestro, benvenuto overacting (e però, un Nastro D’Argento vinto).

Per la cronaca, il CP attuale, con la forma a episodi e il tema dell’oroscopo è il tentativo di rinnovare il CP dopo che il celebrativo Vacanze di Natale a Cortina (il 2011 ha segnato il punto d’arrivo del paradigma. Naturalmente la tentazione della lettura metaforica è forte: il primo CP è del 1983, primo governo Craxi. L’ultimo, 2011, corrisponde al declino del berlusconismo. Su Repubblica Curzio Maltese non si è risparmiato: «il crollo di incassi del cinepanettone di Natale […] è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. Il cinepanettone sta al ventennio berlusconiano così come i «telefoni bianchi» stanno al ventennio fascista. […] Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli anni ’90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme».

Ma è un po’ una semplificazione facile: CDS naturalmente non la accetta. «Quando facevo la pubblicità della Tim in cui ero un vigile urbano, l’Espresso fece un articolo in cui diceva che Amendola, che invece era testimonial della Tre, era di sinistra e io invece di destra, anzi di estrema destra. Di estrema destra. Ma perché? Se faccio il vigile sono fascista? Io faccio il borghese, anche perché fisicamente devo fare per forza il borghese. Non posso fare l’operaio. Ho questa faccia qua, sono alto. Posso fare l’architetto, il dentista. Poi da vecchio farò l’aristocratico, il cardinale, come faceva mio padre. È questione di fisico. Io i borghesi li ho sempre presi per il culo. Parolacciai, misogini, mascalzoni. Non è che io sono fascista e rappresento il berlusconismo, io li prendo per il culo».

CDS difende anche il trentennio cinepanettonico: «È chiaro che drammaturgicamente i CP lasciano il tempo che trovano… è ovvio, sono una serie di scenette così. Però è vero anche che in ognuno ci sono sempre cinque minuti fantastici. Anche in Totò era così. Totò contro Maciste era una grande cacata. Però ci sono quei cinque minuti in cui viene fuori il genio» (e pure in Totò Peppino e la Malafemmina, effettivamente, non si ricordano altri momenti se non la lettera e il colbacco a Milano). Poi c’è pure un problema generazionale; «quelli della mia generazione non avevano paura di far ridere» dice; «non avevamo paura di pigiare l’acceleratore sulla superficialità sulla volgarità sul doppio senso. Oggi se ritengono che sia troppo scurrile pensano “no, non sta bene, io non la faccio”. Ci sono dei comici che lo fanno ancora, come Checco Zalone, e infatti fa il botto. La verità è che gli altri sono dei brillanti, non sono comici. Hanno paura di far ridere, non sta bene. La comicità nasce dalla cattiveria, dalla scurrilità. Per far ridere bisogna essere volgari».

La volgarità è un altro tema interessante. Adesso CDS sta facendo tutto un numero sugli accusatori dei CP che fa molto ridere: «cito a memoria» – va avanti, e fa tutte le facce e le bocche, e praticamente si assiste a un mini-De Sica da camera. Voce impostata, alta: imita Gian Luigi Rondi, «raramente abbiamo assistito a scene di tale volgarità». Risata ampia e affabile. «C’è uno snobismo bestiale», sospira, accasciandosi sul divano. «Certi attori non possono essere presi in certi film. Lino Banfi, che è un genio, da Gianni Amelio non viene scritturato. Non è elegante» (qui fa suo padre nel Processo di Frine). «C’è sempre il regista de sinistra sfigato, incazzato, che va a Venezia, che dice “io Lino Banfi non lo prendo, perché mi spovca il cast”, e qui di nuovo è VDS. «Devi metterci Battiston» (e pronuncia Battistòn con un accento veneto esagerato, e viene in mente “Zartolin, la mutanda”, al maestro di sci eponimo, nel primo Vacanze); «e devi metterci la Rohrwacher», e pronuncia Rohrwacher digrignando i denti e sporgendo in avanti la bocca, e ripete Rohrwacher un po’ abbaiando, come se fosse Rottweiller, e si ride molto.

Certo, la volgarità offre pure una bella lettura metaforica. «Beppe Severgnini sul Corriere della Sera si prese la briga di contare i cazzi in un mio film, non mi ricordo più quale. Centodue, record assoluto dai tempi del sonoro», dice ancora CDS. Qui evoca un pezzo del 2002, dal titolo Cento volgarità nel film di Natale, il cattivo gusto non ha argini. Eppure la deriva parolacciaia del CP era cominciata molto prima: è in Spqr 2000 e mezzo anni fa a cui la critica unanime attribuisce l’inizio della deriva impresentabile, con la famosa battuta: “a Iside, famme una pompa”. «La pompa è stato il momento in cui si è passati oltre. Da quel momento lì il produttore De Laurentiis ha pensato che il successo era dovuto solo a quello, quindi ha puntato molto su quella roba lì e ha dimenticato il resto» (intervista a Carlo Vanzina, contenuta in Fenomenologia del cinepanettone, di Alan O’ Leary, studioso dell’università di Leeds che si è prodotto sul tema. “Un matto”, dice CDS, e in effetti).

Interessante piuttosto notare che Spqr è del 1994. Primo governo Berlusconi. Un parallelo? Cazzate? «Cazzate». Eppure i cortocircuiti tra CP e la realtà ci sono e non sono secondari: racconta CDS che Simpatici e antipatici (1997), da lui diretto, venne ritirato dalle sale. Simpatici e antipatici era un film con una sua importanza documentaristica, dedicato al mondo dei circoli sportivi romani, dove alligna il Generone: raccontava ascesa e declino di un Alberto, avvocato-simbolo di quel mondo lì (cafone, di destra, soldi nuovi, moglie burina), e del suo arresto finale. Interpretato da Gianfranco Funari, tutto una montatura di corno e un gessato. Tutti ritennero che il riferimento fosse al ministro della Difesa Cesare Previti. Il film fu tolto dalle sale. «Non ci avevamo mai pensato, a Previti. Fu un disastro». I cortocircuiti ci sono, dunque, ma forse sono simmetrici: in Spqr, per esempio, quello di “Ah Iside, famme na pompa”, i riferimenti all’attualità sono grossolani e ingenui: il plot racconta della campagna moralizzatrice di un giudice, Antonio Servilio, che sembra Di Pietro; c’è un ultrà della squadra del Mediolanum che si chiama Silvio. E però Iside, quella dello sketch, è egiziana, e il senatore corrotto impersonato da De Sica le mette su casa, una specie di Olgettina, ma siamo nel 1994, vent’anni fa.

Sempre Spqr genera altre sovrapposizioni inquietanti con la realtà: Umberto Bossi, nel 2010, da ministro sosterrà che il celebre acronimo significa Sono porci questi romani, come da tormentone del film. Ancora: nel 2009, il ministero della Cultura concesse la qualifica di “film di interesse culturale” a Natale a Beverly Hills. Poi un altro ministro, Ignazio La Russa, rivelerà che Aurelio De Laurentiis gli propose un cameo «con insistenza» in un suo CP non identificato, ma lui «naturalmente» rifiutò.

Allora forse la lettura giusta è un’altra. Non è che CDS e la sua banda hanno fatto i sociologi, fini o meno fini, in questi anni. È che forse la realtà, disperata, è diventata cinepanettonica. L’illuminazione arriva leggendo l’ultimo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine (Feltrinelli) in cui il giornalista di Repubblica semplicemente “monta” insieme come in un Satyricon ugualmente sbrindellato dichiarazioni e uscite dei politici proprio a partire dal caso La Russa. Da quel “naturalmente” molto sospetto. «Naturalmente un corno» scrive Ceccarelli. «L’ipotesi di studio su cui mi sto perigliosamente esercitando è che, dopo le drammatiche narrazioni collettive dello scorso secolo, la politica italiana si stia trasformando in un cinepanettone». «Ma che non lo vedi Bondi, il ministro» fa CDS accompagnandoci alla porta. «Quello è uguale a Boldi. Separati alla nascita».

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Tra il vero e il falso https://minimaetmoralia.it/cultura/tra-il-vero-e-il-falso/ https://minimaetmoralia.it/cultura/tra-il-vero-e-il-falso/#comments Mon, 20 Jul 2009 09:09:02 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=326 (Pubblicato su Diario di luglio) Incontrare una celebrità per strada mi fa sempre provare una specie di vertigine, come se l’esistenza in carne e ossa dei personaggi fosse un’ipotesi la cui verifica ha la portata di una rivelazione sconvolgente. Quando vedo un personaggio, continuo a guardarlo come per assicurarmi che esista davvero, che non sia un’interferenza dell’etere, l’invasione […]

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(Pubblicato su Diario di luglio)

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Incontrare una celebrità per strada mi fa sempre provare una specie di vertigine, come se l’esistenza in carne e ossa dei personaggi fosse un’ipotesi la cui verifica ha la portata di una rivelazione sconvolgente. Quando vedo un personaggio, continuo a guardarlo come per assicurarmi che esista davvero, che non sia un’interferenza dell’etere, l’invasione di campo di una irrealtà sempre più debordante.

Mi è capitato qualche tempo fa a Milano. Passeggiavo per le strade del centro quando, in prossimità di un semaforo, la persona con cui stavo chiacchierando ha attirato la mia attenzione tirandomi per il braccio. Davanti ai miei occhi Simona Ventura e Stefano Bettarini discutevano a una certa distanza ricreando un equilibrio spaziale perfetto, che li faceva apparire manichini viventi. Non si guardavano in faccia, ma sembravano rivolti verso un pubblico fantasma sfruttando i loro profili migliori. Probabilmente la forza dell’abitudine deve imporgli di trovarsi alla presenza di un osservatore esterno anche quando vanno a fare la spesa, come se la sostanza di cui sono composti trovasse un’unica spiegazione nell’esistenza di uno sguardo.
Come sempre, sono rimasto paralizzato per qualche istante incapace di distogliere gli occhi dall’immagine che irradiavano sull’incrocio. In quell’intervallo ho potuto assistere a quella che nel linguaggio comune viene definita una paparazzata. L’angolo opposto era stato occupato da un fotografo che, in un tempo incalcolabile per la sua brevità, li ha immortalati. Dopo lo scatto, spariti tutti (soggetti e fotografo), come dissolti, volatilizzati, anzi: come se non fossero mai esistiti.

L’incontro sembrava una delle tante dimostrazioni di una celebre frase di Guy Debord, una delle tante massime che il geniale filosofo francese ha dispensato nella Società dello Spettacolo (1967) e, più tardi (1984), nei Commentari, libri che visti dalla nostra distanza – il futuro distopico che stiamo vivendo – sembrano raccolte di profezie già avverate, disegni con un livello impressionante di dettaglio della forma di governo che avrebbe occupato la scena dopo la fine della modernità. “Nel mondo realmente rovesciato”, scrisse quarant’anni fa il fondatore del situazionismo, “il vero è un momento del falso”.

La frase, pur nella sua ambiguità, è in grado di spiegare una quantità di circostanze che riguardano lo spettacolo e le rappresentazioni in genere, ma soprattutto il modo, o meglio la tecnica, con cui certe forme – quelle che si sono imposte come narrazioni di successo – hanno cambiato il nostro modo di vedere le cose. Il massiccio uso della verità, cioè dei suoi simulacri, è diventata la regola nel mondo della finzione. Dal Grande Fratello a Maria De Filippi, passando per decine di altri format, la sfida di qualsiasi autore oggi è usare a proprio vantaggio il potentissimo grimaldello del reale.
L’intuizione di Debord è che l’utilizzo della verità come elemento della finzione sia strettamente collegato al governo dello spettacolo: “Laddove la realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo è reale, […] il vero si riduce a un’ipotesi indimostrabile”. Come si vede, qualcosa di molto più complesso del concetto di trash, il passepartout che i moralisti usano per criticare quella che a tutti gli effetti è l’articolazione di un’ideologia.

videodromeCorpi offerti come cavie allo sguardo dello spettatore. Corpi che si fanno guardare dentro. Corpi che soffrono, piangono di dolore, si prestano alle più cruente torture psicologiche. Sembra proprio che la nuova carne che il regista David Cronenberg mostrava nel 1983 come incubo futuribile abbia preso forma. Videodrome è precisamente un film sulla televisione e sulla potenza devastatrice delle immagini, una specie di trattato teorico sullo statuto dello spettatore condito da illuminanti riflessioni su realismo e verosimiglianza.

Negli anni Ottanta si favoleggiava molto dell’esistenza di un mercato segreto e illegale dedito alla produzione e allo smercio dei cosiddetti snuff movies, film in cui una persona in carne e ossa viene torturata fino alla morte reale. Si diceva che un giro di ricconi occidentali commissionasse questi film a spregiudicate società di produzione che reclutavano (o meglio: rapivano) gli attori in alcuni paesi poveri e sottosviluppati, in particolare paesi del Sudamerica*. In realtà, nonostante numerose inchieste e libri sull’argomento, nessuna prova dell’esistenza degli snuff è stata mai fornita.

Tuttavia in Videodrome, che è solo uno dei tanti film che prendono spunto dalla leggenda degli snuff, Cronenberg coglie la ragione profonda di quest’ossessione culturale. Max Renn (James Woods), viscido proprietario di una tv porno a pagamento, scova un’emittente clandestina che trasmette omicidi e torture reali rimanendone fatalmente attratto e instaurando col segnale un rapporto di dipendenza malsana, fino a scoprire che il segnale stesso è causa di un tumore che gli sta crescendo nel cervello. Il tumore rappresenta in realtà una metamorfosi, la trasformazione di Max Renn da uomo a nuova carne, una specie di estensione fisica dell’irrealtà decisa ad annientare definitivamente la realtà. Nella scena clou, Renn, davanti a un televisore, con gli occhi inchiodati sulle immagini di una donna e della sua bocca – Debbie Harry, cantante dei Blondie – vede l’apparecchio espandersi, gonfiarsi di protuberanze, mentre lo schermo si dilata come un morbido rigonfiamento di sostanza gassosa, con la donna che dice mugolando «Come to me», invitandolo a entrare nella televisione, cosa che Max Renn fa, infilando, letteralmente, la testa dentro lo schermo in un atto di penetrazione sacrificale, con la conseguente contaminazione tra ciò che è al di là dello schermo e ciò che è al di qua. Di qui si ipotizza la nascita – l’invenzione – di una nuova forma di vita, che prende le mosse da questa fusione tra realtà e finzione.

Dopo secoli di messe in scena, secoli in cui lo statuto dello spettacolo rimane, pur con molte varianti, quello della rappresentazione della vita, irrompe il dominio spettacolare della televisione che spinge a sostituire questa rappresentazione con corpi ed emozioni vere. E cosa c’è di più forte di uno spettacolo dove il dolore fisico e la paura sono reali? L’eccitazione che s’impossessa dello spettatore di uno snuff movie, sembra dirci Cronenberg, non è legata tanto alle azioni che si susseguono sullo schermo, a una visione per così dire oggettuale che può essere travisata dalla tecnica degli effetti speciali perché anche il finto se trattato nella giusta maniera può risultare vero, ma alla relazione empatica che egli – lo spettatore – stabilisce con la vittima – l’attore/martire – nel senso che ciò che lo fa eccitare, sessualmente e non, è sapere, avere la certezza, che quella persona non sta recitando, ma urla di dolore.

Tutto sommato è la stessa idea da cui parte Katherine Bigelow per il suo Strange Days (1995) – che a sua volta deve qualcosa a Brainstorm di Douglas Trumbull (1981) – dove il protagonista Lenny Nero (Ralph Fiennes) è un ex poliziotto invischiato nello smercio di una nuova droga, lo squid, una sorta di registratore cranico capace di catturare le emozioni di un soggetto – mentre fa sesso, mentre fa il bagno su una splendida spiaggia caraibica, mentre viene inseguito dalla polizia dopo una rapina, mentre viene ucciso – e di riprodurle a beneficio di un altro soggetto qualsiasi a caccia di emozioni.

Ma questo succede ora: le emozioni di chiunque – le emozioni di cui ci cibiamo in qualità di fruitori – sono la droga più potente e a buon mercato e potenzialmente additiva attualmente in commercio. A cominciare dai reality per arrivare alla pornografia, l’umano è ostaggio della finzione.

snuff-bSul piano letterario la conseguenza più evidente di questo processo è che le narrazioni tradizionali vengono messe in seria difficoltà. Quando si costruiscono storie su un’irrealtà che usa il vero, la finzione pura finisce per essere depotenziata, perché i lettori sono desensibilizzati, assuefatti a una dose di realtà molto più alta. Così, come se gli stessi scrittori non riuscissero più a credere alle loro storie, anche la letteratura contemporanea sembra contagiata da quest’aspirazione alla verosimiglianza, che ha come risultato il successo di due tendenze evidentissime: 1) fare libri di indagine sulla realtà (con l’esplosione del reportage); 2) fare libri il cui protagonista è lo stesso scrittore che sta scrivendo il libro (la cosiddetta autofiction); con la presenza di una terza categoria, con alcuni casi particolarmente noti, dove le due tendenze si fondono. Sembra insomma che quella che Samuel Coleridge definiva la sospensione dell’incredulità – e cioè la volontà, del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche necessaria per godere di un’opera di fantasia – non se la passi tanto bene. Apriamo la pagina di un libro e facciamo fatica a sospendere la nostra incredulità. Le storie suonano false e la magia – che discende direttamente dalla credulità – fa una certa fatica a ingranare. Abbiamo fame di cose vere.

L’autofiction è la risposta più nuova che gli scrittori stanno offrendo alla vampirizzazione del reale. Si sono anche loro – gli scrittori – trasformati in vampiri – vampiri delle loro stesse vite – per esigenze di credibilità. Ed è stato senza dubbio un vampiro di se stesso Bret Easton Ellis, che nel suo ultimo libro, Lunar Park, ha dato il la alla moda dell’autofiction con risultati difficilmente raggiungibili per i lavori che sono seguiti e seguiranno. Le prime trentacinque pagine di Lunar Park sono tra le più potenti (e credibili) che siano state scritte nel nuovo secolo. Esse prendono le mosse da una specie di dichiarazione di intenti, un teorema sul rapporto tra scrittore e realtà:

«Sei una perfetta caricatura di te stesso».
«Questa è la prima frase di Lunar Park, nella sua brevità e semplicità doveva essere un ritorno alla forma, un’eco, della frase iniziale del mio romanzo, Meno di Zero».

«La gente ha paura di buttarsi nel traffico delle autostrade a Los Angeles».
«Da allora le frasi iniziali dei miei romanzi – per quanto ben costruite – sono diventate sempre più complicate ed elaborate, sovraccariche di un’enfasi pesante e inutile sui minimi dettagli».

Chiunque abbia una dimestichezza anche minima con l’autore e la sua opera – la maggior parte dei lettori che si sono trovati di fronte a questo incipit, si suppone – rimane del tutto spiazzato, trascinato in una terra di mezzo letteraria che se da un lato sembrerebbe adottare il canone dell’autobiografia, dall’altro – per esempio da quella prima frase virgolettata «Sei una perfetta caricatura di te stesso» definita dallo stesso autore la prima frase di Lunar Park – lascerebbe intendere qualcosa di diverso: il germe di una costruzione narrativa e simbolica, o quantomeno una parabola metaletteraria. Questa ambiguità stordente caratterizza anche le pagine che seguono, in cui, in sostanza, Bret Easton Ellis ci racconta la sua vita a partire dalla pubblicazione in giovanissima età del romanzo Meno di Zero.

È un racconto mirabolante e allucinato e drammatico e inebriante al quale è impossibile non credere. Questo anche perché i libri che Ellis dice di aver scritto esistono ed esistono anche le persone – Madonna, Basquiat, Jay McInerney – che Ellis incontra o scrive di avere incontrato, e non facciamo nessuna fatica a immaginare certe feste a New York e la fisica spietata del successo.

Tutto vero allora? Oppure nella terra arata dall’autobiografia lo scrittore ha seminato briciole di finzione? Ci capiamo qualcosa in più quando, dal secondo capitolo in poi, la parte romanzesca prende il sopravvento. Allora l’autoromanzo Lunar Park diventa un racconto edipico dell’orrore che ha per protagonista lo stesso Ellis che cerca in vari modi di ammazzare il fantasma di suo padre e che finisce per essere fisicamente minacciato dai personaggi che lui stesso ha inventato, un racconto implausibile e palesemente di fantasia che trae tutta la sua forza, quantomeno in termini simbolici, da quelle trentacinque pagine iniziali, pagine in cui lo scrittore sembra fare qualsiasi cosa, anche la più spregiudicata, per convincere il lettore a sospendere la sua incredulità.

“Mi chiamo Walter Siti, come tutti” è invece l’incipit di Troppi paradisi, guarda caso un romanzo dichiaratamente sulla post-realtà, e soprattutto un romanzo sulla televisione e sui corpi, che si articola come una brillante riflessione filosofica sui concetti di verità e finzione. Questo è il motivo per cui l’attacco si affida a una dichiarazione tanto scontata quanto sconvolgente. Con una frase di sei parole secche l’autore ci apre le porte del mondo in cui vuole trascinarci: il protagonista del libro è l’autore del libro che, per inciso, è anche un uomo come tutti, qualcuno su cui può essersi casualmente acceso il cono di luce di un faro televisivo, il personaggio di un reality show**. D’altra parte il romanzo è preceduto da un’avvertenza che, anche qui, ha la sostanza di un teorema:

Anche in questo romanzo, il personaggio Walter Siti è da considerarsi un personaggio fittizio: la sua è un’autobiografia di fatti non accaduti, un fac-simile di vita. Gli avvenimenti veri sono immersi in un flusso che li falsifica; la realtà è un progetto, e il realismo una tecnica di potere. Come nell’universo mediatico, anche qui più un fatto sembra vero, più si può stare sicuri che non è accaduto in quel modo.

Così, accompagnati dalla voce onnisciente di un uomo che ha visto molta televisione e in televisione ci ha lavorato, ma soprattutto sulla televisione ha ragionato molto e la considera un fenomeno importante, veniamo travolti da un ondata di frequenze, gossip, chiacchiericci, dichiarazioni d’amore, dietro le quinte, sesso a pagamento, e, come detto, corpi, muscoli, carne fino alla nausea, laddove il corporeo è anche più finto e gonfiato dell’incorporeo.

La cosa più interessante è che in tutto questo ammassarsi di frequenze e intercettazioni mentali non dubitiamo mai che tutto quello che Siti ci sta raccontando sia vero, perché il punto – l’idea che Siti esprime con tanta insistenza – è che anche la finzione può accadere. L’esperienza del lettore diventa allora uno strano miscuglio di esaltazione e intossicazione, come se l’unico antidoto al veleno del realismo spettacolare fosse la forza uguale e contraria di una letteratura che per esistere punta tutto sulla credibilità, una letteratura che attraverso le tecniche della credibilità prende il lettore per il bavero della giacca e lo colpisce, lo violenta, lo usa come capro espiatorio nel suo sfogo di rabbia contro il mondo. Siti, e ancora di più Ellis – che ha sempre coltivato nel mimetismo un’ambizione politica – riescono con il loro camaleontismo a rappresentare l’ideologia che regge il governo dello spettacolo, a spiegarne il fascino e, al tempo stesso, a percepirne il male quintessenziato che da esso promana.

nationalgeographicwallpvy4Ma questo non è un affare per tutti. E le decine di libri che sono usciti sulla scia, soprattutto in Italia, sembrano non avere la capacità di contrapporsi al regime dello spettacolo rivoltandolo come un calzino. Essi ne prendono in prestito le tecniche, ma sono spesso riconducibili a una patologica mancanza di ispirazione e ascrivibili al genere della ginecologia letteraria. Laddove lo scrittore che non ha più niente da dire offre la propria vita in pasto al lettore ed esibisce il proprio corpo, le persone che conosce, la propria famiglia, i propri affetti, con la stessa mancanza di dignità di un concorrente qualsiasi. Mettersi a nudo, autoeleggersi capro espiatorio dei peccati del mondo, svelare la propria intimità con afflato sacrificale non significa automaticamente fare letteratura. Ellis e Siti coltivano nella finzione una possibilità di redenzione, non sono vittime della verosimiglianza ma la utilizzano. Se quest’aspetto manca, l’autore che ha scelto l’autofiction come modalità espressiva finisce per fare il ruolo della cavia. Da torturatore del potere diventa torturato, vittima di uno snuff letterario che lui stesso ha contribuito a mettere in piedi. Il suo aspetto finisce per assomigliare a quello di una rana di vetro. Un piccolo animale con la pelle trasparente che non può fare male a nessuno. Può solo essere guardato fin nel più remoto anfratto delle viscere.

*Il collegamento tra snuff movie e Sud-America ha origine probabilmente nel film Snuff (1974) di Michael e Roberta Findlay, il cui slogan promozionale recitava: “Un film che poteva essere girato solo in Sud-America, dove la vita umana vale… zero! “Il film è anche all’origine della leggenda degli snuff. Vi si trova, infatti, una scena di quattro minuti in cui una donna viene orribilmente torturata e mutilata, e che, a detta degli stessi registi, era stata girata dal vero e senza ricorrere ad alcun effetto speciale. Chiaramente la dichiarazione era servita a spostare l’interesse dei media sul film durante la campagna promozionale.

** In realtà la frase è una citazione dell’incipit dell’autobiografia del compositore Erik Satie, «Je m’appelle Érik Satie, comme tout le monde», un ulteriore elemento di complicazione e riflessione, come fa notare Andrea Tarabbia ne Il nostro bisogno di inesperienza #2 sul Primo amore: “[Siti] sembra voler subito prendere le distanze dal se stesso reale mettendosi in bocca le parole di un altro libro, stavolta veramente autobiografico. Il suo narratore comincia citando il libro di un proprio quasi omofono e così facendo si dichiara personaggio fittizio.”

 

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