Bassani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bassani/ un blog di approfondimento culturale Sat, 19 Oct 2019 11:55:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bassani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bassani/ 32 32 Gli agenti letterari https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-agenti-letterari/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-agenti-letterari/#comments Sat, 19 Oct 2019 13:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41413 Giulio Milani segnala una sua microstoria degli agenti letterari, dal nuovo blog letterario della collana Wildworld di Transeuropa https://www.wildworld.cloud/ La foto allegata al pezzo è di Michela Bin *** Gli agenti letterari di Giulio Milani Gli agenti letterari, nel nostro paese, si sono diffusi con più forza soprattutto a partire dagli anni novanta e per […]

L'articolo Gli agenti letterari proviene da Minima et Moralia.

]]>
Giulio Milani segnala una sua microstoria degli agenti letterari,
dal nuovo blog letterario della collana Wildworld di Transeuropa

https://www.wildworld.cloud/

La foto allegata al pezzo è di Michela Bin

***

Gli agenti letterari

di Giulio Milani

Gli agenti letterari, nel nostro paese, si sono diffusi con più forza soprattutto a partire dagli anni novanta e per motivi ben precisi. Prima c’era solo il leggendario Erich Linder, che lavorò per l’Agenzia Letteraria Internazionale fin dal 1950. Non aveva rivali, a parte pochi concorrenti, ed ebbe l’innegabile ruolo di imprimere un’accelerazione negli anni sessanta/settanta, quando «il sistema editoriale stava completando il passaggio definitivo dall’artigianato all’industrialesimo».[1] Per lui, la produzione di libri non faceva parte di un otium disinteressato da sistema gentilizio, quanto di «un negotium, un lavoro produttivo qualificato, da inserire nel mercato librario e da remunerare in misura adeguata ai profitti che l’editore possa ricavare».[2] Una rivoluzione culturale, dunque, e per certi versi una bestemmia, nel tempio umanistico che ha sempre visto il letterato estraneo ai fini di lucro e ha imposto l’ideologia rentier del «vissi d’arte, vissi d’amore» anche alla civiltà urbano-borghese. L’egemonia di Linder era dovuta al fatto di operare, con criteri capitalistici internazionali, in un mercato ridotto ma d’improvviso aperto alle novità come quello italiano del secondo dopoguerra. Già nel ’58 amministrava settemila autori; nel ’79, diecimila. Sul suo tavolo si rovesciava una media di duecento titoli nuovi la settimana, ma i suoi principali clienti resteranno quasi sempre autori stranieri: nel novero degli italiani troviamo nomi come Leonardo Sciascia, Giorgio Bassani, Riccardo Bacchelli, Mario Soldati, Elsa Morante, Alberto Arbasino, Romano Bilenchi. Dunque parliamo di un agente letterario che operava soprattutto per la cosiddetta «editoria di cultura»[3] e per il mercato estero: era difficile, improbabile, che potesse rappresentare un autore esordiente o poco conosciuto in Italia, poiché il suo obiettivo era quello di vendere all’estero i diritti di autori nazionali affermati, mentre il vero scouting consisteva nella ricerca di autori stranieri da proporre sul mercato interno: qui, tutto all’opposto di quanto accadeva con gli autori nazionali, Linder lavorava coi meno conosciuti, visto che quelli affermati li trattava direttamente l’agente straniero con l’editore italiano. Fino ai sessanta le pratiche per l’acquisizione e la traduzione di opere straniere erano in generale lunghissime, macchinose, affidate esclusivamente agli editori – che di solito erano nel contempo proprietari, gestori, e direttori editoriali della casa editrice, tre funzioni oggi per lo più divise – e prive di grosse garanzie, per tutte le parti in rapporto. Poi arriva Linder e il cambiamento ha inizio. Con il portafoglio di autori internazionali che acquisisce man mano, ha la forza contrattuale per condizionare gli equilibri italiani. Arriverà a controllare il 7 % del mercato e perfino a stabilire i ruoli culturali di ciascun editore: la Mondadori per i best seller di grande livello, come Gallimard in Francia; Rizzoli per la letteratura medio-bassa; Adelphi ed Einaudi per le cose più raffinate; Feltrinelli per le pubblicazioni di sinistra. Otteneva il rispetto delle consegne, non sempre gradite, grazie al suo potere, ossia un misto di seduzione e deterrenza, che rendeva il suo ruolo non dissimile da quello che svolge oggi la promozione, e in parte la distribuzione: l’«editore ombra». Il settore, d’altronde, in Italia era costituito da tre o quattro grossi gruppi a conduzione familiare – ovvero compagini assai fragili anche in rapporto alla continuità d’impresa transgenerazionale, vecchio problema dell’imprenditoria italiana – in alcuni casi eredi di imprese economiche più floride, come i Feltrinelli; per il resto, lo popolavano famiglie di librai-stampatori-editori che avevano fatto fortuna con le bancarelle da ambulanti o le tipografie, come da tradizione lunigianese.[4]

Dall’altra parte della barricata non c’erano solo gli editori, ma anche un intero apparato di «letterati editori»[5] che costituiva il nucleo pensante di una trasformazione avvenuta un secolo prima, quando l’intellettuale borghese scoprì l’industria editoriale e vi individuò il mezzo per portare avanti la propria «missione letteraria» e non sfigurare davanti alla dignità del nobile, che col lavoro in generale non si sporcava, figuriamoci con un ripiego. Bisognava vivere di sola scrittura, per essere dei veri scrittori, e nello stesso tempo rinunciare alla «sirena del mercato» che ottunde «la musa dell’ispirazione», secondo la nota espressione crociana. Un bel dilemma. Che venne appunto risolto con un compromesso alla Papini: entrare nell’industria editoriale, magari fondando una casa editrice alternativa a quelle commerciali, sul modello Gallimard, e manovrare da lì.[6] Vittorini, Pavese, Sereni, Calvino, non sono solo i nomi di una stagione irripetibile della ricerca letteraria in Italia, ma anche l’emblema di un modo di «perseguire la missione» con altri mezzi di mantenimento, quelli editoriali. In questo ecosistema esilissimo, fatto di autosfruttamento, diritti mai pagati, autori e traduttori che vivono ai limiti della povertà, come nel romanzo La vita agra di Luciano Bianciardi, o che vivono di altri proventi perché dalle royalties dei propri libri non ricavano nulla, Linder si inserisce con la grazia di un carro armato. Lo scopo è nobile, nobilissimo: proteggere gli autori dalla posizione di potere dell’editore, sopperire alla difficoltà degli editori italiani nel vendere i diritti dei propri autori all’estero e aiutarli nella ricerca di nuovi titoli stranieri da vendere in Italia; garantire all’autore condizioni contrattuali favorevoli dal punto di vista economico e sotto il profilo della carriera letteraria. Il problema è che il potere, in questo modo, non passa dall’editore all’autore, ma dall’editore all’intermediario. Le competenze degli autori in fatto di industria editoriale, d’altra parte, non sono mai state il massimo, allora come oggi, e diventano pressoché inutili quando sei disposto ad accettare qualunque capestro pur di accedere alla pubblicazione presso un catalogo di rilievo. Dunque la rivoluzione, grazie a Erich Linder, riesce solo a metà: gli stessi editori inizieranno a consigliare agli autori di mettersi nelle sue mani per evitare controversie – il che dimostra la natura complementare, non dialettica, dell’agente letterario rispetto alle esigenze del mercato – e nel frattempo il potere decisionale di Erich Linder cresce in modo esponenziale: già nel 1955 coordinerà l’operazione, tra Mondadori ed Einaudi, diretta a scongiurare il tracollo finanziario di quest’ultima.[7] Di qui l’epiteto di «Metternich della letteratura».[8] Nel decennio successivo, raddoppia il numero di famiglie in cui si leggono libri e triplicano le spese per cinema, giornali e periodici. Sono gli anni del “boom economico”, che segna anche per il mercato del libro un incremento del 43,4 % solo dal ‘56 al ‘60.

Nel 1983, alla morte di Linder, la situazione è di nuovo in una fase di passaggio. All’estero è il momento delle multinazionali, che fanno incetta di grandi marchi «pur senza sapere esattamente cosa farne. E anche qui da noi il pericolo acquistava sempre maggiore attendibilità via via che s’infittiva l’avvento, nelle case editrici a conduzione familiare – ora a sconquasso societario – dei manager delle industrie che presumevano di salvarle».[9] Con l’ingresso dei manager nella gestione del conto economico editoriale, le strategie prevedono l’impiego sempre più spinto della pubblicità e quindi l’investimento sicuro sul nome noto e sul tema di successo – oggi, addirittura, propagandano il “quorum di sbarramento” per i soli libri da cinquemila copie in su di fatturato –, producendo così un’immediata contrazione dei margini di ricerca, che viaggiano da allora in avanti sempre più sulle frequenze dell’epigonalità e dell’omologazione. Il sistema editoriale, in quegli anni, è destinato a cambiare radicalmente. Pier Vittorio Tondelli si inventa e dirige la collana “Mouse to mouse” per Bompiani e lavora con Elisabetta Sgarbi alla rivista Panta, ma un progetto come le antologie di esordienti Under 25 riesce a realizzarlo solo con Transeuropa (gratuitamente, se si eccettua il regalo di un paio di Mac dismessi), e siamo nel 1986. Ora, Tondelli era figlio di piccoli commercianti, laureato al Dams, non aveva rendite e non faceva l’insegnante né il giornalista, anche se aveva tentato alcune collaborazioni: rappresenta una figura emblematica, per il suo desiderio di vivere di scrittura e per la sua nozione di impegno non ideologizzato, non diversa da quella di Luciano Bianciardi nei sessanta. Tondelli ha ripreso gli argomenti che di seguito trovate esposti anche in alcune celebri pagine di Camere separate (p. 93 e sgg. dell’edizione tascabile Bompiani), dove il protagonista, lo scrittore esistenzialista/proustiano Leo, si rimproverava per aver ottenuto determinati oggetti di cui si era circondato nel tempo vendendo la sua scrittura, le sue parole, a questa o a quella rivista, a questo o a quell’editore. Vi invito a (ri)leggerlo con attenzione perché riprende e risponde a polemiche cicliche. Potreste infatti divertirvi a incrociare questo brano di Franz Krauspenhaar del 2008 con quanto Tondelli sosteneva, ancora e ancora, al convegno di Ancona “Narratori ’90”:

«Poiché infine cos’ha voluto fare, questa nostra generazione, questo gruppo di narratori degli anni Ottanta? Credo, innanzitutto, che abbia voluto riscoprire la figura dello scrittore puro. Cioè la figura e il ruolo d’una persona che ha scelto di vivere scrivendo e che, in certa misura, vuole persino dar conto di tale scelta nei propri libri. Vivere, scrivere e raccontare. Vivere, scrivere e raccontare non certo ricercando posizioni di potere nei giornali, o all’interno delle accademie, dentro le nostre università… Vi sto parlando di una cosa che tutti voi conoscete. Vi sto parlando di questo scrittore più o meno giovane che innanzitutto sta cercando di mantenersi col proprio lavoro. Ebbene, questa a mio giudizio è una delle cose che ultimamente da più fastidio a una certa critica – gli ultimi del Gruppo 63 e alcuni altri ancora. Una certa critica che dice “dopo di noi il romanzo è morto!”, e alcuni altri che dicono “i veri romanzi del nostro Paese li sta scrivendo il Censis!” e non accettano, e non accetteranno tanto facilmente che dopo un paio di decenni da determinate prese di posizione, ci siano dieci o venti o trenta persone che guarda caso proprio riprendono a scrivere romanzi. Dieci o venti o trenta persone che, guarda caso, hanno anche un pubblico, non solo degli editori disposti a portare avanti il loro lavoro, ma anche un pubblico che li segue e permette loro di vendere dei libri, di provare a vivere di questo mestiere. Quando Sanguineti dice che per lui e i suoi amici del Gruppo 63 sarebbe stato un insulto scrivere anche solo una pagina da cui i produttori di Hollywood o Cinecittà avrebbero potuto trarre lo spunto per un film – con tutto che Sanguineti ha scritto un romanzo bellissimo come “Capriccio italiano” ed è un intellettuale che personalmente stimo… Ce ne sarebbero, voglio dire, di elementi su cui discutere. Questa nostra generazione, nel bene o nel male, persino nell’apparizione d’una certa fatuità, ha avuto il merito di rimettere in gioco l’idea del romanzo – una fra le tante o mille idee di scrittura romanzesca, noi l’abbiamo rimessa in gioco. I generi letterari, per esempio. La ripresa dei generi. Il noir, per esempio. Chandler e altri vecchi e ironici maestri ancora. Ossia ha rimesso in gioco una scrittura romanzesca volta a volta ironica, di citazione, oppure, tramite altri giovani narratori e amici che oggi vedo seduti in questa sala, una scrittura romanzesca d’impianto eminentemente realistico.»[10]

Per concludere, sprovvisto di una rete di protezione economica, politica o religiosa in caso di insuccesso o malattia, così Tondelli raccontava il suo modo di stare a galla nonostante fosse un autore affermato:

«C’è stato un periodo nella mia vita in cui era abbastanza consueto che una mattina prendessi un aereo, partecipassi a una conferenza e me ne tornassi a casa con un po’ di soldi. Lo stress era notevole, ma in caso di difficoltà funzionava. Ultimamente, a dicembre, sono stato a Marsiglia. Ho chiesto cinquecentomila lire per un mio intervento. La signorina che doveva curare l’incontro fra me e gli altri scrittori mi fece capire al telefono che forse non era il caso. Disse proprio questo: “In fondo essere pagati per parlare di se stessi…” Io replicai: “Lei non sa quanto mi costi e quanto poco mi interessi.” Lei disse: ”Proverò.” Il giorno dopo, la responsabile della libreria telefonò, dicendo che mi avrebbe dato il denaro e che comunque non le sembrava giusto negarlo agli scrittori che non l’avevano richiesto. E così tutti si sono trovati con questa somma, anche la coordinatrice. Dovrei fare il sindacalista, no? Penso che sia una forma di ipocrisia, di cattiva coscienza e di maleducazione pretendere un intervento spontaneo da parte di uno scrittore. Quello dello scrittore non è un lavoro che rende. E la miseria, la povertà non sono condizioni feconde per scrivere.»[11]

I problemi sono gli stessi di oggi e soprattutto la possibilità di vivere di scrittura rimane un fatto altrettanto raro e complesso. Ma Tondelli, per quel che qui importa, non aveva un agente letterario. Si è sempre affidato ai consigli del suo primo editor in Feltrinelli, Aldo Tagliaferri, con cui rimase in contatto, anche epistolare, all’incirca dal 1978 al 1989, quindi ben dopo il passaggio da Feltrinelli a Bompiani. Poi, negli anni novanta, anche la distribuzione si adegua al cambiamento industrialista, a partire dalle librerie di catena Feltrinelli, che sostituiscono la competenza del librario alla Romano Montroni con il turn over delle novità imposte dall’alto, secondo criteri economicisti.[12] Per chi, tra gli autori, abbia bisogno di rimpolpare gli esigui e incerti guadagni editoriali è sempre aperta la possibilità di collaborare con gli editori nella veste di direttori/curatori di collana e traduttori, ma questi spazi si vanno riducendo perché i grandi marchi preferiscono appoggiarsi sempre più a figure interne, allevate in house e meglio controllabili. Se insomma la distribuzione si allinea sul sistema della catena di montaggio delle novità, la produzione sviluppa il funzionariato editoriale, che è un tutt’uno con l’esigenza di specializzare le competenze e liberarsi di ogni mancipio intellettuale per guardare al mercato in piena autonomia. Per una forma di bilanciamento naturale – ossia per dare prestigio ai propri cataloghi e pescare nelle riserve abbandonate dai più grossi – le direzioni di collana si moltiplicheranno, invece, presso la piccola editoria di ricerca. Se ci fate caso, la situazione è ancora questa: solo la piccola e media editoria letteraria presenta ancora collane con una direzione, i gruppi editoriali più importanti hanno (ereditato) le collane ma con nessuna figura di prestigio al vertice. Gli autori, invece, si reinventano il più delle volte come maestri di scrittura creativa, conferenzieri, direttori di festival, personaggi tv, oltre a ricoprire le “vecchie”, tipiche mansioni del «letterato editore»: editor, traduttore, lettore di manoscritti, ufficio stampa e commerciale.

Negli ottanta, quando i salotti letterari han perso la loro forza di persuasione (e quindi di intermediazione) nei confronti degli editori – l’ultimo caso noto di cooptazione, in termini emblematici, è quello di Andrea De Carlo – le strade per accedere a una pubblicazione di rilievo sono cresciute di numero, ma anche di complicazioni. In primo luogo, il ruolo e la funzione dei salotti letterari si va spacchettando: da una parte c’è l’apprendistato letterario, che può avvenire grazie ai buoni uffici di un editor, di una rivista di autori, di una scuola di scrittura o di un agente letterario con le relative competenze; e poi c’è l’intermediazione editoriale vera e propria, che consiste nel trovare il contatto giusto per presentare il proprio lavoro a un editore: oggi questa funzione può essere svolta dal sistema sempre più diffuso delle pubbliche relazioni, dove un qualunque addetto ai lavori può rivelarsi il gancio per essere presi in considerazione. Gli spazi di pubblicazione sono amplissimi, al contrario di quanto si dice, rispetto al passato, e se è vero che il livello d’istruzione complessivo ha prodotto una forte concorrenza, il problema, oggi come ieri, non è pubblicare, ma trovare un pubblico. E l’agente letterario, da questo punto di vista, non cambia la sostanza della questione: esattamente come Linder, inizierà a rappresentare un autore solo quando l’autore abbia già trovato un pubblico, altrimenti domanderà un compenso anche solo per leggere il manoscritto – a Milano, intorno ai 490 euro per fare la lettura delle criticità di un libro di duecento pagine, a cui segue un cortesissimo rifiuto. Dunque la “scelta” dell’agente letterario non è mai tale: il più delle volte è possibile solo quando il numero di pubblicazioni, il valore del nome, il venduto dei libri o la vendibilità di una determinata storia o di un determinato genere fanno crescere le quotazioni di un certo autore – anche all’improvviso, come nel caso del proposal de Le otto montagne di Paolo Cognetti, messo all’asta dall’agenzia Malatesta, narra la leggenda, prima ancora che il libro venisse scritto (ma non pensate di poterlo emulare: prima di fare un’asta solo su proposal dovete avere il curriculum di pubblicazioni di Cognetti e la relativa affidabilità di esecuzione). In questo senso, trovare un agente letterario quotato – ossia in possesso di un portafoglio clienti di rispetto, che ne strutturi la forza contrattuale – ha lo stesso grado di difficoltà, per un autore esordiente o emergente, che trovare la via della pubblicazione per un editore di rilievo. Anche perché l’uno, come si è visto, è l’altro nome dell’altro, legati come sono da un rapporto di complementarietà industriale. E nel frattempo, l’autore che fa, come vive? Il più delle volte, si trova un lavoro di ripiego. Insegnante, molto spesso, specie se laureato nel comparto umanistico, oppure giornalista; impiego che nel 2019 come nel 1919 «non risolve la dicotomia artista-puro/lavoratore-intellettuale», ma può soddisfare dal punto di vista economico e soprattutto può ancora «far intravedere la possibilità di recuperare quel ruolo di maître à penser»[13] che l’avvento di una società industrializzata ha fortemente appannato. Qualunque altro lavoro trasformerà invece l’autore, spesso e alla lettera, in un cosiddetto “scrittore della domenica”:[14] scriverà prevalentemente nei ritagli di tempo, e magari manderà i manoscritti alle case editrici durante le festività, quando gli uffici sono chiusi. In questa condizione, quella dell’agente letterario rappresenta l’ultima delle preoccupazioni.

Se invece l’autore ha già pubblicato, sta pubblicando, comincia ad avere un pubblico, è utile o no trovarsi un agente? Io direi che è utile se l’autore ha bisogno di soldi (ma non è disperato, i disperati non vengono presi in considerazione per statuto) o intende sfidare la lotteria del successo con qualche numero. O più semplicemente se l’autore, per cultura, per genere letterario, per ambizione, fa propria un’ottica mercantinzia o semi-imprenditoriale del suo lavoro (nessun imprenditore serio potrà mai occuparsi di editoria letteraria, sia chiaro, né si potrà mai considerare l’arte un lavoro, visto che è un lusso da privilegiati). In tutti gli altri casi, meglio proseguire come si è fatto fin lì. Anche perché l’agente letterario, in generale e salvo eccezioni, persegue un interesse economico e dunque cercherà di ottenere dall’editore sempre il massimo possibile per ritagliarsi la propria percentuale – di solito, intorno al 20 % – ciò che può mettere in seria difficoltà l’autore, al giro successivo, nel caso il venduto non abbia rispettato le profezie di autoavveramento dell’agente. Sempre più raro, infatti, e proprio a causa della specializzazione del mercato, è trovare agenti che abbiano le competenze o la sensibilità intellettuale (la prudenza?) per accompagnare l’autore non solo o non tanto all’acquisizione del contratto più profittevole, ma soprattutto nel pensare i libri e nello scegliere l’editore più adatto quando si apre la possibilità di una carriera.

 

Note al testo

  1. Vittorio Spinazzola, “Erich Linder. Un intellettuale di tipo nuovo” in L’agente letterario da Erich Linder a oggi, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2004, p. 17.
  2. Ibidem.
  3. L’«editoria di cultura» appartiene a una stagione ormai pressoché tramontata, che risale all’epoca della militanza politica, religiosa o del mecenatismo. L’editoria di cultura è un’editoria che vive del «lavoro benevolo» del militante oppure del sostegno di un «committente illuminato e munifico». Ciò che gli sopravvive è la cosiddetta «editoria letteraria» (seguo Gian Carlo Ferretti e la sua Storia dell’editoria letteraria in Italia dal 1945 agli anni duemila). L’editoria letteraria fa ricerca, continua a fare ricerca, per certi versi è quasi favorita nella ricerca dal fatto che l’editoria generalista o commerciale non la fa più o la fa sempre meno, ma ha comunque il problema di doversi confrontare col mercato. Con la follia di un mercato costituito ormai quasi al 60 % da catene librarie che appartengono alla grande distribuzione organizzata (GDO), mentre le librerie indipendenti calano di numero o perdono quote di mercato ogni anno. Per fare un esempio: qualche tempo fa Feltrinelli ha lanciato un nuovo, rivoluzionario franchising, il Feltrinelli Point, con lo scopo di consolidare e accrescere le posizioni ma anche di resistere sul territorio allo strapotere di Amazon, l’altro grosso corno del mercato librario: con un fee d’ingresso molto contenuto, 20.000 euro, un libraio indipendente in difficoltà poteva trasformare la sua libreria storica in un Feltrinelli Point ben attrezzato, che con 150 mq di superficie avrebbe garantito un minimo di 500.000 euro di fatturato lordo all’anno, ovvero all’incirca 150.000 euro di incassi. Nel frattempo, Amazon ha continuato a crescere tanto da proporsi ormai come un editore, un promotore e un distributore alternativo all’intero sistema tradizionale, che quest’anno ha segnato il 3,8 % in più proprio grazie ai fatturati di quel colosso: un incremento, solo nel comparto librario, del 200 % l’anno scorso, del 40 % quest’anno).
  4. Barion, Fogola, Galleri, Ghelfi, Giovannacci, Maucci, Lazzarelli, Tarantola: questi erano i nomi delle principali famiglie di editori e di librai che si diffusero in Italia, tra otto e novecento, lavorando a stretto contatto con Bietti, Rizzoli, Garzanti, Mondadori, Hoepli, Dall’Oglio-Corbaccio, Lucchi e Salani. Nel 1471, a Fivizzano, in Lunigiana, nasce una delle prime tipografie a caratteri mobili in Italia, a quindici anni dalla prima edizione della Bibbia di Gutenberg. Jacopo da Fivizzano, prima da solo e poi coi figli Alessandro e Battista, nel giro di tre anni mette alle stampe, tra le altre, le Bucoliche, le Georgiche e l’Eneide di Virgilio, il Catone maggiore di Cicerone, le Satire di Giovenale, la Congiura di Catilina di Sallustio. Da un paese di settecento persone con ottantasei laureati, prende il via la più incredibile mutazione antropologica che sia mai stata raccontata: da contadini a venditori di pietre, da venditori di pietre ad ambulanti e poi contrabbandieri di libri; nell’arco di due secoli, nella vicina Pontremoli si sviluppa un’emigrazione coordinata che farà dei paesi di Montereggio, Parana e Mulazzo il cuore di un contagio libresco senza precedenti. Come fece, un’intera generazione di contadini senza istruzione, a trasformare il libro in un oggetto di culto anche tra larghi strati di una popolazione che non sapeva leggere né scrivere, potrebbe essere il tema di un libro a sé.
  5. Seguo la definizione di Alberto Cadioli e del suo Letterati editori. Attività editoriale e modelli letterari nel Novecento, il Saggiatore, n.e. 2017
  6. «Secondo alcune indagini, il 70 % degli intellettuali italiani nati tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX esercitava la professione di insegnante, il 20 % viveva di rendita, il 10 % era in una certa misura inserito nella produzione editoriale. […] Sarebbe interessante raccogliere tutte le dichiarazioni di avversione alla carriera scolastica dei letterati italiani del primo Novecento, che implicitamente rivelano l’aspirazione a un altro lavoro. […] Un lungo articolo di Benedetto Croce sulla scelta di lavoro dei neolaureati (“I laureati al bivio”) ripropone, sulla Voce del 4 febbraio 1909, l’interrogativo “scuola o giornalismo?” […] La posizione di Croce presuppone un intellettuale “separato” dai problemi di quella realtà quotidiana a cui si rivolge in toto il giornalista: “Il contatto troppo diretto con gli interessi degli uomini e con la lotta della vita attutisce la virtù contemplativa e riflessiva,” scrive infatti Croce, nello stesso articolo. […] Ed è tuttavia di Borgese il giudizio: “Il giornalismo è infamante, il professore ridicolo.”» Alberto Cadioli, op. cit., pp. 56-59.
  7. Prima Giulio Einaudi cede le edizioni scientifiche e la “collana viola” al suo redattore Paolo Boringhieri, e poi stipula con Arnoldo Mondadori, sostenuto da altri finanziatori, un accordo per cedergli buona parte del proprio catalogo in edizione economica Mondadori e Saggiatore: operazione che non solo consacra Linder nel suo ruolo di influente «matchmaker», secondo la definizione di Inge Feltrinelli, ma che anticipa il destino della casa editrice torinese e produrrà il seme dei futuri Oscar Mondadori, probabilmente l’operazione commerciale più importante della moderna editoria italiana.
  8. Per esperienza personale, cinquant’anni più tardi, posso testimoniare che l’alleanza o l’amicizia tra un editore e un agente può fare la fortuna di entrambi, come nel caso di Gianluca Foglia e Roberto Santachiara, ma anche compromettere, ostacolare o semplicemente ritardare la divulgazione di un’opera, come Nicola Crocetti con Luigi Bernabт e l’eredità di Anne Sexton.
  9. Oreste del Buono, L’agente letterario da Erich Linder a oggi, p. 41.
  10. Tratto da Pier Vittorio Tondelli. Un ritratto a memoria, Andrea Demarchi, Cattedrale, 2007, p. 14 e sgg.)
  11. Tratto da “Un momento della scrittura” in L’abbandono, Bompiani, 1993. Il brano “Un momento della scrittura”, comparso postumo nel libro L’abbandono, è stato datato dall’autore 1988, ovvero è coevo alla stesura di Camere separate (pubblicato nel 1989).
  12. Dunque l’iperproduzione è uno dei problemi con cui l’editoria comincia a fare i conti, a partire dagli anni novanta. La causa di questa iperproduzione non sta tanto (o non sta solo) nella presenza di moltissimi scriventi – d’altra parte questa è l’epoca dell’università e della comunicazione di massa – quanto nella struttura dei modi della distribuzione, su cui si plasmano anche i modi della produzione: «L’industria del libro non è un’industria, è un anti-industria» ricorda lo stesso Linder, in un articolo apparso su “Pubblico 1981”. «Ogni industria che meriti questo nome indirizza i propri sforzi a produrre il minor numero possibile di prodotti, nel maggior numero possibile di esemplari di ogni singolo prodotto. L’industria editoriale fa l’esatto contrario: il massimo numero di prodotti, con una produzione unitaria minima.» Questo impianto rischiosissimo anche in termini di “individuazione del consumatore” e quindi di previsione del risultato, ovviamente, con l’aumentare della produzione paga in termini di qualità: il prodotto dovrà omologarsi secondo lo standard del più vendibile, che corrisponde alla sequela del più venduto. La GDO, da questo punto di vista, chiede all’editore di produrre il libro che vende di più, che ha “funzionato” meglio, determinando un’omologazione epigonale della produzione. «Gli editori non scelgono più i bei libri sperando che vendano, ma i libri che vendono sperando che siano belli» recita il Manifesto TQ sull’editoria. Se poi si pensa che nel nostro paese i maggiori gruppi distributivi e i maggiori gruppi editoriali spesse volte coincidono, costituendo un oligopolio di concentrazioni verticali (proprietà delle reti distributive) e orizzontali (proprietà dei marchi storici) che rappresenta il 91 % dell’offerta libraria, si comprende come mai lo spazio per la produzione indipendente, per la produzione non omologata, per la produzione di ricerca, così come quello delle librerie indipendenti, sia ormai ridotto a numeri da riserva indiana e minacciato da ogni lato.
  13. Alberto Cadioli, op. cit., p. 58.
  14. Anche Carver lo era; solo, non ha incontrato un agente letterario ma un editor, Gordon Lish, che ha fatto la sua fortuna.

 

 

L'articolo Gli agenti letterari proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gli-agenti-letterari/feed/ 2
Pasolini, Roma – terza parte https://minimaetmoralia.it/cultura/pasolini-roma-terza-parte/ https://minimaetmoralia.it/cultura/pasolini-roma-terza-parte/#comments Sat, 03 May 2014 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20432 Qui la prima e qui la seconda parte.

In quegli anni, a Roma: una società letteraria e giudiziaria; a cena alla trattoria Romana in via Frattina o da Cesaretto a via della Croce, con Parise e Gadda, e inaugurazioni di Guttuso con presente Togliatti; una lettera di PPP alla mamma datata 29 gennaio ’55, per sapere se si può invitare a mangiare a casa Elsa Morante con Moravia e forse anche i Bassani, e “saremo nello stesso numero di quando son venuti i Longhi”, e vediamo  se mamma ha voglia di cucinare ancora.

Ma poi: lettere disperate di PPP all’editore Garzanti, cercando di mettere insieme i testimoni per il processo a Ragazzi di vita, che però si tiene il 4 luglio ’56, data pessima: Gianfranco Contini si scusa ma è in sessione di laurea, Ungaretti forse non può, c’è la finale del premio Strega.

L'articolo Pasolini, Roma – terza parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
timthumb

Qui la prima e qui la seconda parte.

In quegli anni, a Roma: una società letteraria e giudiziaria; a cena alla trattoria Romana in via Frattina o da Cesaretto a via della Croce, con Parise e Gadda, e inaugurazioni di Guttuso con presente Togliatti; una lettera di PPP alla mamma datata 29 gennaio ’55, per sapere se si può invitare a mangiare a casa Elsa Morante con Moravia e forse anche i Bassani, e “saremo nello stesso numero di quando son venuti i Longhi”, e vediamo  se mamma ha voglia di cucinare ancora.

Ma poi: lettere disperate di PPP all’editore Garzanti, cercando di mettere insieme i testimoni per il processo a Ragazzi di vita, che però si tiene il 4 luglio ’56, data pessima: Gianfranco Contini si scusa ma è in sessione di laurea, Ungaretti forse non può, c’è la finale del premio Strega. Poi però, in tribunale, parterre sempre più importanti: Moravia Morante Betti Maraini nel ’63 a testimoniare per la querela al film La ricotta; qui, condanna in primo grado a quattro mesi con condizionale, e addirittura un moviolone gigante in mostra, sembra una falciatrice da trattore o un vogatore, il pubblico ministero Di Gennaro sta seduto dietro, in toga, pare in consolle, al Palazzaccio di piazza Cavour, commenta le accuse scena per scena. Mentre PPP, invece, scrive un memoriale di difesa: là le corna hanno significato apotropaico, lì la bestemmia ha valore artistico, qua l’attore quando rutta in croce non è che rutti proprio, «è in realtà un singhiozzo».

Comunque, una parete di processi, qui esposti e ricordati da un muro di articoli d’epoca o tazebao; al 1949 al 1977, fin oltre la morte del poeta. Cento tra denunce querele e udienze: per corruzione di minore, omosessualità, vilipendio alla religione, oscenità, turpiloquio. Una vera e propria persecuzione, e con poca agibilità politica, e niente servizi sociali. Accuse anche postume, e mitomaniache: il processo per Salò va avanti per due anni dopo la morte dell’imputato; mentre nel 1961, addirittura accusa di rapina a una stazione di servizio al Circeo, armato di pistola «con proiettili d’oro».

Continua a leggere sul sito di Studio

L'articolo Pasolini, Roma – terza parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/pasolini-roma-terza-parte/feed/ 2
Intervista a Giorgio Montefoschi https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/#comments Thu, 20 Feb 2014 15:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18644 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant'anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, "impiegatizia" dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali - La casa del padre - esattamente vent'anni fa vinse il Premio Strega. L'ultimo esce oggi, s'intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

L'articolo Intervista a Giorgio Montefoschi proviene da Minima et Moralia.

]]>
giorgio-montefoschi

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant’anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, “impiegatizia” dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali – La casa del padre – esattamente vent’anni fa vinse il Premio Strega. L’ultimo esce oggi, s’intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

Dice che è il suo libro più autobiografico e che gli è costato troppo e ora la mattina non può rimettersi a scrivere e soffre il vuoto e la vita monacale a cui si è costretto senza sceglierla. Forse allora partirà. Forse per l’India, il paese che ama di più. O dovunque possa trovare un po’ di pace. Perché lui non ne ha affatto. Del resto non è come lo descrivono – ripete – solo perché legge ogni giorno la Bibbia e s’interroga costantemente sulla fede che non riesce a trovare. È inquieto, aspetta il giudizio dei lettori con l’ansia con cui vive il tempo, la stessa ansia dei suoi personaggi e in particolare di Ernesto Chiarini, protagonista di questo libro “trasgressivo, perché oggi una storia di amore lunga una vita intera è una storia trasgressiva”. Ma l’amore che Ernesto ha conosciuto, rincorso e custodito con gelosia, in realtà è eterno, dura più della vita stessa, era iniziato prima e continuerà dopo, è l’amore più grande che si possa immaginare, e apre le porte al mistero con cui Montefoschi tenta di fare i conti da sempre, sempre fallendo – dice lui – “perché il mistero è destinato a rimanere tale”.

È per questo che i suoi personaggi sembrano sempre sporgersi su qualcosa che non possono afferrare?

Proprio così. Si sporgono. Io metto uomini apparentemente irrilevanti di fronte al mistero e cerco ogni volta di accompagnarli ma poi c’è solo il vuoto. Io, del resto, quando scrivo, se posso non dico. In questo libro il momento più importante arriva con una carezza che il protagonista dà a suo nipote. In quella carezza sta il mio modo di intendere la letteratura.

Si tratta di un libro esplicitamente pieno di letteratura. Ernesto è uno scrittore e scopriamo che i libri che ha scritto sono gli stessi di Montefoschi. Nella lotta contro il suo dolore inizia a scrivere un romanzo che costituisce un libro dentro il libro. Eppoi sono costantemente citate opere di grandi scrittori. Innanzitutto Gita al faro.

Un romanzo sublime. La fragile bellezza del giorno comincia da lì, dal secondo capitolo di Gita al faro, quando la Signora Ramsey che è Tutto con la T maiuscola non c’è più. Cosa succede quando Tutto è assente?

Risponde un altro libro: L’airone di Bassani.

Bassani è un gigante della nostra letteratura. Nell’Airone c’è l’uomo disperato, senza dio, che avanza nel buio. Come il mio protagonista.

Ma Ernesto non perde completamente la speranza. E lì appare Cime tempestose.

Emily Brontë ha scritto il romanzo perfetto sull’amore assoluto. Quando Heathcliff si getta sulla tomba di Catherine e cerca di scavare e di raggiungere l’amata. Ha presente di cosa parlo? Mai io ho letto un romanzo capace di raccontare un amore così travolgente.

Come sempre, tutto accade a Roma. Ma questa città che lei descrive minuziosamente sembra diventato un non-luogo.

Quando mi domandano “ancora Roma?” divento pazzo. Queste strade, sempre le stesse, i palazzi della Roma borghese, io li uso per mostrare altro, ossia il contrasto fra l’ambiente chiuso e ciò che l’ambiente non può contenere.

Lo scorrere del tempo, innanzitutto?

Il tempo è il protagonista assoluto della letteratura. Domina sulla nostra quotidianità e non possiamo e non vogliamo sottrarci. Io vivo il tempo in maniera ossessiva e non pacificata. Leggevo Schopenhauer, aspettandola, eccolo qui, dice di liberarsi dell’apparenza e del tempo. Ma come? Noi amiamo il tempo. Sappiamo che finisce eppure non possiamo immaginare nessun dopo se non attraverso i parametri del tempo.

È per questo che ciò che scrive sembra dominato dall’idea del ritorno?

Se andrò in India, ora, andrò per tornare. Rivedere posti che conosco e amo mi dà una rassicurazione che sfiora l’immortalità.

Lei è cresciuto tra i grandi scrittori del Novecento italiano. Su tutti Elsa Morante.

Una scrittrice eccezionale. Pessimo carattere: perfida, bizzosa, intransigente e violenta. Chiusa su se stessa. In anni e anni non mi ha mai fatto una domanda sulla mia vita, mia moglie, i miei figli, nulla. La migliore scrittrice del Novecento.

E Moravia?

Intelligentissimo. Però i suoi libri mi piacciono fino alla Noia esclusa. Lui, diversamente dalla Morante, era di una curiosità infinita. La prima volta che c’incontrammo mi fece un’interrogatorio che sembrava di essere in questura.

Accanto alla Morante allora chi mette?

Gadda e Bassani. Poi vengono Cassola, Parise e Volponi.

Bassani e Cassola. Come ha vissuto le celebrazioni del cinquantennale del Gruppo 63?

Parliamo dell’entità culturale che si è più autocelebrata nella storia della letteratura, eppure non ha lasciato un’opera da ricordare. Svillaneggiavano Bassani e Cassola cui non erano neppure degni di allacciare le scarpe.

E degli scrittori di oggi che pensa?

Domina le classifiche ciò che non è letteratura, come Volo e Mazzantini, ma almeno il primo non pretende di essere riconosciuto in quanto scrittore. Una volta c’era la protezione del PCI, oggi c’è solo la tv. L’egemonia statunitense potrebbe dare buoni frutti. Io però ammiro scrittori come Bellow, Malamud, Updike. Non mi si dica che Franzen può essere messo sul loro stesso piano.

Lei non è stato protetto dal PCI ma fu socialista.

Io sono sempre stato un antifascista non comunista, liberale, cristiano ma non cattolico. Mi hanno messo il marchio di socialista perché facevo Mixer, una trasmissione con cui abbiamo prodotto cose di grande pregio. Poi, certo, andavo a cena con Martelli, ossia il miglior ministro di Giustizia che abbia avuto il nostro Paese. Mi divertivo anche, ma verso l’una i politici andavano al sodo e cominciavano a parlare di potere, allora mi alzavo e salutavo.

Cristiano ma non cattolico. Mi dica di più.

Che vuole che le dica. Io non sono credente, però non posso accettare che tutto finisca qui. Cerco disperatamente un senso. Voglio ritrovare tutti i miei cari, quando sarà finita. Ma voglio ritrovare loro. Non tre miliardi di cinesi.

L'articolo Intervista a Giorgio Montefoschi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/feed/ 6
Memorie del reduce Arbasino https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/#comments Thu, 26 Sep 2013 09:12:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15584 Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l'autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del '30, è il più grande scrittore italiano vivente.

L'articolo Memorie del reduce Arbasino proviene da Minima et Moralia.

]]>
alberto_arbasino

Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l’autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del ’30, è il più grande scrittore italiano vivente.

Uno penserebbe a un ego debilitante, invece Arbasino è uno da cui farsi raccontare d’altro, di altri (tanto, per l’agiografia e la completezza abbiamo i ben due Meridiani Mondadori usciti pochi anni fa). Ecco per esempio come ritrae la scena di Nuovi Argomenti, la rivista pensosa e impegnata di Moravia, dove arrivò neanche trentenne, grazie all’esordio proustiano e già Nouvelle Vague di Le piccole vacanze.

Con Moravia che rapporti aveva?

Ottimi, perché erano pessimi con Elsa Morante, perché non so perché lei ce l’aveva con me… con Moravia erano ottimi…

Era anche la donna più antipatica d’Italia, no?

Era molto antipatica… Noi spesso con la buona stagione pranzavamo fuori, la sera, con Moravia e Morante, i due Piovene quando erano a Roma, i due Guttuso che abitavano qui e quindi venivano lì, poi Bassani, Pasolini eccetera e qualche volta Gadda, che se era stanco non veniva, poi il giorno dopo telefonava e diceva «Ha strillato molto la Elsina anche ieri sera?». «Ha strillato la Elsina?», diceva Gadda… E lì effettivamente lei strillava perché arrivava agitando Paese Sera dicendo «Qui bisogna scrivere una protesta, bisogna fare una raccolta di firme»…

E Moravia invece… era credibile il suo ruolo pubblico?

Sì.

Anche utile?

Anche utile, lui poi era sempre imbronciato ma era molto socievole: imbronciato e socievole. Anche con Dacia [Maraini] ci siamo sempre visti abbastanza spesso. Una cosa curiosa era che verso le undici di sera mentre si era ancora lì a tavola c’era Pasolini che cominciava ad agitarsi un po’ e la Elsina gli diceva «Vai, vai pure Pier Paolo perché sennò non aspettano»… allora, quello che ci potremmo chiedere oggi era che, siccome la pedofilia allora non esisteva come concetto oltre che come termine, e allora non ci si pensava alla maggiore o minore età dei ragazzini… il fatto era che siccome i ragazzini non avevano né moto né biciclette né niente, stavano lì sotto casa e Pier Paolo arrivava lì sotto le case loro, come mai i fratelli maggiori, i genitori…

… Non lo andavano a menare?

Appunto, perché ogni tanto, specialmente Pier Paolo si vedeva un po’ percosso ma però ci si domandava come mai i genitori, il padre, i fratelli non andavano a menare Pier Paolo…

Eh però Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto] dice che ogni tanto lo si vedeva un po’… (malconcio, ma non ho finito la frase).

Sì, perché a lui piaceva farsi picchiare quindi quando poi giravano i film esotici… India, Yemen, così… dicevano i macchinisti che tornava tardissimo insanguinato, picchiato… trovava dovunque, in questi luoghi esotici, trovava delle turbe di ragazzini da cui si faceva picchiare perché è impossibile che lo picchiassero in Yemen, in Arabia, in India…

(Ecco qui un racconto di Arbasino, composto così, di fronte a me, nel suo salotto pieno di libri. Attento a ogni dettaglio, sul tavolino, accanto a un Mallarmé ha il numero di Nuovi Argomenti che contiene un mio saggio su di lui, e anche un mio libro in cui scrivo di lui, e non li menziona mai, solo mi dà a intendere di essere al corrente. Si vede che ha frequentato un genio delle relazioni come Henry Kissinger quando lavorava nella diplomazia internazionale. Ma torniamo ai racconti: comincio a capire come ha fatto a pubblicare tanto: parla esattamente come scrive – ed ecco la parte inevitabile sull’infanzia, il fascismo e la guerra…)

Sono nato nel ’30, quindi ho fatto in tempo a vivere gli ultimi anni del fascismo e poi tutta quanta la guerra perché eravamo sfollati in campagna ed eravamo in difficoltà gravi perché si era in una zona dominata dalle brigate nere e da una Sichereit tedesca… e poi quello che colpiva negli anni dei partigiani e delle brigate nere era con che spontaneità veniva fuori da persone grigie, burocratiche, apparentemente normalissime, una crudeltà sanguinaria tale… Era inimmaginabile perché si son viste delle persone come – ripeto – grigie, burocratiche, funzionariali, che non appena avevano una divisa organizzavano subito le celle della morte… supplizi, delle cose inverosimili da concepire fino a un momento prima, voglio dire… e quindi è diventato abbastanza complicato avere dei rapporti con quel tipo di realtà dove da ragazzini si vedevano degli anziani signori che diventavano improvvisamente sanguinari crudelissimi torturatori… e quello succedeva…

Come si venivano a sapere queste cose?

Si sapevano perché c’erano gli arresti, ne parlavano, se ne parlava moltissimo. C’erano ad esempio i castelli dei dintorni di Voghera, che venivano requisiti dalle brigate nere, dalle Sichereit, da quelle varie formazioni… ed erano poi formazioni abbastanza spontanee, si veniva a sapere perché lì nei paesini si sa tutto – se un castello viene requisito, se una casa viene requisita, occupata. Così per esempio a un certo punto mio padre era stato arrestato da una di queste formazioni fasciste perché facendo il farmacista dava le medicine ai partigiani. Poi era amico di Italo Pietra, che era comandante partigiano della zona quindi ovviamente mio padre gliele dava… e quando veniva arrestato mio padre, dovevano intervenire degli amici di famiglia, degli avvocati, persone che avevano un po’ rapporti con tutti, diciamo, perché poi nei centri piccoli tutti si conoscevano da prima ovviamente e quindi se uno veniva arrestato, se mio padre veniva arrestato… non lo vedevamo tornare e io che avevo quattordici, quindici anni, così, dovevo mettermi a cercare dove lo tenevano e lo vedevo lì in attesa di un interrogatorio…

E poi quanto è rimasto fuori casa?

Qualche giorno, alcuni giorni… ma poi siccome nei centri molto piccoli tutti quanti si conoscono da sempre, lì poi ci sono degli accomodamenti. Uno viene arrestato anche forse per intimidirlo.

E questo quindi tra persone che si conoscevano già prima?

Sì, appunto, per un ragazzino molto giovane… Io poi avevo a scuola, nel primo ginnasio, quindi nel quaranta, quarantuno, come insegnante una delle figlie del preside Provenzal, ebreo… queste figlie erano cattoliche come la madre e andavano anche in chiesa in maniera piuttosto visibile e lui, Dino Provenzal, a un certo punto, succedeva ad alcuni ebrei che abitavano a Voghera e nei dintorni, si diceva «È in Svizzera, è riuscito a espatriare», ma poi era vero o era invece in una camera lì nascosta della villa… in cantina, torretta? Che poi a Voghera non c’è mai stato un ghetto ebraico, però c’erano degli ebrei di posizione: il preside del ginnasio, oppure c’erano degli avvocati, dei commercianti. C’era per esempio, in campagna vicino a noi, era nascosto il professore Della Seta, non solo ebreo come dice il nome, ma era un personaggio molto famoso ai suoi tempi perché aveva diretto la scuola archeologica italiana ad Atene, Alessandro Della Seta, c’è anche sulla Treccani. Siccome aveva sposato una sorella della sciura Marina, che era una signora proprietaria di terreni, allora si era rifugiato lì, ma siccome era scappato con gli abiti che aveva addosso, che erano abiti elegantissimi da città con dei paltoncini blu come usavano, però ogni tanto usciva, verso sera, per fare una passeggiata: ma non aveva né le scarpe né gli indumenti adatti per le vigne fangose dove eravamo sfollati… Lui poi morì lì, prima che finisse la guerra morì lì.

Voi eravate sfollati.

Vicino Casteggio, tra Voghera e Casteggio. Perché si usava che allora tutti i cittadini di un certo rilievo avevano lo studio professionale oppure nel caso di mio padre la farmacia a Voghera e poi c’era, a poca distanza, la casa di campagna dove si passava tutte le estati, perché si stava al mare o in montagna per un mese ma poi, l’estate essendo lunga, prima di cominciare le scuole si stava nelle case in campagna e c’eran tante di queste case di campagna perché era un’usanza…

A voi cosa venne requisito?

A noi niente, perché non avevamo castelli o ville.

Ha iniziato a scrivere già durante la guerra?

No, dopo la guerra. Le piccole vacanze, sono uscite nel cinquantasette, Calvino l’ha pubblicato, è stato il mio primo libro. Però erano racconti scritti da un anno o due circa. Prima avevo scritto un po’ di poesie che sono quelle poi raccolte in Matinée… In verità è successo che volevo, ormai stufo da anni e anni di neorealismo postbellico, esemplato sulle brutte traduzioni degli americani, tutti quei “disse”… allora io nelle Piccole Vacanze, nel primo racconto, si dice che adagio adagio era finita la guerra, e questo adagio adagio è finita la guerra dice proprio il contrario perché non era adagio adagio: era morte, fame… Perché facendo finta di parlare di vacanze, di estati, in realtà si decretava la fine del neorealismo ed è per quello che a molti non è piaciuto quel libro, perché non era engagé, non c’erano i partigiani, non c’erano le SS, e non c’era “Bella ciao”, insomma…

Per questa cosa potrei ridere per un’ora… E Calvino? Rispetto a questa cosa?

Calvino ha avuto un atteggiamento fantastico perché io gli avevo mandato parecchi racconti…

Lo conosceva?

No… si mandavano tranquillamente via posta… e allora Calvino mi disse testualmente – che queste son cose che si ricordano: «Guarda, tu mi hai mandato parecchi racconti, più di cinque non ci conviene pubblicarne perché se il libro è troppo lungo non lo leggono e quindi non lo recensiscono, dobbiamo stare entro un limite modesto di pagine così lo leggono e lo recensiscono», poi però siccome sono tutti col fucile spianato in attesa del secondo, che non è mai all’altezza del primo perché nel primo uno ci ha messo tutte le sue esperienze, le letture, così, il secondo invece va fatto in fretta, dice «Tu non preoccuparti, che il secondo ce l’hai già qui, sono questi altri racconti quindi non stanno lì col fucile spianato che tu ti devi preoccupare, il secondo è qui», e infatti poi Bassani nella sua collana da Feltrinelli, Bassani ha pubblicato anche il secondo, cioè era un integrale dove c’erano gli stessi racconti più parecchi altri e fra l’altro c’era anche L’Anonimo lombardo che essendo di soggetto, diciamo, si direbbe scabroso per allora, oggi non importerebbe niente [si parla di neoavanguardia e omosessuali, ndr], ma siccome capitava in quel momento, è una cosa che io racconto anche per stabilire qual era il clima dell’epoca…

Fine anni Cinquanta erano sotto processo la maggior parte degli scrittori e dei registi, da Pasolini a Testori, Visconti, Antonioni, Fellini, erano tutti denunciati da un pm o da un altro perché nelle opere c’era qualche cosa di contrario alla morale corrente, c’era qualche trasgressione, qualche cosa contro la morale… allora, siccome si diceva normalmente che contrariamente ai film, che ci vuole un paio d’ore per vederli, invece per quanto riguarda i libri i pm non vanno oltre le prime pagine, allora mettendo L’Anonimo lombardo in un librone, una specie di omnibus, un librone grossissimo per allora, non c’era nessuno dei vari pm provinciali disposto a leggerlo… Erano tutti quanti sotto processo… poi Pasolini son continuate le storie anche per via delle vicende personali ma per esempio Visconti, Antonioni, Fellini, Testori: tutti sotto processo.

E di questi registi lei frequentava qualcuno? Come funzionava la vita a Roma?

Mah, io vedevo soprattutto Visconti e Fellini, frequentandoci poco tutto sommato perché per esempio Visconti era molto altero, così, e quindi siccome ero anche abbastanza amico di Testori, proprio in epoca dell’Arialda, allora ogni tanto andavo a mangiare da lui con Testori, così… Oppure con Fellini ci si vedeva abbastanza spesso perché viveva in via Veneto al tempo della dolce vita. Quando è uscito il film, il fenomeno della dolce vita era finito praticamente, perché il film descriveva ma ha segnato la fine di quel periodo dolce vita, e siamo nel Sessanta, Sessantuno… E però c’erano dei fatti molto simpatici perché siccome Fellini viveva in via Veneto, dove c’erano tavolini con Pannunzio, Patti, De Feo, qualche volta venivano Nicola Chiaromonte, Franca Valeri con Vittorio Caprioli, Nora Ricci che era la più elegante di tutti, perché era figlia del famoso Renzo Ricci e di Margherita Bagni ed era una bellissima donna elegante e spiritosa, colta, poi avendo dietro le spalle – il nonno era Zacconi, aveva tutta un’eleganza acquisita, non di primo acchito diciamo… e si stava volentieri con loro, certe volte veniva addirittura Saragata sedersi al tavolino… e c’era Fellini…

Com’era stato l’arrivo a Roma? Quando è arrivato a Roma?

Io sono arrivato subito dopo Le piccole vacanze, fra il Cinquantasette, Cinquantotto. Ero tutore e sono stato a lungo assistente di diritto internazionale… io mi ero trasferito a Roma da Milano con il mio professore di diritto internazionale, Ago, di cui ero assistente… alle Scienze Politiche, quelle dove c’era anche Moro che aveva una cattedra e parecchi altri luminari dell’epoca… allora siccome lui si è trasferito a Roma, anche perché poi aveva molte cariche internazionali a Ginevra, all’Aia, a tribunali vari, allora aveva casa a Roma – fra l’altro era cognato di Noberto Bobbio, avevano sposato due sorelle figlie di un notaio molto…

Sembra che stia parlando di un paesino, sembra che ci siano trecento persone che si conoscono tutte… E dove si abitava? Quali erano i quartieri in cui abitavate?

Dunque… io ho abitato per i primi tempi, per un paio d’anni in via Mario dei Fiori all’angolo con via Frattina ed era un ultimo piano dove avevano abitato nei vari periodi Zeffirelli, Bolognini… E allora la cosa che si usava normalmente e tranquillamente era che si pranzava in trattoria prendendo un’hachée, uno spaghetto, qualche cosa così, alla trattoria romana di via Frattina che non esiste più… e invece la sera Cesaretto, via della Croce, dove c’erano appunto Flaiano, Comisso, Giovanni Rodani, Sandro Viola che era il più giovane di tutti e insomma si era in parecchi… io di solito andavo a colazione, cioè pranzo alla romana, con un gruppo tutto di spettacolo perché c’erano appunto Bolognini, Tosi, Zeffirelli, Laura Betti, Adriana Asti… che poi Laura Betti era simpaticissima, non quella strega che viene diffamata da Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto]… Io l’ho conosciuta quando scrivevamo le canzoni per lei… le scrivevano Moravia, Pasolini, Soldati, Calvino, Fortini… che poi sapeva anche trovare degli ottimi compositori… era veramente, ripensandoci, una specie di paesino perché per esempio per il fatto di essere… l’impressione di paesino è inevitabile, perché la mattina l’università, lì fa meno paesino già…

A piazza Aldo Moro?

Sì, piazza Aldo Moro, con Aldo Moro che era ancora vivo e non era ancora piazza Aldo Moro… stava lì a Scienze Politiche…

E con questa abbiamo detto tutto…

Però colazione-pranzo lì con Zeffirelli, Bolognini, Tosi…

Questa è proprio fantascienza, tutti che abitavano lì…

Dunque io prima son stato in questa casetta che è ancora tale e quale… un cinque piani da salire a piedi ma non ci si pensava, via Mario dei Fiori angolo via Frattina… Dopo sono andato invece a stare in via del Consolato che è l’ultima traversa di via Giulia davanti alla Chiesa dei Fiorentini e lì c’è Palazzo Malvezzi dove io stavo… Io avevo un appartamentino nelle scuderie e lì c’era un insieme che era abbastanza interessante perché all’ultimo piano ci stava prima gli Aldobrandini, poi ci son venuti a stare Audrey Hepburn e il marito Dotti… A metà scala c’era Milo Mendez il poeta brasiliano che era anche diplomatico… Poi erano ambienti diversi veramente… perché c’era l’ambiente della trattoria romana di via Frattina era appunto gente di teatro, la Asti, la Betti…

Ma non c’erano altre duecento persone che volevano entrare nel locale?

No…

C’era questa battuta di Vaime: Vaime da Rosati, a piazza del Popolo, con Flaiano, e Flaiano indica un po’ di gente intorno e dice «Guarda, credono di essere noi!». Che fa molto ridere e la collego al discorso della fine della dolce vita…

Poi bisogna pensare anche – per le differenze di epoche e di costume – che quando si andava a teatro poi si andava a cena, quindi si andava a cena che era mezzanotte e mezza dopo di che si andava a via Veneto… Via Veneto si animava dopo l’una, l’una e mezza, erano orari che dicevamo spagnoli. Io mi svegliavo la mattina per andare in università.

Lei quando scriveva? Aveva due lavori.

Quando potevo.

Poi ha smesso la carriera diplomatica?

Ho smesso l’altra cosa perché era tutt’altra faccenda, perché se si pensa per esempio che a Londra oltre ad andare a teatro tutte le sere e a fare le interviste con i grandi maestri io facevo delle ricerche a Chatham House che era il cosiddetto Royal Institute of International Affairs, e io a Milano ero borsista cioè impiegato stipendiato all’Ispi, Istituto studi politica internazionale…

E Fellini come vide questa fine della dolce vita dopo il suo film? Qual era la sua…

Be’, Fellini in realtà aveva fatto ricostruire via Veneto a Cinecittà allora, ed era tale e quale…

Lei la vide? La andò a vedere?

No, l’ho vista dopo, quando è uscito il film, perché un aiuto di Fellini, che era direttore di produzione, che era Guidarino Guidi, invitava spesso i protagonisti della dolce vita, cioè De Feo e gli altri… ad andare, a partecipare al giraggio de La dolce vita a Cinecittà. Naturalmente ci siamo sempre ben guardati dall’andare…

Perché sarebbe stata una caduta di stile?

Era sbagliato apparire.

Poi passiamo a parlare degli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta hanno portato l’inizio del Gruppo 63… era una piattaforma generazionale di personaggi diversissimi… Eco, Sanguineti, Manganelli… allora si pensava di utilizzare il boom economico, che sembrava molto più solido e a lunga portata, per cercare di migliorare la qualità letteraria, elevare la qualità perché l’altra strada era approfittare del boom economico per produrre bestseller.

Approfittare dei soldi per fare progetti.

E allora i casi, le prospettive erano fondamentalmente queste due: usare il boom economico per produrre bestseller per il mercato, era quella che si chiamava “letteratura da aeroporti” allora, perché negli aeroporti si facevano le ore lunghe e c’erano i romanzi di Moravia in tutte le lingue… Allora l’altra ipotesi era non produrre bestseller ma, dal momento che avevamo tutti quanti uno status economico abbastanza normale, soddisfacente in qualche caso, allora cercare di elevare la qualità media della letteratura, che poi la qualità media della letteratura…

Concetto pericoloso.

Il Gruppo 63 è entrato in crisi col ’68 perché di fronte all’ipotesi di usare le pubblicazioni del Gruppo 63 per pubblicare integralmente le risoluzioni delle assemblee extraparlamentari, allora si diceva «Se le pubblichino da sé»…

E chi stava dalla parte di pubblicare le risoluzioni?

Mah… Balestrini e altri così… mentre Giuliani e altri…

E Manganelli?

Manganelli ha sempre fatto letteratura…

(Breve parentesi in cui Arbasino invece di raccontare di tutto parla del suo libro più importante, Fratelli d’Italia, che esiste in tre versioni molto diverse fra loro, una del ’63, una del ’67, una del ’91.)

Per me quello che conta non è la fase intermedia, è la prima edizione e l’ultima… tutte e due partivano da uno stesso presupposto in fondo, cioè dare l’impressione di una struttura franante perché fatta di frammenti e di lunghe conversazioni, ma conversazioni dove scompaiono gli interlocutori, non contano molto, e in fondo forse è quella un’idea che veniva da Joyce ma non lo so…

(Ma parliamo piuttosto di epoche, e arrivando agli Anni 70 Arbasino sembra all’improvviso scordare i dettagli.)

È stata un’età un po’ vuota tutto sommato. Infatti facevo libri politici in quegli anni lì.

E non andava più a pranzo con tutti? E l’atmosfera del cinema italiano per esempio com’era?

Crisi… perché ormai erano finiti i maestri…

Soldi ce ne erano ancora?

Non credo molti… cominciava un po’ di certa crisi… comunque però non c’erano più i soldi per fare i film di Visconti o di Fellini come c’erano stati prima, perché se si pensa al costo dei film di Visconti e di Fellini sono cose che fanno paura…

Fellini di che umore era in quel periodo? Lo vedeva ancora o non lo vedeva più?

Lo vedevo tristissimo, e poi era cupo perché non riusciva più a fare film: perché i produttori non lo volevano più.

Nella scena letteraria qual era l’umore?

Non saprei, perché francamente non mi viene in mente… cioè so che io facevo molto giornalismo, facevo dei libri di politica tipo quello sul caso Moro, Questo Stato, Fantasmi Italiani

(Così magicamente si torna indietro, a parlare di anni Cinquanta, e assurdamente di Henry Kissinger).

… Kissinger che dirigeva l’International Seminar… faceva delle bellissime colazioni del sabato… sul pratino, che poi era estate, sul pratino dietro casa… colazioni buffet che ci si andava a servire… come si usa in America insomma… e dove c’erano personaggi anche molto notevoli come per esempio Schlesinger e c’era addirittura… io ho conosciuto Eleanor Roosevelt che viveva ancora: andiamo molto indietro nei decenni. Allora poi siccome alla fine di ogni corso, anzi all’inizio dell’estate la segretaria di Kissinger mandava ai vari ex alunni del seminario nelle varie capitali europee un messaggio dicendo «Il professor Kissinger sarà a Roma», per esempio, oppure Parigi… dal… al… sarebbe felice di incontrarla. Allora a questo punto si cercava di ricambiare in qualche modo la sua ospitalità con personaggi illustri e mi ricordo che per esempio io facevo dei pranzetti con Pannunzio, De Feo, La Malfa, personaggi abbastanza rappresentativi con cui lui si intratteneva molto piacevolmente col suo accento gutturale bavarese che aveva sempre tenuto da tutta la vita e che ha ancora adesso da vecchissimo novantenne. E quindi cosa è successo poi: che quando Kissinger è diventato segretario di Stato, da qualunque parte andasse incontrava delle persone con cui era stato a pranzo poco tempo prima e quindi dal punto di vista dei contatti umani oltre che diplomatici lui era in confidenza perché ci aveva pranzato insieme, nelle diverse capitali…

(Succede qualcosa di strano: anche degli anni Ottanta non ha ricordi. Mi telefona qualche giorno dopo, per dirmi: «Ah sì, negli anni Ottanta sono stato in Parlamento». Ci diamo appuntamento telefonico per l’unico pomeriggio in cui è possibile, prima che parta per Parigi. Gli telefono poco meno di dieci volte, lasciando diversi messaggi in segreteria. Del Parlamento dunque niente, non una parte interessante, quindi? Degli anni Ottanta solo questo aveva ricordato, a casa sua: «A parte la riscrittura dei Fratelli d’Italia che mi ha portato via un bel po’ di tempo e di fatica, ma che cosa ho fatto?». Così gli chiedo, rispetto a quella vita di articoli discussi con il gatto e la volpe Pannunzio e De Feo, da lui continuamente citati…) Quando lei ha iniziato a scrivere sui giornali quello che scriveva immagino veniva poi discusso tra gli amici, alla fine eravate tutti collegati, adesso invece quando scrive su Repubblica che impressione ha, che interesse ha?

Non ho nessuna impressione, in realtà, perché mi dà la sensazione di essere in un certo senso sopravvissuto a una certa epoca, a un certo linguaggio, un certo tipo di interessi: perché, faccio un esempio in concreto, se si pensa che c’era una volta un pubblico di livello che si definiva “liceale” cioè se in una rivista, alla prima con i commendatori in cammello con le mogli ingioiellate alla ultima col pubblico in piedi, standing, in una rivista così, con Totò, c’erano delle citazioni dantesche, Elena di Troia, un po’ di Iliade, Promessi Sposi, Renzo e Lucia, la monaca di Monza… Qualunque pubblico, fino dalle prime a quelli delle ultime, li coglievano al volo. Oggi, mi domando, se ci fosse nelle comiche televisive qualche allusione alla Divina Commedia o ai Promessi Sposi non lo so se sarebbe colta immediatamente come succedeva ai tempi di Totò e della Wanda Osiris…

L'articolo Memorie del reduce Arbasino proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/feed/ 6