Beatrice Lorenzin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/beatrice-lorenzin/ un blog di approfondimento culturale Tue, 13 Jun 2017 15:35:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Beatrice Lorenzin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/beatrice-lorenzin/ 32 32 Scienza e Società, la simmetria imperfetta. Dialogo con il sociologo Massimiano Bucchi https://minimaetmoralia.it/interviste/scienza-societa-la-simmetria-imperfetta-dialogo-sociologo-massimiano-bucchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scienza-societa-la-simmetria-imperfetta-dialogo-sociologo-massimiano-bucchi/#comments Tue, 13 Jun 2017 13:08:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34609 Questo pezzo è uscito su L'Unità, che ringraziamo.

La foto in primo piano della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che sorride compiaciuta; sotto, in caratteri maiuscoli, l'appello: "Vaccini: chiediamo dimissioni immediate del governo per decreto legge da regime". È una campagna promossa sul sito change.org, nata come reazione al recente Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli; ma non solo: è anche uno dei numerosi sintomi di come il dibattito pubblico sia fortemente polarizzato sui temi di natura etico–scientifica che ci toccano da vicino.

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La foto in primo piano della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che sorride compiaciuta; sotto, in caratteri maiuscoli, l’appello: “Vaccini: chiediamo dimissioni immediate del governo per decreto legge da regime”. È una campagna promossa sul sito change.org, nata come reazione al recente Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli; ma non solo: è anche uno dei numerosi sintomi di come il dibattito pubblico sia fortemente polarizzato sui temi di natura etico–scientifica che ci toccano da vicino.

Le discussioni sorte intorno alle vaccinazioni, così come, per esempio, il problema della gestione del fine vita, mostrano quasi sempre una forte contrapposizione tra fazioni arroccate sulle loro convinzioni: vaccinisti e antivaccinisti, pro e contro eutanasia; e al di là del merito di ciascuna di queste posizioni, le parti in campo non riescono minimamente a comunicare tra di loro. Ma se da un lato è possibile imputare alla cattiva informazione delle persone, spesso foraggiate dalle bufale che si trovano in rete, alcuni orientamenti che appaiono contrari al buon senso, dall’altro tale lettura non è sufficiente per dare conto di un fenomeno che affonda le sue radici ben più in profondità.

“Le dinamiche della comunicazione digitale hanno un loro ruolo in questa situazione – ci dice il sociologo della scienza Massimiano Bucchi, autore di numerose pubblicazioni su questi temi tra cui Scientisti e Antiscientisti (Il Mulino 2010) – ma non sono la causa di quello che sta accadendo: casomai tendono a rinforzare e a permettere il radicarsi di certe convinzioni. Dai dati dell’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società sui vaccini emerge chiaramente che l’ostilità ai vaccini non è una funzione dell’ignoranza o della disinformazione. Spesso infatti su posizioni di parziale scetticismo troviamo persone più scolarizzate e informate della media, anche dal punto di vista scientifico. Gli atteggiamenti verso i vaccini vanno visti nel quadro di un profondo cambiamento del rapporto con la salute, che sempre più viene vista come una prerogativa e uno spazio di espressione della libertà individuale”.

Per risalire alla radice del problema, è allora utile spostare il fuoco della riflessione sul rapporto tra società e scienza, sinergia che negli anni è diventata sempre più problematica: “La scienza è stata una grandissima forza trasformatrice sul piano economico, sociale e culturale – ci dice Bucchi – soprattutto dalla seconda metà dell’ottocento in poi, tanto che l’economista e sociologo Torsten Veblen si chiedeva già nel 1905 come avesse fatto ad acquistare tale rilevanza sociale. Negli ultimi decenni tuttavia il rapporto tra scienza e società ha acquisito caratteri sempre più pragmatici, funzionali e opportunistici. Si pensi alle politiche della ricerca in ambito europeo, i cui documenti sono impregnati di una ‘retorica dell’innovazione’ e dell’idea che la scienza sia una sorta di macchinetta per produrre dei risultati: trascurandone così l’impatto sociale e il ruolo culturale.”

E questa visione di una scienza taumaturgica, quasi il correlato contemporaneo della magia antica, emerge in tutta la sua forza tanto nel cosiddetto ‘scientismo’ quanto nel suo (presunto) contraltare ‘antiscientismo’: due modi di avere a che fare con la scienza che tendono ad attribuirle la capacità (auspicata dai primi, temuta dai secondi) di soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo. Un approccio che si è radicato nel senso comune, finendo per orientare il rapporto tra scienza e società tout court: “A questa tendenza scientista – aggiunge Bucchi – si unisce un altro elemento fondamentale: il fatto che oggi la nostra società sia fortemente individualizzata e personalizzata. La possibilità dell’imposizione dei vaccini si fonda invece su un concetto di comunità forte, che riconosca come interesse superiore quello della protezione della salute collettiva, da anteporre perfino a quella del singolo; tanto è vero che nell’Inghilterra vittoriana, dove non erano certamente antiscientisti, c’era una fortissima opposizione ai vaccini, per lo più tra le classi più istruite, perché per loro il fatto che lo stato si intromettesse nella sfera delle libertà individuali era inaccettabile. La discussione sui vaccini, quindi, va anche inquadrata in una tendenza di lungo periodo, che riguarda la concezione della propria salute e del proprio corpo come una prerogativa individuale, come un dominio della propria libertà e autodeterminazione: un filo conduttore che lega le discussioni sul fine vita, l’utilizzo dell’omeopatia e la diffusione della chirurgia estetica”

Scientismo e individualismo sono quindi le due coordinate all’interno delle quali si articola il rapporto di ogni persona con la scienza. Del primo c’è da rilevare che è penetrato in maniera strisciante nel senso comune, perfino nel linguaggio. Si pensi, per esempio, alla maniera in cui tutti noi pretendiamo di legittimare un dato di fatto attribuendogli una ‘verità oggettiva’, richiamando cioè il processo di astrazione attraverso il quale la scienza può trattare qualcosa come un oggetto slegato da vincoli temporali, non suscettibile al cambiamento e, quindi, osservabile come materia statica e manipolabile. L’oggettività di un dato finisce, in questo senso, per implicare un richiamo ad una sorta di “verità più vera”, universale e incontrovertibile; questo fatto denota come per ognuno di noi, a livello quasi subliminale, lo sguardo della scienza sembra quello più capace di “legittimare” il reale.

Dall’altro lato, la tendenza all’individualismo ci spinge ad accettare o rigettare i prodotti della scienza a seconda delle nostre tendenze, convinzioni e fedi personali; approccio che crea un cortocircuito con la nozione di universalità che la scienza rivendica: “La combinazione di scientismo e individualismo – conferma Bucchi – spinge gli individui a riporre nella scienza una sorta di aspettativa miracolistica, che nel momento in cui viene delusa apre le porte ad un veemente rigetto nei confronti delle pratiche scientifiche. E tutto questo si traduce in un atteggiamento che non è equilibrato: che oscilla, appunto, tra fideismo e chiusura pregiudiziale. La spia che in Italia, ma non solo, la cultura del ruolo della scienza nella società è molto fragile.

Un fattore determinate in questa situazione è la politica, troppo spesso non all’altezza del compito di gestire complicati equilibri: “C’è sicuramente un contesto di grande debolezza delle istituzioni – afferma Massimiano Bucchi – la risposta tecnica, o quella meramente individualistica, trovano spazio laddove c’è un vuoto della politica. In Italia, rispetto ad altri Paesi, vi è anche un problema di fiducia nelle istituzioni che alimenta tutto il contesto. Quello che viene dalle istituzioni non sempre è percepito come espressione dell’interesse generale, ma talvolta perfino visto con sospetto. Nel caso dei vaccini, e di altre questioni che riguardano la salute, a questa sfiducia nell’autorità fa da contraltare un senso crescente di onnipotenza individuale, per cui riteniamo di saperla più lunga delle persone che abbiamo eletto a rappresentarci, dell’insegnante di nostro figlio, del nostro medico. Di qui la sempre più diffusa “dis-intermediazione”, la presunzione di controllo del singolo di tutto ciò che lo riguarda. Che nel caso dei vaccini diventa: ‘il vaccino è mio e me lo gestisco io’.”

Questa deriva individualistica delinea un quadro nel quale ogni singolo, per edificare i convincimenti che lo orientino nell’agire, si connette a una micro-comunità, come quelle di cui pullula la rete. Un fenomeno sociologico completamente sottovalutato dalla politica, colpevole anche di non aver agito tempestivamente: “La questione dei vaccini – commenta il sociologo – rivela come la comunicazione e la fiducia, per usare uno slogan, vadano costruite in tempo di pace. Quando scoppiano le emergenze si sconta il fatto che non sia stato improntato in tempi precedenti un solido discorso su quei temi. Questo lo si è visto anche in occasione degli incidenti nucleari; se di una questione si parla solo nel momento in cui c’è il problema è chiaro che le reazioni da parte degli attori in gioco rischiano di essere polarizzate, rigide.”

Il panorama ingarbugliato che va delineandosi, che vede gli individui caricarsi di aspettative nei confronti della scienza, alla quale da un lato viene domandato di risolvere le questioni con ricette universali, dall’altro la possibilità di lasciare al singolo la scelta di auotodeterminarsi, è, quindi, il portato di un rapporto irrisolto tra società e scienza; la società usa la scienza come scorciatoia per evitare di interrogarsi su di sé e sul proprio futuro; la tecnoscienza si fa carico delle aspettative e dei desideri sociali più disparati.

Dietro alle istanze relative al problema della gestione del fine vita, o a quello dei vaccini, si celano questioni che hanno a che fare con la definizione stessa di cosa sia un essere umano e delle sue prerogative: fino a che punto l’uomo può autodeterminarsi senza ledere la libertà altrui? Fino a che punto si può spostare il confine tra ciò che è vivo e ciò che non lo è più? Domande che tradizionalmente trovavano una risposta in campo morale, religioso o filosofico e che in una società democratica devono tenere conto dello stato della scienza e della tecnologia, ma non possono che avere una risposta politica.

“A questo proposito, mi viene un esempio molto semplice – ci dice Massimiano Bucchi – l’argomento che rifiuta il razzismo perché quest’ultimo è ‘scientificamente infondato’. Il razzismo è moralmente e politicamente ingiusto, e va rifiutato anche perché rischia di far perdere risorse preziose alla società, e ancora per una lunga serie di motivi che cadono al di fuori dalla competenza scientifica. Che ce lo debba dire la scienza è meramente accessorio. E dà per scontato che ricerca scientifica efficace e società giuste e democratiche vadano necessariamente a braccetto; la scienza nazista in campo medico era eccellente: questo è forse un argomento per rivalutare il nazismo? La scienza in Unione Sovietica è stato un modello, anche in Occidente, per le politiche della ricerca: è un motivo per rivalutare quel tipo di società? .”

In ultima analisi, la partita si gioca sulla possibilità di rimettere sui binari giusti il rapporto tra società e scienza, in modo che quest’ultima non diventi né una sorta di “supermercato”, dal quale ognuno pretenda di attingere alla bisogna (la “tecnoscienza à la carte“, la chiama nel suo libro Bucchi); né che finisca per essere oggetto di un’inconsapevole ipostatizzazione, tramutandosi in quella forza cieca e dominante, che si autoalimenterebbe fino ad assorbire totalmente il senso del mondo, preconizzata da certa filosofia contemporanea.

“Il rischio è che da un lato la società si sottragga alle proprie responsabilità – conclude Massimiano Bucchi – dall’altro che la scienza si faccia carico, in modo potenzialmente rischioso per se stessa e i suoi obiettivi, di istanze che non la riguardano. Per questo credo sia fondamentale, nel processo di lungo periodo, provare a costruire una cultura matura, aperta e critica del ruolo della scienza nella società che non oscilli un po’ schizofrenicamente, come abbiamo detto, tra la chiusura pregiudiziale e l’aspettativa miracolistica.”

Ci aspetta quindi un compito non facile e che presta il fianco a mille difficoltà; ma se, come sembra sempre più evidente, la tecnica, e la scienza che ne è alla base, continueranno a radicarsi come tratti salienti dell’umanità, allora la posta in gioco per la quale battersi appare di vitale importanza.

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Di Alzheimer non si parla (soprattutto in Italia) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/#comments Thu, 18 Sep 2014 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23366 Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

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Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

Eppure l’Alzheimer, dal nome del dottore bavarese Aloysius Alzheimer che per primo riconobbe nel 1901 sintomi inediti in una signora ricoverata in un centro a Francoforte, è una malattia seria e non una mera questione di distrazione o smemoratezza. La forma più comune di demenza è diventata un’epidemia. Se ne sono accorti anche gli sceneggiatori di House of Cards, quale migliore banco di prova per lo storytelling: c’è uno scoglio contro cui l’ambizione sanguinaria di Frank Underwood – in cerca di voti utili per la riforma delle pensioni – è costretta ad arenarsi. Quell’argine è la malattia che ha colpito la moglie del deputato Donald Blythe e che non può essere oggetto di baratto nel mercato di Washington: l’Alzheimer.

La prima volta che ho avuto a che fare con l’Alzheimer è stato con mia nonna, una donna di nome Wanda e di cognome Guerra. La malattia ha ridotto a spenta litania questo binomio battagliero e la sua parlantina piena di aneddoti. Poi nel 2008, quando ero al lavoro al desk del Riformista, arrivarono le foto d’agenzia di un Peter Falk smarrito, con l’aria strapazzata, ridotto a vagare per le strade di Beverly Hills in stato confusionale. Falk era scappato di casa, urlava ai passanti, gesticolando come un pazzo. La sagoma del tenente Colombo, nel telefilm un po’ arruffata e sorniona ma nel pieno controllo di sé, era completamente abbandonata, alla deriva, persino incattivita. L’anno dopo è arrivata la diagnosi per mio padre. Adesso so che esistono dei sistemi Gps per rintracciare le sue fughe da casa, quando le smanie si fanno irrefrenabili. So che non esiste un esame che certifichi l’ereditarietà ma solo una probabilità. Ma soprattutto ho scoperto che la perdita cognitiva è solo la facciata dell’Alzheimer dietro cui c’è il disturbo dei comportamenti, molto più violento, vedi Peter Falk. Le foto di molti reportage domestici sulla malattia, con quelle facce rugose e arrese alla demenza, sono paradossalmente foto in tempo di pace. Nella crepa della memoria si infilano deliri, allucinazioni, vagabondaggi.

Mio padre fa parte di quel milione di italiani affetti da demenza. È una stima, i dati non sono mai precisi, ma è bene moltiplicare per tre, coinvolgendo i nuclei familiari, dove la classica famiglia diventa la prima badante, in gergo tecnico caregiver. Si stimano tra questi affetti da demenza almeno 650 mila malati di Alzheimer, la forma più riconosciuta di progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Vale a dire incapacità di acquisire nuove informazioni e pianificare gli atti, impossibilità di ricordare fatti della vita recente, perdita della capacità esecutiva, perdita della memoria semantica, incapacità di trovare parole necessarie per qualsiasi discorso. Questo accade perché nel cervello si forma un eccesso di proteina beta-amiloide. Le proteine si aggregano fino a formare placche e fibre aggrovigliate.

Chi può riguardare questa degenerazione? Siamo con il Giappone il Paese più vecchio del mondo e l’irreversibile Alzheimer rappresenta un’emergenza reale proprio perché l’invecchiamento è l’unico fattore certo di rischio, e infatti le donne – più longeve – sono le più colpite. Si sa che si è allungata l’età media, ma pure l’anzianità è cambiata. Un uomo di 70 anni oggi è un senior, come direbbero in azienda, ma non è di per sé un “rincoglionito”, come vorrebbe la vulgata pronta alla battuta feroce sull’Alzheimer. Probabilmente per la fretta di ricollocarsi presso gli elettori suoi coetanei, Berlusconi a maggio disse di esserne malato, ma si riferiva appunto a delle innocue amnesie. Come saremo percepiti noi quando avremo 70 anni?

Mentre in famiglia si andava prendendo confidenza con l’Alzheimer, sui giornali ogni tanto piovevano dichiarazioni roboanti e numeri sempre più clamorosi, non però dall’Italia. Nel 2012 l’investimento di 150 milioni di dollari da parte di Obama per la cura e la prevenzione, nel dicembre 2013 a Londra i leader del G8 dichiarano l’Alzheimer un’emergenza sanitaria mondiale. Cameron usò toni epici: «Non importa dove voi viviate, la demenza ruba le vite e distrugge le famiglie. È per questo che noi siamo qui riuniti e siamo determinati a sconfiggerla». Dall’Italia nessun proclama e nessun ministro presente al G8. Gabriella Porro Salvini, presidente della Federazione Italiana Alzheimer, la racconta così: «La Lorenzin non ha mai risposto alla lettera di invito a firma congiunta nostra e dell’Alzheimer’s Disease International. Ha inviato il direttore del dipartimento della prevenzione del ministero, ma noi non siamo riusciti a partecipare perché dallo stesso non ci è arrivata la lettera di accreditamento».

Sull’Alzheimer i riflettori in Italia sono accesi da poco. Decenni fa si parlava genericamente di arteriosclerosi cerebrale, poi è arrivato il termine demenza, che però è un magma, perché tutte le demenze hanno storie e meccanismi diversi. L’Alzheimer vive di fama riflessa dei grandi numeri globali, quelli italiani non hanno popolarità. In questo vuoto chi si è organizzato sono stati i singoli cittadini, che hanno poi dato vita alle associazioni dei familiari, una galassia di gruppi di volontariato che oggi costituisce l’unica rete di protezione per i malati e le famiglie.  La presidente dell’Aima è la tenace Patrizia Spadin, che risponde personalmente al numero verde: «È cambiato tutto rispetto a 30 anni fa, quando l’Alzheimer era noto a uno sparuto numeri di medici, i soli che viaggiavano all’estero. Non si conosceva nulla, neanche le caratteristiche. Adesso la malattia è nota». Idem per Porro Salvini, che per capire cosa fosse successo alla mamma a metà Anni ‘80 cercò di parlarne con altri familiari: «Ho avuto qualche tipo di informazione solo così. D’istinto non ne volevo più sapere, ma poi ho sentito la necessità di dover raccontare la mia esperienza agli altri». Oggi la Federazione raccoglie 47 associazioni. Le famiglie però restano fondamentali: «È difficile che venga fatta la diagnosi al solo malato, non c’è un protocollo come per il cancro e i tumori».

Gli stessi farmaci specifici per l’Alzheimer, gli inibitori dell’acetilcolinesterasi – ovvero Galantamina, Rimastigmina, Donepezil e Memantina – sono in commercio solo dal 2000 (rimborsabili dal 2005). Gli altri farmaci, quelli per i disturbi comportamentali, i cosiddetti neurolettici, sono sul mercato per pazienti psichiatrici, nei bugiardini non c’è scritto demenza, e le difficoltà nella prescrizione non sono poche. Soltanto tredici anni fa, con il progetto Cronos firmato da Rosy Bindi, sono state create le Unità Valutative Alzheimer, le uniche a poter prescrivere quei farmaci e a fare la diagnosi. È stato creato anche un registro di malati, ma tutta l’organizzazione è disomogenea, varia da regione a regione. I centri Uva non sono stati finanziati dal Governo, «ma si basano su risorse esistenti, si appoggiano a ospedali, presidi e Asl» confessa Spadin. «L’assistenza per le famiglie, l’unico modo per contenere il problema, latita: non ci sono fondi da stanziare. La medicina inoltre punta sempre alla guarigione, ma la cura per l’Azheimer non è data solo dalla medicina».

Michele Farina del Corriere della Sera ha iniziato nel 2012 una lunga inchiesta sull’Alzheimer, ma non è stato facile raccontare la malattia in Italia: «Non ci sono standard di cura, variano da regione a regione. È enorme la difficoltà di avere referenti che ti diano un quadro della situazione, è tutto spezzettato. Non esiste una task-force ministeriale a tempo pieno per l’Alzheimer». Neanche il dizionario è certo: non tutte le Uva si chiamano così. Solo a novembre 2014, tredici anni dopo Cronos, l’Iss presenterà il primo censimento su Uva, Centri diurni e Residenze sanitarie assistenziali. Siamo insomma un fanalino di coda rispetto ai grandi piani internazionali.

Il 19 settembre, in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, l’Associazione Alzheimer Uniti ha invitato in Campidoglio il ministro Lorenzin per parlare del nuovo Piano per le demenze. Al momento però il piano non è ancora firmato, e chissà se lo sarà prima dell’evento. Il piano è stato redatto dal ministero dopo aver chiamato i referenti delle regioni per le demenze e l’Istituto superiore della Sanità. Un lavoro di sette mesi che è sul tavolo della segreteria in attesa di andare alla Conferenza Stato-Regioni. La novità è l’istituzione del Pdta, Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, dal medico generale fino agli specialisti. Per il 14 novembre, nell’ambito del semestre europeo, il ministero della Salute ha lanciato un convegno internazionale sulla demenza che verrà comunicato a breve. Sembrerebbe la risposta italiana al G8 londinese. Le associazioni si augurano che il Piano venga finanziato dal ministero, perché «se le linee guida come per Cronos lasciano la scelta alle regioni, queste potrebbero decidere di non spendere. La rete di assistenza odierna è ancora parziale perché ruota intorno ai centri Uva, il ministero delle Politiche sociali non è mai intervenuto». Bisogna fare pressione sulle regioni per una migliore programmazione nell’apertura di servizi, mettere in rete più informazioni e documenti possibile, creare un’anagrafe dell’Alzheimer.

Intanto sono emersi nuovi fattori di rischio, con nomi comuni ad altre malattie ma mai associate all’Alzheimer: diabete, ipertensione, obesità, attività fisica, depressione, fumo, bassa scolarità. Le stime per i prossimi 20 anni parlano di 3 milioni di affetti da demenza. I farmaci anticorpi monoclonari – nuovi, potenti e in azione in America – sono molto costosi, ma probabilmente detronizzeranno quelli attuali. Chi pagherà? Bisogna poi iniziare a parlare di prevenzione, che è l’esatto opposto della condanna.

Lo stigma dell’Alzheimer è una cosa tutta italiana. «Il muro dell’“io ce l’ho” – racconta Farina – non l’ha sfondato ancora nessuno, questa assenza dice qualcosa, è il segno di una realtà sommersa nonostante i numeri». «La verità è che i malati di Alzheimer sono troppi – confessa Porro Salvini – e fanno ancora troppa paura. Manca un testimonial e soprattutto, in Italia, c’è il tabù». La discrezione sui nomi illustri è viziata dal fatto che spesso non sono più in grado di fare dichiarazioni: la diva del cinema , l’allenatore dello scudetto dei miracoli, lo showman, il grande scrittore. Prevale la privacy dei familiari. «Non siamo americani – dice Spadin – non siamo abituati ad avere afflati da coming out. L’Alzheimer viene vissuto spesso come una perdita di dignità e il nostro sistema sociale non fa niente per impedire questo e colmare i vuoti che la malattia lascia. Se ci fosse una rete d’accoglienza ampia, l’atteggiamento sociale sarebbe diverso. Non sono lontane le memorie dei maltrattamenti dei vecchi dementi, da parti di santoni e guru. Oggi sappiamo cosa ci serve, questa è la differenza se scoprissi oggi che mia madre è ammalata».

Insomma l’Alzheimer è per le famiglie ancora una questione privata, mentre per gli altri, i sani, è uno spettro di cui ogni tanto si dà notizia quando muoiono personaggi internazionali come Annie Girardot e Margareth Thatcher. La versione di Barney è un dramma conosciutissimo ma non esiste ancora un equivalente italiano. Tra gli ultimi ci hanno provato l’attore Giulio Scarpati con il libro Ti ricordi la Casa rossa?, il giornalista Flavio Pagano con Perdutamente, Pupi Avati con Una sconfinata giovinezza (tra l’altro il suo peggior flop, per diretta ammissione). Racconti delicati, ma ci vuole una voce forte. Manca quindi chi decida di salire sopra le spalle di questa gigantesca perdita di sé chiamata Alzheimer e ne parli in prima persona. Il ricercatore Richard Taylor lo ha fatto, e l’Alzheimer’s Disease International gli ha affidato il progetto I Can, I Will.

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