Benedetta Marietti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benedetta-marietti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 May 2018 13:15:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Benedetta Marietti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benedetta-marietti/ 32 32 Erling Kagge: Camminare è un gesto sovverisivo https://minimaetmoralia.it/letteratura/erling-kagge-camminare-un-gesto-sovverisivo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/erling-kagge-camminare-un-gesto-sovverisivo/#comments Wed, 02 May 2018 13:15:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37089 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. Photo by Tatiana Diakova on Unsplash

di Benedetta Marietti

«Finché non ho avuto una famiglia, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece le mie tre figlie volevano una spiegazione: perché bisogna muoverci su due gambe se si fa prima in macchina? Ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro e metà della mia vita a camminare per poter rispondere a questa domanda». Così ci racconta Erling Kagge, esploratore norvegese e primo uomo negli anni Novanta a raggiungere a piedi e senza supporto i "tre poli": il Polo Nord, il Polo Sud e la cima dell'Everest. Ma anche primo uomo a percorrere il sottosuolo di New York passando per i suoi tunnel fognari, ferroviari e della metropolitana: dal Bronx via Manhattan, Brooklyn e il Queens fino all'oceano Atlantico, un viaggio a piedi nelle viscere urbane.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. Photo by Tatiana Diakova on Unsplash

di Benedetta Marietti

«Finché non ho avuto una famiglia, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece le mie tre figlie volevano una spiegazione: perché bisogna muoverci su due gambe se si fa prima in macchina? Ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro e metà della mia vita a camminare per poter rispondere a questa domanda». Così ci racconta Erling Kagge, esploratore norvegese e primo uomo negli anni Novanta a raggiungere a piedi e senza supporto i “tre poli”: il Polo Nord, il Polo Sud e la cima dell’Everest. Ma anche primo uomo a percorrere il sottosuolo di New York passando per i suoi tunnel fognari, ferroviari e della metropolitana: dal Bronx via Manhattan, Brooklyn e il Queens fino all’oceano Atlantico, un viaggio a piedi nelle viscere urbane.

Dopo aver elogiato il silenzio in un best seller dal titolo omonimo, ora Kagge all’importanza dello spostarsi a piedi in un mondo sempre più frenetico e convulso dedica un libro, in uscita in questi giorni per i tipi di Einaudi Stile Libero (Camminare. Un gesto sovversivo, pp. 144, euro 13, trad. di Sara Culeddu). Per Kagge non è necessario scalare a piedi le montagne più alte del mondo o raggiungere i poli, chiunque può sottrarsi alla tirannia della velocità, anche in città, e trasformare una semplice esperienza in un’avventura magica e indimenticabile. Basta volerlo.

Ma tra i tanti giri a piedi qual è stato il suo preferito? «La mia camminata preferita è sempre quella che farò. Potrebbe essere una passeggiata nei boschi questo pomeriggio o tornare a casa a piedi dall’ufficio domani». Perché camminare – sostiene Kagge – fa bene, al corpo e allo spirito. Chi cammina vive più a lungo e ha una memoria migliore. E soprattutto camminare sviluppa il pensiero: «Le gambe arrivano a pensare prima che lo faccia il nostro cervello perciò è possibile trovare risposte a domande che non sapevamo nemmeno di porci». Come del resto scriveva il grande drammaturgo austriaco Thomas Bernhard nel 1971 in Camminare, un racconto riproposto di recente da Adelphi (pp. 124, euro 13, trad. di Giovanna Agabio): «Nulla è più istruttivo del veder camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo del veder pensare uno che cammina».

Camminare dà un senso di libertà e dilata ogni attimo: è un’azione lenta e anarchica, soprattutto quando ci si perde e si prende la strada sbagliata. È d’accordo anche Sylvain Tesson, lo scrittore e viaggiatore francese che dopo aver girato il mondo in bicicletta, aver passato sei mesi in una capanna siberiana, sulla sponda del lago Bajkal, in sola compagnia di libri, sigari e vodka, e aver ripercorso la Ritirata dalla Russia di Napoleone a bordo di un sidecar, ha deciso di attraversare la Francia a piedi da sud a nord prendendo solo strade sbagliate: i«sentieri neri, quelli più nascosti, bordati da siepi, tra i rovi del sottobosco, sulle piste tracciate dai solchi delle ruote tra due villaggi abbandonati» (Sentieri neri, Sellerio, pp. 154, euro 15, trad. di Roberta Ferrara, dal 23 aprile). Per Tesson camminare equivale a una cura, è la chiave del suo recupero: «Mia madre era morta piantandoci in asso. Io, ubriaco fradicio, m’ero rotto la testa cadendo da un tetto». Significa ritemprare il fisico e chiudere i conti con il proprio destino, fuggendo da una società globalizzata e ultraconnessa che ha idolatrato la velocità. Dal 24 agosto all’8 novembre 2015 si spinge nella Francia rurale lungo un itinerario tortuoso che lo porta da Mercantour, al confine italo-francese, attraverso la Provenza, il Massiccio Centrale, la Turenna, Mont Saint-Michel per arrivare infine sulle spiagge della Normandia. A fargli da guida le mappe dell’IGN, l’Institut Géographique National, che lo conducono alla scoperta di terre incolte e maggesi e costituiscono «il lasciapassare dei sogni». E se per Erling Kagge, «ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto», anche Tesson ambisce al silenzio: «i sentieri neri fornivano delle vie di fuga: erano luoghi dimenticati dove regnava il silenzio e non si incontrava mai nessuno».

Al camminare e al silenzio ha dedicato un libro anche Nan Shepherd, poetessa e scrittrice, che ha percorso migliaia di chilometri nel corso della sua lunga vita (nacque nel 1893 e morì nel 1981) sull’altopiano dei Cairngorm, la catena montuosa aspra e inospitale delle Highland, nella Scozia nord-orientale. Per lei i Cairngorm, le cui pendici sorgono non lontano dal villaggio di West Cults, dove abitava, erano il cuore della sua terra. Vi andava in ogni stagione, da sola o in compagnia di compagni escursionisti. Come tutti gli amanti della montagna, soffriva di mal d’altitudine se rimaneva troppo a lungo al livello del mare. Quelle esplorazioni a piedi sono state magistralmente raccontate in La montagna vivente (Ponte alle Grazie, in collaborazione con il CAI, pp.176, euro 14, trad. di Carlo Capararo, in uscita il 26 aprile), un capolavoro di scrittura naturalistica composto negli anni della Seconda guerra mondiale e rimasto inedito in Italia fino a oggi. In questo libro (che verrà presentato il 29 aprile al Trento Film Festival), Shepherd, che si autodefinisce «scrutatrice di anfratti», non pone la sua attenzione sulla conquista della vetta bensì, prima di Kagge (che scriverà: «È difficile che si ottenga qualcosa di buono focalizzandosi troppo sulla meta») e prima di Tesson, sulle deviazioni, i sentieri sbagliati, il girovagare senza meta, «semplicemente per stare con la montagna». Shepherd osserva la natura nei dettagli, con una capacità di descrizione che sconfina nel misticismo. Come sostiene Robert MacFarlane, grande saggista e camminatore inglese, nella bella introduzione al libro: «Shepherd guarda sempre dentro il paesaggio dei Cairngorm. Va in montagna non alla ricerca di spazi all’aria aperta ma di vasti interni, di profondi recessi. Ad affascinarla sono i paesaggi nascosti: gli avvallamenti e le spettacolari voragini. Per Shepherd c’è un movimento continuo tra i paesaggi esterni del mondo e i paesaggi interni dello spirito».

È in questa unione tra esterno e interno che per Kagge, Tesson e Shepherd – e per tutti gli altri scrittori camminatori – risiede il senso del camminare. Dice Kagge che «camminare ci ha reso possibile diventare quello che siamo e, se smetteremo di farlo, smetteremo anche di essere noi stessi».

Del resto, «la storia del camminare è la storia di ciascuno di noi», come puntualizza la scrittrice e critica americana Rebecca Solnit nel suoleggendario Storia del camminare, uscito in Italia nel 2002 per Bruno Mondadori, andato presto esaurito e ora di prossima ripubblicazione per Ponte alle Grazie (pp. 418, euro, 19, trad. di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini). E continua: «Camminare è una delle costellazioni del cielo stellato della cultura umana, una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo aperto». Le fa eco Erling Kagge, rispondendo così implicitamente alla domanda delle sue figlie: «Camminare significa vedere sé stessi, amare la terra e lasciare che il corpo si muova al ritmo dell’anima».

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La vita cambiata da un taglio perfetto https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/#respond Thu, 28 Jun 2012 13:28:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8533 Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l'intervista uscita  sabato scorso su «D - la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall'infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un'unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

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Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l’intervista uscita  sabato scorso su «D – la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall’infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un’unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

“Quell’ossessione non è esattamente la mia”, racconta Alan Pauls, ospite in questi giorni del Castello di Fosdinovo, in Lunigiana, trasformato da Pietro Torrigiani Malaspina e Maddalena Fossombroni in una residenza per scrittori e artisti. “Ma è vero che ogni volta che mi sottopongo a un taglio di capelli dal barbiere vivo un’esperienza ansiogena e inquietante. Mi chiedo: Cosa ci faccio qui? E cosa succederà?”. Personalità magnetica e sfuggente, volto scavato, occhi chiari e penetranti, una risata contagiosa che esplode improvvisa, look da ragazzo, il cinquantatreenne Alan Pauls è “uno dei migliori scrittori latinoamericani viventi anche se siamo in pochissimi a goderne e a rendercene conto”, secondo la definizione che ha dato di lui Roberto Bolaño, prima di dedicargli un racconto nell’ultimo libro uscito postumo, Il gaucho insostenibile.

Nel 2003 Alan Pauls diventa universalmente noto grazie al suo quarto romanzo, Il passato, che vince il premio Herralde, viene tradotto in tutto il mondo (in Italia nel 2007) e diventa un film. Storia dei capelli è il secondo volume di una trilogia iniziata con Storia del pianto (Fazi 2009) e che sarà completata da Storia del denaro (Pauls sta finendo di scriverla). “È una trilogia dedicata alla prima parte degli anni 70, un periodo storico dell’Argentina molto intenso e travagliato”, continua. “Ma non sono interessato a una letteratura che si occupi esplicitamente di politica. Nei miei romanzi la politica entra da una porta secondaria. Così, per parlarne, ho scelto tre elementi minori, arbitrari, capricciosi e personali”. Ma perché proprio lacrime, capelli e denaro? Che cosa hanno in comune? “Sono cose che si possiedono e poi si perdono in modo irreversibile. Tutta la trilogia è incentrata sulla perdita, intesa come fine di un certo modo di sperimentare la politica. Nei primi anni 70 in Argentina si respirava un’atmosfera di euforia e passione politica. Io ero un ragazzino ma me ne rendevo conto. Era un’epoca di grandi desideri, la rivoluzione era un sogno possibile. Poi la dittatura, dal ’76 all’83, ha appiattito tutto. E ha diviso superficialmente il mondo in due: innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, sognatori e assassini. Mi premeva invece che l’eroe dei miei romanzi avesse una sensibilità modellata, dal punto di vista intellettuale, culturale, sessuale, da quell’esperienza di estasi politica. Un’esperienza che poi si perderà per sempre. Del resto la perdita è un elemento molto importante nella storia dell’Argentina. Molti hanno perso una moglie, una figlia, una madre, il denaro. E il tango, il ballo argentino per eccellenza, tragico e festoso, è la sublimazione artistica della perdita”.

Il suo protagonista senza nome prima vedeva il mondo attraverso le lacrime, ora è ossessionato dai capelli. “L’eroe interpreta il mondo in funzione dei capelli, è il filtro unico attraverso il quale tenta di decifrare tutto ciò che lo circonda. È una visione ossessiva, simile alla passione politica dei primi anni 70”. Lei ha dichiarato che gli argentini sono lacrimevoli e piagnucolosi. Hanno particolari idiosincrasie anche nei confronti dei capelli? “Sono molto individualisti. Un amico brasiliano mi faceva notare che in Brasile esistono solo quattro tipi di tagli di capelli per gli uomini. Se invece vai a Buenos Aires, ogni persona ha un taglio diverso”. Nel romanzo i capelli sono un’ossessione maschile. Le donne ne sembrano escluse o marginalmente sfiorate. “L’importanza della pettinatura nelle donne sarebbe un argomento addirittura banale. Le donne lo ritualizzano con estrema facilità. Per loro andare dal parrucchiere è un’esperienza piacevole e sociale, chiacchierano, si rilassano, si scambiano confidenze. Quando un uomo va dal barbiere, invece, compie un atto profondamente individuale. È un’azione privata, intima, quasi oscena. Ci affidiamo completamente a un uomo che non conosciamo e in cui riponiamo la massima fiducia. Lui può fare quello che vuole con le nostre teste. E compie un atto che è irreversibile, eppure più o meno una volta al mese ripetiamo quest’esperienza”. Che comporta, sembra suggerire, quasi un cambio di identità. “Sì, quando esci dal parrucchiere sei diverso rispetto a quando sei entrato. Per di più lo specchio del barbiere ti restituisce un’immagine che è ancora differente rispetto a quella che vedrai riguardandoti a casa. È un sortilegio misterioso che provoca una crisi di identità totale”.

Da adolescente il protagonista di Storia dei capelli si converte a un taglio afro, in stile Angela Davis. “A quell’epoca i capelli erano un campo di battaglia. Negli anni 70 la tipologia del capello – borghese, rivoluzionario, conservatore – corrisponde a una precisa tipologia politica. Agnès Varda nel suo film sulle Black Panters fa sfilare davanti alla macchina da presa i leader del movimento come Bobby Seale o Eldridge Cleaver, tutti irriducibili. E loro impiegano ben tre dei 15 minuti del film a spiegare come il taglio afro sia una dichiarazione di autoaffermazione politica, né più né meno esplicita del manifesto con i punti programmatici del gruppo, o dell’invito dello stesso Cleaver allo stupro delle donne bianche come parte del programma di addestramento per l’insurrezione. In questo caso un elemento frivolo come i capelli si carica di un messaggio politico forte. È attraverso quella frivolezza che sono riuscito ad abbordare un’epoca così pesante e complessa. In tempi recenti è stata venduta all’asta per 119.500 dollari una ciocca di capelli appartenuta a Che Guevara, che prima della sepoltura gli era stata tagliata da un agente della Cia”.

Il suo protagonista nel romanzo rimane affascinato da un barbiere di nome Celso… “Celso detiene il potere perché può fare ciò che vuole alla testa del suo cliente ma deve ascoltare i suoi desideri e cercare di assecondarlo. Celso sarà il primo barbiere che piace al nostro eroe. La relazione fra i due diventa stretta. È una storta di miracolo irripetibile. Da quel momento l’eroe vorrà solo lui come parrucchiere”. Anche Curtius, il cane dell’eroe, sembra allergico alla tosatura. “Cito nel libro un fatto che mi è successo realmente. Avevo un cocker spaniel che mi voleva molto bene. Un giorno, dopo essere stato tosato, mi ha morso all’improvviso una mano. Sono rimasto perplesso nel vederlo così nevrotico. Ho pensato che dopo la tosatura i cani non riconoscono più gli odori e diventano pazzi. Anche loro subiscono un cambio totale di identità”. L’eroe si libererà alla fine della sua ossessione… “È un uomo passivo, poco incline all’azione, che osserva in silenzio. Alla fine scoprirà che è possibile convertire il feticcio in un dono. E quella sarà la sua liberazione dall’ossessione malata per la propria immagine”. Ci racconta il suo incontro con Bolaño? In realtà di persona non ci siamo mai visti, il nostro è stato un rapporto epistolare. Ci siamo parlati una volta sola al telefono, e ci siamo scambiati 10-15 email in quattro o cinque anni. Gli avevo scritto per dirgli quanto mi era piaciuto I detective selvaggi, lui mi ha risposto e da lì è iniziata una relazione strana, di rara intimità, con una persona che non conoscevo, simile a quella tra scrittori del diciannovesimo secolo. Bolaño non è solo un grandissimo scrittore, ma l’esempio di una persona straordinariamente generosa”.

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Quando la letteratura si trasforma in vita https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-letteratura-si-trasforma-in-vita/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-letteratura-si-trasforma-in-vita/#comments Mon, 18 Jun 2012 09:43:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8360 Pubblichiamo un'intervista di Benedetta Marietti, uscita su «Repubblica», a Peter Cameron.

di Benedetta Marietti

New York. È in un piccolo appartamento bohémien sulla decima strada, nel cuore del Greenwich Village, che Peter Cameron vive con Dinah e Ghita, i suoi due inseparabili cani d'acqua portoghesi. È lì che abita da trent'anni, da quando ventitreenne decise di lasciare il New Jersey e la famiglia catturato dal fascino delle mille luci di New York. Ed è lì che conduce un'esistenza per sua stessa definizione “stanziale e solitaria”, scandita dalla scrittura di racconti e romanzi, l'ultimo dei quali, Coral Glynn, sta per essere pubblicato in Italia per i tipi di Adelphi (pp. 216, € 18,00, trad. di Giuseppina Oneto, esce il 9 maggio). Occhi acuti e penetranti, sorriso timido e gentile, modi educati, un imbarazzo palpabile a parlare di sé, Cameron (che il 29 maggio parteciperà al Festival delle Letterature di Roma) somiglia a molti dei personaggi schivi e riservati ritratti nei romanzi che lo hanno reso celebre: come Omar, l'ingenuo sognatore di Quella sera dorata, o James, ragazzo malinconico e solitario, appassionato di arte e di libri in Un giorno questo dolore ti sarà utile, o la stessa insondabile Coral Glynn, una donna giovane e insicura, incapace di esprimere sentimenti complessi e contraddittori come l'amore.

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Pubblichiamo un’intervista di Benedetta Marietti, uscita su «Repubblica», a Peter Cameron.

di Benedetta Marietti

New York. È in un piccolo appartamento bohémien sulla decima strada, nel cuore del Greenwich Village, che Peter Cameron vive con Dinah e Ghita, i suoi due inseparabili cani d’acqua portoghesi. È lì che abita da trent’anni, da quando ventitreenne decise di lasciare il New Jersey e la famiglia catturato dal fascino delle mille luci di New York. Ed è lì che conduce un’esistenza per sua stessa definizione “stanziale e solitaria”, scandita dalla scrittura di racconti e romanzi, l’ultimo dei quali, Coral Glynn, sta per essere pubblicato in Italia per i tipi di Adelphi (pp. 216, € 18,00, trad. di Giuseppina Oneto, esce il 9 maggio). Occhi acuti e penetranti, sorriso timido e gentile, modi educati, un imbarazzo palpabile a parlare di sé, Cameron (che il 29 maggio parteciperà al Festival delle Letterature di Roma) somiglia a molti dei personaggi schivi e riservati ritratti nei romanzi che lo hanno reso celebre: come Omar, l’ingenuo sognatore di Quella sera dorata, o James, ragazzo malinconico e solitario, appassionato di arte e di libri in Un giorno questo dolore ti sarà utile, o la stessa insondabile Coral Glynn, una donna giovane e insicura, incapace di esprimere sentimenti complessi e contraddittori come l’amore.

“In tutti i personaggi di cui scrivo c’è qualcosa di me”, racconta Cameron mentre sorseggia un tè seduto sul divano di casa sua, circondato dai cani. “Ma solo dal punto di vista emotivo. I sentimenti che turbano James o Coral Glynn sono simili a quelli che provo io. Il loro mondo interiore non corrisponde a come appaiono dal di fuori. Spesso sono frustrati perché non riescono a esprimere se stessi e a dire la verità. I silenzi, le cose non dette, sono più importanti di quelle dichiarate. Ma sarebbe sbagliato identificarmi del tutto con i miei personaggi. Per certi versi loro sono molto diversi da me”. Con Coral Glynn Cameron mette per la prima volta in scena una protagonista donna. “Non l’ho trovato difficile. Credo che non ci sia differenza fra uomini e donne. Non penso più in termini di genere, siamo tutti persone. E lei è forse il personaggio più ottimista che ho creato perché alla fine del romanzo riesce a superare il blocco interiore e, per la prima volta, a fare una scelta di vita”.

Considerato alla stregua di un “classico” per la prosa limpida, elegante e senza tempo, per i dialoghi brillanti e arguti, e per la profondità emotiva dei personaggi, conosciuto anche per i film tratti dai suoi libri (The Weekend di Brian Skeet con Gena Rowlands e Brooke Shields, Quella sera dorata di James Ivory con Charlotte Gainsbourg e Anthony Hopkins e il recente Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza), Cameron ammette che la scrittura è per lui pura energia vitale. “Scrivere mi dà la possibilità di fuggire dalla quotidianità e di calarmi totalmente in altri mondi. Di vivere vite diverse, più felici, solide e impegnate della mia. È una questione di sopravvivenza. E anche la mia forma più alta di realizzazione personale. Ci metto molto a scrivere un libro. Per Coral Glynn ho impiegato cinque anni. E ogni volta che ne finisco uno, ho paura di non essere mai più in grado di scriverne un altro. Del resto quando non scrivo sto male, vengo assalito dalla depressione”.

Il malessere di Cameron, quella sensazione dolorosa di esclusione dal mondo, risale a molto tempo fa. “A Pompton Plains, in New Jersey, dove sono nato, ho avuto un’infanzia tradizionale. Mio padre era un banchiere e lavorava a New York, mia madre si occupava della casa e di noi bambini: io, le mie due sorelle più grandi e mio fratello più piccolo. Il fatto di avere una famiglia unita e affettuosa non mi ha impedito di sentirmi da sempre molto solo. Una sensazione che credo derivi dalla mia natura artistica ultrasensibile e dal fatto che sapevo di essere omosessuale ma non avevo accanto dei modelli positivi che mi aiutassero e mi sostenessero nello sviluppo della mia sessualità. Non ricordo episodi particolari della mia infanzia che abbiano contribuito a farmi diventare uno scrittore. Ma fondamentale è stata la lettura di romanzi di grandi autori: da Barbara Pym a Anton Cechov, da Muriel Spark a Elisabeth Bowen. Rimangono nitidi nella mia memoria molto più di tanti libri letti di recente”.

A otto anni Peter si trasferisce con la famiglia a Londra per motivi di lavoro del padre. “Per la prima volta mi sono trovato in una grande città multiculturale, molto più stimolante rispetto alla provincia del New Jersey. Ho frequentato l’American School, una scuola creativa e all’avanguardia, con studenti provenienti da ogni parte del mondo. Lì ho iniziato a scoprire l’appagamento che ti dà la creatività, il piacere della lettura e il fascino della metropoli che permette di condurre una vita protetta dall’anonimato”.

Una volta tornato in America Cameron studia letteratura inglese all’Hamilton College, nello stato di New York, e inizia a scrivere poesie e racconti. “Finalmente riuscivo a mettere in pratica ciò che avevo imparato sulla potenza e la bellezza del linguaggio e dello stile. E cominciavo a rendermi conto che scrivere era un antidoto alla mia innata infelicità”. Terminati gli studi, ritorna in New Jersey ma attraverso la passione per il teatro scopre New York. È amore a prima vista e nell’82 Peter Cameron si trasferisce nell’appartamento sulla decima strada. “Negli anni Ottanta l’East Village era un posto molto cupo e inquieto, diverso dal quartiere affollato e borghese di oggi. Rimpiango la tensione e l’energia di quel periodo, i negozi e i ristoranti che frequentavo in quegli anni. Ora si sono tutti spostati a Brooklyn, ed è difficile per me trovare negozi che vendano il necessario a prezzi contenuti. Ma è un quartiere che non posso fare a meno di amare”. Cameron viene assunto nell’ufficio diritti della casa editrice St. Martin’s Press, ma il lavoro si rivela un disastro. “Ero un venditore terribile. Non leggevo i libri che dovevo proporre, bensì solo quelli che mi piacevano. Così mi sono licenziato e ho cominciato a lavorare nell’amministrazione di una onlus di protezione ambientale, The Trust for Public Land”.

Nel frattempo comincia a mandare al New Yorker i suoi primi racconti e ne riceve commenti incoraggianti. Il primo racconto esce nel 1983, negli anni a seguire ne verranno pubblicati altri dieci. Nel 1990 Cameron cambia lavoro e si sposta alla Lambda, un’organizzazione in favore dei diritti civili degli omosessuali e di persone affette da AIDS. “Era la cosa giusta per me. Lavoravo tre giorni alla settimana e avevo abbastanza tempo a disposizione per scrivere”. Dopo aver insegnato per parecchi anni, è da poco ritornato a lavorare part-time per il Trust for Public Land. “Il mestiere di scrittore è un’attività solitaria e io ho bisogno di comunicare con altri esseri umani. I colleghi di lavoro sono persone interessanti e stimolanti e hanno il vantaggio di lasciarti libero emotivamente: non sono familiari o amici, non ti caricano di responsabilità affettive”. In un’altra direzione si muove la sua terza attività lavorativa, la Wallflower Press, una piccola casa editrice da lui fondata nel gennaio 2010. “Pubblico in edizioni limitate di dieci copie racconti miei e di scrittori che amo, come James Lord o Denton Welch. Ogni libro viene da me editato, disegnato e realizzato a mano. È un’occupazione che mi diverte e rende felice, il fatto di creare qualcosa con le mani è un antidepressivo e bilancia il lavoro intellettuale”. Peter Cameron finisce il suo tè e, mentre carezza a turno entrambi i cani, si illumina parlando delle sue passioni: i libri che ha amato, il teatro, l’arte e la fotografia (“Ho visto la mostra di Cindy Sherman, non mi aspettavo che le sue fotografie fossero così grandi”), gli angoli prediletti di New York (“Il nuovo High Line è un luogo perfetto per passeggiare e rilassarsi”), le librerie preferite (“Strand sulla Broadway è un posto speciale”), la politica (“Spero che Obama venga rieletto. Il secondo mandato gli darebbe la possibilità di agire con più libertà”), i progetti futuri (“Sto lavorando a un romanzo ambientato nella Finlandia di oggi”).

Ma quello che più gli preme è tentare di svelare il mistero che sta dietro al processo creativo: “Tutti i miei libri nascono dal mio inconscio. È un aspetto che non posso controllare. Sono influenzato molto di più da quello che leggo che non da quello che vivo. È l’immaginazione a guidarmi. Se per molti scrittori è la vita a diventare letteratura, nel mio caso è vero l’opposto: è la letteratura che si trasforma in vita”.

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Uno spazio inviolato https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/ https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/#respond Thu, 01 Dec 2011 08:47:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5829 di Benedetta Marietti

Non tutte le storie d’amore raccontate in letteratura si equivalgono, ne esistono alcune più intense e commoventi di altre. Soprattutto se sono accadute realmente. Quella narrata magistralmente da Stefan Merrill Block nel suo secondo romanzo, La tempesta alla porta (Neri Pozza, pp. 378, 17,50 euro, traduzione di Stefano Bortolussi), è una storia di amore e follia, di attesa e passione, che cattura per autenticità e urgenza.

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di Benedetta Marietti

Non tutte le storie d’amore raccontate in letteratura si equivalgono, ne esistono alcune più intense e commoventi di altre. Soprattutto se sono accadute realmente. Quella narrata magistralmente da Stefan Merrill Block nel suo secondo romanzo, La tempesta alla porta (Neri Pozza, traduzione di Stefano Bortolussi), è una storia di amore e follia, di attesa e passione, che cattura per autenticità e urgenza. Perché è un “tentativo di ricostruzione”, come lo definisce Stefan, di ciò che è capitato ai suoi nonni materni, Katharine e Frederick Merrill, sposi felici e innamorati durante la seconda guerra mondiale, precipitati nell’abisso della disperazione in seguito al ricovero coatto di Frederick all’inizio degli anni ’60 in un ospedale psichiatrico: il famoso McLean Mental Hospital di Boston (nel libro ribattezzato Mayflower Home for the Mentally Ill), che nel corso degli anni ha ospitato pazienti illustri, da Sylvia Plath a Zelda Fitzgerald, da Marianne Faithfull a James Taylor, da Anne Sexton a David Foster Wallace. Ma cosa succede all’interno di una mente malata? Come cambia la personalità di un folle? E quali sono gli effetti sulla famiglia? L’amore è più forte della malattia mentale? Dopo Io non ricordo, bellissimo romanzo d’esordio pubblicato nel 2008 (da uno Stefan appena ventiseienne) e ispirato proprio dalla nonna Katharine, che affrontava il rapporto tra un ragazzino e la madre malata di Alzheimer, Merrill Block tenta di rispondere a interrogativi per lui incalzanti ritornando sui suoi temi prediletti: l’autobiografismo collegato al disturbo mentale. “I due romanzi sono molto diversi per tono e struttura ma li considero parte di un unico progetto”, spiega Stefan, poche ore dopo essere arrivato da Brooklyn in Toscana, ospite della Santa Maddalena Foundation di Beatrice Monti von Rezzori (dove ha scritto parte del libro). “Avevo necessità di conoscere la storia della mia famiglia prima di diventare adulto. Cercare di capire un passato ormai perduto al fine di comprendere un presente sempre più incerto è stato lo scopo principale dei miei vent’anni. Provavo una sorta di compulsione che mi spingeva a resuscitare i miei nonni con la forza dell’immaginazione. La sfida è stata quella di rimanere fedele ai pochi fatti documentati ricreando un mondo romanzesco. Non penso di essere arrivato a conclusioni definitive ma adesso che mi affaccio alla soglia dei trent’anni so che il progetto è arrivato alla fine. E provo un’eccitante sensazione di libertà”.
Quando si incontrano per la prima volta, mentre in Europa deflagra la seconda guerra mondiale, Katharine rimane incantata da un Frederick “avventuroso, tragico, brillante, il tipico caso di una vita vissuta in un modo troppo fuori dal comune”. Lui per due mesi la corteggia dedicandole attenzioni esclusive. Poi parte per la guerra, in Marina, ma per qualche motivo a lei sconosciuto viene ricoverato in un ospedale militare. Quando le invia un anello per posta, lei accetta di sposarlo. Ma il Frederick che torna a casa è un uomo irriconoscibile, sopraffatto dall’inedia. Troppo spesso prova “la tristezza di essere sempre distante dalla cose, al di sopra o al di sotto”. Katharine non si preoccupa: il suo amore e le sue cure lo avrebbero guarito. Così si sposano. Nascono quattro figlie (Susie, madre di Stefan, è la terzogenita). Per qualche tempo le cose funzionano: “in qualche caso la loro vita era stata la perfetta rappresentazione di una vita perfetta”. Poi iniziano le fughe di lui da casa, le sbornie, i tradimenti. Finché una notte esce per strada con addosso solo un impermeabile e si denuda davanti alle automobili di passaggio. Consigliata dai poliziotti che lo arrestano, Katharine decide di ricoverarlo alla Mayflower Home.
“Fin da piccolo sono rimasto affascinato dalla figura di mio nonno, morto molto prima che io nascessi”, spiega Merrill Block. “Anche perché ho da sempre una relazione fortissima con mia madre. È stata la mia insegnante e la mia migliore amica dato che non ho frequentato la scuola ma fino a 13 anni ho studiato a casa insieme a lei. È stato grazie a questa fondamentale esperienza che sono diventato uno scrittore. Mia madre ha permesso alla mia creatività di esprimersi, mi lasciava lavorare quanto volevo su qualsiasi cosa fosse di mio interesse. E il mio interesse era sempre scrivere. Quegli anni a casa hanno tratteggiato il mio futuro. E la mia vita quotidiana di scrittore, oggi, ora dopo ora, è molto simile a quella di studente casalingo. Con mia madre condividevo ogni cosa tranne quel dolore che sentivo l’aveva ferita da giovane: l’assenza di suo padre e la sua morte precoce. Attraverso di lei ho imparato a sentirmi molto vicino a mio nonno. Ma non solo per comprenderne la personalità misteriosa o per capire la sofferenza di mia madre. Ero irresistibilmente attratto da lui perché mi sentivo legato dal suo stesso destino. Gli assomiglio molto fisicamente, ho le sue stesse espressioni e i suoi tic, tanto che spesso i miei parenti si commuovono a vedermi. Forse se avessi capito la sua storia avrei saputo affrontare meglio il mio futuro. Tanto più che una notte di qualche anno fa, sdraiato nel mio letto in un campus universitario, anch’io ho sentito scattare qualcosa in me e per quattro giorni di fila non sono più riuscito a chiudere occhio. Quando ho parlato di questa strana e immotivata insonnia con una specialista, la sua diagnosi preliminare mi ha lasciato interdetto. Disturbo bipolare, sindrome maniaco-depressiva. La presunta malattia di mio nonno. E da quel momento scoprire che cosa gli fosse successo è diventata un’insopprimibile necessità”. Gli chiedo come vive la sua malattia e se pensa che suo nonno fosse veramente malato. “La notizia è stata uno shock ma non credo di essere bipolare anche se ho tendenze in quel senso. Penso invece che ogni processo creativo contenga in sé il bipolarismo. Per gli standard del 1962 mio nonno era sicuramente bipolare. Per quelli di oggi non so. È molto difficile diagnosticarlo, soprattutto se il disturbo è lieve. E le diagnosi sono strettamente legate a quello che la società ritiene debba essere un comportamento normale, regolato dall’opinione prevalente su cosa sia reale e cosa folle. Nel romanzo mi interessava anche scoprire come la sofferenza psichica possa peggiorare con trattamenti sanitari non adeguati”.
Prima del suo ritorno a casa, che rimetterà ancora a dura prova l’amore di Katherine e la stabilità della famiglia (con un finale sconvolgente del romanzo), Frederick rimarrà nell’ospedale psichiatrico per parecchi mesi. Dopo l’arrivo di un invasato e sadico psichiatra a capo della struttura, verrà sottoposto a elettroshock, chiuso in isolamento, costretto a imbottirsi di medicine stordenti. Eppure riuscirà in qualche modo a trasformare la carcerazione in un esercizio creativo. Aiutato dall’amicizia con il poeta Robert Lowell, realmente internato al McLean Hospital insieme a lui, Frederick scriverà alcune misteriose lettere che verranno recapitate a Katherine e che lei brucerà nel camino vent’anni dopo, senza farle leggere a nessuno. “Mia nonna ha conservato i suoi segreti fino alla morte. La distruzione di quei fogli è diventata per me il simbolo di tutte le perdite della mia vita. Mi sono sentito frustrato e rabbioso. Sono sicuro che contenessero informazioni importanti ma allo stesso tempo non credo fossero risolutivi per comprendere tutta la storia. Anche con mia nonna ero molto legato. Per un certo periodo, quando il suo Alzhemeir cominciava a peggiorare, è venuta a stare a casa nostra. Amavo passare il tempo con lei perché, studiando a casa, avevo pochi amici. Era una persona adorabile. Nel giro di poco tempo l’Alzheimer l’ha fatta regredire a uno stadio infantile, simile a quello di un undicenne. E dato che io avevo undici anni, il nostro rapporto divenne man mano simile a quello di due coetanei. Eravamo molto amici ma nello stesso tempo antagonisti perché non voleva rivelarmi niente del suo passato. Finché io crebbi e lei peggiorò sempre di più”.
Katharine non ha avuto una vita facile. Ha cresciuto quattro figlie da sola, ha affrontato difficoltà economiche, ha subito un marito bipolare e lo ha aspettato fine alla fine. Quando ha avuto occasione di rifarsi una vita si è tirata indietro. Le consuetudini della sua epoca erano più forti del desiderio di una vita più normale? Dice Stefan: “Mia nonna ha vissuto la vita domestica che ci si aspettava vivessero le donne del suo tempo. Cinicamente si potrebbe pensare che sia rimasta incatenata dai vincoli sociali. Ma credo che il motivo per cui sia rimasta sempre accanto a mio nonno sia più semplice: continuava ad amarlo, nonostante tutto. Il mio romanzo racconta la perdita del linguaggio, delle idee e delle storie ma alla fine parla di qualcosa di inesprimibile e concreto, che va al di là della ricerca delle parole: è una storia d’amore”. Ed è un amore anomalo, folle per l’appunto, quasi irrealizzabile, che contiene però in sé un’utopia possibile, la nostalgia per un’altra vita dove quell’amore diventi sufficiente, basti a se stesso senza bisogno di altro, e vinca l’impossibilità di un immediato futuro. Una vita dove la malattia mentale, perfino quella più cruenta e terribile da sopportare, soccomba di fronte alla forza dell’amore. “Provenendo da una famiglia come la mia, sofferente di varie forme di malattie mentali, non posso fare a meno di pensare che non siamo nient’altro che la cruda biologia dei nostri cervelli. Ma con i miei romanzi tento di trovare qualcosa che trascenda la verità inconfutabile del nostro sistema nervoso. Non sono sicuro di aver trovato una risposta ma penso che nel mistero dell’arte e in quello dell’amore ci sia uno spazio inviolato, esterno al caos e alla scienza dei nostri cervelli. Una sorta di paradiso temporaneo che ci creiamo l’un l’altro, e che continua a vivere nelle storie che raccontiamo”.

Questo articolo-intervista è uscito per «D di Repubblica».

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